mercoledì 30 giugno 2010

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Un gelato e' sempre un gelato

Non so se, viaggiando all’estero, vi siate qualche volta imbattuti in spot pubblicitari trasmessi dalla tv, ed abbiate notato come diversamente venga presentato un identico prodotto rispetto a quello a cui siete abituati nel vostro paese. Comprendo che cio’ possa apparire del tutto ignoto ed incomprensibile a chi non ha modo di viaggiare, ma chi ha avuto occasione di farlo avra' sicuramente fatto caso a come gli spot all’estero non siano mai uguali a quelli che vediamo a casa nostra.

Anche se parrebbe piu’ logico e piu’ economico che, come avviene ad esempio per i film, venisse realizzato uno spot unico e proposto magari nella stessa versione doppiato in ogni lingua, non avviene mai cosi’. Comunemente ne viene realizzato uno diverso, a se’ stante, secondo la nazione nel quale deve essere reclamizzato il prodotto. E non solo per cio' che riguarda la parte linguistica o per gli attori che devono essere personaggi famosi in quel determinato paese oppure possedere caratteristiche tali da rispecchiare quelle di coloro a cui e' destinato il messaggio pubblicitario, ma soprattutto per la concezione, lo story board, la struttura dello spot stesso. In pratica la sua filosofia.

Infatti, chi e’ destinatario di uno spot pubblicitario deve immedesimarsi nell’ambiente e nella situazione raffigurata, ed e’ per questo motivo che, perche’ una pubblicita’ sia davvero efficace, e’ assolutamente necessario che la compagnia pubblicitaria esegua uno studio aspprofondito sui diversi gusti e desideri delle varie popolazioni e sulle differenti reazioni che queste hanno di fronte a determinati bisogni. Lo spot quindi deve tener conto delle diversita’ culturali e psicologiche di chi lo deve recepire.

Un gelato e’ sempre un gelato, in Italia come in Nuova Zelanda oppure in Cina, ma sono diverse le persone, i contesti, le culture, le etnie, percio’ per poter essere venduto con successo, deve essere presentato in modo completamente diverso da paese a paese. Ed ecco come la pubblicita' si rivolge al pubblico televisivo proponendo lo stesso prodotto:
E’ solo un banale esempio di come in fondo la diversita’ fra i popoli sia abilmente manipolata e sfruttata scientificamente a scopo commerciale, ed e’ anche la dimostrazione di come, di fronte agli stessi bisogni, le nostre reazioni possono essere completamente diverse a seconda dell’ambiente in cui viviamo, in cui siamo nati e cresciuti. Questo vale per il gelato, lo sport, la politica, il sesso o per qualsiasi altra cosa.

Non e’ dunque assolutamente vero che siamo tutti piu’ o meno uguali, con le stesse aspirazioni, gli stessi sogni, gli stessi gusti, gli stessi ideali, gli stessi bisogni. Chi lo afferma non fa che ripetere un luogo comune che e’ carino da ascoltare, ma che distoglie completamente da quella che e’ la realta’. Non siamo per niente uguali. Abbiamo, e’ vero, gli stessi diritti, sia che siamo nati in Canada, in Italia, in Ungheria, in Birmania o altrove - anche se tali diritti vengono tuttora negati in molte parti del mondo - ma la diversita’ ci contraddistingue sempre in ogni cosa che facciamo e sarebbe mera utopia pretendere di creare un mondo dove tutti hanno gli stessi comportamenti, si vestono allo stesso modo e mangiano le stesse cose.

Eppure qualcuno cerca da tempo di farlo. Ovviamente il motivo e' il denaro, ma dietro a cio' esiste anche un neanche tanto celato desiderio di "controllo". Oggi la globalizzazione tende ad annullare le identita’ culturali livellando tutto: gusti, valori, desideri, bisogni. Ci massificano e c’inquadrano in caste, classificandoci solo in base alla nostra capacita’ di spesa, oppure al nostro aspetto fisico, oppure alla nostra eta’. Come se una bella giovane ragazza cinese fosse identica, come valori, sogni e gusti ad una giovane irlandese, ad una giovane etiope, oppure ad una giovane marocchina e quindi avesse necessita' dello stesso gelato, dello stesso vestito o dello stesso identico stile di vita.

Ma uno spot per sciocco che sia, come quello del gelato, da come e’ costruito e dal messaggio che intende comunicare, in base ai meccanismi che hanno portato gli ideatori a realizzarlo proprio in quel modo, puo’ essere utile anche per comprendere in linea generale il carattere di un popolo riuscendo, se si e’ abbastanza abili ed intuitivi, a risalire in parte alla sua psicologia, al senso dell'ironia, a certe priorita' ed ai valori nei quali la gente si identifica. Ed osservando i vari filmati e’ possibile intravedere alcune di queste peculiarita' che, piu’ evidenti, colpiscono l'attenzione.

sabato 26 giugno 2010

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Белые ночи - Le notti bianche

Ci sono persone che hanno un dono, Irina. Qualcosa di particolare, unico, a cui e’ impossibile resistere. Un tesoro che una volta scoperto non si puo' dimenticare, non si puo' non desiderare, non si puo' non voler rubare...”

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Pionerskiy prud e’ un piccolo specchio d’acqua all’interno del Park Gor’kogo, vicino all’entrata di Sadovoye Kol’tso. Il suo nome sta li’ a ricordare i tempi in cui certi ideali avevano ancora un senso, e per rendere omaggio a quei giovani ai quali il regime aveva affidato un compito ben preciso: manifestare l’orgoglio degli eredi della rivoluzione.

Dei pionieri, prima della caduta dell’Unione Sovietica, avevano fatto parte tutti: maschi e femmine indistintamente. Era impossibile per chiunque non averla indossata quella divisa con l’immancabile fazzolettino rosso al collo. Partecipare alle riunioni e alle attivita’ giovanili che il Partito di tanto in tanto “consigliava” era obbligatorio. Com’era obbligatorio partecipare alle celebrazioni delle feste nazionali. Sarebbe stato infatti impossibile rifiutarsi, sempre che non si volesse dimostrare di non sentirsi parte del popolo, rassegnandosi ad essere sottilmente ma inevitabilmente messi in disparte per il resto della vita.

D’inverno il laghetto gela ed e’ sempre un gran viavai di pattinatori sul ghiaccio: bambini, adulti, uomini, donne, ad ogni ora del giorno. Ma in quella tiepida serata di fine giugno c’era pochissima gente. Io camminavo davanti, barcollante forse per i tacchi troppo alti e non adatti all’acciottolato di pietre e sassi, oppure per via di quel fresco vino che aveva accompagnato la nostra cena. Ero soddisfatta. Avvertivo il suo sguardo su di me, dietro di me, mentre i timidi raggi della luna si riflettevano sul tessuto argenteo del mio vestito leggero ed accentuavano le forme la’ dove lui mi diceva sempre che ero perfetta.

Perfetta… me lo ripeteva sempre. Perfetta in tutto, e perfetta sarei stata fino a quando gli avessi concesso qualsiasi cosa, accontentandolo in ogni suo desiderio. Sapevo che non avrei dovuto mostrarmi cosi’ sottomessa. Gli uomini tendono a stancarsi di chi concede troppo e troppo facilmente, e forse avrei dovuto rifiutarmi di seguirlo in quelle trasgressioni in cui lui abilmente sapeva coinvolgermi. Guardandomi allo specchio, spesso mi chiedevo se fossi davvero io quella che vi vedevo riflessa; prima di conoscerlo mai mi sarei sognata di arrivare a gestire la mia sessualita’ in quel modo, e il tutto era ormai diventato come una dolce droga per me. Una gabbia dorata dalla quale mi era impossibile uscire. E di lui, poi, ne ero pazza e provavo un perverso, intenso piacere nel constatare ogni momento quanto mi desiderava. Un desiderio che rasentava la follia.

Non riuscivo a vederlo in volto, lo sentivo pero’ camminare dietro di me e, conoscendolo, sapevo che si stava inebriando del mio odore. L’odore di un orgasmo che mi ero data da sola, in piedi di fronte ad uno specchio nel bagno di quel ristorante come lui aveva voluto. Come mi aveva ordinato. Ma anche se esausta di piacere, sentivo che il desiderio in me non si era ancora del tutto placato, e la voglia mi gridava forte dentro.

La risata genuina, il barcollare un po' incerto e la carica sessuale che mi riempiva di adrenalina mi rendevano particolarmente attraente. Sapevo di essere preda, ma anche cacciatrice; percepivo con quanta intensita’ avrebbe voluto azzannarmi, e sapevo anche dove la caccia si sarebbe conclusa. L’auto l’avevamo parcheggiata nei pressi dell’entrata del parco, isolata in un angolo poco illuminato. Non lontano, sotto la luce di un lampione, l’acqua zampillava dalla sommita' di una fontana ed eseguiva piccoli salti, disperdendosi in mille rivoli dentro la grande vasca. “Come pensieri che sgorgano impetuosi e si sciolgono nel mare dei sensi” pensai. E voltandomi lo strinsi a me cercando la sua bocca per farmi baciare. Sentii il suo abbraccio sostenermi, forte, e la sua mano che sotto la gonna m’accarezzava impudente ed avida la’ dove la mia nudita’ sprigionava acre l’aroma del sesso... e mi eccitai ancor di piu’. In quel silenzio si sentiva solo il mio respiro profondo, caldo, bagnato…

Ero un’artista in quel genere di cose. Ormai avevo imparato tutto quello che c’era da imparare, ma anche se sapevo di poter recitare la mia parte di amante perfetta ovunque e con chiunque, solo lui era capace di rendermi cosi’ spudorata, disinibita, completamente disponibile come in quel momento. Mi veniva naturale e lui mi ammirava per lo straordinario talento che possedevo nel trasformare il sesso in qualcosa di sublime. Era un dono, diceva, ed ogni volta che mi vedeva cosi’, fuori di me dalla voglia e dall’eccitazione, mi confessava che l’avermi incontrata in quel giorno lontano, quando ancora acerba ed ingenua non ero consapevole della forza della mia sensualita’, era stata la sua piu’ grande fortuna. Ed anche la mia perche’ con lui ero diventata davvero perfetta.

Con voce rauca per l’eccitazione mi confesso’ che aveva voglia di me. Subito. Senza attendere risposta mi giro’ bruscamente schiacciandomi contro il cofano della macchina. Guido’ la sua mano sotto la gonna e l’alzo' completamente scoprendomi i glutei ed esponendo il mio sesso dischiuso dal piacere. Chinandosi affondo’ la sua bocca dentro di me con voglia. Mi lecco’ e mi assaporo’ come un frutto succoso e prelibato. Poi, risalendo piano, mi bacio’ sul collo, mi mordicchio’ i lobi delle orecchie e sdraiandosi sulla mia schiena, mi avvolse con le braccia bloccandomi il seno con le mani.

Mi disse che avevo il seno caldo mentre con le dita mi torturava i capezzoli induriti. Io invece non riuscivo a parlare. Tenevo la faccia schiacciata contro la lamiera del cofano, completamente in suo potere. Sapeva di poter fare di me cio’ che voleva. In quel momento non esistevo; ero solo la materializzazione del suo desiderio, li’ solo per lui e non m’importava se qualcuno passando per caso ci avesse visti mentre stavamo scopando. Anzi, la sola idea che potesse accadere mi stuzzicava la fantasia ed aveva l’effetto di eccitarmi ancora di piu’.

Amavo essere posseduta in quel modo. Allargai ancor piu’ le gambe per godere delle sue carezze, assaporando ogni istante che precedeva quell’animalesco accoppiamento. Lui mi tiro’ con atroce dolcezza i lunghi capelli costringendomi ad alzare il viso ed io, piegando le ginocchia in modo da agganciarlo, lo ancorai a me e lasciai che il suo membro duro pulsante, ormai libero dall’inutile stoffa dei pantaloni, mi entrasse dentro scivolando in quella fontana nella quale si era bagnato tante volte.

Venni per prima io, come sempre accadeva, ma attesi che anche il suo desiderio mi esplodesse dentro riempiendomi, e poi si placasse prima di sussurrargli parole che, prima di lui, non avevo mai detto a nessuno: “Ya tebya lyublyu…”

******
...Иль был он создан для того,
Чтобы побыть хотя мгновенье
В соседстве сердца твоего?..
Ив. Тургенев

...O e’ stato creato,
Per trascorrere anche un momento
Vicino al vostro cuore?..
Iv. Turgenev

giovedì 24 giugno 2010

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Una vuvuzela vi seppellira'

Non avrei voluto scrivere questo post. So che da oggi mi procurero' qualche nemico in piu' perche' rischio di offendere la sensibilita' di chi scambia i successi della nazionale di calcio per i propri; di chi si sente superiore solo perche' undici milionari in calzoncini con nomi ridicoli (ditemi voi se "Pirlo" non fa ridere), nel rincorrere una stupida palla prendendola a calci, riescono ogni tanto ad infilarla in una stupida rete piu' di quanto facciano gli avversari.

Non mi sono mai interessata di calcio. Non mi piace, lo ritengo uno spettacolo ripetitivo, noioso, adatto a menti semplici per le quali il massimo dell'impegno cerebrale e' quello di riuscire a capire se c'era il fuori gioco oppure no, o se il fallo di mano era premeditato o involontario. E poi urlare a squarciagola quando la stupida palla ruzzola nella stupida rete, confondendo lo sport con uno spettacolo che ormai non e' dissimile da una qualsiasi Isola dei Famosi o Grande Fratello.

La ragione della mia avversita' e' che forse non riesco a comprenderlo questo gioco e me ne dispiaccio. Quindi non ne percepisco la sublime bellezza, l'immensa portata della sua potenzialita' culturale e la profondita' del suo significato. Ma stavolta, anche se gli slovacchi non mi stanno del tutto simpatici, devo dire che mi sono proprio divertita.


PS: Ma Bossi non aveva detto che l'avevate comprata questa partita? Mi pareva che lui di gente comprata un po' se ne intendesse.

mercoledì 23 giugno 2010

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Segni particolari: praticamente nessuno… o quasi

Oggi vorrei trattare un argomento leggero: tatuaggi e piercing. Voi cosa ne pensate? Vi piacciono? Li ritenete volgari? Intriganti? Ne avete qualcuno? Anche se da sempre sono attratta da questo genere di decori - alcuni sono davvero delle straordinarie opere di body art - quella che era la mia professione non mi consentiva di disegnarmi la pelle come avrei desiderato.

Draghi cinesi disegnati sul fondoschiena, anelli infilati nel naso o cose del genere: sarei stata curiosa di provare per vedere come stavo, ma di certo non mi si addicevano. Il motivo? E’ molto semplice: una cortigiana che voglia mantenere una clientela danarosa non deve mai farsi tentare da certe tendenze del momento che la possono dequalificare. Soprattutto se, come nel caso dei tatuaggi, una volta fatti non possono esser cancellati senza che ne resti traccia.

Mi sono sentita dunque in obbligo di mantenere la mia pelle piu’ intatta possibile, pulita e senza alcun segno particolare, come un foglio bianco sul quale ogni persona potesse avere l'impressione di essere la prima a scriverci. Oltre a cio’, e ad una questione che riguardava una mia fisima - essere ricordata in giro per “quella con il serpente disegnato sul culo” non era invero esaltante - i riscontri avuti parlando con le persone incontrate mi avevano resa ben consapevole che tatuaggi o piercing, fossero da evitare ad ogni costo, anche per quella reazione di diffidenza istintiva che provocano facendo immaginare strane corrispondenze con l’uso di sostanze stupefacenti, oppure con stili di vita ben lontani da quello che, per clienti di un certo tipo, una cortigiana d’alto bordo dovrebbe avere.

Sappiamo benissimo che non e’ vero e che si tratta solo di un pregiudizio, di un luogo comune. Tatuaggi e piercing non etichettano una persona come drogata oppure malavitosa. Oggigiorno e’ un fatto legato alla moda, ma credo sia impossibile evitare la correlazione che l’inconscio crea fra il buco del piercing ed altri buchi fatti con la siringa, oppure fra un tatuaggio decorativo e quei tatuaggi di chi ha passato troppo tempo in galera. E talvolta puo' crearsi la sensazione di avere a che fare con una persona che conduce un’esistenza a tinte fosche. Sono convinzioni del tutto fuori luogo, da gente con mentalita’ piccolo borghese, ma poiche’ la mia clientela era quasi tutta proveniente quell’ambiente, cio’ avrebbe significato una notevole riduzione del mio giro d’affari.

Tatuaggi troppo evidenti – che fra l’altro sono antiestetici quando s'indossa un vestito elegante o da sera - oppure piercing esasperati e troppo particolari - che possono essere anche un eccessivo numero di buchi nelle orecchie – oltretutto non rendono per niente una donna sexy, ne’ la ringiovaniscono come credono alcune, ne' sono adatti a corpi che non siano piu’ che perfetti dal punto di vista fisico, ma soprattutto creano in molti un’indefinibile sensazione di diffidenza, quando invece durante un incontro dovrebbe essere tutto il contrario, in quanto l’obiettivo primario di una professionista e' quello di rendere la persona che incontra il piu’ possibile rilassata.

Un uomo, soprattutto la prima volta che conosce una ragazza, e’ sempre un po’ teso. Anche se non lo da’ a vedere, dentro di se’ e’ continuamente in uno stato di grande agitazione dovuto a quei fattori che in definitiva sono comuni ad ogni “primo appuntamento”: la curiosita’, l’eccitazione, l’ansia… anche da prestazione. Aggiungere un ulteriore elemento di stress puo’ dunque risultare controproducente.

Se qualcuno avesse quindi in mente oggi di esaminare il mio corpo alla ricerca di tatuaggi o piercing ne troverebbe? Potrei dire di no, ma forse mentirei. Infatti, a parte tutto cio' che ho scritto, credo che talune cose, se sono minuscole, quasi invisibili, possano essere veramente sexy. Non devono pero’ palesarsi a chi osserva con occhi distratti o superficialmente. Quello che rende certi dettagli intriganti e’ che devono essere cercati, portati alla luce come tesori nascosti, inaccessibili ai piu’, ma che solo pochi riescono ad individuare e quindi ad ottenere al di la’ del fatto che una donna che esercita l’antico mestiere si conceda a chiunque la paghi. E sono proprio queste piccole cose da poco, nascoste, invisibili che fanno la differenza. Sembra incredibile, ma e’ cosi’. La bellezza di un corpo per quanto straordinaria a volte significa meno di un dettaglio, perche’ in quella piccola cosa che puo’ sembrare di poca importanza e’ spesso racchiusa un’intera storia.

Adesso lo posso confessare: anch’io ho un minuscolo tatuaggio. Individuarlo non e’ facile per chi non lo sa. E' piccolissimo e per trovarlo bisogna cercare molto attentamente, scendendo giu’ fino ai piedi. Si trova all’interno dell’alluce e vi sono indicate le iniziali del mio nome. Si' lo so, pare incoerente da parte mia se si tiene conto di tutto quello che ho scritto finora riguardo ai tatuaggi, ai fogli bianchi, alla pelle intatta e a tutto il resto, ma farmelo e’ stato come un gioco, una sfida, ed il motivo per cui ho voluto le mie iniziali invece di una qualsiasi altra cosa e’ perche’ ho pensato che chi avesse pazientemente cercato e fosse arrivato a conoscermi fino a quel punto, avrebbe meritato anche di sapere come mi chiamo.

domenica 20 giugno 2010

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Marketting

Quello che e’ davvero importante e’ il metodo. L’ho sempre sostenuto. E’ semplicemente una questione d’approccio. Di sicuro, chi e’ aiutata da un arido perfezionismo, che a tratti ha del patologico, trovera’ il tutto molto naturale. Ma di solito bastano l'impegno, la dedizione e la pervicacia. Per riuscire ci si deve credere fermamente, dimostrando un'incrollabile fiducia nelle proprie capacita’ ed uno scrupolo oltre ogni limite. Anche il background cul-turale aiuta; e’ assai importante il luogo dal quale si proviene e che ha talvolta i suoi vantaggi. Ci sono infatti ambienti dove fin da quando si e' molto giovani, s’impara a gestire la trattativa, analizzare il mercato, muoversi sul territorio infaticabili come venditrici a provvigione.

“Marketting is not the art of finding clever ways to dispose of what you make. It is the art of creating genuine customer value” ha detto Philip Kotler. Non so se siano state queste le sue esatte parole, in ogni caso, tradotto, significa: il marketting non e’ l'arte di trovare modi intelligenti per disporre di quello che fai. E’ l'arte di creare reale valore per i clienti. Per cui ricordare le quattro P del marketting mix e’ in questo caso indispensabile. Non che sia facile applicarle al nostro modello, ma di sicuro chi ci riesce e’ in grado di ottenere grandi e redditizie soddisfazioni.

La prima P, come “Prodotto”, e’ quella sulla quale ho sempre avuto qualche dubbio; almeno per quanto mi riguarda. Devo essere sincera; anche se mi hanno sempre assicurato che sono una bella donna, con un corpo sinuoso e molto sensuale, personalmente non mi sono mai ritenuta tale. Tuttalpiu’ potrei ritenere di rientrare nella norma. Si’ certo, so di avere qualche piccola particolarita’ che molti considerano apprezzabile, ma chi non ne ha? In ogni caso sono convinta che difficilmente potrei riuscire ad essere davvero appetibile senza un adeguato make-up o senza mettere una certa cura nel “packaging”. Preferibilmente con un look abbastanza costoso - esiste un motivo ed e’ collegato alla seconda P. Non si deve dunque badare ai soldi quando si tratta di spendere per l’abbigliamento. Soprattutto se il denaro non e’ nostro e si tratta di regalini extra; come accade molte volte. Comunque, si deve prestare attenzione ad evitare un tipo abbigliamento troppo trendy o da ragazzina, in quanto risulta essere fuori luogo per il genere di clientela che si frequenta.

La seconda P e’ il “Prezzo”. Non ci si deve mai svendere. Se si hanno le carte in regola, puntare il piu’ in alto possibile non solo si puo’, ma si deve. E’ essenziale che chi acquista percepisca il valore, la rarita’ e la ricercatezza del prodotto, ed in questa ottica l'approccio ambizioso e’ appunto sinonimo di tutto cio’. Il mercato tende a ricompensare il venture capital ed un’alta valutazione iniziale, anche se soggettiva, alla fine dara’ i suoi frutti al di la’ delle inevitabili critiche e lamentele che possono giungere dalle tante volpi che non riescono – e mai riusciranno - ad arrivare all’uva.

La terza P e’ il "Punto vendita". Come e dove posizionarsi. Quindi la scelta del mercato di riferimento considerando le problematiche logistiche da affrontare, e gestendone i tempi e gli spazi. Non e’ dunque solo la scelta se preferire di essere una Porsche oppure una Panda (problematica ricollegabile al packaging), il succo e’ studiare il mercato in ogni suo aspetto cosi’ da comprenderlo bene prima di avventurarvisi. Conoscere il territorio tenendo presente che il ghiaccio al Polo Nord e’ qualcosa di totalmente invendibile, per questo e’ perfettamente inutile scegliere il punto vendita laddove esiste gia’ una concorrenza agguerrita e magari fornita di prodotto migliore e a minor prezzo del nostro. Passare al setaccio tutti gli sbocchi, dunque, e capire anche quando e’ indispensabile alleggerire la pressione di vendita laddove esista un mancato assorbimento del prodotto, sia per riduzione dell’interesse, sia per una diminuzione della capacita’ di spesa della clientela abituale.

Infine la quarta P: la "Promozione". E’ il marketting in senso stretto. O meglio, quello che i profani ritengono tale: e’ la comunicazione - verbale e non -, le pubbliche relazioni, la pubblicita’ e tutto cio’ che occorre a far conoscere il prodotto. E’ in definitiva smerciare qualcosa di diverso da cio’ che si e’, da quello che e’ reale, da come siamo veramente.

Se utilizzato nel modo corretto il marketting mix e’ qualcosa di davvero fenomenale, efficace in qualsiasi settore dell'economia. E dal momento che “l'economia e’ vita”, e’ uno strumento assai utile anche per chi sceglie di percorrere quella strada che ho percorso io.

mercoledì 16 giugno 2010

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Avete votato er nano? Emmo' piatevelanderculo!

Suvvia, ma e' vero che in Italia non avete la democrazia? Ma com’e’ possibile? Non lo posso credere. Ero convinta che la vostra fosse una "repubblica democratica" ed invece scopro adesso che non lo e’. E se lo dice lui che non lo e’, dobbiamo credergli. Lui non mente mai. Lui e’ il miglior primo ministro degli ultimi 150 anni. Ha piu’ di una volta salvato il mondo, ed e’ un uomo che - si sa - pensa solo al vostro benessere. Chi sarebbe cosi' sciocco da non credergli?

Nessuno!

Quindi, quand'e' che vi deciderete a cambiare la Costituzione cosi’ da avere anche voi una vera democrazia? Non desiderate un paese migliore, senza comunisti, disfattisti, pessimisti portatori di sfiga? Lasciate che ci pensi lui. Ha saputo o no dimostrarvi di essere un imprenditore capace? Ha saputo o no gestire le sue aziende in modo eccellente? Voi forse non ci avete fatto caso, ma mentre avevate la percezione che tutto il resto dell'Italia se ne andasse in merda - solo la percezione - lui non si e’ mai fatto prendere dal pessimismo. Non si e' mai arreso. Anzi, nonostante la situazione internazionale gli remasse contro, gli oppositori gli mettessero i bastoni fra le ruote, i giudici comunisti lo perseguitassero ogni momento, le sue aziende sono riuscite a conseguire risultati incredibili, realizzando utili mai fatti, rendendolo uno degli uomini piu' ricchi non solo in Italia, ma anche nel mondo.

Se dunque lo lascerete tranquillo e libero di gestire le cose, cosi’ come ha fatto con le sue aziende, non solo salvera’ l'Italia dal disastro, ma addirittura vi troverete tutti quanti a vivere un nuovo Rinascimento. Senza capire come, dalla sera alla mattina vi ritroverete ad essere tutti miliardari come lui. Voi signori uomini potrete finalmente trombarvi quelle veline porcelline con le tette sode e le gambe snelle che tanto vi fanno sbavare in tv, il tutto fra una capatina al club del golf, una corsa in Ferrari, una nuotata nella piscina della vostra villa ed una regata in Costa Smeralda. Mentre voi, care signore donne, una volta terminata la partita di burraco con le amiche, fra un pettegolezzo e l'altro, dopo aver dato i compiti alla servitu’ perche’ tutto sia perfetto per la cena, prima di recarvi alla Scala potrete fare un po' di shopping nei migliori negozi di Montenapo o, se abitate a Roma, di via Condotti accompagnate come sempre dal vostro fedele autista-bodyguard privato che vi aiutera’ a portare i pacchi e non solo.

Se avete dei figli, li affiderete all'amorevole tata che se ne prendera' cura quando sarete impegnate dall'estetista (o con l'autista) e quando saranno piu’ grandi, dopo il collegio svizzero potranno frequentare la Bocconi che li formera’ e fara’ di loro dei veri uomini liberi e consapevoli della propria capacita' imprenditoriale che potranno esercitare con successo nell'aziendina di famiglia.

Anche i vostri vecchi vivranno felici e contenti, perche’ non solo non si ammaleranno piu’ di cancro, che' sara' finalmente sconfitto, ma avranno una vita lunga fino a 120 anni, assistiti da graziose badanti ucraine. In un’Italia cosi’, posso assicurarvi che persino i cani saranno in grado di cagare caviale, e le fontane zampilleranno Moët et Chandon. Se non ci credete, lasciatelo provare e vedrete che lui realizzera’ ogni vostro sogno.

Ma non potrete avere tutto questo se prima non acconsentirete a diventare un paese democratico, cambiando la Costituzione nel modo in cui lui vi indichera'. Guardate la Russia, la Bielorussia, la Libia, l’Arabia Saudita dove i governanti, persone stimate ed ammirate che gli sono molto amiche, sono in prima linea ogni giorno per dare democrazia e benessere al loro popolo. Prendete a modello queste nazioni libere, democratiche, civili. Ispiratevi al loro ordinamento giuridico ed istituzionale, scuotetevi di dosso il vecchiume fatto di ideologie ormai sorpassate, non date retta a quello che scrivono i giornali esteri invidiosi, non credete a chi vi racconta che in Italia la gente e' pronta a vendersi un rene per riuscire a tirare avanti. Ritrovate un po’ di quell’ottimismo che vi contraddistingue, riappropriatevi di quel sorriso che vi e' proprio e che i governi della sinistra, fortunatamente defunti, hanno purtroppo spento sul vostro volto rendendovi tristi, rassegnati… con le facce da sfigati cronici.

Anche se a voi pare ormai che la cacca abbia superato i livelli di guardia, se credete che al peggio non ci sia mai fine, considerate che si tratta solo di una vostra percezione: la crisi non esiste. E cercate una volta per tutte di affrontare con ottimismo e fiducia il futuro. Quel futuro che il vostro presidente che tanto vi ama riuscira’ a rendere migliore solo se gli permetterete di cambiare quella maledetta Costituzione che impedisce a lui di governare ed a voi di essere liberi perche’… perche’… cantate con me:
Perche’ il presidente e’ buono,
perche’ il presidente e' bello,
perche’ il presidente e’ dolce,
perche’ il presidente e’ vero,
perche’ il presidente vi ama,
e lo fa una da una vita intera,
perche’ il presidente e’ il sogno,
perche’ il presidente e’ il sole,
perche’ il presidente e’ un santo
e non potra’ mai farvi del male.
* Il titolo del post e' tratto da un commento di Amadiro nel blog di Lameduck.

domenica 13 giugno 2010

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Camminare masticando la gomma

Si’, lo ammetto. Nell’ultima settimana ho disertato il web. Mi sono affacciata pochissimo su tutto quello che e’ questo mondo virtuale. Ho lasciato perdere Facebook, ho snobbato Second Life, e mi sono assentata persino dal blog. Infatti, l’ultimo post risale a sette giorni fa e da quando questo spazio e' stato aperto, non era mai intercorso un intervallo cosi’ lungo.

Mi sono limitata a rispondere esclusivamente ai commenti, tralasciando tutto il resto. I motivi che mi hanno tenuta lontana sono diversi, ma prima di dirveli lasciate che faccia un lungo preambolo e vi spieghi quali caratteristiche dovrebbe avere una persona per piacermi. Non che con questo voglia atteggiarmi a maestra di vita, non ne avrei i titoli, tuttavia ritengo che confessarvi cio’ che mi piace, o non mi piace possa aiutarvi a capirmi meglio. Sempreche’ v’interessi conoscermi.

Per prima cosa, come credo sia normale per chiunque, e' indispensabile che ammiri quella persona. Non so spiegare bene adesso cosa debba avere di specifico per suscitare questa ammirazione. Ogni persona, essendo diversa, esprime sempre qualcosa d’imprevedibile. Pero’ se c’e’ una cosa che non sopporto e’ la boria, la prosopopea, l’eccessiva considerazione di se’. Per cui ritengo che l’umilta’ sia un valore essenziale. Non potrei mai ammirare una persona che si auto incensa e da sola si attribuisce un valore tutto suo. Il nostro valore, piccolo o grande che sia, non possiamo darcelo da soli. Pero’ si puo’ tenere un comportamento tale che altri, coloro che stimiamo, ci considerino comunque qualcosa che vale, cosicche’ dentro di noi possa nascere quella corroborante consapevolezza di essere apprezzati da qualcuno.

Altra caratteristica gradita e’ la sincerita’. Non ha senso una relazione con chi ci usa solo per propinarci le sue balle. Le menzogne, oltre ad avere le gambe corte, attirano altre menzogne in un vortice perpetuo ed alla fine il risultato e’ che tutto quanto si traduce in un’enorme menzogna, oppure nella frustrazione di chi si e’ fatto ingannare ingenuamente. Con cio’, detesto l’ipocrisia. Stimo invece chi dice le cose come stanno, chi non si crea scrupoli nel dire la verita’, anche se cio’ puo’ risultare doloroso. Anzi, e’ proprio quando si tiene particolarmente a qualcuno che la sincerita’ diventa un valore essenziale.

Ultima cosa, ma non in ordine d’importanza, che si dovrebbe avere per piacermi, e’ il senso di liberta’ proprio ed altrui. Riconoscere ed apprezzare la liberta’ di tutti e’ un valore per me indispensabile. Far capire alle persone con le quali leghiamo che non solo non le dominiamo, ma che neppure pretendiamo che si sentano in obbligo con noi, evita che vengano a crearsi quei sensi di colpa che troppo spesso sono all’origine di ogni incomprensione e sofferenza.

Si deve accettare cio’ che ci viene donato senza pretendere di piu’. Niente e’ dovuto, lo dico sempre. Non siamo onnipotenti, non siamo i padroni del mondo, le persone non ci appartengono e non possiamo gestire i loro sentimenti. L’unico potere che abbiamo riguarda solo noi stessi: e’ quello di agire sui nostri comportamenti, come ho gia’ spiegato, in modo da creare una condizione in cui gli altri provino per noi dei sentimenti che ci appaghino, in un rapporto biunivoco che si autoalimenta e tende sempre piu’ a rafforzarsi.

Ma oltre alla liberta’ altrui non dobbiamo dimenticarci della nostra. Ed e’ qui che scatta il meccanismo della dignita’, che si deve curare e coltivare come qualcosa d’insostituibile. Mai dare a qualcuno l’idea che rinunciamo alla liberta’ e alla dignita’, neppure per amore. Se lo facessimo significherebbe svendere cio’ che abbiamo di piu’ prezioso e ve lo posso dire per esperienza, quando iniziamo a svenderci non sappiamo mai dove arriveremo; a poco a poco, si perdera' la stima non solo di coloro ai quali ci siamo svenduti, che ci considereranno per sempre senza valore, ma soprattutto di noi stessi. Essere liberi, quindi, ad ogni costo, fino in fondo, non accettando compromessi e difendendo quella liberta’ come l’ultimo baluardo oltre il quale ci sara’ solo il nostro totale annientamento.

Ma cosa significa essere liberi? Onestamente non so cosa significhi per voi. Ciascun s’interroghi sul significato della parola liberta’, la sua, ma per me significa avere sempre una possibilita’ di scelta; poter decidere se intraprendere una via o l’altra. Non mi piacciono le strade sbarrate. Soffro di clausrofobia esistenziale: le sbarre, le prigioni, le strade chiuse, anche ideologiche, mi soffocano, mi fanno star male. Cio’ non significa che le strade io le voglia percorrere tutte; magari alcune non sono adatte a me e per una qualche ragione rifiuto di intraprenderle, ma deve essere appunto il mio arbitrio (libero) a decidere il mio comportamento morale e non viceversa.

Questo concetto puo’ sembrare di non facile comprensione, percio’ vorrei fare un semplice esempio: pur non essendo mai stata una fumatrice, pur ritenendo che il fumo uccida, pur non sopportando chi mi fuma accanto, impedire tout court il fumo sarebbe negare la liberta’. Non solo quella di chi fuma, ma anche e soprattutto la mia. Perche’ io voglio avere la liberta’ di decidere di fumare oppure no. Anche se poi non lo faccio e so che probabilmente non lo faro’ mai.

Quindi essere liberi di fumare significa liberta’? Non del tutto. Solo fino al momento in cui il nostro libero arbitrio potra' decidere anche di smettere. Ma una volta che il fumo prendesse il controllo della nostra vita si potrebbe ancora parlare di liberta’? Un fumatore incallito che, se gli mancano le sigarette, non riesce a pensare ad altro e magari percorre chilometri per trovarle, e’ ancora una persona libera? No, non lo e’. Se non esiste piu’ la scelta, se non si ha modo di poter resistere decidendo noi quando e come gestire qualcosa, la liberta’ finisce e si diventa schiavi. Sappiamo che e’ sbagliato, che siamo dominati da un vizio, ci disprezziamo per questo, ma non riusciamo ad evadere da quella prigione che ci siamo costruiti intorno. Cio’ puo’ riguardare qualsiasi vizio. Si puo’ parlare del fumo, ma si puo’ facilmente arrivare ad altri vizi come la droga o anche l’eccessivo uso del computer.

Tutti sappiamo come il computer tenda a creare dipendenza. Ormai gli studi in questo settore dimostrano che si tratta di una vera e propria droga e chi ne abusa alla fine ne resta prigioniero. Non mi meraviglia quindi leggere di episodi come QUESTO. I bambini, soprattutto, perche’ privi di un’autocoscienza evoluta, sono i primi a soccombere a tali dipendenze, come avviene anche con l’uso eccessivo di televisione. E su questo punto ci sarebbe da fare tutto un discorso su un determinato tipo di educazione e su come moltissimi genitori non siano adatti al loro ruolo, ma anzi creino danni irreparabili. Pero' anche gli adulti cadono nella rete mentale che internet ed il virtuale tendono a chi, sprovveduto, crede di poter smettere quando vuole.

In realta’ non e’ cosi’, ne ho gia’ parlato QUI. Chi diviene dipendente tende a negare di esserlo, inventa giustificazioni, s’inventa che il computer gli serve per lavorare oppure dice che si tratta solo di un gioco che puo’ cessare in qualsiasi momento egli voglia, ma sa che non e’ vero. Ho saputo di chi ormai vive connesso alla rete per ventiquatr'ore al giorno ed ogni volta che e’ costretto a scollegarsi, ad esempio per recarsi dal medico, conta ad uno ad uno i secondi che lo separano dal momento in cui potra’ accedere nuovamente al web. Ha il pensiero talmente occupato dalla sua esistenza virtuale che, come un fumatore incallito, crede di avere in ogni caso il tempo per smettere.

Secondo queste persone, comunque, “fumare fa bene”, cioe’ il computer e’ uno strumento che esalta le loro facolta’ cognitive ed aumenta la loro efficienza. Credono che essere in grado di poter fare piu’ cose contemporaneamente, acquisire informazioni, comunicare, giocare, eccetera - ovvero cio’ che si chiama multitasking - rappresenti qualcosa d’incommensurabile utilita’. Il multitasking invece, chi mi conosce lo sa, io l'ho sempre osteggiato; forse perche’ non sono mai stata capace di affrontare piu’ cose in contemporanea. Il massimo del mio multitasking e’ riuscire a camminare masticando la gomma, percio’ capirete come ho a lungo invidiato chi, come se niente fosse, chattava separatamente con dieci diversi interlocutori e allo stesso tempo, non aveva problemi a sfidare gli orchi in Warcraft, raccogliendo patate in Farmville, documentandosi su Wikipedia e guardando un video su youtube.

Pare infatti che la sovraesposizione a stimoli continui, il controllo ossessivo delle email, il gestire contemporaneamente tre o quattro finestre di internet, modifichi in modo sensibile i comportamenti, e soprattutto crei l’illusione di poter essere onnipotenti, di poter usare le capacita' cerebrali al massimo. Quando in realta’, dato che il cervello non e’ un microprocessore, il primo effetto del multitasking e’ quello di perdere la capacita’ di distinguere cio’ che e’ importante da cio’ che non lo e’.

Percio' il multitasking non aiuta a fare le cose meglio come si tende a credere, e recenti studi condotti da alcuni neurologi statunitensi dimostrano in modo impietoso che, quando si fanno piu’ cose contemporaneamente, le cose vengono fatte peggio e non si riescono a distinguere le informazioni essenziali da quelle accessorie. La persona si sente si’ piu’ produttiva e concentrata, ma e’ una percezione errata in quanto la realta’ e’ l’esatto contrario: il pensiero si fa frammentato, lo stress aumenta ed anche quando il computer viene spento il cervello continua a lavorare allo stesso modo.

Ci sono dunque studi scientifici che dimostrano in modo inequivocabile come il computer non solo stia inesorabilmente cambiando il nostro modo di pensare, ma soprattutto se usato in modo improprio, cioe’ come sostitutivo della realta’, finanche surrogato di amicizie, affetti ed altro, possa veramente danneggiare in modo definitivo la vita delle persone costringendole alla virtualita’ come unico luogo dell’esistenza. Chi diventa dipendente infatti dimentica gli impegni presi e tende ad organizzare il proprio tempo in base alle esigenze dettate dal virtuale, come chi si alza nel cuore della notte per raccogliere le patate in Farmville o incontrare il proprio partner sessuale in Second Life.

Cosi’, tenuto conto di tutto questo e facendo le dovute considerazioni, complici le belle giornate ed il caldo degli ultimi giorni, ho voluto dirottare il mio interesse altrove, lontana dal pc, verso qualcosa di piu’ concreto e tangibile, dedicandomi al benessere del mio corpo e della mia mente, recidendo in parte quel cordone ombelicale che il collegamento internet troppe volte rischia di diventare allorquando si oltrepassa la misura. Ho quindi voluto esercitare ancora una volta la mia liberta’, provando a me stessa di essere in grado di gestire la passione che ho per il virtuale, ma fino al punto di non farla diventare qualcosa di dannoso. Ed e’ per tale motivo che, solo adesso, dopo una settimana, torno a scrivere un post sul blog.

Bene, ho terminato. Spero di non vi siate annoiati. In questo momento, mentre termino di scrivere, il treno sta per arrivare a Budapest. A minuti saro’ a Keleti pu. Forse faro’ una foto, forse no, poi con il taxi fino a casa. Pero’ non mi colleghero’ subito, non pubblichero’ immediatamente questo post. Lo faro’ piu' tardi, molto piu' tardi, con comodo, dopo mezzanotte, una volta che avro’ assaporato completamente la mia giornata.

Come ho detto non riesco ad essere multitasker; se faccio una cosa non faccio l’altra ed il mio cervello, come il mio cuore, riesce a processare solo una cosa alla volta, una dopo l’altra, in sequenza, privilegiando quella che ha maggiore importanza. Ed anche se camminare masticando la gomma puo’ riuscire anche a me, vi prego, non chiedetemi di piu’… potrei inciampare e cadere.

domenica 6 giugno 2010

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Le mirabolanti avventure di Klára, Mariska e Zsanika contro la perfida schiuma depilatoria

Era una cupa ed inquietante sera di fine maggio e per quanto fosse ormai quasi estate, un cielo minaccioso, nero e denso di nubi si accingeva ad inghiottire il dolce crepuscolo della sera transilvana, preavvisando il temporale con un preludio di boati e bagliori all'orizzonte. Fu quello il momento in cui Klára Mariska e Zsanika decisero che era la sera giusta per dedicarsi ai loro tremendi esperimenti. Avevano intenzione di preparare un nuovo prodotto, qualcosa che si potesse usare in modo turpe, criminoso, per lucidare scarpe, per attaccare i manifesti e, volendo, anche come crema in grado di rimuovere quell’inestetismo talmente orrido da affliggere tante donne, e conosciuto col nome di peli superflui. Senza perdere tempo si misero al lavoro…

La venefica sostanza avrebbe previsto l'uso di alcuni ingredienti fra i piu’ micidiali che le tre sorelle avessero mai pensato di usare. Tutto cio' per ottenere un composto che:

- debellasse ogni vittima all'istante
- lucidasse le scarpe al solo guardarle
- incollasse i manifesti anche lanciandoli da lontano
- si potesse spalmare agevolmente facendo una morbida schiuma che, una volta lavata via, rimuovesse ogni traccia di peluria, lasciando la pelle liscia e profumata.

Nel loro tetro laboratorio situato alle pendici dei Carpazi dentro un anfratto ricavato nella roccia, mentre fuori infuriava il temporale, Klára Mariska e Zsanika predisposero tutti gli ingredienti...

Acqua di palude mefitica,
occhi di drago liofilizzati,
ali di pipistrello grattugiate,
piume di uccello notturno impotente,
peli di pube di lupo mannaro albino,
unghie di millepiedi zoppo,
coda di salamandra nel plenilunio,
polvere di chiesa sconsacrata,
olio magico di Samarcanda,
succo di aloe incantato,
burro di karite’ stregato,
burro di cacao fatato,
emulsionante miracoloso,
cheratolitico prodigioso
… ed infine l’ingrediente piu’ tremendo di tutti: il maledetto sapone di Marsiglia in scaglie.

Versarono il tutto in un grosso recipiente a forma di trullo d'Alberobello acquistato come souvenir durante la loro vacanza sul Gargano, e lo misero a bagnomaria in acqua di palude che bolliva nel pentolone sul fuoco. La miscela incomincio’ a disciogliersi lentamente… molto lentamente… troppo lentamente…

Passarono le ore, nel frattempo furono preparati unguenti da imbalsamazione per pesci rossi, creme ingrassanti per fate anoressiche, fluidi mortali, effluvi di ogni tipo ed altri prodotti molto richiesti. Ciononostante il terribile miscuglio faceva fatica liquefarsi. Cosi’, le tre zingare, dopo essersi guardate negli occhi con aria complice, presero una decisione terribile ma necessaria. Munite di frullino Minipimer, normalmente usato come sbatti uova per la maionese o lo zabaione, ne ruotarono la manopola alla velocita’ massima, sulla posizione “tornado infernale: lasciate ogni speranza o voi che frullate”, e ci dettero dentro con vigore, sperando che con le maniere forti avrebbero convinto quel dannato composto a sciogliersi.

Purtroppo si sbagliavano. Non avevano considerato che l’orrida sostanza, sentendosi aggredita da quello strumento diabolico, potesse ribellarsi. E cosi’ accadde; rattrappendosi sul fondo del recipiente, che era fondo come un pozzo senza fondo, il composto formo’ un agglomerato duro e opaco come un lago pieno di fango, cosi’ torbido come un cielo d'inverno sempre cupo.

”Bene!” disse Klára. “La colla per attaccare i manifesti sembra pronta.”
Le fece eco Mariska. “E a giudicare dal colore parrebbe anche ottima per lucidare le scarpe…”
“Purche' siano color marrone.” prosegui’ Zsanika. “Peccato che dovesse servire anche come schiuma depilatoria."
“Ancora non ci siamo!” concordarono tutte e tre in coro.

Quindi, preso un recipiente piu’ grande, si accinsero al travaso... e qui si resero conto che il miscuglio aveva assunto ormai vita propria! Non voleva assolutamente saperne di uscire dal trullo d’Alberobello, e convincerlo a staccarsi fu davvero un bel daffare. E quando finalmente l'ultimo blocco del composto si stacco’ dal fondo cadendo nel nuovo contenitore con uno straziante quanto orribile lamento da bestia ferita, le tre sorelle decisero che quella materia non poteva averla vinta, e il tutto fu messo direttamente sulla fiamma. "O si sarebbe liquefatta oppure si sarebbe carbonizzata." pensarono. In tal caso avrebbero perduto sia la colla sia la cera da scarpe, ma avrebbero distrutto quell’essere immondo che involontariamente avevano evocato.

Insistendo con il frullatore, il blocco alla fine si amalgamo’, ma cosi' parve prendere forza e passo’ al contrattacco. La massa informe prese a solidificarsi, formando un blob denso e viscoso che aggrappandosi alle pale del frullatore con tutte le sue forze, gli impediva di girare.

"Liquidartibus!" gridarono all’unisono Klára, Mariska e Zsanika versando altra acqua di palude e altro succo di aloe nel recipiente, mentre fuori il temporale con i tuoni ed i fulmini raggiungeva il culmine della sua furia.

"Blah! Skiff… skiff!" sputacchio' il blob assaggiando l'amarissimo aloe.

Approfittando di quell’attimo di smarrimento, ed insistendo con il frullatore tornado infernale, dopo qualche altro giramento di pale (ho detto pale), le tre imperterrite ridussero finalmente alla ragione quell’ignobile materia. Ma si sa, talvolta l'ambizione porta gli esseri umani a voler strafare, quindi alla rovina. E fu cosi’ che la nostre zingare, pensando di rendere piu’ schiumoso il tutto, vollero usare il frullino per la panna montata. Non lo avessero mai fatto! Un paio di frullate e l’orrendo mostro, nel prendere aria, si rigenero’ acquistando nuova vita.

Inizio’ quindi a gonfiarsi… a gonfiarsi... a gonfiarsi… assumendo un aspetto sempre piu’ simile a quello dell’omino Michelin, tanto che ad un certo punto il recipiente non riusciva piu’ a contenerlo. Klára ebbe l’idea di trasferirlo in qualcosa di piu’ capiente e lo rovescio’ in una grossa insalatiera. Ma il blob si dilato’ ulteriormente fino a riempirla tutta, finanche a traboccare dai bordi.

Prima che fosse troppo tardi, Mariska agguanto’ dei vasetti ed inizio’ a raccoglierlo chiudendolo dentro, avvitando bene il tappo. Ma non basto’… il mostro continuava ad uscire dall’insalatiera e stava quasi per soverchiarla... quando Zsanika, prontamente, afferro’ la vaschetta di plastica vuota della mozzarella di bufala italiana in vendita al supermercato locale per soli (si fa per dire) duemila fiorini, che veniva gelosamente conservata perche’ adattissima anche al trasporto delle albicocche mature senza che si spiaccicassero, e v’infilo’ quello che rimaneva della spuma vivente.

Lavarono il laboratorio a fondo per ben due volte, e si fecero tre docce per togliersi di dosso quella roba che era finita dapperutto… proprio dappertutto. Quindi, presero i vasetti riempiti con il terribile intruglio, ci attaccarono sopra l’etichetta “miracolosa crema depilatoria” e la disposero in bella mostra sugli scaffali e nella vetrina della bottega, pronta ad essere venduta a chi, passando da quelle parti, l'avesse richiesta.

mercoledì 2 giugno 2010

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Tutto quello che avreste voluto sapere sull’Ungheria e non avete mai osato chiedere

Ah, dunque sei romena…
No… ungherese…

Si’, va bene, ungherese, romena, bulgara…
No, ho detto ungherese. UN-GHE-RE-SE.

Quindi sei di Bucarest?
No, non sono di Bucarest. Che c’entra Bucarest?

E’ la capitale dell’Ungheria, no?
No, non lo e’. La capitale dell’Ungheria e’ Budapest. BU-DA-PEST.

Ah, certo... Budapest. Ma e’ vero che e’ una citta' divisa in due? Buda e Pest?
Guarda che non ci hanno costruito un muro, sai? In ogni modo si’, esiste Buda ed esiste Pest, che una volta erano separate dal Danubio, ma poi in seguito si sono fuse dopo la costruzione di un ponte. Miracoli della tecnologia! Buda, sulle colline, e’ rimasta antica, mentre Pest e’ la parte moderna, ed e’ il centro degli affari della citta’.

Ma come si pronuncia, Budapest o Budapesht?
Per la verita’, la pronuncia esatta sarebbe Budopesht, perche’ in lingua ungherese la “a” e’ molto chiusa, quasi come una “o”. E’ invece la "á" accentata che si pronuncia come una “a” italiana.

E tu vivi a Buda o a Pest?
Io veramente non vivo ne’ a Buda, ne’ a Pest. Sono un po’ misantropa, non mi piacciono molto le grandi citta’. Vivo in campagna.

Siete ancora comunisti?
Gli ungheresi sono stati i primi a ribellarsi ai sovietici nel 1956. La rivoluzione falli’ e fu repressa nel sangue. Ti assicuro che qui nessuno ama quello che viene chiamato il "cinquantennio". Anzi, oggi esiste addirittura un forte sentimento nazionalista e di destra che vorrebbe che l’Ungheria rientrasse in possesso di quei territori che col trattato di Trianon, dopo la Prima Guerra Mondiale, furono ceduti alle nazioni confinanti.

E' vero che siete i discendenti di Attila?
No Attila era un unno. Gli ungheresi non sono discendenti degli unni, bensi’ dei Magiari, la piu’ grande delle tribu’ degli Ungari. Pero’ molti uomini qui portano il nome Attila.

Esiste il salame ungherese?
Credi forse che in Ungheria sia vietato produrre il salame?

Ed il famoso Gulasch?
Gulasch e’ il termine tedesco. In magiaro e’ Gulyás e si pronuncia gujash. E’ per noi un piatto popolare, ma non lo mangiamo molto frequentemente. Al massimo sette, otto volte l’anno.

E' vero che in estate ci sono molti festival di musica?
Si’. Ai giovani ungheresi piacciono molto questi raduni. Quello piu’ famoso e’ lo Sziget Festival che si svolge ogni estate a Óbudai-sziget, una grande isola sul Danubio e dura una settimana. Ma festival di questo tipo ne trovi in tutta l’Ungheria. Anche dove vivo io, l’Hegyalja Festival, dove per quattro giorni giovani provenienti da ogni parte d’Europa, si divertono ascoltando musica dal vivo.

In Ungheria ce l’avete l’euro?
No, non ancora, e forse non l'avremo mai.

Ma li accettate i pagamenti in euro?
Tu in Italia li accetteresti pagamenti in forint ungheresi?

Li’ da voi la gente e’ povera?
L’Ungheria non e’ certamente un paese ricco, anche se fra i paesi dell’ex blocco sovietico e’, insieme alla Repubblica Ceca, quello dove la qualita’ della vita e’ migliore. Budapest, dove vive circa un terzo dell’intera popolazione ungherese, e’ una metropoli simile a qualsiasi altra metropoli nel mondo, dove trovi davvero tutto; rappresenta la parte dove e’ concentrata oltre la meta’ dell’attivita' economica del paese ed e’ una citta’ abbastanza ricca. Tutto il resto, invece, dal punto di vista di un italiano, puo’ apparire alquanto desolato.

Costa molto vivere in Ungheria?
Dipende dove. A Budapest le case hanno dei prezzi abbastanza elevati, ed anche il costo della vita e’ alto. In ogni caso e' sempre un buon 30% inferiore a quello di Milano.

Ci vivono molti italiani in Ungheria?
Nella mia piccola citta’ no. Pero’ a Budapest ce ne sono abbastanza. In centro i piu’ prestigiosi negozi di moda sono di proprieta’ di italiani. E poi ci sono ristoranti italiani un po’ ovunque. Anche nei piccoli centri, dove e’ diffusa la produzione di scarpe, trovi molti italiani, soprattutto veneti che hanno aperto fabbriche per produrre a basso costo.

Che cosa pensano gli ungheresi degli italiani?
Fino a qualche anno fa, ovvero prima della crisi, pensavano esattamente quello che voi pensavate una volta degli americani: soldi, bella vita, consumismo e grandi opportunita’ di ricchezza. Oggi tutto cio’ e’ decantato ed un po’ si e’ ridimensionato. Pero’ dell’Italia ci rimane ancora l’immagine di un paese pieno di persone allegre che parlano gesticolando con le mani, che amano le belle cose e mangiare bene. E poi e’ nota la passione che gli uomini italiani hanno per le belle ragazze.

Giusto! Parliamo un po’ delle ragazze…
Le ragazze ungheresi sono mediamente carine, secondo quelli che possono essere i canoni estetici attuali. A Budapest, Váci utca durante certe ore diventa quasi una passerella di moda da tante belle ragazze che ci sono. Come carattere, noi ungheresi siamo generalmente easy going, tanto che se paragonate con le italiane possiamo sembrare addirittura anche fin troppo disponibili. Se non siamo impegnate sentimentalmente, accettiamo volentieri gli inviti di chi ci piace e sa come comportarsi. Pero’ devi fare attenzione perche’ non tutte lo fanno solo per piacere. Molte, anche se non sono prostitute, sono pagate dai locali e night club per attrarre clientela. Ci sono ragazze che si fanno rimorchiare dai turisti e li portano nei posti dove questi possono essere spennati a dovere.

E tu che ci fai qui da sola?
Niente... mi sto annoiando. Senti, c’e’ un localino qui vicino che e’ l’ideale per parlare e per conoscersi bevendo qualcosa. Che ne diresti di accompagnarmi?

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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