lunedì 27 aprile 2015

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Ladro di sogni

Ladro di Sogni – di Sergio Paoli – e’ un romanzo ambientato nei fatiscenti sobborghi milanesi, in una realta’ lontana dal lusso di via Montenapoleone, lontana dai riflettori sparati sul fantomatico benessere lombardo e dalle chiacchiere politichesi sull’Expo 2015.

Protagonista e’ il vicecommissario Marini, idealista d’altri tempi animato dal desiderio di ricercare la “verita’” a dispetto di quello che vorrebbe “la piazza”; convinto della necessita’ di difendere la democrazia e, nel contempo, disincantato per via dell’amara consapevolezza che la liberta’ di un popolo (quello Rom) e’ gravemente ostacolata dai “potenti” che tramano all’ombra del proprio esclusivo tornaconto violando impunemente il rispetto delle regole a scapito delle “persone normali”.

La dimensione nella quale Sergio Paoli ci cala e’ quella di una provincia milanese grigia e senza speranze, cupa, decadente, rovinosa. Razzismo, pedofilia, criminalita’ informatica, xenofobia, pregiudizi, odio razziale, paure ancestrali, visioni parziali della realta’, sono alcuni dei temi trattati all’interno di questa storia imperniata su due delitti solo esteriormente slegati. Quello di Giampaolo Rusconi, straccione isolato dal mondo e persino dal campo nomade che ospita la propria fatiscente roulotte, e Annamaria Bianchi, classica brava ragazza impiegata all’universita’.

Dalle indagini, emergeranno cospirazioni che vedono il coinvolgimento di figure “insospettabili”, i furbi e i viscidi, i soliti arroganti che fanno affari loschi e sfruttano le situazioni sociali di degrado per monetizzare la miseria altrui, in un contesto che ci svela tutta l’ipocrisia di una societa’ (e di un Paese intero) sempre piu’ marcatamente divisa tra ricchi, potenti e prepotenti senza scrupoli da un lato, e i personaggi marginali tipici di ogni grande citta’ dall’altro. E con arguzia e autentica sensibilita’, l’autore ci invita ad una riflessione, ricordandoci che, con ogni probabilita’, non si nasce criminali ma lo si diventa, nostro malgrado, in risposta ad un’offesa subita.

Questo un breve estratto:

Il vicecommissario, nel percorrere quei pochi metri tra le erbacce, butto’ lo sguardo sulle tende.
Erano grandi installazioni. Piu’ che quelle dell’esercito, gli ricordarono i campeggi estivi con gli scout, o l’oratorio. Roba del genere. Cose abbastanza confuse nella sua memoria. Ce n’era una, in mezzo, che sembrava fare da cucina e sala mensa insieme. Un vago odore di pane.
Vide donne indaffarate e bambini scalzi correre in mezzo a loro. Tutte le altre parevano piene, stipate di oggetti. Da quella dietro a Vissalòm si intravedeva un letto. Da alcune, Dio solo sa come, spuntavano delle parabole.
Il Rom lo vide arrivare e si alzo’.
- Quella… scuola – fece, indicando una tenda un po’ discosta.
- Come?
- Quella, scuola…tu sei commissario, no? Quella nostra scuola per bambini piccoli. Bambini piccoli prima di vostra scuola.
- Ah, la scuola. Tipo un asilo. Capito.
- Kumpania. La nostra e’ comunita’.
- Si’. Senti, parlami dell’incendio, vah.
- Noi c’entra niente con questa storia. Lui, Ravasi, non era uomo buono. Ma Don Fausto sempre dice bisogna aiutare tutti. Dice che lui stava cercando di capire come diventare uomo buono. Don Fausto, invece, lui sì…
- Ferma, ferma li’. Cosa vi diceva don Fausto?
- Noi non volevamo Ravasi. Lui era strano con bambini. Don Fausto dice sempre tutti devono avere opportunita’. Ravasi provate tante, perche’ non provare ancora?
- Hai visto bene l’incendio?
- Si’.
- Siete stati voi?
- No, commissario. No! Noi chiamato polizia.
- Avete chiamato il 113. E’ vero.
- Ecco. Tutti dicono di noi ladri. Non nego, a volte vero. Ma non assassini.
- Quando litigate, pero’, vi ammazzate.
- E voi no, commissario?
- Gia’…allora? Come e’ andata? Cosa hai visto?
- Sanra, mia moglie, ha sentito rumore. Bum! Grande botto. Mi ha svegliato. Sono uscito fuori. Era esplosione, e bombola del gas volata davanti nostra tenda. Ho sentito calore. Visto fiamma alta. Jag . Un inferno. Vampate, capisce? Ho visto l’uomo dentro incendio.
- L’hai riconosciuto? Era Ravasi?
- Io credo. Non riuscivo avvicinare. Troppo caldo. Aria scottava. Non potevo salvare. Sembrava lui che bruciava. Non so se ancora vivo. Penso che no.
- Sei sicuro che era lui?
- Io credo.
- L’hai visto in faccia?
- Si’, ma lui già tutto nero. Bruciato. Orribile. Io credo che era lui, ma non sicuro. Noi non entriamo in questa orribile morte di uomo. Tu crede?
- No. Difficile crederti, che non c’entrate per niente. Lo sai, tutti dicono che siete ladri e mandate i vostri bambini in giro a chiedere soldi per la strada. Rusconi vi dava fastidio, e avete deciso di liberarvene.
- Lo so che molti pensano noi ladri, commissario. Ma non assassini. Noi, pace. Uomini, fratelli. Anche chi disprezza noi. Devo dirti una storia, adesso. Cosi’ tu capisce.
- Una storia?
- Si’. Noi siamo Rudari . Suoniamo e vendiamo fiori. E, “se vuoi essere saggio, ascolta” . Siedi. Storia parla di uomo con mio nome.
Dal nulla spunto’ un altro sgabello e Marini sedette. Il Rom inizio’ la sua storia.
Una storia dove un uomo con il suo nome per la prima volta aveva un luogo dove andare. L’uomo era vecchio, e voleva andare in Italia, lasciando che la sua patria fosse dove avrebbe fermato per l’ultima volta il suo wurdon per accamparsi e legare i suoi cavalli. Sentiva dentro di se’ il bambino che era stato, il bimbo che aveva pianto per aver perso i suoi genitori, l’uomo che era diventato e aveva poi compreso che ogni evento della vita era un gioco strano di Baxt . La sera che arrivo’ dove voleva fermo’ i cavalli, li stacco dal wurdon e li lascio’ pascolare nell’erba dei campi di quella che sperava fosse la sua ultima casa, e senti’ quel bambino, dentro, piangere una specie di nenia senza lacrime. Si ripete’ l’ultima volta che gli zingari non piangono mai, neanche quando hanno un grosso motivo per essere tristi. Gli zingari suonano e ballano. Poi canto’ mentre il crepuscolo colorava il cielo della periferia di quella grande citta’. Era una storia triste e vera.
- Questi siamo noi, commissario.
- Bella storia, Vissalòm – fece Marini, alzandosi – ma chi e’ stato lo stabilisco io.
- Tu fai tuo dovere. Noi tutti aiuta. Tu chiedi e noi aiuta.
- Voi aiuta, certo. E non hai visto nessuno in giro, tornando all’incendio della casa mobile?
- No, nessuno.
- Sei sicuro?
- Puo’ essere che qualcuno c’era, in quel casino, no? Ma io non ho visto. Troppo caldo dava fastidio agli occhi.
- Mi servono tutti i martelli che avete nel campo. Subito.
- Martelli. Solo martelli?
- Si’.
L’uomo assenti’, si alzo’ e cominciò a entrare e uscire da tutte le tende, con i martelli in mano.
Marini si guardo’ attorno. Alcuni bambini del campo lo osservavano incuriositi.
Poi ando’ a parlare con il testimone Monastiroli.
Che caso del cazzo! Fu quello che penso’, finito il colloquio, mentre si avviava con Cattaneo verso un bar.
Non si era potuto accorgere che Vissalòm e suo fratello avevano confabulato a lungo, dopo che il vicecommissario se ne era andato.


Nota: la storia che Vissalòm racconta al vicecommissario Marini e’ tratta da "Il Calderas" di Carlo Sgorlon (A. Mondadori Editore, Milano, 1988). Wurdon e’ il carro degli zingari trainato da cavalli e Baxt e’ il Destino, la Fortuna.

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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