sabato 2 maggio 2015

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Love

"Venticinque anni fa, andando a lavorare, passavo sempre in bicicletta per Ponte Sisto, a Roma. Li’ c'era una ragazzina zingara che chiedeva l'elemosina e mi colpi’ il suo sguardo di sconfinata tristezza".

A distanza di anni Susanna Tamaro ricorda cosi’ l'incontro da cui nacque l'idea di "Love", testo scritto nel 1991 e trasposto, poi, in favola teatrale nel 2004. Protagonista un'adolescente rom, "Love" e’ una ballata epica dedicata all'infanzia meno amata, quella di cui ogni giorno la gente diffida e con cui solo i pochi addetti ai lavori riescono a fare i conti. E' l'infanzia dei bambini rom, oggi sempre piu’ al centro di polemiche e dibattiti che ancora non hanno aiutato a capire realmente la tragedia del destino anomalo che molti devono subire, proprio perche' e' dalla discriminazione che nasce anche l'indolenza e la scarsa volonta' di proteggerli.

E’ da una storia vera che nasce dunque questo racconto disgraziato, e ad ogni riga e’ come se davanti agli occhi di chi legge passasse un film immaginario. Il film di Vesna, piccola rom sfruttata da uomini malvagi perche’ bella e veloce a derubare i turisti. All’inizio c’e’ Dragomir, l’uomo alto coi baffi che le insegna con le botte “La scuola della strada”, in seguito Mirko un uomo viscido e crudele che la obbliga a mettere in pratica gli insegnamenti appresi da Dragomir e la violenta ad appena undici anni. Infine c'e' Love, un uomo “diverso”, dai modi gentili che le mettera’ a disposizione un'attenzione ed una dolcezza che nessuno fino ad allora le aveva mai elargito. Uno spiraglio di luce, una ventata d'amore che le infondera’ a poco a poco speranza di un futuro migliore. La bambina si affezionera’ a costui a tal punto da chiamarlo Love, ovvero Amore - una parola che non conosce e che le viene spiegata da alcuni suoi coetanei -, al quale Vesna dara’ un significato tutto suo; un significato fatto pero’ di bugie e menzogne. Love non si dimostrera’ infatti tanto diverso dagli altri uomini e insieme ai tanti momenti di dolcezza, le lascera’ anche un peso amaro che Vesna, illusa di poter avere un futuro da sposa con il suo “eroe salvatore”, dovra’ portare in grembo.


Love

Era avvenuto tutto mentre dormiva. Un sacco le era piombato sulla testa come ai gattini quando vanno al fiume. Poi il sacco con lei dentro era finito su un camion. Su quel camion c’erano tanti altri sacchi. Stavano viaggiando, ma verso dove? Nessuno sapeva rispondere. I più piccoli piangevano, i più grandi s’azzuffavano con grande rumore. Dopo qualche ora il camion si era fermato. I grilli cantavano intorno, era ancora notte, era campagna. Un uomo dal volto coperto era salito dietro. Li aveva fatti distendere sul pavimento, li aveva coperti con un telo. Con tono minaccioso aveva detto: «Non muovetevi, non fate rumore, non tossite o ridete. Se qualcuno sale e fa domande trattenete il fiato». Sopra il telo, poi, aveva distribuito delle balle di fieno. Di lì a poco il camion si era fermato un’altra volta. Altri rumori forti. Motori che si accendevano e spegnevano. Stridii di ruote, clacson, voci che parlavano forte. Un uomo era salito davvero, in una lingua che nessuno sapeva aveva fatto tante domande, aveva ripetuto sempre le stesse, più volte. L’autista aveva risposto con calma, piano; alla fine aveva riso rumorosamente, aveva riso anche l’altro uomo scendendo dal camion, come se fossero amici da sempre. La corsa era proseguita ancora per molte ore. Quando erano scesi era di nuovo notte. Pigiati gli uni accanto agli altri si erano trovati tutti chiusi in un minuscolo appartamento. I più piccoli, di nuovo svegli, avevano ripreso a piangere. In quel luogo erano rimasti circa un mese. Assieme a loro c’era un uomo alto e con i baffi che si faceva chiamare Dragomir. Qualche volta era gentile, qualche volta no. Allora gridava con le vene della gola gonfie e tirava pugni e calci. Succedeva soprattutto durante le ore di lezione. Imparavano ad aprire le borse, a staccare gli orologi dal polso. Lui aveva la borsa o l’orologio, tutti gli altri bambini gli stavano stretti intorno. Lo studente prescelto doveva passare piano in mezzo, sfilargli l’oggetto con tocco leggero, come se niente fosse. A sbagliare erano i più piccoli, i più paurosi. Se lui sentiva le dita prima che il portafoglio fosse scomparso, si girava urlando, afferrava lo studente per il collo e incitando gli altri bambini lo pestava a sangue. Dopo cinque borseggi perfetti si doveva lasciare l’appartamento. Non si andava via soli sulle proprie gambe ma con un uomo elegante che guidava in silenzio una macchina grande, nera e lustra. I più bravi cominciarono a sparire già dopo una settimana. Gli altri se ne andarono un po’ alla volta nelle tre settimane seguenti. Anche lei era salita su quell’automobile. Con lei c’erano Alenka, Miranda e Bogoslav. Avevano fatto tanta strada, una strada lunga lunga dove la macchina correva velocissima. Si erano fermati in una specie di ristorante. L’aria era più calda che nella città dell’appartamento. L’uomo li aveva fatti scendere, aveva comprato caramelle, gelati, panini. Aveva comprato tutto quello che volevano come se fossero i suoi figli. Davanti al cameriere li aveva accarezzati sulla testa. La nuova città era ancora più grande, con case di tutte le forme e pochi alberi. Avevano fatto il giro degli accampamenti. Lei era stata l’ultima a scendere. Ormai da tre mesi lavorava su quel ponte abitato da giganti con le ali e i capelli lunghi tutti di pietra bianca. Andava avanti e indietro con un cartone in mano e tante volte da quando era lì aveva sentito dire le mamme ai bambini: «Hai visto? Sta’ attento ché altrimenti ti portano via gli zingari». Così non capiva niente: a lei che era già zingara chi l’aveva portata via, lontano da casa? Vesna aveva dieci anni e il labbro leporino: era nata in una tribù nel sud della Jugoslavia. Sua madre e suo padre avevano altri dieci bambini. Con quella bocca non si sarebbe mai sposata. Prima dell’inverno l’avevano ceduta a un commerciante in cambio di due copertoni da neve. La nuova famiglia non era molto diversa da quella che aveva lasciato. C’era una madre, un padre e tanti fratellini e sorelline. Il padre, Mirko, lavorava con le macchine e la madre, che si chiamava Zveza, chiedeva l’elemosina in centro assieme ai bambini più piccoli. La sera, però, intorno al fuoco o alla televisione, lei non poteva sedersi vicino a nessuno. Così si capiva che non era la loro vera figlia, che non erano imparentati neanche per una via lontana di tribù. L’unica cosa che a loro importava di lei era che ogni sera tornasse con le tasche piene. Era sempre Mirko ad accoglierla. L’accoglieva sulla porta della tenda con la mano tesa. Se i soldi erano abbastanza le dava una scodella di minestra, altrimenti la sbatteva di qua e di là e gridava: «Troia, credi che sia un hotel?! Che siamo in un hotel? In un Grand Hotel?». Qualche sera Mirko stava fuori con gli amici e rientrava ubriaco. Allora lei si stringeva la testa tra le mani e i denti le battevano così forte che non riusciva a fermarli. Anche suo padre vero faceva la stessa cosa. Allora fuggiva svelta, sveltissima prima che la toccasse, scappava giù veloce verso il fiume con i salti di una lepre. Lì, sulle sponde, nascosta tra i cespugli, attendeva l’alba. Il fiume! Quello le mancava più di ogni altra cosa. Era bello laggiù! D’inverno c’era una gran crosta di ghiaccio e l’acqua vi scorreva sotto. In primavera il ghiaccio si rompeva e sbatteva di qua e di là con gran rumore. C’erano le folaghe di cui si potevano bere le uova e le coppie litigiose dei germani. E poi c’erano le bacche succulente, in estate l’acqua fresca dove bagnarsi e le donne del paese che andavano a lavare i panni e chiacchieravano come una radio, senza mai fermarsi. Anche sotto il ponte dove stava adesso c’era un fiume, un fiume grande, lento e un po’ giallo ma a guardarlo non le diceva proprio niente. Quand’era triste però chiudeva gli occhi: e allora il suo rumore diventava il rumore di tutti i fiumi e come un sangue più caldo le passava intorno al cuore, lo avvolgeva, la riscaldava dentro. Quasi ogni giorno era triste e così quasi ogni giorno faceva quel gioco. Lo stava facendo anche quel mattino poco prima dell’estate. L’aria era già molto calda e per proteggersi si era messa dritta in piedi nell’ombra di un angelo. A quell’ora non passava nessuno. Allora, con la faccia coperta dalle mani, aveva potuto pensare tranquillamente al suo fiume, a tutti i fiori che c’erano vicino all’acqua e alle rane nascoste dentro.

Non aveva sentito i passi sul selciato. Solo, all’improvviso, quella voce che aveva detto: «Ti senti poco bene piccola?». Non si era scoperta il viso. Lì vicino doveva esserci un padre con la sua bambina. Ma poi una mano le aveva sfiorato il capo e così Vesna aveva guardato. Di fronte a lei c’era un uomo con i capelli un po’ grigi e un po’ no, con una larga camicia bianca. L’uomo aveva ripetuto la domanda e lei non aveva risposto né sì, né no, neppure che pensava al fiume, ma con il braccio teso era saltata avanti cantilenando: «Tanto bene, tanta salute per lei e per tutta la famiglia, tanta fortuna signore...». L’uomo aveva sorriso, l’aveva guardata come si guardano gli uomini prima di sfidarsi al coltello, dritto dritto come per leggere dentro. Senza distogliere lo sguardo aveva infilato la mano in tasca, tirato fuori due o tre monete. Anziché farle cadere dall’alto le aveva deposte sul suo palmo, l’aveva toccata nel farlo. Il ponte era ancora deserto. L’uomo non aveva detto più niente e si era avviato verso il lato opposto, camminando con un passo un po’ troppo lento. L’asfalto sotto i piedi era caldo. Voleva forse essere chiamato? Avrebbe potuto inseguirlo, chiedere altre monete per la madre gravemente ammalata. Intanto il movimento del sole aveva spostato più in là l’ombra dell’angelo. Quella sera aveva pochi soldi. Mirko l’aveva picchiata, era andata a letto senza mangiare niente. Raggomitolata sul pavimento aveva posato il palmo di una mano sulla guancia. No, non era un’impressione, dove l’uomo l’aveva toccata la mano era davvero più calda; anche dopo tante ore continuava a essere calda. Nei giorni seguenti l’uomo non era più passato però lei lo aveva visto lo stesso. Stava dritto in piedi su un enorme cartellone nei pressi dell’accampamento e aveva tante scritte accanto. A differenza dalla realtà, aveva dei grandi baffi scuri e una pistola legata sopra la camicia bianca. Vicino non c’era una lavatrice o un frigorifero e non teneva neanche niente in mano. Più che qualcosa da vendere sembrava un film. Un attore, certo, lui era un attore: con quegli occhi non poteva essere altro. Era la prima volta che passava sul ponte? Sì, quasi di sicuro perché di lui non si era mai accorta prima. Forse era come lei, straniero. Viveva in un grande albergo con le palme o stava su una spiaggia bianca bianca con delle ballerine quasi nude intorno. Quando aveva visto il suo labbro, invece di ridere o allontanarsi l’aveva toccata. Un pomeriggio Zveza l’aveva condotta con sé al centro. Erano passate davanti a due o tre grandi hotel e lei aveva guardato dentro. Aveva guardato anche dentro tutti i taxi, dentro tutte le macchine con i vetri scuri. Dopo dieci giorni la pelle della mano era ancora calda come quando lui l’aveva sfiorata. Prima di addormentarsi se la posava sulla guancia, la lasciava lì facendo finta che fosse una cosa indifesa e piccola, un gattino, un orsetto di pezza. Sul ponte non chiudeva più gli occhi, il fiume era ormai muto. Anche quand’era stanca li teneva spalancati come una civetta nel mezzo della notte. Verso la fine di giugno la città fu colpita da una serie di nubifragi, i turisti correvano avvolti in plastiche colorate, con delle borse in testa. Il cielo era lo stesso che aveva visto dipinto in una chiesa al suo paese, viola, grigio, con fulmini gialli da tutte le parti. In quella tempesta gli angeli grandi e forti non servivano proprio a niente. Mentre l’acqua le colava nel collo dai capelli si era accorta che la mano sfiorata stava diventando umida e fredda, uguale all’altra. Mancavano tante ore al rientro al campo, aveva tempo per provare a farla tornare calda. Sulla strada del cinema la pioggia si trasformò in chicchi di ghiaccio, le si ruppe una scarpa e le infilò tutte e due in una tasca. Il cinema era quello giusto, lui grande e di carta stava là davanti, con una pistola in mano. Alla cassa tirò fuori due pugni di spiccioli. La donna seduta contò le monete a una a una, poi fece un cenno con la testa e le diede un biglietto azzurro. Non c’era quasi nessuno dentro, si era seduta in prima fila, le gambe distese in avanti. Così gli attori parlavano a lei sola. Lui era un poliziotto, si chiamava «il giustiziere». Non era il suo vero nome ma un nome che gli avevano dato perché era bravo. Sparava, picchiava e correva come nessun altro. Quando le macchine andavano a tutto gas e sbattevano di qua e di là quasi quasi le veniva da vomitare. Sembrava che l’uomo dalla camicia bianca perdesse e invece, alla fine, lui vinceva tutti.

Il film tre volte era finito e tre volte era cominciato. Quando Vesna aveva raggiunto l’incrocio del ponte la macchina che riportava i bambini al campo era già andata via. Non pioveva più ma era venuto il vento. Cosa doveva fare? Non lo sapeva. Così, pensando, aveva cominciato a camminare avanti e indietro per le strade intorno. Mentre guardava una vetrina di calze da donna sentì alle spalle quello stridio improvviso, il rumore di una macchina. La portiera si aprì che ancora non aveva capito niente e una mano la tirava dentro. Come poteva averla trovata? Era Mirko. Disse qualcosa a denti stretti, la colpì sul volto, sulle labbra da coniglio. Allora si ricordò che aveva i denti, il naso, le gengive, erano tutti lì, duri come il legno. Gustò del caldo in bocca, poi non si ricordò più niente. Si svegliò con il rumore di una catena, era la sua, le legava la caviglia a una sbarra di ferro. Dalla tenda vicina giungevano le voci di Zveza, di Mirko, dei loro bambini. Stavano mangiando. Si distese in modo di aver poco male. Cosa importava? Niente. Ciò che voleva era successo, dopo il film una mano era di nuovo più calda dell’altra. Quei giorni dormì tanto, sognò anche. Per ordine del capo della polizia lui giungeva al campo con un mitra in una mano e un pugnale nell’altra. Nessuno riusciva a scappare. Persino Mirko piangeva, implorava. C’era un colpo e seguiva il silenzio. All’improvviso della luce la investiva in faccia: era lui e la prendeva in braccio. La luce c’era davvero, ma era Zveza che le stava togliendo la catena. Riprese a lavorare quel giorno stesso, sullo stesso ponte. L’estate ormai era arrivata, passavano molti turisti, stavano tutti vicini come le pecore nei prati oppure come i cervi andavano avanti solitari. Con i cartoni in mano si avvicinava a tutti. Se non le davano soldi cercava di prenderseli. Una mattina di fronte a lei era sistemato un negro, vendeva collanine, elefanti di plastica. Quando aveva clienti la teneva lontana con uno sguardo, quando erano soli si avvicinava a parlare. Parlava svelto svelto e lei non capiva niente. Una volta lui l’aveva abbracciata forte allora lei gli aveva dato un pugno sulla pancia. Un piccolo pugno. I pugni che aveva nella testa non erano mai quelli che aveva nelle mani. Il pugno aveva fatto flop, il negro ridendo si era massaggiato la pancia. Lei avrebbe voluto che fosse stato un pugno molto più grande. Chissà perché i turisti se ne andavano in giro anche di notte. Non si vedeva niente di notte, solo gli animali del bosco potevano farlo eppure loro andavano in giro lo stesso. Erano quasi sempre giovani. Stavano tutti insieme, tante volte abbracciati. Cantavano le canzoni male, con tutta la gola. Sembravano ubriachi, lo erano anche. Lasciavano lunghe strisce di odore di alcool sul ponte. Lei li inseguiva, chiedeva i soldi. Facevano finta di non sentirla oppure si giravano tutti dalla sua parte, le lanciavano le monete in aria come quando si cerca la sorte e ridevano appena svelta si chinava a raccoglierle. Fino a quando c’era la luce la gente passava davanti come l’acqua di un fiume, tutta insieme, poi passavano pochi alla volta. Tra un gruppo e l’altro c’era sempre un po’ di tempo. Proprio in una di quelle pause il negro si era avvicinato un’altra volta, le aveva dato un anellino e aveva detto: «Io e te fidanzati», e subito le aveva infilato la lingua nella bocca. Lei aveva stretto i denti e la lingua del negro era rimasta in mezzo. Le era arrivato uno schiaffo forte, la testa le si era girata dall’altra parte.

Un altro però non era riuscito a darglielo. In silenzio, come non toccasse il suolo, era arrivato qualcuno e aveva bloccato il negro stringendogli il braccio. La sua camicia era bianca, larga. Quando con una mano le aveva scostato i capelli dal viso il suo cuore si era mosso con un salto, aveva preso a battere velocissimo un po’ nella gola, un po’ più in giù, nelle ginocchia. Era lui, proprio lui in persona: il Giustiziere! Appena il negro si era allontanato, lui aveva insistito perché non rimanesse sola sul ponte. Allora lei aveva guardato il cielo. Da come stava messa la luna mancava ancora un bel po’ al passaggio della macchina. Docilmente e in silenzio l’aveva seguito fino a un bar lì vicino. C’erano tanti turisti seduti sui tavolini all’aperto. Si sedette in mezzo a loro, l’uomo le chiese cosa volesse da mangiare o bere. Lei voleva dirgli soltanto che anche se non aveva i baffi sapeva chi era, l’aveva visto in un film uccidere tutti, era il Giustiziere. Ordinò lui per lei un gelato grande con la panna e i biscotti, per sé un liquore giallo. Le fece tante domande. Aveva la mamma? Il papà? Dov’era nata, lontano? A scuola ci era mai andata? Sembrava una signorina, una bella signorina. Ma davvero quanti anni aveva? Capiva l’italiano o parlava soltanto la lingua degli zingari? Oppure non aveva proprio la lingua? Nel dire quella frase l’uomo le aveva fatto il solletico sul mento. Intanto era arrivato il gelato. Stava davanti a lei, si scioglieva come neve senza che avesse il coraggio di mangiarlo. «Vediamo se proprio non ce l’hai», aveva detto allora l’uomo e con il cucchiaio colmo di panna aveva incominciato a stuzzicarle le labbra. Così, in quel modo, faceva solo la mamma merla con i suoi pulcini laggiù nei cespugli vicino al fiume. Era forse un pulcino? Aprì la bocca. Quella cosa era viscida e dolce, scivolò giù senza nessuno sforzo. Si alzarono quando la coppa fu vuota. Senza dire niente lei gli afferrò un polso, lo condusse di nuovo al ponte. Attesero un po’. La luna era di nuovo bassa sull’orizzonte. Non aveva il coraggio di dirgli che la macchina era già passata. Per fortuna fu lui a parlare, disse che era inutile star lì fino all’alba. Attraversarono il ponte ancora una volta. Nella sua casa c’erano mobili pesanti e una televisione grande grande. Lui l’aveva messa seduta sul divano, gliel’aveva accesa, era scomparso in un’altra stanza. Mentre un gatto sullo schermo, per inseguire dei topi, cadeva senza farsi niente da un palazzo altissimo, lui era tornato. Indossava una specie di cappotto leggero e niente sotto. Aveva detto: «Prima di dormire facciamo un bel bagno», e l’aveva sollevata dal divano. Il suo odore era diverso da quello di Mirko. Invece di impaurirla le faceva voglia di leccare. Mentre si spogliava aveva voluto stare a guardarla. Si era seduto sul gabinetto con le mani nelle tasche del cappotto. Vesna non aveva mai fatto il bagno... se il tappo si apriva quando lei era dentro, dove sarebbe finita? Lui l’aveva aiutata. Con una spugna morbida le aveva sfregato la schiena, la pancia, gliel’aveva passata in mezzo alle gambe. Le aveva bagnato anche i capelli, glieli aveva sciolti nell’acqua come fossero alghe. Poi, con tutte le gocce che correvano lungo il corpo era uscita fuori e lui l’aveva avvolta in un asciugamano. L’aveva asciugata piano piano, fermandosi ogni tanto con le mani. Nella casa c’era una stanza che non aveva ancora visto. Era chiara con un piccolo letto in mezzo e tanti giochi intorno. Il Giustiziere la condusse lì, senza vestiti e la fece sdraiare sotto le coperte. Poi prese un libro e cominciò a leggerle una storia. Parlava di un soldato finto con una gamba sola che si innamorava di una ballerina finta anche lei, di carta. Quando le labbra dell’uomo si posarono sulle sue sussultò perché già quasi stava dormendo. Inarcò il corpo. Era così che finiva la storia? Durante la notte un sogno comparve dietro agli occhi. Lei era un gattino. Con la lingua calda la mamma lo puliva avanti e dietro e lei tremava tutta. Tremava non come quando sul ponte aveva freddo ma come se il fiume, con il suo tepore, le passasse dentro.

Il mattino dopo il Giustiziere la lasciò poco distante dal ponte. Prima di andarsene le infilò due o tre biglietti da mille nelle tasche. Doveva essere in orario perché non c’erano ancora i turisti ma solo la gente che andava al lavoro svelta. La giornata passò uguale a tutte le altre. Uguale no. Quando tra le altre camicie spuntava una camicia bianca il cuore le andava in gola o giù tra le ginocchia. Lei non gli aveva fatto domande. Neppure lui aveva detto tornerò o aspettami. Se era successo una volta poteva succedere anche un’altra. Il suo odore era un po’ quello che sentiva al mattino davanti alle pasticcerie. La notte si recò puntuale al ritrovo con la macchina. Sui sedili dietro i bambini raccolti prima stavano già dormendo. L’autista nel vederla di nuovo lì non fece nessuna osservazione, guidò svelto per la città come ogni notte. Possibile che al campo nessuno si fosse accorto della sua assenza? Doveva essere così. Appena entrata nella tenda Mirko non la picchiò. I fratellini urlando le si attaccarono alle gambe. Invece così non era. Quando tutti erano ormai distesi nei loro pagliericci, Mirko si avvicinò al suo. Parlava con voce bassa, non l’aveva mai fatto. Aveva i pantaloni aperti con una mano dentro. Le si sdraiò accanto, le morse un orecchio per farle male. «Puttana», le disse, «piccola puttana, se prendi quello degli altri, prendi anche il mio.» Salì sopra di lei, le sollevò la gonna. Non riuscì a entrare nel primo tentativo, neanche al secondo. Allora usò la forza, le divaricò le gambe, entrò come si entra nelle porte quando non si ha la chiave e con un calcio si sfondano. Entrò e qualcosa si era rotto, si stava rompendo, più andava avanti più c’era il fuoco, bruciava tanto, tantissimo, ogni volta sperava che uscisse e ogni volta si sbagliava, non usciva mai. Poi, quando non sperava più, tutto era finito e lui come morto le era piombato addosso. Dopo un po’ con i pantaloni ancora aperti era tornato nel letto della moglie. La mattina dopo Vesna era di nuovo sul ponte. Quel male la faceva camminare con le gambe strette. Ogni volta che correva incontro a un cliente sentiva tutto un dolore dentro. Un po’ per quello, un po’ perché era distratta, quei giorni guadagnava meno del solito. Mirko però adesso, invece di picchiarla, preferiva fare quell’altra cosa. Lei aveva imparato a immaginare che al suo posto ci fosse il Giustiziere: sentiva il suo profumo, vedeva la sua pancia pelosa e piatta. A volte era troppo stanca per immaginare; allora, con la testa di lato contava gli oggetti sparsi per il pavimento.

Di camicie bianche ne erano passate tante ma la sua mai. Chissà dov’era? Forse stava combattendo in una missione pericolosa. Intanto lei gli aveva trovato un altro nome. Alcuni giorni prima nei pressi del ponte avevano issato un nuovo cartellone. Sopra c’era una signorina in mutande e reggiseno, in punta di piedi reggeva con la mano un palloncino a forma di cuore. Vicino, con lettere rosse come una bocca c’era scritto qualcosa. Aveva chiesto a un bambino che sapeva leggere che cosa. Love, le aveva detto. Love era il cuore, era quella cosa dentro che lei provava per lui. Love, love aveva ripetuto tra sé e sé per giorni come se fosse una canzone di una parola sola... Una notte era successo questo: Mirko si era accorto che di lei c’era solo il suo corpo e si era infuriato. L’aveva sbattuta di qua e di là, contro lo spigolo del tavolo, contro la bombola del gas. Poi gliel’aveva messo in bocca, aveva fatto uscire quella schiuma schifosa. Aveva vomitato davanti a lui. Rimasta sola aveva vomitato un’altra volta. Voleva piangere, stringeva gli occhi, li stringeva ma non serviva a niente. La mattina dopo, sul ponte, aveva deciso di fare una magia che conosceva da bambina: aveva detto Love, aveva sputato in circolo tante volte. Le magie funzionano quando si fanno poco e quando c’è il cuore a muoverle. Funzionano, certo che funzionano. Poco prima dell’ora di pranzo ecco la sua camicia bianca, lui che camminava come se non dovesse andare da nessuna parte. L’aveva superata così, senza guardare. Nella magia aveva forse scordato qualcosa? Allora gridò Love. Quella parola era una parola freccia, coltello: lo colpì in mezzo alla schiena, e lui si voltò, tornò indietro con le mani in tasca. Nella cucina della sua casa aveva preparato un piccolo pasto per loro due soli. Lei la bocca non l’aveva neanche aperta, era stato lui a parlarle. Le aveva detto che era professore, insegnava applicazioni tecniche in una scuola abbastanza lontana. Certo era un nuovo film, in uno era poliziotto, nell’altro professore. Aveva letto tanti libri, sapeva un mucchio di cose. Comunque era forte lo stesso, sotto la camicia si vedevano tutti i muscoli tesi, pronti a colpire. Per mangiare aveva voluto prenderla sulle ginocchia, l’aveva imboccata piano piano come gli uccellini nel nido. Poi aveva insistito per farle il bagno. L’aveva spogliata come la volta prima e si era spogliato anche lui. Le aveva detto sei bellissima, e le aveva passato una mano sulla schiena fermandosi sul culo. Nell’acqua le aveva chiesto di mostrargli com’era fatta dentro, di allargare le gambe. Lei aveva avuto paura: e se, per caso, si accorgeva che c’era stato anche Mirko? No, non avrebbe mai aperto. Ma quando si era chinato e piano piano, come se nella bocca cercasse qualcosa, l’aveva baciata con tutta la lingua, non aveva pensato più a niente e le gambe si erano aperte da sole. Nel tepore dell’acqua aveva infilato due dita dentro. Anche lui, seduto sul gabinetto teneva una mano in mezzo alle gambe e con gli occhi chiusi la faceva andare avanti e indietro.

Uscita dalla vasca le aveva fatto infilare una camicia da notte. Anche se il sole era alto l’aveva portata a letto. La stanza era quella dell’altra volta con il letto chiaro e tutti i giocattoli intorno. Voleva chiedergli di continuare la storia del soldatino con una gamba sola. Si era sempre chiesta in quelle settimane come andava a finire davvero ma lui aveva detto: «Abbraccia questo e dormi», e le aveva dato in mano un orsacchiotto di pezza. Poi aveva spento la luce ed era uscito senza fare rumore. Vesna aveva cercato di obbedirgli ma non c’era riuscita, aveva chiuso gli occhi come se dormisse invece non dormiva affatto, era sveglia anche quando lui era tornato, quando piano piano le aveva sollevato la camicia da notte e le si era messo sopra. Più si muoveva, più diceva cose. Anche lei dentro di sé parlava, diceva: «Love, love, mio love». A casa sua era rimasta quattro giorni. Facevano sempre il bagno insieme, mangiavano, guardavano la televisione. Ogni volta che lei a letto fingeva di dormire, lui le saliva sopra e si muoveva avanti e indietro. Il secondo giorno qualcuno aveva suonato alla porta. Aveva paura che fosse Mirko. Love forse lo sapeva perché non l’aveva aperta. Non aveva neppure chiesto: «Chi è?». Qualche volta aveva squillato il telefono e lui prima di rispondere l’aveva spinta in un’altra stanza. Spingendola le aveva detto di stare zitta e ferma. Poi, un mattino, si era alzato più presto. L’aveva fatta vestire con i suoi vestiti di sempre. Camminando un poco avanti l’aveva riaccompagnata vicino al ponte. Non si era più girato a salutarla. Neppure aveva promesso di tornare. Questa volta però lei sapeva che sarebbe tornato. Ne era certa. L’ultima notte, mentre si muoveva fortissimo, le aveva bisbigliato: «Ti voglio tutta bambina mia, tutta, voglio un bambino tutto nostro, insieme». Love. Anche lei lo voleva. Voleva un gattino cui dare il latte per sempre.

8 commenti :

Anonimo ha detto...

Bello.
Grazie Klara

rabbah ha detto...


hey zingarina sei sempre bella cosi come quando ti ho conosciuta? oggi ho chiesto a Eva di te e mi ha detto che hai abbandonato del tutto SL. ma non il blog hahahaha
volevo salutarti dai:)grüß dich und viel erfolg wo immer du bist,
Rabbah

P.S questo nn e` veramente un comento per qui non e` necessario postarlo. e` stata l`unica via di conttatarti visto che nn ti affacci piu in SL.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Carissima romena. Che piacere. :)

Anonimo ha detto...

Racconto intenso e tristemente realistico dello schifo che c e in questo mondo. Ho notato che i tuoi post sul blog sn sempre più rari mi chiedevo perché.cmq un saluto Mara.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Sono rari perche' i miei impegni sono enormemente cresciuti. Ma come vedi non demordo.

ettore ha detto...

Un racconto decisamente forte, intenso, umano. Ti porta via. Verrebbe voglia di scrivere per commentare, riflettere, chiedere, ma prima è necessario che la storia sedimenti un po'..
Grazie.

Anonimo ha detto...

Non ho capito, hai riportato paro paro il testo di Susanna Tamaro? Le hai chiesto il permesso?
Beppe

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Infatti l'ho scritto in testa al post che era un racconto di Susanna Tamarro.
E' forse vietato riportarlo nel blog?

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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