lunedì 28 luglio 2014

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Certi uomini… certe donne

Avevo un cliente. Abitava a Monza e lo incontravo ogni settimana. Nonostante non fossi proprio a buon mercato, veniva con me perché sapeva che non prendevo appuntamenti tutti i giorni e forse, per questo, sbagliando, mi considerava un po' meno puttana delle altre.

Ogni volta, alla fine dell'incontro, cadeva in depressione. Si vergognava di sentirsi schiavo di quel "vizio". Diceva che non poteva farne a meno, che ci provava a resistere, ma immancabilmente alla fine cedeva. Anche se credo che, una volta soddisfatto il desiderio, si pentisse soprattutto per i soldi che aveva speso. In realtà, come la stragrande maggioranza dei clienti, voleva apparire generoso, ma dentro era tirchio.

E così, tutte le volte, mi dovevo sorbire i suoi sermoni su come avrebbe potuto spendere meglio quel denaro, su come avrebbe potuto aiutare i poveri, su come considerasse quei soldi "gettati via" perché avrebbe potuto destinarli a finalità migliori, più edificanti. Ma la cosa più fastidiosa era che, immancabilmente, cercava di convincermi a cambiar vita, quasi fossi io il motivo per cui lui cadeva in tentazione. Io dovevo cambiar vita. Lui no.

Inutile dire che tutto questo avveniva solo dopo aver trombato. Mai prima. Oltretutto sapevo che il suo "vizio" non era limitato solo a me; negli altri giorni della settimana "si faceva" anche qualche altra mia collega, alcune ragazze d'appartamento, e un numero imprecisato di prostitute per strada. Lo avevo soprannominato "il monaco di Monza".

Ce n’era poi un altro che, quando doveva pagarmi, cercava sempre d’impietosirmi: mi raccontava storie penosissime, di guadagnare poco, di avere i bimbi piccoli, di non poter offrire loro le vacanze al mare. Poveretto! Però, nonostante tutto, non avrebbe mai rinunciato a consumarsi mensilmente metà dello stipendio con le prostitute.

Un altro ancora, invece, tutte le volte che era con me, rassicurava la moglie con le menzogne; le comunicava per telefono i suoi falsi spostamenti, le finte cene con i colleghi, i viaggi d'affari inesistenti, accompagnando il tutto con ipocriti complimenti: “Amore, tesoro, dolcezza mia”. Finché un giorno, tornando a casa prima del previsto, l’ha trovata a scopare con l’istruttore di palestra: un marcantonio di un metro e novanta, con abbondanti centimetri in meno di pancia, e qualche centimetro in più dislocato laddove i centimetri, per certe cose, servono davvero.

Sono tanti quelli che ho incontrato. Tutti diversi, ma a pensarci bene anche molto simili. Certi uomini; irreprensibili, ma solo di facciata, che sono certa ancor oggi mai confesserebbero di aver pagato per il sesso o tradito la compagna. Uomini che, però, fuori da quel letto dove tante come me li hanno incontrati, sarebbero pronti a trasformarsi in giudici spietati, per appiccicare a quelle donne, certe donne, etichette crudeli per farle vergognare di ciò che hanno fatto, e si convincano di essere sporche. Indegne.

mercoledì 23 luglio 2014

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L'amore

E' strano, ma è soprattutto quando sono lontana da casa, da sola, in una situazione che invoglierebbe alla trasgressione, alla libertà, e alla ricerca dell'avventura pura e semplice che, invece, penso all’amore. Penso a quell’alchimia che ci lega un'altra persona, fino a farla diventare la più importante nella nostra vita, e se esista un segreto per arrivare a incontrare l'anima gemella; qualcuno che si accorga di noi non per ciò che mostriamo esteriormente (perché quello, si sa, è il modo più semplice per farsi una bella scopata e nient'altro), ma che riesca a guardarci dentro in quel certo modo. Sì, proprio in quel modo lì… quello che ogni mattina, per il resto della vita, ci porterà a dire: “Sei tu”.

Sono stata amata, tanto, è vero e non posso negarlo, ma era amore o semplice desiderio? Amore o volontà di possesso? Amore o ossessione? Anche se le ho cercate a lungo, di sguardo in sguardo, di letto in letto, non ho mai trovato risposte a queste domande, però c’è una cosa che posso affermare con certezza: le modalità non sono mai state quelle che la mia anima richiedeva. Non era in quel modo che volevo essere amata, e così, negli anni, l'amore l’ho idealizzato, sognato, cercato, voluto più volte... ma alla fine l’ho solo rovinato.

Ché, poi, parlare d’amore con me non è mica facile. So di essere viziata, esigente, pertanto non riuscirei ad accontentarmi di qualcosa che non fosse almeno superlativo, ma più di tutto non sopporto le banalità, i luoghi comuni, le cose che tutti dicono e che infinite volte ho ascoltato. Perciò sono molti quelli che si sono dovuti arrendere per non aver fatto breccia nel mio cuore, tanto che per lunghi periodi ho preferito la solitudine al pensiero di legarmi a qualcuno che avrei guardato come un estraneo.

Che cosa significa questo? Significa che dentro di me c’è qualcosa che ha sempre saputo cosa voleva, che ha sempre intuito cosa fosse giusto chiedere e per cosa fosse giusto vivere. E poi, non lo nego, ci sono state tutte le soluzioni intermedie; quelle di cui a volte mi sono accontentata, quelle che a un certo punto hanno illuso il mio cuore di aver trovato ciò che cercavo. Qualcosa in grado di non farmi sentire sbagliata, feroce, insensibile e incapace di portare avanti una vita di coppia normale. Tutti scendono a compromessi, e l’ho fatto anch’io.

Tuttavia, innamorarsi, è come buttarsi da uno strapiombo con un elastico attaccato ai piedi: il cuore in gola, paura, brividi dappertutto, sensazioni... l’unica differenza la si vede alla fine della corsa. Dopo il tuffo violento nelle emozioni deve arrivare una mano che ti prende, e uno sguardo che solo tu riesci a decifrare, perché qualsiasi cosa dica sai che ha la risposta giusta. Altrimenti accade che quella mano che ti prende ti stringa, ti stringa, ti stringa... e ti soffochi, fin quando smetti di respirare.

Oggi mi chiedo se lo abbia davvero desiderato, l’amore, se ne abbia mai sentito il vero bisogno, se quel cercarlo non fosse invece un voler colmare un mio vuoto, placare una mia voglia, alleviare una mia paura, o soddisfare la mia autostima. Ma, poi, rispondo: "No, in realtà a me basta solo crogiolarmi nel pensiero".

domenica 13 luglio 2014

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La festa

Non mi sono mai piaciute le feste tra ex compagni di scuola. Non ho mai sopportato quelle che riguardavano me, figuriamoci quelle degli altri. Pero’, non so per quale motivo, Klaudia riesce sempre a coinvolgermi nelle sue cose, costringendomi talvolta a fare anche cio’ che realmente detesto.

Sara’ perche’ fin da bambina mi e’ sempre stata molto legata, ed io l’ho sempre considerata come la mia sorellina minore, e per questo, forse, non riesco a dirle di no. Tuttavia si puo’ immaginare con quale entusiasmo abbia accettato di accompagnarla ad una festa a casa di un suo ex compagno universitario; qualcosa per lei d’irrinunciabile, dato che si tratta del ragazzo sul quale, da tempo, ha messo gli occhi.

Naturalmente, quando non trova qualcun’altra che e’ disposta ad esaudire i suoi “capricci da adolescente troppo cresciuta”, nonostante abbia ormai trent’anni, resto solo io: unica candidata, che viene reclutata suo malgrado per l’evento.

Il motivo per cui non mi piace seguirla nelle sue uscite in compagnia, e’ che i suoi amici sono troppo giovani per me. Li vedo come dei bambini, non provo alcun interesse per i discorsi che fanno, e le poche volte che mi sono trovata ad uscire con loro e’ sempre stata una noia mortale. Ma c’e’ qualcosa di piu’: nel rapportarmi con questi ragazzi capisco di far parte di una generazione che con quella di Klaudia ha ben poco in comune; io sono cresciuta quando c’era ancora il comunismo, mentre lei, invece, neppure se lo ricorda quel periodo perche’ era troppo piccola. Certo non sono cosi’ vecchia da essere scambiata per sua zia, ma nemmeno cosi’ giovane da essere equiparata ad una coetanea. E la differenza non e’ tanto nell’aspetto fisico, quanto nel modo di pensare. I valori, gli interessi, gli argomenti, i desideri, tutto e’ diverso, e fra noi restano ben pochi punti di contatto.

Mi siedo sul letto e contemplo l’armadio. Sono indecisa su cosa indossare. Le mie scarpe, le mie borse, i miei vestiti; tutto quello che sono riuscita ad infilarci dentro nel tempo e’ li’, in bella mostra. Mi domando cosa cavolo mettermi per una festa del genere, piena di “ragazzi”, almeno dal mio punto di vista, e mi stramaledico per non essermi piu’ interessata di moda. Una bella contraddizione se penso a quello che era il mio lavoro di una volta.

Escludo il tubino nero che indosso per rimorchiare nei pub; troppo corto e mi lascia le gambe troppo scoperte. Escludo anche l’abito rosso con la gonna ampia; fa troppo gitana. Sai che cosa? Mi infilo un paio di jeans, un top semplice semplice, e cerco di mimetizzarmi il piu’ possibile. Evito quindi le scarpe col tacco e scelgo un paio di ballerine che’, altrimenti, potrei sentirmi come Gulliver dopo il naufragio sulla spiaggia dei lillipuziani. Si’, ma poi… chissenefrega! Non vado mica a cercare il principe azzurro!

L’amico di mia cugina, anzi la sua famiglia, abita sulle colline non distanti da dove vivo. E’ gente che se la passa bene e lo capisco subito dalla casa: una villa con la piscina e con un giardino immenso. Klaudia e’ gia’ li’ che mi aspetta e sventola la sua manina per farsi vedere. Sfodero un sorriso di circostanza mentre lei mi presenta il suo bamb… ehm, ragazzo. Per essere carino e’ carino, niente da dire: occhi verdi, capelli lunghi… pero’ vorro’ vederlo tra dieci anni. Ne ho conosciuti altri come lui; e’ il classico tipo che tende a mettere su pancia, e anche a perdere i capelli.

Fatte le dovute presentazioni, mi avvicino con l’aria di quella che non sa proprio cosa fare al tavolo del buffet. Un bel po’ di leccornie anti dieta, tutte deliziose, tutte ingrassanti, e il vino per fortuna non manca. Affanculo la linea!

Intorno c’e’ un sacco di gente: ragazze truccate come penso di non essermi mai truccata in vita mia, vestite, anzi svestite, in abiti succinti, tanto che penso di aver proprio sbagliato abbigliamento. Sigarette, qualche canna, e musica a volume altissimo. Ma e’ in questo modo che si divertono oggi? Penso: “Che palle!”. Poi, pero’, mi torna in mente quando a certe feste ci andavo anch’io, per lavoro o per sollazzo, ed erano piu’ o meno simili; anche allora c’erano alcol, sigarette, canne, e musica assordante.

Ho il mal testa; forse sono i troppi feromoni che aleggiano nell’aria. Preferisco uscire all’aperto. Il giardino non e’ male e ai lati della piscina ho intravisto giusto giusto un gazebo con un bel dondolo. Afferro un bicchiere di vino rosso e mi dirigo senza farmi notare in quell’angolino tranquillo, lontano dal frastuono. Il dondolo e’ davvero enorme e mi ci accomodo cercando di occuparlo tutto. E’ che la serata e’ davvero splendida; da qui sembra che in cielo ci siano piu’ stelle di quante se ne possano notare se si abita in citta’, dove la troppa luce le offusca. Oh si’! E’ questo che mi piace ed e’ anche il motivo per cui sono fuggita via dalla grande citta’. Bevo e guardo il cielo, mentre lui guarda me… fino a quando sento una presenza alle mie spalle.

“Sai che hai proprio dei bei denti?”

Non mi volto subito, ma capisco di trovarmi ancora una volta a fronteggiare l’ennesimo tentativo di approccio della mia vita.

“Bei denti? Che genere di complimento sarebbe questo? Sei per caso un dentista?” rispondo con aria svogliata.

Lui si mette a ridere, ma io non mi scompongo neanche un po’; sono senza scarpe, sbracata su un dondolo, con un bicchiere di vino in mano e forse, in effetti, potrei anche essere scambiata per una donna sola in attesa di qualcuno che la rimorchi.

E’ alto, ha gli occhi da bimbo, ancora innocenti, e il sorriso tipico di quello che le donne le fa soffrire. Mi si siede accanto. La scusa ufficiale e’ che alla festa si annoia; quella ufficiosa, invece - e me lo confida sussurrandomelo in un orecchio -, e’ che mi ha visto sorridere e si e’ innamorato dei miei denti.

Ci mettiamo a parlare. Anche lui, come quasi tutti gli invitati, e’ di famiglia benestante, figlio di un personaggio piuttosto conosciuto in citta’, totalmente disinteressato alla carriera pianificata dal padre ma, come tutti quelli che nella vita sono nati fortunati, arrivato in ogni caso al traguardo. Ha qualche problema di affettivita’, lo percepisco, ma non riesco ad inquadrarne il motivo. Mi ci vorrebbe piu’ tempo per capirlo, e la nostra conoscenza e’ troppo breve. In fondo, per quanto sia abile a scavare dentro le persone, non sono una psicanalista in grado di fare una diagnosi in pochi minuti.

E’ carino. Verrebbe la voglia di mettergli le mani tra i capelli, ma non posso farlo; non e’ per me. Ad un certo punto, senza preamboli, tenta di baciarmi, ma io mi sottraggo. Lui ci resta male. Prova a giustificarsi dicendo che in realta’ non voleva baciare me, ma i miei denti. Sorrido. Certo non ci sarebbe niente di male se mi arrendessi a questo bel ragazzo; l’ho fatto tante volte anche con chi neppure avevo scambiato una sola parola, pero’ questa volta non mi va. Percio’ gli sbatto subito in faccia la realta’.

“Non puo’ funzionare, neppure per gioco. Sei troppo giovane per me, ed io ho altro a cui pensare. Per cui, mio caro, io e i miei denti ti salutiamo”.

Lui resta li’, tra l’allibito e il deluso. Forse non gli capita tanto spesso di ricevere il due di picche. Io invece scappo via con un po’ di rimpianto per non essere riuscita a cogliere quel momento di tenerezza. Ho avuto paura. Paura di quello sguardo innocente contrapposto a quell’espressione da vero bastardo. Paura di cio’ che sarebbe potuto accadere. Non mi faccio prendere in giro da uno che ha almeno dieci anni meno di me; non rischio cosi’ tanto per cosi’ poco. E soprattutto non voglio passare per una donna che va alla ricerca del toy boy. Me ne vado dalla festa in un lampo, e senza neanche avvertire mia cugina.

A casa trovo Szanika. E’ ancora sveglia, e le racconto quel che e’ accaduto.

“Te l’avevo detto di non andare a quella festa di figli di papa’”, dice cercando di consolarmi. “Dai, vengo in camera tua, dormiamo insieme, cosi’ non ci pensi piu’”.

Szanika sa sempre cosa fare, sa sempre cosa voglio senza che neppure debba chiederglielo, sa sempre abbracciarmi come solo le vere sorelle sanno fare.

E’ mattina, ormai. Poco fa mi ha telefonato Klaudia dicendomi di aver lasciato il mio numero a un ragazzo tanto carino che ha insistito per averlo. Io quella li’ la strozzo. Giuro che un giorno lo faccio!

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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