domenica 27 aprile 2014

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Come essere indiscutibilmente noiosi e molesti su Facebook

E’ stato proprio a Pasqua. Mi stavo godendo la giornata quando ho avuto la malaugurata idea di accendere il computer ed entrare in Facebook. Fra le varie notizie ce n’era una di una persona che non avevo ancora valutato bene, essendo da poco entrata nella lista delle mie “amicizie”, ma che da cio’ che stavo leggendo ho immediatamente classificato come “particolarmente noiosa”.

Non sto a ripetere qui l’abbondanza di futilita’ che ho dovuto sorbirmi (tutti voi avrete un qualche esempio a cui riferirvi per immaginare cio’ di cui sto parlando). Roba da far venire il latte ai coglioni persino a chi di coglioni ne e’ priva. In sostanza un patchwork di idiozie buttate li’ alla rinfusa in cui l’argomento principale era esclusivamente la propria persona, speciale, unica, (e di seguito inserite qui tutti gli aggettivi gratificanti che vi vengono in mente), proprio come la sua vita, a differenza di quella dei suoi seguaci che, invece, sembravano essere tutti degli sfigati.

Alla fine di quella lettura incredibilmente istruttiva, mi sono accorta che la mia mano sinistra, quella che non tiene il mouse, era premuta contro la mia guancia e ne accartocciava vigorosamente la pelle. Probabilmente, per chi mi avesse vista in quel momento, avrei avuto la stessa espressione di chi fosse stata costretta ad assistere dal vivo a uno spettacolo orribile. E tutto mi e’ sembrato insopportabile, fastidioso, molesto. Ma la cosa piu’ terribile e’ stata di accorgermi che non esiste un rimedio a tutto cio’ se non chiudere tutto, spegnere il computer e farsi una bella passeggiata all’aria aperta.

Avrei dovuto farlo. Tuttavia, invece di prendere le distanze da quell’orrore, mi ci sono immersa ancor di piu’. Masochisticamente ho letto e riletto, affascinata quel modo in cui qualcuno riusciva a essere talmente noioso da non rendersene conto. E questo mi ha portata a riflettere su cosa renda fastidiosi certi comportamenti in Facebook, e sul perche’, invece, altri non lo siano affatto.

Pensando e ripensando ho stabilito che tutto si riduce a una regola semplice ed elementare: qualsiasi cosa in Facebook (ma anche in un blog, in un forum, o in qualsiasi ambiente d’interazione virtuale) risulta noiosa e molesta se gratifica principalmente l'autore (o l’autrice) e non offre alcunche’ di positivo a chi legge. E qui e’ subentrato il mio background scientifico. Esaminando piu’ approfonditamente il concetto, ho cominciato quindi ad analizzare prima di tutto gli elementi che distinguono cio’ che, per me, non risulta fastidioso, e sono arrivata alla seguente conclusione: per non infastidirmi, qualsiasi cosa mi trovi a leggere, deve appartenere ad una delle seguenti categorie:
  • interessarmi ed informarmi;
  • divertirmi.
Se in uno scritto trovo almeno una delle caratteristiche elencate, leggerlo non mi crea alcun senso di fastidio, perche’ mi offre qualcosa che mi arricchisce e migliora un po’ la mia giornata. Se si tratta di uno scritto interessante, il livello ottimale lo raggiunge quando riesce ad essere anche stimolante e originale, mentre se si tratta di qualcosa di divertente, allora e’ ottimo quando risulta spassoso. Non sono pero’ molti quelli che riescono a raggiungere tali obiettivi, per cui bisogna che mi accontenti anche di cio’ che e’ mediamente spiritoso che, almeno, non fa danni.

Successivamente ho esaminato i post che per me erano molesti, mettendomi io stessa in discussione, ripensando a cio’ che anch’io avevo scritto negli anni senza rendermi conto, forse, di aver infastidito qualcuno, e mi sono accorta che normalmente i post che considero noiosi e molesti sono viziati da almeno uno dei seguenti elementi:
  1. c’e’ il desiderio di costruirsi un’immagine. Si vuol plasmare l'idea che le persone che ci leggono hanno di noi;
  2. c’e’ narcisismo. Quello che veramente conta sono esclusivamente i nostri pensieri, le nostre opinioni e la nostra filosofia di vita. Riteniamo percio’ che la nostra persona e la nostra vita siano interessanti a prescindere;
  3. c’e’ bisogno di essere considerati. Tutto cio’ che vogliamo e’ attenzione e considerazione;
  4. c’e’ volonta’ di suscitare invidia. Ci aspettiamo che gli altri siano invidiosi di noi o di come viviamo;
  5. c’e’ solitudine. Ci sentiamo soli e cerchiamo consolazione nel virtuale. Quest’ultimo e’ il meno fastidioso fra i cinque elementi, ma assistere ad una persona che riversa la sua solitudine in questo modo e’ assai triste.
Il fastidio che si prova, dunque, a leggere approfonditamente certi post (o stati, come vengono chiamati in Facebook), andando alla ricerca con metodo quasi scientifico delle motivazioni e del perche’ vengono scritti, e’ per l’atteggiamento decisamente poco gradevole con cui alcune persone (inclusa la sottoscritta, non lo nego) diffondono la loro vanagloria, mischiata alla loro tristezza, che fa emergere non solo una profonda solitudine ed il bisogno che si ha di considerazione, ma soprattutto la futilita’ e l’inconsistenza della vita stessa. Un aspetto su cui nessuno vorrebbe mai focalizzare l’attenzione.

In base a cio’, ho estrapolato quelli che sono i difetti piu’ comuni che inquinano molti post che si leggono, e quindi elencato quello che bisognerebbe assolutamente evitare per non essere considerati noiosi e molesti.


La prima cosa e’ la vanagloria, vale a dire la compiaciuta ostentazione di qualita’, doti e meriti, che spesso sono solo presunti e assegnati con metodo autoreferenziale. E’ questo l'ingrediente principale che rende taluni comportamenti insopportabili, tanto che per spiegarlo meglio lo si deve suddividere in:

a): vanagloria smaccata del tipo "la mia vita e’ fantastica". Il senso e’ far sembrare meravigliosa la propria vita. Ci sono varie modalita’ per esprimerla e la formulazione delle parole usate e’ studiata per indurre gli altri ad avere di noi un’immagine ben precisa. La formula piu’ comune e’ buttare li’ la notizia sottoforma di domanda retorica, affinche’ la risposta sia implicita e scontata: “Indovinate chi si e’ appena recato/a all’agenzia di viaggio a prenotare una meravigliosa vacanza in Polinesia?”.

Le motivazioni principali sono sostanzialmente due: costruirsi un’immagine e suscitare invidia. Quindi, nel caso migliore, dato che siamo entusiasti della nostra vita, abbiamo bisogno di comunicarlo a tutti. Nel peggiore c’e’ la speranza che gli altri siano indotti a deprecare la loro vita e invidiare la nostra.

Si potrebbe a questo punto dire che, pur ammettendo di aver bisogno di comunicare la nostra felicita’ per un fatto che ci e’ accaduto (o che ci accadra’), non si capisce il perche’ di tutta questa necessita’ di sbandierarlo ai quattro venti, a tutti, anche a chi conosciamo soltanto superficialmente, per via virtuale. Per questo genere di cose, gli unici ai quali potremmo esprimere la nostra soddisfazione in modo da non essere fastidiosi, dovrebbero essere gli amici intimi, le persone di famiglia e altre figure per noi importanti, e per questo ci sarebbero la posta elettronica, i messaggi privati, le telefonate e le chiacchierate dal vivo; non certo dei post autoreferenziali dati in pasto a chiunque abbia una connessione internet.

Bisognerebbe capire fin da subito che il nostro effimero istante di autocompiacimento potrebbe essere assai fastidioso per le persone che non ci sono molto vicine che, poi, nel web sono la stragrande maggioranza.

b): vanagloria mascherata. E’ simile alla vanagloria smaccata di tipo a), ma e’ piu’ sottile, piu’ subdola, poiche’ viene espressa con manifestazioni di falsa modestia, oppure dissimulata da lamentela: “Mentre camminavo per strada, mi hanno fischiato dietro tre volte, e un’auto ha fatto quasi un incidente perche’ il conducente ha rallentato per guardarmi. A volte li detesto proprio, gli uomini!”

Anche qui le motivazioni principali sono il desiderio di costruirsi un’immagine e suscitare invidia, ma almeno esiste un livello di consapevolezza che ci induce a camuffare la vanagloria dietro qualcosa di apparentemente negativo. Anche se, spesso, la mancanza d’ipocrisia dei vanagloriosi piu’ sfacciati, puo’ risultare meno antipatica rispetto a quella di questo tipo.

c): vanagloria dell’intimita’ del tipo "ho una relazione favolosa”. Cioe’ una declamazione pubblica dei sentimenti che si provano per una persona in particolare o un aneddoto che esprime la perfezione del nostro rapporto con quella persona: “Grazie, Marco, per avermi regalato gli attimi piu’ belli di tutta la mia vita!”

In sostanza: “Vi informo che ho un fidanzato (o un caro amico), e con lui ho una relazione fantastica”. In questo caso le due motivazioni principali (costruirsi un’immagine e suscitare invidia) sono evidenti. Volendo, si potrebbe trovare in questo terzo tipo di vanagloria un intento meno deprecabile, che potrebbe essere il desiderio di rafforzare la relazione mostrando a tutti l'intensita’ dei nostri sentimenti verso quella specifica persona, invece di limitarci a comunicargliela in privato. Pero’, pensandoci bene, davvero vogliamo trascinare centinaia di persone nelle nostre smancerie perche’ non troviamo un modo piu’ creativo per superare i limiti che abbiamo nell'esprimerci?


Oltre alla vanagloria, un altro comportamento e’ la rivelazione incomprensibile: cioe’ l’intenzione di rivelare che nella nostra vita sta accadendo qualcosa di incredibile (positivo o negativo) senza pero’ chiarire alcun dettaglio.

Gli esempi sono semplici e sfido chiunque a giurare di non aver mai letto qualcosa del genere: “Basta! Da oggi ho chiuso con gli uomini!”. Oppure: “Non vi dico niente, ma domani potrebbe essere il gran giorno!”. La motivazione principale e’ unicamente il bisogno d'attenzione, ma la cosa piu’ divertente e’ leggere i commenti che seguono questo genere di post, osservando, poi, il modo in cui l'autore risponde. Sempre che risponda, perche’ non e’ detto che lo faccia, in quanto tanto piu’ a lungo dura il giochino, tanto piu’ il bisogno di attenzione viene soddisfatto.

Gli autori della rivelazione incomprensibile si dividono fondamentalmente in quattro categorie, due delle quali prettamente femminili:

a) la celebrita’: che rimane in silenzio e tratta i commentatori come ammiratori scalmanati. Li lascia commentare e non risponde mai a nessuno.

b) la fidanzata di mille persone: che risponde a tutti e nei suoi commenti spiega tutto per filo e per segno. Il che significa che fin da subito voleva parlarne pubblicamente, ma non voleva solo parlarne; voleva, soprattutto, che gli altri le chiedessero di farlo.

c) il (o la) protagonista tormentato/a: che risponde, ma mantiene perennemente il mistero motivando il suo glissare col fatto che la cosa lo rende triste e "non se la sente di raccontare".

d) la principessa adorata da tutti: e’ la versione gioiosa di chi ricade nel tipo c). Risponde, ma mantiene il mistero perche’ e’ una cosa talmente meravigliosa che non puo’ "dire nulla subito, ma presto lo scoprirete!".

In semplici parole si vuole galvanizzare ben bene i lettori, e lasciarli ad aspettate la grande notizia con il fiato sospeso.


Poi c’e’ la comunicazione banale, cioe’, letteralmente, l’aggiornamento su ogni banale attivita’ che compiamo, come ad esempio: “Fra poco in palestra, poi doccia, cena e seratina tranquilla davanti al computer”.

Le motivazioni principali di questo tipo di post sono il desiderio di costruirsi un’immagine, la solitudine, il narcisismo e, probabilmente, nel caso di Facebook l’ignoranza, vale a dire la convinzione che “aggiornamento di stato” significhi proprio aggiornare tutti su cio’ che stiamo facendo, momento per momento.

Mi sono quindi chiesta: che ci attendiamo quando scriviamo certe comunicazioni? Ci attendiamo forse sterili congratulazioni da un gruppo di semisconosciuti che non sono minimamente coinvolti nelle nostre banalita’?

“Vai in palestra? E allora? Chissenefrega!” verrebbe da rispondere. Ma per chi lo scrive e’ impossibile resistere all’impulso di comunicare agli altri cio’ che sta facendo, quindi significa che ne trae un beneficio.

Quale?

Sicuramente il costruirsi un’immagine, poiche’ se mi dici che vai in palestra allo stesso tempo mi comunichi, in modo subliminale, che tieni al tuo fisico e quindi che, probabilmente, dal punto di vista estetico non sei malaccio.

A rifletterci bene, pero’, informare tutti delle nostre attivita’ quotidiane non aiuta granche’ a plasmare la nostra immagine. O almeno la si plasma, ma forse non nel modo che abbiamo in mente noi. Per cui, se la motivazione non e’ il desiderio di costruirsi un’immagine, allora viene da pensare che possa essere il narcisismo; come se, per qualche strana ragione, solo perche’ si tratta di noi, anche i minimi dettagli della nostra vita siano interessanti per chi ci legge. Di conseguenza ci si illude di trasformarci in celebrita’, per cui gli altri dovrebbero essere ossessionati da tutto cio’ che facciamo, persino da cose totalmente insignificanti.

Ma non sono certa al cento per cento che si tratti di bisogno di costruirsi un’immagine o di narcisismo, e se le motivazioni non sono ne’ la prima ne’ la seconda, allora la pulsione non puo’ che essere la cugina triste del bisogno di considerazione: cioe’ la solitudine. Tuttavia, da un punto di vista psicologico, penso sia apprezzabile che il web dia alle persone sole l’opportunita’ di raccontare la loro giornata a qualcuno, e questi post non rientrerebbero nella lista dei molesti se non avessero (ahime’) l'effetto collaterale di ricordare che la vita e’ in realta’ priva di senso. Per tutti.


Ma uno dei comportamenti piu’ ricorrenti e’, senza dubbio, il messaggio privato espresso pubblicamente senza che ve ne sia motivo: “Mi manchi! Quand’e’ che ci vediamo? Ti aspetto alle tre!”

Che cosa puo’ motivare certi post, a parte l’immaturita’ di chi, pur reputandosi adulto, non capisce la differenza tra un post pubblico e un messaggio privato? A che serve sbandierare a tutti qualcosa che e’ destinato ad un’unica persona e che potrebbe esserle inviato in modo piu’ riservato?
  • Costruirsi un’immagine e farsi belli agli occhi degli altri?
  • Dare l'impressione di vivere una vita intensa e inebriante?
  • Mostrare a tutti che esiste una grande amicizia fra noi e il destinatario del messaggio?
  • Suscitare invidia negli altri e farli sentire degli sfigati?
  • Il pensiero di essere talmente famosi da considerare ogni aspetto della nostra vita sociale importante per il mondo intero?
Forse un po’ di tutto. Ciononostante, l'unica motivazione che, in un certo senso, posso giustificare e’ se il messaggio mira a suscitare invidia o gelosia in una specifica persona che probabilmente lo leggera’ (una vecchia fiamma o qualcuno che si detesta e che vogliamo stuzzicare). Questo tipo di malizia e’ cosi’ sottile che riesce persino a divertirmi, e il post perde gli elementi che lo rendono molesto per diventare, invece, qualcosa di sbalorditivo.


Un altro comportamento che non finira’ mai di stupirmi e’ quello che si ha quando si scrivono discorsi come se ricevessimo un premio Oscar ma senza che vi sia ragione. Mere manifestazioni d'affetto e di stima che non hanno alcun motivo evidente, e dirette a nessuno in particolare.

Mi riferisco a quei post come: “Volevo solo dirvi grazie. Il vostro sostegno e il fatto che siete in tanti a seguirmi significa molto per me. Senza di voi non sarei riuscita a fare quasi nulla di tutto quel che ho fatto in questi anni”.

Quando si leggono certe cose, c’e’ davvero da chiedersi: esiste davvero chi veramente sente una tale esplosione d'amore per tutti i suoi millecinquecento contatti in Facebook? E che cosa accadrebbe se, all'improvviso, quella stessa esplosione fosse nei confronti dei suoi migliori amici, o la sua famiglia? La esprimerebbe come? Scrivendolo a lettere cubitali su tutti i muri della citta’ oppure contatterebbe quelle poche persone privatamente, e con un messaggio molto piu’ personale e sincero?

Credo che il motivo per questo tipo di comportamento si riduca sostanzialmente al bisogno di essere considerati: "Ehi! Sono qui! Abbracciatemi!". Si ha bisogno di sentirsi amati e sappiamo benissimo che l'inevitabile risposta al nostro appello, saranno decine e decine di abbracci e pacche virtuali sulle nostre spalle.

L'unica circostanza in cui qualcosa del genere puo’ essere tollerabile (io pero’ sarei propensa ad evitarla sempre) e’ in occasione delle festivita’ (Natale, Pasqua, ricorrenze varie); quando, cioe’, tutto rientra nel perimetro di un grande abbraccio collettivo. Non a caso, infatti, e’ proprio durante queste occasioni che nel web la gente si scatena e ci si ritrova sommersi da una valanga di discorsi da premi Oscar.


C’e’ inoltre l'opinione straordinariamente ovvia. E’ quella che viene espressa in occasione di un evento speciale, e che abbiamo gia’ sentito milioni di volte. Di esempi potrei citarne a decine, ma i piu’ comuni sono del tipo: “Sono solidale col popolo uzbeko che lotta per il diritto alla liberta’. Tutti hanno diritto alla liberta’!” Oppure: “Il mio pensiero va a quelle persone che hanno perso i loro cari nel terremoto. Non ho parole per esprimere il mio dolore!” In questo gruppo rientrano anche tutti quei post relativi alle ricorrenze che, ogni anno, siamo costretti a sorbirci.

Le motivazioni principali che spingono a scrivere questo genere di post sono essenzialmente due:
  • il narcisismo, inserirsi cioe’ come una tessera nel mosaico dell’accadimento;
  • il desiderio di costruirsi un’immagine, come a voler dire: “Io sono il tipo di persona che, di fronte a certi fatti, ha questa particolare opinione/reazione".
Perche’ questi post sono fastidiosi? Prima di tutto perche’ non si sta dicendo niente di originale o interessante; quel particolare evento ha gia’ inondato l’opinione pubblica attraverso i media ed e’ gia’ stato ampiamente analizzato da ogni possibile punto di vista. Secondariamente si sta trasformando un evento, spesso tragico, in qualcosa che ci assegna una parte da protagonisti.

La tristezza che avvertiamo per un massacro o un disastro, non e’ una tessera fondamentale nel mosaico di quell’evento, e non c’e’ alcuna necessita’ di descrivere a tutti come appaiono i fatti guardati attraverso le nostre lenti. Soprattutto se le nostre lenti sono, spesso, soltanto dei vetri trasparenti, normalissimi, che non fanno intravedere niente di piu’, ne’ niente di meno, di quello che tutti hanno gia’ visto.


Arriviamo infine all’ultimo comportamento di questa lunga serie: la citazione illuminata. Cioe’ la perla di saggezza non richiesta. “Neppure la morte e’ da temere per chi ha vissuto con saggezza. - Buddha”. Oppure: “L'arte di vincere la si impara nelle sconfitte. - Simón Bolívar”. Ed altre cose del genere.

Costantemente, soprattutto in Facebook, ci si trova di fronte a chi vuole illuminarci con una saggezza copia incollata che non e’ sua, ma di qualcun altro. Il messaggio ha sempre un tono decisamente paternalistico e cio’ che sottintende e’: "Salve amici. Vedete? Io so quali sono i segreti della vita. Lasciate che l’insegni anche a voi cosicche’, come me, potrete raggiungere la saggezza e l'illuminazione."

Ora, io spero che tutti sappiano che l’unico modo per motivare davvero le persone non e’ declamare frasi prese dal web, bensi’ realizzare qualcosa di speciale in modo che la nostra impresa sia d’esempio e fonte d’ispirazione per gli altri. Per infondere ispirazione solo con le chiacchiere dovremmo essere cosi’ bravi in arte oratoria, e avere qualcosa di veramente originale da dire, da non dover dar prova sul campo di cio’ che diciamo. E questo non e’ ovviamente il mio caso, ne’ quello del 99,9% delle persone che passano il loro tempo in Facebook. Percio’, considerarci ispiratori di saggezza e illuminazione per il solo fatto che copia incolliamo citazioni trite e ritrite trovate qua e la’, alla fine non puo’ che essere un atto infinitamente patetico e palesemente narcisistico.

Ma oltre al narcisismo c’e’ anche un secondo motivo che ci spinge a scrivere questo genere di post, ed e’ la volonta’ di costruirci un’immagine. In realta’ desideriamo che gli altri si accorgano di quanto siamo saggi, illuminati, ed ammirino il nostro percorso spirituale.


Conclusione: sapete perche’ certi comportamenti non scompariranno mai? Perche’ nei social network non esiste una funzione opposta al “mi piace”, cioe’ il "non mi piace", e i piu’ non hanno alcuna voglia di mettersi a questionare su quanto cio’ che leggono faccia cagare. Per questa ragione, di solito, i post che ho elencato ricevono unicamente incoraggiamenti, e gli autori restano ignari del fatto che stanno fracassando le gonadi all’universo mondo.

In definitiva a cosa ha portato, quindi, questa mia analisi? Semplicemente a scoprire che le caratteristiche dei post noiosi e molesti non fanno che riflettere quelle che sono normalissime qualita’ umane. Tutti, infatti (me compresa) hanno bisogno di vantarsi ogni tanto, tutti hanno i loro momenti di debolezza, tutti hanno bisogno di considerazione, tutti si sentono soli e tutti. prima o poi, fanno emergere tratti caratteriali decisamente non gradevoli. Ed e’ a questo punto che dovrebbero intervenire le persone che ci vogliono bene.

Ma quello che da soli non riusciamo a comprendere e’ che tra i nostri millecinquecento amici in Facebook, solo pochi ci vogliono bene. Forse dieci, forse venti, e se fossimo particolarmente amabili potremmo arrivare persino a trenta. Sempre troppo pochi! Questo significa che la stragrande maggioranza delle persone che abbiamo “collezionato” nella nostra lista NON CI VUOLE BENE. E’ questa l’amara verita’. Ed ovviamente, a chi non ci vuole bene poco interessa della nostra giornata, della nostra vita, di cio’ che pensiamo, facciamo, desideriamo. Probabilmente non visita neppure troppo spesso la nostra pagina e, certamente, non vuole avere niente a che fare con i peggiori aspetti del nostro carattere. Percio’ lo spettacolo di noi che agiamo in base ai nostri bisogni emotivi, finanche egotici, non dovrebbe neppure apparire sullo schermo del loro computer, e dovremmo fare di tutto per evitare di farglielo vedere.

A questo punto sono arrivata davvero alla fine di questa noiosissima pappardella. Con cio’ ho ampiamente soddisfatto tutte quante le mie motivazioni, dal narcisismo, al bisogno d’attenzione, al riempimento del vuoto lasciato dalla solitudine, al desiderio di costruirmi un’immagine. Pero’, prima di prendervela con me ed insultarmi, scrivendo che cio’ che ho esternato in questo post fa cagare, fate un lungo respiro e valutate se anche voi non siate caduti almeno in uno dei tanti difetti che ho elencato, e domandatevi se, almeno una volta, anche voi non siate risultati molesti per qualcuno.

Bene: fra poco in palestra, poi doccia, cena e seratina tranquilla davanti al computer!

domenica 6 aprile 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte IV

Quella notte non chiusi occhio. La passai interamente a chiedermi se dovevo accettare i soldi invece di buttarli via come in modo sciagurato avevo fatto. Sapevo bene, perche’ Anikó me lo aveva raccontato un’infinita’ di volte, che fare sesso per soldi non era cosi’ tremendo; l’anima non e’ fatta di carne, e quella nessuno puo’ portarcela via, ma per me sarebbe stata comunque la prima volta e solo l’idea di fare quel passo mi spaventava. Sarei stata davvero capace di farmi toccare, baciare, e farmi penetrare da uno sconosciuto?

Sapevo, pero’, che in fin dei conti non sarebbe stato come battere in strada. Non c’era un pappone che mi obbligava a farlo anche se non volevo. Al contrario, nessuno si sarebbe arrabbiato se avessi rifiutato. Sarebbe stata una mia scelta, e il resto non sarebbe contato un bel niente perche’, come diceva sempre Anikó, solo il denaro era importante. Quell’uomo, poi, aveva qualcosa di speciale; non era uno squallido cliente di prostitute come gli altri che avevo visto accompagnarsi con le ragazze del locale. Anzi, era affascinante, simpatico, colto, ricco. Se lo avessi fatto con lui non mi sarei sentita una puttana.

Quello che mi aveva offerto andava oltre ogni immaginazione. Un sacco di soldi; piu’ di quanti ne avrei guadagnati danzando per un anno nella gabbia, ed io ne avevo un estremo bisogno. Non volevo piu’ vivere alle spalle della mia amica. Per quanto per lei non fosse un problema e non me lo facesse mai pesare, mi sentivo una mendicante, e la sensazione non era piacevole. Mentre io volevo di piu’, cose piu’ grandi che non avrei mai potuto permettermi col lavoro che avevo, ed ero stufa di guardare il mondo solo attraverso i poster appesi alle pareti della squallida camera dove alloggiavo. Volevo viaggiare; andare in quei posti e vederli coi miei occhi.

Era un’occasione che poteva rappresentare una svolta importante nella mia vita e tramutarsi in una via d’uscita dalla gabbia, anche mentale, dove mi ero rinchiusa. Chi era quell’uomo misterioso spuntato dal nulla che, ricoprendomi di lusinghe, era stato capace di ammaliarmi? Come tutti aveva detto che mai aveva visto una ragazza piu’ bella di me, ma sorprendentemente nel suo sguardo felino vi avevo scorto sincerita’. Quella sincerita’ da sempre cercata negli occhi degli uomini e che mai, fino ad allora, avevo trovato.

La cifra mi rimbalzava nella testa. Perche’ ero fuggita, con gli occhi pieni di lacrime? L’avevo fatto per la vergogna di non essere all’altezza? Scopare non era come danzare; non era come spogliarsi e mostrare la propria nudita’; non era come intrattenere al tavolo qualcuno, flirtando, per fargli spendere il piu’ possibile. Per scopare bisognava essere brave. Le mie esperienze di sesso, invece, erano limitate a qualche leggerezza da adolescente, e quell’aria sexy con la quale mi atteggiavo in realta’ non mi apparteneva. Era solo una recita, perche’ sapevo di essere inesperta, imbranata, e quei soldi erano troppi per una come me!

Pensavo e ripensavo continuamente: “Che stupida, che stupida, che stupida…” A pensarci bene, non ci sarebbe stato nulla di male. Avrei potuto accettarli ed una volta fatto, sarei stata esattamente la stessa di prima. Che cosa sarebbe cambiato? Niente… a parte che, dopo quel passo, sarei stata anch’io una prostituta. E poi, non era necessario che lo andassi a raccontare in giro. Avrei potuto accordarmi per un appuntamento in segreto. Nessuno l’avrebbe mai saputo. Ma davvero m’importava se qualcuno l’avesse saputo? In fondo sarebbero stati fatti miei, come quelli di Anikó erano fatti suoi. Ogni volta che le chiedevo come si sentiva dopo, lei mi rispondeva: “Bene! Far sesso per soldi non e’ brutto; a volte capita di incontrare anche uomini gradevoli, mentre con gli altri, quelli che mi fanno schifo, stacco il cervello”.

“Staccare il cervello”. Come un automa che si disconnette premendo un semplice pulsante. Ne sarei stata capace? Non potevo saperlo se non ci avessi provato, ma su una cosa Anikó aveva assolutamente ragione: per quelle come noi non esisteva altro modo piu’ semplice e veloce per far soldi, e i soldi, come diceva lei, erano piu’ importanti di tutto. Che me ne fregava, dunque, di quello che avrebbero pensato di me? Sarei stata una prostituta? E allora? Sarebbe stato un lavoro come qualsiasi altro: come fare la modella. Le modelle non si fanno pagare allo stesso modo per il loro corpo? Sarei stata forse meno troia se mi fossi mostrata nuda in qualche prive’, strusciandomi al cliente, oppure l’avessi smollata al primo stronzo con la parlantina sciolta che mi avesse promesso amore eterno?

Ripensando alle mani avide di tutti quelli coi quali avevo filato, che avevano esplorato le mie cosce e per impossessarsi del mio sesso acerbo in cambio di niente, di inutili promesse che svanivano il giorno seguente, mi prese una gran voglia di liberarmi da quell’immagine da brava ragazza che con ostinazione avevo voluto portarmi addosso per anni, ma che, come un vestito fuori taglia, mi stava ormai stretta, facendomi soffocare. Se volevo essere davvero una leonessa, e vivere nella giungla invece che in uno zoo, allora dovevo frantumare la mia ipocrisia, spogliarmi degli scrupoli che ancora mi rendevano prigioniera, e iniziare ad usare gli uomini, facendomi rispettare. Facendomi pagare.

No, non sarei stata piu’ la fatina alla quale la nonna raccontava le fiabe. Ero cresciuta, cambiata, ma fino a quella sera non l’avevo ancora capito perche’ nessuno mi aveva mai messa di fronte alla vera me stessa; di fronte al mio cinismo. Percio’ ero fuggita via, spaventata. Perche’ crescere fa paura, cambiare fa paura, e ancor piu’ paura fa quando ci si rispecchia nello sguardo di qualcuno che ci mostra esattamente come siamo, e ci vediamo una persona che non penseremmo mai di essere. Quell’uomo era stato il mio specchio, e la sua offerta scritta su un foglio di carta la chiave per far scattare un meccanismo che, da quel momento in poi, mi avrebbe resa viva.

Qualche anno piu’ tardi gli avrei chiesto perche’, fra tante ragazze piu’ belle ed esperte, avesse scelto proprio me. La risposta giunse solo al termine della sua mossa sulla scacchiera e come al solito, dopo aver sorseggiato con lentezza un po’ di cognac.

“Me ne stavo li’, annoiato, a guardarmi attorno, cercando qualcosa d’indefinibile che potesse suscitare un po’ d’interesse, e ti vidi. Fu il destino? Non lo so, ma in quel momento mi prese un desiderio: quello di plasmarti. Creare un capolavoro come uno scultore fa con un blocco di marmo. Da quella timida ragazza avrei ottenuto la donna perfetta: una puttana meravigliosa per la quale chiunque sarebbe stato disposto a tutto. Oggi posso confessarti che non lo feci per te, ma solo perche’ in quel momento mi servivi, per i miei affari, ma rappresentavi anche una sfida e confesso che un ruolo lo ebbe anche il mio ego. Non immaginavo pero’ che avrei esagerato facendoti troppo speciale oppure, semplicemente, sbagliai i calcoli e non considerai che alla fine, fra tutti, sarei stato io il primo ad innamorarmi. In realta’, mia cara Irina, non fui io a sceglierti, ma fosti tu ad incantarmi”.


Il titolo del racconto e’ stato ispirato da questo libro: “L’ultima fata”.

 QUI: la I parte

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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