domenica 23 marzo 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte III

Di uomini, ancora, non ne avevo conosciuti molti. Il piu’ intimo, fino ad allora, era stato Rezsö, ma non lo consideravo il mio ragazzo. Era troppo dolce e con lui, a volte, avevo avuto l’impressione che, se solo avessi voluto, avrei potuto persino sbranarlo. A quel punto lui sarebbe morto, ed io avrei pianto.

L’uomo che immaginavo per me, invece, doveva essere diverso; qualcuno che avesse potuto tenermi in pugno, insegnarmi, guidarmi, e allo stesso tempo prendersi cura di me. A quei tempi non avevo ancora capito niente della vita, della liberta’, dei rapporti paritari fra uomini e donne, della stima, del rispetto e dell’amore come fonte di immensa gioia. Ero solo curiosa e assetata di avventura.

Piu’ che di un amore ero alla ricerca di un maestro. Cosi’, quando colsi il suo sguardo in mezzo a decine di altri, immediatamente capii che lui mi voleva nel modo in cui desideravo. Fu una sensazione strana. Come una scossa improvvisa, un tuffo al cuore, e il tempo resto’ sospeso per un attimo. Quella mancanza del respiro l’avrei provata anche dopo, con altri uomini e anche con donne, ogni volta che mi sarei infatuata di qualcuno.

Lo raggiunsi al tavolo e la prima cosa che mi chiese fu il nome. Da tutti mi facevo chiamare Tündi, e avrei potuto dirgli quello. Eppure gli rivelai il mio vero. Compresi subito che non avrei mai potuto mentire a quell’uomo dallo sguardo gelido, ma nel quale intravedevo un’estrema dolcezza, benche’ fosse nascosta, coperta, tenuta ben al riparo da una scorza di durezza e severita'. Intravedevo in lui cio’ che non avevo mai visto in nessuno prima: un’aura che emanava sicurezza e lealta’. E sembrava sussurrarmi: “A me ti puoi affidare, totalmente, tranquillamente, perche’ non ti faro’ mai del male”.

Forse una strana alchimia creava le condizioni perche' solo io potessi cogliere quei dettagli e leggergli dentro in quel modo. Oppure, semplicemente, si trattava di una normalissima illusione creata dall’atmosfera del momento, strana, magica, che pero’ sarebbe durata per tutto il tempo che siamo stati insieme. Avevo finalmente incontrato un leone.

Disse che il mio nome suonava troppo gutturale, e ricordo che ci restai male. “Preferisco chiamarti Irina”, ed io pensai: “Irina…mi piace”. Era gradevole il suono che, detto da lui, in quel momento, mi sembro’ persino musicale. Si’, certamente Irina era il nome che avrei voluto avere se l'avessi potuto scegliere. Poi mi chiese a che livello parlavo russo, e restai quasi sorpresa: “Come fa a sapere anche questo?”.

“Lo studio da sempre”, gli risposi. “Ho intenzione di diplomarmi in lingue”.

“Ottimo!” sorrise. “E poi cosa vorrai fare, Irina?” e marco’ l’accento particolarmente sul nome, come a volermi comunicare che per lui non sarei piu’ stata la ragazza di campagna senza ne’ arte ne’ parte arrivata nella grande citta’, la fatina appassionata di fiabe e racconti, sempre assorta nelle sue immaginazioni, ma una donna in grado di affrontare e fronteggiarsi con la realta’ della vita.

Alzai lo sguardo verso Anikó che ballava, e capii che la mia vita non avrebbe potuto essere come la sua, eternamente dentro la gabbia. Davanti a me avevo un leone, e forse la mia unica occasione per fuggir via da quello zoo, abbandonando il mondo delle fate nel quale stavo ancora vivendo, ed insieme ad esso lasciarmi alle spalle la fanciullezza per andare finalmente nella giungla, della quale sentivo sempre piu’ il richiamo.

I miei occhi chiarissimi titubarono e risposi un sommesso “non lo so”. Fu allora che spunto’ l’offerta. Senza parlare la scrisse su un foglietto che mi porse facendolo scivolare coperto sul tavolo, perche’ lo guardassi come fosse una carta da gioco. Erano tanti soldi, talmente tanti che pensai volesse prendersi gioco di me, come fanno i bambini che mostrano le noccioline alle scimmiette nelle gabbie per eccitarle e poi negarle con una cinica risata. Il felino che avevo dentro si senti’ mortificato da quel gesto, o forse, semplicemente, ne fui impaurita. Mi alzai e corsi via. Avevo le lacrime agli occhi. Tornai a casa ben sapendo che quel gesto mi sarebbe costato anche il lavoro.

(Continua…)

QUI: la II parte

QUI: la IV parte

martedì 18 marzo 2014

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Casino Royale

Ieri, parlando del piu’ e del meno, e' venuto fuori per caso Dostoevskij, e questo mi ha fatto tornare in mente “Il giocatore”, e un'antica discussione con un'amica di tantissimo tempo fa, in cui si parlava di uomini e li si paragonava, appunto, a dei giocatori. Dicevamo che agli uomini piace azzardare con le donne, pero' ci sono quelli che vorrebbero sempre vincere. Mentre si sa che quando si gioca, e si rischia, e' facilissimo anche perdere.

Il contesto di quella discussione era diverso; eravamo due giovani e belle ragazze, ancora piene di vita, esuberanti, in cerca di avventura e, ovviamente, di uomini facoltosi amanti del "gioco". Perche' il gioco e' uno sfizio, non una necessita'; esattamente come uno sfizio eravamo noi per gli uomini.

Chi gioca alla maniera di chi se lo puo’ permettere, percio’, dovrebbe farlo con spirito leggero, sapendo che gli puo' andar male, ma senza dare troppa importanza se la sorte gli fosse avversa. Se invece dovesse rimpiangere la perdita, allora non si tratterebbe piu’ di un “piacere” superfluo della vita, ma solo del vizio di un povero disgraziato che aspira a qualcosa che non puo’ permettersi.

Ci sono uomini, pero', che non riescono a vedersi per quelli che sono; hanno un'immagine di se' artefatta ed edulcorata; non valutano bene fin dove possono spingersi; credono di essere 007, e sono convinti di affascinare una donna semplicemente dicendole che sono bravi a giocare. Molte cadono nella rete, e sono quelle che alla fine perdono sempre, perche' vengono considerate fin da subito "troppo facili", quindi poco interessanti e non abbastanza appaganti per l'ego smisurato di chi ha bisogno di catturare una "preda" che sia al suo livello.

Ma ci sono anche quelle che non ci cascano. Quelle che prima valutano se questi sedicenti James Bond possono o non possono frequentare il Casino Royale, e cercano di capire innanzi tutto quale possa essere il loro limite di puntata. Non si tratta di venalita’ ma di un metodo selettivo molto raffinato.

A questo gioco vince infatti chi non da’ troppo peso alla fiche che rischia, ma neppure considera la vincita fondamentale da raggiungere. Perche' vincere o perdere non gli cambia la vita. E se un uomo mira a conquistare una donna non troppo facile, sapendo che se riuscira' a conquistarla potra' veramente sentirsi come 007, allora proprio come 007 dovra' giocare: senza limiti, senza dar troppo peso all’eventuale perdita, ma neanche alla vincita, affrontando entrambe le possibilita’ con un sorriso a mezza bocca. Fregandosene.

Per tutti gli altri, quelli che hanno invece un vizio che non possono permettersi, gli 007 con un solo zero - anzi spesso senza neppure quello -, ci sono le macchinette al bar sotto casa. Il Casino Royale non fa per loro; e’ un luogo che non devono assolutamente frequentare se non vogliono sentirsi, oltre che perdenti, anche dei frustrati.

domenica 16 marzo 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte II

Il posto si chiamava “Az Állatkert”, e mi pagavano per dar spettacolo muovendo il mio corpo. La postazione era una specie di gabbia. Cio’ che dovevo fare era danzare piu' sinuosa e sensuale che potevo, fasciata in un costume che raffigurava un animale. Me ne avevano forniti diversi, di costumi, attillati, che mi fasciavano tutta, lasciando pero' scoperte le parti anatomiche piu’ attraenti per gli uomini. Ne avevo uno zebrato, uno con le piume, e uno che era simile alla pelle di un serpente. Ma quello che preferivo era da felino: tigrato o leopardato.

Lo spettacolo era ogni sera lo stesso: ballare, ballare, ballare. Pausa. Bevuta al bar, due chiacchiere con qualcuno, e poi di nuovo nella gabbia, fino a tarda notte. Di fronte a me, nell’altra gabbia, c’era Anikó, quando non doveva stare con qualcuno che aveva bisogno di compagnia. Il lavoro non era male. Mi e’ sempre piaciuta sia la musica che la danza. Quello che guadagnavo, invece, mi bastava appena per fare una vita da schifo. Se avessi desiderato avere piu' soldi, avrei potuto fare come Anikó, ma ancora non me la sentivo. Ero ancora timida, imbranata, insicura e con troppi scrupoli.

In fondo alla grande sala c’era Rezsö, il disc jockey, con l’inconfondibile berretto nero da spetnatz che gli avevo regalato. L’avevo acquistato per pochi fiorini in un mercatino che vendeva roba militare usata. Fra noi due c’era qualcosa di piu’ di una semplice simpatia. Quasi sempre, durante la pausa, mi accoccolavo accanto a lui, e insieme sceglievamo la musica. Le luci e i colori rendevano il tutto simile ad un quadro su cui era stato dipinto un immenso circo: clown, animali e domatori, acrobati e cerchi di fuoco da attraversare. E poi c’era il pubblico che ammirava estasiato.

C’era chi, credendosi un cacciatore, mi faceva richieste esplicite, offrendomi soldi e cercando da me un cenno d’assenso, ma io non rispondevo mai. Dentro il mio costume mi sentivo una vera tigre, e come tale potevo solo ruggire. Perche’ quelli non erano cacciatori. Solo spettatori che pagavano il biglietto per guardare gli animali rinchiusi nelle gabbie di uno zoo. Le loro offerte non m’interessavano; li vedevo come dei bimbi che offrivano noccioline alle scimmie, ed avevano l’illusione di stare nella giungla. Ma quella non era la giungla. Nella giungla ci sono i veri pericoli, i veri predatori, i veri cacciatori. Li’, invece, c’erano solo bambini con la testa piena di sogni.

Qualcuno, pero’, riusciva a portarsi a casa qualche ragazza, come Anikó, il souvenir della serata. Ma era come il pesce rosso confezionato nel sacchetto di plastica che si acquista al luna park quando non si riesce a centrare il vasetto con la pallina. No. La giungla era un’altra cosa. Anche se ancora non ci ero stata, sapevo che la vita della giungla non poteva essere quella. Non doveva essere quella o anche i miei sogni si sarebbero infranti nella banalita’ di un’esistenza che non volevo assolutamente fosse mia.

Certo nello zoo avevo di che vivere, avevo chi si occupava di me, e se avessi voluto avrei potuto anche mordere qualche debole preda, qua e la’, tanto per provare il gusto del sangue. Anikó me lo diceva sempre: “Tündi, hai un fisico che sembri nata per farlo”. Ma sapevo che vivere in quel modo non era quello che desideravo, e mi sentivo davvero come una tigre costretta in una gabbia. Cio’ che attendevo era solo il momento giusto per fuggire, via, per andare lontano, nella giungla, dove avrei visto i veri colori, avrei sentito i veri profumi ed ascoltato i veri rumori. Niente piu’ gabbie, ne' domatori, ne' bimbi, ne’ pesci rossi. Solo la vita; quella vera, quella che meritavo.

E finalmente avrei incontrato i miei simili, altri felini, come me, che mi sarebbero stati accanto, e mi avrebbero aiutata a vivere l’avventura, a cacciare le prede che avrei potuto sbranare, affondando i denti nelle loro gole fino a che gli incisivi superiori non avessero toccato gli inferiori. E a quel punto mi sarei nutrita perche’ una tigre non puo’ rinunciare alla propria natura di predatrice. Almeno non prima di aver provato a vivere nella giungla.

(Continua...)

Qui: la I parte

Qui: la III parte

venerdì 14 marzo 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte I

Quando ho ricevuto la prima proposta indecente avevo appena diciassette anni, e da tutti mi facevo chiamare Tündér. Ovviamente Tündér non e’ mai stato il mio nome, e’ sempre stato solo un soprannome, ma nel piccolo paese nel quale sono nata mi hanno sempre chiamata cosi’, fin da quando ero piccolissima a causa della passione smisurata che avevo per le fiabe.

“Tündi, sbrigati che’ fai tardi a scuola! Tündi, ti avevo detto di non andare nel campo a giocare! Guarda come ti sei conciata, Tündi! Tündi fai questo… Tündi fai quello”, e cosi’ avevo scelto di mantenerlo anche nella grande citta’ dove mi ero trasferita dopo quella che mia madre, ancora oggi, quando vuole rimproverarmi e farmela pagare cara, considera la mia scapestrata fuga da casa.

A Budapest vivevo in una stanza in Vénusz utca, in uno di quei palazzoni tutti uguali costruiti durante gli anni del socialismo reale, e la dividevo con la mia grande amica Anikó, un’altra ragazza di appena tre anni piu’ grande di me, anche lei fuggita da casa. Era stato il destino che ci aveva messe sullo stesso treno ed immediatamente avevamo legato, forse perche eravamo cosi’ distanti e diverse che, come sempre avviene, gli opposti si attraggono.

Anikó, a parte tutti i difetti che aveva, fra i quali un’inguaribile ingenuita’ che la portava a cacciarsi nei guai piu’ incredibili, aveva pero’ una qualita’ non comune: era di una generosita’ senza limiti. Probabilmente, per reazione a quella che era stata la sua vita, in cui tutto le era stato negato, finanche di proseguire gli studi, vedendomi sperduta e piu’ disgraziata di lei, per qualche strana ragione mi aveva presa sotto la sua ala protettiva, come fossi stata una sorella minore.

Cosi’, dato che in quel periodo non avevo un soldo, era lei che si occupava di pagare la camera e tutto il resto. Quello che faceva per guadagnare e’ superfluo che lo riveli; chiunque lo puo’ intuire. In ogni caso, era quasi sempre in giro, e spesso non tornava neanche a dormire. E quando la notte si fermava con qualcuno di particolarmente generoso, al mattino ritornava sempre con regali, vestiti, cibo, libri; tutto il necessario per tirare avanti, insomma.

La stanza, dato che era praticamente a mia disposizione, l’avevo riempita di libri di fiabe, gli unici, oltre a quelli di scuola che allora leggevo, ed avevo tappezzato le pareti di poster che ritraevano citta’ come Roma, Parigi, Londra, New York, quasi fossero finestre spalancate sul mondo; i luoghi dove avrei voluto essere, lontana da dove, invece, ero costretta a vivere. Il bagno pero' non c’era; quello era in comune con Madame Weiner, la proprietaria, ma c’era un piccolo fornello che, all’occorrenza, poteva essere usato per cucinare.

Di Madame Weiner ricordo la sua severita’. Avra’ avuto piu’ o meno quarant’anni, seppure a me sembrasse piu’ vecchia di quanto in realta’ fosse. Forse era vedova o forse non si era mai sposata, non l’ho mai saputo, e mi chiedo perche’, di lei, mi siano rimasti impressi solo questi pochi ed insignificanti dettagli. Un’altra cosa che ricordo bene, e’ che era molto attaccata al denaro, forse a voler sostituire gli affetti mancati con quello che per lei, probabilmente, rappresentava la solida sicurezza materiale. Per quel tugurio pretendeva ogni mese cinquemila fiorini.

Anikó provvedeva cosi’ all’affitto e alle provviste alimentari, mentre io, per contribuire in qualche modo e non sentirmi completamente di peso, mi ero assegnata le pulizie, sia della camera che del bagno, e tutte quelle mansioni che di solito toccano a qualsiasi casalinga. Nella cifra pagata erano comprese le spese sia per il gas che per la luce, ma per quanto riguardava quest’ultima, la regola tassativa di Madame Weiner era che non potesse rimanere accesa oltre la mezzanotte. Tuttavia, questo a noi ragazze non procurava alcun problema. Come ho detto la mia amica non tornava quasi mai la notte, ed io a quell’ora di solito dormivo, oppure tre giorni alla settimana ero in discoteca dove, sempre grazie ad Anikó, avevo trovato lavoro come ballerina animatrice.

(Continua...)

QUI: la II parte

mercoledì 12 marzo 2014

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L’altra faccia della medaglia

Non sara' un post facile da scrivere, questo, ma e’ necessario; l'onesta’ intellettuale me lo impone. Proprio in questi giorni in cui si parla tanto di parita’ di genere, di sessismo, e di violenza fisica e verbale sulle donne, non possiamo solo vedere la faccia della medaglia che piu’ ci e’ congeniale, quella che avvalora le nostre argomentazioni, e ignorare completamente l’altra, che nonostante tutto e’ ben presente, anche se difficilmente chi appartiene al genere femminile ama parlarne: le donne non sono le uniche vittime di abusi e violenze. Anche gli uomini ne sono soggetti, esattamente allo stesso modo.

Da quando ho iniziato questo blog, di articoli sulle donne e sul patriarcato ne ho scritti molti, ricevendo un gran numero di commenti e messaggi privati a riguardo. Molti, ovviamente, sono di donne che sentono il bisogno di condividere le proprie esperienze di violenza e discriminazione, ma un buon numero di questi provengono anche da uomini. E’ pur vero che almeno la meta’ sono farneticazioni ed ingiurie da parte di maschilisti che si sentono offesi e smascherati dalle mie parole, ma l'altra meta’ e’ di tutt'altro tenore, e racconta di situazioni, a dir poco, strazianti e di abusi sopportati da quello che e’ considerato il sesso "forte". Abusi non sempre di natura fisica, ma anche e soprattutto psicologici che, sicuramente, hanno gli stessi effetti distruttivi di quelli fisici. Infatti, talvolta, una parola puo’ provocare un danno emotivo non meno nocivo di uno schiaffo sul viso. Questo, noi donne, l’abbiamo imparato nel modo piu’ duro.

A parte i messaggi che ricevo adesso, tramite il blog, pero’, tale problema l’ho sempre avuto presente. Cio’ che facevo una volta, mi ha permesso di raccogliere le confidenze intime di molti uomini; cose che non avrebbero confessato a nessuno, ma che invece raccontavano ad una puttana, forse cercando una valvola di sfogo psicologico dopo aver avuto quello fisico.

Ricordo in particolare un tale che mi ha raccontato di essere stato picchiato dalla madre per tutto il tempo che poteva ricordare. Da ragazzo doveva saltare la scuola per giorni di fila perche’ aveva i lividi sul viso che erano cosi’ evidenti da non poter essere in alcun modo mascherati. Qualsiasi pretesto era giusto perche’ sua madre lo picchiasse: un brutto voto, un commento impertinente, o sol anche l’aver lasciato la camera in disordine. Quando poi e’ cresciuto, portandosi dietro questo sentimento d’odio perenne, ha trasferito tutta la colpa su di se’. La tortura era finita solo quando suo padre, anche lui succube di quella figura femminile autoritaria e feroce, aveva finalmente preso posizione in sua difesa, ma aveva gia’ 18 anni e l’abuso emotivo aveva ormai lasciato il suo segno indelebile.

A 25 anni, aveva sposato una donna che amava teneramente, e dalla quale pensava di essere ricambiato, ma sfortunatamente, anche dalla moglie, ha dovuto affrontare un trattamento simile a quello subito in gioventu’. Perche’ da certe cose, se non si hanno gli strumenti psicologici per farlo, non ci si libera mai. La violenza domestica era iniziata subito dopo la nascita del primo figlio. Da quel momento lei aveva iniziato ad umiliarlo verbalmente davanti a tutti, prendendosi gioco di lui in ogni occasione, in modo crudele; non innocentemente, ma con determinazione e malizia. Lo faceva sentire inutile, ridicolizzava il suo lavoro e lo stipendio, e lo confrontava con il “successo” dei ricchi mariti delle sue amiche. Tanto che lui era diventato incapace di essere sessualmente attivo, aumentando cosi’ il suo livello di degrado, e peggiorando la sua gia’ scarsa autostima.

Piangeva spesso quando era solo, ma non c’era via d'uscita. Aveva provato a ragionare con la moglie, ma niente: era come se torturarlo fosse per lei un divertimento. Percio’, ben presto, si era reso conto di aver sposato una versione piu’ giovane di sua madre. Era per quel motivo che si era buttato sul sesso a pagamento; forse nella ricerca di una figura femminile cosi’ distante dalla madre e dalla moglie, da poter vivere qualche momento di piacere e spensieratezza. Gli consigliai di rivolgersi a un terapeuta, e sinceramente non so se lo abbia fatto o no, pero’ di storie simili a questa ne ho ascoltate un bel po’ da essere ben consapevole che degli abusi e delle violenze non sono vittime solo le donne.

Un diverso tipo di storia, ma abbastanza simile, e’ stata quella che ha vissuto un altro tizio che ho conosciuto. L’abuso che subiva (posso parlare al passato perche’ so che poi si e’ separato) era principalmente di natura sessuale. In sostanza, la moglie usava il sesso come strumento di ricatto ed estorsione, e come arma per ferirlo ogni volta che lui non si conformava a cio’ che lei voleva; non si accontentava mai di niente, e non aveva limiti nelle richieste che gli faceva. Ovviamente, presumo che esistesse in lui una forte componente masochista e che, probabilmente, i primi momenti con quella donna gli dessero anche un certo piacere. Ma che col tempo la situazione si era fatta sempre piu’ pesante da sopportare e lui si sentiva sempre piu’ umiliato e mortificato. Tanto che, alla fine, aveva scelto le puttane, perche’ almeno (diceva) con loro il rapporto era chiaro ed equilibrato. Comunque, piu’ volte mi ha raccontato di come la moglie lo umiliasse e lo facesse sentire inadeguato; quasi come se lei si ritenesse “un premio” che lui, per ottenerlo, doveva “pagare” in termini di dignita’. Oltretutto, come se tutto cio’ non fosse abbastanza, lei lo tradiva di continuo, neanche preoccupandosi di farglielo sapere, come per punirlo, come a volerlo umiliare ancor di piu’, fino a farlo sentire un evirato. Ogni volta che ci vedevamo, infatti, mi chiedeva se era riuscito a soddisfarmi. Era stato condizionato a ritenersi un “non-uomo”, mentre il vero problema era che aveva semplicemente scelto una donna priva di cuore.

Qualcuno potrebbe chiedersi perche’ abbia raccontato queste due storie, magari potrebbe anche accusarmi di parteggiare per il “nemico”, ma il motivo per cui l’ho fatto e’ che, per me, il nemico non e’ un genere; e’ un tratto della personalita’. Questa caratteristica e’ indipendente dal genere e non e’ correlata ad un orientamento sessuale, e’ trasversale, riguarda entrambi i sessi e puo’ essere riassunta in un solo termine: malvagita’ gratuita. Che e’ poi la necessita’ di umiliare, abusare o molestare un'altra persona al solo scopo di sentirsi superiori, piu’ forti, piu’ sicuri. E se e’ vero che gli uomini tendono ad avere questa malattia piu’ frequentemente delle donne, cio’ non cancella il fatto che anche le donne ne siano colpite piu’ di quanto si immagini. Mi pareva giusto sottolinearlo.

Ma c’e’ un altro elemento che rende le cose peggiori di quanto siano, ed e’ che gli uomini che subiscono questo tipo di maltrattamenti provano troppa vergogna a denunciarli, perche’ contraddicono troppo gli stereotipi di mascolinita’ ai quali sono legati. Quindi, invece di rivolgersi alle persone giuste, terapeuti in grado di sviscerare i problemi ed indicare loro le soluzioni, spesso e volentieri si rivolgono alle prostitute; forse nel tentativo di ritrovare (a pagamento) la “virilita’” che credono di aver perduto. C'e’ cosi’ poca tolleranza per gli uomini "poco virili " nella nostra societa’, che molti sono spesso costretti ad andarsela a comprare, in quanto quella che viviamo e’ una cultura talmente dominante che solo la forza e il controllo sono caratteristiche apprezzate, indipendentemente dal fatto che ad esercitarle siano gli uomini o le donne. E sempre piu’ spesso ci dimentichiamo che il mondo non si divide in uomini e donne, ma si divide in esseri umani e non-umani.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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