martedì 25 febbraio 2014

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Il coraggio di essere se' stesse

Ieri, un’amica, mi ha detto qualcosa che mi ha fatto riflettere. Mi ha detto: "A volte con le tue posizioni radicali ed estremiste potresti demoralizzare quelle persone che hanno invece bisogno di rassicurazione, di qualcosa che dia loro fiducia e forza e cosi’, occasionalmente e senza volerlo, potresti addirittura nuocere alla causa per la quale ti stai battendo.”

E’ una cosa che so bene: credo sia difficile, se non addirittura inconcepibile, per una donna che non abbia l’opportunita’ di vivere una condizione in cui non sia costantemente umiliata, maltrattata, resa succube da un sistema patriarcale, relazionarsi con me, il mio stile di vita, i miei punti di vista, i miei pensieri, e l’atteggiamento oltremodo sfacciato che ho nei confronti di molti argomenti.

E capisco che, mentre potrebbe essere alla ricerca di qualcosa che le dia forza e ispirazione, come quando parlo di diritti delle donne e della loro dignita’, lei potrebbe sentirsi estranea, ad esempio, al mio ateismo, oppure a cio’ che penso riguardo alla liberta’ sessuale, al diritto che ha ogni donna di gestire il proprio corpo, finanche di scegliere di fare la puttana.

So che spesso uso parole forti che per talune potrebbero risultare persino offensive, ma il punto e’ un altro: qui non si tratta del modo in cui io vivo la mia vita privata. Si tratta, in primo luogo, del coraggio che bisogna avere di essere se' stesse, e di esprimere questo coraggio in ogni occasione, soprattutto quando il mondo intero ci e’ ostile, e coloro che abbiamo accanto fanno di tutto per scoraggiarci ad intraprendere quella strada che, dentro di noi, sappiamo essere quella giusta.

Non ho avuto una vita facile, e non e’ facile neppure adesso, quindi vorrei che la principale fonte di ispirazione - o meglio di "provocazione", perche’ la parola "ispirazione", se fraintesa, potrebbe sembrare pretenziosa - per le donne che mi donano un po’ della loro attenzione fosse: se sono riuscita io a fare qualcosa, avendo contro tutto e tutti, per la mia etnia, per il mio orientamento sessuale, per lo stile di vita, per le scelte che ho fatto, e per le mie idee ribelli e anticonformiste, perche’ non puoi riuscirci anche tu, donna che senti di essere costantemente maltrattata ed umiliata? Se solo lo vuoi, puoi fare qualcosa; puoi liberarti, puoi porre fine alla tua condizione se ritieni di non poterla piu’ sopportare. E non facendolo a modo mio, ma a modo tuo. Non volendo essere me, ma volendo essere "te stessa".

Non sono perfetta, sono piena di difetti, ho troppe cose da gestire o forse troppo poche per l’enormita’ dei problemi che mi affliggono. Ho le mie esagerazioni, la mia rabbia, le mie esperienze personali (non sempre edificanti), le mie debolezze, i miei impulsi incontrollabili che sono spesso (e’ vero) controproducenti. E naturalmente, ho i miei momenti di follia. Ma cio’ che riesce a tenere insieme questa mia personalita’ difettosa, e a sostenerla, e’ che tutte queste imperfezioni sono autentiche e, soprattutto, sono palesi. Non cerco di nasconderle. Non le maschero per paura dei giudizi, delle considerazioni sociali, della prospettiva di essere ostracizzata e non accettata. Non faccio calcoli, non cerco di modificare i miei comportamenti, non abbasso i toni per apparire piu’ pacata e riflessiva, non manometto le mie parole e non modifico le mie opinioni per restare simpatica a chiunque. La forza di questa mia totale nudita’ interiore e’ evidente, cosi’ come e’ evidente anche tutta la debolezza che ad essa e’ legata.

Ad un certo punto ho dovuto fare una scelta che, in qualche modo, e’ stata egoista, e fra avere il coraggio liberatorio di essere quella che sono, oppure fingere di essere tutt’altra persona per tentare di cambiare il mondo, ho scelto di essere me stessa, fino in fondo. Probabilmente, non contribuiro’ a cambiare un bel niente, pero’ mi resta una grande soddisfazione, che sta tutta in cio’ che sono e saro’ sempre, sforzandomi di fare al meglio quello che faccio ogni giorno, o semplicemente, che sta nel sapere con certezza di essere vera, spontanea, genuina.

Pertanto non voglio essere presa a modello, perche’ non ho mai cercato di essere un esempio per nessuno. Cio' che ho fatto non e’ da imitare. Non voglio che il mio stile di vita, i miei pensieri e i miei comportamenti siano da adottare e seguiti alla lettera, ne’ ho mai avuto l’aspirazione che lo fossero. Ciononostante confesso che se c’e’ una cosa che desidero davvero, e’ portare le donne a trovare la loro vera “strada”, spontaneamente (e qui voglio prendermi la responsabilita’), lottando se necessario contro tutto e tutti, con coraggio e a dispetto di chi vorrebbe impedir loro di essere se' stesse.

sabato 15 febbraio 2014

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L’uomo che vorrei essere

Tante volte ho pensato a come potrebbe essere la mia vita se fossi uomo, e spesso mi capita di immaginarlo. Cosi’ gioco con la fantasia e mi identifico coi miei partner, cercando di comprendere cosa desiderino realmente, quali sensazioni provino, quali pensieri frullino nei loro cervelli, al di la’ di quello che dicono, perche’ io so che con le parole non si riesce a esprimere veramente cio’ che si prova. Il mio orientamento sessuale, comunque, non lascia dubbi. Percio’ si potrebbe pensare che questo mio desidero derivi dal fatto che, poiche’ mi piacciono anche le donne, con loro vorrei provare le sensazioni che prova un uomo, ma non e’ cosi’. E non si tratta neppure di sessismo; e’ solo curiosita’. Niente altro. E’ questo il vero motivo per cui, nella mia prossima vita, nel caso ce ne sia una (cosa che dubito), vorrei essere un uomo, ma non un uomo qualsiasi…

Vorrei essere un uomo che non avesse problemi a dividere i compiti con la sua compagna e collaborasse, in casa e in ogni aspetto della quotidianita’, come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo. Anzi, che ne fosse addirittura orgoglioso.

Vorrei essere un uomo che insistesse per trascorrere piu’ tempo con i figli. Che fosse padre, ma anche un po’ madre, e non lasciasse questo compito quasi esclusivamente alla donna.

Vorrei essere un uomo che continuasse a corteggiare una donna, e la facesse sentire importante, anche dopo averla conquistata. Anche dopo averla portata a letto. Anche e soprattutto dopo essersi unito a lei per una vita in comune.

Vorrei essere un uomo che sostenesse la parita’ dei diritti, dei salari, delle occasioni nel lavoro, delle scelte della vita, tra uomini e donne, a partire dalla gestione della propria sessualita’, che dovrebbe essere libera per entrambi.

Vorrei essere un uomo che sostenesse i diritti di chi e’ omosessuale, che li accettasse senza alcun tipo di discriminazione, e trovasse di cattivo gusto e prive di qualsiasi ironia le battute volgari che fanno divertire solo chi e’ accecato dall’omofobia.

Vorrei essere un uomo che fosse critico nei confronti di tutti quegli annunci che rendono le donne simili a oggetti, e le riducono al ruolo di meri corpi il cui unico fine e’ quello di soddisfare sessualmente il maschio.

Vorrei essere un uomo che non usasse violenza sulle donne, mai, in nessuna circostanza, per nessun motivo, e condannasse fermamente coloro che le molestano, le aggrediscono, le oltraggiano, le picchiano… le stuprano.

Vorrei essere un uomo che non dovesse mai usare il proprio potere per soggiogare ed opprimere gli altri, soprattutto i piu’ deboli; perche’ l'uomo che vorrei essere non dovrebbe aver timore di essere dolce, gentile, senza vergognarsi di mostrare le sue debolezze e le sue emozioni.

E sono certa che se fossi l'uomo che ho appena descritto, se io oggi fossi quell'uomo, se avessi anche solo l'opportunita' di esserlo per qualche giorno soltanto, con me le donne capitolerebbero tutte. Ma, purtroppo, ogni qual volta che mi assale questo desiderio, mi rendo conto che, considerate le notizie che provengono persino da paesi che si definiscono "emancipati" in materia di diritti e uguaglianza fra i generi, le probabilita’ che io riesca ad esserlo (seppur nella mia prossima vita, qualora esistesse), non sono molte, e non perche’ questo tipo d’uomo non esista. Niente affatto. Ce ne sono alcuni ed io sono stata fortunata a conoscerne piu' di uno, ma la verita’ e’ che questi uomini non sono la "normalita’". Non ancora. Non ovunque. Non qui. E fino a quando non lo saranno, credo che continuero’ a voler essere una donna.

giovedì 6 febbraio 2014

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Részletek

Era quando giocavamo a scacchi che Stepan amava stuzzicarmi. Ero la sua Galatea e a lui piaceva tanto fare il Pigmalione. Ciononostante devo confessare che ancor oggi gli sono grata. Considerato da dove arrivavo e le prospettive che avrei avuto se non lo avessi seguito, forse senza di lui e cio’ che da lui ho imparato, non sarei qui a raccontarvi di me.

“…Se muovo il pedone in questa posizione, all’avversario inesperto potra’ sembrare una mossa priva di senso, ma sara’ proprio con questo pedone, il pezzo degli scacchi a cui molti non danno eccessivo valore, che daro’ "matto" in sei mosse”.

Gia’ dal tono della voce sapevo che non mentiva. Di solito era quello il momento della partita che chiamavo “la lezione”. Era anche il momento che preferivo; nonostante fossi molto giovane, non ho mai provato fastidio per il mio ruolo di allieva, ascoltatrice attenta alle cose che diceva.

“Il pedone e’ sottovalutato. C’e’ chi crede che la partita venga vinta con i pezzi piu’ importanti, le torri, la regina, perche’ sono grandi, massicci, e il loro potere sulla scacchiera, paragonato a quello che ha questo insignificante soldatino che solitamente viene inviato al massacro, e’ immenso. Ed e’ qui che molti compiono l’errore di valutazione. Come di fronte ad un affresco: subito si coglie la grandiosita’ della scena, le figure che sovrastano ogni altro elemento e che riempiono interamente lo sguardo, ma e’ nella miniatura, nel fine cesello, nel dettaglio, che si riconoscono i veri artisti e le vere opere d'arte. Le persone comuni sono portate a vedere solo cio’ che e’ pressoche’ impossibile per chiunque non vedere; notano cio’ che e’ banale, scontato e che alla fine si dimostrera’ perfino noioso, ma il vero intenditore non si soffermera’ alla superficialita’ dell’immagine, ed andra’ alla ricerca del dettaglio, ed in base a quello giudichera’ la qualita’ dell’opera. Sia essa un dipinto, una scultura, una sinfonia, uno scritto, oppure una donna.”

“Quindi ad una donna non basta essere solo bella e appariscente per superare il test di un intenditore?”

“Mia cara, la bellezza, lo sai, e’ soggettiva. “De gustibus et coloribus non est disputandum”; e’ una frase fatta, un luogo comune per spiegare che una tal cosa, in dato momento, stimola alcuni ricevitori che sono solo dentro di noi e in nessun altro. Quei ricevitori reagiscono, si eccitano, e ci fanno apprezzare cio’ che abbiamo di fronte. Ma che cos’e’ quella tal cosa che innesca il processo? Ha un nome? Per semplificare si parla di “insieme”; si dice che e' la concatenazione di tutti gli elementi a far risultare qualcosa gradevole, ma non e’ del tutto cosi’. In realta’ e' il dettaglio. E tanto piu' e' nascosto, tanto piu' e' invisibile al primo sguardo, tanto piu' agira' in modo subliminale al punto che non sapremo individuare il vero perche' qualcosa ci piace anche se, magari, non rispecchia i canoni classici della bellezza. Ti sei mai chiesta il motivo per cui ci sono donne che sono perfette sia di volto che di corpo, e che quindi avrebbero tutti i presupposti per essere considerate magnifiche, ma che in molti casi non riescono solo a risultare insipide? La ragione e' che manca loro quel dettaglio in grado di far scattare il meccanismo. E se noti bene, quasi sempre, si tratta di donne la cui “bellezza” si basa su elementi eccessivamente appariscenti, che tutti vedono al primo sguardo, ma che, esaminando a fondo, non sono sufficienti a soddisfare chi va alla ricerca del fine cesello.

Quando la “lezione” finiva, quando il concetto era stato espresso in modo chiaro, a quel punto Stepan si portava alla bocca il bicchiere di cognac che per tutto il tempo era rimasto sul tavolo ad attendere, come me, che terminasse, e dopo averlo a lungo annusato per assaporarne l’inebrianza, si bagnava appena le labbra. Non poteva essere considerato un bevitore; pochissime volte l’ho visto su di giri a causa dell’alcol. Lo si poteva considerare piu’ un fine assaggiatore, ed era cosi’ per tutte le cose; amava gustarle lentamente, molto lentamente. E sapevo anche che il suo messaggio era tutto li', in quelle semplici parole, e che sarebbe toccato a me un giorno estrarne il significato, come un’ulteriore tessera che avrei al momento opportuno incastrato in quel grande puzzle che e' la vita.

domenica 2 febbraio 2014

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Sakk

Con la solita imperturbabilita’, Stepan fece la sua mossa: torre bianca in a8. “Matto!” Poi sorrise cercando di evitare il mio sguardo. Ebbi un moto di stizza, e come sempre mi alzai dalla sedia voltandogli le spalle, allontanandomi in direzione della finestra, cercando di mitigare il bruciore della sconfitta.

"Quante volte ti ho detto che con il nero non devi cercare la vittoria? Il bianco ha un vantaggio ed e’ il nero che deve annullare quel vantaggio portando la partita in stallo". Il suo tono era pacato, ma proprio in quello stava la grande forza che avevano le sue parole. Nessuna inflessione che potesse farmi intuire la voglia di rimproverarmi. Ma era proprio con quel tono, calmo e deciso, che riusciva a tagliare la scorza del mio orgoglio ancora acerbo, e a penetrare in profondita’.

"Quindi con il nero e' impossibile vincere?", gli chiesi tornando sui miei passi e guardandolo dritto negli occhi.

"Te lo ripeto: solo un giocatore stolto riuscira' a perdere con il bianco, e chi muove col nero potra' certamente vincere, ma solo in seguito alla stoltezza dell'avversario. Ciononostante, la vittoria non e’ la cosa piu’ importante. Gli scacchi sono molto piu' di un gioco; sono una filosofia tramite la quale imparerai a muoverti nel mondo, che in fondo non e’ che una grande scacchiera dove tutti siamo pezzi, mossi di qua e di la’, nel gioco della vita”.

Sono parole che ancora oggi mi risuonano nella testa. A volte mi sembra che Stepan sia ancora li’, seduto nella penombra a sorseggiare il suo cognac, ed invece sono passati venti anni. Un altro tempo... un'altra vita. Ma e’ stato grazie ai suoi insegnamenti che ho imparato i trucchi degli scacchi - ricordo addirittura di averlo battuto almeno tre volte durante il periodo in cui siamo stati insieme - e a muovermi bene nel grande gioco che e’ la vita. Pero’ era grande, ed era soprattutto quando recitava il ruolo da Pigmalione che, con queste frasi ad effetto, riusciva ad affascinarmi. Ero giovane, inesperta, infatuata di chi aveva molti piu’ anni e molta piu’ esperienza, ma in seguito avrei scoperto quanta ragione avesse e quanto non mi considerasse solo una discepola da istruire, come le altre che erano passate dalla sua alcova.

Se oggi dovessi paragonarmi ad un pezzo degli scacchi, cosa sentirei di essere? Un alfiere? Un cavallo? Una torre? No, no, no… e’ inutile che mi finga modesta; so benissimo che quando ho iniziato a giocare ero semplice pedone, ma oggi sono sicuramente una regina; posso muovermi ovunque sulla scacchiera e solo un giocatore molto esperto, che sappia muovere col bianco, potrebbe inchiodarmi. Ma in tutto questo tempo ho avuto a che fare solo con giocatori che hanno usato il nero. Ed io non sono mai stata stolta.

sabato 1 febbraio 2014

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Dieci domande ad una escort

- Prostituzione: libera scelta o sfruttamento?

Devo innanzi tutto precisare che non esercito più da alcuni anni, per cui moltissime cose potrebbero essere cambiate nel frattempo. Oltre a ciò non vivo più neppure Italia. Detto questo, bisogna separare nettamente fra chi la prostituzione la svolge liberamente e chi, invece, è costretta a farlo. Non in entrambi i casi le implicazioni etiche coincidono. Quelle che scelgono liberamente di esercitare senza altri obblighi, se non la loro esigenza di denaro che è presente in ogni professione, lo fanno quando vogliono e soprattutto fino a quando decidono smettere. Non hanno padroni o lenoni alle spalle. Nel secondo caso, invece, non si parla più di prostitute, ma di vittime attirate con l’inganno e spesso segregate o ricattate da organizzazioni criminali, quindi delle vere e proprie schiave. Confondere le due cose può essere fuorviante e creare pregiudizi e stereotipi.


- Come mai ha iniziato questo “mestiere”?

L’approccio alla prostituzione non segue per tutte lo stesso percorso. Moltissime ragazze vengono attirate con l’inganno, dal miraggio di una vita migliore che poi conduce inevitabilmente sulla strada. In questo caso si tratta di ragazze che vivono in paesi in cui le possibilità di crearsi una vita dignitosa sono negate a causa della miseria e dell’ignoranza. Sono loro, infatti, che vanno a rinfoltire le fila di chi esercita nella strada oppure in appartamenti organizzati come catene di montaggio, che sono quasi sempre controllate da organizzazioni malavitose. Per quanto mi riguarda, invece, è andata diversamente. Dato che non avevo i soldi per mantenermi agli studi, e la mia famiglia era povera, ho iniziato ad accettare l’idea che vendersi non era poi una cosa così brutta. Quindi l’ho fatto. Da allora ho capito che una donna può usare il proprio corpo per ottenere ciò che desidera. Ma non è stato solo per soldi che ho continuato a farlo, perché una volta rotto il sigillo sono stata catturata dalla curiosità e dall’avventura che mi offriva quel mondo trasgressivo dal quale, fino a quel momento, ero rimasta distante. Posso dire di aver assecondato il mio carattere ribelle. Col tempo, poi, non mi sono limitata a svolgere il solo mestiere, ma ho voluto anche arricchirmi di conoscenza, iniziando a leggere tutto ciò che riguardava l’argomento: la storia delle cortigiane veneziane, delle geishe giapponesi e delle etere greche. Mi affascinavano quelle figure e volevo essere anche io una di loro. Ho vissuto perciò la professione come una vera avventura trasgressiva che, oltre a ciò, mi faceva anche guadagnare bene. Quindi senza che mi pesasse troppo.


- Secondo Lei è appropriato chiamarlo “mestiere”?

Si può chiamarlo in molti modi. Se mi fossi dedicata ad usare vernice e pennello invece del mio corpo sarebbe stato giusto chiamarlo mestiere? Certamente sì. Forse sarei stata un’imbianchina. Ma se invece avessi dipinto quadri? Per alcune, esercitare la prostituzione equivale ad un’arte. E infatti, parlando di etere o geishe viene in mente qualcosa che assomiglia ad esercitare il mestiere d'attrice. Se però si parla di donne rapite, abusate, costrette, allora l’unico nome che gli si può dare è quello di schiavitù. La prostituzione è l’esercizio di una professione se è libera. Dopotutto che differenza c’è fra una prostituta ed una massaggiatrice? In che cosa il rapporto sessuale differisce da un massaggio? Il problema è che per molta gente è difficile accettare questa equiparazione perché esiste un’implicazione morale dietro a tutta questa concezione, che poi è alla base di tante storture, patologie, vizi, e mancanza di coerenza.


- Come trova i clienti?

Il periodo in cui sono stata attiva è stato il decennio degli anni ’90. Provenendo dall’ambiente della moda, ed avendo fatto per qualche anno la modella, i clienti mi raggiungevano tramite il passaparola. Bastava farsi conoscere un po’, poi uno lo diceva ad un amico e così via. In seguito mi sono organizzata, usando i quotidiani nazionali, con gli annunci, e infine, con l’avvento di internet, ho iniziato a propormi sul web.


- Meglio la donna che lavora per strada o in casa? Le case chiuse dovrebbero riaprire?

La mia idea riguardo a come dovrebbe essere la prostituzione libera (perché l’altra, lo ripeto, è solo schiavitù) contempla una forma di legalizzazione esattamente come dovrebbe essere per le droghe leggere. Se si guarda la Storia, il proibizionismo ha sempre alimentato l’illegalità. Se si liberalizzasse il meretricio, ciò toglierebbe alla malavita molti dei fondi che ricava attraverso una gestione clandestina di questa attività. Fondi che poi vengono reinvestiti in attività ancor più criminali e ben più dannose per la comunità. Oltre a ciò verrebbero a cadere i motivi di un altro crimine odioso: il traffico di esseri umani ai fini sessuali. Una regolamentazione dunque sarebbe l’ideale, con conseguente riapertura anche dei bordelli (e non solo), in quanto riconoscerebbe alle prostitute quella funzione sociale che sempre hanno avuto. Casa o strada non avrebbe importanza. L’indispensabile sarebbe che tale professione fosse riconosciuta come lecita, e non come qualcosa di perverso e indirizzato a gente “viziosa”. Lei non sa quanti uomini hanno problemi - fisici e psicologici - che risolvono soltanto usufruendo delle prostitute.


- Conosce altre donne che vendono il proprio corpo?

Quando lavoravo avevo poche amiche. È un mestiere che non lascia molto spazio ai rapporti intimi. Soprattutto tra colleghe. Spesso i sentimenti che si creano sono di forte competizione ed invidia: o perché una ha più successo e guadagna di più, o perché è più carina, o altro. Ora che mi sono ritirata, anche attraverso il blog ho conosciute moltissime altre donne che lo fanno; credo che trovino in me una persona con la quale confidarsi. Non esiste giorno che non mi arrivino due o tre email di ragazze che hanno iniziato o che vogliono iniziare a farlo, per motivi quasi sempre legati alle difficoltà economiche che attualmente vive l’Italia. Mi chiedono consigli, ma più che altro vogliono essere capite da qualcuno. A queste ragazze, però, non do mai consigli specifici per esercitare il mestiere; dico soltanto che prima di prendere una certa strada, qualunque essa sia, si deve essere ben sicure di saper affrontare le difficoltà che si incontreranno lungo il cammino. E ce ne sono molte se si sceglie di prostituirsi. Prima fra tutte un’intrinseca solitudine in quanto non è qualcosa che una donna confessi volentieri a chiunque, e spesso subentra anche il condizionamento morale che frena e fa nascere dentro sensi di colpa ed inadeguatezza.


- Per chi fa questo lavoro da “privata”, riesce ad avere dei vantaggi rispetto alle altre prostitute?

Certamente sì. Il primo è quello economico: essendo indipendenti non si deve dare una parte dei propri guadagni a nessuno. Poi c’è quello psicologico: sapere di essere indipendenti rafforza l’autostima. Non meno importante quello legato a rendere il mestiere più piacevole: non essendoci costrizione, si possono accettare o rifiutare i clienti, scartando quelli che non ci sono graditi.


- Cosa ne pensa delle “Baby-Prostitute”?

Quando ho iniziato avevo appena diciassette anni. Mi si poteva definire una baby-prostituta? Forse a quei tempi sì, in quanto ero ancora molto immatura. Ma i tempi cambiano, evolvono. Quand’è che una ragazza può sentirsi pronta ad affrontare un percorso del genere che, sicuramente, pone anche dei rischi? Credo sia un discorso individuale; conosco ragazze di sedici anni che sono assai più mature e determinate di quanto lo siano anziane signore di sessant’anni. E che differenza c’è fra una ninfetta che lo fa con tutti in discoteca (per il gusto di farlo, magari sotto l’effetto anche di qualche droga) e chi, magari, della stessa età, lo fa sapendo bene ciò che sta facendo, cioè per soldi? Tuttavia, penso che debba esistere una legislazione che regolarizzi il tutto, e stabilisca dei limiti di età anche per esercitare.


- Qual è il suo pensiero ricorrente da quando ha iniziato a fare la prostituta?

Il pensiero ricorrente di ogni professionista: avere clienti, lavorare bene e incassare tanti soldi. Quale crede che sia il pensiero ricorrente di una donna che fa l’avvocato? Non le pare che questo chiedere a una prostituta se ha pensieri diversi sia già di per sé ghettizzante?


- Si sente libera?

Sempre sentita libera. Libera perché indipendente. Libera perché in grado di scegliere, anche quello che altre non sceglierebbero mai. Libera perché il denaro offre anche tante comodità. Libera perché si lasciano per strada molti tabù, si cambia il punto di vista nei confronti della vita, e quelle che agli occhi degli altri potrebbero apparire come delle catene, per una donna che sceglie di fare il mestiere diventano un motivo per dire al mondo che non accetta di restare chiusa nella gabbia nella quale la morale condivisa e comunemente accettata vorrebbe relegarla.

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La presente intervista, rilasciata dalla sottoscritta alla testata online Trieste All News, ha contribuito alla stesura dei seguenti articoli:



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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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