domenica 26 gennaio 2014

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Perche’ non saro’ mai una vera femminista

Nei giorni scorsi non mi sono mancate le critiche perche’ ho dichiarato di essere attenta, in modo quasi maniacale, all’estetica, e per aver affermato che non c’e’ niente di male se una donna, rassicurata dal proprio aspetto fisico, palesa un atteggiamento provocante e seduttivo nei confronti degli uomini, cogliendo appagamento solo per il fatto di essere ammirata. Mi hanno detto che se la penso cosi’ e’ impossibile che abbia idee progressiste riguardo alla parita’ di genere e che, anzi, proponendo di assecondare i desideri maschili, sarei addirittura in contrasto con quei principi e quei valori che appartengono al femminismo.

Ovviamente, quelle che maggiormente mi criticano, sono persone per le quali il femminismo non e’ un ideale di liberta’ ed emancipazione, come in realta’ dovrebbe essere, ma un dogma religioso al quale ci si deve attenere, che impone alle donne di abbandonare ogni forma di femminilita’. E’ per questo che le eretiche come me non meritano di essere considerate femministe.

Potrei anche fregarmene (ed infatti e’ quello solitamente che faccio), se non trovassi insopportabile il fatto che gli insulti che mi rivolgono non provengono esclusivamente da chi, ignorante, non ha avuto la possibilita’ di studiare ed informarsi, ma vengono utilizzati in primo luogo da un significativo numero di convinte ed ardenti femministe che, sentendosi portatrici di verita’ assolute, criticano duramente chi non rispetta il loro cliche’. Quindi, anche se moltissime volte ho manifestato la mia dedizione alla causa femminista, facendomi sempre paladina di chi subisce un’aberrante sistema patriarcale, per queste persone non sarei una vera femminista. E non lo sarei per le seguenti ragioni:

1) Non sono abbastanza trasandata. Anzi, sono cosi’ attenta a tutto cio’ che riguarda il lato estetico, soprattutto il mio, che risulto essere troppo femminile. E invece le “autentiche femministe” dovrebbero seguire puntigliosamente la dottrina di Sheila Jeffreys per la quale bisogna tagliare i capelli corti, non truccarsi, non indossare i tacchi alti, rinunciare alle gonne, e non depilarsi mai le ascelle e le gambe. Chiedo scusa, ma porto i capelli piu’ lunghi che posso, e mi piace indossare gonne e tacchi alti. Anzi, faccio anche di peggio: uso prodotti idratanti per il viso e il corpo, e mi depilo tutta. Lo faccio anche se devo leggermi un libro di Judith Butler e cio’ non mi crea alcuna contraddizione interiore. Chiamatemi pure un’inguaribile romantica, oppure una giovane donna all’antica, oppure accusatemi di essere condizionata dalla cultura dominante che da’ troppa importanza all’esteriorita’ e poca alla sostanza. Dite qualsiasi cosa, ma tutto cio’ che mi fa sentire gradevole con i miei partner di letto, siano uomini oppure donne, da’ soddisfazione anche a me, e non faro’ niente per cambiare. Tuttavia, nonostante questi comportamenti sacrilegi che metto in atto, non credo di essere insensibile ai temi che riguardano la dignita’ della donna, poiche’ non esiste un unico modo per essere femministe. Ce ne sono di alte, magre, basse, grasse. Alcune vogliono essere eleganti; ad altre non frega assolutamente niente della moda. Ma queste differenze non impediscono di restare unite nella lotta per la parita’ di genere. Qualsiasi discussione che riguardi le forme del corpo, il taglio dei capelli, i rituali di igiene, e la giusta quantita’ di peli sul corpo, non c’entra assolutamente niente col femminismo e chi lo afferma non ha capito un cazzo (perdonate il francesismo).

2) Non sono abbastanza povera e disgraziata. Forse essere Romni’, cresciuta in un povero paese dell’est, e’ irrilevante, ma anche se ho abbandonato le mie umili radici tanto tempo fa, e per un lungo periodo abbia fatto quello che ho fatto, qualunque cosa significhi, non mi sento vicina ai ricchi. Non importa se ho lavorato duro. Non importa se ho fatto tutto da sola, senza l’aiuto di nessuno. Non importa se da anni provo a dare indietro gran parte di quello che ho accumulato. Si dimentica persino l'importanza dell'indipendenza economica al fine di conseguire una reale parita’ di genere (come mi e’ stato detto piu’ di una volta). Il mio accento sull’autonomia finanziaria delle donne e la mia celebrazione del denaro come mezzo per affrancarsi dallo strapotere del paternalismo, equivale per chi mi critica ad un elogio del capitalismo, e quindi e’ strutturalmente anti-femminista. Soprattutto se quel denaro e’ stato accumulato facendo leva sulle debolezze maschili (che sono quelle che ben sappiamo), perche’ la “vera femminista”, oltre a non depilarsi, dovrebbe anche vivere una vita di stenti e privazioni, piuttosto che sfruttare il “pozzo di petrolio” che la Natura potrebbe averle donato. Allora chiedo: da quando la quantita’ di soldi che si guadagnano nella vita e’ inversamente proporzionale al sentimento femminista?

3) Non sono abbastanza aggressiva nei confronti del sesso maschile. E’ vero: non odio gli uomini. Li critico spesso e mi diverto a prenderli in giro, ma non li detesto. Anzi, anche se li trovo piu’ grezzi nei modi di fare rispetto alle donne, in realta’ mi piacciono molto e non potrei mai fare a meno di loro. Inoltre non avrei mai potuto fare quello che ho fatto se ne fossi stata disgustata. Ovviamente non mi riferisco agli stronzi, che’ quelli mi disgustano sempre e ovunque, ma la “stronzaggine” non e’ prerogativa solo maschile. In passato ho scherzato molto su questo argomento: sul ridurre la popolazione maschile, oppure sul costruire un mondo di sole donne. Ma era piu’ per provocare che per vera convinzione e, sinceramente, non mi trovo affatto d’accordo con certe esponenti del cosiddetto “femminismo radicale”, come Sally Miller Gearhart o Andrea Dworkin, che non disdegnano mai di esprimere nei loro scritti un profondo odio per l’intero genere maschile.

4) Anche se sono single (e questo alle femministe potrebbe anche andar bene), non sono abbastanza lesbica. In realta’ non sono una single dal punto di vista sessuale. Ho una vita sessualmente appagante per quelle che sono le mie esigenze, ma per alcune femministe questo non e’ abbastanza: pensano che per essere veramente tali si debba assolutamente fare a meno degli uomini. Ergo, se dici di essere una femminista pero’ ami ogni tanto farti una scopatina con un uomo, vieni accusata di collaborare con il nemico. Questa stupidaggine la dice chiaramente Grace Atkinson: “I rapporti eterosessuali sono anti-femministi”. Ed ovviamente ci sono delle cretine che la stanno pure ad ascoltare. Oltre a cio’, l’ho sempre affermato, non sono lesbica, perche’ la bisessualita’ non equivale al lesbismo, ma - afferma ancora la stessa Atkinson - se "il femminismo e’ la teoria, il lesbismo e’ la pratica". Che genio! Eppure, non riusciro’ mai a capire come le inclinazioni sessuali possano essere legate alle nostre convinzioni, alla nostra fede nella giustizia, al desiderio di uguaglianza. Come si fa ad etichettare una persona in base alle sue scelte sessuali e sentimentali? Che aberrazione mostruosa e’ quella per cui per essere davvero femministe si deve assolutamente ripudiare il cazzo e adorare la fica? Non tutte le femministe sono lesbiche e chi non e’ lesbica non e’ certamente meno femminista di chi lo e’. Ma c’e’ una cosa che e’ ancor piu’ importante e che forse a molti sfugge: non tutte le femministe sono donne.

5) Non mi sento abbastanza vittima del maschio cattivo. Ho sempre rifiutato di considerarmi tale. Ma c’e’ di piu’: dello stato attuale delle cose, e del fatto che il genere maschile conservi uno strapotere non piu’ giustificato, ritengo le donne essere responsabili tanto quanto gli uomini. Molte, moltissime, concorrono ad alimentare il sistema patriarcale. Anzi, addirittura lo proteggono. Quindi non me la sento di fare tanto affidamento sulla solidarieta’ femminile e tutte le belle parole (spesso ipocrite) che accompagnano i mantra femministi. Purtroppo, se non in determinati ambienti di nicchia in cui le donne hanno imparato ad autogestirsi, il mondo e’ ancora saldamente in mano del genere maschile che lo amministra (come abbiamo visto) a suo modo, secondo una logica basata sul caos e l’instabilita’. Ma “potere” significa anche assunzione di responsabilita’, e sono convinta che il 99,99% delle donne non abbia alcuna voglia di assumersele queste responsabilita’. Molto meglio restarsene al calduccio, protette, magari criticando l’operato altrui, ma senza abbandonare il gineceo nel quale si sono autorecluse.

Ho appena esposto i cinque (ridicoli) motivi per cui, per certe talebane, io non potrei mai essere una vera femminista. Naturalmente ci sono anche altre ragioni per le quali ricevo critiche, e ci saranno sempre. La stessa concezione di nudita’ oppure di sesso, che ho io, contrasta enormemente con le opinioni di chi vorrebbe vedere le donne atteggiarsi come delle beghine dell’esercito della salvezza, o - se guardiamo all’altro estremo - come delle femen scatenate. Perche’ o sono troppo spregiudicata in quanto parlo liberamente e senza vergogna di tematiche sessuali, o non lo sono abbastanza in quanto non me ne vado in giro tutto il giorno a seno nudo. E l'elenco potrebbe continuare.

Forse non tutti saranno d'accordo col modo in cui ho generalizzato sull’argomento, ma vi assicuro che anche quelle femministe che non rientrano nelle categorie che ho appena descritto odiano il modo in cui qualcuno generalizza e continua a generalizzare su di loro. E spero che anche chi non e’ d’accordo con me possieda almeno un po’ di onesta’ intellettuale da riconoscere che non ho mai affermato che tutte le femministe che mi criticano siano trasandate, povere, aggressive, lesbiche e si lamentino di essere vittime del genere maschile. Ho solo dileggiato un po’ quelle che, invece, lo sono. Perche’ non nasciamo tutte uguali, non abbiamo tutte quante le stesse aspirazioni, gli stessi obiettivi, gli stessi desideri, ed e’ giusto che sia cosi’. E sinceramente (ve lo dico con un altro francesismo) ne ho piene le ovaie di quelle nazi-femministe che attaccano le altre donne solo perche’ non rispecchiano la loro visione sacra del mondo cosi’ come (sempre secondo loro) dovrebbe essere.

martedì 21 gennaio 2014

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La risposta alla domanda

Quanta importanza diamo agli ideali, e quanta ne diamo invece all'apparenza? O e’ forse la sostanza a comandare il gioco del nostro vivere? Quante volte mi sento combattuta e non so decidere che ordine dare alle cose, in quanto non mi e’ chiaro quali siano le priorita'; perche' l'una esclude l'altra. Rinunciare agli ideali? Rinunciare all'apparenza? Rinunciare alla sostanza?

E’ tutto talmente importante che e’ come dover scegliere fra l’acqua e l’aria. Non si puo’ fare a meno ne’ dell’una ne’ dell’altra. Eppure, nella vita, si devono fare delle scelte; e’ necessario, ma quasi mai sono indolori. Le storielle della capra e dei cavoli o della moglie ubriaca non sono poi cosi’ assurde e chi si illude di poter ottenere tutto, senza rinunciare a niente, alla fine impazzisce come un daltonico che tenta di risolvere il cubo di Rubik.

Non so se qualcuno abbia la risposta alla domanda, e non so neanche se la risposta possa andar bene per me, o per chiunque altro. Non siamo fatti di cartone, fustellati tutti quanti con la stessa forma. Siamo numeri primi e ciascuno e' perduto solitario nel mare dei suoi dubbi. Un mare nel quale si puo' anche affogare.

Ma che a nessuno venga in mente di tirar fuori come risposta l’amore, l’amicizia, o qualsiasi altro sentimento. Non si mettono in mezzo i sentimenti, che’ di quelli non ci si puo’ nutrire. Come il cuore, il cervello e i polmoni, sono dentro di noi, e chi li fagocita’, vorace, credendo di aver trovato la risposta al suo interrogativo, nutrendosi di essi in un atto quasi cannibale, e’ inevitabilmente destinato a morire.

giovedì 16 gennaio 2014

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La strada della escort

“Sei molto in gamba mia cara ad essere riuscita ad uscire dall'effetto "droga" che il mondo dell’escortismo da’. Io che l’ho fatto in modo molto soft, ma per diversi anni, interrompendo per vivere le mie love story, poi alla fine ho sempre avuto il desiderio di compiacermi nel desiderio altrui e di farmi pagare, e con un lavoro part-time come escort guadagnavo, come sai, benino. Ero giovane e bella e non c era la crisi. Adesso ho 40 anni e sono decisamente merce in saldo, ma in me la pulsione esiste ancora. Nel frattempo non ho trovato un lavoro regolare appagante pur essendo laureata; mi sono laureata con molto ritardo e lavorando come escort per pagarmi gli studi. E’ bello sapere che qualcuna ce l’ha fatta a riprendersi la vita e a dire un no secco e a smettere. Hai un carattere forte e tanta determinazione”.

Con queste parole, scritte da una persona che mi segue, alla quale vorrei assicurare che 40 anni non sono affatto un’eta’ da “merce in saldo”, inizierei a parlare di un argomento che – mi sono accorta – finora ho trattato pochissimo, in quanto concentrata soprattutto sulle ragioni che portano una ragazza a scegliere di prostituirsi e non sui motivi che, invece, la conducono, poi, a smettere.

E’ scontato dire che per ognuna e’ una storia a se’, ed e’ impossibile individuare, nella singolarita’ di ciascuna, le ragioni per cui si inizia un certo percorso e, quindi, di conseguenza, anche le ragioni che ci portano ad interromperlo. E’ possibile tuttavia evidenziarne alcuni aspetti interessanti che, spero, faranno riflettere sia chi da questo mondo ci e’ passato, in modo piu’ o meno marginale, sia chi, pur rimanendone distante, ne ha subito il fascino o ha sempre avuto curiosita’ di scoprirne i retroscena.

Quella della prostituta e’ una professione non comune, particolare, borderline, che in certi casi, come dice appunto l’autrice del messaggio, puo’ arrivare a dare gli stessi effetti della droga. Percio’, rinunciarvi, e rinunciare conseguentemente a tutto cio’ che si ottiene esercitandola – soldi, corteggiatori, ammirazione, trasgressione, consapevolezza di suscitare desiderio e quindi di rappresentare in molti casi il sogno erotico di una grande platea di uomini – non e’ facile. Tuttavia, cosi’ come quando all’inizio e’ indispensabile stabilire delle chiare regole d’ingaggio, fissando dei paletti e dei limiti da non superare, e’ necessario ogni tanto interrogarsi e individuare a quale punto del percorso siamo arrivate.

Molte si chiedono perche’ si dovrebbe interrompere l’estrazione dell’oro quando la vena aurifera non e’ ancora esaurita. E’ una domanda che, a suo tempo, mi sono posta anch’io, e la risposta e’ stata che scegliere di smettere quando ormai nessuno ci vuole piu’ e’ facile, anzi non si tratta neppure di una scelta; difficile e’ farlo quando sappiamo di essere ancora al top, quando ancora possiamo scegliere, quando sappiamo che stiamo lasciando qualcosa a cui teniamo, rischiando finanche di sbagliare. Se iniziare e’ quindi una dimostrazione di coraggio, e di intraprendenza, smettere diventa la dimostrazione che siamo in grado di vincere su tutto; persino su noi stesse.

Mi confido’ una volta un’amica: “Se si vuol lasciare un segno del nostro passaggio ed essere ricordate con nostalgia, si deve abbandonare al culmine della carriera e non nel momento del declino”. Aveva ragione. Infatti, se paragono, come spesso mi capita di fare, la prostituta con un’attrice, devo dire che mi hanno sempre fatto molta pena le vecchie attrici a fine carriera, che non si rassegnano al trascorrere degli anni, con le loro facce liftate e quei capelli eternamente tinti per celare la canutezza. E da questo capisco quanto sia amaro dover riconoscere di essere ormai fuori dai giochi, soprattutto per chi da giovane e’ stata bella ed ammirata. C’e’ pero’ anche chi preferisce lasciare anzitempo, cosi’ da essere ricordata al culmine della propria bellezza, e chissa’ che non sia questo il reale motivo che ha portato alcune famose attrici del passato a sparire totalmente dalla circolazione o addirittura, in casi estremi, a togliersi la vita.

Ci sono due momenti veramente importanti per chi fa la prostituta: quando si decide di iniziare e quando si capisce di aver piu’ nulla da dare o ricevere dal punto di vista professionale. Entrambi questi momenti hanno un loro perche’, una loro profondita’ umana, un loro dramma interiore, e possono essere oggetto di bizzarre elucubrazioni e analisi sociali, ma ci sono delle sostanziali differenze: l’inizio del percorso e’ sempre denso di grandi speranze ma anche di grandi paure, di molte perplessita’ ma anche di tanta spregiudicatezza. E’ il momento acerbo, dell’avventura, dell’incoscienza, il piu’ frenetico, in cui non si sa esattamente cio’ che si vuole; si sa solo che la condizione che viviamo non ci soddisfa e speriamo, anche con un passo azzardato, di cambiarla in meglio. Il momento della fine giunge invece con la maturita’, indipendentemente dall’eta’ anagrafica; cioe’ quando si pensa di aver ottenuto in parte le cose che desideravamo, oppure – ancor piu’ vero – quando ci rendiamo conto di aver raggiunto i limiti oltre i quali non possiamo o non vogliamo piu’ spingerci. E’ quindi una resa dei conti con noi stesse, un momento del bilancio, ponderato, pacato, di accettazione di cio’ che siamo riuscite a costruire (o forse a distruggere), ma anche di rassegnazione per non aver ottenuto tutto quello che avevamo sperato. Tuttavia, quando questo momento arriva, si prova un grande senso di liberazione e persino di soddisfazione, perche’ si sa in modo inequivocabile di avere un carattere forte ed essere dotate di grande determinazione.

Quando si prende una decisione che cambia totalmente la nostra vita, sia in un senso che nel senso contrario, e’ sempre un momento di grande forza. Ed e’ la consapevolezza di quella forza che ci rende appagate e ci fa dire: “Ecco, adesso che conosco questa vita, adesso che ne ho sviscerato il mistero, posso finalmente cambiare e dedicarmi a qualcosa di diverso, piu’ utile a me stessa o forse agli altri, a qualcosa di piu’ consono alla mia personalita’”.

Si’, il carattere e la curiosita’, sono “reagenti” importanti per questa alchimia che porta alla decisione di smettere, ma non sono gli unici. Abbiamo detto che anche l’eta’ e’ importante, e non solo quella anagrafica ma anche per quanto tempo abbiamo esercitato la professione. Come ogni cosa, alla fine, la ripetitivita’ delle situazioni fa perdere quello spirito d’avventura e d’incognito che ci affascina all’inizio; subentra la noia, e allora si sognano altre situazioni, che ci sembrano piu’ avvincenti, ma solo perche’ meno vissute. Quello che per altre donne rappresenterebbe la trasgressione piu’ assoluta, per chi fa la prostituta, e lo fa da molti anni, e’ simile al lavoro di un’operaia che si reca ogni giorno in fabbrica.

Ma oltre a cio’, una delle cose piu’ importanti (ed improvvise) che inducono a smettere, e’ l’incontro con una persona che ci sconvolge la vita; qualcuno di cui ci si innamora. L’amore e’ infatti una molla assai potente che fa scattare il meccanismo. E’ questo il motivo che spinge chi ha intenzione di esercitare il piu’ a lungo possibile ad evitare situazioni del genere. Non sempre e’ facile, perche’ l’innamoramento e’ imprevedibile e quando avviene non lascia scampo, ma frequentare clienti insulsi, spesso non attraenti, e quasi sempre gia’ impegnati, alla fine, di sicuro, aiuta a non cadere nella rete. Ciononostante puo’ capitare di incontrare chi ti fa perdere la testa, che diventa piu’ importante dei quattrini o di tutti gli amanti che potresti avere nel letto, e allora ti rendi conto di aver raggiunto il punto d’arrivo.

E’ il momento dell’incasso delle cedole che negli anni sono maturate, con la speranza di aver accumulato, sia materialmente che dal lato umano, un capitale sufficiente per vivere di rendita. I soldi se saremo state oculate non ci mancheranno (o quanto meno non faremo la vita delle povere disgraziate), e non ci mancheranno neppure gli affetti e le persone con le quali condividere le esperienze future; proprio perche’ la vita abbiamo imparato un po’ a conoscerla, e nel cinismo della professione in cui niente viene dato per niente, abbiamo anche assorbito l’altro lato della medaglia: il dare senza ricevere.

Certo il modo attraverso il quale questa conoscenza e questo accumulo di esperienze e di sicurezza economica e’ avvenuto, da molte persone viene ritenuto sporco, immorale, innaturale, perche’ non tiene conto delle reali esigenze dell’essere umano (dicono), ma chi puo’ arrogarsi il diritto di stabilire e decidere quali siano le esigenze di ciascuno e quale debba essere la morale condivisa? Non siamo fatti tutti allo stesso modo, la sostanza di cui siamo composti materialmente e’ la stessa, ma non pensiamo le stesse cose, non proviamo le stesse emozioni, non abbiamo le stesse paure, gli stessi dubbi, gli stessi tormenti interiori. In sostanza: e’ impossibile che interpretiamo la vita tutti quanti nello stesso modo. C’e’ chi non farebbe mai sesso per denaro e c’e’ chi invece lo farebbe (e lo fa) solo per denaro. In mezzo ci sta di tutto, in una gradazione infinita di grigi. L’importante e’ che nessuno soffra mai per causa nostra o quanto meno, se soffre, non sia perche’ l’abbiamo voluto noi.

Tornando pero’ ai motivi che ci portano a smettere, abbiamo individuato il carattere, la consapevolezza di essere giunte al traguardo che ci eravamo prefissate, l’eta’ e il voler uscire dalla scena da protagoniste e non da comparse, l’arrivo di nuove opportunita’ di lavoro piu’ redditizio o piu’ appagante, il giungere di un affetto importante (partner o figlio), ma anche la perdita di qualcuno che amiamo che puo’ farci entrare in crisi facendoci arrivare a riconsiderare tutta la nostra esistenza e ad interrogarci se quella perdita sia in parte dovuta, seppur marginalmente, al nostro stile di vita.

Ho buttato giu’ questi pensieri per rispondere all’amica che mi ha inviato quel messaggio, ma anche per dire a tutte le ragazze che mi scrivono ogni giorno, e che magari hanno intenzione di iniziare, per via della crisi o perche’ intravedono un modo facile per fare un po’ di soldi, che la strada della escort non e’ tutta in discesa come sembra e che, soprattutto, non va mai dritta fino alla meta. Quasi sempre e' impervia e si inerpica per sentieri che all’inizio neppure possiamo immaginare; puo’ persino interrompersi di colpo di fronte ad uno strapiombo che non lascia via d’uscita. Perche’ “l’effetto droga” non scompare mai del tutto, per nessuna. Anche se passano gli anni e le esperienze si allontanano sempre piu’ nel tempo, fino ad assumere una dimensione quasi onirica, sensazioni forti come quelle che si provano in certe situazioni sono difficili da dimenticare.

lunedì 6 gennaio 2014

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Il giocatore di scacchi

La scacchiera stava sempre li’, appoggiata sul tavolino accanto alla finestra. I pezzi sistemati e pronti per un’eventuale partita. Gli piaceva disporli con cura. Era lui che lo faceva. Partiva sempre coi bianchi. I primi erano la regina ed il re. Non credo sia stata usata piu’ molte volte dopo che me ne sono andata. Io ero l’unica con cui gli piaceva davvero giocare a scacchi. O almeno cosi’ mi diceva.

Appoggiava la testa alla mano come per pensare meglio e ragionava a lungo prima di muovere, ma quando la faceva era sicuro della sua mossa. Diversamente da me che, invece, avevo sempre dei ripensamenti, e quasi sempre mi dispiacevo per aver fatto una mossa avventata subito dopo aver mosso il pezzo.

In ogni partita c’era sempre un messaggio che avrei dovuto interpretare. Era nascosto in ogni mossa, e se ne ero intrigata non era tanto per il gioco in se’, quanto per cio’ che imparavo nel giocarlo. Quando infine aveva la vittoria in pugno, scrollava la testa: “Devi proprio imparare a giocare!”. E cercava di consolarmi se ero stizzita per qualche errore di troppo.

Solo in un’occasione ho vinto, e non perche’ fossi diventata piu’ brava. Anzi, ho sempre sospettato che sia stato lui a permetterlo, per farmi assaggiare almeno una volta il sapore della vittoria. Ma oso sperare che non sia proprio cosi’. Dopo andava sempre a versarsi un mezzo bicchiere di cognac, poi tornava seduto di fronte a me e lo sorseggiava, assaporandolo in quel modo che, forse nel cercare di imitarlo, avrei imparato a fare anch’io.

Non erano molte le distrazioni, se non leggere avidamente qualsiasi cosa mi capitasse fra le mani oppure ascoltare le sue storie, ed avrei sentito la mancanza, in seguito, dei suoi racconti di guerra. L’Afghanistan, il proiettile che lo aveva quasi ucciso, le sue lezioni di strategia, di tattica, di vita. Ed anche delle ore passate nel letto, imparando a dargli piacere.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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