domenica 6 aprile 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte IV

Quella notte non chiusi occhio. La passai interamente a chiedermi se dovevo accettare i soldi invece di buttarli via come in modo sciagurato avevo fatto. Sapevo bene, perche’ Anikó me lo aveva raccontato un’infinita’ di volte, che fare sesso per soldi non era cosi’ tremendo; l’anima non e’ fatta di carne, e quella nessuno puo’ portarcela via, ma per me sarebbe stata comunque la prima volta e solo l’idea di fare quel passo mi spaventava. Sarei stata davvero capace di farmi toccare, baciare, e farmi penetrare da uno sconosciuto?

Sapevo, pero’, che in fin dei conti non sarebbe stato come battere in strada. Non c’era un pappone che mi obbligava a farlo anche se non volevo. Al contrario, nessuno si sarebbe arrabbiato se avessi rifiutato. Sarebbe stata una mia scelta, e il resto non sarebbe contato un bel niente perche’, come diceva sempre Anikó, solo il denaro era importante. Quell’uomo, poi, aveva qualcosa di speciale; non era uno squallido cliente di prostitute come gli altri che avevo visto accompagnarsi con le ragazze del locale. Anzi, era affascinante, simpatico, colto, ricco. Se lo avessi fatto con lui non mi sarei sentita una puttana.

Quello che mi aveva offerto andava oltre ogni immaginazione. Un sacco di soldi; piu’ di quanti ne avrei guadagnati danzando per un anno nella gabbia, ed io ne avevo un estremo bisogno. Non volevo piu’ vivere alle spalle della mia amica. Per quanto per lei non fosse un problema e non me lo facesse mai pesare, mi sentivo una mendicante, e la sensazione non era piacevole. Mentre io volevo di piu’, cose piu’ grandi che non avrei mai potuto permettermi col lavoro che avevo, ed ero stufa di guardare il mondo solo attraverso i poster appesi alle pareti della squallida camera dove alloggiavo. Volevo viaggiare; andare in quei posti e vederli coi miei occhi.

Era un’occasione che poteva rappresentare una svolta importante nella mia vita e tramutarsi in una via d’uscita dalla gabbia, anche mentale, dove mi ero rinchiusa. Chi era quell’uomo misterioso spuntato dal nulla che, ricoprendomi di lusinghe, era stato capace di ammaliarmi? Come tutti aveva detto che mai aveva visto una ragazza piu’ bella di me, ma sorprendentemente nel suo sguardo felino vi avevo scorto sincerita’. Quella sincerita’ da sempre cercata negli occhi degli uomini e che mai, fino ad allora, avevo trovato.

La cifra mi rimbalzava nella testa. Perche’ ero fuggita, con gli occhi pieni di lacrime? L’avevo fatto per la vergogna di non essere all’altezza? Scopare non era come danzare; non era come spogliarsi e mostrare la propria nudita’; non era come intrattenere al tavolo qualcuno, flirtando, per fargli spendere il piu’ possibile. Per scopare bisognava essere brave. Le mie esperienze di sesso, invece, erano limitate a qualche leggerezza da adolescente, e quell’aria sexy con la quale mi atteggiavo in realta’ non mi apparteneva. Era solo una recita, perche’ sapevo di essere inesperta, imbranata, e quei soldi erano troppi per una come me!

Pensavo e ripensavo continuamente: “Che stupida, che stupida, che stupida…” A pensarci bene, non ci sarebbe stato nulla di male. Avrei potuto accettarli ed una volta fatto, sarei stata esattamente la stessa di prima. Che cosa sarebbe cambiato? Niente… a parte che, dopo quel passo, sarei stata anch’io una prostituta. E poi, non era necessario che lo andassi a raccontare in giro. Avrei potuto accordarmi per un appuntamento in segreto. Nessuno l’avrebbe mai saputo. Ma davvero m’importava se qualcuno l’avesse saputo? In fondo sarebbero stati fatti miei, come quelli di Anikó erano fatti suoi. Ogni volta che le chiedevo come si sentiva dopo, lei mi rispondeva: “Bene! Far sesso per soldi non e’ brutto; a volte capita di incontrare anche uomini gradevoli, mentre con gli altri, quelli che mi fanno schifo, stacco il cervello”.

“Staccare il cervello”. Come un automa che si disconnette premendo un semplice pulsante. Ne sarei stata capace? Non potevo saperlo se non ci avessi provato, ma su una cosa Anikó aveva assolutamente ragione: per quelle come noi non esisteva altro modo piu’ semplice e veloce per far soldi, e i soldi, come diceva lei, erano piu’ importanti di tutto. Che me ne fregava, dunque, di quello che avrebbero pensato di me? Sarei stata una prostituta? E allora? Sarebbe stato un lavoro come qualsiasi altro: come fare la modella. Le modelle non si fanno pagare allo stesso modo per il loro corpo? Sarei stata forse meno troia se mi fossi mostrata nuda in qualche prive’, strusciandomi al cliente, oppure l’avessi smollata al primo stronzo con la parlantina sciolta che mi avesse promesso amore eterno?

Ripensando alle mani avide di tutti quelli coi quali avevo filato, che avevano esplorato le mie cosce e per impossessarsi del mio sesso acerbo in cambio di niente, di inutili promesse che svanivano il giorno seguente, mi prese una gran voglia di liberarmi da quell’immagine da brava ragazza che con ostinazione avevo voluto portarmi addosso per anni, ma che, come un vestito fuori taglia, mi stava ormai stretta, facendomi soffocare. Se volevo essere davvero una leonessa, e vivere nella giungla invece che in uno zoo, allora dovevo frantumare la mia ipocrisia, spogliarmi degli scrupoli che ancora mi rendevano prigioniera, e iniziare ad usare gli uomini, facendomi rispettare. Facendomi pagare.

No, non sarei stata piu’ la fatina alla quale la nonna raccontava le fiabe. Ero cresciuta, cambiata, ma fino a quella sera non l’avevo ancora capito perche’ nessuno mi aveva mai messa di fronte alla vera me stessa; di fronte al mio cinismo. Percio’ ero fuggita via, spaventata. Perche’ crescere fa paura, cambiare fa paura, e ancor piu’ paura fa quando ci si rispecchia nello sguardo di qualcuno che ci mostra esattamente come siamo, e ci vediamo una persona che non penseremmo mai di essere. Quell’uomo era stato il mio specchio, e la sua offerta scritta su un foglio di carta la chiave per far scattare un meccanismo che, da quel momento in poi, mi avrebbe resa viva.

Qualche anno piu’ tardi gli avrei chiesto perche’, fra tante ragazze piu’ belle ed esperte, avesse scelto proprio me. La risposta giunse solo al termine della sua mossa sulla scacchiera e come al solito, dopo aver sorseggiato con lentezza un po’ di cognac.

“Me ne stavo li’, annoiato, a guardarmi attorno, cercando qualcosa d’indefinibile che potesse suscitare un po’ d’interesse, e ti vidi. Fu il destino? Non lo so, ma in quel momento mi prese un desiderio: quello di plasmarti. Creare un capolavoro come uno scultore fa con un blocco di marmo. Da quella timida ragazza avrei ottenuto la donna perfetta: una puttana meravigliosa per la quale chiunque sarebbe stato disposto a tutto. Oggi posso confessarti che non lo feci per te, ma solo perche’ in quel momento mi servivi, per i miei affari, ma rappresentavi anche una sfida e confesso che un ruolo lo ebbe anche il mio ego. Non immaginavo pero’ che avrei esagerato facendoti troppo speciale oppure, semplicemente, sbagliai i calcoli e non considerai che alla fine, fra tutti, sarei stato io il primo ad innamorarmi. In realta’, mia cara Irina, non fui io a sceglierti, ma fosti tu ad incantarmi”.


Il titolo del racconto e’ stato ispirato da questo libro: “L’ultima fata”.

 QUI: la I parte

3 commenti :

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

bel racconto. Quando leggo questi tuoi racconti mi chiedo sempre: chissà quanto c'è di vero (perchè sono convinto che almeno per una parte racconti storie della tua vita) e quanto è frutto delle tua fantasia.

Ciao Davide

moreno mo ha detto...

Bello. A tratti così sentito e così intenso da fare male.

Stefano Airoldi ha detto...

Con il tuo stile e la tua creatività tratteggi lampi di una personalità da "tigre indomabile", che non si lascia sedare come noi animali dello zoo della "normalità", ma vaga regina nel suo territorio, libera e fiera del suo essere inafferrabile.
Brava! Una storia molto forte e carica di senso.
PS: da grande lettrice di fiabe quale eri, puoi dirmi cosa ne pensi della mia "Foglia Azzurra"? ;-) Ciao!!!!

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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