domenica 23 marzo 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte III

Di uomini, ancora, non ne avevo conosciuti molti. Il piu’ intimo, fino ad allora, era stato Rezsö, ma non lo consideravo il mio ragazzo. Era troppo dolce e con lui, a volte, avevo avuto l’impressione che, se solo avessi voluto, avrei potuto persino sbranarlo. A quel punto lui sarebbe morto, ed io avrei pianto.

L’uomo che immaginavo per me, invece, doveva essere diverso; qualcuno che avesse potuto tenermi in pugno, insegnarmi, guidarmi, e allo stesso tempo prendersi cura di me. A quei tempi non avevo ancora capito niente della vita, della liberta’, dei rapporti paritari fra uomini e donne, della stima, del rispetto e dell’amore come fonte di immensa gioia. Ero solo curiosa e assetata di avventura.

Piu’ che di un amore ero alla ricerca di un maestro. Cosi’, quando colsi il suo sguardo in mezzo a decine di altri, immediatamente capii che lui mi voleva nel modo in cui desideravo. Fu una sensazione strana. Come una scossa improvvisa, un tuffo al cuore, e il tempo resto’ sospeso per un attimo. Quella mancanza del respiro l’avrei provata anche dopo, con altri uomini e anche con donne, ogni volta che mi sarei infatuata di qualcuno.

Lo raggiunsi al tavolo e la prima cosa che mi chiese fu il nome. Da tutti mi facevo chiamare Tündi, e avrei potuto dirgli quello. Eppure gli rivelai il mio vero. Compresi subito che non avrei mai potuto mentire a quell’uomo dallo sguardo gelido, ma nel quale intravedevo un’estrema dolcezza, benche’ fosse nascosta, coperta, tenuta ben al riparo da una scorza di durezza e severita'. Intravedevo in lui cio’ che non avevo mai visto in nessuno prima: un’aura che emanava sicurezza e lealta’. E sembrava sussurrarmi: “A me ti puoi affidare, totalmente, tranquillamente, perche’ non ti faro’ mai del male”.

Forse una strana alchimia creava le condizioni perche' solo io potessi cogliere quei dettagli e leggergli dentro in quel modo. Oppure, semplicemente, si trattava di una normalissima illusione creata dall’atmosfera del momento, strana, magica, che pero’ sarebbe durata per tutto il tempo che siamo stati insieme. Avevo finalmente incontrato un leone.

Disse che il mio nome suonava troppo gutturale, e ricordo che ci restai male. “Preferisco chiamarti Irina”, ed io pensai: “Irina…mi piace”. Era gradevole il suono che, detto da lui, in quel momento, mi sembro’ persino musicale. Si’, certamente Irina era il nome che avrei voluto avere se l'avessi potuto scegliere. Poi mi chiese a che livello parlavo russo, e restai quasi sorpresa: “Come fa a sapere anche questo?”.

“Lo studio da sempre”, gli risposi. “Ho intenzione di diplomarmi in lingue”.

“Ottimo!” sorrise. “E poi cosa vorrai fare, Irina?” e marco’ l’accento particolarmente sul nome, come a volermi comunicare che per lui non sarei piu’ stata la ragazza di campagna senza ne’ arte ne’ parte arrivata nella grande citta’, la fatina appassionata di fiabe e racconti, sempre assorta nelle sue immaginazioni, ma una donna in grado di affrontare e fronteggiarsi con la realta’ della vita.

Alzai lo sguardo verso Anikó che ballava, e capii che la mia vita non avrebbe potuto essere come la sua, eternamente dentro la gabbia. Davanti a me avevo un leone, e forse la mia unica occasione per fuggir via da quello zoo, abbandonando il mondo delle fate nel quale stavo ancora vivendo, ed insieme ad esso lasciarmi alle spalle la fanciullezza per andare finalmente nella giungla, della quale sentivo sempre piu’ il richiamo.

I miei occhi chiarissimi titubarono e risposi un sommesso “non lo so”. Fu allora che spunto’ l’offerta. Senza parlare la scrisse su un foglietto che mi porse facendolo scivolare coperto sul tavolo, perche’ lo guardassi come fosse una carta da gioco. Erano tanti soldi, talmente tanti che pensai volesse prendersi gioco di me, come fanno i bambini che mostrano le noccioline alle scimmiette nelle gabbie per eccitarle e poi negarle con una cinica risata. Il felino che avevo dentro si senti’ mortificato da quel gesto, o forse, semplicemente, ne fui impaurita. Mi alzai e corsi via. Avevo le lacrime agli occhi. Tornai a casa ben sapendo che quel gesto mi sarebbe costato anche il lavoro.

(Continua…)

QUI: la II parte

QUI: la IV parte

3 commenti :

veyron89@ymail.com ha detto...

Scusi se faccio un commento off-topic , ma sono curioso , come procede il progetto della citta invisibile ? in questi anni qualcosa è cambito rispetto al post del 2011 ?

saluti

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Procede. :)

davide ha detto...

Caro amico veyron89@ymail.com,


"Scusi se faccio un commento off-topic , ma sono curioso , come procede il progetto della citta invisibile ? in questi anni qualcosa è cambito rispetto al post del 2011?"

Se ti interessa la città invisibile ci sono anche tanti post che parlano della stessa prima del post del 2011.


Ciao Davide


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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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