domenica 16 marzo 2014

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Az utolsó tündér - L’ultima fata - Parte II

Il posto si chiamava “Az Állatkert”, e mi pagavano per dar spettacolo muovendo il mio corpo. La postazione era una specie di gabbia. Cio’ che dovevo fare era danzare piu' sinuosa e sensuale che potevo, fasciata in un costume che raffigurava un animale. Me ne avevano forniti diversi, di costumi, attillati, che mi fasciavano tutta, lasciando pero' scoperte le parti anatomiche piu’ attraenti per gli uomini. Ne avevo uno zebrato, uno con le piume, e uno che era simile alla pelle di un serpente. Ma quello che preferivo era da felino: tigrato o leopardato.

Lo spettacolo era ogni sera lo stesso: ballare, ballare, ballare. Pausa. Bevuta al bar, due chiacchiere con qualcuno, e poi di nuovo nella gabbia, fino a tarda notte. Di fronte a me, nell’altra gabbia, c’era Anikó, quando non doveva stare con qualcuno che aveva bisogno di compagnia. Il lavoro non era male. Mi e’ sempre piaciuta sia la musica che la danza. Quello che guadagnavo, invece, mi bastava appena per fare una vita da schifo. Se avessi desiderato avere piu' soldi, avrei potuto fare come Anikó, ma ancora non me la sentivo. Ero ancora timida, imbranata, insicura e con troppi scrupoli.

In fondo alla grande sala c’era Rezsö, il disc jockey, con l’inconfondibile berretto nero da spetnatz che gli avevo regalato. L’avevo acquistato per pochi fiorini in un mercatino che vendeva roba militare usata. Fra noi due c’era qualcosa di piu’ di una semplice simpatia. Quasi sempre, durante la pausa, mi accoccolavo accanto a lui, e insieme sceglievamo la musica. Le luci e i colori rendevano il tutto simile ad un quadro su cui era stato dipinto un immenso circo: clown, animali e domatori, acrobati e cerchi di fuoco da attraversare. E poi c’era il pubblico che ammirava estasiato.

C’era chi, credendosi un cacciatore, mi faceva richieste esplicite, offrendomi soldi e cercando da me un cenno d’assenso, ma io non rispondevo mai. Dentro il mio costume mi sentivo una vera tigre, e come tale potevo solo ruggire. Perche’ quelli non erano cacciatori. Solo spettatori che pagavano il biglietto per guardare gli animali rinchiusi nelle gabbie di uno zoo. Le loro offerte non m’interessavano; li vedevo come dei bimbi che offrivano noccioline alle scimmie, ed avevano l’illusione di stare nella giungla. Ma quella non era la giungla. Nella giungla ci sono i veri pericoli, i veri predatori, i veri cacciatori. Li’, invece, c’erano solo bambini con la testa piena di sogni.

Qualcuno, pero’, riusciva a portarsi a casa qualche ragazza, come Anikó, il souvenir della serata. Ma era come il pesce rosso confezionato nel sacchetto di plastica che si acquista al luna park quando non si riesce a centrare il vasetto con la pallina. No. La giungla era un’altra cosa. Anche se ancora non ci ero stata, sapevo che la vita della giungla non poteva essere quella. Non doveva essere quella o anche i miei sogni si sarebbero infranti nella banalita’ di un’esistenza che non volevo assolutamente fosse mia.

Certo nello zoo avevo di che vivere, avevo chi si occupava di me, e se avessi voluto avrei potuto anche mordere qualche debole preda, qua e la’, tanto per provare il gusto del sangue. Anikó me lo diceva sempre: “Tündi, hai un fisico che sembri nata per farlo”. Ma sapevo che vivere in quel modo non era quello che desideravo, e mi sentivo davvero come una tigre costretta in una gabbia. Cio’ che attendevo era solo il momento giusto per fuggire, via, per andare lontano, nella giungla, dove avrei visto i veri colori, avrei sentito i veri profumi ed ascoltato i veri rumori. Niente piu’ gabbie, ne' domatori, ne' bimbi, ne’ pesci rossi. Solo la vita; quella vera, quella che meritavo.

E finalmente avrei incontrato i miei simili, altri felini, come me, che mi sarebbero stati accanto, e mi avrebbero aiutata a vivere l’avventura, a cacciare le prede che avrei potuto sbranare, affondando i denti nelle loro gole fino a che gli incisivi superiori non avessero toccato gli inferiori. E a quel punto mi sarei nutrita perche’ una tigre non puo’ rinunciare alla propria natura di predatrice. Almeno non prima di aver provato a vivere nella giungla.

(Continua...)

Qui: la I parte

Qui: la III parte

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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