sabato 1 febbraio 2014

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Dieci domande ad una escort

- Prostituzione: libera scelta o sfruttamento?

Devo innanzi tutto precisare che non esercito più da alcuni anni, per cui moltissime cose potrebbero essere cambiate nel frattempo. Oltre a ciò non vivo più neppure Italia. Detto questo, bisogna separare nettamente fra chi la prostituzione la svolge liberamente e chi, invece, è costretta a farlo. Non in entrambi i casi le implicazioni etiche coincidono. Quelle che scelgono liberamente di esercitare senza altri obblighi, se non la loro esigenza di denaro che è presente in ogni professione, lo fanno quando vogliono e soprattutto fino a quando decidono smettere. Non hanno padroni o lenoni alle spalle. Nel secondo caso, invece, non si parla più di prostitute, ma di vittime attirate con l’inganno e spesso segregate o ricattate da organizzazioni criminali, quindi delle vere e proprie schiave. Confondere le due cose può essere fuorviante e creare pregiudizi e stereotipi.


- Come mai ha iniziato questo “mestiere”?

L’approccio alla prostituzione non segue per tutte lo stesso percorso. Moltissime ragazze vengono attirate con l’inganno, dal miraggio di una vita migliore che poi conduce inevitabilmente sulla strada. In questo caso si tratta di ragazze che vivono in paesi in cui le possibilità di crearsi una vita dignitosa sono negate a causa della miseria e dell’ignoranza. Sono loro, infatti, che vanno a rinfoltire le fila di chi esercita nella strada oppure in appartamenti organizzati come catene di montaggio, che sono quasi sempre controllate da organizzazioni malavitose. Per quanto mi riguarda, invece, è andata diversamente. Dato che non avevo i soldi per mantenermi agli studi, e la mia famiglia era povera, ho iniziato ad accettare l’idea che vendersi non era poi una cosa così brutta. Quindi l’ho fatto. Da allora ho capito che una donna può usare il proprio corpo per ottenere ciò che desidera. Ma non è stato solo per soldi che ho continuato a farlo, perché una volta rotto il sigillo sono stata catturata dalla curiosità e dall’avventura che mi offriva quel mondo trasgressivo dal quale, fino a quel momento, ero rimasta distante. Posso dire di aver assecondato il mio carattere ribelle. Col tempo, poi, non mi sono limitata a svolgere il solo mestiere, ma ho voluto anche arricchirmi di conoscenza, iniziando a leggere tutto ciò che riguardava l’argomento: la storia delle cortigiane veneziane, delle geishe giapponesi e delle etere greche. Mi affascinavano quelle figure e volevo essere anche io una di loro. Ho vissuto perciò la professione come una vera avventura trasgressiva che, oltre a ciò, mi faceva anche guadagnare bene. Quindi senza che mi pesasse troppo.


- Secondo Lei è appropriato chiamarlo “mestiere”?

Si può chiamarlo in molti modi. Se mi fossi dedicata ad usare vernice e pennello invece del mio corpo sarebbe stato giusto chiamarlo mestiere? Certamente sì. Forse sarei stata un’imbianchina. Ma se invece avessi dipinto quadri? Per alcune, esercitare la prostituzione equivale ad un’arte. E infatti, parlando di etere o geishe viene in mente qualcosa che assomiglia ad esercitare il mestiere d'attrice. Se però si parla di donne rapite, abusate, costrette, allora l’unico nome che gli si può dare è quello di schiavitù. La prostituzione è l’esercizio di una professione se è libera. Dopotutto che differenza c’è fra una prostituta ed una massaggiatrice? In che cosa il rapporto sessuale differisce da un massaggio? Il problema è che per molta gente è difficile accettare questa equiparazione perché esiste un’implicazione morale dietro a tutta questa concezione, che poi è alla base di tante storture, patologie, vizi, e mancanza di coerenza.


- Come trova i clienti?

Il periodo in cui sono stata attiva è stato il decennio degli anni ’90. Provenendo dall’ambiente della moda, ed avendo fatto per qualche anno la modella, i clienti mi raggiungevano tramite il passaparola. Bastava farsi conoscere un po’, poi uno lo diceva ad un amico e così via. In seguito mi sono organizzata, usando i quotidiani nazionali, con gli annunci, e infine, con l’avvento di internet, ho iniziato a propormi sul web.


- Meglio la donna che lavora per strada o in casa? Le case chiuse dovrebbero riaprire?

La mia idea riguardo a come dovrebbe essere la prostituzione libera (perché l’altra, lo ripeto, è solo schiavitù) contempla una forma di legalizzazione esattamente come dovrebbe essere per le droghe leggere. Se si guarda la Storia, il proibizionismo ha sempre alimentato l’illegalità. Se si liberalizzasse il meretricio, ciò toglierebbe alla malavita molti dei fondi che ricava attraverso una gestione clandestina di questa attività. Fondi che poi vengono reinvestiti in attività ancor più criminali e ben più dannose per la comunità. Oltre a ciò verrebbero a cadere i motivi di un altro crimine odioso: il traffico di esseri umani ai fini sessuali. Una regolamentazione dunque sarebbe l’ideale, con conseguente riapertura anche dei bordelli (e non solo), in quanto riconoscerebbe alle prostitute quella funzione sociale che sempre hanno avuto. Casa o strada non avrebbe importanza. L’indispensabile sarebbe che tale professione fosse riconosciuta come lecita, e non come qualcosa di perverso e indirizzato a gente “viziosa”. Lei non sa quanti uomini hanno problemi - fisici e psicologici - che risolvono soltanto usufruendo delle prostitute.


- Conosce altre donne che vendono il proprio corpo?

Quando lavoravo avevo poche amiche. È un mestiere che non lascia molto spazio ai rapporti intimi. Soprattutto tra colleghe. Spesso i sentimenti che si creano sono di forte competizione ed invidia: o perché una ha più successo e guadagna di più, o perché è più carina, o altro. Ora che mi sono ritirata, anche attraverso il blog ho conosciute moltissime altre donne che lo fanno; credo che trovino in me una persona con la quale confidarsi. Non esiste giorno che non mi arrivino due o tre email di ragazze che hanno iniziato o che vogliono iniziare a farlo, per motivi quasi sempre legati alle difficoltà economiche che attualmente vive l’Italia. Mi chiedono consigli, ma più che altro vogliono essere capite da qualcuno. A queste ragazze, però, non do mai consigli specifici per esercitare il mestiere; dico soltanto che prima di prendere una certa strada, qualunque essa sia, si deve essere ben sicure di saper affrontare le difficoltà che si incontreranno lungo il cammino. E ce ne sono molte se si sceglie di prostituirsi. Prima fra tutte un’intrinseca solitudine in quanto non è qualcosa che una donna confessi volentieri a chiunque, e spesso subentra anche il condizionamento morale che frena e fa nascere dentro sensi di colpa ed inadeguatezza.


- Per chi fa questo lavoro da “privata”, riesce ad avere dei vantaggi rispetto alle altre prostitute?

Certamente sì. Il primo è quello economico: essendo indipendenti non si deve dare una parte dei propri guadagni a nessuno. Poi c’è quello psicologico: sapere di essere indipendenti rafforza l’autostima. Non meno importante quello legato a rendere il mestiere più piacevole: non essendoci costrizione, si possono accettare o rifiutare i clienti, scartando quelli che non ci sono graditi.


- Cosa ne pensa delle “Baby-Prostitute”?

Quando ho iniziato avevo appena diciassette anni. Mi si poteva definire una baby-prostituta? Forse a quei tempi sì, in quanto ero ancora molto immatura. Ma i tempi cambiano, evolvono. Quand’è che una ragazza può sentirsi pronta ad affrontare un percorso del genere che, sicuramente, pone anche dei rischi? Credo sia un discorso individuale; conosco ragazze di sedici anni che sono assai più mature e determinate di quanto lo siano anziane signore di sessant’anni. E che differenza c’è fra una ninfetta che lo fa con tutti in discoteca (per il gusto di farlo, magari sotto l’effetto anche di qualche droga) e chi, magari, della stessa età, lo fa sapendo bene ciò che sta facendo, cioè per soldi? Tuttavia, penso che debba esistere una legislazione che regolarizzi il tutto, e stabilisca dei limiti di età anche per esercitare.


- Qual è il suo pensiero ricorrente da quando ha iniziato a fare la prostituta?

Il pensiero ricorrente di ogni professionista: avere clienti, lavorare bene e incassare tanti soldi. Quale crede che sia il pensiero ricorrente di una donna che fa l’avvocato? Non le pare che questo chiedere a una prostituta se ha pensieri diversi sia già di per sé ghettizzante?


- Si sente libera?

Sempre sentita libera. Libera perché indipendente. Libera perché in grado di scegliere, anche quello che altre non sceglierebbero mai. Libera perché il denaro offre anche tante comodità. Libera perché si lasciano per strada molti tabù, si cambia il punto di vista nei confronti della vita, e quelle che agli occhi degli altri potrebbero apparire come delle catene, per una donna che sceglie di fare il mestiere diventano un motivo per dire al mondo che non accetta di restare chiusa nella gabbia nella quale la morale condivisa e comunemente accettata vorrebbe relegarla.

***

La presente intervista, rilasciata dalla sottoscritta alla testata online Trieste All News, ha contribuito alla stesura dei seguenti articoli:



3 commenti :

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

di questo argomento abbiamo discusso molte volte su questo blog e in genere ho quasi sempre condiviso quello che dicevi in merito a questa professione.

Che il proibizionismo sia solo un danno è una cosa acclarata, ma si persegue con una legislazione che arricchisce i magnacci e i mafiosi.

Quanto ai cambiamenti che ci sono stati negli ultimi anni (soprattutto a causa della crisi) ho notato forte aumento delle italiane che fanno questo lavoro.

Ciao Davide

moreno mo ha detto...

Gentile Signora Klara
Leggendo la Sua intervista mi sono posto alcune domande le cui risposte mi portano ad avere una visione credo diversa da quella appena letta e da altre che ha rilasciato ad altre interviste .
Ad esempio non credo che sfruttare le debolezze di una persona (nello specifico gli uomini) possa essere considerato un mestiere eticamente corretto. Non conosco la realtà delle “escort di lusso” e relativi clienti, ma per quanto mi sia dato vedere per “quelle di strada” i puttanieri che conosco hanno in genere grossi problemi relazionali con le donne e con la sessualità in generale.
Inoltre credo che ,fra quelle che esercitano tale mestiere , poche siano quelle che lo fanno per una scelta libera e soprattutto consapevole. Non so se quella di chi lo sceglie per mancanza di soldi, per seguire l’esempio di chi sembra avere una vita più facile ,o anche solo per sfuggire alla monotonia di una quotidianità vissuta come piatta e frustrante possa essere considerata come una “libera scelta. Ritengo che per essere tale ,nella prostituzione come in ogni altra scelta della vita (non solo in quella di un mestiere), dovremmo avere e soprattutto riuscire a vedere altre possibilità da prendere in esame .
Sono favorevole alla riapertura delle case chiuse, non tanto per una presunta funzione sociale ,quanto per un ambiente di lavoro meno rischioso e più “sano” sia per chi lo esegue che per la clientela . Inoltre non credo dell’efficacia dei metodi coercitivi e non sono nemmeno sicuro che sia giusto esercitarli in questo ambito che coinvolge scelte etiche e morali molto soggettive.
Saluti e continui….
Moreno
p.s.
Sono consapevole che sul blog vanno espressi giudizi solo sulle idee e non sulle persone, ma credo sia inevitabile ,leggendo quanto sopra , collegarlo a Lei. Perciò ho cercato di capire se al Suo posto lo avrei censurato ,e non sono sicuro di quanto avrei fatto io. Nel caso non lo pubblichi e quindi non abbia la possibilità di rispondermi come forse “merito” le mando il mio indirizzo per una eventuale lavata di testa.

[E' STATA ELIMINATA LA PARTE FINALE DEL COMMENTO IN QUANTO CONTENENTE DATI PRIVATI]

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Nessuna lavata di testa.

Questa e' la mia versione dei fatti, basata sull'esperienza personale.

Per quanto riguarda "dovremmo avere e soprattutto riuscire a vedere altre possibilità da prendere in esame", dico sinceramente che possibilita' ne avrei avute altre, ma nessuna in grado di farmi raggiungere certi obiettivi cosi' velocemente.

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