giovedì 26 dicembre 2013

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Il coraggio

Nella Citta' invisibile lo scorrere del tempo segue un percorso differente. I ritmi sono piu’ lenti; tutto si svolge in modo meno frenetico. Le date stesse, gli avvenimenti, le ricorrenze, le festivita’ e persino i compleanni non coincidono con quelli del mondo che c’e’ fuori. Per questo neppure il Natale assume quell'importanza che in realta' dovrebbe avere. Tuttavia e’ il periodo in cui si fanno i bilanci dell’anno appena trascorso, e i discorsi sono colmi di promesse per quello che verra’.

Tutto cio’ non ha nulla a che fare con le solite, banali, promesse di mangiare di meno o di non trasgredire. Per quanto mi riguarda non sono cosi’ brava a mantenerle, e comunque non le ritengo neppure promesse da fare, perche’ se in questa vita ci imponiamo anche di rinunciare ai vizi, che cosa ci rimane? No. Sono promesse diverse e piu’ difficili da mantenere, perche’ in un mondo che sembra essere sempre piu’ orientato verso l’esasperata autoconservazione individuale, in cui la gente ha paura di tutto e le regole che valgono sono quelle dell’avidita’ e della spietatezza, la promessa piu’ grande che possiamo fare e’ di avere coraggio.

Il coraggio di essere spontanee, sempre, anche quando ci capitera’ di sentirci stanche, demotivate, con la testa piena di dubbi. Continuare a raccontare le nostre ferite, cantare con il nodo in gola, danzare col terremoto dentro il cuore, cosi’ da aver sempre qualcosa da donare a chi ci sta vicino. Facendolo con passione ed amore. E’ importante. E oggi, piu’ che mai, ce n’e’ un gran bisogno.

Il coraggio di andare avanti con gli occhi aperti, affrontando i problemi e non pensando di farli scomparire semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia. L’unica cosa che ci deve far paura e’ proprio “l’aver paura”. In ogni situazione esiste sempre almeno una possibilita’ su due di riuscire a vincere. Una percentuale che non e’ affatto bassa, quindi perche’ non rischiare?

Il coraggio di scavare dentro di noi, ancora di piu’. In profondita’, anche in modo crudele se necessario, senza sosta e senza temere di grattare via la sporcizia. Se c’e’ del sangue che ancora attende di affiorare, lo troveremo proprio la’, sotto la patina che ancora lo ricopre.

Il coraggio di gettarci nell’abisso senza pensare che ci sara’ qualcuno laggiu’ a riprenderci: Se ci frantumeremo vorra’ dire che ci divertiremo a rimettere ogni pezzo al suo posto. Perche’ la scala per risalire dal piu' profondo dei precipizi c’e’ sempre. Anche se non si vede, e’ li’, ed un piede e’ gia’ sul primo gradino nel momento stesso in cui tocchiamo il fondo.

Il coraggio di spezzare le catene che ci imprigionano piuttosto che la propria dignita’. E cercare l’aiuto di chi condivide con noi gli stessi ideali, invece di far tutto nella solitudine. Essere preoccupate, compassionevoli e premurose. Qualcuno, da qualche parte la’ fuori, ha bisogno di noi.

Il coraggio di gridare quello che ci piace sussurrare, ed avere il coraggio di sussurrare quello che ci piace gridare.

Il coraggio di cambiare. Cambiare la nostra mente, le nostre opinioni, le nostre “convinzioni”. Fuggire via, lontano dai condizionamenti, prendere le distanze dai pregiudizi, dalle etichette che ci hanno appiccicato addosso e da quelle che, inevitabilmente, appiccichiamo addosso agli altri.

Il coraggio di strizzare l'occhio e sorridere alla bambina che vediamo nello specchio ogni mattina. Questo ci ricordera’ quanto eravamo impavide e piene di luce una volta, e di come senza paura e luminose possiamo ancora essere.

Il coraggio di mostrarci per quello che siamo. Giorno dopo giorno, strato dopo strato, sgretolando l’intonaco che ci ricopre e facendo cadere uno scudo difensivo dopo l'altro. Come nel carciofo far affiorare il vero cuore che abbiamo dentro. E se, ogni volta che penseremo di essere finalmente vicino alla carne viva, appariranno foglie che sembreranno ancor piu’ coriacee e spinose, e' proprio allora che dovremo insistere. Continuare a rimuovere gli strati rigidi di paura, dolore, dubbio, delusione, che, per proteggerci dalla falsita’ del mondo, nel tempo sono cresciuti. Le dita ci faranno male e la pazienza si esaurira’, ma non ci arrenderemo. Perche’ sara’ l’unico modo per raggiungere quello per cui piu’ di tutto ci vuole coraggio.

Il coraggio di amare. Di amare di piu’. Di amare meglio. Amare cio’ che di bello c’e’ in noi, perche’ alla fine ce lo meritiamo.

giovedì 19 dicembre 2013

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A mesemondó

Con lei credo di avere molto in comune. Sicuramente gli stessi capelli e gli stessi occhi, per quanto il colore non sia esattamente uguale, ma cio’ che spero e’ che la Natura mi abbia regalato almeno un po' della sua fantasia. Nelle vesti di una Sheherazade solcata dai segni del tempo sarebbe stata perfetta. Sapeva far sognare i bambini come nessun’altra e le sere d’estate, sotto le stelle, ci riunivamo nello spazio di fronte alla casa che restava illuminato solo dal chiarore del fuoco.

C’e’ un’immagine che, nonostante il passare degli anni, resta impressa nel mio ricordo come una fotografia: piccoli e avidi di storie magiche, quando ancora la realta’ della vita era lontana dal quotidiano, stavamo seduti su un muretto che a noi bambini pareva altissimo perche’ non riuscivamo a toccare terra con i piedi. Dietro la sua sagoma, come il fondale di un palcoscenico, c’era il pozzo e sullo sfondo, lontano in mezzo alle colline, il fiume Tisza che, nelle notti serene, quasi luccicava riflettendo la luce della luna. E lei raccontava... ma non era solo un raccontare, il suo; partecipava alle storie e con le mani e le espressioni del volto mimava le emozioni dei protagonisti. A volte si alzava e gesticolando, s'appassionava a tal punto da sembrare un'attrice che recitava davanti ad una platea attenta.

Molte erano le fiabe, soprattutto quelle dei Fratelli Grimm che lei, con abilita’, modificava a suo piacimento cosi’ da farle sembrare sempre nuove. E a volte tingeva le atmosfere di gotico e trasformava i protagonisti in vampiri o lupi mannari. Una delle favole che meglio le riusciva era Biancaneve; specialmente quando entrava nella parte della Regina, che parlava allo specchio oppure, travestita da vecchia, quando offriva la mela avvelenata. Ricordo che in quel momento i suoi occhi balenavano fiamme e tutti avevamo paura. Io per prima; anticipando il momento cruciale, che gia’ conoscevo, ma che ogni volta mi spaventava, mi coprivo gli occhi con le mani. Pero’ lasciavo aperte un po’ le dita, curiosa, per assistere alla scena. La bocca aperta in una smorfia di stupore…

Credo di aver assistito al racconto di quella fiaba decine di volte, ma ogni volta lei la proponeva in modo diverso, modificando le situazioni cosicche’ i personaggi non mantenevano sempre gli stessi ruoli. A volte se li scambiavano, e la Regina diventava la buona, mentre i malvagi erano Biancaneve, i nani ed il Principe Azzurro.

Adesso, se mi siedo sullo stesso muretto, riesco ad appoggiare bene i piedi sul terreno. Esiste sempre il pozzo ed in lontananza fra le colline scorre sempre il Tisza. Ma non c’e’ piu’ il fuoco acceso che rischiara le serate, non ci sono piu’ i bambini che si coprono gli occhi per la paura, e non c’e’ piu’ lei. Anche se nelle notti stellate sento sempre il suono della sua voce che mi racconta quelle fiabe che nessuno ha mai sentito.

lunedì 16 dicembre 2013

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La geisha - Seconda parte

Quando entro’, si accorse che era una grande suite composta da un grande soggiorno e almeno un paio di camere da letto. Si rese conto subito di non trovarsi nella tipica situazione a cui era abituata. Nei suoi incontri, di solito, aveva a che fare con una persona, al massimo due. Quella volta invece si accorse di essere arrivata ad una specie di party. C’erano circa una quindicina di persone, ed erano presenti anche altre donne; tutte prostitute come lei, probabilmente. Questo la rassicuro’. Trovarsi da sola in mezzo a troppi uomini, magari su di giri a causa dell’alcol, e talvolta anche della droga, non era una sensazione piacevole, anche se per certe cose veniva pagata profumatamente

Tutti ridevano e scherzavano senza alcun tipo di inibizione. Un uomo le venne incontro sorridendo. Alto, moro, portava la camicia sbottonata e si capiva che era decisamente ubriaco. Era lui il cliente, il "padrone di casa"; quello che l’aveva contattata tramite l’agenzia.

“Ecco finalmente la mia dolce pollastrella”, disse avvolgendola in un abbraccio. Puzzava di alcol, ma anche a questo aspetto poco piacevole di alcuni uomini si era da tempo abituata.
“Vieni piccola, vieni a far divertire il tuo paparino”, le sussurro’ lascivamente il tizio e senza neppure presentarsi, e continuo’: “Mi hanno riferito che sei la migliore di Milano, ed io prendo sempre il meglio, anche se mi costa una cifra!”

L'ultima frase la disse con strafottenza, alzando la voce perche’ gli altri sentissero. Era decisamente volgare, non certo la persona da accompagnare volentieri a cena, quindi meglio che tutto si svolgesse li’, nel chiuso di una stanza per quanto affollata di gente; persone che, probabilmente, non avrebbe mai piu’ rivisto in vita sua. Percio’ entro’ subito nella parte, e con atteggiamento provocante gli si strofino’ addosso, sfiorandogli il sesso con la mano, e constatando che gia’ manifestava la sua baldanza.

“Se sono cara ci sara’ un motivo, non credi?”, gli sussurro’ all'orecchio. “Comunque, tutto quello che vuoi, qualunque desiderio tu abbia, sono qui per te”. E senti’ il sesso di lui indurirsi ancora di piu’.

Come per valutare di aver speso bene i propri soldi, senza troppi preamboli, l’uomo le mise una mano dentro la scollatura sulla schiena, riuscendo a raggiungerle i glutei. Li palpo’, vorace, e sentendoli rotondi e sodi si rassicuro’ di aver fatto un buon acquisto. Cerco’ anche di baciarla sulla bocca, ma con mossa felina e con un sorriso, lei si scosto’.

Niente baci e’ una vecchia regola delle puttane, e non c’e’ neppure da chiedersi perche’ quasi tutte la osservino: il sesso e’ una cosa, il bacio un’altra. Ma una come lei poteva concedere tutto e accettare tutto, anche la lingua in bocca di qualcuno che non gradiva, ma lo faceva solo quando era necessario. Spesso le capitava di baciare, persino con passione, chi fin da subito trovava attraente, ed era anche una pratica che riservava ai suoi clienti piu’ fedeli, quelli che le davano tanti di quei soldi da permetterle uno stile di vita principesco. Tuttavia, se per scopare bastava pagare, per un bacio occorreva molto di piu’. Per prima cosa che un cliente non la disgustasse. E quell’uomo, per quanto non brutto fisicamente, era decisamente nauseante, sia per l’arroganza che per la volgarita’ che esprimeva in ogni minima cosa che diceva e faceva.

Un tizio, in un gruppo vicino, stava discutendo animatamente di qualcosa che pareva molto interessante: affermava che nessuna delle ragazze presenti sarebbe riuscita a prenderglielo tutto in bocca. La conversazione era concentrata sulle dimensioni del suo membro e sulla difficolta’ che, secondo lui, avevano le donne ad accogliere tutto quel “ben di Dio”. Sono i discorsi che gli uomini normalmente fanno quando hanno intenzione d’iniziare un’orgia o una gang bang, ma anche a questo era preparata. Aveva fatto ben di peggio nel corso della sua carriera.

“Beh”, non ci resta che verificare se hai ragione” propose a quel punto il padrone di casa. “Anzi scommetto un millino che la mia ragazza non avra’ difficolta’ a farlo”.

Poi, guardandola con l’atteggiamento di un addestratore circense che promette lo zuccherino al cavallo se riuscira’ ad eseguire l’esercizio, disse che se fosse riuscita a prenderlo completamente in bocca e a fare un pompino a quell’uomo davanti a tutti, avrebbe potuto trattenersi la vincita della scommessa. Non era una richiesta e neanche una proposta. Era un ordine, ma lei era li’ per quello. Se il suo prezzo era alto era proprio perche’, a differenza di altre, lei non aveva limiti. Con poca gentilezza venne quasi costretta ad inginocchiarsi davanti al tipo mentre, tutt’intorno, il gruppo di uomini e di donne incitava quel piccolo show improvvisato. Una situazione che avrebbe messo in imbarazzo ben piu’ di una puttana.

Ma non lei. Lei in quelle situazioni era lontana, distaccata da cio’ che faceva. Il suo corpo agiva, ma i suoi pensieri erano altrove. Una barriera psicologica che la sua mente creava ogni volta per superare il senso di umiliazione che certi clienti le infliggevano. Era cosi’ che aveva imparato a sopportare tutto: pensando ad altro, rimanendo distante dalla realta'. E mentre sbottonava abilmente i pantaloni, e li abbassava insieme ai boxer attorno alle caviglie di quell’uomo, pensava invece all’appuntamento dal dentista del giorno dopo, oppure a quell’abito delizioso esposto in quella vetrina del centro. Spero’ di trovarlo ancora, intanto che prendeva in mano il fallo e lo massaggiava un po’, con una breve sega, quel tanto per farglielo drizzare al punto giusto. Poi, incitata dalle grida degli uomini intorno a lei, inclinando leggermente la testa all’indietro, inizio’ ad inglobarlo, lentamente. Forse un paio di sandali sarebbero stati perfetti per quell’abito… e ormai lo aveva completamente dentro, con il glande che le affondava nelle tonsille. Che si sbrigasse pero’ a venire! E con entrambe le mani prese ad accarezzargli i testicoli, mentre leccava e gli succhiava l’uccello. L’uomo sembrava come impazzito e prendendola per i capelli inizio’ a spingerlo ancor piu’ in profondita’, senza alcun riguardo, fino all'esplosione finale che le si riverso agli angoli della bocca come una crema che lei, senza alcun pudore, si ripuli’ con la lingua e con un’espressione deliziata. Si’, con quei soldi della scommessa avrebbe comprato i sandali, penso’. Ogni tanto aveva bisogno di coccolarsi un po’.

“E’ proprio brava questa”, disse il cliente soddisfatto, vantandosi di essere stato lui a sceglierla. “Ho tanta voglia di aprirle questo bel culetto; chi e’ che mi vuole aiutare?” E la spinse verso una delle stanze da letto, accompagnato da altri tre individui ai quali brillavano gli occhi di concupiscenza.

Una delle regole era che una prostituta del suo livello non avesse titolo per rifiutare niente. Proprio niente. Era il denaro a fare la differenza, e se quella sera avesse dovuto concedersi anche a dieci uomini contemporaneamente, sarebbe stata solo una questione di prezzo.

(Continua?)

sabato 7 dicembre 2013

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La geisha - Prima parte

Sapeva di essere in gran forma, quella sera, fasciata in un tubino nero abbastanza corto da scoprirle le gambe, ma non tanto da farla apparire volgare; accollato sul davanti, pero’ aperto da un vertiginoso scollo posteriore che le lasciava quasi completamente nuda la schiena. Aveva preferito i capelli sciolti sulle spalle, apposta perche’ le dessero un’aria vagamente “zingaresca”; merito anche dei grandi orecchini a cerchio e dei voluminosi bracciali ai polsi. E poi il trucco che per l’occasione aveva marcato piu’ del necessario. A rifinire il tutto un paio di sandali, anch’essi neri e col tacco alto, che nel camminare la facevano ondeggiare come a mimare una danza, erotica e sensuale, che dava esattamente l’idea di come si sentiva dentro.

Dall’agenzia aveva ottenuto l’indirizzo. Era stata altre volte in quell’albergo che era decisamente il piu’ di lussuoso della citta’. Spesso vi aveva incontrato personaggi interessanti e persino famosi, ma la maggior parte di loro, come quasi tutti i ricconi alla ricerca di un facile svago, si erano dimostrati il piu’ delle volte piuttosto arroganti. D’altronde era quello il suo lavoro. C’erano, e lei lo sapeva, i pro e i contro, ma aveva imparato ad accettare sia gli uni che gli altri da quando, molti anni prima, aveva iniziato a vendere il suo corpo. Ciononostante, non riusciva a sentirsi sporca anche se sapeva bene quanto in fondo quegli uomini disprezzassero le donne che facevano il suo mestiere. A molti glielo leggeva negli occhi.

Probabilmente era stato per predestinazione che aveva preso quella strada. E’ una questione di indole, di carattere, di spregiudicatezza, ma soprattutto di forte pragmatismo; una dote che lei aveva sempre posseduto. Cosi’, molti anni prima, trovandosi, sola, a dover sbarcare il lunario, tentando di cavarsela in una citta’ estranea e in parte anche ostile, aveva deciso di scendere a compromessi e si era prostituita. L’aveva fatto per soldi, ovviamente, e non aveva neppure diciotto anni. Un corpicino niente male, risultato dei lunghi anni dedicati alla ginnastica agonistica, ma anche frutto della sua immensa passione per la danza.

Per arrotondare e mantenersi agli studi, si era fatta percio’ assumere come ragazza immagine e ballerina sui cubi in una discoteca, e fu proprio in quell’ambiente che conobbe chi, poi, l’avrebbe introdotta nel mondo del sesso a pagamento e della trasgressione. Di sicuro la gioventu’, il carattere ribelle e anticonformista, e l’incoscienza, l’avevano aiutata in quella scelta, che certamente non sarebbe stata facile per nessuno. Tuttavia, di una cosa era certa: se non fosse accaduto allora, sarebbe sicuramente accaduto prima o poi. Era inevitabile. Le puttane si portano addosso un odore particolare, inconfondibile, ed e’ impossibile che sfuggano ad un futuro che hanno segnato, cucito addosso fin da quando nascono e viene dato loro un nome. Ed il suo non lasciava alcun dubbio riguardo a quello che sarebbe stato il suo destino.

Di persona in persona, di conoscenza in conoscenza, di esperienza in esperienza, di citta’ in citta’, aveva imparato cosi’ a diventare una vera geisha, come amava definirsi. Dapprima senza troppe pretese, nei piano bar, per qualche centinaio di dollari ma, poi, frequentando le persone giuste, si era lentamente trasformata. Con la sua curiosita’ di apprendere sempre di piu’ e con la frenesia di risultare fra tutte la migliore, era evoluta, si era raffinata, diventando una mercenaria d’alto bordo. Perche’ questo in fondo era: una mercenaria. E come ogni mercenaria, disponibile e pronta a tutto in cambio di un adeguato compenso. Donna di piacere e di cultura che solo pochi pero’ erano grado di apprezzare pienamente, perche’ la maggior parte dei clienti la pagava solo per farsi un giro in giostra, e niente altro.

Quando aveva iniziato non conosceva gli uomini. Nessuno le aveva parlato di loro, della loro impulsivita’, la loro illogicita’, la loro propensione ad essere dominati dal desiderio e dalla ricerca del solo piacere fisico. Ed anche della loro violenza, a volte. Aveva percio’ imparato a farli godere gli uomini, certo, ma aveva imparato a conoscerli dopo, col tempo, a poco a poco. E com’erano diversi quando si presentavano nella veste di clienti! Quello che anche dopo molti anni, davvero, non riusciva a spiegarsi, era che spesso si presentavano come compassati gentlemen, sempre pronti all’adulazione e al complimento, ma intimamente, provavano un grandissimo disprezzo per le donne come lei. Dai loro volti, una volta che avevano scopato, trapelava chiaramente quello che realmente provavano.

Spesso si era chiesta il perche’ di tutto quel disprezzo che quasi sempre emergeva durante un incontro, e l’unica spiegazione che era riuscita a darsi era che, presumibilmente, quegli uomini si rispecchiavano in lei. Forse si portavano dentro qualche rimorso o senso di colpa, forse sentivano di essere sporchi, ma non lo ammettevano e proiettavano sulla ragazza che pagavano, che poteva essere lei o chiunque altra, la propria contraddizione. Nell’intento di nascondere a se stessi una debolezza, se la prendevano con chi aveva suscitato in loro il desiderio: la puttana.

In questo giro mentale assurdo, pero’, si illudevano di essere loro a sfruttare, ad essere padroni del gioco, quando in realta’ gli sfruttati erano loro. E forse era proprio questo che avvertivano, che bruciava dentro e che alla fine non sopportavano. Ma forse i motivi erano altri, diversi, molto piu’ individuali, molto piu’ nascosti nell’anima di ciascuno. Pero’ a lei non importava un bel niente; aveva imparato a superare il disagio, e nei momenti in cui faceva sesso con quegli individuim diventava un corpo senza anima. Non c’era bisogno di interrogarsi, non c’era bisogno di capirli; cio’ che contava erano i soldi che loro ogni volta le mettevano in mano. Solo i soldi. I clienti pagavano e lei li accontentava; quale altro rapporto avrebbe potuto essere piu’ chiaro ed onesto?

(Continua…)

domenica 1 dicembre 2013

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Otthon Vagyok!

La ragazza al check-in mi chiede il biglietto ed il passaporto, poi controlla sullo schermo del computer e domanda se preferisco un posto corridoio o finestrino.

“Possibilmente non in coda, e se e’ finestrino e’ meglio, grazie”, le rispondo.

Alzo la valigia e l’appoggio sul nastro trasportatore. Accidenti se e’ pesante! Spero solo di non aver dimenticato niente. Quando devo tornare a casa, qualche giorno prima, mia madre mi invia sempre per email un elenco di cose da portare con me. Lei la chiama la “Schindler's List”.

Faccio un rapido riepilogo mentale: quattro bottiglie di olio d’oliva, di quello toscano piccante che mi piace tanto e due di vino moscato, dolce, che invece non mi piace affatto, ma che pero’ mia madre adora. Poi formaggi di tutti i tipi con predilezione per il gorgonzola e il parmigiano reggiano da grattugiare, non nei barattoli. Un paio di bottiglie di Veuve Clicquot, sei confezioni giganti di Mon Chéries e sei di Pocket Coffee, oltre ad un’infinita’ di altre cose, tutte commestibili e dolciastre, che contribuiscono a portare il peso della valigia a ventotto chili!

La ragazza, imbarazzata, mi comunica che il limite di peso compreso nel costo del biglietto e’ soltanto di venti chili, ma ormai il dado e’ tratto; non posso certo mettermi a scolare le bottiglie di Veuve Clicquot; tanto meno quelle di Moscato, e se solo mi azzardassi a farlo con l’olio d’oliva vi lascio immaginare cosa accadrebbe.

“Quant’e’ la differenza che devo pagare?”

“Per otto chili sono centottanta euro”

Centottanta euro! Ben ventidue euro e mezzo per ogni chilo extra. Con quello che mi e’ costata la roba, piu' questa aggiunta non prevista, avrei potuto offrire un pranzo luculliano a venti persone. E sono pronta a scommettere che, se malauguratamente dovessero perdermi la valigia, la compagnia aerea non mi rimborsera’ neppure duecento euro.

Pago la differenza e mi avvio. Un serpente giallo si snoda sul pavimento indicando il percorso fino al controllo bagagli. Qualcuno, scrupoloso, lo percorre seguendo esattamente anche gli angoli retti. Ci imbarcano in perfetto orario.

Per tutto il viaggio un signore sulla cinquantina, al mio fianco, continua a parlarmi dei suoi affari, dei quali non m’importa assolutamente niente. Fingo di dormire, ma all’arrivo, al ritiro bagagli, me lo ritrovo dietro. Mi porge un biglietto da visita con il suo numero di telefono. “Qualora si sentisse di accettare un invito a cena”, mi dice. Gli faccio un sorriso di circostanza e lo ringrazio, rassicurandolo di farmi viva se e quando saro’ libera. Sollevo dal nastro trasportatore la valigia, e la trascino fin davanti al doganiere che non fa problemi.

I problemi li fa, pero’, il suo cane! L’animale abbaia verso di me e soprattutto verso la mia valigia. Non mi credono quando dichiaro di trasportare solo del cibo. Me la fanno aprire e troviamo il motivo dell’inconsueta reazione del cane; e’ il gorgonzola, quello piccante, del quale l’animale pare essere estremamente ghiotto. Cosi’ tutto si risolve velocemente. Richiudo la valigia e mi avvio all’uscita mentre il povero cane, guaendo, mi insegue con gli occhi, e con me vede dissolversi il prelibato gorgonzola.

All’uscita decine di volti tutti in attesa di qualcuno. Non riesco a distinguere subito mia madre, ma poi la riconosco. Mi viene incontro sorridendo. Anche stavolta e’ li' a prendermi con l’auto. M’abbraccia forte come se ci fossimo lasciate da qualche secolo. Poi mi guarda con occhi critici.

“Sei un po’ dimagrita…”

“Ho solo preso un po’ di sole andando a sciare”, la rassicuro.

“Ho preparato le polpette… quelle con aglio”, mi sussurra con tono complice. “Hai portato quello che ti ho chiesto?”

“La Schindler's List e’ al completo, mamma!”

Ci avviamo verso l’auto perennemente sporca di fango e di calcare bianco. Prima di salire, tolgo dalla tasca il biglietto da visita di quel tizio e senza neanche guardarlo, lo butto in un cestino.

Ha da poco smesso di piovere; la giornata e’ chiara, il cielo terso e di un azzurro che non si puo’ descrivere. Mentre il sole asciuga le ultime pozzanghere disseminate qua e la’ ci inoltriamo lungo la striscia d’asfalto, lasciandoci alle spalle gli enormi ed anonimi caseggiati, tutti uguali, dove da adolescente una volta vivevo, ribelle e solitaria, in quella citta’.

Durante il viaggio ascolto la lingua alla quale devo riabituarmi ogni volta. Mia madre mi racconta cose gia’ dette tante volte al telefono, fin quando imbocchiamo l’autostrada e davanti a noi si apre il panorama della campagna, pianeggiante, ordinata, immensa, a perdita d’occhio. E' sempre a questo punto che ho la sensazione di non essermi mai allontanata dai confini della mia terra. Ancora un paio d’ore prima di annusare di nuovo l'aria intrisa di quell’odore tipico, penetrante e dolciastro, misto di furmint, frutta matura e muffa che sempre mi fa ricordare le mie radici e che mi accompagna ovunque quando sono lontana.

E’ quasi sera quando oltrepassiamo il cancello. Percorrendo la tortuosa stradina ciottolosa, arriviamo nel piazzale di fronte alla casa dalle cui finestre esce un delizioso profumo di pörkölt di manzo. Ad attendermi ci sono le mie sorelle, e come ogni volta mi spunta una lacrima.

Sono a casa!

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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