domenica 27 ottobre 2013

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Flamenco - Quarta parte

Che cosa pensa una donna quando per la prima volta bacia un’altra donna? Pensa di essere lesbica? Pensa di essere una depravata? Prova vergogna? Schifo? Cosa? Ebbene ve lo dico io cosa pensa, una volta arrivata al punto di non ritorno: “Cavolo! Ma perche’ non l’ho fatto prima?” E poi pensa a quanto sia diversa una bocca femminile da quella di tutti gli uomini che ha baciato fino ad allora. Perche’ si’, noi siamo diverse, e solo quando ci baciamo riusciamo a capirlo. Abbiamo tutte un respiro che sa di buono; di spezie, di aromi fruttati, oppure con note erbacee, indipendentemente da quello che abbiamo mangiato. Deve esserci qualche enzima nella nostra saliva che ne cambia l’odore e lo tramuta in qualcosa di assolutamente gradevole.

***

A quattro zampe sopra di lei, le avevo ordinato di chiudere gli occhi e Ashika aveva obbedito. In un attimo mi ero impadronita della sua bocca, calda, vellutata; sapeva di cannella e del vino che avevamo bevuto insieme. Mi spinsi con le labbra nelle sue e vi insinuai la lingua; volevo che si aprisse tutta, e intanto le tenevo la testa fra le mani. Pensavo ad una sua reazione timida, titubante, come quella che avevo avuto io quando, per la prima volta, mi ero trovata nella sua identica situazione, e invece restai sorpresa: implacabile, dimostrando di aver imparato la lezione, Ashika inizio’ a succhiarmela come se fosse la fonte di un nettare. Alla fine, quando staccai la bocca per prendere fiato, finalmente mi tolsi la voglia di passarle la lingua su quel neo che tanto mi aveva intrigata.

“Se non hai mai fatto sesso saffico e’ giusto che tu sappia una cosa”, le bisbigliai all’orecchio. “Nessuno sa fare sesso orale meglio di una donna… se vuoi te lo dimostro”.

Non riusci’ a parlare, era incapace di rispondere. La sentivo eccitata, voleva solo godere, ed era del tutto normale che fosse cosi’: se era arrivata fino a quel punto, era perche’ dentro le si era risvegliato quel lesbismo che sonnecchia in ogni donna, anche in quella che pensa di essere totalmente eterosessuale. Quante ne ho conosciute di donne che si credevano etero, persino sposate e con figli, che a certe cose non avrebbero mai pensato di poter arrivare…

Non accade ogni volta e non accade con tutte. Per capire che ci piace il sesso saffico si deve incontrare quella giusta. E’ un meccanismo biochimico che non e’ molto diverso da quello che si innesca quando si sente il desiderio per uomo, e forse in me Ashika aveva trovato la partner giusta per sperimentare qualcosa di nuovo che pero’, latente, era gia’ dentro di lei. Fatto sta che continuava a guardarmi, incantata, come quello fosse solo un bel sogno e non la realta’, magari pensando che di li’ a poco si sarebbe svegliata nel suo letto, con le lenzuola tutte bagnate del suo piacere. E invece no. Le avrei fatto capire quanto le mie parole fossero vere, e come, dopo, avrebbe misurato ogni leccata ricevuta da un uomo, sulla base di quell’esperienza.

Avevo i capelli che le accarezzavano la pelle, e le procuravano un piacere epidermico nuovo, tanto che le vedevo apparire la pelle d’oca, mentre i suoi capezzoli scattavano sull’attenti ogni volta che venivano sfiorati. Presi a scendere giu’. Con la lingua superai l’ombelico, lasciando lungo il percorso una scia di saliva. Poi, senza darle tempo di respirare, le aprii le cosce. Quando avverti’ il mio respiro sul suo sesso si irrigidi’, ma fu soltanto per un attimo, probabilmente agitata per cio’ che stava per accaderle. Poi la curiosita’ ebbe il sopravvento e la sentii rilassarsi.

Per arrivare alla clitoride, di solito gli uomini - almeno coloro che sanno esattamente dove si trova perche’ non tutti, fidatevi, lo sanno -, ci mettono pochi minuti. Sono pochi quelli che riescono a portare avanti i giochi troppo oltre. Quasi tutti pensano che una donna goda con la clitoride nello stesso modo con cui loro godono col pene. Invece non e’ cosi’. Per arrivare alla clitoride di Ashika ci avevo messo quasi mezz’ora, e adesso che ce l’avevo proprio li’, di fronte alla bocca, volevo leccarla subito. Eppure non lo feci e con la lingua iniziai, invece, ad esplorarla tutta intorno.

Ogni donna e’ differente. C’e’ chi ha le grandi labbra molto carnose e chi le ha quasi inesistenti, chi le piccole labbra le ha piccole ed interne, e chi invece le ha talmente pronunciate che fuoriescono, anche se non sono eccitate. Ma cio’ che piu’ di tutto differenzia il sesso femminile e’ la clitoride: le sue dimensioni, certo, ma soprattutto quanto fuoriesce dal piccolo prepuzio che la contiene. E poi c’e’ il colore, l’odore, il sapore. Ogni sesso femminile, come del resto quello maschile, e’ diverso, e quello di Ashika non era uguale a nessun altro. La sua farfalla era stretta, quasi come quella di una vergine: aveva piccole labbra molto sottili, tanto che dovevo andare a cercarle con le dita. Bagnate, nella luce fioca della stanza, brillavano come l’interno di una conchiglia rosa.

Vidi la perla della clitoride sotto il suo cappuccio di pelle… era di un rosso scuro e palpitava appena. Facendo attenzione, con molta cautela, vi posi le labbra. Al solo contatto quel pezzetto di carne marmorea si fece sorprendentemente duro. Lo sfiorai appena, con la punta della lingua, assaggiandolo bene, poi iniziai a girare intorno, senza mai toccarlo direttamente. A molte un tocco troppo deciso puo’ dare fastidio, e se stimolate intensamente in quel punto, senza un’adeguata preparazione che le ecciti al punto giusto, rischiano di provare tutto fuorche’ piacere. Mentre altre, invece, non riescono neanche a venire se non le si succhia con forza. Per questo ogni donna, piu’ di un uomo, ha bisogno di essere esplorata a fondo. Ed e’ il gioco che piu’ mi piace.

Mi accorsi subito che ad Ashika i miei tocchi, sempre piu’ decisi, non davano alcun fastidio, anzi da come gemeva sembrava li gradisse e ne chiedesse sempre di piu’, cosi’ presi a suggerle la clitoride, prima piano, poi sempre piu’ forte, a ritmo cadenzato, mentre lei, ormai completamente fuori controllo, aveva preso a dimenarsi, cercando di tenere il tempo con l’intensita’ delle sensazioni che stava provando.

“E’ troppo!”, ebbe appena il fiato di boccheggiare. Ed allora rallentai un po’, anche perche’ volevo infilarle la lingua, e baciarla come l’avevo baciata nella bocca. Con le dita le allargai la fessura e ci infilai tutta la lingua dentro, fin dove riuscii ad arrivare. Ci sono lesbiche che in questo sono davvero speciali; hanno delle lingue che potrebbero superare in efficienza il membro di un uomo mediamente dotato. Io purtroppo non ho una lingua lunghissima, percio’ le mie partner si devono accontentare di quel che passa il convento. Tuttavia, nessuna mai e’ rimasta insoddisfatta. E neppure Ashika lo fu; dai gemiti e dai suoi respiri, sempre piu’ frequenti e pesanti, fu facile per me capirlo.

In quei momenti, quando veniamo leccate in quel modo, nella nostra testa non esiste altro che la lingua che ci assapora, dentro e fuori. E quando poi la sentiamo spingere dentro, sempre piu’ a fondo, la sensazione diventa travolgente. E’ quasi sempre li’ che arriva l’orgasmo. Ma io non volevo che Ashika venisse. Non ancora. In quel momento ero gia’ soddisfatta di averle fatto sfiorare per un attimo il paradiso. Cosi’ indietreggiai, tolsi la lingua… ma solo per lasciar spazio ed infilarci due dita.

No, non ero piu’ delicata. Arriva il momento in cui la delicatezza deve lasciare il posto a qualcosa di piu’ rude e deciso. E’ cosi’ che io interpreto il sesso: un alternarsi di dolcezza e violenza dove alla fine, molto alla fine, il piu’ in la’ possibile, arriva il godimento sublime. Ed e’ cosi’ che mi piace, anche quando sono io ad assumere il ruolo passivo. Percio’ dalla morbida danza della lingua, passai alle potenti stoccate date con le dita. Sentivo i suoi muscoli contrarsi, segno che di li’ a poco sarebbe giunta all’orgasmo. Ancora una piccola spinta e sarebbe venuta. Sarebbe bastato un tocco in piu’, anche un soffio in piu’ sulla sua clitoride ed avrebbe goduto, ma non era quello che doveva accadere. Non subito, almeno. Cosi’ mi bloccai, lasciandola da sola, li’, sull’orlo del precipizio.

“Che fai? Non ti fermare, continua… ti prego, vai avanti…”

No, non mi sbagliavo: Ashika era davvero cio’ che significava il suo nome. Col tempo se ne sarebbe resa conto lei stessa di quanta passione, desiderio, e voglia di godere e far godere, avesse dentro, indipendentemente da chi fosse stato il partner. Maschio o femmina, che importanza puo’ avere in quei momenti che senti solo di voler esplodere? E lei in quel momento aveva voglia di godere, con me… ma avrebbe seguito i tempi e i modi che le avrei imposto io. Dopotutto, e’ chi ha piu’ esperienza che guida il gioco.

“Tesoro, se ti faccio venire adesso, dopo potresti avere troppa fretta di andartene. E invece ci sono moltissime altre cosette che ho voglia di fare con te… non vuoi entrare anche tu in confidenza con la mia fica?”

Glielo dissi in modo schietto, quasi sfrontato. Oltre a trovare eccitante l’uso di parole sconce in certi momenti, penso sia ridicolo misurare il linguaggio quando abbiamo la bocca e le mani impiastricciate dai fluidi di chi si sta rigirando in un letto con noi. Le cose vanno chiamate col loro nome e fica e’ il termine giusto quando abbiamo il sesso che brucia e sguazza ormai in un lago.

“Io non ho mai…”

“Suvvia, non dirmi che non ne hai voglia. Ho visto come mi guardavi, prima, quando mi sono mostrata nuda. Hai mai guardato un’altra donna cosi’? Ti sei mai fatta fare da una donna quello che ti ho appena fatto io? E non ti ho forse detto che avresti potuto vedere tutto, tutto, tutto? Devi solo fare a me cio’ che io ho fatto a te. Non dirmi che non ne sei capace.”

(Continua…?)

venerdì 18 ottobre 2013

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Flamenco - Terza parte

Ho delle graziose tettine. Le definisco cosi’ perche’, considerata la mia altezza, non sono grandi. Pero' non ho mai sentito il desiderio di rifarmele, ed avrei avuto molte occasioni in quanto, fra le mie amicizie, posso contare piu’ di un chirurgo estetico. Il fatto e’ che provando attrazione anche per le donne, so quanto il seno naturale conservi una forma piu’ bella ed armoniosa, e sia anche piu’ piacevole al tatto, per non parlare della sua reattivita’. Di averle piccole, quindi, non mi sono mai lamentata.

Anche se in tutte le tradizioni si attribuisce al seno femminile un potere quasi assoluto, non solo perche’ dispensatore di nutrimento, ma anche in quanto strumento di seduzione, non e’ la sua taglia ad essere determinante per cio’ che riguarda il saper trarre godimento dal sesso; quello che ci fa definire sensualmente calde oppure fredde. Pare ci siano infatti altri gli elementi, come i capezzoli e le areole, che fungono da indicatori dell’autentica passionalita’ di una donna. E’ da un libro che mi e’ stato consigliato recentemente, dove in un capitolo viene descritta un’azteca che dall’adolescenza passa alla maturita’, che riporto questa curiosa teoria:

“La sensualita’ di una donna e’ direttamente proporzionale al diametro e al colore scuro delle areole. Per quanto bello possa essere il suo viso, per quanto ben fatte le forme, e indipendentemente dalla sua disponibilita’ o dall’apparente freddezza. Questi aspetti possono essere ingannevoli, anche deliberatamente da parte della donna. Ma esiste quest’unico indizio certo della sensualita’ della sua indole e, allo sguardo esperto, non esiste arte della cosmesi che possa nasconderlo o contraffarlo. La donna che abbia una vasta e scura areola intorno ai capezzoli, ha invariabilmente il sangue ardente, anche se potrebbe desiderare che fosse altrimenti. La donna senza areole - con appena residui di capezzoli, come un uomo - e’ inevitabilmente fredda, anche se, in buona fede, puo’ ritenersi diversa, o anche se si comporta spudoratamente per sembrare sensuale”.

Che sia vero o non vero non e' facile da dire, e ciascun dara’ la propria risposta. Tuttavia i miei capezzoli sono grandi e le areole di un rosa molto intenso che contrasta anche troppo sulla mia pelle chiarissima. Pero’ non credo che Ashika si sia posta questa domanda quando, quella sera, sono rimasta a seno nudo di fronte a lei.

***

“E allora, vuoi toccarlo o no?”, le chiesi di nuovo. “Non sentirti imbarazzata; ti ho solo chiesto se vuoi toccarlo, non se sei lesbica!”. Poi le sorrisi, alzando le braccia e intrecciando le mani dietro la nuca. “Non ti mordero’… prometto. Beh, almeno non subito!”

Ero davvero molto eccitata, seppur la situazione per me non fosse nuova, e non era solo a causa del flamenco. Ashika non era certo la prima che mi portavo a letto, pero’ mi intrigava il fatto che ancora non fosse fuggita via, come avrebbe fatto una qualsiasi ragazza eterosessuale, magari turbata da quella mia improvvisa, anche se a quel punto scontata, dichiarazione di omosessualita’. Di solito chi non scappa entro i primi cinque minuti, e’ probabile che voglia dar sfogo alla sua curiosita’. Era accaduto anche a me, piu’ o meno lo stesso, molti anni prima. E poi sapevo di piacerle! Certe cose una donna le sente, indipendentemente che dall’altra parte ci sia un uomo o un’altra donna.

“Qui…”, le indicai prendendole la mano e attirandola a me con delicatezza. Pero’ non la posai direttamente sul seno, ma sotto, sulle costole. Tanto sapevo che non avrebbe resistito. E infatti, quasi subito, la sua mano, risalendo, si chiuse a coppa intorno al mio seno, avvolgendolo con cautela, come fosse stato un frutto maturo. Ne saggio’ la morbidezza e la pelle che al tatto - ne ero certa - dovette sembrarle liscissima. Da sempre tratto la mia pelle come un abito di seta preziosa, ed in fondo e’ cio’ che e’: il piu’ indossato ed apprezzato di tutto il mio guardaroba.

Normalmente, in certe situazioni, se si e’ lesbiche, ci si muove in modo istintivo, sapendo bene cosa e come fare. Invece Ashika si muoveva come una bambina curiosa che non aveva mai visto o toccato qualcosa. Mi fu chiaro subito come fosse del tutto inesperta nei rapporti omosessuali. Pero’, quando si rivolse al mio capezzolo, toccandolo e premendolo delicatamente, fu subito ricompensata dalla reazione che ebbe, che forse non si attendeva, almeno non cosi’ immediata: istantaneamente si inturgidi’, diventando duro ed eretto.

“L’altro inizia ad ingelosirsi…” le sussurrai. “Non puoi far le coccole solo a uno dei due”.

Cosi’ tese anche l’altra mano, iniziando a passare le dita su entrambe le tette, esplorandone le curve, prima timida, poi sempre piu’ audace, titillando i capezzoli intrigata dalla loro reattivita’.

“Molto bene”, sussurrai ancora, e gia’ sentivo il respiro che mi si faceva affannoso. “Ti andrebbe di usare la lingua adesso?”

Ashika accenno’ per un attimo a chinarsi su di me, come per baciarmi il seno, ma ad un tratto, si blocco’. “Io… io non so come…”

“Non preoccuparti”, la rassicurai. “Ti faccio vedere io come si fa”.

Con abilita’, e con la stessa precisione con cui avrei sbucciato una banana, le feci scivolare le spalline del vestito, e la spogliai fino alla vita. Sotto non portava niente; nessun reggiseno miracoloso come in un primo momento avevo immaginato. Solo i suoi seni: rotondi, pieni, dalla forma perfetta, e con il capezzolo un po’ all’insu’ come piace a me. Forse a causa dell’imbarazzo, forse per l’agitazione o per il freddo, ma piu’ probabilmente per l’eccitazione, aveva la pelle d’oca che le increspava persino le areole, non scure ed estese come le mie, ma neanche tanto piccole e chiare.

I capezzoli, pero’, li aveva grandi piu’ o meno come i miei, ed erano gia’ turgidi. Uno glielo presi in bocca, succhiandolo appena un po’. Sinceramente non so cosa abbia pensato o provato in quel momento. Probabilmente lo stesso che anche io avevo pensato, anni prima, quando mi ero trovata in quella identica situazione, con una donna che si impadroniva del mio corpo: “Santo cielo! Una donna che mi sta succhiando le tette!” Ma ancora ricordo la vampata di piacere che segui’ quel pensiero. Qualcosa che mi lascio’ senza respiro.

Usai la lingua per picchiettarle i capezzoli, prima uno, poi l’altro, seguitando ad accarezzarli e a pizzicarli appena con le dita. Dalla reazione di Ashika capii che non le dispiaceva. Anzi, inizio’ a gemere e si abbandono’, giu’, distesa sul letto. Ed anch’io, sentendo la sua eccitazione che montava, incominciai a sentire le farfalle nella pancia.

“Siamo troppo vestite”, le dissi. “Ed io mi sento piu’ a mio agio nuda. Inoltre rischiamo di macchiarci i vestiti. Non so come vada a te, la’ sotto, ma per quanto mi riguarda sono gia’ un lago”.

Cosi’ mi tolsi velocemente la gonna, restando di fronte a lei, indossando solo me stessa oltre agli orecchini e alle scarpe da flamenco. Notai che il suo sguardo cadde immediatamente sul mio monte di venere, completamente rasato, e mi accorsi che resto’ sorpresa. Lo fissava, incapace di staccarmi gli occhi di dosso.

“Che c’e’? Non ti piaccio?”

“No e’ che non pensavo, beh, insomma… a vederti cosi’… senza peli”.

“Tesoro, significa che non sai quanto sia piacevole farlo con il sesso completamente glabro? E’ tutto… come dire… piu’ sensibile. Dovresti provare anche tu qualche volta. E poi, non sempre mi depilo del tutto. A volte lascio il cespuglietto, a volte no. Mi piace cambiare, e stasera e’ meglio cosi’. Vorra’ dire che potrai vedere tutto, tutto, proprio tutto…” Poi, senza darle il tempo di assimilare il concetto, incalzai: “Pero’, anche tu devi levarti quel vestito, non credi?” E l’aiutai a sfilarsi l’abito dalla testa. Sotto, diversamente da me che per abitudine sotto la gonna non metto mai niente, Ashika indossava un tanga molto sexy.

“Ah… cattivella”, bisbigliai. “Sapevo che sotto quel visino da angioletto e quell’aria da brava ragazza, dimorava una tigre”. E senza indugio le infilai un dito sotto al tanga, iniziando ad abbassarlo.

E’ sempre quello il punto di non ritorno. Lo so bene. Se si arriva fino a quel punto, a farsi togliere l’ultimo indumento che si porta addosso, allora una cosa e’ certa: siamo pronte a ricevere piacere, e niente al mondo ci farebbe tornare indietro.

Le calai il tanga sulle cosce. Sentivo il suo odore che si mischiava al mio: eravamo entrambe eccitatissime. “Hai le mutandine bagnate”, le dissi compiaciuta. “E intuisco che il tuo gusto sara’ molto, molto, dolce”.

A quelle parole ebbe un fremito, e un piccolo fiotto le scivolo’ fra le cosce, come una goccia sul vetro quando si scioglie la condensa. Le insinuai una coscia tra le gambe, ma non era ancora il momento di farla godere. No. Volevo giocarci ancora un po’ prima di farla arrivare all’orgasmo. Tanto piu’ e’ lungo il tempo che ci si mette ad arrivare al culmine, tanto piu’ e’ intenso il godimento. Con gli uomini e’ difficile solo immaginare di poter giocare cosi’. Loro vengono quasi subito, tutti, almeno la prima volta, e forse, sentendosi in colpa o in difetto, desiderano e fanno di tutto perche’ anche tu venga presto. Mentre con una donna, invece… beh, e’ tutta un’altra cosa, ed io so bene come fare: faccio a lei esattamente cio’ che desidererei lei facesse a me. La faccio godere a lungo, lasciandola spasimare fino a che non mi prega di farle avere l’orgasmo. E poi, ancora, prolungo la sua sofferenza, fino a quando capisce che dopo aver fatto sesso con una donna che davvero ci sa fare, difficilmente provera’ le stesse sensazioni, intense, con un uomo.

(Continua...)

sabato 12 ottobre 2013

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Gli uomini-FaceBook: semplice guida per donne che intendono muoversi nell’intricato mondo dei social network

Imparare a conoscere l’uomo-FaceBook, ovvero l’immagine tipo dell’uomo che si puo’ incontrare in ogni social network, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti, le frasi dette e quelle non dette ma solo pensate, puo’ essere utile a capire subito con chi abbiamo a che fare e a non cadere in facili trappole. Dopo anni che questo mezzo di comunicazione (Internet) sta spopolando fra i giovani e i non piu’ giovani, si puo’ iniziare a redigere un rapporto dettagliato su cio’ che accade solitamente nei vari social network.

Ecco percio’ elencate, di seguito, una serie di personalita’ maschili che vi si possono incontrare, elaborate in base ad avventure (o disavventure, a seconda dei punti di vista) rigorosamente esaminate con la massima obiettivita’ dalla sottoscritta, in anni, anni e anni, di contatti, chat e cazzeggiamenti vari, con gli uomini piu’ diversi conosciuti in FaceBook e in molti altri luoghi virtuali: dai ventenni agli ultra sessantenni, che’ alla fine, poi, la differenza e’ davvero piccola.

1. Il logorroico depresso: e’ un uomo che, solitamente, non ha rapporti con le donne da tempo, ha un gran cuore sensibile e tanto, tanto, da dire, ma nessuno lo ascolta. Inganza le donzelle mandando loro dei messaggi chilometrici che ha memorizzato sul proprio computer e che, con insistenza, copia e incolla ed invia implacabilmente alle sue “vittime”. In questi messaggi si descrive come un uomo solo, depresso, sensibile, che ha avuto una storia deludente che gli ha fatto molto male. Descrive i suoi hobby che in genere sono uno solo: lo scrivere. Ha una gran voglia di comunicare con qualcuno perche’ nessuno lo caga. Nei suoi numerosi e lunghi approcci puo’ avere la fortuna di imbattersi in una donna affetta dalla “sindrome della crocerossina", cioe’ colei che vorrebbe fargli da assistente sociale perche’ sente che e’ lo scopo della sua vita. Personalmente evito di dar troppa corda ai gia’ depressi, i quali potrebbero trascinare anche me nel buco nero della loro infelicita’ (e non ci tengo proprio!).

2. Lo scorbutico: e’ una persona apparentemente normale che attacca bottone come tutti gli altri, ma che se non gli si risponde subito si offende e si incazza. In FaceBook, ormai, e’ usanza rispondere o meno a chi si fa avanti, e ovviamente se non si risponde e’ perche' non interessati al soggetto o perche’ si hanno altri 58 contatti in linea con i quali, in quel momento, si sta chattando contemporaneamente. Pero’ lo scorbutico si arrabbia e inizia a offendere e a dare della maleducata se solo si ritarda di 5 secondi; la soluzione ideale e’ quella di bloccarlo definitivamente, cosi’ non ci sfrittella piu’ le ovaie.

3. Lo scopatore: a prescindere dal fatto che tutti quelli che in FaceBook agganciano le donzelle lo fanno per trovare (o sperano di trovare) la strafiga con cui fare sesso, nessuno lo ammette (e anche se non e’ proprio strafiga, ma appena passabile, va bene lo stesso). Lo scopatore, invece, si’, ed e’ forse una delle figure piu’ sincere della popolazione di FaceBook: lui te lo dice e te lo fa capire. Se abiti nella sua citta’ continua il discorso con te, altrimenti non ti caga piu’. Oppure continua a cagarti dicendoti che vive con la morosa, che pero’ ama farsi delle amanti in giro, qua e la’, e che magari, se passi dalle sue parti, puoi fargli una telefonata, che’ se e’ libero un pomeriggio in un motel con te lo passerebbe anche. Ovviamente rispedendoti a casa prima di cena che’, oggi come oggi, con la crisi che c’e’, l’acqua e’ poca e la papera non galleggia.

4. L’occhialuto: e’ quello che se ti mostra una foto, e’ sicuramente una foto dove indossa degli scurissimi occhiali da sole che lo rendono piu’ figaccione che mai! Questi soggetti sono pericolosi se si decide di incontrarli: infatti, dietro a quegli occhialoni tenebrosi spesso si celano degli occhi strabici. Se poi ti mandano una foto tramite email, ti intasano il computer in quanto si tratta sempre di file di almeno 30 Mb di grandezza dove, appena si clicca per andare a vedere, la prima cosa che si nota sono i peli del lobo sinistro del loro orecchio; praticamente si vede solo quello perche’ la foto e’ gigantesca!

5. L’ermetico: e’ quello che se sei tu ad attaccare bottone, perche’ magari ti pare interessante, nel 95% dei casi lui si limita a rispondere alle domande senza rinvigorire la chiacchierata. Insomma, pare che venga colto alla sprovvista, ma piu’ che passa il tempo, piu’ ti accorgi che e’ totalmente privo di argomenti. Cosi’ cerchi di estrapolargli piu’ parole possibile con la stessa fatica con cui un dentista tenterebbe di rimuovere un dente del giudizio ad un vecchietto sdentato!

6. Il senzavolto: si tratta di un soggetto che esiste da sempre nel Web. Di solito non mostra mai niente di se’, e se gli si chiede mostrare una sua foto, dichiara di non averla perche’:
  • a) non ha lo scanner;
  • b) ha lo scanner, ma ce l’ha rotto;
  • c) non ne ha proprio mai avute, di foto;
  • d) non sa come fare ad allegare il file;
  • e) se ha foto, e riesce ad allegare il file, risultano tutte scure e piccole.
In sostanza, non solo e’ impossibile capire che faccia abbia, ma neanche si puo’ sapere se si tratta di uno studente grasso e brufoloso, oppure di un anziano pensionato rinsecchito. Tanto che e’ molto rischioso decidere di incontrarlo dal vivo. Diffidate.

7. Il moderno: e’ un personaggio che va sempre di moda, e non capita di incontrarlo solo in FaceBook, ma anche e soprattutto nei pub e nelle discoteche. E’ il classico bel figaccione intorta-ragazze; lui ci prova, lei se la tira (come da copione), se la tira, se la tira, finche’, una volta ubriacata, decide di dargliela. A questo punto il figaccione se ne va. La cosa piu’ importante per lui e’ infatti ottenere un “Si’”. Fare sesso, poi, non e' necessario, tanto e’ figo lo stesso.

8. L’sms dipendente: una volta scambiato il numero di cellulare, ci si puo’ imbattere nel maniaco dei messaggini; e’ quella persona che te ne manda almeno 55 al giorno. Messaggi del tipo: “Ti penso”, “stamattina mi son svegliato e ti ho immaginata qui con me ed e’ stato bellissimo (ed allora pensi: chissa’ che ha fatto?)”, “mi manchi”, “ti tromberei”, “vorrei accarezzarti”, e cosi’ via. Ma quando si prova a telefonare a lui, non risponde. Probabilmente perche’ in quel momento e' controllato da qualcuno che non deve sapere...
In ogni caso, questa tecnica di comunicazione e’ sufficiente per farlo stare bene. L’unico modo per liberarsene (se l’intenzione e’ questa) e’ di non rispondere piu’ agli sms. Dopo qualche mese, forse, smettera'.

9. Il normale: nel 99,9% dei casi le prime domande che un uomo-FaceBook fa ad una donna-FaceBook sono:
  • a) quanti anni hai? (cosi' capisco se sei papabile per farci una scopata);
  • b) sei fidanzata? (se non lo sei ho piu’ speranze);
  • c) vivi da sola? (cosi' posso venire a casa tua a far sesso);
  • d) vieni spesso qui? (cosi’ se mi piaci ci ritorno, altrimenti cambio zona). Questa e’ la domanda che fanno sempre anche nei pub e nelle discoteche, ma con le dovute variazioni molti l’adattano anche per FaceBook.
In base alle risposte della donna, l’uomo-FaceBook decide se continuare o meno l’intorto, e quasi sempre i discorsi, da quel momento in poi, diventano esplicitamente a carattere sessuale. Nella categoria dei normali, troppo normali e poco originali, per non dire assolutamente banali, ci sono anche quelli che nel profilo si presentano con frasi del tipo: “simpatico, carino, socievole, romantico, sensibile, ma chissa’ se trovero’ la donna della mia vita con la quale poter creare un bel rapporto di amicizia...” e l'immancabile aforisma copia-incollato dal Web per dimostrare una cultura raffinata. Praticamente tutti! Poi, solo poi, si viene a scoprire che fanno parte di quelli che cercano solo da trombare. In sostanza una variazione del tipo 3 sopra descritto, pero' ipocrita.


In questo grande teatro che e’ FaceBook, se lo si prende con la consapevolezza che non vi si trovera’ mai il principe azzurro (e nemmeno quello verde), cio’ che e’ davvero divertente e’ imbattersi nei soggetti piu’ bizzarri. Anche se, a lungo andare, una volta individuate le tipologie, alla fine ci si annoia a fare sempre i soliti discorsi del cazzo. Soprattutto se poi ciascuno continua a ripeterci la solita storia del "io sono diverso dagli altri!". La cosa importante per le donne che si avvicinano ai social network e’, tuttavia, quella di non auto-eccitarsi solo perche’ stimolate dalla curiosita’. C’e’ chi ci passa intere giornate (e anche notti), si eccita a farlo, si autoconvince di essere intrigata dalla persona conosciuta, a volte persino innamorata, e poi, quando la incontrano: delusione totale! E’ importante dunque essere pragmatiche e consapevoli del fatto che la curiosita’ e’ molto stimolante, ma poi… alla fine... chi se ne frega! Se ti piace stare in FaceBook fallo!

Ma per chi decide di incontrarsi, e qui mi rivolgo in modo specifico alle ragazze un po' ingenue, consiglio di farlo sempre in luoghi pubblici (tipo bar, pub, negozi, supermercati... caso mai, alle brutte, puo' uscirne la spesa aggratis!), di lasciare il numero di cellulare del tizio a qualche amica informandola del luogo e dell’ora in cui avverra’ l’incontro, di non salire mai in auto da sola con il neo-conosciuto, e tantomeno andare a casa sua. Non e’ detto che chi appare estremamente gentile, non sia un maniaco, un delinquente, un pervertito, uno squartatore, un rapinatore, un protettore, uno stalker o, peggio, un politico o uno che riscuote i crediti per Equitalia!

Ah, dimenticavo: ricordarsi sempre di portare in borsetta una scatola di preservativi, dato che molti uomini non amano usarli poiche’ convinti che e’ impossibile che qualche malattia contagi proprio loro che sono sanissimi! Da una mia statistica personale e’ risultato che nella fascia di eta’ tra i 20 e i 30 anni, gli uomini non vogliono usare il preservativo perche’ convinti di non essere mai contagiati o contagiosi di alcuna malattia; tra i 30 e i 40 usano il preservativo solo se richiesto dalla partner occasionale perche’, stranamente, si dimenticano (o fanno finta di dimenticarsi) di metterlo; tra i 40 e i 50 se lo mettono subito, anche prima di incontrare la donna; addirittura partono gia’ da casa col pisello inguainato! Tra i 50 e i 60 se lo mettono al momento dovuto, ma cio’ compromette (di molto) le loro prestazioni sessuali. Dopo i 60, datemi retta, lasciate perdere…


PS: il post e' la variazione, adattata all'oggi, di uno vecchio apparso in questo blog nel 2007, la cui autrice si faceva chiamare "Donna Ragno", e che si riferiva agli uomini incontrati nelle chat-line.
PPS: cercare di stravolgere il post, tramutandolo da femminile a maschile, puo' dar effetto a risultati ridicoli, in quanto uomini e donne non sono speculari, ma complementari. Pero', se qualcuno ci tiene a provare, di sicuro non posso impedirlo.

lunedì 7 ottobre 2013

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Flamenco - Seconda parte

Sfilai la chiave dalla serratura e richiusi la porta alle spalle. L’ambiente era caldo e profumato, leggermente in penombra, come lo avevo lasciato quando ero uscita. Non amo il disordine, e non amo chi vive nel disordine, e dato che e’ difficile che, quando mi metto in testa di finire la serata con qualcuno, torni a casa da sola, lascio sempre che l’atmosfera risulti accogliente e piacevole per chi mi accompagna. Uomini, anche piu’ di uno; donne anche piu’ di una; oppure entrambi. Indifferentemente. La mia tana ha ricevuto molte visite, ma mai piu’ di due persone alla volta, poiche’ e’ il tre il numero perfetto.

Quella sera con me c’era Ashika, una ragazza dal nome esotico e curioso, sol anche per il significato che portava in se'. Conosciuta casualmente in una discoteca, sola soletta come me e con la voglia di trascorrere una serata diversa dal solito. Tanto che, all’invito esplicito che le avevo fatto che non lasciava spazio ad alcun malinteso, non aveva esitato un attimo a seguirmi. Appena entrata, scivolai via veloce, accendendo un paio di interruttori, per dare vita alle luci. Accesi anche qualche candela profumata. Svelai cosi’ alla mia ospite il luogo dove vivevo.

Lo stile della dimora rivela molto di chi ci abita. Rivela i suoi gusti, il suo carattere, i suoi desideri, persino i suoi segreti, piu’ di quanto possono farlo le parole. L’appartamento dove vivo e’ la fotografia della mia anima; un miscuglio di esotico, di antico e di moderno. Ogni stanza ha le pareti in marmorino, ed ha un suo colore. Gia’ da questo e’ possibile intuire quanto io sia incostante, ma anche quanto abbia desiderio di non essere mai banale. La stanza blu e’ la mia biblioteca: sulle mensole, scavate in una parete, vetri di Murano troneggiano insieme a vasi periodo impero ed enormi conchiglie raccolte sulle spiagge e sui fondali di tutto il mondo. E poi libri, ovunque: sul grande tavolo e nelle librerie che ricoprono le altre pareti. La stanza gialla e’ invece il mio studio. E’ li’ che tengo ogni strumento tecnologico: computer, telefono, fax e tutto cio’ che serve alla “comunicazione” da e verso l’esterno. La stanza verde e’ un grande soggiorno-pranzo dal quale si accede alla cucina, che e’ poi un angolo cottura appendice dello stesso ambiente. Quindi il bagno, interamente bianco. Ma e' la camera da letto dove solitamente faccio accomodare i miei ospiti. La chiamo la stanza rossa, ma le sue pareti sono in realta' di un rosa antico, molto intenso. Dall’altra parte del grande letto, in un angolo, ho accatastato una montagna di cuscini tutti diversi e colorati, e poi c’e’ un tavolo su cui sono appoggiate pile di libri, vari compact disc musicali ed uno stereo player col quale ascoltarli; oltre agli armadi, le sedie, i comodini e tutto cio’ che e’ necessario in una camera da letto.

Le suppellettili, provenienti da ogni parte del mondo, dislocate un po’ ovunque per tutta la casa, sono la’ a dimostrazione del mio amore per i viaggi, ma senza che in realta’ abbia mai cercato di raggiungere una meta precisa. Lo stile etnico degli oggetti e’ perche’ credo fermamente che dentro ognuno di essi viva ancora l’anima dei popoli che li hanno fabbricati. E poi, fotografie, icone, quadri, stampe, specchi, tappeti, alcuni soffici e dai colori sbiaditi, altri dai colori accesi e preziosi, lampade, Fortuny, Galle’, Tiffany, mobili antichi e moderni, mischiati e adattati secondo il mio gusto e le mie esigenze.

Con i tacchi schioccavo sulle assi di legno del parquet, fra un tappeto e l’altro. Ashika disse che mentre camminavo le mie scarpe facevano uno strano rumore. Fu allora che le feci notare che erano scarpe particolari, da flamenco. Mi guardo’ con sorpresa, come se le avessi rivelato chissa’ quale mistero. In quel momento, probabilmente avra' pensato di essere come Alice nella tana del Bianconiglio.

“Ti avevo promesso del vino…” e volteggiai verso il frigo a prendere una bottiglia di bianco leggermente frizzante che subito stappai, con un rumore lieve e delicato. Il liquido paglierino schiumo’ nei bicchieri. “Alla tua! E anche alla mia!” dissi guardandola maliziosa mentre brindavamo.

C’e’ chi afferma che tutto cio’ che faccio o dico, sembri avere sempre un doppio senso: erotico. Lo so che e’ vero. Ormai me lo hanno detto talmente tante volte che per forza deve essere cosi', ma non lo faccio apposta. E’ che mi viene spontaneo. Non so da cosa dipenda. Ho ipotizzato che forse e’ perche’ non ho mai abbandonato le vecchie abitudini, quando il doppio senso, l’erotismo e l’atteggiarsi a gran porca, erano per me strumenti di lavoro, e volevano dire un bel po’ di quattrini. Ma forse non e’ cosi'. Probabilmente e’ una specie di “dote naturale”, come quella di chi riesce a far ridere raccontando storielle, anche se le storielle non sono divertenti. Ecco, si’: credo che sia qualcosa del genere. In ogni caso, quella sera il vino era piu’ fresco ed inebriante del solito; ne bevvi piu’ di un bicchiere e quella mia dannata “dote” prese il sopravvento. Mi venne una strana voglia; infilai un cd nello stereo e un attimo dopo il suono di una chitarra si diffuse nella stanza, rilassante, finche’ non parti’ il canto rauco di una voce maschile, ritmata da un invisibile battere di mani.

“E’ Desesperada, una versione molto particolare di Flamenco… non sono una truccatrice come avevi pensato o come io, per un attimo, ti ho fatto credere. Sono semplicemente un’insegnante. Insegno danza, e in particolare il Flamenco. Ecco quello che faccio nella vita, e se non conosci il Flamenco non puoi capire il significato che abbia per una gitana questo ballo. In versione classica, moderna o techno, il tema e’ sempre lo stesso: la passione. Se ti metti comoda ti faccio vedere.”

“Che fai? Ti metti a ballare adesso?” chiese Ashika con gli occhi sgranati.

“Perche’ no? E’ una bella serata per ballare, questa. Non sei curiosa? Siediti comoda sul bordo del letto e guarda”.

Mi spostai al centro della stanza, e spinsi via il tappeto con la punta della scarpa, poi mi liberai delle collane e dei bracciali che indossavo, tenendo solo gli orecchini. Iniziai irrigidendo il corpo e, lentamente, sollevai le braccia, curvandole sinuose sopra la testa, mentre con i polsi e le dita disegnavo piccoli cerchi ed arabeschi, e quando la musica entro’ nel vivo, esplosi. Con i tacchi cominciai a martellare il pavimento al ritmo delle chitarre e del battimani, muovendo i piedi cosi’ veloci che per chiunque mi avesse osservata non ci sarebbe stato modo di distinguere un passo dall’altro. Continuai a ballare, e a girare su me stessa, le braccia tese e i piedi che battevano il ritmo. Sapevo che il mio fondoschiena, arcuato e disegnato apposta per quella danza, vibrava ad ogni colpo. Afferrai il lembo della gonna, facendola roteare a destra e sinistra, scoprendo le gambe fino alle cosce. Il sudore mi imperlava le clavicole e lo sentivo colare giu’, tra i seni; anche loro danzavano con me, compressi in un aderente top di pizzo traforato che mi arrivava appena all’ombelico. Quando la musica infine rallento’, anche i miei piedi lo fecero, e per concludere in bellezza, mi esibii in un profondo inchino rivolto alla mia ospite che era rimasta ad osservarmi, estasiata ed immobile, come una statua di sale. L’incantesimo si spezzo’ solo quando andai in cucina a prendere un po’ d’acqua; fu solo allora che Ashika si mise ad applaudire, lentamente.

“E’… e’ stato strabiliante! Mi hai lasciata letteralmente senza fiato”, disse incapace di riprendersi, abbandonando persino il suo linguaggio particolare che univa l’aggettivo al suo superlativo. Presi la bottiglia del vino e ancora ansimante, mi lasciai cadere sul letto, accanto a lei.

“Il Flamenco non e’ soltanto una danza o un’antica forma d’arte; e’ anche un esercizio fisico incredibile che vale piu’ di mille tapis roulant. Dopo un ballo cosi’ puoi farti fuori tranquillamente un barattolo di Nutella senza sentirti in colpa”, e scoppiai a ridere. “Solo che poi mi ritrovo con il sangue che bolle!”. Ma prima che Ashika si rendesse conto che cosa intendessi di preciso, afferrai l’orlo del top e lo sfilai dalla testa, restando a seno nudo.

L’avevo letteralmente disorientata: il vino, la musica, la danza, frenetica, il soffuso aroma di candele profumate, e adesso i miei seni, nudi, che orgogliosamente le mostravo, alti e ancora sodi nonostante l’eta’. Pensai per un attimo che forse per lei era troppo. Forse mi ero spinta oltre il confine della spudoratezza e di quanto lei potesse sopportare. Non sapevo neppure se Ashika fosse lesbica, o semplicemente una ragazza etero che si era fatta condurre in quella camera solo perche’ coinvolta dalla mia personalita’ esuberante. Anzi, dentro di me avevo la certezza che non lo avesse mai fatto con una donna. Ma questo, invece di demotivarmi, mi intrigava e mi eccitava ancora di piu’. Sentivo pero’ che una parte di lei era imbarazzata, che avrebbe voluto svignarsela da quella situazione e da una pazza scatenata conosciuta per caso in un bagno per signore di una discoteca. Ma sentivo che c’era anche un’altra parte che voleva restare, curiosa di vedere come sarebbe andata a finire. Solo se la curiosita’ avesse prevalso sull’imbarazzo, avrei avuto il privilegio di iniziarla ai piaceri di Saffo, rendendo cosi’ onore alla tradizione e alla maestra che, molti anni prima, quando ancora ero convinta che a piacermi fossero solo gli uomini, aveva iniziato me.

(Continua…)


domenica 6 ottobre 2013

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Flamenco - Prima parte

“Hai voglia di toccarmi le tette?“ le chiesi non appena mi accorsi di come me le stava guardando. Mi ero tolta il top ed ero rimasta a seno nudo, eccitata ed accaldata come mi succede ogni volta quando finisco di ballare il flamenco. La stessa cosa mi accade anche quando bevo qualche bicchiere di vino di troppo, e quella sera si erano verificate entrambe le condizioni. Pertanto, la domanda che mi usci’ fu piu’ audace e sfacciata del solito. Ogni gitana sa che c’e’ qualcosa di magico nel nome che le viene assegnato alla nascita; qualcosa che nella vita, poi, la condizionera' in ogni suo comportamento. Per questo ho fatto della chiarezza, anche se espressa in modo spudorato, il mio punto di forza in ogni tipo di relazione, che sia d’affetto, di lavoro, o di semplice amicizia. Difficile glissare o far finta di niente quando formulo una richiesta, chiara, diretta, senza troppi giri di parole. Mi si puo’ rispondere solo si’ o no. Non esiste una terza possibilita’.

Quella sera non ero con un uomo, come spesso in quel periodo mi capitava. Nella mia tana di solito portavo quelli che rimorchiavo qua e la’, nei pub, nei locali per single, che, poi, la maggior parte credendo di essere bravi a recitare fingevano di essere liberi quando, in realta’, a casa avevano una moglie e dei figli che li aspettavano. Lo capivo subito per come si proponevano, e per come rispondevano alle mie domande, insidiose, in quanto anch’esse parte di un gioco che amavo fare per trarre maggior soddisfazione da quegli incontri casuali ai quali non concedevo mai un futuro, o un’altra possibilita’. In fondo che m’importava se quegli uomini, rientrando a casa nel mezzo della notte, avrebbero dovuto inventare scuse e imbastire spiegazioni per le consorti? Erano solo strumenti che utilizzavo per il mio piacere, niente altro. Esattamente come loro utilizzavano me per avere un po’ di quel sesso trasgressivo che probabilmente non riuscivano ad ottenere dalle donne che avevano scelto come compagne.

Ma quella sera era andata in modo diverso. La sessualita’ e’ per me come un’altalena. Ci sono momenti in cui preferisco decisamente gli uomini, ed altri in cui ho una gran voglia di scopare solo con le donne. A volte mi capita di averle entrambe queste pulsioni, contemporaneamente, che e’ poi la situazione che preferisco, perche’ nonostante non sia riuscita ancora a comprendere molti aspetti del mio carattere e della mia personalita’, di una cosa sono ormai ben certa: sono indiscutibilmente bisessuale.

Cosi’ mi resi conto di essere entrata nel mio consueto “ciclo omosex” incontrando Ashika. Mi era piaciuta subito; aveva quell’aria ingenua che non si capisce mai fino a che punto sia vera o finta. Qualcosa che attrae tanto gli uomini, ma piace anche e soprattutto alle lesbiche in preda a sovraccarico ormonale. Ed io quella sera mi sentivo esattamente in quel modo. Fin dalla prima occhiata che ci eravamo scambiate, avevo capito che dentro quella ragazza si animava un miscuglio di ingredienti, sensualita’ e curiosita’, che io da brava cuoca avrei saputo usare per cucinare un piatto carico di passione. Comunque fosse andata, sapevo che sarebbe stato un piatto davvero piccante.

***

Era stato davanti allo specchio nel bagno delle donne di una discoteca, dove ogni tanto mi recavo quando ero sola, che l’avevo notata. Lei se ne stava li’, cercando di truccarsi alla bell'e meglio. Era giovane, molto piu’ giovane di me. Il primo sentimento che provai fu quello di una sorella maggiore nei confronti della minore: andarle in aiuto, visto che a truccarsi pareva veramente imbranata. Prima di dedicarmi ad insegnare ballo sono stata modella, ed ho imparato tutto su come si deve usare il maquillage. Tuttavia decisi di non intromettermi, di stare ad osservare, scrutandola nello specchio, sorridendole ogni tanto ed ammirando il suo corpo giovane e tonico che traspariva da sotto il vestitino leggero sostenuto appena da due spalline, oltre che da due splendidi seni la cui forma e compattezza non potevano celarsi all’occhio esperto di chi, come me, di seni femminili ne aveva ammirati e gustati in quantita’. O quella ragazza indossava il piu’ straordinario modello di reggiseno noto al genere femminile, oppure le sue tette erano in grado di ignorare completamente la forza di gravita’!

“Mi dispiace”, disse per prima lei notando che la stavo osservando, e la sua voce aveva una sfumatura particolare, come quella di gattino, soffice, desideroso di coccole e affetto. “Ho occupato lo specchio e lo sto monopolizzando”.

“Non c’e’ problema”, riposi. Notai che aveva un neo vicino alla bocca, ed era cosi’ invitante, ma cosi’ invitante, che se non ci avessi provato ne avrei portato il rimpianto per tutta la vita. Percio’, mentre aveva preso a pettinarsi, ruppi il ghiaccio: “Hai dei bei capelli”.

“Grazie! Io invece ucciderei qualcuno per averli come i tuoi! I miei sono talmente lisci liscissimi, e cosi’ fini finissimi, che se non li lavo almeno ogni due giorni sembra che qualcuno mi abbia rovesciato un secchio d’olio sulla testa”.

“Non e’ buffo?” incoraggiai la conversazione. “Desideriamo sempre quello che non possiamo avere”. Lo dissi pensando al suo neo. Dovevo assolutamente passarci la lingua sopra… percio’ azzardai: “Sei da sola o c’e’ qualcuno fuori che ti aspetta?”

“Sola solissima” rispose senza tergiversare. “Avevo appuntamento con un’amica, ma mi ha dato buca; e’ dovuta restare al lavoro fino a tardi, e mi ha avvertita solo quando io, ormai, ero gia’ arrivata qua.” La sua faccia sconsolata mi fece quasi tenerezza.

“Non e’ bello passare una serata da sola. Anch’io sono sola solissima”, dissi imitandola. Quel linguaggio che univa un aggettivo al suo superlativo mi piaceva. Cosi’ mi presentai, e seppi che oltre al reggiseno misterioso, al linguaggio simpatico e al neo vicino alle labbra, aveva anche un’altra cosa che subito mi piacque: il nome. Ashika. Dovevo verificare quanto fosse azzeccata la credenza gitana sui nomi; un nome del genere, il cui significato conoscevo bene, non lasciava dubbi sulle attitudini di chi lo portava. Tutto cio’ contribui’ a rendere quell’incontro ancor piu’ affascinante.

Soprattutto, ancora una volta, dovetti riconoscere che il bagno delle donne e’ sempre il miglior posto dove andare a pescare quando si attraversa un altalenante periodo di omosessualita’. Certo non tutte quelle che si fanno agganciare sono lesbiche, ma io sono una che non si arrende facilmente e, cosa importante, so di essere una donna che non passa inosservata neppure alle altre donne; neanche a quelle che si dichiarano eterosessuali. E poi, io so che nessuna lo e’ fino in fondo; non esistono donne completamente eterosessuali. L’ho scoperto io stessa, tanti anni fa, quando sono stata iniziata ai piaceri di Saffo; ogni donna nasconde dentro di se’ il suo lato omosessuale che attende solo di essere risvegliato. Basta solo incontrare la partner giusta, quella che ci sa fare, che susciti curiosita’, interesse, e che non passi inosservata a quei recettori che le donne utilizzano per individuare non solo le probabili rivali, ma anche le probabili partner sessuali. E se c’e’ una cosa in cui ho avuto fortuna nella vita e’ che le mie origini gitane esaltano la mia appariscenza a tal punto che il colore dei miei capelli neri, in contrasto con gli occhi chiarissimi, non ha lasciato di stucco solo gli uomini.

“Aspetta, hai un po’ di eye-liner sbavato… lascia che ti pulisca”, le proposi. Poi, senza attendere risposta, tenendole fermo il mento con una mano, con un fazzoletto le tolsi il trucco in eccesso. Per un attimo il suo volto fu cosi’ vicino al mio che assaporai il suo respiro. Era gradevole ed eccitante. Cosi’ lasciai che anche lei percepisse il mio profumo; un misto di spezie esotiche la cui formula si perde nei meandri delle tradizioni gitane che mia nonna mi ha tramandato. Poi, frugando nella mia borsetta, sfilai una matita per gli occhi. “Non ti dispiace se ti correggo il trucco, vero? Chiudi gli occhi…”

Avvertii il tremore di Ashika mentre le passavo la matita sul bordo delle palpebre, usando poi i polpastrelli per sfumare il colore. Ripetei il procedimento anche sull’altro occhio, cercando di essere piu’ delicata e leggera possibile. Solo le donne sanno capire quanto la leggerezza del tocco sia importante, e come questo sia un indicatore determinante in ogni approccio. Gli uomini, spesso sbagliando, ci vanno giu’ decisi, diretti; devono manifestare la loro virilita’ che per molti e’ direttamente proporzionale alla loro rudezza. Ma per me, come per ogni altra donna, non e’ mai stato un mistero che sia molto piu’ eccitante un lieve sfiorarsi, dove la prima cosa ad entrare in contatto e’ il tocco leggero di un polpastrello sulle palpebre, e non certo le mani che ti arrivano direttamente sui seni, o le dita che ti frugano nell’inguine per insinuarsi dentro al sesso, talvolta senza neppure attendere che sia bagnato. Quando finii, sentii che ad Ashika quel distacco quasi dispiacque.

“Ecco”, dissi. “Ora sei davvero incredibile!”. E le indicai lo specchio. Grazie alla matita sfumata, i suoi occhi sembravano molto piu’ grandi e luminosi. Un miglioramento notevole rispetto ai suoi tentativi da principiante. “Comunque, se hai bisogno di un servizio speciale, piu’ dettagliato e approfondito, non hai che da chiedere”, scherzai sorridendo. “Ovviamente non ti costera’ piu’ di un milione di euro!”

“Figo, fighissimo! Grazie per avermi truccata. Lo fai di professione?” Ashika sembrava sinceramente ammirata e allo stesso tempo incuriosita, oltre che grata; tre ingredienti indispensabili per risvegliare la dormiente omosessualita’ di ogni donna, pensai. Decisi percio’ che era arrivato il momento di proporle qualcosa…

“No, non e’ la mia professione, pero’ mi ha fatto piacere conoscerti, e farlo per te. Hai degli occhi ed un volto che si meriterebbero di piu’. Purtroppo in borsetta porto soltanto la matita, ma a casa avrei tutto il necessario per trasformarti in una top model. E inoltre tengo sempre una bottiglia di ottimo vino bianco al fresco”. Sorrisi ancora gettando la mia esca, poi continuai: “Ma forse non ti interessa… ad ogni modo, qualora ti interessasse, potremmo non passare questa serata sole solissime, ciascuna per conto proprio, e casa mia non e’ distante”. Lo dissi prendendo la borsetta e avviandomi verso l’uscita, muovendo i fianchi con naturalezza, sapendo bene come a certe provocazioni poche persone, sia uomini che donne, abbiano mai potuto resistere. Io per prima.

(Continua…)

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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