domenica 29 settembre 2013

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Lettera ad una sorella che non ho mai avuto

Premessa: sono figlia unica e per molto tempo non ho goduto del privilegio di avere una sorella. Essendo di carattere introverso, a lungo mi sono sentita sola e non ho mai potuto contare su un reale appiglio, qualcuno con cui confidarmi o che potesse essermi di supporto. Mi sono sostenuta percio’ con le mie sole forze, affidandomi unicamente a me stessa. E neanche mia madre ha potuto (o saputo) compensare questa mancanza, a causa dell’enorme distanza generazionale che ci ha portate per anni ad avere posizioni molto diverse su tutto cio’ che riguardava il mio modo di vivere. Ma la vita e’ a volte bizzarra, e da un momento all’altro mi sono ritrovata ad avere non una, ma addirittura venti sorelle che hanno ampiamente colmato il vuoto che sentivo dentro.

“Impossibile”, penserete. Eppure e’ cosi’ e non e’ la trama di un romanzo d’appendice quella che vi sto raccontando, anche se, per il momento, non ho intenzione di rivelarvi altro sull'argomento. In ogni caso oggi, diversamente da ieri, vivo in un contesto in cui considero sorelle tutte le donne con le quali condivido la mia esistenza (e sorprendentemente persino mia madre). Ma a pensarci bene non solo loro, perche’ allo stesso modo considero sorelle tutte le donne che conosco e frequento durante la giornata, quelle che incontro per strada ed anche quelle che non incontro o non ho mai incontrato, e con le quali, forse, potrei non avere mai la possibilita’ di parlare. Sorelle sono anche le donne che si rivolgono a me per un consiglio, come lo sono quelle dalle quali sono io stessa ad imparare. Persino se fossero delle emerite sconosciute, ugualmente le considererei sorelle perche’, in fondo, e’ anche un po’ del mio cuore che batte nel petto di ciascuna.


Lettera ad una sorella che non ho mai avuto

Cara sorella, la prima cosa che vorrei dirti e’ di credere sempre in te stessa. Nella tua forza. Nei tuoi sogni. Nel potere della tua volonta’. Non c’e’ niente che tu non possa fare se solo ci credi. Tutto inizia proprio li’, nella tua testa, nel modo in cui vedi te stessa. Se non hai fiducia nelle tue capacita’, nessun altro l’avra’, perche’ a nessuno importa quanto sei brava a giocare il gioco del pretendere. E fiducia in te stessa significa dare ascolto al tuo sesto senso, a quella voce interiore che spesso tendi a tacitare. Ascoltala. Questo non significa che non ci saranno momenti nella tua vita in cui non sbatterai la testa contro il muro (ce ne saranno molti, piu’ di quanto immagini), ma significa che devi essere certa che alla fine quel muro crollera', e tu potrai continuare il tuo cammino.

Non essere mai pigra. Lavora sodo. Se desideri qualcosa, fai di tutto per ottenerla (o almeno tenta), invece di limitarti a volerla e a lamentarti perche’ non riesci ad averla. Non si ha diritto a cio’ che il mondo ha da offrire: tutto va guadagnato. Hai pero’ il diritto di sentirti sperduta, isolata, sola, Hai il diritto di inciampare, di fare errori, e persino di cadere. Ma e’ tua la responsabilita’ di rialzarti e proseguire il viaggio. Sii orgogliosa dunque delle cicatrici che la vita ti procurera’, sulle ginocchia, nella tua anima, perche’ saranno la prova che sei stata viva, che non ti sei lasciata andare, che sei rimasta sempre in piedi, pronta ad andare avanti.

Lungo la strada troverai molti nemici che proveranno ad ostruirti il cammino. Molte persone, uomini, donne, alcune delle quali - vedrai - molto vicine a te che diranno “non puoi farlo”, che ti prenderanno in giro, che si prenderanno gioco delle tue ambizioni, che minimizzeranno le tue capacita’, che criticheranno le tue scelte. Involontariamente o di proposito, faranno del loro meglio per convincerti che stai sbagliando. Ebbene si’, sono sincera, potresti anche sbagliare: nessuno e’ infallibile, neppure tu. Ma ricorda che e’ molto meglio fare i propri errori che accettare che qualcun altro decida quali siano le scelte giuste per noi. Lascia quindi a queste persone, se proprio lo desiderano, il diritto di criticarti, di correggerti e di indicarti quale sia, secondo loro, la via giusta per te da seguire, ma prendi le loro parole ed usale come fossero un ulteriore motivo per sfidare ancor piu' te stessa. Difendi le tue scelte, a costo di mettere in gioco la tua stessa vita. Ti accorgerai di quanto “scegliere” sia il bene piu’ prezioso, anche se per difendere questo tuo diritto pagherai un prezzo molto alto, avendo in cambio spesso solo incomprensione e ingratitudine. E’ questo il prezzo che dovrai pagare per essere veramente libera.

Perche’ tu sei libera, cara sorella. Libera di amare chi vuoi. Libera di usare il tuo corpo come meglio decidi. Libera di pensare in modo diverso dagli altri. Libera di sentirti in colpa, o senza colpa. Libera di guardare qualcuno e perderti nei suoi occhi. Non compromettere la tua liberta’ anche se cio’ potra’ significare sentirti sola. Quando un albero si oppone alla tempesta lo fa da solo, senza aiuto. Niente lo sorregge se non la forza delle proprie radici. Ricorda che i tuoi genitori non ti possiedono. I tuoi familiari, i tuoi parenti, i tuoi vicini, i tuoi amici, i tuoi colleghi di lavoro, non ti possiedono. Neppure il tuo ragazzo, il tuo partner, il tuo compagno, tuo marito - come preferisci chiamare la persona alla quale hai deciso di donare il tuo amore - non ti possiede. Perche’ tu appartieni solo a te stessa.

Libera quindi la tua autostima dal giudizio della societa’: non sarai mai davvero emancipata fin quando non smetterai di preoccuparti di cio’ che “gli altri” pensano di te, se fai questo, se fai quello, se dici una cosa o se ne dici un’altra. Liberati da tutto cio’ che ti hanno inculcato, e che ancora continuano ad inculcarti, condizionandoti attraverso la tv, le riviste, la pubblicita’ che vedi sui cartelloni per strada, e che in modo subliminale, a poco a poco, t'inocula dentro valori e pensieri che tendono solo a stringere intorno al tuo collo un guinzaglio, fino al punto che ti senti nuda o inadeguata se non indossi la catena. E ogni tanto fregatene di quello che ti impongono di essere per sentirti bella, e fatti fuori un bel barattolo di nutella, se lo desideri! Perche’ tu sei bella non in quanto sono gli altri a decidere che tu lo sia, ma perche lo decidi tu. Perche’ lo credi tu. E piu’ di tutto e’ importante che ti liberi dal lavaggio del cervello che ti hanno fatto con la religione. Se hai assolutamente bisogno di una fede, allora scegli di avere fede in te stessa, nella tua vita, nelle tue capacita’, e non barattare la tua dignita’ in cambio di un imbroglio, e di chi ti dice che in base ai testi sacri vali meno di un uomo.

Educa te stessa, ma impara a farlo vivendo e sperimentando, perche’ la scuola e l’universita’ non sono sufficienti. Sii curiosa, sii affamata di curiosita’ e di conoscenza. Piu’ sarai affamata, piu’ diverrai forte. Pero’ guadagna il tuo denaro, sii indipendente, acquista da sola cio’ che desideri, costruisciti la tua carriera, piuttosto che mendicare un po’ di soldi da chi – stai pur certa - prima o poi te li rinfaccera’, o un posto di lavoro che ti verra’ dato solo se potranno sfruttarti.

Gestisci la tua sessualita’ senza temere giudizi. Se senti di preferire le donne e non gli uomini, non nasconderti come un’appestata. Tante sono come te, perche’ e’ la persona che si ama e non il suo sesso. I cuori non hanno ne’ pene ne’ vagina. Ma anche tu impara a guardare le persone come esseri umani, al di la’ di loro genere, e al di la’ delle loro scelte sessuali. Percio’ non temere gli uomini, non avere paura di loro, e soprattutto non odiarli. Certamente non devi farti intimidire, ma neppure devi sentire il bisogno di controllarli. Soprattutto non imitarli, perche’ non sono superiori a te, ne’ inferiori. Essere differenti non significa essere di meno o di piu’.

Pertanto non credere a chi ti dice che l'uomo e’ antagonista alla donna. Non credere a chi ti dice che da sempre e’ in corso una guerra dei sessi. Non c’e’ alcuna guerra. E’ tutto un mucchio di stronzate. E se per caso questa guerra esistesse e fossi io a sbagliarmi, allora sappi che non si vince facendo soccombere l’altro, o sconfiggendolo, o umiliandolo. Si vince insieme all’altro, aprendo reciprocamente le porte della nostra fortezza. Questo vale per te, quanto vale per lui.

Beh, forse non sempre e’ cosi’. Forse anche tu come me ti accorgerai di quanti cretini e stronzi ci siano in giro, la’ fuori, anche di genere femminile (non fidarti ciecamente della storiella sulla solidarieta’ delle donne che, in molti casi, si rivelera’ essere una delusione), ma questo non deve farti perdere la fiducia in quelli buoni. Ce ne sono di decenti che possono esserti alleati, amici e persino complici.

Abbi dunque il coraggio di amare. Il coraggio di avere paura. Il coraggio di rischiare, nonostante tutto. Abbi il coraggio di donarti, a chi vuoi, ma allo stesso tempo abbi anche il coraggio di reclamare indietro te stessa quando e se lo riterrai opportuno. Perche’ donarsi non significa annullarsi, non significa perdersi completamente. Sii sempre chiara ed onesta su questo punto. E non accontentarti mai. Abbi il coraggio di pensare che puoi meritarti il meglio (per te, che e’ cio’ che davvero conta), e non accontentarti di niente di meno. Abbi il coraggio di cambiare idea; il coraggio di far male quando occorre, e anche di farti male; il coraggio di osare di dire no, e dire di si’ a chi vuoi, come vuoi, quando vuoi.

Alla fine troverai il partner che vorrai - fidati - ma solo se non trasformerai la tua ricerca in una spasmodica ossessione, oppure fermandoti al primo arrivato per il timore di restare da sola. Se avrai la pazienza di attendere, di valutare e di scartare tutto cio’ che minimamente non ti convince, alla fine lo troverai. Oppure troverai molte versioni di lui/lei; ciascun avra’ alcuni di quei pregi che tu desideri, ma anche tanti di quei difetti che proprio non sopporti. E se non ti capitera’ di trovare la perfezione, come in realta’ meriti, beh… ricorda sempre che avrai comunque te stessa.

giovedì 26 settembre 2013

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L’arte di vincere

“L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte”, pare abbia detto Simón Bolívar. Da tempo mi sono accorta, infatti, di un errore che in molti commettono: confondere l'avere successo col vincere. Come se vivere fosse simile a fare una guerra, e la vittoria qualcosa da perseguire ad ogni costo. Probabilmente, anzi, quasi certamente, e’ un errore che ho fatto anch’io. Poi, pur riconoscendo il valore che ha uno spirito combattivo, con l’esperienza ho capito che anche nel perdere ci si guadagna molto; esattamente come quando si vince.

Accade dunque che alcune volte nella vita si creda di vincere, quando invece stiamo perdendo ogni battaglia. Ci illudiamo di essere vincitori essendo stupidi, di strette vedute, ma quasi sempre veniamo sconfitti nelle discussioni. Ci illudiamo di vincere atteggiandoci a competitivi, eppure perdiamo il piacere della competizione. Per non parlare di quando siamo talmente arroganti che perdiamo il privilegio di essere umili, o autoritari al punto di perdere l’occasione per mostrarci fieri.

E’ accaduto anche a me. E mi viene da pensare a tutte quelle volte che sono stata troppo evasiva, perdendo cosi’ la fiducia in me stessa, e tutte quelle volte che sono stata poco concentrata, mancando alla fine il bersaglio. Molte, troppe, volte ho fatto cose solo per dimostrare che le potevo fare, perdendo cosi’ la sensazione di appagamento che avrei dovuto ricevere.

Siamo esseri umani, limitati ed imperfetti. Non siamo infallibili. Possiamo sbagliare e non sempre siamo in grado di riparare, ma che almeno i nostri errori non siano del tutto inutili. Che da essi, almeno, si possa trarre un insegnamento che poi, in futuro, ci aiuti a correggere la rotta. Per questo dico che il vero successo non sta solo nella vittoria, ma in quello che pensiamo di noi stessi, dentro di noi, e non nella considerazione che troppo spesso ricerchiamo negli altri.

Quante volte ho pensato che avrei potuto facilmente superare in astuzia i miei avversari ed ho perso facendomi superare da loro? E quante volte ho avuto dei dubbi sui miei amici e li ho perduti perche’ si sono sentiti traditi? Troppe volte. Come sono troppe le volte che ho dato fiducia a chi non se la meritava, e sono stata pugnalata alla schiena. E tutte le volte che ho creduto di essere invulnerabile, quando, invece, ne sono uscita gravemente ferita.

E poi ci sono le volte che sono stata inutilmente polemica, e mi sono presa uno schiaffo. E le volte che ho detto di no, volendo invece dire di si’, ed ho perso l’occasione di cambiare la mia vita con quel si’ mai detto. Ma anche quando ho detto di si’, volendo dire di no, ci sono state volte che sono stata delusa. Come quando ho scelto di autocontrollarmi, di non abbandonarmi, ed ho perso cosi’ l'amore.

Molte volte ho scelto di illudermi di aver vinto invece di riconoscere la mia debolezza, ed ho perso la mia verita’. Molte volte ho preferito la superficialita’ alla profondita’, la futilita’ alla sostanza, e ho perso la conoscenza. Molte volte ho preferito l’egoismo alla generosita’, ed ho perso cio’ che non ho piu’ avuto modo di donare a nessuno. Come quando ho voluto disperatamente cose stupide, inutili, o al di la’ delle mie possibilita’ e tutto cio’ che ho ottenuto mi ha regalato soltanto un senso di ridicolo, di vuoto, mentre per tutto cio’ che era fuori dalla mia portata, e che non ho mai avuto, ho solo sprecato il mio tempo, prezioso, avendo in cambio solo frustrazione.

Eppure, e’ proprio da tutto questo che ho imparato che si guadagna moltissimo anche quando si perde. Da ogni ferita, da ogni lacrima, da ogni caduta… si impara sempre qualcosa. Ed ho imparato, piu’ di tutto, che si e’ davvero forti non quando riusciamo a sconfiggere gli altri, ma quando riusciamo a sconfiggere noi stessi, avendo poi la forza di poter ricominciare da zero. Non una volta, non due volte, ma sempre, continuamente, instancabilmente. Senza aver paura di cio’ che ci aspettera’ domani, e senza rimpiangere cio’ che ci stiamo lasciando alle spalle.

venerdì 20 settembre 2013

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Parliamo di gay e di lesbiche

Quello che e’ accaduto in questi giorni nel parlamento italiano, con la legge barzelletta sull’omofobia, mi ha fatto venir voglia di scrivere qualcosa sull’argomento. Tuttavia non vorrei ammorbare chi mi segue parlando specificatamente della legge, che’ se ne discute un po’ ovunque ed e’ un tema che, in fondo, non essendo italiana, non mi riguarda da vicino. Ma vorrei affrontare il discorso parlando di omosessualita’ e di come, da molte persone, questa venga vista. C’e’ infatti un diffuso pregiudizio che colpisce i gay e le lesbiche, soprattutto in paesi non molto progrediti dal punto di vista dell’educazione sessuale, dove tutto e' ridotto ai minimi termini, con un livello di ignoranza che supera ogni immaginazione, se si esclude cio' che la maggior parte della gente, soprattutto di sesso maschile, ha modo di imparare masturbandosi su Youporn; vale a dire la convinzione che gli uomini gay siano in realta’ donne intrappolate in un corpo maschile, e viceversa.

Anche se conosco molte persone omosessuali alle quali una "riduzione" della loro sessualita’ alla semplice mancanza dell’organo sessuale adeguato a cio’ che sentono di essere andrebbe benissimo, credo che per la maggior parte di chi sa di essere omosessuale, questa descrizione non solo sia imprecisa, ma rappresenti anche un insulto alla loro dignita’ di persone. E’ come se la gente affetta da questo genere di pregiudizio fosse in grado di vedere ogni cosa solo sotto l’aspetto del dualismo: maschio o femmina, bianco o nero, buono o cattivo. In questo schema, molti ritengono percio’ che l'omosessualita’ sia niente altro che una sorta di eterosessualita’ imprigionata in un corpo sbagliato: un’interpretazione che probabilmente, nella loro mentalita’ retrograda, li rassicura in quello che loro definiscono “normalita’” e “natura umana”, ma che niente ha a che fare con la realta’ e la natura stessa.

Vorrei dunque cercare illuminare queste persone, sempreche’ siano ancora in grado di vedere qualche bagliore: i gay non sono donne eterosessuali sotto copertura, e come tali attratti dagli uomini, ma che soffrono la scomodita’ di avere un pene e tutto il resto. Esattamente come le lesbiche non sono uomini eterosessuali nascosti, e come tali attratte dalle donne, ma che purtroppo si ritrovano ad avere un utero e un paio di tette. Questa semplificazione, assurda, mostra una grande ignoranza, per non parlare d’intolleranza e sessismo. Il discorso che viene fatto e’: “Non possiamo accettarti per come sei perche’ sei diverso/a da noi, cosi’ inventiamo una "soluzione" per adattare il tuo comportamento a cio’ che noi riteniamo “normale”, dimodoche’ possiamo sentirci meno turbati, infastiditi e disgustati, dalla tua esistenza in questo mondo che stabilisce che noi siamo i normali e tu l’anormale”.

"E’ maschio o femmina?" Questa e’ la prima domanda esistenziale alla quale ogni essere umano si trova di fronte mentre ancora e’ un feto nel grembo della madre incinta. Se il feto potesse sentire attraverso la pancia della mamma, e capire, si arrabbierebbe. Si arrabbierebbe perche’ gli sarebbe imposto di scegliere. E’ un paradosso, lo so; il feto non ha un cervello ancora completamente formato, non ha una personalita’, quindi non puo’ arrabbiarsi, ma e’ comunque la societa’ che gli impone una scelta. E non e’ che vi sia una serie di possibilita’ fra le quali scegliere. Non e’ che, se le viene chiesto, la madre possa rispondere: "E' un maschio, e’ una femmina, e’ un maschio ma e anche un po’ femmina, oppure una femmina che e’ un po’ anche maschio, transessuale, eccetera". No. Deve dire: e’ un maschio, quindi fiocco azzurro, oppure e’ una femmina e, di conseguenza, fiocco rosa. Punto.

Pertanto il feto deve decidere che cosa essere, o meglio, cio’ che sceglie di essere deve essere conforme alla decisione gia’ presa dalla biologia. Se il medico, nell’ecografia, nota una minuscola protuberanza tra le gambe, allora deve essere un maschio. Altrimenti si tratta di una femmina. Il resto non conta. Il destino e’ gia’ segnato e allo stesso modo, sono segnate le aspettative, i pregiudizi, i ruoli, le potenzialita’, i gusti, le sfide che questa persona non ancora nata dovra’ affrontare nella sua vita. Tutto gia’ deciso. Non esiste via d'uscita, e tranne rari casi, e’ una strada a senso unico di un destino che viene scritto nel momento dell’ecografia.

La pressione nei confronti dell’individuo che deve ancora nascere inizia da li’. Gia’ nel momento in cui e’ ancora una piccola massa informe nell’utero della madre, deve adeguarsi. Pero’ chiediamoci per un attimo: e’ davvero obbligatorio appartenere a un genere specifico in ogni momento e in ogni aspetto della nostra vita? E l'omosessualita’, o il transgenderismo, e’ una semplice devianza dallo stato preimpostato di "normalita’", o come pensano alcuni una malattia? E’ necessaria e inevitabile questa categorizzazione che uccide l’individualita’ delle persone, danneggiando in molti casi la loro salute (mentale e fisica) e la loro creativita’? Perche’ non si riesce a superare lo schema maledetto del “bianco e nero” accettando anche le molte sfumature di grigio, tra cui il gay, la lesbica, il/la bisessuale? Cosa occorre per superare questa voglia di etichettare e classificare tutto per sentirsi rassicurati nella propria “normalita’”?

Queste domande ricorrono spesso nei miei post, e sono da molti anni al centro del mio impegno, intrinsecamente legati a quel lungo viaggio che ho intrapreso fatto di interrogativi, apprendimento e scoperte. E sono domande a cui rispondere diventa sempre piu’ urgente, dato che la societa’ nel campo dei diritti umani mostra tutt’altro che un’evoluzione, quanto, invece, una lenta e costante regressione.

Di recente stavo parlando con un’amica, che e’ lesbica, quando ad un certo punto e’ passata vicino al nostro tavolo una ragazza che aveva un aspetto e un modo di fare molto mascolino, e la mia amica ha fatto un commento che per qualcuno potrebbe essere a dir poco sorprendente. Ha detto: "Quando vedo questo genere di lesbiche, vorrei non essere omosessuale. Io non sono lesbica perche’ mi sento o voglio apparire come un uomo, e non sono lesbica perche’ sono attratta da donne che si sentono o sembrano uomini. Sono lesbica semplicemente perche’, sessualmente e sentimentalmente, mi sento attratta dalle donne; e in particolare da quelle molto femminili".

Forse neppure io ho ancora ben chiaro cosa significhino i termini "femminile" e "maschile", anche perche’ sul tema della sessualita’ subiamo un condizionamento cerebrale fin da quando nasciamo. Ma quello di cui sono certa, avendo anch’io in parte pulsioni simili a quelle della mia amica, e’ che le lesbiche, se vogliono, possono anche vestirsi in modo maschile, oppure no. E’ una scelta loro, personale. Ma non hanno alcun bisogno di farlo semplicemente per dichiarare al mondo cio’ che sentono di essere, come una sfida lanciata alla societa’ dalla quale, probabilmente, si sentono respinte, al fine di celebrare la loro "differenza". Quelle che reagiscono cosi’, e che si prestano a questo gioco, finiscono per diventare parte integrante del meccanismo sessista e si riducono spesso a caricature o cliche’. Cosi’, mentre la mia amica parlava, tra me e me pensavo: non avrebbe piu’ senso, se raggruppassimo le persone in base alle loro preferenze sessuali, a seconda da chi sono attratte - dalle donne, dagli uomini, da entrambi -, trascurando completamente il loro sesso biologico?

Si’, avrebbe piu’ senso e farebbe molti meno danni. E tornando al preambolo iniziale, se veramente ci fosse bisogno di catalogare tutti con un’etichetta (cioe’, qualora l’etichetta sia necessaria, per quanto io personalmente pensi che non lo sia), allora perche’ non dire che una donna etero e’ in realta’ un uomo gay sotto copertura, intrappolato in un corpo di donna, e allo stesso modo un uomo etero altro non e’ che una lesbica nascosta che si trova intrappolata nel corpo di un uomo?

domenica 15 settembre 2013

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Sii bello e taci!

Volete sapere la verita'? Non mi e’ mai piaciuto Alain Delon, neppure quando era giovane, e non ho mai capito il fascino che suscita (o suscitava) in tante donne. E non e’ dovuto a qualcosa di "generazionale". Voglio dire che non e’ perche’ non ho avuto modo di conoscerlo o di seguirne la carriera di attore, quando ancora possedeva quel sex appeal che gli attribuiscono. E’ che proprio non ne sono mai stata attratta. Inoltre, ogni volta che mi e’ capitato di leggere una sua intervista, ho notato che non perde mai occasione di dire qualche stronzata, tipo qualche commento sessista, tanto per atteggiarsi all’immagine di “uomo che non deve chiedere mai” (che forse crede ancora di avere), e adattarsi meglio alla categoria di macho testa di cazzo alla quale e' sempre appartenuto.

E questo atteggiamento, per quanto un uomo possa essere gradevole dal lato fisico, invece di affascinarmi ha l’effetto di spegnere ogni mio interesse. Passato, presente e futuro.

No, non mi e’ mai piaciuto, Alain Delon. Ne’ come uomo, ne’ come persona. L’ho sempre ritenuto un buzzurro, tronfio di se’ e neanche tanto intelligente. E ora piu’ che mai trovo che la mia antipatia nei suoi confronti sia del tutto giustificata, perche’ a quanto pare non e’ solo un cretino sessista, che considera le donne esclusivamente come oggetti che solo lui puo’ sedurre, ma e’ anche un coglione carico di omofobia in grado di rivaleggiare sul tema persino con qualche leghista del livello di Borghezio o Calderoli.

Parlando alla tv francese, piu’ o meno una decina di giorni fa, ha letteralmente affermato che l’omosessualita’ e’ "contro natura". Ed ha aggiunto: "Noi uomini siamo fatti per amare una donna, per corteggiare una donna, non per flirtare o essere rimorchiati dai ragazzi". Ollalla’… che perfetto cicisbeo da quattro soldi bucati!

Oltretutto c’e’ chi dice che, prima di lanciarsi in certe dichiarazioni, il bel Delon dovrebbe fare un sincero coming out e raccontare qualcosa del suo passato, essendo ben nota la sua propensione per ménage-à-trois insieme a uomini e donne. Ma non e’ finita. Non contento delle cazzate dette, ha continuato: "Per cio’ che mi riguarda, possono anche sposarsi (i gay), ma dovrebbe essere proibito loro di adottare bambini."

Ecco, una tale porcheria detta da un tizio che e’ famoso, fra l’altro, per non aver voluto riconoscere un figlio avuto con la cantante Nico, non me la sarei proprio aspettata. O forse si’, perche’ quando qualcuno e’ una testa di cazzo lo resta indipendentemente dal suo aspetto esteriore e dalla fama che puo’ avere.

Delon ha dimostrato cosi’ di essere piu’ simile ad una banana che a del buon vino: non invecchia bene, ma piuttosto marcisce. E poi, diciamocelo con sincerita’, persino come attore non e’ che sia mai stato un granche’. Forse avrebbe dovuto far proprio un consiglio prendendolo dal titolo di un suo vecchio film: "Sois belle et tais-toi". Sii bello e taci!

domenica 8 settembre 2013

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Il ticket

Quelli che appartengono alla categoria "predatori del web", o "tombeur de femmes" che si rivolgono alle casalinghe frustrate nelle "chat-line", oppure in Facebook, sono la fauna che preferisco. Mi ci diverto sempre con loro perche', ovviamente, capisco che ambirebbero a mirare ad un bersaglio che e' troppo oltre la loro portata. Li vedo percio' arrancare, non ci arrivano, e allora solleticano leggermente il mio sadismo felino.

Ne ho conosciuti molti. Qualcuno anche nella realta', ed ha subito confermato le mie teorie sulla grande capacita' maschile di ingannare le povere dementi. Per cui, dopo le prime volte che mi sono servite esclusivamente a titolo di esperimento, ho capito cosa dovevo fare per evitare la buccia e papparmi solo la polpa.

Il mio metodo? Far pagare a questa gente un ticket.

Alto? Non saprei. Ciascuno ha il suo e se qualcuno mi chiede "quanto?" gia' questa domanda dimostra che non se lo puo' permettere. La regola e’ che sia evidentemente piu' alto per chi fa lo spocchioso, l’esagerato, chi si presenta come benestante, chi si atteggia a “fine intenditore della vita e delle donne”, chi ti racconta cose mirabolanti su cio' che possiede, sulla bella vita che ha fatto, eccetera. Meno alto per chi, invece, assume un atteggiamento piu’ umile o comunque meno esagerato.

In ogni caso, per tutti c'e' un ticket, non si scappa, e serve a mettere queste persone di fronte ad una scelta. Mi vuoi conoscere? Vuoi avere una flebile speranza di potermi incontrare? Non c'e' alcun problema, ma questa possibilita' nasce solo in un caso: che mi fai vedere davvero se e quanto ti interesso e, non meno importante, se anch’io posso trovare in te un interesse.

Molti si incazzano subito e si defilano. Sono i piu’ dignitosi. Ammettono che l’uva non e’ alla loro portata, e se ne vanno a cercarne altra piu’ matura, magari anche gia’ marcita. Poi ci sono i piu' tosti, quelli che non riescono ad ammettere mai un fallimento, ma che anche sanno che con me non potranno reggere il bluff perche’ si rendono conto che andro’ sempre a “vedere le loro carte”.

Per un po' diventano offensivi, fanno allusioni scontate, cercano di farmi passare per una troia, ma con scarsi risultati. E’ il momento di maggior godimento quello in cui vengo riconosciuta per quello che davvero sono. Pero', dato che nonostante tutti i blateramenti e gli insulti il ticket non hanno alcuna intenzione di pagarlo, niente spettacolo neppure per loro! E cosi', come gli altri, si ritirano. Pero' in sordina, cercando di uscire di scena senza che si noti, come certi che entrano in un ristorante di alto livello e che, una volta seduti dove non potrebbero mai permettersi di stare seduti, guardano il menu’ coi prezzi e allora, in silenzio, si alzano e se ne vanno.

Come dico sempre quando cio’ accade: si dissolvono nella loro gia' palese inconsistenza. E devo dire che sono piu' penosi questi ultimi di quelli che, invece, capiscono fin da subito che "non e' aria". In ogni caso, tolta la buccia, resta solo la polpa, e alla fine restano solo quelli buoni, che sono pochi, e' vero, ma almeno so che con loro ci sara’ qualcosa che ci unira’. Una complicita' basata su un gioco in cui entrambi abbiamo gia' una vaga idea di dove vogliamo arrivare.

Vi assicuro che e' un metodo infallibile; si evita di perdere tempo con le tante volpi che, proprio, all'uva non ci arrivano ne' ci arriveranno mai, e si ha la possibilita' di conoscere esclusivamente i veri leoni: quelli che al ristorante non guardano mai il menu' con il prezzo. Ma per poter fare come me occorre avere esperienza... ed anche tanto mestiere. Soprattutto, non si devono avere "bisogni" impellenti da soddisfare, frustrazioni da colmare o esigenze particolari per cui si e' disposte a "prendere ogni cosa che capita". Deve essere un gioco. Solo un gioco…

Dopotutto, lo faccio per divertirmi e per godere. Non ci devo mica campare!

sabato 7 settembre 2013

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Cose di poco conto

Ci sono momenti che avrei desiderio di scrivere di piu’. Pero’, poi, mi accorgo che il tempo a disposizione, ultimamente, non e’ che mi avanzi, e spesso mi sento anche vuota di idee. Per cui, alla fine lascio perdere, e rimando alla volta successiva; a quando saro’ meno pigra e svogliata. Per questo passano intere settimane senza che in queste pagine appaia qualcosa di nuovo.

Cio’ che noto, pero', leggendo in giro per i vari blog, e’ che ci sono molte persone che non hanno problemi a trovare il tempo per scrivere, e inventano nuove storie con estrema facilita’, una dietro l’altra. Conosco addirittura chi, utilizzando gli strumenti che oggi internet mette a disposizione, riesce persino a pubblicare dei libri, raccogliendo le sue novelle in bei volumi da tenere tra le mani.

Che invidia! Non posso negare che piacerebbe anche a me avere la testa sgombra dai problemi quotidiani da potermi permettere di dedicare intere giornate a questo mio hobby. Comunque, anche se questa passione che ho per lo scrivere e’ ben nota, non credo di possedere qualita’ tali da definirmi una vera scrittrice. Non lo dico per falsa modestia. E’ proprio perche’ sono consapevole dei miei limiti.

C’e’ chi, non riuscendo a digerire questa mia sincera consapevolezza, cerca in tutti i modi di farmi cambiare idea. “Suvvia, prova a pubblicare qualcosa!” mi dice. Ma io non ci casco. Una mia regola ferrea e’ dedicarmi solo a cio’ che mi riesce far bene. Sono incredibilmente critica verso me stessa e verso tutto cio’ che faccio, cosi’ se non ho possibilita’ di eccellere, piuttosto che destreggiarmi goffamente, evito di cimentarmi. Di qualunque cosa si tratti. E’ il mio metodo, un po’ disonesto devo ammettere, per evitare frustrazioni. Per una strana e inspiegabile ossessione, non sopporterei mai di coprirmi di ridicolo.

Ce ne sono fin troppi, di sedicenti scrittori e scrittrici, che non hanno ben presente cosa significhi scrivere una storia. Forse non si rendono conto di quanto sia difficile produrre qualcosa che meriti di essere letto. I piu’ cadono miseramente nelle solite situazioni, stereotipate, sempre uguali, e noiosamente autoreferenziali. Nel mettermi al loro posto provo quasi un indescrivibile fastidio: qualcosa di mortificante che, sinceramente, non so come loro riescano a sopportare.

Percio’, quando mi capita di arrivare a mettere giu’ un’idea sulla tastiera, lo faccio cercando di non avere pretese, conoscendo tutti i limiti che ho, le mie incompletezze, anche linguistiche, e delimitando il piu’ possibile le storielle che racconto all’interno di questo spazio, senza cercare di esportarle altrove. In fondo, sono solo delle piccole fiabe utili, attraverso metafore ed allegorie mischiate di realta’ e fantasia, non tanto ad ottenere il “gradimento” di chi non conosco e non conoscero' probabilmente mai, ma prima di tutto a comprendere qualcosa in piu’ di me stessa.

Quando le scrivo, infatti, arrivo ad illuminare spazi che sono tuttora oscuri dentro di me, in quella stanza assai disordinata che e’ la mia mente. Tuttavia, anche se le considero cose di poco conto, che devono servire principalmente a soddisfare un unico bisogno, il mio, non dimentico mai che chi sta dall’altra parte e’ comunque in grado di valutarle e giudicarle.

Devo dire, per correttezza, che per le mie fiabe prendo a prestito molto da quello che ho letto nel passato, dai classici della letteratura in generale, ma, soprattutto, prendo a prestito da quello che mi e’ stato raccontato: dalle storie che ascoltavo da bambina, quelle che mi rendevano felice allora, cosi’ come oggi, ancora, mi fanno provare quel dolce senso di malinconia legata al ricordo dell’infanzia.

Il ricordo: e’ questo il punto. Ecco, perche’ credo che il racconto di una fiaba non sia semplicemente un atto il cui effetto si esaurisce nel momento in cui se ne certifica la fine, ma sia un modo per regalare un po’ di felicita’, e dar vita a un ricordo.

Ma che cos’e’ che rende una fiaba degna di essere ricordata? A questa domanda non e’ facile rispondere perche’ tutte quante le fiabe seguono strani percorsi, tortuosi, imprevedibili. Ad alcuni la stessa identica cosa puo' piacere e insegnare molto, ad altri rischia di provocare solo noia, o fastidio. Per quanto riguarda cio’ che scrivo, pero’, alla base di tutto ho messo il rispetto; ho stabilito fin da subito di avere rispetto per l’intelligenza di chi fosse capitato a leggermi. Dopodiche’ da dove partire per catturare l’attenzione di chi mi legge?

La prima cosa credo che sia una conoscenza mirata del pubblico che mi segue da anni qui, nel blog, e da qualche tempo anche in Facebook. E’ fondamentale, secondo me, tener conto di quali siano gli interessi e bisogni profondi dei lettori, riuscendo a stabilire con loro un rapporto di confidenza, complicita’, riuscendo a far breccia nel loro cuore oltre che nella loro mente. Ma non solo: e’ anche fondamentale che io conosca i valori e le passioni che animano la societa’ in cui sia io che loro viviamo, cosi’ da traslare il tutto nei protagonisti delle mie storie, creandone dei miti, personificazioni dei desideri, e probabili identificazioni.

Non e’ una cosa semplice. Ogni volta cerco di farlo e so bene di riuscirci solo in parte. Ciononostante, affronto tutto come un esercizio mentale, e sono felice quando, dopo ogni tentativo, il risultato mi appare migliore del precedente. Anche se mi rendo conto che devo ancora sfrondare molto di questa pianta affinche’ il suo aspetto sia quanto meno gradevole ai miei occhi.

Un altro elemento che mi sta a cuore riguarda l’originalita’ della trama e dei personaggi. Cio’ che non sopporto sono gli stereotipi e i luoghi comuni, che vanno assolutamente evitati. Chi e’ abile a scrivere ci riesce; chi e’ mediocre, come me, ha una qualche difficolta’. In particolare credo che abbia grande importanza la scelta dei protagonisti. Questa scelta dovrebbe essere fatta con cura perche’, come ho appena detto, uno dei traguardi da raggiungere e’ permettere a chi legge di identificarsi con loro.

Malgrado cio’, nella creazione dei personaggi, per conferire loro quella che definisco “vita”, non e’ necessario descriverli esattamente nell’aspetto esteriore. Bastano pochi tratti peculiari, cosi’ da lasciar spazio all’immaginazione. Una delle cose piu’ affascinanti di quando si legge un libro, rispetto a quando si guarda un film, e’ proprio immaginarsi i personaggi in modo completamente diverso da come se l’immagina chiunque altro. Mentre cio’ che invece conta sono gli aspetti psicologici, etici e comportamentali, in quanto proprio basandosi su questi viene giocato l’effetto identificazione.

Tuttavia, per non rischiare di non si rispettare l’intelligenza di chi legge, che ricordo e’ il fondamento principale su cui baso tutto, devono essere personaggi che rifiutino ogni retorica o moralismo da quattro soldi. In sostanza, piu‘ simili ad amici che ci accompagnano in un viaggio, e ci allargano gli orizzonti, mostrandoci nuove possibilita’; persone come noi che non si ergono a giudici di cio’ che e’ giusto o sbagliato, ma che devono essere invece giudicate, messe in discussione, cosicche’ dalle loro “imperfezioni”, e da come noi ci rispecchiamo in esse, riusciamo a cogliere le nostre contraddizioni.

Una cosa che invece non mi e’ mai mancata, e che gioca un ruolo essenziale in ogni storia, e’ la fantasia. Questa puo’ essere espressa anche nell’uso del linguaggio che a tratti puo’ divenire evocativo e ridondante; dipende ovviamente dal nostro background culturale, e dai modelli a cui ci ispiriamo. Ammetto di avere una predisposizione alla prolissita’, ma cerco - non so bene con quale esito - di controbilanciarla rendendo il linguaggio non troppo complesso. La complessita’, infatti, ammazza tutto; le persone mal volentieri ammettono di non riuscire a capire cio’ che stanno leggendo. Quindi, se voglio che il mio messaggio “passi” e che venga metabolizzato, cosi’ da lasciare un piccolo segno – quel “dar vita a un ricordo” -, il linguaggio deve essere semplice, chiaro, senza sbavature o inutili giri di parole. E in questo, lo so, devo ancora lavorarci un bel po’.

Per concludere, e per riassumere, direi che nello scrivere le mie storielle di poco conto, le mie piccole fiabe, sarei soddisfatta se riuscissi a:
  • mettere in evidenza gli interessi, i bisogni e i problemi vissuti di chi legge, stimolando la sua attenzione, l’attesa e la curiosita’;
  • narrare in modo quanto piu’ possibile dinamico, evitando i luoghi comuni, le frasi fatte, gli stereotipi narrativi e linguistici;
  • insistere sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi, trascurando quasi completamente le descrizioni estetiche, lasciando cosi’ ampi spazi alla fantasia e agli interventi creativi di chi legge;
  • evitare lunghe descrizioni che non siano funzionali allo scopo della storia, cercando unicamente di trasmettere una carica emozionale che ne rafforzi l’incisivita’ nel “dar vita al ricordo”;
  • inserire un elemento sorpresa, qualche battuta o gioco di parole, cosi’ da potermi divertire e, allo stesso tempo, condividere qualcosa in piu' con chi legge, che puo’ cosi’ intuire quale sia il mio senso dell’umorismo e cosa significhi per me “scherzare”.
Ma adesso so che se raggiungessi questi obiettivi, tutti in una volta, allora vorrebbe dire che non avrei scritto una cosa di poco conto, ma un capolavoro, e sarei diventata percio' una vera scrittrice.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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