sabato 27 luglio 2013

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Il matrimonio

«Dunque, il matrimonio e’ un’invenzione del Principe il quale si e’ accorto che gli schiavi morivano, e allora ha detto: “Come faccio qua? Devo ogni volta fare una guerra per avere nuovi schiavi? Allora, li chiamero’ servi e gli daro’ il diritto di avere una donna - una e non piu’ di una -, che lui chiamera’ moglie, e con questa moglie lui dovra’ riprodurmi gli schiavi”.

Questo ha detto da secoli il Principe - e lo sta dicendo ancora -, ma naturalmente lui no. Lui, il Principe, aveva un territorio d’amore; aveva anche la donna con la quale fare i figli; aveva anche la favorita; aveva anche l’amante… aveva addirittura, in certi periodi, la possibilita’ di andare a letto con tutte le donne dei suoi schiavi.

Poi, naturalmente, il servo si e’ ribellato, ad un certo punto. E allora lui ha detto: “Va bene. Ti chiamero’ cittadino e avrai diritto anche ad andare, nella vergogna, con altre donne, e dovrai pure pagarle. Puoi andare anche con le puttane, come cittadino”. E poi pian piano, con la coscienza storica, ha detto: “Va bene, dai, ti chiamero’ elettore; anzi, pensa che sei tu che determini il mio destino. Sei tu, carino! Puoi andare anche con altre donne, pero’ una per volta. Abbandoni la prima moglie, e ti sposi un’altra”. E li’ e’ nato il divorzio. E’ questo il percorso del matrimonio. Il matrimonio e’ semplicemente un risparmio di carabinieri.

[…] Qual e’ il problema strutturale? Non e’ neanche proprio negli elementi del matrimonio, ma nella convivenza. Quando sei in una gabbia con un altro animale che forse neppure sopporti, ti nascono una serie di dinamiche mentali “della disperazione”, nel senso che pian piano tutte le tue azioni si devono modificare. Mettiamo che hai sete, ma c’e li’ l’altra persona ed opportuno discutere, e magari hai voglia di bere latte. E l’altro dice: “Ma come fai a bere latte?” Oppure: “Perche’ bevi?” E allora tu devi porti il problema, e cosi’ via.

Si crea una giungla di dipendenze che pian piano fanno si’ che lui, il marito, impara a mentire; e lei, la moglie, impara a sopportare.»

- Silvano Agosti -

martedì 23 luglio 2013

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Facebook e l’isola che non c’e’

Scrivere un post che ha per argomento Facebook, tentando di dire quello che ancora non sia gia’ stato detto, e’ quasi impossibile. Pero' confesso di essermi avvicinata molto tardi a questo social network, e ancora mi sto divertendo ad esplorarlo.

Facebook e’ qualcosa di completamente diverso dai blog ai quali ero abituata. Nei blog la comunicazione avviene in modo unidirezionale e tutto avviene secondo un ordine stabilito da chi del blog ne e’ autore o autrice. In Facebook, invece, e’ tutto molto piu’ complesso; i post e i commenti sono spesso mescolati fra loro e quasi sempre, nei discorsi si inseriscono persone che a loro volta inseriscono altri temi, tanto che, alla fine, del post originale se ne smarrisce il senso e tutto appare piu’ simile ad una chiacchierata informale.

In sostanza, dunque, mentre un blog tende ad essere ordinato nella sua struttura piramidale, al cui vertice sta l’autore o l’autrice, Facebook tende ad essere un ambiente orizzontale ma destrutturato, disordinato, a tratti caotico; forse piu’ adatto a questa diffusa repulsione verso le regole che sempre piu’ si avverte nella societa’ odierna.

A lungo andare il meccanismo, proprio per il suo intrinseco “anarchismo”, puo’ avere un certo fascino al punto da restarne stregati/e, fino a perderci intere giornate chattando di questo o di quello senza che, poi, dato il numero abnorme delle notizie e la moltitudine di persone con le quali si entra in contatto, alla fine non abbiamo ben chiaro di cosa esattamente abbiamo discusso.

La forma di comunicazione virtuale, per quanto abbia prodotto numerosi vantaggi (si risparmia tempo, e’ veloce, e lo scambio di informazioni avviene alla velocita’ di un “click”), ha pero’ tolto “spessore” alle discussioni, per cui tutto viene trattato in modo meno approfondito, ed anche con un po’ di diffidenza, in quanto e’ difficile stabilire chi ci sia esattamente dall’altra parte dello schermo. Soprattutto, nelle relazioni, si sente la mancanza di quel tipo di comunicazione definita “gestuale” (movimenti del corpo, espressione del viso, sguardo, eccetera); manca quindi la percezione della reale sincerita’ e preparazione di chi interagisce con noi.

E’ vero che, mentre chattiamo, si possono inserire tra le parole le faccine, quelli che chiamiamo emoticon, con le quali tentiamo di comunicare il nostro stato d’animo. Tuttavia questi piccoli espedienti non rappresentano minimamente la nostra vera espressione, postura o mimica facciale. Uno dei paradossi, in questa societa’ in cui il corpo e la fisicita’ sono importanti al punto che, per sentirsi adeguati, vorremmo essere sempre giovani, in forma, e in perfetta linea, e’ che e’ proprio il corpo il grande assente. In Facebook soprattutto, dove per molte ore della giornata le persone idealizzano lo stile di vita, il comportamento e il rapporto d’amicizia stesso, e dove ognuno cerca di dare il meglio di se’: simpatia, umorismo, citazioni colte, ma anche fotografie in cui mette in evidenza quelli che pensa siano i lati migliori da mostrare. Cosi’ tutti risultano belli, colti, affascinanti; anche coloro che non lo sono.

Facebook, e’ inutile dirlo, non rappresenta la realta’, ma un surrogato edulcorato di cio’ che vorremmo la realta’ fosse; non dobbiamo mai dimenticarlo. Lo si capisce subito gia’ nel momento in cui si usa il termine “amico” con leggerezza, a sproposito, in modo troppo semplice, affrettato, e la familiarita’ che spicca con persone mai viste e conosciute prima (se non in qualche foto che potrebbe anche essere rubata dal web), e’ ostentata in modo fin troppo esagerato. Forse il vizio che sta alla base di questo agire in modo “superficiale” e’ un’esasperante ricerca di colmare un vuoto interiore, o forse e’ solo l’esigenza di emergere da una mediocre solitudine.

Nella vita reale mai relazioneremmo come ci troviamo a fare in Facebook. Mai ci inseriremmo di prepotenza, senza chiedere il permesso, in un discorso fra due persone che non conosciamo. Mai commenteremmo lo stato d’animo dell’amico di un amico di un nostro sedicente amico che probabilmente non abbiamo mai guardato in faccia una sola volta. Mai ci prenderemmo tanta confidenza e tanta liberta’ verbale. Invece in Facebook tutto sembra consentito; anche la frase piu’ impudente puo’ essere scritta senza vergogna, e senza tener conto che, magari, dall’altra parte, accanto a chi la legge, potrebbe esserci chiunque a sbirciare cio’ che gli/le raccontiamo. Ma soprattutto Facebook non e’ vita reale perche’, come abbiamo detto, manca il “contatto”, il tono della voce, l’espressione, gli odori. E cosi’, tramite artifici autoreferenziali, diventa facile mostrarsi gradevoli, tanto che, alla fine, non si incontrano mai persone “comuni” come normalmente incontriamo ogni giorno per strada, con i loro difetti e le loro limitazioni umane, ma tutti, in questa ricerca esasperata di dare il meglio di se’, diventano filosofi, economisti, letterati, ed appaiono sempre buoni, comprensivi, equilibrati.

Avete mai visto qualcuno che inizia la giornata scrivendo sulla sua bacheca “Oggi vi odio!” oppure “Sono brutta, tirchia, cattiva, isterica e invidiosa”? Se ci fate caso nessuno vuol apparire negativo o se lo fa, e’ solo un trucco per attirare l’attenzione, per uscire dalla mediocrita’ e mostrarsi cosi’ piu’ “appetibile”.

In ogni caso e’ per tutti una recitazione. C’e’ chi lo fa sottilmente, chi lo fa in modo piu’ eclatante, ma la percezione di se’ in Facebook cambia; cio’ che conta non e’ quello che siamo, ma come vorremmo apparire. Il rischio, a lungo andare, e’ di avere sintomi di onnipotenza, a seguito dell’alternarsi tra un mondo concreto da cui si vorrebbe sfuggire e uno virtuale idealizzato nel quale vorremmo vivere, e tutto cio’ puo’ portare a conflittualita’ psicopatologiche o a crisi di insoddisfazione molto serie.

Ma per quale motivo tanta gente si iscrive a Facebook? Si puo’ dire che sia moda, ma la ragione vera e’, come gia’ anticipato, un diffuso senso di solitudine. Avere qualche centinaio di ”amici”, infatti, da’ l’illusione di non essere soli. Gli “amici” ci cercano, ci salutano, ci fanno sentire importanti, quindi ci fanno capire che esistiamo e che abbiamo un “valore”. Ma al tempo stesso ci controllano e anche noi possiamo controllare loro. Oltre alla voglia di apparire, esiste in Facebook anche una perversa voglia di indagare sull’altro. Tuttavia, un altro paradosso che emerge e’ che nonostante tutti facciano il massimo per mostrarsi, in realta’ nessuno li guarda perche’ ciascun e’ troppo impegnato/a a guardare se stesso/a.

Facebook ha dunque tante facce: puo’ essere strumento per spiare, controllare, giocare, ridere, informarsi e/o come abbiamo detto, crearsi un’immagine: un Grande Fratello in salsa casalinga che ci da’ visibilita’ e quindi appaga il nostro narcisismo, il bisogno che abbiamo di mostrarci, di essere apprezzati, e per alcuni di diventare persino famosi.

Prima di iscrivermi a Facebook ricordo che ne parlai con una persona, alla quale sembrava non mancasse nulla (di bella presenza, brillante, e con un’ottima posizione lavorativa), che mi confesso’ quanto trovasse confortante, la sera prima di andare a dormire, vedere quella spia rossa accendersi! Solo piu’ tardi ho compreso che si riferiva all’icona che si accende per notificarci che ci sono messaggi da leggere, e ci avverte percio’ quando qualcuno commenta un pensiero, una foto, o un link che abbiamo pubblicato. Credo che non vedere quella icona rossa accendersi possa essere per alcuni assai frustrante. Me ne sono accorta io stessa, in quanto vederla sempre spenta significherebbe che cio’ che comunichiamo non interessa a nessuno, aumentando ancor di piu’ il nostro senso di solitudine. Se leggiamo i commenti, poi, ci rendiamo conto come spesso non dicano niente di particolare, ma comunque li apprezziamo in quanto vanno a rafforzare il nostro ego.

Che cosa e’ dunque Facebook? Una moda? Una vetrina? Un divertimento? Un ambiente dove incontrare persone che ci fanno fare un sorriso? La piu’ grande agora’ virtuale di un mondo che possiamo modificare a nostro piacimento? Cio' che posso dirvi e' che per me e’ come l’isola che non c’e’. No so esattamente dove si trovi, pero’ so che ad abitarla sono milioni di Peter Pan, eterni “ragazzi” e “ragazze” di ogni eta’ che non vogliono mai invecchiare. Ed e' divertente osservare come il mondo continui a girare lo stesso, nonostante se ne stiano tutti li’, immobili, davanti ad uno schermo a discutere del nulla.

mercoledì 17 luglio 2013

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Smettila di annusarmi i capelli!

Mi chiedo perche’ mai, invece di dedicarmi a letture piu’ edificanti, a volte mi faccia trascinare in perdite di tempo per leggere delle stronzate tali che, dopo averle lette, inevitabilmente rimpiango di essermi fatta coinvolgere ed aver ceduto quel giorno a quell’amico o a quell’amica che me le aveva consigliate, piuttosto di andare, invece, a farmi una bella nuotata in piscina o ancor meglio, a farmi rimorchiare in qualche pub.

E’ cosi’ e’ accaduto che un amico mi ha chiesto di leggere un libro (“Der perfekte Eroberer”, di Maximilian Pütz & Arne Hoffmann) e dargli il mio parere onesto e spassionato.

In sostanza si tratta di un "manuale di istruzioni" per gli uomini su come conquistare le donne e portarsele a letto. La traduzione del titolo in italiano e’ infatti “Il conquistatore perfetto”. L’amico mi ha chiesto: "Pensi che i suggerimenti dell'autore possano effettivamente funzionare?"

E cosi’ mi sono dedicata alla lettura delle verita’ rivelate in quel libro, e dopo aver sprecato un intero fine settimana a leggere questa “guida turistica” per uomini insicuri ed immaturi, ancora non posso credere alla quantita’ di pretenziosita’ e di cazzate con le quali mi sono dovuta confrontare. Tattiche per gli uomini che vogliono diventare maschi alfa e consigli per essere artisti nel campo della conquista di una donna? Ma per cortesia! Come se tutti gli uomini fossero dei "potenziali" Casanova ai quali mancasse solo l’input di un trucchetto banale o due per diventare dei “perfetti conquistatori”! O Peggio ancora: come se tutte le donne fossero tutte uguali e si concedessero per le stesse identiche stronzate.

Voglio dire, si’, forse un manuale del genere potrebbe anche funzionare per un certo tipo di donna, ma qual e’ il tipo di donna di cui stiamo parlando? La donna che si innamora sentendo discorsi come "Se non fossi gay, verresti a letto con me?" O la donna che si arrende ad una strategia come "Annusale i capelli" oppure "Puniscila: ignorala e inizia a parlare con un’altra, lasciando a lei il compito di ottenere la tua attenzione"? Ma dai?!

Qual e’ il Q.I. femminile al quale gli uomini che leggono certi libri puntano? So perfettamente che quasi sempre l'obiettivo non e’ quello di impegnarsi in discorsi filosofici, ma di trovare qualcuno con cui fare del sano, spartano e vigoroso sesso, pero’ voglio dire: e’ davvero divertente una battuta di caccia quando la preda e’ cosi’ ingenua, credulona, per non dire stupida? Dove sta il piacere della seduzione e della scoperta? Per non parlare di come sia offensivo considerare la donna come un robot che funziona solo premendo i tasti giusti.

Christine de Pizan, una poetessa rinascimentale, assai trasgressiva nel modo di pensare rispetto ai tempi in cui e’ vissuta, alla quale moltissime donne dovrebbero invece ispirarsi (e qualche uomo imparare), nel suo “la citta’ delle Dame” ebbe a scrivere: "Non c’e’ bisogno di andare in guerra per un castello che e’ gia’ stato catturato."

Percio’, se per caso vi basate su certi libri per imparare a vivere e pensate che sia cosi’ facile essere perfetti conquistatori o perfette conquistatrici (dato che di manuali simili e speculari ne esistono anche per donne) lasciate perdere. Fidatevi. Rischiate non solo di non capirci piu’ niente e andare via di senno, ma, soprattutto, cosa piu’ importante, rischiate di non rimorchiare mai e diventare cosi’ degli eterni discepoli di Onan.

E poi, non vorrei dovermi trovare un giorno a dire a chi mi sta di fronte: “…E smettila di annusarmi i capelli! Non sono mica un tartufo!”

domenica 14 luglio 2013

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L’Esempio

Che tipo di storie o fiabe raccontate o avete raccontato alle vostre figlie femmine, o alle vostre nipotine? Oppure, se non avete ne’ figlie ne’ nipoti, quali raccontereste loro qualora ne aveste? E quali storie vi sono state raccontate quando eravate piccole da vostra madre, da vostra nonna, o dalle vostre zie? Quali “valori” vi sono rimasti dentro e quale Esempio di "potere" e di "gerarchia fra i generi"?

Che Esempio di donne sono state le vostre madri, le vostre nonne, le vostre zie e quale Esempio di “potere” e di “gerarchia fra i generi” vi mostravano? Erano donne Eva? Erano donne Lilith? E voi che Esempio siete, siete state o sareste come madri e/o come donne? Sentite di essere piu’ Eva o piu’ Lilith?

La prima cosa che ciascuna di noi dovrebbe fare e’ quella di andare alla ricerca delle proprie radici, degli Esempi che ha ricevuto da bambina, dei valori che le sono stati tramandati, poiche’ e’ solo cosi’, riconnettendoci con cio’ che eravamo, che saremo in grado di trovare le tessere del puzzle che ci aiuteranno a comprendere meglio cio’ che siamo oggi, e per migliorarci per quello che saremo domani.

giovedì 11 luglio 2013

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Bloccata!

Ebbene si'. E' accaduto anche a me. Oggi non posso pubblicare niente in Facebook, ne' sulla mia bacheca, ne' come commento ai post altrui. Ci sono amiche che mi avevano avvertito che cio’ poteva succedere e di solito accade quando incontri qualcuno che ti odia e che non si accontenta di ignorarti e di farsi ignorare, ma vorrebbe vederti sparire fisicamente dal Web.

Nel mio caso e accaduto che, partecipando alle discussioni in un gruppo di "liberali", uno stronzo “molto liberale” ad un certo punto mi ha accusata di avere piu' alias. Non so per chi mi abbia scambiata o se in effetti ce l'aveva proprio con me. Fatto sta che, poiche' non e’ vero, e l’unico account che ho e’ quello con cui mi collego, e dunque non ne possiedo altri, gli ho risposto che stava sbagliando. Lo stronzo pero’, non contento, mi ha segnalata e Facebook, che normalmente non prende in considerazione neppure le segnalazioni di post in cui la gente inneggia allo sterminio degli zingari, mi ha bloccata asserendo che un mio post aveva violato le regole.

Questo accade a frequentare i gruppi in cui la cacca galleggia. Mi ero ripromessa di non caderci piu’ e di usare Facebook solo con gli amici piu’ fidati, ma sapete com’e’… passa il tempo e ci si lascia di nuovo coinvolgere, restando inevitabilmente fregate. Questa esperienza mi fa capire ancora una volta che piu' ce ne stiamo per conto nostro, rinchiuse nel nostro guscio, senza dare confidenza a nessuno, e meglio e'.

sabato 6 luglio 2013

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L’orientamento sessuale

Che significa essere etero, omo, o bisessuale? Per quanto mi riguarda non credo di aver mai mostrato imbarazzo a parlare del mio orientamento sessuale, anche perche’ non c’e’ assolutamente niente di cui imbarazzarsi, e chi ha letto con attenzione cio’ che ho scritto finora, ha sicuramente capito qual e’. Tuttavia, parlarne, potrebbe servire a far capire a chi ancora non riesce ad accettare il fatto che esistano pulsioni e comportamenti diversi dai propri, che la Natura e’ assai piu’ complessa e variegata di quanto si sia portati a credere.
Perche’ ciascuno non solo ha diritto di esprimere la propria sessualita’ secondo quelli che sono i suoi piu’ intimi desideri, ma ha anche il diritto ad essere considerato dalla Legge e dalla societa’, esattamente uguale a chi, magari, per convinzioni personali, religiose o morali, agisce e pensa totalmente all’opposto.

Lo scopo di questo mio scrivere non e’ quindi soddisfare le curiosita’ che nascono allorquando ci si addentra in determinati argomenti, che’ per alcuni potrebbero anche essere attraenti piu’ per l’aspetto morboso che per altro, ma stimolare un sano interesse che porti ad indagare, conoscere, approfondire, magari non fidandosi del tutto di quanto andro’ ad affermare, e cercando conferme consultando anche altro materiale. Ma che anche, soprattutto, porti a fare domande a se stessi e a chi ci sta intorno, per ottenere risposte che non sempre si e’ in grado di ricevere.

Molti pensano che la Natura (oppure Dio per chi e’ credente) abbia creato l’uomo e la donna cosicche’ i due generi, oltre ad essere complementari, rispecchino caratteristiche fisiche, psicologiche e comportamentali (quindi sessuali e affettive) completamente differenti, per cui chi non corrisponde a determinati (chiamiamoli) “modelli”, e’ di per se' “anomalo”, “difettoso”, “diverso”, se non addirittura “abominevole”, “perverso”, “malato”. E’ cosi’ che dopo secoli, ancora oggi, vengono spesso considerati coloro che non si identificano pienamente nei canoni di maschile e femminile stabiliti dalle regole imposte da chi ha deciso di avere il potere di imporre le regole.

Ma se intendiamo l’identita’ sessuale come l’insieme di valori, credenze, esperienze, capacita’, pensieri, emozioni, abilita’, potenzialita’, storia, biologia, genetica, che rende ogni individuo unico, si puo’ capire come, le teorie massimaliste che vedono in chi non ha una “sessualita'” omologata un “errore di Natura”, contengano al loro interno un errore fondamentale, anzi piu’ di uno, e il principale errore e’ quello di credere che ogni persona, ogni uomo, ogni donna, abbia un unico sesso: maschile o femminile.

Invece, le cose sono un po’ piu’ complesse. La sessualita’ di un individuo non e’ caratterizzata solo da un fattore fisiologico legato agli organi sessuali, ma anche da altri fattori. In realta’ esistono cinque differenti elementi che caratterizzano la sessualita’:
  • il sesso cromosomico;
  • il sesso biologico;
  • l’identita’ di genere;
  • il ruolo di genere;
  • l’orientamento sessuale.
Come si puo’ facilmente capire, se si tengono in considerazione questi cinque elementi, le combinazioni che possono essere ottenute sono molte piu’ del semplice concetto binario: maschio/femmina.

Partiamo dal sesso cromosomico. E’ quello che viene determinato al momento del concepimento e che stabilisce la coppia di cromosomi sessuali che potranno essere solo di due tipi: XX per le femmine e XY per i maschi. Cio’ fa parte del corredo cromosomico ed e’ come un timbro che ci viene applicato nel DNA quando veniamo concepiti. Non si puo’ cambiare e restera’ lo stesso per tutta la vita (a meno di nuove scoperte nel campo della ricerca genetica che adesso non saprei neppure ipotizzare).

C’e’ poi il sesso biologico, che e’ strettamente collegato a quello cromosomico. I cromosomi sessuali spingono infatti l’individuo a sviluppare caratteristiche che siano attinenti. Per cui chi possiede un patrimonio genetico XX sviluppera’ generalmente un sesso biologico femminile, cosi’ come chi ha un patrimonio genetico XY, generalmente sviluppera’ un sesso biologico maschile. Molti a questo punto penseranno: “Embe’? Cosa c’e’ di cosi’ strano? E’ risaputo che funziona in questo modo!”. E invece non funziona SEMPRE cosi’. Capita a volte che il sesso genetico e quello biologico non collimino. Si tratta ovviamente di casi rari, ma nella scienza, se solo in un caso qualcosa non e’ vero, allora non si puo’ affermare che quel qualcosa sia vero. Per tale motivo ci possono essere appartenenti al sesso cromosomico XY che sviluppano caratteristiche non attinenti al sesso maschile (fianchi rotondi, seno sviluppato, assenza di pene e testicoli) che invece dovrebbero appartenere al sesso cromosomico XX. Si chiama pseudoermafroditismo. Oppure possono esistere individui che sviluppano caratteristiche che appartengono a entrambi i sessi, ad esempio la presenza contemporanea sia di testicoli che di ovaie e altri caratteri sessuali primari sia maschili che femminili; e’ l’ermafroditismo. A questa “zona grigia” viene dato il nome di intersessualita’.

L’identita’ di genere, invece, e’ la convinzione individuale legata al senso di appartenenza. Cioe’ quando, banalmente, ci definiamo maschi o femmine. Questo tratto si stabilisce in modo permanente in un’eta’ compresa tra 0 e 3 anni, ed e’ influenzata oltre che dalla predisposizione biologica, anche da fattori esterni, come l’apprendimento sociale. Vale a dire: come gli altri, coi loro comportamenti, ci fanno sentire. Ci sarebbe da pensare che anche questa affermazione sia banale e scontata e che, ovviamente, chi e’ dal punto di vista cromosomico, quindi biologicamente, femmina (o maschio), a meno che non abbia caratteri intersessuali, sia trattato di conseguenza come una femmina (o un maschio). Ma non e’ SEMPRE cosi’. Talvolta avviene anche il contrario e quando cio’ avviene puo’ dare origine a disforie di genere che poi, in eta’ adulta, vengono generalmente espresse col transessualismo.

Mano a mano che da embrione l’essere umano si tramuta in individuo, il condizionamento sociale assume sempre piu’ una maggiore importanza rispetto a quel “timbro iniziale” genetico dato dai cromosomi, e qui entra in gioco il ruolo di genere, che e’ l’insieme delle caratteristiche, sociali e culturali, che stabiliscono cosa i maschi e le femmine devono fare; o meglio cio’ che la societa’ si attende che costoro facciano in relazione al sesso di appartenenza. Questo ruolo puo’ variare da cultura a cultura, oppure da epoca ad epoca, ma e’ cio’ che influisce maggiormente sul pregiudizio. Per fare un esempio, se un uomo gesticola in un certo modo oppure ha un tono di voce troppo acuto, viene spesso etichettato come gay anche se, poi, omosessuale non e’. D’altro canto la donna che si veste con abiti troppo mascolini, si taglia i capelli corti e non si atteggia come le femmine dovrebbero atteggiarsi, viene spesso scambiata per lesbica anche quando la sua sessualita' e’ esclusivamente etero diretta. Insomma, cosi’ come con il sesso cromosomico (XX o XY) la Natura ci etichetta alla nascita, con il ruolo di genere la societa’ ci etichetta durante la vita.

Ed infine c’e’ l’orientamento sessuale, che poi e’ cio’ che davvero conta nella nostra identita’ di individui adulti, e che e’ la vera sostanza di tutto il discorso che gira intorno alla sessualita’. Per renderlo totalmente inattaccabile dai pregiudizi, lo si deve innanzitutto individuare, comprendere, metabolizzare, per riconoscerlo definitivamente come qualcosa di inscindibile da noi. Perche’, in effetti, l’ultimo passo di tutto il percorso che c’e’ da superare per arrivare al pieno riconoscimento di cio’ che siamo, e’ proprio quello che dobbiamo fare nei confronti di noi stessi. L’orientamento sessuale corrisponde pertanto all’attrazione, nelle sue accezioni piu’ mature ed adulte: erotica ed affettiva. Cio’ stabilisce se proviamo attrazione per persone dell’altro o del nostro stesso sesso, o per entrambi; e’ qui che entrano in gioco le parole eterosessualita’, omosessualita’, e bisessualita’. Per semplificare, possiamo paragonarlo all’ago di una bussola che indica sia un polo, ma anche il suo opposto; dentro di noi, per quanto possiamo rimuovere o mentire, sappiamo in quale direzione i desideri ci stanno spingendo.

Una piccola divagazione sulla bisessualita’, che spesso non viene adeguatamente presa in considerazione, oppure valutata come una condizione transitoria in attesa di stabilizzarsi verso l’una o l’altra direzione (etero o omo). Pero’ non e’ cosi’; almeno non lo e’ se prendo per buone le mie esperienze. La bisessualita’ rappresenta una delle naturali predisposizioni dell’orientamento sessuale (in una bussola non esistono solo il nord e il sud, ma anche l’est, l’ovest, il nord-ovest, il sud-sud-est, e via dicendo), ed esattamente come in una bussola la direzione puo’ essere piu’ o meno orientata verso un polo o verso l’altro.

L’orientamento sessuale puo’ rimanere stabile per tutta la vita, ma non e’ detto che cio’ avvenga. Se accade le cause possono essere molteplici: in seguito a esperienze estremamente piacevoli oppure traumatiche, delusioni profonde, mutamento della personalita’, oppure un’apertura mentale verso spazi piu’ ampi di conoscenza e autocoscienza. Tuttavia, anche se la sua intensita’ potra’ cambiare, la direzione, restera’ inevitabilmente sempre la stessa e, soprattutto non potra’ essere mai modificata “a comando”, ma solo e sempre in modo spontaneo. Una cosa importantissima che pare ancora non sia stata assimilata abbastanza neppure da emeriti studiosi, e’ che mai, mai, mai (ripeto: mai), l’orientamento sessuale potra’ essere modificato tramite terapie di qualsiasi tipo (ormonali o psicoterapie), in quanto non si puo’ scegliere che orientamento avere; esso fa parte del nostro essere, e’ compenetrato in noi, esattamente come ogni altra caratteristica che ci riguarda: il colore degli occhi, dei capelli, la forma delle gambe, l’altezza. Si puo’ solo scegliere se contrastarlo, oppure abbandonarsi e farsi trasportare dalla corrente. Quindi se viverlo alla luce del sole (e qui mi riferisco all’orientamento omosessuale e bisessuale che vengono normalmente stigmatizzati e non accettati pienamente dalla societa’), oppure nascondendosi fingendo di essere un’altra persona.

Le componenti dell’orientamento sessuale sono diverse, ma principalmente cio’ puo’ essere schematizzato in una linea che ha ai due estremi l’omosessualita’ esclusiva e l’eterosessualita’ esclusiva:

Omosessualita’ <--------------------------------> Eterosessualita’

Di questa linea infinita ogni persona occupa un punto qualsiasi a seconda di cio’ che esattamente prova in relazione:
  • al comportamento sessuale (con chi ha rapporti sessuali);
  • all’attrazione sessuale (chi desidera);
  • alle fantasie sessuali (con chi immagina di fare…);
  • alla preferenza affettiva (di chi si innamora);
  • all’auto definizione (come si definisce, gay, eterosessuale, lesbica, bisessuale, transessuale).

A questi elementi potremmo aggiungere anche: la preferenza sociale (con chi socializza maggiormente) e lo stile di vita (quali comunita’ frequenta), ma sono dal mio punto di vista del tutto ininfluenti.

Non ci capite piu’ nulla, vero? E’ normale. Mi sto accorgendo anch’io di essere entrata in un discorso complicato. Del resto la questione E’ complicata e non puo’ essere liquidata semplicemente con “Tizio e’ gay”, “Sempronio e’ un vero maschio”, oppure “Genoveffa e’ una gran femmina ma ogni tanto le piacciono anche le donne”. Perche’, in ogni caso, quando si parla di orientamento sessuale, e’ necessario che siano presenti i due elementi fondamentali: l’attrazione fisica-erotica, e l’attrazione affettiva-sentimentale. La prima determina verso chi si prova desiderio sessuale, la seconda stabilisce di chi ci si innamora. Torniamo percio’ al nostro discorso, adesso ancor piu’ complicato perche’, a questo punto, una sola linea (Omosessualita’/Eterosessualita’) non basta piu’, e per capire il vero orientamento sessuale di una persona dobbiamo individuare il punto che occupa in queste ulteriori linee:

Attrazione erotica verso femmine <---> Attrazione erotica verso maschi
Fantasie sessuali verso femmine <---> Fantasie sessuali verso maschi
Innamoramento verso femmine <---> Innamoramento verso maschi
   Comportamento maschile <---> Comportamento femminile

Sono certa che se, sinceramente, chiunque provasse ad indicare la sua posizione con un segno su ogni linea, solo pochi troverebbero tutti i segni allineati in una perfetta verticale. Esiste percio’ una differenza fondamentale tra identita’ di genere e orientamento sessuale, che possono tranquillamente combaciare, ma non sempre e non per tutti e' cosi’. Perche’ una cosa e’ il genere al quale si sente di appartenere (e i sessi sono solo due), altra cosa e’ invece per chi si prova attrazione sessuale, di chi ci si innamora, su chi si hanno fantasie erotiche, eccetera. Ci sono percio’ tantissime possibilita’ e combinazioni con le quali si devono fare i conti, al di la’ dell’ipocrisia e del processo di negazione che spinge la quasi totalita’ delle persone ad ostentare comportamenti che evidenzino una completa femminilita’ o mascolinita’. Tuttavia, di una cosa, chi avesse fatto il test consigliato sopra, deve stare tranquillo/a: non si e’ omosessuali (in senso esclusivo) se manca anche una sola delle due componenti attrattive (fisica o sentimentale). Vale a dire che non si e’ omosessuali (in senso esclusivo) se:
  • si fa sesso con persone del nostro stesso sesso solo per divertimento o curiosita’;
  • si e’ attratti solo dalla “testa” di una persona del nostro stesso sesso, ma proviamo repulsione se immaginiamo di entrarci in intimita’ fisica (mancanza di attrazione fisica);
  • si e’ attratti solo sessualmente da una persona del nostro stesso sesso, ma non da tutto il resto che quella persona e’ (mancanza di attrazione sentimentale).

In tal caso, anche se non si appartiene alla categoria esclusiva dell’omosessualita’, e’ molto probabile (anzi a mio parere certo) che si appartenga a quella della bisessualita’. Nella bisessualita’ molti credono che l’interesse verso appartenenti al proprio sesso, oppure al sesso opposto, sia equamente ripartito, ma non e’ esattamente cosi’. E’ raro che questo interesse che possiamo provare per l’uno o l’altro sesso sia proprio al 50%. Capita spesso, invece, che si provi attrazione fisica per entrambi, ma ci si innamori solo di uno. Oppure, anche se accade piu’ raramente, che ci si innamori di entrambi, ma si voglia far sesso solo con uno.

Ci sono persone che usano la bisessualita’ come una maschera, per celare quello che non vogliono accettare di se stesse : cioe’ di essere totalmente omosessuali. Questo puo’ capitare, ma il fatto che capiti non significa che chi, onestamente, ha maturato dentro di se’ una sana ed equilibrata bisessualita’, non sia sincero/a. Scoprirlo non e’ semplice. Ciascun, in questo, deve intraprendere il proprio percorso (l’ho fatto anch’io). Nessuno puo’ dare aiuto o consigli, se non uno: non escludere a priori ogni possibilita’, che’ le sorprese negative, qualora ci si arroccasse in convinzioni rigide e dicotomiche (o bianco o nero), potrebbero essere cocenti. Perche’ la sessualita’, indipendentemente da quelle che sono le preferenze che potremmo avere per le tonalita’ estreme (una condizione caratteriale nella quale piu’ volte ho confessato di riconoscermi), e’ fatta di sfumature, intime e personali, e non e’ possibile giudicare un’emozione, un desiderio o un sentimento provato da qualcuno che non siamo noi.

mercoledì 3 luglio 2013

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Morale ed etica: avrei anch'io qualcosa da dire…

Leggevo questo articolo e mi sono detta: "E’ ora che anch’io scriva qualcosa in proposito". Tuttavia, non volendo ripetermi sulle violenze perpetrate nei confronti delle donne, che’ di questo argomento ho gia’ scritto molto (anche se non e' mai abbastanza), ho scelto di concentrarmi sul concetto di morale; quella morale che obbliga la donna a sottostare a determinate regole se non vuole incorrere in giudizi, o anche in qualcosa di peggio. Perdonatemi dunque se nel post mi rivolgero’ principalmente alle donne, ma allo stesso modo potrei rivolgermi a chiunque, maschio o femmina che sia.

Credo fermamente che solo conoscendo noi stesse potremo essere libere e, solo essendo libere, saremo in grado di affrontare ogni problema ed ogni pericolo, incluso quello che deriva ogni giorno da una prevaricazione che quasi sempre vede nel ruolo di vittime solo le donne. E l’articolo che ho indicato all’inizio del post, ne e’ la dimostrazione palese: se invece di ragazzine in shorts e canottierina bagnata si fosse trattato di ragazzi, maschi, abbigliati allo stesso modo, un argomento del genere sarebbe stato forse esposto nei termini in cui e’ stato esposto? Oppure nessuno avrebbe avuto da scrivere alcunche', ne' da una parte ne' dall'altra, in quanto ritenuta una cosa del tutto normale?

La risposta a questa domanda soddisfa anche un’altra domanda che talvolta ci facciamo: il maschilismo e il sessismo che fin troppo spesso denunciamo e’ solo una nostra illusione, un pretesto per lamentarci quando non ne avremmo alcun motivo, oppure e’ qualcosa di talmente intrecciato con l’ipocrisia da non creare piu’ neppure una minima indignazione?

So che c’e’ chi su questo argomento ne fa una questione di religione, di fede, di predestinazione e di “natura” femminile, giudicata fin dall’antichita’ come inferiore e subordinata a quella maschile, ma non sara’ mai la fede in un dio a farci da scudo, bensi’ la fede nelle nostre capacita’ umane, soprattutto nella capacita’ di saper valutare cio’ che per noi e’ giusto, onesto, etico e cio' che non lo e’. Solo cosi’ saremo coscienti di vivere la nostra vera vita, imparando da cio’ che la Natura ci ha donato, utilizzando con coscienza e saggezza il nostro corpo e la nostra mente, per peregrinare, zingare, alla ricerca della nostra vera essenza senza alcun timore di essere giudicate.

Perche’ siamo esseri senzienti ed abbiamo la facolta’ di pensare, agire e sentire, senza costrizioni imposte da alcun chi o alcunche’, religioni e comportamenti morali compresi. E come esseri senzienti ci costruiamo, ogni giorno, una serie di valori che, in parte acquisiti dall’esperienza e in parte tramandati dalla nostra famiglia, a nostra volta, poi, tramanderemo ad altri. Tuttavia, come esseri senzienti abbiamo il diritto e talvolta l’esigenza, di mettere in discussione questi insegnamenti, questi valori, cosi’ da filtrarli, setacciarli, lasciando sedimentare solo quello che troviamo attinente al nostro piu’ autentico sentire: vale a dire cio’ che andra’ a costituire il nostro codice etico. Un codice molto differente da quello morale.

La differenza tra etica e morale e’ sostanziale e netta, e deve essere ben compresa perche’ queste due parole vengono spesso usate a sproposito per definire la stessa cosa, quando invece si tratta di due concetti totalmente differenti se non addirittura in contrasto fra loro. La morale riguarda infatti il comportamento che tradizionalmente applichiamo per definire le azioni associate al bene o al male, e i termini “bene” e “male” non hanno per tutti lo stesso significato; cambiano a seconda della cultura in cui si vive. La morale che decidiamo di avere, per essere accettata, deve cosi’ corrispondere a quella della societa’ in cui viviamo, che e’ poi l'insieme delle consuetudini che sono state elevate a livello di norme che forniscono un quadro di riferimento per l’intera collettivita’.

Tuttavia il concetto di moralita’, non essendo universale, varia nel tempo e nello spazio. In tempi antichi, ad esempio, certi temi come l'omosessualita’, il meretricio, la poligamia, oppure la nudita’ (ne cito solo alcuni ma potrei fare mille esempi), erano fenomeni che, dal punto di vista morale, venivano trattati diversamente da oggi, ed anche nell’epoca in cui viviamo sono trattati diversamente nelle varie culture che compongono la moltitudine di persone che abitano questo pianeta.

Tutti sanno infatti che a Sparta era “morale” eliminare chi nasceva malformato, cosi’ come la pedofilia era normale nell’antica Grecia, e la schiavitu’ e’ stata accettata e definita “morale” fino al XIX secolo. Concetti, come quello dell’eliminazione dei disabili, oppure delle spose bambine, o della schiavitu’, che in alcune parti del mondo, all’interno di determinate culture piu’ o meno estese ancora resistono, e sono considerati del tutto normali, anche se per noi e per la societa’ nella quale viviamo, sono e restano immorali. Questo perche’ a dettare le regole e’ la forza politica, religiosa o ideologica che riesce a imporsi su tutte le altre. E chi impone i suoi valori, impone la sua maniera di concepire la vita, il significato di bene e di male, cosa e’ giusto e cosa non lo e’. In sostanza: stabilisce la cosiddetta “morale condivisa”, e tutti devono adeguarsi se non vogliono essere tenuti a distanza in quanto “immorali”, e quindi pericolosi.

Si devono percio’ seguire le direttrici stabilite dalla morale condivisa senza discuterle. Solo cosi’, anche se saremo succubi di un indottrinamento e la nostra capacita’ di elaborazione critica e di libera scelta sara’ inevitabilmente repressa, potremo dire di essere “brave persone”. E’ questo il prezzo che dobbiamo pagare per essere accettate: avere una mente sequestrata, tenuta prigioniera da indicazioni esterne, anche se la nostra vera indole non si sentira’ di condividerle.

L'etica, invece, riguarda la morale da una prospettiva che e’ certamente umana, ma che tiene conto anche dei concetti di autonomia, bonta’, equita’, solidarieta’, e uguaglianza di genere, etnia e condizione sociale. L'etica si realizza quando un individuo esercita la sua capacita’ di pensare, e prima di agire si ferma per chiedersi il perche’ deve seguire una determinata regola. Il concetto chiave intorno al quale ruota l’etica di una persona, percio’, non e’ l’osservanza cieca delle regole, ma la liberta’ di decidere di volta in volta se accettarle o rifiutarle. E’ la liberta’ che diventa il discrimine tra etica e morale che, quindi, diventa sostanza dell'etica, cosi’ come la sottomissione e’ la sostanza della morale.

Se si vuol essere persone “etiche”, ed avvicinarsi a quella che e’ la nostra naturale indole di esseri senzienti, si deve pertanto essere disponibili, all’occorrenza, a divenire anche immorali, in quanto la morale non e’ qualcosa che puo’ essere agita nella completa liberta’; ha solo necessita’ di semplici esecutori, seguaci. Al contrario, l'etica ha bisogno di liberta’, ha bisogno di persone che pensino in modo critico, che discriminino, nel guazzabuglio delle norme e delle regole morali, unicamente quelle che danno la certezza che le azioni che si vanno ad intraprendere e determinati comportamenti, saranno giusti non tanto dal punto di vista del “sentire collettivo”, quanto dal punto di vista individuale, interiore. Ma allo stesso tempo, quando e’ necessario, che abbiano la capacita’ (e la possibilita’) di mettersi anche in discussione nel momento in cui intuiscono che, dando precedenza all’etica invece che alla morale, non stanno procedendo in modo corretto.

Come si puo’ realizzare tutto cio’? Innanzitutto cominciando ad escludere qualsiasi giudizio del tipo: “Questo e’ bene e questo e’ male”. “Bene e Male” sono due parole che usiamo spesso, ma non fanno altro che limitare la nostra capacita’ di espressione, di critica, di analisi, e rendono prigioniera la nostra indole (della quale la liberta’ ne e’ l’essenza) all’interno di rigide regole morali. Gli esempi che potrei fare sono molti: ma se volessi andare al fiume e farmi un bagno nuda, sotto la luna piena, cantando e danzando senza pudore, oppure avessi voglia di passare il mio tempo a scopare con due, tre, cinque uomini differenti, e magari anche qualche donna, solo perche’ in quel preciso momento e’ cio’ che mi va di fare e mi da’ piacere, credo che a nessuno dovrei dare alcuna spiegazione delle mie azioni, oppure sentirmi “in colpa” perche’ qualcuno ha detto che certe cose non si fanno…

I giudizi morali e le critiche impietose su quello che e’ il nostro modo di agire, solitamente ci portano a sviluppare sensi di colpa e frustrazione, e isolano la nostra parte piu’ vera in una prigione che andiamo a costruirci con le nostre stesse mani: ci creiamo un giudice interiore sempre pronto a puntarci il dito addosso, che provoca alla nostra parte piu’ sana, quella libera, gioiosa e creativa, un senso continuo di soffocamento e di peso esistenziale. Cosi’, ogni volta che avremo una spinta istintiva a fare qualcosa che ci va di fare (importante oppure solamente di puro piacere), e ci lanceremo con fiducia verso il mondo, con la certezza che qualcosa ci sosterra’, avremo qualcosa che ci prendera’ al laccio trattenendoci, castrandoci. Un meccanismo che, se ripetuto in continuazione, alla lunga limitera’ la nostra capacita creativa, la nostra indole naturale, la nostra spontaneita’, lasciandoci addosso le cicatrici di quelle catene che abbiamo creato dentro di noi.

Iniziare con l’abolire il giudizio sugli altri, e di conseguenza anche su di noi, e’ quindi fondamentale, senza pero’ escludere del tutto quella “voce giudicante” che ci proviene da dentro. Diamole ascolto. Del resto il suo scopo e’ quello di proteggerci, ma a volte e’ necessario risponderle: “In questo momento non mi servi”. Perche’ la liberta’, se veramente si vuole ottenerla, esige un prezzo da pagare: amarsi e rispettarsi per cio’ che si e’ e non per cio’ che gli altri (societa’, cultura, religione, morale) vorrebbero si fosse.

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Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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