domenica 30 giugno 2013

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I due tipi d'amore

Esistono due tipi di amore; c’e’ quello di cui si ha necessita’ e c’e’ quello che si dona. L’amore di cui si ha necessita’ e’ un amore immaturo. Ha origine da qualcosa che ci manca; si dipende dall’altra persona, la si usa come uno strumento, la sfruttiamo, manipoliamo, dominiamo. Cosi’ l’altro e’ reso succube e a poco a poco, la sua personalita’ viene progressivamente annullata. Ma anche l’altro fa con noi la stessa cosa: tenta di manipolarci, dominarci, possederci, usarci…

Quando si usa un’altra persona, per estrarre da lei cio’ di cui si ha necessita’, non si puo’ chiamare amore. Puo’ sembrarlo, ci possiamo anche convincere che lo sia, ma e’ un’illusione, un inganno. Eppure e’ questo che accade nella stragrande maggioranza dei casi perche’ la prima lezione sull’amore la impariamo nell’infanzia. E’ nell’infanzia, infatti, che impariamo ad associare il sentimento d’amore a chi soddisfa i nostri bisogni, attribuendo a tutto cio’ un significato che, poi, per una persona matura si rivelera’ completamente distorto.

Ciononostante ci sono moltissime persone che anche da adulte pensano che l'amore sia quello che ho appena descritto, e senza rendersene conto restano infantili per tutta la vita. Non crescono mai. Fisicamente invecchiano, ma la loro mente resta ferma all’infanzia: eterni bambini, immaturi. Percio’ hanno sempre bisogno di amore; di quel tipo d’amore che e’ appunto legato al bisogno. Ne sono sempre affamati e lo bramano come bramano il cibo o qualsiasi cosa sia per loro vitale. Ma e’ nel momento in cui si comincia a donare amore, piuttosto che ad averne bisogno, che si inizia a maturare. Questo sentimento che portiamo dentro, tutti, ad un certo punto comincia a traboccare, tanto che vogliamo (dobbiamo) condividerlo.

La distinzione fra questi due amori e’ netta e fondamentale, e non puo’ esserci alcuna sovrapposizione. Nel caso dell’amore di cui abbiamo bisogno cio’ che veramente e’ importante e’ averne sempre di piu’; nell’amore che si dona, invece, l’importante e’ riuscire a darne sempre di piu’, in modo incondizionato, senza pretendere niente in cambio. Ed e’ quando il primo tipo d’amore si trasforma nel secondo, che iniziamo a crescere, e a maturare.

Perche’ solo una persona matura e’ in grado di dare, in quanto solo una persona matura ha la capacita’ di ricevere e quindi condividere cio’ che ha ricevuto. E quando cio’ si verifica si capisce che dall’amore non si e’ piu’ dipendenti: si puo’ amare l’altro sia che ci sia oppure no. E l’amore, da relazione, diventa uno stato dell’essere.

Tutto cio’ puo’ apparire un paradosso: ci si innamora perche’ non si ha amore, ed e’ per questo che ne abbiamo bisogno, ma poiche’ l’amore ci manca, non possiamo neppure donarlo. Questo fa si’ che le persone immature si innamorino sempre di persone immature: per il fatto che hanno le stesse necessita’ e parlano esattamente lo stesso linguaggio. Per lo stesso motivo, ma opposto e speculare, una persona matura amera’ sempre una persona matura.

Se si e’ immaturi, si potra' continuare a cambiare partner mille volte, ma troveremo di nuovo lo stesso tipo di persona e le stesse miserevoli situazioni ripetute in forme diverse; sostanzialmente rivivremo la stessa storia, magari con persone differenti, ma la trama, immutabile, sara’ sempre uguale, rinchiusa dentro al medesimo circolo vizioso. Perche’ per uscire da quel circolo si deve prima maturare. Solo allora troveremo un partner maturo, e perderemo ogni interesse per le persone immature.

Gli immaturi che si innamorano distruggono a vicenda la propria liberta’, creano un legame indissolubile, che poi, alla fine, si rivela essere una catena d’acciaio dalla quale diventa difficile, se non impossibile, liberarsi. Le persone mature, invece, amandosi, si aiutano l’un l’altra a essere libere, e lo fanno iniziando a distruggere ogni tipo di legame. Ed e' quando l’amore fluisce nella liberta’ del dare che se ne assapora tutta quanta la bellezza, mentre se fluisce nella dipendenza del bisogno sedimenta sempre piu’ strati di angoscia e malessere. Perche’ la liberta’, nella scala dei valori, sta piu’ in alto dell’amore.

Difatti, si potra’ sempre far finire un amore, perche’ dopo quello ce ne sara’ sicuramente un altro, mentre la liberta’ e’ unica, e se l’amore la distrugge, allora neanche il primo ha piu' senso di esistere. Per questo la liberta’ non deve mai essere barattata. Per niente. In quanto senza liberta’ non si potra’ mai essere felici, perche’ essa, ancor piu’ dell’amore, e’ il desiderio intrinseco di ogni essere umano.

giovedì 27 giugno 2013

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Cattivi consigli per “brave ragazze”

Quelle del mio sesso, spero, mi perdoneranno se le trattero’ come esseri razionali, invece di lusingarle per le loro affascinanti grazie, oppure considerandole come se non fossero capaci di stare da sole. Ma e’ ora di ribaltare un po’ qualche schema che’, a lungo andare, a forza di voler per forza apparire “brave ragazze”, si rischia di perdere di vista un elemento indispensabile se, oltre che donne, si vuol essere anche persone: la cattiveria.

Fin da bambine ci educano a fare le brave; le delicate principesse, le incantevoli fatine, i gigli immacolati, le simpatiche gattine, eccetera, eccetera, eccetera. Da sempre ci preparano ad essere pronte per quella figura maschile, il principe (che’ ancora nella mentalita’ diffusa l’eterosessualita’ e’ un fondamento inossidabile e guai ad ipotizzare che una bambina possa crescere lesbica o bisessuale), che un giorno si degnera’ di posare il suo sguardo su di noi, scegliendoci come fossimo dolcetti esposti in una vetrina di una pasticceria.

Vi piace questa situazione? A me no. Ho provato a spiegarlo a Julinka, mia cugina, che una sera stava bevendo qualcosa in un bar con alcune amiche. Un giovane, seduto ad un tavolo vicino, era rimasto guardarla in modo persistente per oltre mezz’ora. Julinka lo trovava carino, era compiaciuta per quelle attenzioni, ma non faceva niente piu’ che restare li’, ferma, in attesa che il giovane le si avvicinasse e le dicesse “ciao”; perche’ secondo lei questo e’ l’atteggiamento giusto che le “brave ragazze”, rispettabili, devono avere.

E invece no! Cosi’ e’ come le hanno (erroneamente) insegnato a reagire in una cultura in cui le donne devono sempre mostrarsi come prede. Cio’ non ha nulla a che fare con il rispetto di se’ e con la rispettabilita’; ha a che fare con gli uomini e con la loro necessita’ egotica di essere perennemente cacciatori. Ha a che fare con un modello comportamentale per cui la donna deve pazientemente attendere che la decisione la prenda qualcun altro, che ovviamente e’ sempre il maschio.

Julinka, per ribaltare gli schemi, avrebbe dovuto prendere lei l'iniziativa e andare da quel ragazzo, piuttosto che restarsene li’, passiva, ad aspettare di essere scelta come un oggetto in vetrina. Questo non avrebbe significato comportarsi da ragazza "facile", come le e’ stato ripetuto piu’ volte dai suoi genitori. Avrebbe significato semplicemente avere ben chiaro che cosa in quel momento le piaceva e, soprattutto, avere il coraggio di mostrarlo. Sono certa che quel ragazzo avrebbe apprezzato. Ma anche se cosi’ non fosse stato, se anche quel tizio fosse stato abituato a pensare che le ragazze che prendono l’iniziativa sono solo delle troiette, per Julinka non sarebbe stata una gran perdita. In fondo quale donna vorrebbe mai accompagnarsi ad un buzzurro che la pensa in tal modo?

Ma l’episodio di Julinka e’ solo uno dei tanti esempi che potrei fare. Anche alla mia collega, Terez, e’ accaduto qualcosa che puo’ essere attinente all’argomento, anche se la situazione era completamente differente. Terez era seduta in un ristorante e stava attendendo che arrivasse un amico che l’aveva invitata a cena. Purtroppo l’amico le aveva appena telefonato dicendole di essere rimasto bloccato nel traffico e che quindi avrebbe ritardato. Per l’occasione Terez aveva scelto d’indossare quello che viene comunemente chiamato un vestito estivo. Niente di volgare, solo un po’ sexy: leggero e aderente al corpo, che faceva risaltare le sue forme.

Un uomo, seduto ad un altro tavolo, vedendola sola, chissa’ che cosa ha pensato ed ha iniziato a guardarle con insistenza la scollatura e le gambe. Mi ha raccontato Terez che ogni tanto gli si poteva intravedere sulle labbra la smorfia di un sorriso compiaciuto e per questo lei si sentiva impacciata, nervosa… "sporca". Quello sguardo e quel sorriso beffardo la facevano sentire come un pezzo di carne in mostra sul banco di una macelleria. E in quel momento avrebbe voluto poter semplicemente scomparire.

E invece no! Cosi’ e’ perche’ ha imparato (erroneamente) a sentirsi a disagio in una cultura dove la condotta di una donna viene giudicata in base ai vestiti che indossa, ed e’ quindi ritenuta responsabile, qualora indossi un abito sexy, se diventa oggetto di molestie. Per ribaltare gli schemi, invece di voler sparire, Terez avrebbe dovuto mostrarsi lei stessa aggressiva, iniziando a guardare il suo morboso ammiratore con insistenza, cercando di imitare lo stesso sorriso compiaciuto. Un atteggiamento del genere, inconsueto, lo avrebbe fatto sentire come un oggetto sessuale a buon mercato, e con grande probabilita’ anche un po’ disorientato. Con certi tipi la tecnica dell’"occhio per occhio" funziona sempre ed e’ assai meglio (e molto piu’ divertente) di quella di porgere l'altra guancia.

Ma non sono sempre gli uomini i responsabili di situazioni in cui le donne si comportano in un modo che secondo la mia opinione e' sbagliato. Una delle mie sorelle, Melitta, ad esempio, un giorno stava entrando in una banca. Un uomo, che stava uscendo proprio in quel momento, le ha mantenuto aperta la porta per farla entrare, offrendole il passaggio. Tuttavia Melitta si e' sentita offesa! Ha guardato l’uomo in malo modo e non lo ha neppure ringraziato. Perche’? Perche’ Melitta non ha bisogno di nessuno che le apra la porta. Lei dice di essere indipendente e forte, esattamente come un uomo, e perfettamente in grado di fare le cose da sola. E’ cosi’ che, secondo lei, deve comportarsi una vera femminista!

E invece no! Cosi’ e’ come (erroneamente) alcune donne si comportano in una cultura in cui si diventa talmente diffidenti nei confronti degli uomini da non poter accettare da loro neppure un semplice gesto d’educazione. Ma una donna che meccanicamente si arrabbia perche’ lui le apre galantemente la porta non e’ una vera femminista. E’ solo una donna ossessionata, e la sua rabbia e’ cosi’ generalizzata contro tutti gli uomini che vede inimicizia e negativita’ anche in quello che potrebbe essere un semplice atto di gentilezza e cortesia. E cosi’ riesce a riflettere la propria ostilita’ sull'altro sesso, imputandogli ogni colpa. Ma tutto cio’ non ha nulla a che fare con quello che possiamo o non possiamo fare da sole. A nessuno, donna o uomo che sia, dovrebbe dispiacere un atto di gentilezza, tanto che anche una donna potrebbe tranquillamente aprire la porta a un uomo senza per questo sentirsi meno femminile. E io credo che siano molte quelle che ancora devono imparare a godere di un complimento senza considerarlo automaticamente una forma di sessismo. Tuttavia, allo stesso tempo, anche molti uomini avrebbero bisogno di imparare la differenza che c’e’ tra un commento o un gesto lusinghiero ed educato, e un atteggiamento sessista ed offensivo.

Ma e’ quello che vi diro’ su Aneska, una mia cara amica, che piu’ di tutto fa capire come ostinarsi ad essere “brave ragazze”, alla fine si tramuti in qualcosa di frustrante e offensivo, sia per la nostra dignita', che per quella di chi ci sta vicino. Aneska, a letto con il suo compagno, non scopa. Anzi, per essere piu’ precisa, dovrei dire che mentre lui la scopa, lei passivamente sta ad “osservare”. Non si eccita, non arriva mai a godere, pero’, comunque, geme e finge per compiacere il suo amante. Aneska, e’ convinta di essere frigida, ma "accetta" il sesso come un dovere. Lei dice che non ha bisogno di godere davvero, fisicamente, ma e’ felice se il suo compagno arriva all’orgasmo, perche’ a lei interessa che lui stia bene.

E invece no! Cosi’ ha imparato (erroneamente) a pensare in una cultura in cui il piacere di una donna e’ secondario; qualcosa in piu’ che se accade, quando accade, va bene, ma se non accade, in fondo, fa lo stesso; l'importante e' che l'uomo sia convinto, anche tramite la finzione, di averla soddisfatta e quindi di essere un grande scopatore. Il piacere di Aneska, invece, come quello di ogni donna, e’ indispensabile, essenziale, irrinunciabile, e il suo corpo merita di essere soddisfatto tanto quanto quello del suo compagno. Per ribaltare gli schemi, dunque, non dovrebbe esitare a parlargli, anche a costo di ferirlo, dicendogli in modo schietto e sincero che deve impegnarsi di piu' per far godere anche lei, senza temere la sua reazione, in quanto una donna non e’ un ricettacolo per il desiderio e lo sperma maschile.

Ecco, queste sono solo alcune situazioni in cui tante donne si trovano. Donne che per apparire “brave ragazze”, "buone", “pazienti”, "politicamente corrette", “comprensive” e tutto cio’ che e’ “rassicurante” per l’altro sesso, hanno reazioni sbagliate, frutto di un condizionamento culturale patriarcale e maschilista. Quando invece basterebbe ribaltare gli schemi per ottenere, probabilmente, la soluzione a molti problemi. Perche’ arriva il momento in cui bisogna dire basta; basta con la rassicurazione, basta col voler apparire “brave”, basta con tutto cio’ che e’ rassicurante per il maschio. Perche’ e’ necessario essere anche cattive se non addirittura inquietanti.

Il mondo ha anche bisogno di donne-streghe che "spaventino", e non solo di donne-principesse che rassicurino sempre e comunque. Donne che osino chiedere agli uomini quello che gli uomini non si aspetterebbero mai; donne che si propongano anche a rischio di essere respinte; donne che siano attrici di complimenti e di gesti galanti senza per questo sentirsi meno femmine; donne che parlino chiaro ed esigano di godere pienamente del sesso; donne che rifiutino di essere semplicemente scelte, ma che scelgano prendendo l'iniziativa e che non si accontentino di essere considerate soltanto oggetti di attenzione. Ma che anche, diversamente da Melitta, non interpretino l'indipendenza come ostilita’ o indifferenza verso l’altro genere.

domenica 23 giugno 2013

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La violenza e’ odio, non e’ amore

Il titolo pare di una banalita’ disarmante, lo so, ma a quelle che dicono “Si’, mi ha dato uno schiaffo, pero’ lo ha fatto per gelosia perche’ aveva paura di perdermi, e cio’ significa che in fondo mi ama”, vorrei rispondere che la violenza, qualsiasi tipo di violenza, anche la piu’ piccola, anche quella che pare piu' insignificante, non e’ mai amore; e’ solo odio.
Un odio che puo’ essere attribuito alla gelosia, e’ vero’, ma non alla gelosia che viene usata come giustificazione, cioe’ la paura di perdere l’altro, bensi’ la gelosia per un ruolo privilegiato in una societa’ laddove solo per l’uomo - per il “Padre” come dice Freud - non deve esserci limite al godimento.

Al di la’ di ogni luogo comune e facili generalizzazioni, non e’ che sia molto chiaro, infatti, il rapporto che certe donne hanno nei confronti della violenza a cui, purtroppo e troppo spesso, sono soggette. Oggi non e’ difficile, se si leggono i giornali o si guarda la tv, o semplicemente ci si collega con Internet, venire a conoscenza del fatto che la violenza sia psichica che fisica sulle donne e’ in forte aumento, ma la percentuale di quelle che denunciano di esserne vittime risulta essere ancora molto bassa.

Dalle varie inchieste risulta che gli abusi, i maltrattamenti, le menomazioni e persino l’assassinio, nella maggior parte de casi, avvengono dentro le mura domestiche, all’interno delle famiglie, cioe’ laddove si concretizzano le piu’ intense e ravvicinate relazioni e dove, almeno apparentemente, le donne dovrebbero essere piu’ protette. Cosi’ veniamo a sapere che la violenza uccide piu’ del cancro e degli incidenti stradali, e ci sono paesi anche nel cosiddetto “mondo civilizzato”, come l’Italia ad esempio, in cui circa la meta’ delle donne in eta’ compresa tra i 15 e 60 anni hanno subito molestie di natura sessuale.

Ciononostante sono poche quelle che denunciano e molte quelle che perdonano, o sopportano. Perche? Qual e’ il motivo per cui le donne troppo spesso si fanno carico dell'aggressivita’ dei loro partner? Perche’ sono cosi’ disponibili a perdonare? Forse perche’ lo temono? Forse perche’ ne hanno pena? Forse perche’ pensano che siano comunque manifestazioni d'amore? Perche’ sopportano fino al punto di rischiare, prima o poi, di essere uccise, come molte volte avviene?

Si puo’ dire come, nel corso della Storia, la violenza sulle donne non sia mai venuta meno. Tuttavia, le lotte per i diritti, una maggiore consapevolezza della condizione umana e una maggiore attenzione a tutto quello che riguarda l’essere persona in termini di rispetto e di scelte, hanno fatto si’ che questa violenza sulle donne emergesse in tutta la sua portata. Potremmo rintracciarne le cause focalizzando l'attenzione su un aspetto che, nella societa’, sembra stia sempre piu’ declinando, cioe’ sul venir meno delle regole, e di tutti quei principi che nel contesto della cultura delle relazioni familiari fungevano da sostegni, disciplinando rigidamente i vari ruoli e le varie funzioni inerenti ai diversi componenti della famiglia; a iniziare dalla figura del padre che stabiliva senza diritto di replica i comportamenti e le modalita’ relazionali, mentre le donne, relegate al solo ruolo di madri, anche se perdevano (o rinunciavano) inconsapevolmente dal lato dell'essere anche donne, vale a dire persone con desideri al di fuori dell’esclusiva funzione procreatrice, acquistavano pero’ dal lato della minore responsabilita’ e quindi del sentirsi piu’ protette.

Per una donna sposarsi e diventare madre significava assurgere ad un ruolo di “intoccabile” e percio’ al sicuro da ogni fatto esterno alla famiglia che avesse potuto minacciarla. La violenza, quando si concretizzava, era solo se la donna non assolveva le aspettative e il ruolo che la societa’ le aveva assegnato: poteva essere ripudiata se sterile (o anche se non procreava figli maschi), e se tradiva veniva punita persino con la morte; il cosiddetto “delitto d’onore” che la legge in Italia fino a non molti decenni fa consentiva e che e’ tuttora presente nell’ordinamento giuridico di molti paesi nel mondo.

Poi, le grandi rivoluzioni del XX secolo e i grandi sconvolgimenti che hanno causato, hanno inciso non poco anche per quanto riguarda la questione femminile: vale a dire il diritto al voto, i movimenti femministi, il divorzio, l'aborto, e tutta una serie di questioni legate alla sessualita’ della donna e alla proprieta’ del suo corpo. Questa, che e’ stata una vera e propria "Rivoluzione culturale" ha condotto la donna ad uscire dal luogo che fino ad allora l’aveva protetta, le mura domestiche, e a liberarsi dal ruolo assegnatole per scoprire altri spazi d’azione in cui inserirsi, per cominciare a far sentire la propria voce nei vari settori della societa’. Se prima la donna era dunque relegata al solo ruolo di madre (o al massimo a quello di educatrice, come le maestrine), lasciando tutto il resto delle responsabilita’ al maschio, oggi assistiamo sempre piu’ ad un ribaltamento dei ruoli e alla rivendicazione di tutto quello che una volta era completamente fuori dalla portata femminile.

In questa destabilizzazione delle tradizioni e dei costumi, che porta la donna a prendere sempre piu’ coscienza di se’ e delle proprie capacita’ in ogni campo, l'uomo non ha analogamente avviato una sua “Rivoluzione culturale”, e forse neppure una seria riflessione. Rimanendo rigido nel suo ruolo di marito e padre ha visto cosi’ vacillare la sua posizione, non riuscendo piu’ a trovare un suo posto all'interno di questo mutato schema di rapporti fra i generi.

E’ una questione, questa, che pero’ non riguarda solo l’uomo, ma anche la donna che, trovandosi ancora nella difficolta’ di darsi un’identita’ precisa che la qualifichi come tale, e’ spesso costretta a arrabattarsi all'interno di compiti diversi (la famiglia, il lavoro, la vita sociale, la propria sessualita’), in un vortice difficile ed estremamente faticoso da gestire. Tutto cio’ fa spesso emergere sensi di colpa ancora dovuti a una latente fragilita’ legata allo stereotipo al quale, per millenni, e’ stata condizionata. Ed ecco quale potrebbe essere una delle cause del silenzio rispetto alle violenze che subisce; come se queste fossero il giusto prezzo da pagare per affrancarsi da ancestrali catene.

Cio’ che si puo’ dire e’ che, attualmente, all'interno della famiglia (e della coppia) i vari componenti sono sprovvisti di una bussola che dia loro un orientamento guida, cioe’ dei punti di riferimento su cosa oggi significhi essere uomini o donne, maschi o femmine, oppure mariti o mogli. Le donne che nella loro ricerca di un’identita’ hanno nel tempo, soprattutto a livello sociale, "invaso" gli spazi che per gli uomini erano come diritti sanciti e riconosciuti dalla posizione simbolica antropologicamente occupata fin dai primordi, hanno fatto scattare in questi ultimi una delle “passioni” piu’ comuni e piu’ facili da far scaturire nell'essere umano: l'odio. E l'odio inteso come “passione”, nel contesto appena descritto, si manifesta soprattutto in termini di gelosia: “Odio l’altro perche’ mi toglie qualcosa, mi deruba di tutto cio’ che ritengo mio; cosi’ invadendo i miei spazi, introduce una mancanza per me insopportabile”.

La violenza risulta di conseguenza il mezzo che l’uomo ha per eliminare "il rivale" - in questo caso “la rivale” - che tenta di mettere in discussione antichi e arcaici poteri supposti inalienabili. La compagna diventa per molti, percio’, la nemica da abbattere per ripristinare una posizione che essi ritengono appannaggio, appunto, dell’essere nati maschi. D'altronde, come ben si sa, il confine tra odio e amore, che e’ l’altra grande passione dell'essere umano, e’ estremamente sottile da sembrare, ad alcuni, totalmente inesistente. Ma solo chi e’ dotato di grande equilibrio e forza interiore, riesce a distinguere e a tenere ben separate queste opposte passioni .


domenica 16 giugno 2013

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Le cose che ho imparato

Non sono molte le cose che ho imparato; oltre a suonare la fisarmonica e a danzare, ho imparato quanto bastava per sopravvivere e cavarmela in un ambiente che, per una ragione o per l'altra, mi ha sempre considerata diversa, o indegna, o immorale, o strana, o comunque una minaccia per quelle certezze consolidate medio borghesi che tanto rassicurano gli animi dei benpensanti, e di chi occupa una posizione di prestigio in questa societa' costruita su misura per le "brave persone".

Non e' facile accettare una come me, lo so. Non e' facile ammettere che una zingara possa dimostrarsi piu' abile di tante rampolle della buona societa', oppure di tante figlie della piccola borghesia che, nei soldi, nelle conoscenze di famiglia, nella posizione sociale privilegiata e nel leccaculismo hanno sempre riposto le ragioni del proprio benessere. Quindi ho sempre cercato, per quel che ho potuto, di mantenere un livello basso, restandomene al mio posto.

Non e' disistima per me stessa, e non e’ neppure un modo (come ipotizza qualcuno che mi conosce poco) per autopunirmi per qualcosa di cui sento un'inconscia colpa. Ma da quel poco che ho imparato, ho capito che la gente ti detesta di piu’ quando si sente sovrastata. A nessuno piace sentirsi in posizione di inferiorita’, percio' essendo gia' alta di statura, preferisco occupare un gradino piu' basso quando devo fronteggiare qualcuno, proprio per evitare che nel disagio trovi le ragioni di un’irrazionale antipatia che inevitabilmente, potrebbe provare nei miei confronti.

So che non e' un atteggiamento comune il mio. Non sono molti quelli che preferiscono mantenere un livello sottotono. Soprattutto chi proviene dal fango, come me, una volta avuta la possibilita' di salire di livello, si riempie di altezzosita’ ancor piu’ di tanti altri; per rivalsa, vendetta, o altri motivi che adesso non mi sovvengono. E’ una cosa del tutto comprensibile, perche' a forza di soffrire col naso appiccicato alla vetrina della pasticceria, a guardare gli altri che si mangiano i dolci, una volta avuta la possibilita' di entrarci, in quella pasticceria, difficilmente, poi, si rinuncia a quel mondo. E ci si trasforma in dei veri e propri cagacazzo pieni di pretese e di boria.

Sono quindi poche le cose che ho imparato, in quanto di piu’ non me ne servivano, e fra queste, appunto, i pericoli che si annidano nell'ambizione, nel voler sovrastare gli altri, nella presunzione di essere migliori, ma ne ho imparata anche un'altra, ancor piu’ importante: l'ipocrisia. Qualcosa che mi era completamente estranea, fino a quando non sono entrata anch’io in quella "pasticceria".

Forse chi proviene dal fango non ha motivi per essere ipocrita: fin da quando si nasce si ha la consapevolezza di appartenere a quella categoria umana per la quale non ci sara' mai un riconoscimento di alcun tipo. Per quante docce ci potremo fare, resteremo sempre sporchi e puzzolenti. Per quanto onesti potremo essere, resteremo sempre dei ladri. Per quanti valori potremo coltivare, resteremo sempre moralmente inferiori. Feccia. Perche' le posizioni che occupiamo (le ultime) sono gia' state stabilite e ci sono state assegnate da molto tempo. E non esiste redenzione.

Ma ho imparato anche che chi piu' strilla, piu' si indigna, e piu' indica gli altri come "corrotti", "disonesti", "sporchi", "immorali", piu' porta in se' i germi di tutte quelle malattie che denuncia. E piu' le allontana da se', piu' cerca di esorcizzare i demoni che gli appartengono.

venerdì 14 giugno 2013

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La generalizzazione

“E’ una follia odiare tutte le rose perche' una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perche' uno di loro non si e' realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perche' uno e' fallito. E’ una follia condannare tutte le amicizie perche' una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perche' uno di loro e' stato infedele, buttare via tutte le possibilita' di essere felici solo perche' qualcosa non e' andato per il verso giusto. Ci sara' sempre un’altra opportunita', un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’e' un nuovo inizio.”   - Il Piccolo Principe -

Parlare per luoghi comuni e analizzare le situazioni in modo preconfezionato, tramite stereotipi e modelli che non possono essere messi in discussione, puo’ dare un’apparente sicurezza, ma col passare del tempo cio’ diventa il piu’ grande ostacolo all’evoluzione personale, perche’ ci rende limitati e ci impedisce di crescere. “I maschi sono tutti egoisti”; “Le donne tutte zoccole”; “Gli uomini belli tutti gay”; “I genovesi tutti tirchi”; “Gli zingari tutti sporchi e ladri". Non e’ difficile imbattersi in questo genere di affermazioni e ci sono volte in cui anche noi abbiamo la tendenza a guardare la realta’ semplificandola all’eccesso, suddividendola in categorie predeterminate.

Questo processo mentale si chiama generalizzazione. Si tratta di un “giudizio contenitore” che oltrepassa – senza vederla – l’individualita’ e le specificita’ di cio’ che in quel momento si sta giudicando. E’ un atteggiamento che abbiamo tutti, e talvolta puo’ rivelarsi anche utile (ci sono momenti in cui generalizzare serve dal punto di vista pragmatico: come ad esempio quando dobbiamo mettere in guardia i piccoli da alcuni pericoli, o quando sono necessarie comunicazioni snelle e veloci, oppure quando non si vuole scendere in profondita’ nei discorsi con qualcuno di estraneo), ma quando entra in quasi tutti i discorsi, quando diventa il nostro unico modo di ragionare, allora modifica sensibilmente la concezione che si ha del mondo esterno. Piu’ che uno strumento per semplificare cio’ che ci appare troppo complesso, diventa quindi un vizio mentale che ci fa completamente perdere di vista la realta’.

Ci viene insegnato da bambini a generalizzare, nei primi anni di scuola, quando impariamo a fare gli insiemi, e a dividere per gruppi. E’ un processo indispensabile del quale, da piccoli, abbiamo bisogno per affrontare la complessita’ dell’esistenza, ma e’ qualcosa che possediamo, in parte, gia’ fin dai primi mesi di vita quando, ancora inconsciamente, generalizziamo dividendo tutto in Buono (cio’ che ci nutre, ci scalda e ci protegge) e in Cattivo (ovvero il contrario). In seguito, poi, lo riproponiamo piu’ volte, quando classifichiamo le persone in “Grandi e Piccoli”, in “Maschi e Femmine”, in “Simpatici e Antipatici”, in “Amici e Nemici”. Poi, piu’ aumenta la nostra interazione col mondo, in “Bianchi e Neri”, “Eterosessuali e Omosessuali” e cosi’ via, gradino dopo gradino, fino a costruirci un’idea preconfezionata ed immutabile di una realta’ che alla fine si rivelera’ essere solo un castello di carte pronto a venire giu’ al primo scossone.

Ma generalizzare, anche se col tempo il suo abuso puo’ portare a forme patologiche gravi di incomunicabilita’, resta una tappa fondamentale della nostra esistenza. Soprattutto durante l’adolescenza, quando e’ uno strumento senza il quale non avremmo punti di riferimento. L’Io dei ragazzi in piena trasformazione, quando e’ ancora instabile, ha bisogno infatti di identificarsi e di identificare in modo netto, ed ha bisogno di modelli a cui appartenere o di non appartenere, per rafforzare la propria identita’. Questo spiega l’atteggiamento esasperato tipico degli adolescenti del “tutto o niente”. Gli stessi riti collettivi dei giovanissimi (come ad esempio i concerti di musica rock) si svolgono all’interno di un giudizio generalizzato che mitizza in senso positivo la rockstar, mentre sorvola su qualsiasi aspetto negativo o controverso.

Tuttavia, il processo di generalizzazione e’ utile solo se transitorio, finalizzato ad uno specifico obiettivo, o se limitato ad un determinato periodo della nostra evoluzione personale, perche’ se crescendo non lascia il passo ad altri e piu’ raffinati strumenti di analisi, allora generalizzare diventa un ostacolo nel rapporto col mondo esterno e nelle relazioni interpersonali, in quanto gli altri non vengono compresi e quindi non si riesce a immedesimarsi in loro, perdendo cosi’ occasioni di incontro che sono poi i punti focali intorno ai quali si svolge tutta la nostra vita.

Perche’ generalizzare significa avere un costante e inesauribile pregiudizio, e questo impedisce ogni sorpresa. Si rinuncia percio’ a una cosa o a una persona, ancora prima di viverla, conoscerla, fino a diventare schiavi del pregiudizio, intolleranti e diffidenti verso tutto e tutti. Persino nella relazione di coppia non si riesce a vivere davvero il partner non conoscendolo veramente per quello che e’, e nello standardizzare i suoi comportamenti si da’ loro dei significati che quasi sempre si rivelano errati e addirittura offensivi per l’altro.

Si puo’ scoprire se ne soffriamo di questa “malattia” semplicemente se ci prestiamo ad un'autoanalisi, avendo pero’ la massima onesta’ nel farlo, perche’ solo cosi’ possiamo iniziare a percorrere la via per guarirne. I sintomi sono palesi ed e’ impossibile non accorgersene quando, per esempio, ci riempiamo di pregiudizi negativi su qualcuno solo in base alla sua etnia, oppure ci facciamo influenzare da un segno zodiacale, dal luogo dove una persona vive, dal suo stato sociale o dal titolo di studio che ha.

Chi non ha mai pensato, magari senza volerlo, che i giovani di oggi siano tutti vuoti, oppure che le ragazze meno belle siano piu’ intelligenti, oppure che i politici siano tutti bugiardi e disonesti? Perche’ la generalizzazione e’ facile, e nasce da un bisogno di slogan, di certezze immediate, di verita’ forti da seguire. Nasce dall’esigenza di esibire un sapere e una sicurezza che non si ha, da un’ignoranza reale di fatti, da una non conoscenza delle cose e delle persone e, soprattutto, dall’influenza di una comunicazione massmediatica troppo superficiale e spesso volutamente fuorviante.

Quindi si cade nella grossolanita’ dei ragionamenti; le nostre conversazioni diventano sterili, banali, inutili, noiose, perche’ non riusciamo piu’ a cogliere la realta’ vera che si ha di fronte, e cio’ porta inevitabilmente all’arresto dello sviluppo psicologico causato dalla difficolta’ di elaborazione mentale, perdendo cosi’ il sentiero che conduce a nuove occasioni relazionali e, alla fine, peggiorando tutti i nostri rapporti esistenti.

Guarirne, una volta riconosciuto il fatto che ne siamo affetti, non e’ difficile, anche se la terapia richiede un certo sforzo. Quello che serve innanzitutto e’ conoscere meglio cio’ che classifichiamo. E’ utile dunque prestarsi ad un lungo periodo di full immersion (viaggi, letture, approfondimenti) in una di quelle categorie che pensiamo di conoscere, ma della quale siamo consapevoli di generalizzare, sia in senso negativo che positivo, iniziando a ritrovare attenzione per i dettagli, anche quelli che potrebbero sembrare del tutto irrilevanti. Qualsiasi cosa, ad un primo sguardo veloce e da lontano, infatti, appare diversa da come, invece, e’ nella realta’ se la esaminiamo nei dettagli. Accade quando osserviamo a lungo un quadro, una foto, oppure quando rivediamo per una seconda volta un film: la nostra percezione di qualcosa cambia all’aumentare della conoscenza che ne abbiamo.

Anche se, purtroppo, sempre piu’ ci accorgiamo come anche in quest’epoca, in cui sembra che la conoscenza sia alla portata di tutti, la facile generalizzazione resti l’unico standard con cui moltissima gente preferisce affrontare le problematiche complesse della vita. Forse la prima cosa da fare dovrebbe essere quella di liberarsi dalla pigrizia, fisica ma soprattutto mentale, che troppo spesso ci affligge.

martedì 11 giugno 2013

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La solitudine

Ci sono persone che riescono sempre a sorprendermi. Ad esempio c'e' chi in Facebook ti chiede amicizia, tu gliela concedi, e il giorno dopo chiude l'account. E scompare. Scompare cosi', senza che quella piccola conoscenza abbia avuto un benche' minimo modo di evolvere. Mi domando talvolta quanta gente soffra. E non parlo dal punto di vista economico, e neppure di salute fisica. Parlo dal punto di vista esistenziale, psicologico, intimo.

Cio' significa che, nonostante tutta questa facile interazione che si puo' oggi ottenere con internet, in modo quasi immediato, con qualsiasi persona, potendola raggiungere in ogni parte del mondo, c'e' tanta, tanta, solitudine. Solitudine mentale.

La poverta' materiale e neppure il malessere fisico possono essere paragonabili al senso di sgomento e di (non saprei come descrivere perche' non l'ho mai provata) abbandono, generato da questa solitudine che, in tanta gente, si esprime attraverso comportamenti che, almeno dal punto di vista di persona semplice come me, mai afflitta dai meandri mentali, appaiono completamente folli.

giovedì 6 giugno 2013

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Amina, Alina e Alvina: tre anime del femminismo

Amina, liceale di 19 anni, tunisina, si e’ fatta fotografare a seno nudo su cui aveva scritto in arabo la frase-chiave della protesta delle Femen: "Il mio corpo mi appartiene e non rappresenta l'onore di nessuno". E ancora: “Fotti la tua morale". Frasi che hanno suscitato scandalo non solo in Tunisia, paese che dopo la primavera araba sta affrontando i fermenti dell'estremismo religioso, e dove le associazioni femministe denunciano un regresso nei diritti delle donne con l'arrivo al potere del partito integralista Ennahda, ma anche nel resto del mondo islamico. Amina, a seguito di tutto cio’, e’ stata supportata e perfino imitata da molte ragazze che hanno visto nel suo gesto qualcosa di veramente rivoluzionario, non senza tuttavia aver ricevuto le critiche di chi la sta accusando di essere uno strumento sionista al servizio di chi intende destabilizzare l'intera area islamica.

Alina, 63 anni, e’ professoressa in una universita’ nel sud della Francia. Si definisce una “vera femminista” ed e' orgogliosa di essere stata una delle prime iscritte al movimento di liberazione delle donne nato a seguito di manifestazioni del maggio 1968 a Parigi. Ha recentemente fondato un gruppo volto a tutelare il "diritto delle donne musulmane di indossare il burqa in Francia". Sostiene, infatti, che vietare il burqa o altre forme di abiti islamici, e' un ostacolo alla liberazione delle donne. A suo parere, le femministe in tutto il mondo dovrebbero imparare ad accettare e rispettare il relativismo culturale, e che vietare il burqa costituisce una violazione della liberta’ religiosa, oltre a rappresentare qualcosa di profondamente razzista. Per Alina, questa falsa contrapposizione che vede l'Islam come un oppressore dei diritti delle donne, nei confronti di un Occidente illuminato che ne e’ invece il difensore, serve soprattutto a distrarre dal sessismo intrinseco di cui e’ impregnata la nostra societa'.

Alvina, e’ una blogger inglese di 31 anni, di mentalita’ piuttosto puritana, e crede che il femminismo radicale sia l'unico modo per combattere il sistema patriarcale; lo ripete in continuazione, quasi come fosse un mantra. Per lei, chi si mostra nuda pensando di fare qualcosa di estremamente rivoluzionario, in realta’ va a minare la dignita’ di ogni donna, perche’ la vera liberta’ la si ottiene solo col contrapporsi al desiderio maschile; con la forza dell’intelletto, e non con l’esibizione del proprio corpo. La nudita’ femminile e’ per Alvina cio’ che gli uomini, in fondo, desiderano perche’, sostiene, una donna nuda e’ indifesa, manipolabile, corrompibile. Ostentando nudita’ si asseconderebbe dunque il maschio, dimostrando cosi’ di essergli ancora piu’ devote. In sostanza, trasformandosi un oggetto che crea bramosia sessuale, la donna perderebbe la sua connotazione di persona.

Quella di Amina, Alina e Alvina sembrerebbero, ad un primo colpo d’occhio, posizioni in totale contrasto tra loro e difficilmente conciliabili, ma non e’ cosi’. In realta’ rappresentano tutte quante le diverse anime di un unico problema, il cui senso, alla fine, e’ quello della dignita’ della donna. Una dignita’ che, come si puo’ capire, non passa attraverso un’unica strada, ma conduce, seguendo tortuosi sentieri, a mettere in discussione i principi fondamentali su cui si basa il femminismo stesso, che nelle varie culture si esprime in modi differenti, innescando non poche contraddizioni.

Cosi’, mentre Alina rappresenta l'anima del "femminismo orientalista", infatuato dell’oriente al punto tale di non riuscire a riconoscere la differenza tra un modo di vestire e uno strumento di discriminazione, e Alvina, d'altra parte, rappresenta quel "femminismo colonialista" per cui l'unico modo per le donne di essere libere e’ quello di essere "salvate" attraverso una morale occidentale di stampo puritano, Amina, si mostra come l’immagine del “femminismo esibizionista” che dal patriarcato, secondo le prime due, non riuscira’ mai ad emanciparsi.

Sinceramente, non riesco a capire quelle femministe che non si rendono conto quanto sia sbagliato imporre le loro idee di emancipazione alle altre donne. E non riesco a capire neppure quelle femministe che difendono il burqa e con esso anche altre pratiche repressive, come le mutilazioni genitali femminili, in nome del rispetto di una “diversa cultura”. Come non riesco a capire quelle femministe per le quali il denudarsi rappresenta l’unico atto efficace contro lo strapotere maschile. La dignita’ e la liberta’ della donna non hanno per tutte un significato univoco, stabilito da una cultura che prevale sull’altra, ma sono l’espressione di cio’ che ogni donna e’, singolarmente, e del diverso senso che ciascuna da’ alla sua dignita’ e alla propria liberta’.

Personalmente, percio’, mi trovo a simpatizzare con Amina, in quanto considero Femen un movimento femminista nuovo ed efficace dal punto di vista della comunicazione, ma allo stesso tempo non riesco a non rispettare le opinioni di Alina, come considero del tutto logico e condivisibile cio’ che esprime Alvina. Quello che realmente penso, quindi, e’ che dovremmo innanzi tutto, smettere di accettare cio’ che le norme sociali, morali e religiose ci impongono, sia da una parte che dall’altra, e cercare una buona volta di non cadere nella trappola della contrapposizione e nella “lotta fra donne”, alla quale il patriarcato, tutto, compatto, vorrebbe che la questione si limitasse.

L'odio, l'estremismo, l'esclusione, l’aggressivita’, le polemiche sterili e le inevitabili divisioni culturali, sono solo i sintomi di una malattia che si sta consumando, mentre tutte quante dovremmo investire le nostre energie per cercarne la cura. Innanzi tutto difendendo la dignita’ umana, prima ancora che di genere e poi, di conseguenza, lottando per la parita’ di diritti e di opportunita’, invece di discutere di quale sia il femminismo "migliore".

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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