martedì 30 aprile 2013

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Il fidanzato

Ricordo uno dei tanti “fidanzati” che ho avuto. Non era certamente quello che piu’ mi e’ rimasto dentro. Anzi, devo dire che, fra tutti, era decisamente il piu’ mediocre, tanto che di lui non riesco a ricordarmi piu’ neppure il nome. Tuttavia, in quel momento mi sentivo sola, e cosi’, quando lui si propose, piu’ per noia che per sentimento, gli dissi di si’. Ma fin da subito ebbi la sensazione che la storia non sarebbe durata che il tempo di una breve vacanza.

Fra l’altro, quel tipo non era neppure il massimo dal punto di vista di quei dettagli che piu’ mi attraggono in un uomo (e lascio a chi legge immaginare quali), ma come ho detto, quello era per me un periodo strano, difficile; mi erano accadute cose poco simpatiche, e forse, proprio a causa di cio’, non possedevo la ponderatezza necessaria per fare una scelta meno azzardata. Un errore che poi, in seguito, non avrei mai piu’ ripetuto.

Comunque, la relazione, come previsto, duro’ non piu’ di qualche settimana, anche perche’ dopo un inizio in cui mi era parso minimamente interessante, almeno sotto il profilo dell’intelletto, con i giorni seguenti avevo a poco a poco preso consapevolezza dell’inconsistenza di quell’uomo: incostante, vuoto, privo di spessore, che parlava tanto ma diceva poco, prometteva di tutto ma non manteneva mai niente. In sostanza: un’emerita testa di cazzo. Un affabulatore che sapeva vendersi bene all’inizio, ma che esauriva molto presto tutto quanto il suo “carburante”. Inoltre, era anche stupido; mi cornificava, e gia’ questo era il segno di quanto fosse idiota. Ma soprattutto credeva che io non me ne accorgessi, forse abituato alle tante cretine che aveva frequentato prima di conoscermi.

Pero’ di una cosa sono tuttora certa: nonostante i suoi tradimenti, fatti piu' per dimostrare a se stesso di piacere alle donne che per fare un torto a me, sia fisicamente che sessualmente io rappresentavo per lui il massimo, e ovviamente non voleva perdermi. Non e’ cosi’ semplice, infatti, ritornarsene alla polenta scondita dopo aver preso l’abitudine ai manicaretti. Cosi’ era tutto un susseguirsi di bugie, inganni, e scalate sugli specchi per non essere sgamato nelle sue patetiche quanto squallide tresche. Anche perche' di lui, in realta', non me ne fregava proprio niente.

Comunque anche l'orgoglio vuole la sua parte, e quando la mia pazienza arrivo’ al limite (praticamente quasi subito), resami conto del tipo d’uomo col quale mi ero messa, iniziai ad avere schifo sia di lui che di me. Percio' lo mollai senza pentimenti, senza rimpianti, senza rimorsi. Anzi, con una sottile vena di soddisfazione che, ancora, quando ricordo questo episodio, mi fa sorridere. Ma lui non la prese benissimo, e per mesi continuo' a tornare alla carica, tampinandomi in modo quasi ossessivo, cercando ogni pretesto per incontrarmi, con la qui presente che invece lo sfuggiva, per evitare di avere con lui ogni contatto. Fino a che, cambiando citta’, risolsi definitivamente la questione. E li’ ebbe fine la tormentata storia che vi ho raccontato.

Anzi, ad essere sincera non fini' del tutto, ci fu un piccolissimo epilogo perche’ anni dopo lo incontrai di nuovo, per caso. Si era sposato con una donna fisicamente non attraente, a suo dire, e neanche intelligente, ma estremamente autoritaria. In sostanza una ciofeca rompicoglioni che lo comandava a bacchetta e gli faceva fare tutto cio’ che lei voleva. Sembra che questo tipo di donna abbia un notevole ascendente su un determinato tipo di uomo, e non ho mai capito il perche’. In ogni caso, avemmo modo di parlarci per un po', da soli, e la prima cosa che fece fu di lamentarsi per la sua vita, per sua moglie che non gli piaceva e che lo controllava in tutto perche' non sgarrasse. Un poveretto che mi fece quasi pena.

Gli chiesi il motivo della sua scelta, chi glielo avesse fatto fare, e perche’ mai avesse deciso di sposare una donna cosi’, che era tutto il contrario di quello che, per quanto ricordassi, rientrava nei suoi desideri. A quel punto lui mi aggredi’, verbalmente, dicendo che tutta la colpa era mia, di quella scelta e della sua vita di merda, perche’ l’avevo lasciato.

Ecco, questa e’ la storia. Niente di speciale. E' una storia sciocca che non vuol dire assolutamente niente o, forse, al limite, puo’ far riflettere sulle dinamiche che, nella vita, fanno prendere determinate decisioni invece di altre, quando si e' mossi dalla spinta dell’irrazionalita’ piu' che dal buon senso. Pero’, a leggerla bene, da questa storia se ne puo’ ricavare anche qualche spunto per ragionare meglio su qualcosa di piu’ attuale, piu’ importante e meno banale dei miei inconcludenti “amori” di quando ero un po’ piu’ giovane e gli uomini mi correvano dietro.

domenica 28 aprile 2013

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I suoni e i colori dell’inverno

E poi, quando intorno esplode la bella stagione, per qualche strano motivo ti capita di pensare all’inverno. Allora e’ impossibile che non ti torni alla mente quello moscovita, a cui nessun altro puo’ essere paragonato. E ti sembra di avvertirlo, ancora, entrarti nelle narici quell’odore metallico tipico della neve, e il gelo che ti aggredisce i polmoni quando esci per strada, non appena abbandoni il bozzolo caldo, umido e soffocante, dentro casa.

La colazione al mattino l’hai fatta con del buon the fumante, qualche fetta di pane spalmata di burro o con un cucchiaio di smetana fresca, del formaggio e un paio di fette di salame di Mikoyanovskij Miasokombinat. Poi esci fuori e i piedi ti affondano nella neve, troppo alta e soffice, che scrocchia ad ogni passo: crik… crok...

Qualsiasi ora sia, c’e’ sempre quella penombra che le luci giallognole dei lampioni non riescono a dissipare; neanche a mezzogiorno, quando il pallido sole sembra anche lui un lampione, solo un po’ piu’ grande e luminoso degli altri. Mentre qualche raro fiocco di neve, congelato dal freddo, fatica a scendere e rimane sospeso ancora un po’, tremolante, a danzare nell’aria davanti ai tuoi occhi, prima di appoggiarsi lieve sul manto nevoso.

Sono questi i suoni e i colori dell’inverno nei grandi cortili delle “chrushëvki”, gli agglomerati di case popolari costruite ai tempi di Chrushëv nelle periferie di Mosca.

E ti chiedi come possa la gente ritrovare la propria auto fra le tante, anonime e irriconoscibili, completamente sommerse sotto la morbida coltre bianca. Ma non ha importanza, perche’ alla fine vanno tutti a prendere la metropolitana, e si riparano un altro po’ al caldo prima di riemergere nel candore accecante e nel freddo all'uscita di Okhotny Ryad, dove i marciapiedi della Tverskaya non sono piu’ tanto immacolati.

Alla neve, qui, e’ stata tolta subito la sua magnifica verginita’, calpestata dalla moltitudine di ragazze con i capelli avvolti nei platoki di lana dai colori bruciati, e dagli uomini che, col colbacco ben calzato e dall’espressione severa, vanno a lavorare negli uffici dagli acronimi complicati che spesso celano societa’ dalle attivita’ poco cristalline.

Rare le automobili che circolano nella larga carreggiata. Sono rimaste tutte nei cortili dei condomini, parcheggiate sotto la bianca coperta di neve, in attesa della primavera, quando con i suoi fine settimana rischiarati da un sole appena piu’ caldo, la gente si reca nelle dacie di campagna a piantare le patate.

venerdì 26 aprile 2013

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Accadde in estate

Accadde in estate, durante le vacanze. Nel periodo in cui le scuole erano chiuse, quando tutte le mie amiche passavano il loro tempo andando in giro a farsi rimorchiare dai ragazzi, io avevo l'abitudine, invece, di trascorrere i pomeriggi in piscina, a nuotare. Nell'acqua mi sono sempre trovata bene, muovendomi come un animale marino, e a diciassette anni il mio corpo era gia’ tonico e formato come quello di un’atleta. L'attivita' fisica e il continuo sforzo muscolare - oltre al nuoto praticavo moltissimi altri sport - aveva contribuito a togliermi l'adipe in eccesso; davvero poco in verita’, considerato che ho sempre avuto la fortuna di avere un corpo asciutto ed armonioso. Non a caso i ragazzi che mi giravano intorno come api sul nettare, avevano confezionato un nomignolo che ben mi si addiceva: “a kis hableány”. La sirenetta.

Quel giorno in piscina non c’era praticamente nessuno: solo io e un’altra ragazza. Dopo aver nuotato a lungo nella vasca, mi ero recata nei locali delle docce, ed e’ li’ che mi e’ capitata la prima esperienza saffica della mia vita. Lei si chiamava Erika ed aveva qualche anno piu’ di me. Avevamo nuotato insieme, scambiando qualche parola fra una pausa e l'altra e l’avevo ritrovata, poi, a farsi la doccia accanto a me.

Il ricordo di come avvenne precisamente, e di come ci ritrovammo appiccicate l’una all’altra, e’ oggi un po’ sfocato. Quello che ricordo bene, pero’, e’ l'acqua che continuava a uscire dalla doccia, riscaldandoci, mentre me ne stavo in piedi con la schiena appoggiata al muro, con il corpo di Erika che aderiva al mio, e lei che con la mano mi sfiorava il sesso.

Ricordo i nostri corpi che scivolavano l'uno sull'altro, come un dolce preliminare a quello che avremmo fatto dopo, e le mie tette minute che s'infossavano nelle sue molto piu’ prospere. Erano cosi’ invitanti che non riuscii a fare a meno di afferrargliele con entrambe le mani. Le aveva sode, piene, con l’areola straordinariamente estesa e i capezzoli rosa.

Di solito, quando scopavo con un ragazzo, me le accarezzavo da sola. Credevo che a darmi piacere fosse la sensazione che mi procuravo titillandomi i capezzoli, e in gran parte la ragione era anche quella, ma stringendo fra le mani i seni di un’altra donna mi accorsi che c’era qualcos'altro che mi piaceva, ed era proprio il tocco di un seno femminile. Aveva su di me - e lo ha tuttora - un effetto afrodisiaco.

Inoltre, a parte cio’ che accade in ogni prima esperienza, che sembra sempre piu’ intensa di quelle successive, cio' che trovavo davvero esaltante in quella situazione, per me inusuale, era far sesso con chi poteva condividere esattamente le sensazioni che provavo anch’io; con chi sapeva esattamente cosa toccare, quando affondare, cosa stringere, quando sfiorare. Cosa impossibile per qualsiasi ragazzo.

Iniziai a succhiarle l'areola perche' anch'io andavo via di testa quando lo facevano con me. Succhiai forte fino a farla mugolare, ma non so quanto quei gemiti fossero per il troppo piacere oppure per il dolore che le provocavo. E’ stato solo in seguito che ho scoperto che non tutte gradiamo allo stesso modo certi stimoli, talvolta eccessivi, e quella volta, forse, nel succhiare quei capezzoli rosa esagerai un po’. Ma che fosse piacere o dolore ha poca importanza, perche’ un’altra cosa che ho imparato e’ che il piacere e il dolore hanno spesso bisogno di mischiarsi per creare quelle alchimie che intensificano gli orgasmi, cosi' da trasformarli in momenti d’estasi irripetibili.

Eravamo talmente concentrate nell'esplorare le nostre intimita’ che neppure ci accorgevamo dell’acqua che continuava a scrosciare giu’ dalla doccia, mescolandosi ai nostri umori, e quando anche Erika inizio’ ad accarezzarmi i seni, che a confronto dei suoi sembravano due piccole pesche non ancora mature, e a succhiarmi forte i capezzoli, ebbi un orgasmo. Fu improvviso. Lo avvertii salire, incontenibile, come una vampata di calore che mi pervase il ventre, e mi sentii spremere tutta come mai mi era accaduto in nessun’altra occasione prima; neppure masturbandomi da sola.

Quello che mi sorprese e’ che fino a quel momento, in quel breve, intenso, rapporto fatto solo di passione e sesso, nonostante i nostri corpi si fossero conosciuti anche troppo, il mio viso e quello di Erika si erano solo sfiorati. Allora, infatti, non mi era ancora chiara questa separazione fra sentimento e sesso, fra gesti affettuosi e ricerca del piacere, e forse fu proprio li’ che inizio’ a germogliare dentro di me l’idea che per godere non occorre affatto che ci sia l’amore o l'affetto, e che gli orgasmi piu’ intensi sono spesso il frutto di incontri occasionali, con persone quasi sconosciute che non rincontreremo mai piu’; attimi di solo sesso fine a se stesso, e niente altro.

Quando Erika si distacco’ dal mio corpo e mi cinse la testa afferrandomi i capelli da dietro tirandoli verso il basso, mi costrinse ad alzare lo sguardo che, forse per un senso di vergogna, fino a quel momento avevo tenuto basso. Cosi’ la guardai in volto. Me la ricordo bellissima. Ma ancor piu’ bella era la sensazione di potermi specchiare in lei, nella profondita’ dei suoi occhi scuri come la notte, come allo stesso modo lei poteva fare nell’azzurro dei miei. Ed oggi so che e' proprio per questa sensazione di reciprocita', per questo potersi specchiare l'una nell'altra, che poi in seguito ho continuato a nutrire la mia omosessualita', rimasta fino a quel momento latente, e l'ho dosata con cura, facendola diventare parte integrante di me e delle mie preferenze sessuali.

Un solo attimo di silenzio, poi le nostre labbra si avvicinarono. Rivoli d'acqua scendevano copiosi sulle nostre bocche, ma il loro incontro fu cosi’ dolce che l'impressione fu che fossero una cosa sola. Le punte delle lingue si cercarono, sfiorandosi, ma anche le dita non riuscivano a star ferme, e quando la mano di Erika afferro’ la mia, portandola a contatto con la sua clitoride, iniziai a sfregarla con movimenti lenti, accelerando di tanto in tanto, e penetrandola con le dita.

Ricordo che le pareti del suo sesso erano morbide come i petali di una rosa, e che era molto piu’ lubrificata di quanto capitasse a me nei momenti in cui ero eccitata al massimo. Ma quello che piu’ mi sorprendeva, e mi procurava un sottile piacere, era avvertire distintamente le contrazioni del suo utero mentre la esploravo. Ero ancora inesperta in quel genere di cose, e mi facevo guidare ripetendo i suoi gesti, facendo esattamente quello che lei faceva a me sperando, imitandola, di farla godere come lei stava facendo godere me.

L’orgasmo che arrivo’ ci trovo’ accomunate, come fuse in un’unica persona. Venimmo insieme, in perfetta sincronia, trattenendo le urla l’una nella bocca dell'altra.

giovedì 18 aprile 2013

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Qualcosa di personale

Mi e’ stato rimproverato che, ultimamente, scrivo troppo di argomenti generali e meno personali. Credo che per chi mi sta seguendo da tempo, e che si era abituato a leggere raccontini piu’ attinenti alla mia passata attivita’ di escort, i miei post recenti risultino meno interessanti del solito. Devo dire, infatti, che femminismo e religione di certo non si addicono a chi fino a ieri non disdegnava giocare con la sessualita’ e l’erotismo, traendone spunto per argomenti piu' piccanti, oppure per qualche confessione scabrosa. Percio’ comprendo chi vorrebbe vedermi di nuovo mettere in risalto questa particolare anima, in cui esprimo maggiormente tutta quanta la mia intimita'. Qualcosa di piu’ personale, insomma.

Eppure, sembra che talvolta non si sappia che la mia vera intimita’ non la si trova nei racconti di sesso, dove descrivo come mi piace farlo, come riesco a godere, oppure a far godere un uomo o una donna. No. La mia vera intimita’ la si trova nelle piccole cose, in un episodio che di per se’ sembra insignificanti, ma che in realta' ha rappresentato un punto di svolta nella mia vita, contribuendo a fare di me quella che oggi sono.

Cosi’, per accontentare queste persone sempre in ricerca della Chiara piu' vera, vorrei raccontare della mia infanzia, di un giorno lontano quando andavo ancora a scuola, di qualcosa che potrebbe essere stato decisivo nel plasmare, in seguito, il mio carattere. A questo punto premetto che in Ungheria il sistema di valutazione scolastico e’ diverso da quello italiano. E’ lo stesso che c’era anche durante il comunismo, cioe’ ai tempi in cui frequentavo l’évfolyamos gimnázium, che poi sarebbe quella che in Italia e' la scuola media inferiore. I voti vengono espressi da 1 a 5, dove 1 il voto piu' basso, la piu’ totale insufficienza, mentre 5 rappresenta il massimo raggiungibile. L'ottimo.

Ricordo che quel giorno avevo ricevuto la pagella con una valutazione complessiva di 4+, quindi appena un gradino sotto al 5. Ero cosi’ eccitata ed orgogliosa di essere in cima alla lista d’onore della scuola, che non vedevo l’ora di mostrarla a mia madre che a queste cose dava sempre una grandissima importanza. E io facevo tutto il possibile per accontentarla.

Arrivata a casa, corsi da lei con il sorriso sicuro di chi sapeva di aver fatto qualcosa di buono, sicura che ne sarebbe rimasta piacevolmente colpita. Ma non lo fu. Non completamente, almeno. Anzi, appena data un’occhiata al voto, con calma mi pronuncio’ le parole che mi avrebbero ferita, facendomi diventare, poi, la persona che oggi sono e che forse saro’ sempre. Disse semplicemente: "4+ va bene, ma perche’ non 5?"

Restai di stucco. Mi sentii oltraggiata, offesa, e dolorosamente delusa. Non riuscivo proprio a capire come non riuscisse ad apprezzare i miei sforzi e il duro lavoro che avevo fatto per ottenere quel risultato. Ma in seguito, con gli anni, ho capito: lei si aspettava il massimo da me, e voleva che anch’io aspettassi da me stessa sempre il massimo.

Ora, che ho piu’ o meno l’eta’ che aveva lei il giorno che accadde quell’episodio, so che non voleva far del male a una bambina il cui unico desiderio era quello di impressionare la sua mamma. Ovviamente, quella bambina c’e’ ancora; e' esigente forse ancor piu’ di sua madre. Giorno dopo giorno, sfida dopo sfida, lei e’ ancora li’ che cerca di ottenere per tutte le cose che fa un bel 5. Perche’ "4+ va bene, ma semplicemente non e’ il massimo".

Si’, sicuramente quella bambina c’e’ ancora. L'unica differenza e’ che non sta piu’ cercando di impressionare sua madre o qualcun altro. Oggi vuole solo stupire se stessa.

martedì 9 aprile 2013

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Tutto, ma non tette

Al di la’ del fatto che non mi e’ ancora chiaro perche’ una donna desideri pubblicare una sua foto mentre sta allattando suo figlio - anche se posso afferrare l'importanza che debba avere per certe persone mostrarsi nelle situazioni piu’ intime - pero’ mi sento offesa quando vedo che Facebook, il cui fine tra le altre cose dovrebbe essere quello di promuovere la liberta’ di espressione oltre alla condivisione di che cosa si mangia a cena oppure quante volte ci si reca al bagno, si tramuta in un Grande Fratello che decide cosa si puo’ o non puo’ guardare, anche se cio’ che cade sotto la mannaia censoria e’ la cosa piu’ naturale e meno pornografica che esista.

La storia di Kristy Kemp, il cui account e’ stato bloccato per aver pubblicato delle foto in cui e’ ritratta mentre tiene il suo bimbo al seno, e’ emblematica ed e’ solo uno dei tanti esempi che riguardano la censura che ogni giorno, costantemente, viene applicata da Facebook secondo i desideri (quasi mai del tutto chiari) dei suoi amministratori, che il piu’ delle volte sono dei veri e propri atti di prevaricazione verso le persone e un insulto all’intelligenza, alla liberta’ e alla capacita’ di discernere cio’ che puo’ essere politicamente corretto da cio’ che invece non lo e’.

Personalmente, forse per eccessiva cautela che ho sempre tenuto, ma che considerato il mio carattere un po’ ribelle mi e’ costata in termini di stress, non sono mai incorsa in questa assurda censura; in fondo non sono io a rimetterci se non pubblico foto dove mostro le mie tettine nude. Essi’ perche’ pare che il problema non sia tanto il nudo tout court (infatti, foto di glutei nudi sembrano passare il filtro censorio senza creare problemi), quanto le tette, soprattutto se sono visibili i capezzoli. E questo mi lascia perplessa.

Sappiamo bene come in FB non sia difficile trovare discorsi di odio, messaggi violenti e immagini in altro modo assai piu’ offensive. Tuttavia ci si indigna alla sola idea di dover vedere una madre che fa la cosa piu’ naturale del mondo. Il Social Network di Zuckemberg giustifica tutto, ma non le tette, poiche’ nella sua policy e’ scritto chiaramente che "e’ censurabile ogni immagine in cui il seno sia completamente esposto". E chi viola questa regola, puo’ avere il suo account bloccato, e vedere il suo contenuto rimosso a seguito di una semplice segnalazione di qualche frustrato che, per qualche ragione, sopporta la vista di un culo nudo, ma non delle tette. Strane persone che si aggirano nei meandri del web, vero?

Di recente anche la pagina di un museo e’ stata bloccata per 24 ore per le stesse ragioni, vale a dire dopo che era stata pubblicata l’immagine di una donna a seno nudo, della fotografa francese Laure Albin Guillot, che partecipava a un’esposizione; e questo dimostra come Facebook, per la sua censura, si affidi a dei poveretti che non riescono a distinguere tra pornografia e un’opera d'arte. Vi e’ infatti una differenza cruciale che i signori di Facebook sembrano ignorare, ed e’ quella che esiste tra un seno esposto allo scopo di portare consapevolezza sull'allattamento naturale, e un seno la cui sola finalita’ e’ quella di far drizzare il pisellino a qualche ometto infoiato.

Un altro argomento che potrebbe essere sollevato a proposito di questo problema e come certa gente non abbia ben chiari i termini di valutazione su cosa sia consentito o no, e’ che anche se un seno e’ esposto per un effettivo scopo sessuale, la sua “pericolosita'” non puo’ essere maggiore di quella di un’immagine di un uomo che picchia o abusa di una donna, anche nel caso che la donna sia completamente vestita. E non puo’ essere piu’ "nocivo" di tutte le insipide battute sessiste, omofobe, razziste, che si leggono ogni giorno su FB. E' questo non riuscire a discernere tra cosa puo’ essere dannoso e nocivo e cosa non lo e’, che qualifica dunque l’intelligenza non solo di chi sta dietro al monitor a decidere se applicare o meno questo tipo di censura assurda e ipocrita, ma anche di chi ha affidato a certa gente tale compito.

giovedì 4 aprile 2013

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Come bamboline

La riflessione di oggi scaturisce da alcune mie considerazioni personali a seguito della lettura di un libro e dopo che, pochi giorni fa, ho letto l’ennesimo articolo sulla chirurgia estetica che sembra essere diventata per molti il modo per apparire piu' belli, modificando le sembianze fisiche, cosi’ da colmare le proprie lacune di autostima. Il tutto rifacendosi a dei modelli di bellezza totalmente avulsi dalla scelta personale, ma imposti da una cultura dell’apparenza nella quale l’unica opzione pare essere quella di adeguarsi, quasi sempre inconsapevoli di essere sottoposti a manipolazione.

Tuttavia, quando il fenomeno riguarda le donne, che sono le maggiori utilizzatrici del chirurgo al fine di migliorare il proprio aspetto, il discorso si fa piu’ ampio, e assume quella forte connotazione maschilista e sessista che da sempre contraddistingue la nostra societa’. E' la stessa cultura che continua ad alimentare anche l’industria dei cosmetici e della bellezza in generale, nella quale le donne credono di essere protagoniste attive, ma dove in fondo subiscono passivamente il ruolo di sfruttate da parte di un mercato che ormai domina tutto. E parlo anche di quella cultura che fa leva sulla pulsione femminile di sentirsi ammirate in base a come si appare esteriormente e non in base alle proprie capacita’.

Percio’ oggi, quasi per gioco ma per capire quanto fosse vera questa mia considerazione, li ho contati. Da casa mia al centro della piccola citta’ dove vivo - e la distanza non e’ che di pochi chilometri - ci sono ben 23 cartelloni pubblicitari che raffigurano donne piu’ o meno svestite che pubblicizzano diversi tipi di prodotti - dai gioielli agli occhiali da sole, dai televisori ai cacciaviti -, con le loro tette, i culi, le cosce e le labbra gonfiate. C’e’ persino un’impresa di pulizie che si basa su una donna con delle belle gambe lunghe per promuovere la sua immagine.

Quindi ho pensato: “Come donna, qual e’ il mio valore in questa societa’ in cui i mass media dettano le regole basando quasi tutto sul corpo femminile? Che cosa sono veramente io?” (Si noti che non sto chiedendo “chi”, ma “cosa”). La risposta che mi sono data e’ semplice: sono la somma delle parti del mio corpo, la mia abilita’ di compiacere lo sguardo maschile, la mia capacita’ di essere desiderata, la mia capacita’ erotica di attirare l'attenzione su di me. Sono la mia aura sensuale che e’ tanto piu’ forte quanto maggiore e’ la facolta’ che ho di indurre altre donne a cercare di assomigliarmi, per come vesto, per come cammino, per come seduco, e a mio modo cerco in quelle che ammiro dei modelli da seguire. Sono in sostanza il potenziale della mia sensualita’, meno il numero dei miei difetti fisici, moltiplicato per la capacita’ che ho di “vendermi”. Ma questo l’ho sempre saputo, fin dai tempi in cui lavoravo come modella. Cio’ che, invece, pur sapendolo, non volevo ammettere e’ che in base a questo meccanismo che ho appena descritto, alla donna non e’ lasciata alcuna scelta; deve accettare il suo ruolo di “cosa”. Un giocattolo inanimato, qualcosa di non umano usato al solo scopo di promuovere altre cose, in questo grande mercato che e’ il mondo.

Senza dubbio, quando affermo che questa oggettivazione della donna ha raggiunto il suo picco negli ultimi 10-20 anni, sto affermando qualcosa che per molti e’ ovvio. Dalle ragazze vestite in abiti provocanti che ballano in modo sexy negli spettacoli televisivi e in video musicali, alle foto degli impossibili, seducenti, corpi di fotomodelle che si possono vedere in quasi tutte le riviste - maschili o femminili non ha importanza, in quanto, da questo punto di vista, non si capisce qual sia la vera differenza tra Cosmopolitan e Playboy -, siamo inondati sempre piu’ di sollecitazioni che ci spingono all’apparire piuttosto che all’essere; a sembrare piuttosto che ad esistere.

E’ quindi del tutto plausibile questa ossessione per la bellezza di plastica, per il voler restare a tutti i costi “giovani”, anche ricorrendo alla chirurgia estetica. Con le immagini edulcorate, fabbricate apposta per rappresentare un ideale di donna irraggiungibile, in un mondo che ormai focalizza tutta l’importanza sull'aspetto fisico (soprattutto delle donne), si capisce bene l’intento di indurre piu’ che mai il desiderio di rimanere giovani, belle, magre e sexy. Poiche’ ci fanno credere che solo restando giovani, belle, magre e sexy si abbia davvero valore. Ci fanno credere che solo chi e’ giovane, magra, bella e sexy possa avere una vita sociale brillante e un sacco di amici. Ci fanno credere che solo chi e’ giovane, bella, magra e sexy sia desiderabile e felice.

Molte donne giovani in buona salute, che non avrebbero alcun bisogno di interventi di tipo estetico, si rivolgono sempre piu’ spesso al chirurgo (le banche, tempo fa, avevano persino creato dei piccoli prestiti con bassi interessi per tale scopo) tentando di modificare la struttura del proprio viso, con interventi, protesi, e altre procedure che alienano il loro aspetto naturale, per assomigliare a un ideale estetico imposto dal “mercato”. E’ per questo che alla fine quasi tutte quelle che fanno ricorso alla chirurgia estetica sembrano cloni caricaturali di famose cantanti o attrici. Ma soprattutto, sembrano cloni di se stesse, dato che alla fine arrivano ad essere tutte quante uguali. Perche’ gli interventi di chirurgia estetica non restaurano la bellezza e la gioventu’ perdute, ma le simulano, le contraffanno, ne snaturano completamente il senso. E per alcune diventa addirittura una malattia che va fuori controllo, come un’epidemia psicologicamente contagiosa, che inganna le donne inducendole a pensare che hanno bisogno di farsi frantumare le ossa o farsi affettare dal bisturi di un chirurgo per poter attrarre l’attenzione degli uomini. Tutto nel nome di una perduta fiducia in se stesse, rovinate da una societa’ fortemente maschilista e sessista che oggettivizza la femmina e mina le sue capacita’ intellettive, riducendola al semplice ruolo di graziosa bambolina con un bel volto.

Questo perche' la societa’ nella quale viviamo e’ talmente sessista che la sicurezza in se stessa la donna la ottiene basandosi esclusivamente sull’aspetto piuttosto che sul talento e l'intelligenza; e il silicone e il botox diventano cosi’ “elisir” miracolosi per guarire dall’infelicita’ e dalla depressione. Questo perche' la societa’ nella quale viviamo e’ talmente sessista che molte donne (e ragazze) si perdono nel caos dei disturbi alimentari e della chirurgia estetica, cercando di salvare cio’ che resta della loro sicurezza di se’, dopo essersi confrontate e valutate sulla base di cio’ che vedono ogni giorno sui cartelloni pubblicitari, nei film, nelle riviste, e attraverso gli schermi televisivi. Questo perche’ la societa’ nella quale viviamo e’ talmente sessista che le donne diventano delle consumatrici da sfruttare, ma ancor peggio diventano esse stesse sfruttabili in quanto femmine. Questo perche’ la societa’ nella quale viviamo e’ talmente sessista che le donne sono ridotte a non essere altro che oggetti in palio, premi da vincere, bei giocattoli da esibire. Questo perche' la societa’ nella quale viviamo e’ talmente sessista che il genere maschile solitamente viene considerato superiore a quello femminile.

C’e’ una guerra in atto contro le donne? Si’, c’e’, ed e’ una guerra condotta non solo dall’altro sesso, ma anche da quelle donne insicure che hanno subito il lavaggio del cervello. In una cultura prevalentemente dell’apparenza in cui la pubblicita’ e’ onnipresente, l'inquinamento sessista e’ diventato impossibile da evitare, e le donne stesse ne sono intossicate, arrivando ad abusare volontariamente dei propri corpi per ottenere attenzione e considerazione, costantemente bombardate come sono da immagini che le spingono ad agire / vestirsi / apparire in un certo modo per potersi sentire “desiderabili”. Per questo c’e’ una guerra in atto contro le donne. Una guerra che viene combattuta ferocemente sul piano culturale con tutta la potenza di fuoco dei media, cosicche’ la donna sia convinta sempre piu’ a trasformarsi in un accessorio che gli uomini, poi, valutano e acquistano.

E’ un fenomeno che nonostante i vari passaggi nella Storia, non e’ mai mutato. Qualcosa su cui il genere maschile non ha mai mollato la presa. E anche se oggi cercano di convincerci che tutto e’ cambiato, che siamo padrone di noi stesse, che esistiamo in quanto siamo e non in quanto appariamo, alla fine ci ritroviamo costrette dentro il medesimo ruolo di sempre. Una metafora senza fine di tentazione sessuale, di mela seducente, e sembra che ancora non ne abbiamo avuto abbastanza. Cosi’ e’ in Occidente come in Oriente.

Quando sara’ che le donne smetteranno di considerarsi dei trofei e cominceranno ad essere esse stesse delle protagoniste in grado di “vincere”? Quando smetteranno di essere oggetti passivi e cominceranno ad essere soggetti attivi? Quando cominceranno ad usare veramente i loro occhi per guardare, invece di essere solo felici di essere guardate? Quando accadra’, il mondo cambiera’ radicalmente. Perche’ in un mondo in cui “vivere” e’ diventato sinonimo di “apparire”, si potra’ esistere solo se l’idea di spendere la nostra intera esistenza per essere notate si dissolvera’. Solo cosi’ potremo dire di essere veramente vive.

“Che cosa accade a un uomo che “acquista” una bella donna, avendo in mente la sua bellezza come unico obiettivo? Si danneggia da solo. Non ottiene un’amica, nessuna alleata, nessuna fiducia reciproca: lei sa perche’ e’ stata scelta. E’ pero’ riuscito a “comprare” qualcosa che per lui e’ importante: la stima degli altri uomini che trovano in tale “acquisto” qualcosa di impressionante".

- Naomi Wolf [1]


NOTE:

[1] Per approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro: “The Beauty Myth: How Images of Beauty Are Used Against Women”.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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