venerdì 29 marzo 2013

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Atea

In questi giorni, in cui il mondo cristiano si appresta a celebrare una delle sue festivita’ piu’ importanti, vorrei ribadire una cosa: sono atea. Questo non e’ certo un segreto per chi legge da tempo il blog. Pero’ gradirei precisare che il mio non e’ uno dei tanti slogan che cambiano con il tempo, a seconda delle circostanze e delle tendenze, e non e’ neppure un’affermazione per sentirmi "alla moda", o essere anticonvenzionale, o recitare la parte della ribelle in un'epoca fortemente polarizzata tra non credenti ed estremisti religiosi. Se sono atea e’ perche’, semplicemente, le mie convinzioni si basano sul raziocinio, in quanto fortemente ispirata dall'intelletto.

Da bambina mi avevano convinta ad essere credente. Era per merito di Dio che ero nata, cresciuta, e che avevo una famiglia che mi donava amore. Nel corso del tempo, pero’, quella sensazione e’ andata a perdersi, annullandosi del tutto, fino a quando e’ arrivato il momento in cui, poco piu’ che adolescente, ho avvertito che quell’essenza che avrebbe dovuto riempire il mio essere non esisteva piu’. E’ stata la prima volta che ho smesso di essere la persona che ero, e dico “la prima volta” perche' poi, in seguito, di cambiamenti importanti nella mia vita ce ne sono stati altri, ma questo e’ un altro discorso.

Perche’ e’ avvenuto? Perche’ ho voluto ribellarmi alla mia infanzia, ai rituali, alle tradizioni, alla comunita’? E perche’ ho iniziato ad essere influenzata da quella sostanza “maligna”, il dubbio dato dalla conoscenza, che andava in contrasto con tutto cio’ a cui mi avevano abituata, e che ha finito per provocare in me quel conflitto? Se lo sto scrivendo non e’ per ricercare Dio; il mio ateismo e’ ormai conclamato ed e’ difficile che possa tornare indietro. E’, semplicemente, perche’ nonostante tutte le esperienze vissute, sono ancora alla ricerca di me stessa. Riguarda percio’ le mie verita’, e quel viaggio interiore che costantemente intraprendo, in profondita’, ogni giorno, per comprendere meglio chi sono e cosa veramente voglio. E in questa profondita’ da moltissimi anni non trovo piu’ cio’ che una volta pareva essere il fondamento della mia vita: la Fede.

C’e’ stato un momento in cui ho capito che un Dio non poteva essere piu’ la fonte della mia esistenza, o una quintessenza, o una realta’, o un dato di fatto. Cosi’ quel Dio si e’ trasformato in un'idea, e come tale ho cercato di farlo andare d’accordo con i processi della ragione, e con tutto cio’ che la mia giovane mente assorbiva sottoforma di istruzione, cultura, e poi in seguito come preparazione scientifica. E’ da allora che ho iniziato a definirmi atea. Da quando il livello di consapevolezza raggiunto mi ha fatto comprendere che Dio rappresentava il nulla assoluto, e che non era piu’ una verita’, neppure piccola, neppure da poco. E’ stato un momento della vita che ho vissuto nel quale, di punto in bianco, mi sono resa conto come non avessi piu’ alcun bisogno di una qualunque “essenza” che non fosse basata sulla razionalita’. Questo e’, in breve, l’atteggiamento che ho riguardo alla questione della Fede.

Permettetemi pero’ di chiarire ulteriormente a chi pensa che io provi un qualche tormento per il fatto di non credere in Dio, che si sbaglia. Al contrario, sento che questa mancanza di Fede mi sta facendo godere di un equilibrio spirituale, fisico, intellettuale e filosofico, che mi permette di essere veramente me stessa, e di sentirmi "normale". Non ho divieti religiosi o tabu’ divini che pesano sulla mia esistenza e sul modo che ho di vivere. E’ per questo che mi sento leggera, senza catene, libera dal condizionamento che molte persone, proprio per un fattore religioso del quale spesso non sono coscienti, hanno profondamente radicato dentro di se’. So solo che "esisto", niente di piu’, niente di meno. E che la mia mente e’ l’unica convinzione che ho, con tutto cio’ che ne consegue in termini di conoscenza, sentimenti, cultura, valori, domande, risposte, dubbi e certezze.

Non lo sto dicendo per contestare, ne’ per provocare, ne’ per convincere, ne’ per esprimere qualcosa di puramente filosofico e teorico. Le mie parole sono il semplice frutto di un’esperienza di vita, e di una materializzazione della ragione in questa esperienza. E dal momento che non ho mai smesso di sperimentare, mettere in discussione, e confrontarmi con le certezze e con i dubbi, la questione di Dio e’ oggi per me un argomento su cui mi capita spesso di riflettere, ma in modo relativo e non con la categoricita’ che precede la ragione.

Se mi chiedete dunque quale sia il mio sentimento verso questa epitome che afferma che Dio non esiste, ma che il cosiddetto creatore dell'umanita’ non e’ altro che una delle tante creazioni/invenzioni che inevitabilmente influiscono sulla mia vita, risponderei senza rischiare di essere imprudente, che si tratta di un sentimento profondo di riconciliazione con il mio essere e tutto cio’ che ha concorso affinche’ io sia oggi quella che sono: la mia infanzia, il passato, il presente, le contraddizioni, le possibilita’ e le sincronie. Ed anche un profondo senso di riconciliazione con l'universo e tutti i suoi elementi: la sua natura, la storia, la geografia, la gente, la chimica, la fisica, la terra, l'acqua, i pianeti e tutto quanto.

C’e’ a volte chi mi chiede: “Ma se non credi in Dio, allora in che cosa credi?” Ebbene, non e’ una risposta difficile: credo nella scienza. In quello che ha svelato fino ad ora e in cio’ che svelera’ in futuro. E con tutto il rispetto che provo per le persone che credono nelle favole (e ne hanno bisogno), che cosa potrebbe essere la religione se non uno strumento illusorio per dare conforto a milioni e milioni di menti, desiderose di essere rassicurate nelle loro paure e nei dubbi di ogni giorno? Veramente vogliamo scommettere la nostra intera vita, i nostri principi, i nostri comportamenti, e le nostre scelte, su questo? Non sarebbe piu’ sano e gratificante, impostare un'etica di vita terrena e una morale basata sulla decenza, sul rispetto e sui valori umanistici universali? Non sarebbe piu’ sano e gratificante, decidere in tutta liberta’ quali siano i nostri errori, cercando di correggerli? Non sarebbe piu’ giusto non assumere come verita’ assoluta che credere in un Dio sia l’unica concretizzazione di amore e di perdono, quindi l'unico modo per salvare l'umanita’ dalla sua natura "animalesca" e dai "cattivi" istinti?

Come si puo’ capire, pur essendo una miscredente, ci sono tuttavia moltissime cose in cui credo, e una fra tutte e’ che affidarsi alla Fede, qualsiasi Fede, sia come portare il cervello all’ammasso; una cessione incondizionata di liberta’ e di raziocinio; una resa totale con la quale le persone si affidano al nulla assoluto, e demandano ogni scelta e ogni giudizio a qualcosa di “superiore” la cui esistenza non puo’ essere dimostrata in alcun modo.

Una favola eterea e inconsistente, quindi, creata da un bisogno irrazionale di certezze che nessuno puo’ dare, che pero’ incide materialmente, ogni giorno, nella carne viva della vita di ciascuno, condizionandoci nei comportamenti, e facendoci sentire appartenenti ai buoni e non ai cattivi solo se rispettiamo quei precetti, assurdi, sui quali c’e’ sempre piu’ spesso il sospetto che siano stati ideati al solo scopo di creare nell’umanita’ una sorta di gerarchia di privilegi validi per alcuni e non per altri. E il tutto dietro la fumosa promessa di qualcosa che ogni persona sana di mente interpreterebbe come inganno: la vita eterna.

domenica 24 marzo 2013

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Giovani donne antiche smarrite negli intricati meandri del web

Molte volte ho confessato di essere “una giovane donna antica”. E’ cosi’ che mi definisce mia madre che, nonostante abbia passato gia' da un bel pezzo la sessantina, in molti aspetti sembra essere assai piu’ giovane e disinvolta di me. Ma non voglio parlare di lei. Voglio solo dire che ogni giorno mi accorgo di quanto io resti indietro rispetto al mondo che cambia e che, sempre piu’ veloce, prosegue la sua corsa, superandomi per quanto io cerchi di restare al suo passo.

Volete un esempio? Per conquistare un uomo di solito una donna antica punta soprattutto sulla sua capacita’ di seduzione, sul fascino che crede di emanare, e questo lo mette in pratica accettando un invito a cena, magari in un posto romantico, dove poi si sviluppa tutto quel gioco di sguardi, allusioni, posture del corpo, che fanno aumentare l’adrenalina e il desiderio di voler concludere la serata insieme al suo partner in un letto. Un gioco molto simile alla caccia in cui una donna cerca di esprimere il meglio di se stessa, perche’ in fondo quel gioco rappresenta per lei una sfida. E lo stesso discorso vale per la controparte, che per “catturarla” e’ per forza obbligata a dare il meglio di se’.

Con Internet, invece, questa conoscenza dell'altro non avviene piu’ direttamente, ma molto spesso si parte prendendo per oro colato quello che scrive l’altra persona sui social network. Il web e’ diventato cosi’ una specie di mondo parallelo dove si possono costruire legami, non solo di amicizia, ma anche sentimentali che poi, solo in seguito possono sfociare in veri e propri incontri sul piano fisico, quando solo alla fine del percorso, e non durante, si puo’ valutare come combaci l’immagine che ci e’ stata presentata con quella reale.

Tutta quella parte che una volta viveva il suo momento piu’ eccitante nella sensualita’ delle immagini, dei suoni, e degli odori, che si mescolavano, e si sopraponevano creando miscele intrise di desiderio, simpatia, oppure odio o disgusto, oggi viene saltata completamente, e quasi sempre si arriva ad incontrarsi sul piano fisico conoscendo di noi solo quello che all’altro abbiamo voluto far sapere.

Percio’, per cercare di scavare nel profondo di chi ci piace, e non potendo guardare nei suoi occhi, oppure osservare come si muove quando lo sollecitiamo con le nostre provocazioni, non ci resta che effettuare una sorta di spionaggio sistematico, andando a cercare di carpire i suoi piu’ intimi segreti, tramite quello che scrive, immaginando che sia la verita’. In questo modo capita che ne siamo attratti, ma alla fine non abbiamo idea di quanto di reale ci sia nell’idealizzazione che ci facciamo di quella persona e quanto invece - tante volte ce ne accorgiamo troppo tardi - sia solo uno specchietto per allodole poco furbe.

Nel corteggiamento ravvicinato, invece, quando ci si guarda direttamente in volto, e’ difficile che ci sfuggano certi dettagli, e non e’ difficile riconoscere i comportamenti che indicano se una persona ci sta mentendo oppure si sta prendendo gioco di noi. Mentre qui, attraverso lo schermo, indossiamo tutti il vestito piu’ bello, quello piu’ pulito e stirato, che non mostrera’ mai alcun difetto… se non quei pochi, piccoli, difetti ben studiati, di scarsa importanza, che - lo sappiamo bene - rappresentano per gli altri piu’ un motivo di curiosita’ che di disinteresse.

Il mondo che ineluttabilmente si sta facendo strada e’ dunque cosi’ strano per chi la pensa come me, che a volte c’e’ da restarne sbigottiti, e quantunque non sia proprio una vecchia signora, tutto questo nuovo modo di concepire le relazioni mi fa sentire come fuori dal tempo se non addirittura completamente obsoleta. Soprattutto quando penso che la fine di una relazione possa avvenire esattamente allo stesso modo: con un breve messaggio su Facebook, chiaro e sintetico, che evita il difficile confronto diretto.

In sostanza, Internet ci offre di tutto e di piu’ sulle persone: fatti, gusti, interessi, storie passate, sogni, ambizioni. Tutto fuorche’ la cosa piu’ importante: la loro autentica personalita’. E la domanda che mi rivolgo quando incappo in qualcuno che suscita il mio interesse e’: sara’ tutto vero? A cominciare dalle foto, saranno vere oppure dei “fake” messi li’ per illudermi e che poi mi regaleranno inevitabili delusioni? Perche’ i social network non ci danno l'esatto ritratto dell'altro, in quanto, per paura o insicurezza, spesso l’altro non vuole mostrarci come realmente e’, e manca cosi’ il dato essenziale: la personalita’ che si conosce solo in un incontro vero, reale, in cui ci si fa scoprire a poco a poco, e si scopre l’altro basandosi tante volte sui suoi silenzi piu’ che su quello che dice.

Perche’ sono i silenzi che dicono piu’ di mille parole, mentre in Facebook i silenzi non possono essere minimamente concepiti, in quanto stare in silenzio, non scrivere, equivarrebbe a non esistere. E’ per questo che siamo costretti a una logorrea dattiloscritta quasi compulsiva, cosi’ da far emergere quelle parti di noi che vogliamo mostrare e che altrimenti resterebbero celate. Un comportamento che per l’essere umano, abituato da sempre a relazionare sia con la gestualita’ che con le parole, e’ quasi innaturale, ed e’ questo il motivo per cui le informazioni che leggiamo sono spesso fredde, unilaterali, e scritte senza possibilita’ di una corretta interpretazione.

E’ dunque l’incontro vis à vis l'unico modo per sentire se c’e’ chimica? Io credo di si’. Attraverso Internet non si riesce a valutare proprio un bel niente. Indipendentemente dal fatto che con l’altro si possano trovare moltissime cose in comune, per la costruzione di un vero rapporto, che sia d’amicizia, sentimentale o di altro tipo, l’unico elemento determinante e’ quello su cui ogni donna antica come me fa affidamento: il feeling. Anche se, per certi aspetti, trovo Internet molto attrattivo e intrigante.

Non posso negare, infatti, che una persona "conosciuta" sui social network possa suscitare grandi emozioni ed aspettative e oltre a cio’, l'elemento "sconosciuto" e’ davvero elettrizzante. Tuttavia si rischia a volte di convogliare troppe energie su un’unica persona quando, invece, non dovremmo mai perdere di vista il mondo reale, le amicizie vere, quelle che frequentiamo abitualmente, e tutto cio’ che ci circonda, perche’ dietro a ogni angolo, lasciatevelo dire per esperienza, possiamo incontrare la persona giusta in carne e ossa. E che sia per una notte oppure per l’intera vita, poco importa.

martedì 19 marzo 2013

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Il vestito rosso di mia madre

Il ricordo e’ vivido, anche se avevo appena cinque anni. Mia madre aveva l'abitudine di stare davanti a quella vetrina a guardarlo ogni mattina quando mi accompagnava a scuola. Potevo vedere nei suoi occhi quanto lo desiderava, e potevo anche leggere nei suoi pensieri mentre se lo immaginava, perfetto, addosso.

E’ sempre stata una bella donna, mia madre, e a quei tempi era davvero nella sua forma migliore; sarebbe stato bene su di lei. Non ho mai capito perche’ non lo abbia comprato. Tutto quello che so e’ che improvvisamente smise di prendere la solita strada per accompagnarmi all'asilo. Solo qualche anno piu’ tardi ne compresi il motivo: c’erano priorita’ piu’ importanti di un vestito.

Questo di privilegiare le cose pratiche, rispetto a tutti i sogni che potesse avere, e’ qualcosa che ha continuato a fare anche dopo, per tutta la vita. Quell’abito, fra l’altro, non era nemmeno costoso: non era di marca e neppure di altissima fattura. Era un normalissimo, modesto, abito rosso esposto in un semplice negozio della piccola citta’ dove sono cresciuta.

Le cose a quei tempi non erano facili per noi. Mia madre non proveniva da una famiglia ricca, e doveva combattere duramente, giorno dopo giorno, perche’ potessimo cavarcela dignitosamente. Per questo cercava di non alimentare troppo i suoi desideri. L’unica cosa alla quale non ha mai rinunciato e’ stata la mia educazione, anche se in gran parte a quella ha contribuito lo stato.

Odiavo la nostra situazione. Il fatto che per questioni di soldi, quando ero piccola, lei abbia dovuto reprimersi e calcolare ogni spesa perche’ non sempre i soldi bastavano per tutto e’ una cosa che, ancor oggi, quando ci penso, mi crea un groppo dentro la gola. Ciononostante non mi ha mai fatto mancare i giocattoli per Natale, le scarpe nuove per il compleanno e tutto quello che, egoisticamente, le chiedevo perche’ la maggior parte delle mie compagne di classe avevano. Per non parlare del pesante senso di colpa sulle spalle di una bambina capace d’intuire che le cose erano a dir poco difficili, ma non abbastanza consapevole da rendersi conto che la colpa non era sua.

Ma ora non piu’. Ora quell’odio si e’ dissolto ed e’ accaduto tanto tempo fa, quando mi sono resa conto che le circostanze svantaggiate nelle quali sono cresciuta sono state anche i miei piu’ grandi punti di forza nella vita. Mi hanno plasmata ed educata. In nessun altro modo avrei potuto imparare cosi’ in fretta a vivere, e tutto cio’ che mi sarebbe stato necessario per arrivare a fare quello che, poi, ho fatto.

E cosi’, oggi, devo ringraziare quelle cose per le quali una volta ero infelice. Sono grata di essere nata e cresciuta povera. Sono grata che non ci fosse neppure il telefono in casa nostra, cosicche’ erano libri il mio unico lusso. Sono grata a mia madre perche’ cuciva i vestiti che non poteva permettersi di comprarmi nuovi, ma desiderava che fossi sempre in ordine e mi sentissi speciale. Sono grata di tutto quello che lei mi ha dato fino a quando, ribelle, ho scelto di andarmene per la mia strada. Sola. E sono grata anche a quella solitudine, di non aver accettato di sposare un uomo ricco, di quello che ho fatto dopo, e anche di tutto cio’ che la vita mi ha tolto.

Come potrei definirmi oggi? Una donna che si e’ fatta da sola? Molti credono che sia cosi’, ma come posso mentire a me stessa e far finta di essermi fatta da sola quando ho avuto il vantaggio di essere stata amata e sostenuta da chi ha creduto in me? No, nel modo piu’ assoluto non mi sono fatta da sola. Cio’ che mi ha costruita, oggi posso dirlo, e’ stato l’amore che ho ricevuto e che ancora fluisce, forte, all’interno della mia famiglia.

Non fraintendetemi: anch’io amo le belle cose, non sono un’ipocrita, ma le belle cose che ho posseduto, da molto tempo, non sono piu’ essenziali per la mia felicita’. I miei genitori sono essenziali per la mia felicita’. Le mie sorelle sono essenziali per la mia felicita’. I bambini che danno gioia alla nostra casa sono essenziali per la mia felicita’. Gli uomini che di tanto in tanto mi capita di amare sono essenziali per la mia felicita'. E i miei amici, il mio lavoro, e persino voi che mi leggete.

Questo e’ cio’ di cui non posso fare a meno, e che fa la differenza tra quello che mi serve per vivere con dignita’, e tutto il resto a cui posso benissimo rinunciare. E pur avendo avuto la fortuna di essermi permessa molte di quelle cose che avevo desiderato nei miei sogni d'infanzia, e che per un certo tempo hanno fatto da contorno alla mia esistenza, oggi non provo piu’ piacere a possederle, ma provo solo la soddisfazione di essere stata in grado di aver fatto tutto da sola. Da questo deriva la mia gratificazione: non da cio’ che possiedo, ma dalle sfide che ho dovuto affrontare per rendere veri i miei sogni.

E’ su quello che faccio che si basa la mia fiducia, non su quello che ho. Percio’, sebbene a volte mi piaccia scherzare sull’argomento, non ritengo di essere fra quelle persone che hanno bisogno costantemente di comprare oggetti per sentirsi bene con se stesse. O almeno, oggi non e’ piu’ cosi’. Per essere felice, oggi, mi basta l’opportunita’ di avere davanti nuove sfide da affrontare e vedere realizzati gli obiettivi che mi prefiggo. Perche’ in fondo si puo’ vivere con meno, molto meno, di quello che pensiamo ci sia indispensabile, sollecitati continuamente da stimoli esterni che ci inducono ad acquistare cio’ che in realta’ non ci e’ necessario.

Una delle frasi che mi trovo spesso a dire a chi affronta con me questo argomento e’: “Le cose migliori nella vita non sono alla portata tutti, e non si possono acquistare coi soldi”. E’ sulle relazioni e le esperienze significative che si basa una vita felice perche’, dopo un certo momento, gli oggetti materiali, tutti, perdono di significato e tendono ad affollare quei bisogni emotivi che, invece, erano destinati a supportare, in quanto la roba non e’ nient'altro che un sostituto per i desideri immateriali piu’ profondi che non riusciamo a soddisfare.

So di essere fortunata perche’ ci sono persone che dormono per strada, che soffrono la fame, che non hanno i mezzi per vivere una vita dignitosa. Non sono insensibile a tutto questo e conosco bene la situazione di coloro che devono lottare per il pane quotidiano. Non sono dunque estranea alla sofferenza che si respira ogni giorno, dopo averla provata io stessa, sulla mia pelle. Tuttavia, se ho una piccola consolazione e’ che non ho costruito me stessa sulla miseria di qualcun altro. Non l'ho fatto ereditando, o rubando, o corrompendo, o cercando favoritismi. Ho lavorato duramente, e anche se a qualcuno il mio lavoro puo’ essere sembrato moralmente sporco e indegno, quel poco che ho posso umilmente dire di averlo guadagnato onestamente.

E se oggi trovassi il modo di poter tornare indietro nel tempo, entrare in quel negozio e regalare a mia madre quel vestito rosso che tanto bramava, rinuncerei a tutto pur di poterlo fare. Grata che lei sia ancora qui, con me, e per tutto l'amore mi ha dato nel corso degli anni. Perche’ sono stati i sacrifici che ha dovuto affrontare a permettermi di essere oggi quella che sono.

domenica 17 marzo 2013

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Quello che le donne non vogliono

Capita ogni giorno di leggere articoli sulle donne. Sono infatti tantissimi gli studi scientifici che parlano di come funzioniamo, di quello che vogliamo, che spiegano perche’ siamo (presumibilmente) “diverse”, e cosi’ via. A volte c’e’ da chiedersi se veramente veniamo da un altro pianeta…

Qualche giorno fa, ad esempio, ho letto un articolo che illustrava per filo e per segno perche’, pur avendo un cervello piu’ piccolo, siamo piu’ intelligenti degli uomini. Ce n’era poi un altro in cui si affermava che meno lavori di casa facciamo e piu’ ingrassiamo; quasi fosse un segreto che il consumo di energie faccia dimagrire. Altri esempi? Pare che ci crescano i piedi dopo la gravidanza, e che la nostra aspettativa di vita si accorci se partoriamo dei figli maschi invece che femmine.

Sostanzialmente, in mezzo a qualche verita', ho letto un bel po' di sciocchezze. Tuttavia, e’ stato divertente osservare quanto tutto cio’ che ci riguarda, se trattato su base scientifica, venga divorato dall’interesse generale, tanto che sui media e’ un continuo parlare di queste cose. Pero', sebbene ci siano decine e decine di ricerche su di noi, che ci fotografano da ogni angolazione, in ogni piu' piccolo aspetto della nostra esistenza, dentro e fuori, sembra che per un bel po’ di uomini restiamo ancora un grande mistero.

In effetti, chi puo’ dire cio’ che una donna davvero vuole? Sicuramente non possono dirlo ne’ i numeri, ne’ i grafici, ne’ le percentuali che vengono messe in bella mostra in questi articoli anche troppo superficiali, scritti per un pubblico forse curioso ma pigro, che desidera avere risposte semplici e veloci da metabolizzare, senza che cio’ richieda un eccessivo sforzo intellettuale.

Il fatto vero e’ che tutte noi vogliamo qualcosa di diverso. Su questo non ci sono dubbi. Il nostro genere non ci dota di desideri uniformi e specifici in quanto femmine. Individualmente, abbiamo diritto ad avere ambizioni e aspirazioni differenti da quelle che possono essere quelle di qualsiasi altra donna. In questo non c’e’ niente di strano. Eppure, gli uomini soprattutto, ancora si interrogano credendo di farci felici se scoprono quello che, secondo certi studi raffazzonati, vogliamo, senza chiedersi invece cio’ che piu' di tutto darci fastidio, e che proprio non riusciamo a sopportare.

E’ per questo motivo che, senza correre il rischio di cadere in generalizzazioni, oggi vorrei dare un aiuto a quegli uomini che ancora ci considerano il piu’ grande mistero dell’Universo in modo che sappiano con esattezza quali sono le cose che in assoluto noi donne non vogliamo.

Non vogliamo essere considerate solo madri, figlie, sorelle, amanti, mogli, serve, oppure di vostra proprieta’, un vostro accessorio, o un semplice giocattolo con cui vi sollazzate.

Non vogliamo essere valutate; ne’ come “non abbastanza”, ne’ come “troppo”, per voi.

Non vogliamo sentirci in colpa perche’ portiamo avanti con impegno il nostro lavoro, invece di essere a casa a cucinare.

Non vogliamo essere messe di fronte alla scelta tra il manipolarvi, o il rinunciare a voi.

Non vogliamo vestirci come spesso cercate di imporci; coprirci perche’ troppo discinte, oppure sovraesposte come oggetti sessuali cosicche’ possiate sentirvi rassicurati nella vostra virilita’.

Non vogliamo che ci venga spiegato sempre cio’ che e’ “da signora” e cio’ che non lo e’.

Non vogliamo preoccuparci per il grasso in eccesso sui fianchi, per la misura delle nostre tette, per una ruga in piu’ sul viso, per un capello bianco o per tutto cio’ che notate di piu’.

Non vogliamo essere etichettate in modo uniforme come romantiche, principesse, dark lady, streghe, o qualsiasi cosa vi passi nella mente perche’ possiate giocare con le vostre immaginazioni.

Non vogliamo essere date per scontate.

Non vogliamo neppure fingere orgasmi per rassicurarvi, o dirvi bugie per tirarvi su il morale.

Non vogliamo continuare a chiedere continuamente quello che ci e’ dovuto.

Non vogliamo avere ogni volta la necessita’ di mostrarvi quanto siamo forti.

E, soprattutto, non vogliamo che tutto cio’ che interessa di noi, sia alla fine solo quello che vogliamo.

giovedì 14 marzo 2013

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L’anima sotto la pelle

Andando in giro per Facebook, sbirciando le bacheche di alcune ragazze, ho notato una cosa bizzarra, ma non del tutto ignota: quasi tutte, se sono carine, si lamentano del fatto di essere ammirate dagli uomini solo per l'esteriorita'; per il volto, il seno, le gambe, il sedere. Insomma, il problema che si pongono e' quello di far emergere cio’ che hanno dentro, l’interiorita’ che, a loro dire, nessuno riesce a notare perche' l'esteriorita', la bellezza, fa da schermo, e cristallizza l'interesse degli uomini alla superficie e cio' impedirebbe, secondo loro, di far emergere le altre doti meno visibili ma piu’ importanti che hanno.

Una volta anch'io la pensavo in questo modo (e forse era davvero cosi’), ma adesso che non sono piu' una giovane ragazza, e un po' della vita (e degli uomini) credo di aver imparato, so che spesso ci convinciamo di qualcosa che non e' vera, come quella che al genere maschile delle donne interessino solo petto e cosce, tanto che gli uomini potrebbero comprarsi un pollo per essere piu' che soddisfatti. Ecco, credo che questa convinzione, un po’ stereotipata e frutto anche di un massiccio lavaggio del cervello che subiamo fin da bambine, non sia del tutto giustificata.

Se vogliamo essere sincere dobbiamo dire che spesso ci piace giocare con questo stereotipo. Ci serve per mettere in mostra i "muscoli", oppure per imbarazzare “l'avversario”. Si cerca cosi’ di comunicargli: "Ehi, guarda che oltre al bel musetto tengo anche un bel cervello!" Ma e' tutta una recita. In realta’ sappiamo bene che saremmo ben tristi se non potessimo mostrare la nostra esteriorita', e facciamo di tutto per essere piu’ carine che possiamo affinche' gli altri ci notino e ci ammirino, perche' e' attraverso l'ammirazione esteriore che riceviamo, quella basata sull'immediato, che riusciamo ad avere le chiavi d'accesso anche dell'altra cosa a cui puntiamo: riuscire a mostrare l'anima sotto la pelle.

E gli uomini? Si', e' vero, anch’essi giocano e recitano la parte che hanno assegnata dalla Natura, stimolati anche da noi, dal nostro controcanto, ma quanta sensibilita' hanno dentro alcuni di loro... non dimentichiamocelo mai. E non e' vero che a tutti interessano solo il petto e le cosce. Forse e' cio’ che accade quando vanno al “Luna Park”, dove acquistano il biglietto per un giro in giostra, ma sono certa che, in fondo, un corpo privo di anima e di cervello non sia attraente neppure per loro.

mercoledì 13 marzo 2013

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Mia Nonna

Mia Nonna era una zingara.

Per tutta la vita ha fatto la cartomante, ma preparava anche pozioni "magiche" per chi gliele chiedeva.

Tutto cio' le ha dato di che sopravvivere (male), ma lei non si e' mai lamentata.

Pero' credo che, nonostante tutto, si sentisse utile a fare cio' che faceva. Sapeva di donare qualcosa: un'illusione, un sogno...

E sapeva di rendere felici le persone che avevano bisogno di un consiglio, o di una piccola speranza che altrimenti non avrebbero avuto.

Era una strana zingara, mia Nonna; raccontava cazzate e preparava intrugli che non avrebbero curato neanche un mal di denti. Eppure...

Eppure, ogni tanto mia madre mi racconta come, durante la rivolta del ‘56, sia stata fra quelle donne che hanno lottato per la liberta'. Rischiando persino la vita.

Chi era dunque mia Nonna? Una fattucchiera, una contafrottole, un'imbrogliona, o un'eroina?

Non lo so... e non mi interessa saperlo. Non piu’...

So soltanto che era mia Nonna.

sabato 9 marzo 2013

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Il giorno dopo

Il solo fatto che esista una Giornata Internazionale della Donna e' la palese confessione di un senso di colpa. E’ come dire: "Sappiamo che le donne sono spesso trattate come merda; sappiamo che non si sta facendo abbastanza per fermare la violenza, l'odio, l'oppressione, l'ingiustizia e le disuguaglianze a cui vengono quotidianamente sottoposte; cosi’ si e’ deciso di dedicar loro un intero giorno per festeggiarle”.

Donne di tutto il mondo, rallegratevi, or dunque; chi quotidianamente vi considera persone di serie B, per un giorno fara' finta di tenervi in considerazione, omaggiandovi, stimandovi a tutto tondo.

Per questo non ho mai tollerato l’8 marzo. Non solo perche’ e’ l'ammissione di questa colpa, ma perche' e' di per se' offensivo. E’ come se si volesse lottare contro la discriminazione usando un altro tipo di discriminazione: la donna separata dal resto dell'umanita', come una specie messa sotto tutela.

Da questa giornata, della quale immancabilmente ci si dimentica il giorno dopo, emerge quindi chiaro un concetto: la donna e’ una disabile che ha bisogno di stampelle per camminare. Percio’ una bella pacca sulle sue fragili spalle, dal momento che, si sa, ha bisogno di essere costantemente incoraggiata, protetta, aiutata, rallegrata, con tutte quelle sdolcinatezze banali intrise d’accondiscendenza ed ipocrisia.

L’8 marzo e’ il nostro giorno e dobbiamo celebrarlo, che ci piaccia o no. E’ fin dal giorno prima tutti quanti, da eminenti parlamentari a scrivani improvvisati su Facebook, si sperticano a indirizzarci una parola, un pensiero, un riconoscimento. Per non parlare dell’industria televisiva e pubblicitaria che ci dedica cartelloni a tutto campo per cantare le nostre preziose lodi. Persino i capi religiosi, nelle loro omelie, fanno a gara per non dimenticarsi di predicare affinche’ si onori “la costola obbediente” di Adamo. E cosi’ via, fino a che, con le coscienze placate, tutti possano finalmente dormire meglio la notte a venire.

Ed accade ogni anno, senza che nessuno si interroghi su una questione fondamentale: che cos’e’ che si celebra esattamente?

Che una donna su tre in tutto il mondo venga regolarmente picchiata o stuprata (secondo le statistiche delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne)?

Che fino al cinquanta per cento delle violenze sessuali vengono commesse contro ragazze che hanno meno di sedici anni?

Che per il trenta per cento delle donne la prima esperienza sessuale e’ fatta sotto costrizione?

Che centoquaranta milioni di ragazze e donne nel mondo subiscono mutilazioni genitali?

Che nel mondo ci sono piu’ di sessanta milioni di spose bambine, costrette a sposarsi e fare sesso con uomini piu’ anziani che non desiderano?

Che ogni anno quattro milioni di donne e bambine sono vittime della tratta sessuale?

Che circa un milione di donne e ragazze entrano nel mercato del sesso ogni anno?

Che una donna su due subisca avances sessuali indesiderate o altre forme di molestie sessuali sul luogo di lavoro?

Che ci siano ancora differenze nell'occupazione dovute al genere e discrepanze degli stipendi, anche nei paesi piu’ avanzati, cosicche’ le donne sono pagate meno degli uomini per fare lo stesso lavoro?

Che in molti luoghi esista ancora il delitto d’onore che si prende la vita di ventimila donne ogni anno?

Che il mondo della politica e delle istituzioni si pronunci ancora principalmente col testosterone?

Che in molte culture le donne sono ancora viste solo a scopo di riproduzione, e non hanno alcun diritto sui loro corpi?

Che molte donne ritengono che la violenza domestica sia giustificata in determinate circostanze e consciamente o inconsciamente, adottano un comportamento che rinforza il sistema patriarcale del quale sono esse stesse vittime?

Che in molte culture l'istruzione delle ragazze non e’ una priorita’, per cui le femmine vivono una situazione di svantaggio educativo?

Che esista l’aborto selettivo e in alcuni paesi vi sia una preferenza per i figli maschi?

Che la discriminazione sociale e giuridica nei confronti delle donne persista in tutto il mondo, e sia di ostacolo allo sviluppo?

Che ogni anno piu’ di mezzo milione di donne - circa una donna ogni minuto - muoiano a causa di complicazioni della gravidanza e del parto, il 99% delle quali nei paesi in via di sviluppo?

Che milioni di donne vivano in condizioni in cui vengono private dei loro diritti umani fondamentali, e tutto questo solo per il loro genere?

Allora? L’anno prossimo vorremo festeggiarlo ancora questo 8 marzo, oppure sara' meglio che lo trasformiamo in una giornata di lutto?

martedì 5 marzo 2013

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Spose bambine

I matrimoni di bambine con uomini maturi, se non addirittura anziani, avvengono tutti i giorni in ogni parte del mondo. Molti di questi non fanno notizia, ma qualche tempo fa ho letto di un caso di cui non e’ possibile non parlare: un uomo di novant’anni che ha sposato una ragazzina di quindici in Arabia Saudita. La notizia e’ dovuta non tanto all’enorme differenza d’eta’, quanto al fatto che la sposa sia fuggita la prima notte di nozze, cosicche’ lo sposo ha citato in giudizio la famiglia di lei per "danni".

Ma se parliamo di danni allora bisognerebbe innanzi tutto dire che e’ la gravidanza la principale causa di morte per le donne in eta’ fra i quindici e i diciannove anni e che le ragazze di eta’ inferiore ai quindici anni hanno probabilita’ cinque volte maggiore di morire di parto rispetto alle donne di venti e piu’ anni. Inoltre, le spose bambine corrono un rischio piu’ elevato di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, proprio perche’ spesso sposano uomini piu’ anziani con maggiore esperienza sessuale. Ma non e’ tutto: queste giovani spose sono anche piu’ soggette a subire la violenza domestica, e spesso mostrano segni di abusi sessuali e di stress post-traumatico, come disperazione, senso d’impotenza e gravi forme di depressione.

La domanda che dovemmo porci e’: questi rischi sono limitati solo ad un numero ristretto di donne, magari che vivono al di fuori della portata della nostra vista? Ebbene, in molti spereremmo che fosse cosi’ (anche se un abuso su una sola donna ferisce l’intero genere umano). Purtroppo i fatti dimostrano qualcosa di diverso. L’organizzazione umanitaria C.A.R.E. e il Centro Internazionale di Ricerca sulle Donne stimano, infatti, che piu’ di cinquanta milioni di ragazze di eta’ inferiore ai diciotto anni si sposano (la maggioranza delle quali perche’ costrette), e molte lo fanno con uomini che come minimo hanno il doppio della loro eta’. E un gran numero di queste spose sono bambine musulmane.

Infatti, benche’ anche in altre religioni monoteiste tale pratica non sia totalmente condannata come dovrebbe [1], e’ nel mondo musulmano che il fenomeno raggiunge il suo massimo, perche’ non solo l’Islam la permette ma anche la incoraggia, dal momento che il Profeta Maometto viene da tutti considerato “uswa hasana”, vale a dire il “migliore degli esempi”.

L'Islam insegna difatti che quando una ragazza entra nell'eta’ adulta, all'inizio della puberta’ (come se l'inizio della maturita’ e della puberta’ coincidessero), diventa pronta per il matrimonio. A proposito di cio’, il Corano racconta che il profeta Maometto (che ha permesso ad ogni uomo di avere quattro mogli, ma ha concesso a se stesso ad averne undici) propose ad Aisha di sposarlo quando lei aveva sei anni, considerando il suo silenzio come consenso, e consumo’ il matrimonio circa due o tre anni piu’ tardi, cioe’ quando lui aveva cinquantaquattro anni e lei solo nove. Il libro sacro dell’Islam dice anche che Allah, convenientemente, ispiro’ il suo profeta con versi e poesie che giustificavano e incoraggiavano quella pratica. Percio’, dopo di lui, numerosi studiosi, sceicchi e fedeli musulmani hanno continuato a promuoverla. Per fare un esempio di quanto tutto cio’ sia abominevole cito le orribili parole di Khomeini, che e’ uno degli Ayatollah piu’ famosi del XX secolo, tratte dal suo libro “Tahreer Al Wasila”:

"Un uomo non deve avere rapporti sessuali con la moglie prima che lei abbia nove anni, sia regolarmente o occasionalmente, ma puo’ avere piacere sessuale da lei, se toccandola o abbracciandola, o sfregandosi contro di lei, anche se lei e’ una bambina. Tuttavia, se la penetrasse senza deflorarla, non avrebbe alcuna responsabilita’ verso di lei. Ma se un uomo penetra e svergina la bambina (...), allora deve essere responsabile per la sua sussistenza per tutta la vita”.

Il numero scandaloso di spose bambine nel mondo, oggi, bambine di undici o dodici anni che vengono vendute per matrimoni dall'Iran allo Yemen e dall'Arabia Saudita all’Afghanistan, dimostra che il problema e’ lontano dall'essere risolto. Cosi’, mentre nell'Islam c’e’ un’attenzione che monta sulla castita’ femminile, sulle "buone maniere” e sul comportamento morale senza compromessi, la pratica islamica della pedofilia istituzionalizzata non e’ ancora vista come scandalosa. Si assiste percio’ ad un incredibile controsenso: le donne non possono mostrare i capelli, ma non e’ considerato un male che ci siano padri che concedono le loro piccole figlie in sposa a dei maiali. Dopotutto, in certi luoghi del mondo le ragazze sono un peso inutile; quindi e’ meglio sbarazzarsi di loro il piu’ presto possibile [2].

Dunque, se la Sharia non e’ l’istituzionalizzazione della pedofilia, allora che cosa e’? Mi verrebbe da dire che come minimo e’ depravazione, tanto che “Lolita” di Nabokov diventa una storia per bambini se paragonata a certe atrocita’ dove dei luridi maiali sono autorizzati a sposarsi con bambine che sono ancora nell'eta’ in cui dovrebbero giocare con le bambole. Tutto questo laddove la carne di maiale e’ considerata “harām”. Proibita.


NOTE

[1] Anche nella Bibbia ci sono episodi che giustificano la pedofilia, se non addirittura peggio. Un esempio fra tutti e’ il comportamento di Lot, nipote di Abramo, che non solo prima offre le grazie delle sue giovani figlie ai sodomiti:
(Gn 19,1-8) “Arrivarono a casa di Lot due angeli e furono accolti preso la sua casa. Durante la notte, i sodomiti bussarono alla porta e dissero a Lot che volevano i due forestieri perche’ volevano soddisfare sessualmente le proprie voglie con questi. Lot li prego’ di soprassedere a questi desideri, dando invece in cambio le grazie delle sue due figlie ancora vergini; invitandoli a soddisfare le proprie voglie con loro come meglio credevano, purche’ risparmiassero i due ospiti. I Sodomiti si arrabbiarono e minacciarono di distruggere la casa. Lot, allora, ando’ a svegliare tutti i familiari invitandoli a fuggire e a non voltarsi mentre scappavano, dato che da li’ a poco, il Signore avrebbe distrutto l’intera citta’. Questi fuggirono e il Signore distrusse la citta’, ma la moglie di Lot incuriosita si volto’, provocando le ire del Signore, il quale la fece diventare una statua di sale” (19,26).
Ma poi, le mette anche incinte:
“Mentre Lot e le due sue figlie erano nascosti in montagna, una delle figlie disse all’altra che, dato che non c’erano altri uomini disponibili in quel territorio, per avere una discendenza si dovevano accoppiare col loro padre (Gn 19,30). Cosi’ si unirono al padre una per notte, rimasero incinte e partorirono rispettivamente Moab, che sarebbe diventato capostipite dei Moabiti, e il Figlio del mio popolo, che sarebbe stato il capostipite degli Ammoniti”.
C’e’ comunque un eloquente passo del Talmud (Sanhedrin 55b, 69a) da cui si capisce bene come anche la religione ebraica tratti allo stesso modo questo spinoso argomento: “Le bambine portano dura punizione su coloro che hanno rapporti con esse quando sono mestruate”. Vale a dire che il peccato consisteva solo nel fatto di essersi contaminati col sangue mestruale. E ancora: “Quando un adulto ha rapporto con una bambina, e’ nulla; perche’ quando la bambina ha meno di tre anni, cio’ e’ come se uno ficca un dito in un occhio. Le lacrime vanno e vengono; cosi’ la verginita’ torna a una bambina sotto i tre anni” (Ketuboth 11b).


[2] Le spose bambine sono diffuse anche nella cultura dei Roma, oppure in altre culture in cui esistono questioni economiche, sociali e culturali che giustificano questa abominevole usanza.

sabato 2 marzo 2013

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Semplici domande

Se una donna prende l’iniziativa e si propone a un uomo che le piace viene considerata una sfacciata; allora perche’ un uomo che si propone a una donna che gli piace e’ normalmente un uomo “sicuro di se’”?

Se a una donna piace tanto il sesso da volerlo fare in ogni occasione viene chiamata ninfomane; allora perche’ un uomo che ama fare la stessa cosa e’ definito un uomo “virile”?

Se una donna ha relazioni con molti uomini e’ una troietta che la da’ a tutti; allora perche’ se e’ un uomo ad avere relazioni con molte donne viene chiamato "Casanova”?

Se una donna si veste in modo sexy le viene detto che con un abbigliamento troppo provocante potrebbe attirare molestie se non addirittura rischiare lo stupro; allora perche’ a un uomo che si veste in modo sexy gli si dice che e’ “alla moda”?

Se una donna di cinquant'anni si accompagna con un venticinquenne viene criticata perche’ patetica; allora perche’ per un cinquantenne uscire con una ragazza di venticinque anni e’ perfettamente “normale”?

Se una donna arriva alla mezza eta’ senza essersi mai sposata viene dipinta come una zitella acida e frustrata; allora perche’ un uomo di mezza eta’ che non si e’ mai sposato e’ uno “scapolo felice”?

Se una donna molesta sessualmente un uomo viene presa per pazza; allora perche’ un uomo che molesta sessualmente una donna e’ giustificato in quanto lei lo ha “provocato”?

Se una donna guarda insistentemente il sedere di un uomo viene definita “strana”; allora perche’ un uomo che con insistenza fissa il suo sguardo sul sedere di una donna puo’ dire che “ammira la sua bellezza”?

Se una donna vuol essere parte della scena politica ha bisogno di accedere alle quote rosa; allora perche’ un uomo puo’ avere qualsiasi incarico senza preoccuparsi mai del suo sesso?

Ma c’e’ una domanda, la piu’ importante e la piu’ semplice di tutte: quando sara’ che non avremo piu’ bisogno di porci questo genere di domande?

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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