mercoledì 27 febbraio 2013

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Il femminismo e la mia generazione

Barbara e’ una donna emancipata: finanziariamente indipendente, colta, libera, attivista per i diritti delle donne e, soprattutto, fiduciosa nella sua forza e nelle sue capacita’. Eppure si offende quando viene chiamata femminista, perche’ nella sua mente la parola e’ associata a quell’aggressivita’ irrazionale della quale, dentro di se’, si e’ formata l’immagine. Un'immagine che non rispecchia quello che e’ il suo approccio alla vita, e il rapporto che ha con gli uomini.

Viktor confonde il "femminismo" con il "lesbismo", o meglio con una forma caricaturale e un po’ truce del lesbismo. Per lui, le lesbiche sono donne insane, nemiche della mascolinita’, che uccidono la loro femminilita’ per cercare di sostituirsi agli uomini in tutti gli aspetti della vita. E’, la sua, una visione ostile e completamente sbagliata del lesbismo; un altro modo per discriminare le persone in base alle loro preferenze sessuali. Nessuna delle mie amiche lesbiche, infatti, odia gli uomini, e certamente nessuna vuole "sostituirsi" a loro. Sono donne che, semplicemente, sono attratte da altre donne, sia sessualmente che sentimentalmente. Niente di piu’, niente di meno. Viktor se ne faccia una ragione.

Gizella, d'altra parte, e’ orgogliosa quando si definisce femminista. Se potesse, lo griderebbe in ogni occasione, ovunque. Eppure, anche se sostiene di credere nella parita’ con gli uomini, ammette senza vergogna che preferisce consultarsi con un medico di sesso maschile ogni volta che deve curarsi perche’ (dice) "si fida di piu’". Ma non e’ tutto: se scopre che il pilota dell’aereo sul quale deve volare e’ una donna, si innervosisce perche’ e’ convinta che "gli uomini siano migliori in alcuni settori", e questo non ha niente a che fare col patriarcato, ma (sostiene) "e’ un fatto evidente, che noi donne dobbiamo riconoscere".

Per quanto riguarda Daniel, invece, e’ quello che mi piace chiamare “uomo femminista”, e lo e’ sia nella teoria che nella pratica. Non solo crede che le donne siano uguali agli uomini e dovrebbero godere esattamente degli stessi diritti, in ogni campo, ma ha persino cresciuto i figli con le stesse sue convinzioni. Eppure, ogni volta che condivide il suo punto di vista con gli amici, soffre moltissimo perche’ loro lo deridono e gli dicono di “fare l'uomo", come se “fare l’uomo” significasse umiliare le donne e trattarle come degli accessori.

Questi pochi esempi mostrano come sia le femministe che le anti-femministe abbiano contribuito ad alienare il femminismo fino al punto di farlo apparire ridicolo o, peggio ancora, un vuoto slogan fatto di concetti ostili all’uomo, al quale ovviamente l’uomo reagisce malamente, giustificandolo col sentirsi aggredito. Ammettiamolo: la situazione di tensione tra i due generi talvolta raggiunge il punto in cui le persone si barricano dietro le loro fortezze di immagini stereotipate, concorrendo cosi’ ad aumentare le incomprensioni, e un’inconscia reciproca aggressivita’.

Spesso mi viene chiesto cosa ne penso del femminismo di terza generazione, il cosiddetto "postfemminismo", al quale molti mi attribuiscono di appartenere, ed io solitamente semplifico in questo modo: “Alcune accavallano le gambe per far contenti gli uomini (sono le donne che si considerano oggetti). Altre escludono gli uomini dalla loro vita (sono le femministe della vecchia guardia). Poi ci sono le femministe di terza generazione, e sono quelle che attraversano l’abisso, al fianco degli uomini.

Il femminismo di terza generazione, che ha avuto inizio nei primi anni novanta e che continua ancora oggi, ha messo in evidenza sia la varieta’ delle donne che la loro unicita’. Ha Abbracciato la diversita’ e l’ha plasmata. Ha ridefinito il ruolo della donna cosicche’ si riappropriasse del controllo della propria sessualita’. Ha combattuto contro le rappresentazioni femminili stereotipate e codificate dai media, cosi’ come ha combattuto il linguaggio usato per etichettare le donne. Ma, cosa piu’ importante, ha riconosciuto il diritto - e la necessita’ – del femminismo di trasformarsi negli anni, cambiando e adeguandosi ad ogni generazione. Questo nuovo femminismo esprime anche importanti idee nelle quali mi riconosco, come i diritti delle transessuali e il positivismo del sesso, essendo riuscito ad evitare le trappole in cui era caduta la seconda generazione di femministe, che respingeva le nuove correnti della sessualita’, cercando di domarle e addomesticarle.

Conosciuta anche come Movimento di Liberazione della Donna, la seconda generazione del femminismo (esplosa negli anni Sessanta e Settanta, mentre la prima generazione si riferisce al periodo del XIX e dell’inizio XX secolo), e’ stata quella che piu’ di tutte ha promosso l’eterna lotta dialettica tra i due sessi. Una "reazione" del tutto normale e comprensibile considerato il contesto storico e sociale in cui il movimento nasceva ed agiva, ma che oggi e’ diventata inutile e controproducente. Non tutti gli uomini, infatti, sono dei macho. E soprattutto, non tutte le donne, purtroppo, sono femministe, perche’ spesso sono proprio le donne che, consciamente o inconsciamente, contribuiscono a rafforzare il sistema patriarcale.

In ogni caso non e’ piu’ accettabile consentire atteggiamenti estremisti. Le ideologie intolleranti e dal forte sapore talebano, alla fine diventano offensive per tutti, uomini e donne, e impattano negativamente su ogni relazione umana, perche’ induce i due generi a radicalizzare le proprie posizioni, senza cedere terreno per la paura che l’altro si approfitti. Cosi’, per reazione e non sentirsi sopraffatto, l'uomo indossa il mantello del macho, diventando antagonista non solo nei confronti delle donne, ma anche verso il suo stesso genere, e la stessa cosa accade specularmente per le donne che demonizzano gli uomini. Il risultato di tutto cio’ e’ che queste due posizioni, pur percorrendo sentieri molto simili, non si incontrano mai; continuano con le loro traiettorie parallele, all’infinito, portando con se’ tutta l'energia e il dinamismo che potrebbero scaturire da un incontro tra uomini e donne in cui non vi fosse pregiudizio. Sono percio’ posizioni condannate all'animosita’ e alla delusione, in quella che puo’ essere definita un’eterna situazione di stallo.

Ovviamente, non sto negando gli enormi ed importanti traguardi raggiunti dal femminismo degli anni sessanta e settanta. Ogni donna deve molto a quel che e’ accaduto in quel periodo, anche se non l’ha vissuto. Senza quelle coraggiose guerriere, senza le loro lotte, i loro pensieri e i loro scritti, le cose oggi sarebbero molto diverse ed io non sarei la persona che sono. Senza di loro, il mondo sarebbe ancora piu’ miserabile e schifoso di quanto in realta’ non sia. E non e’ una generalizzazione, la mia, perche’ non tutte le femministe della seconda generazione erano "nemiche dell'uomo”. Tuttavia cio’ che vorrei dir loro e’: "Grazie, ma ora che ci avete aperto la strada, abbiamo il diritto di fare le cose in modo diverso”.

E’ quindi possibile trascendere la maledizione del femminismo piu’ ostile e fare propri i concetti del femminismo di terza generazione, senza bruciarsi nel processo? E’ possibile trasformare parole minacciose, se non addirittura d’odio, in una forza evolutiva di modernizzazione? Sinceramente, io credo di si’. E’ sufficiente che evitiamo gli errori in cui altre sono cadute e che ne evitiamo di nuovi. E’ sufficiente che coinvolgiamo gli uomini in questa battaglia, facendo capire loro che il femminismo non e’ un monopolio delle sole donne, e che, soprattutto, non li danneggia. Al contrario: una donna sicura di se’ puo’ essere di supporto per tutta l'umanita’; per non dire quanto sia attraente un “uomo femminista”. Dobbiamo dunque reinventare positivamente il termine "femminismo", cosicche’ ritorni nuovamente ad essere cio’ che realmente e’ ed e’ sempre stato: un sinonimo di dignita’ per ogni essere umano.

Percio’, niente battaglia dei sessi. Niente guerre infinite su chi debba avere il ruolo dominante. Forse e’ giunto il momento che noi donne ci accontentiamo di un pareggio e che iniziamo una buona volta a sfidare noi stesse.

sabato 23 febbraio 2013

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La guerra chimica dei sessi

A diciassette anni, quando ero giovane e temeraria (molto piu' giovane ma molto meno temeraria di quanto lo sia adesso, per la cronaca), un’amica con la quale, da studentessa, condividevo la stanza, che era convinta che la mia linguaccia (che gia’ a quei tempi avevo ben affilata) fosse solo un paravento per la mia timidezza (cosa in parte vera), mi sfido’ a entrare in una farmacia di Budapest, dove al banco c’era un ragazzo, per comprare dei preservativi. Era sicura che sarei stata troppo imbarazzata per farlo. Chi avesse perso la scommessa avrebbe dovuto occuparsi di tenere in ordine la stanza dove alloggiavamo, e cucinare per una settimana intera.

Dato che sono sempre stata cocciuta e per carattere non ho mai rifiutato le sfide, accettai, e poiche’ le mie capacita’ culinarie, e di donna di casa, erano (e sono tuttora) praticamente inesistenti, si rendeva assolutamente necessario che quella scommessa la vincessi. Cosi’ entrammo nella farmacia e con calma, dissi al ragazzo al banco che avevo bisogno di preservativi. Ricordo che inizialmente il poveretto resto'  interdetto, ma vi assicuro che passo’ dallo shock all’insolenza in un attimo. Dopo avermi porto la scatolina di Durex, sorridendo con aria da furbino, di punto in bianco mi chiese un appuntamento. Ecco, in quel momento per lui rappresentavo l'immagine di una ragazza libera, disinibita, con la quale (pensava il furbino) non ci sarebbero stati problemi per fare sesso.

Perche’ vi ho raccontato tutto questo? Perche’ pochi giorni fa, piu’ o meno a venti anni di distanza, mi e’ capitato di entrare in un'altra farmacia, di un'altra citta', ma poco cambia. Dato che era un po' che volevo provarne l'effetto, ho chiesto quelle pillole che aumentano la libido femminile: il famigerato Femigra. Ora si potrebbe pensare che, dopo quasi due decenni, le idee e gli atteggiamenti maschili dovrebbero essere un po’ piu’ evoluti rispetto a quanto lo fossero nei primissimi anni ’90, ma ho capito che non e’ cosi’. Non appena ho fatto la mia richiesta, il tizio mi ha guardata in un modo ammiccante molto simile a quello del ragazzo nella farmacia di Budapest di vent’anni fa, e facendomi l’occhiolino mi ha chiesto: "Come ti chiami, bambola?". Si’, proprio cosi’, giuro: col “bambola” finale come nei film.

A quanto pare e’questo il modo in cui il cervello maschile funziona: "Se la tipa ha bisogno di pillole del genere, e le chiede senza alcun imbarazzo, significa che e’ una a cui piace tanto godere e che non ha problemi a darla via; questo significa che, se ci provo, ho molte possibilita’ di scoparmela". E magari pensa anche che siano del tutto sprecate le pillole rosa, data la potenza sessuale che molti uomini si attribuiscono. Non chiedetemi come sia arrivata a questa assurda considerazione. E’ un mistero per me tanto quanto credo lo sia per voi, e vi risparmio i dettagli di come, dopo, abbia affrontato il discorso con quel farmacista. Tuttavia non ho potuto fare a meno di notare che, al di la’ delle discriminazioni culturali, sociali, economiche e religiose che tanto attanagliano questo mondo, esiste anche una sorta di discriminazione di tipo che si potrebbe definire “chimico”.

Infatti, mentre le pillole che migliorano le prestazioni sessuali maschili, dal Viagra, al Levitra, al Cialis, sono ormai pubblicizzate ovunque, e vengono vendute senza che un uomo si senta imbarazzato a chiederle, per una donna fare la stessa cosa non e' cosi' semplice; entrare in una farmacia e acquistare qualcosa di corrispondente, per rendere piu’ intenso il suo orgasmo, si tramuta come ho visto in una situazione non propriamente piacevole. Perche’? Per lo stesso motivo per cui l'uomo puo’ chiedere preservativi senza imbarazzo o vergogna, mentre la donna e’ etichettata come una ninfomane se chiede degli anticoncezionali. Sembra che certi strumenti siano solo a beneficio dell'uomo che, senza problemi, puo’ chiedere di tutto, mentre una donna non puo’ cercare le stesse cose senza affrontare il rischio di essere considerata come minimo una depravata, o quanto meno una che la da’ via facile.

Comunque, di recente ho letto che l’ormone ossitocina, quando introdotto nel sistema circolatorio, potrebbe indurre gli uomini a essere piu’ fedeli con le loro partner e meno inclini ad ingannarle. Ecco, nonostante agli uomini sia riservato di tutto, sono pronta a scommettere che pastiglie contenenti ossitocina, pero', non saranno mai messe in commercio.

giovedì 21 febbraio 2013

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Infinite sfumature di sesso

Gradirei che fosse chiara una cosa: forse molti ancora non lo sanno, ma io sono daltonica e gia' nella vita devo rinunciare a vedere i colori, cosi' come la Natura li ha creati. Questa, anche se puo' sembrare una cosa da poco, mi crea non pochi problemi: sento che mi manca qualcosa. Qualcosa che non avro' mai neppure per tutti i soldi che potrei racimolare in tutta la vita. Per sempre dovro’ quindi fare a meno di vedere il colore del cielo al tramonto, o del mare in burrasca, o dei papaveri in mezzo ad un campo di grano. E’ questo uno dei motivi per cui ho scelto di esplorare altri "colori", e l’ho fatto affrontando l’unico percorso che mi era congeniale: quello del sesso.

C’e’ chi al sesso da’ una valenza "monocromatica". "In fondo", come mi hanno piu’ volte detto i numerosi amanti con i quali mi sono accompagnata, "Che cosa c'e' di tanto diverso? Si tratta pur sempre di copulare, godere, arrivare all'orgasmo..." E cosi’ si parla del sesso come se si trattasse di un film in bianco e nero, senza cogliere minimamente le differenze, talvolta macroscopiche, che invece esistono.

Quanti colori, che caleidoscopio, quante varieta’ cromatiche. Fare sesso con un uomo non e’ la stessa cosa che farlo con un uomo diverso, oppure farlo con una donna, o con due donne insieme; sono colori completamente differenti. Partecipare a una gang bang, oppure godere in solitudine, con l’autoerotismo, o farlo a distanza senza sapere con chi lo fai, o farsi legare, dominare, oppure dominare a nostra volta… non sono forse colori tutti diversi? E quante possono essere le sfumature? 10? 1000? 10.000?

Non lo so e neppure m’interessa saperlo, forse sono infinite, ma se la vita me lo concedera’ vorrei poterne vedere il maggior numero possibile.

domenica 17 febbraio 2013

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Fare le "difficili"

Pare che la tattica di fare le “difficili”, atteggiandosi a noncuranti, non cagando minimamente chi ci corre dietro, funzioni sempre, e sebbene questo “giochetto” sia praticato da entrambi i sessi, noi donne lo facciamo piu' volentieri e piu’ spesso, in quanto gli uomini sarebbero piu’ inclini a lasciarsi sedurre dall’irraggiungibilita’ rispetto a quanto lo siamo noi.

Infatti, non sempre gli uomini possono permettersi di fare i difficili, poiche’ cio’ potrebbe compromettere le loro, talvolta scarse, “opportunita’ di accoppiamento", mentre noi, e’ risaputo, abbiamo molte piu’ occasioni (se lo desideriamo) ed e’ assai facile che perdiamo interesse per un uomo che ci sembra troppo fuori dalla nostra portata. Inoltre sembra che, ad un certo punto, entri in gioco anche un particolare meccanismo psicologico per cui piu’ una donna stimola l’interesse in un suo potenziale partner, piu’ ha la possibilita’ che lui la trovi sexy e desiderabile, fino al punto di diventare (per qualcuno) addirittura un’ossessione.

Per noi donne, dunque, ci sono maggiori benefici se facciamo le “difficili” perche’ questo ci permette di testare i maschi e poter scegliere fra loro quello che piu’ di tutti ha la capacita’ di raggiungere con pervicacia l’obiettivo. Ma c’e’ anche di piu’: quando si tratta di spendere soldi e tempo su una possibile partner, meno la donna e’ disponibile, piu’ chi la corteggia e’ disposto a investire tempo e denaro per lei.

“E’ il mercato bellezza!” Direbbe oggi qualcuno. Percio’ anche il corteggiamento obbedisce alla dura legge della domanda e dell’offerta e si tramuta in un circolo vizioso fatto di uomini che vogliono donne che si comportano in modo da farsi credere “inaccessibili”, e donne che agiscono in tal modo, al fine di portare a termine la loro “caccia”. Un gioco all'interno di un gioco all'interno di un gioco, in un teatro che non ha nulla a che fare con la vita reale e le emozioni. Un gioco scontato e soggetto a manipolazioni di ogni sorta, ma piu’ di tutto che mostra una totale mancanza di fiducia in se stessi, sia da parte degli uomini che da parte delle donne.

Io credo che non dovremmo giocare al fine di attirare l'attenzione di qualcuno. Se non attiriamo l’attenzione essendo “cio’ che siamo”, allora significa che c’e’ qualcosa in noi che non va. Se un uomo ha bisogno che io faccia la difficile per essere sedotto da me, allora significa che e’ debole, superficiale, patetico, e francamente non vale il mio tempo.

Fare la difficile con un uomo che mi piace molto non e’ il contrario di essere disponibile. E’ il contrario di essere onesta. Io so bene che alcuni uomini sono cosi’ pieni di se’ che ritengono ogni rifiuto come parte di questo gioco seduttivo femminile, perche’ non possono ammettere di essere rifiutati. So anche, a onor del vero, che tutti noi, uomini e donne allo stesso modo, siamo attratti da cio’ che e’ misterioso e apparentemente irraggiungibile, ma francamente trovo questo stratagemma infantile e sfiancante, perche’ il gioco, alla fine, si potrebbe riassumere in questo modo: lui la trascina fuori dalla caverna afferrandola per i capelli, e lei lo trascina di nuovo nella caverna afferrandolo per il pisello.

Purtroppo, molte donne ancora concepiscono se stesse come “donatrici” di sesso e gli uomini come "riceventi". Ma non ci sono ne’ donatori ne’ riceventi nel sesso: entrambi siamo donatori e riceventi allo stesso tempo. Esiste una famosa espressione che descrive la donna che fa sesso con un uomo come se lei si fosse “arresa” a lui. Ma non e’ forse che anche lui si sta arrendendo a lei? Non prende forse la donna almeno tanto quanto dona?

Invece no. Per la cultura patriarcale che pervade ogni aspetto dell’esistenza, ormai, la donna e’ relegata al ruolo di oggetto del desiderio, di premio, di “fortezza” da conquistare e magari anche da sottomettere. Mentre l'uomo resta il cacciatore, colui che ottiene il premio, colui che conquista e che vince. Cosi’, per essere “donne desiderabili” ce la dobbiamo mettere tutta per essere piu’ brave possibili a “venderci”, o anche a “stravenderci” se e’ necessario. E’ solo in questo modo che riusciamo a placare la sindrome da conquistatore degli uomini.

E questo, naturalmente, ci riporta alla questione di sempre: se vediamo noi stesse come fossimo premi per i maschi, oppure “cittadelle” da espugnare, allora vuol dire che non siamo (e noi stesse sentiamo di non essere) totalmente proprietarie dei nostri corpi. Per cambiare questa logica, e ricreare la consapevolezza di essere noi le uniche proprietarie del nostro corpo, si dovrebbe quindi ribaltare completamente lo schema che afferisce al “corteggiamento e alla conquista”, dicendo basta a questo gioco al massacro, fatto di negoziazione e compromessi, ingannando noi stesse e gli altri perche’ qualcuno arrivi a innamorarsi di noi.

Se davvero siamo una sfida, non lo siamo perche’ ci neghiamo, ma perche’ siamo cio’ che siamo, e non abbiamo bisogno di essere “convinte” o “convincenti”, ne’ di giocare stupidi giochetti per esserlo. Se siamo una sfida, lo siamo perche’ vogliamo essere conquistate ogni giorno, giorno dopo giorno, e non solo il primo giorno. Se siamo una sfida, lo siamo perche’ se e’ difficile conquistarci, ancor piu’ difficile e’ trattenerci. Perche’ in realta’ noi donne siamo sia cacciatrici che prede, e se ci piace qualcuno, allora dovremmo avere abbastanza sicurezza in noi stesse per mostrarlo. In caso contrario, potremmo anche far cadere ai nostri piedi molti pretendenti, ma saranno personaggi ingenui, superficiali, infantili, caduti nella rete di qualcuno che in realta’ non esiste. E questo non significa comportarci come loro, gli uomini, ma significa semplicemente essere genuine.

Percio', se c’e’ chi non apprezza questa vostra genuinita’, allora, fate come me: consideratela l’ennesima brutta esperienza. Perche’ state certe che si tratta solo di qualcuno che ha bisogno d’illudersi che il no significhi si’, cosi’ da poter mostrare i muscoli… prima che lo mandiate a fanculo.

Purtroppo, in molti casi, anche quando li mandate a fanculo, certi tizi mica desistono, ma si rendono conto di desiderarvi ancor di piu'. E allora cominciano a starvi dietro con maggiore assiduita', pensando che stiate giocando a fare la difficile.

venerdì 15 febbraio 2013

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Donne con le palle

"Sei una donna con le palle!" E’ un’espressione che nella vita ho sentito spesso - troppo spesso - rivolta a me ogni volta che ho fatto qualcosa di "coraggioso", o comunque ho sostenuto con forza le mie opinioni. E cosi’, gli amici (maschi soprattutto), forse per dichiararmi la loro ammirazione, mi hanno detto che “penso come un uomo”, e non sono mancate le occasioni in cui qualcuno mi ha persino etichettata “stronza come un uomo”, quando ad esempio l’ho pregato di andarsene dalla mia camera dopo averci fatto sesso. Tuttavia, anche molte amiche, ogni volta che ci mettiamo a discutere di relazioni sentimentali, e io senza peli sulla lingua dico loro esattamente come la penso a riguardo, mi confermano che “ho il cervello e il comportamento di un uomo".

Nella maggior parte dei casi queste dichiarazioni sono intese come dei complimenti, ma io non le considero lusinghiere, e ogni volta che me le fanno mi accorgo di esserne in qualche modo infastidita. “Perche’?” vi domanderete. Perche’ dire a una donna che si comporta come un uomo (qualunque cosa significhi e io vi giuro che non l’ho ancora capito) non e’ per niente un complimento. Perche’ alla base di questa stima che certe parole dovrebbero dimostrare e’ evidente la convinzione che sono gli uomini i coraggiosi, quelli che prendono l’iniziativa, quelli che sfidano, i duri, i potenti, gli audaci, gli indipendenti, e che se una donna mostra una di queste caratteristiche allora significa che ha ottenuto il "privilegio" di essere valutata come loro e descritta con il vocabolario tipico della virilita’, tanto che anche molte donne indulgono in queste definizioni, vedendo se stesse come tenere, sentimentali e piu’ inclini all'attaccamento di quanto lo siano gli uomini. In sostanza: si considerano piu’ deboli.

Permettetemi di essere piu’ esplicita: sicuramente potrei essere definita una donna forte, tuttavia non ho alcuna invidia ne’ del pene ne’ delle palle e per quanto sia grata al femminismo, una delle cose che non potrei mai accettare e’ quel rifiuto della femminilita’ che un certo femminismo massimalista esprime, poiche’ considera tale qualita’ segno di debolezza. Mentre io, invece, mi sento assolutamente forte della mia identita’ e delle caratteristiche che mi identificano come donna, e non avverto assolutamente la necessita’ di adottare standard e luoghi comuni tipicamente "maschili", al fine di dimostrare di essere dura, potente, decisa.

C’e’ forse qualcosa di piu’ bello di una donna che ce la mette tutta per vincere le sue battaglie, pur rimanendo femmina? Personalmente, non credo che ci sia. Anzi, a dire il vero penso che la cosa peggiore che possa capitare ad una donna, mentre sta lottando per i suoi diritti per ottenere il rispetto e per dimostrare la sua capacita’ di intraprendere e riuscire con successo in qualsiasi attivita’, quindi per trovare il proprio posto nella societa’, sia proprio dimenticarsi di essere una femmina, e perdere cosi’ la donna che e’ dentro di lei.

Dico questo perche’ molte ritengono che la battaglia per l’uguaglianza fra i sessi richieda una rinuncia alla femminilita’. Invece io credo che non ci sia bisogno di comportarsi “come gli uomini” per essere donne forti, e non ci sia bisogno di schierarsi ad ogni costo contro gli uomini per dimostrarsi a favore delle donne. Non e’ forse la defemminilizzazione il piu’ grande atto di resa di una donna di fronte al ricatto degli uomini e alla loro considerazione superficiale della femmina come una somma di cosce, tette, culo, labbra, e cosi’ via?

In Svezia esiste una scuola materna sperimentale chiamata “Egalia” dove si pratica un’educazione che non tiene conto del genere. Ad esempio, vengono evitati termini come lui o lei, e ci si rivolge ai bambini, che siano maschi o femmine, chiamandoli "amici" piuttosto che ragazze e ragazzi. Ora, per quanto io sia contraria agli stereotipi di genere e osteggi con forza le norme sociali che condizionano le ragazze ad essere sempre dolci e carine e i ragazzi ad essere rudi e virili, non posso non essere scettica riguardo all’efficacia di questo tipo di educazione. L'obiettivo e’ senz’altro nobile - creare una reale uguaglianza tra i sessi -, ma sono i mezzi che non mi convincono. Il nostro genere e’ parte integrante della nostra identita’ e io penso che, per un bambino, questo sfocare i confini del suo genere sia fonte di confusione e di “modificazione” artificiale del suo percorso di crescita. Infatti, la parita’ non sta nell’utilizzo o meno di certi termini, ma sta nell’equita’ del trattamento. Il segreto non e’ costringere tutti ad essere uguali, ma riguarda noi; il nostro comportamento. Se vogliamo infatti che tutti si sentano uguali, dobbiamo essere noi ad agire in modo da trattare tutti senza discriminazioni, perche’ la parita’ deve abbracciare le diversita’, non ignorarle, e deve rispettare le differenze di ogni persona.

Mi offende percio’ quando mi si dice che l'unico modo per essere "uguale" e’ negare il mio genere, o la mia etnia, o la mia inclinazione sessuale. Negare a qualcuno il suo genere, la sua etnia, la sua inclinazione sessuale, amalgamando il tutto in un composto in cui piu’ nessuno si differenzia, e’ implicitamente sessista, razzista, omofobo, perche’ le parole "maschio" e "femmina" come “bianco” e “nero” oppure “eterosessuale” e “omosessuale”, anche se implicano delle differenze, non fanno gli uni inferiori o superiori rispetto agli altri.

E allora che cosa significa per una donna essere femmina? Ovviamente non significa la banalita’ di indossare la gonna, i tacchi alti, truccarsi e portare i capelli lunghi. Significa, invece, essere e voler essere se stessa, e non un’altra persona. Essere se stessa senza paura, senza panico senza tabu’ o vergogna. Significa sostenere tutto il peso della propria personalita’ senza preoccuparsi se un uomo l’approvera’ o meno. Significa prendere, piuttosto di aspettare che le sia dato. Una donna e’ l’unica “esperta”, l’unica “guida” di se stessa. E’ lei l'unico riferimento per il suo corpo, il suo spirito e la sua essenza. Per questo deve rifiutare di farsi valutare - e valutarsi essa stessa - paragonandosi con gli uomini, rendendo la virilita’ un termine di riferimento assoluto.

Per come vedo il mondo, entrambe le identita’ umane dovrebbero procedere insieme, mano nella mano, complici ed uguali, per stimolarsi, motivarsi e sostenersi reciprocamente, ma rimanendo sorprendentemente diverse. Percio’ credo nel diritto della donna di essere forte, intelligente e indipendente nella propria femminilita’, senza che questo si traduca in atteggiamenti e slogan aggressivi. Credo nel diritto della donna ad avere rapporti non belligeranti con gli uomini, senza che questa non belligeranza sia interpretata come sottomissione. Credo nel diritto della donna di essere uguale agli uomini senza cadere nella trappola di farsi tentare da discorsi di egemonia ne’ di somiglianza con loro. Credo nel diritto della donna di provare piacere nel ricevere un mazzo di rose, indossare un vestito sexy, portare le unghie smaltate di rosso anche se guida un trattore.

Per questo credo che sia arrivato per noi donne il momento di celebrare la forza e la particolarita’ della nostra femminilita’. Una femminilita’ che non ha paura del suo potere. Che non ha paura della sua ingordigia. Che non ha paura della sua ferocia. Che non ha paura della sua curiosita’. Che non ha paura della sua onesta’. Che non ha paura della sua follia. Che non ha paura del suo talento. Che non ha paura della sua bellezza. Che non ha paura del suo linguaggio. Una femminilita’, insomma, che non ha paura di essere femminile.

E credetemi, non dobbiamo avere invidia del pene perche’ sicuramente non lo vogliamo avere, e neppure abbiamo bisogno di un paio di palle perche’ dobbiamo essere felici e orgogliose del nostro organo sessuale, che diversamente dai testicoli e’ assai meno debole e vulnerabile. Anche se devo ammettere che una piccola parte di me non vede l'ora che arrivi il giorno in cui, per fare i complimenti ad un uomo gli si potra’ dire: "Che vagina che hai, caro mio!" Perche’ il giorno in cui una tale affermazione non sara’ piu’ considerata un insulto, allora vorra’ dire che il momento della parita’ tra gli uomini e le donne sara’ davvero arrivato.

sabato 9 febbraio 2013

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Cuore di fiaba

Come ogni volta, la sera nel letto, attendevi il suo arrivo per una favola nuova. Occhi sgranati, capelli arruffati, le guance paffute. Siero di latte e profumo d’agrumi, poppavi parole, fiabe e racconti, e non eri mai sazia.

“Me la racconti una fiaba?”. Aria incantata, non spegnevi mai gli occhi.

“C’era una volta una bella principessa dagli occhi di zaffiro e la pelle d’avorio. Portamento elegante e cuore di seta, ogni mattina se ne andava a passeggio. I capelli raccolti, ma un ciuffo ribelle, dispettoso, le ricadeva sul volto. Aveva un bel nome: Álom.

Camminava per strada con mosse ancheggianti, camicetta impudente e seni selvaggi. Fianchi sinuosi e sguardo d’amore, aveva il sole come un bacio stampato sulle guance, e suoi occhi di zaffiro riflettevano il mondo: strade di carta dai mille colori, volti felici, labbra dischiuse, occhi curiosi, cielo di miele e terra di buon cioccolato.

Il principe azzurro le andava incontro su un destriero da sogno. Una cascata di riccioli d’oro gli scendevano giu' sulle spalle. Labbra carnose, cuore di fuoco, braccia ben salde, pelle dorata e sguardo ammiccante. Anche lui aveva un bel nome: Valóság.

- Cavalchiamo insieme, Álom!

E le tendeva una mano. Afferrandole il braccio l’accompagnava, portandola a se’. Álom abbassava la testa e si sentiva al sicuro. Lei davanti, lui dietro, e il destriero partiva al galoppo. Correvano liberi tra le carezze del vento, poi si fermavano. Un campo di grano come giaciglio. Si denudavano, si amavano, si univano, si contorcevano, si fondevano, si incontravano e si perdevano, per ritrovarsi infine nella loro bambina: tu”.

***

La sera nel letto, dopo il racconto, gli occhi socchiusi, lo sguardo beato, profumo di talco e fossetta sul viso, dormivi piccolo fiore. Tu, la sua bambina, sognavi, e quando sognavi lei non fingeva. Sputava il dolore mischiato al veleno. Occhi pesanti grondavan di lacrime, in gola le si stringeva la rabbia, e lo stomaco gridava inseguendo i ricordi. Ti guardava nel buio e chiudeva la porta rincuorata dal tuo sonno sereno. Poi si precipitava al suo letto, tra le gelide lenzuola un po’ stropicciate, a raccontarsi una fiaba.

“C’era una volta una triste principessa, dalla bellezza che e’ oggi sfiorita. Occhi di zaffiro e pelle d’avorio hanno perso ogni luce. Ogni mattina, sia pioggia o sia neve, si reca al lavoro in una fabbrica cadente, tetra, umida e dimenticata. Capelli in disordine spazzati dal vento, passo indeciso e cuore di latta, porta pero' un bel nome: Álom.

Cammina da sola tra i vicoli oscuri di una citta’ desolata. Sogna la fuga, paesaggi incantati, castelli di sabbia, principi azzurri e una vita da stella, ma le manca il denaro, il coraggio e la fede. Gli occhi incavati e lo sguardo affossato, una madre sepolta e un padre fuggito: una vita da schifo. Raccoglie le pietre e mangia veleno, soffrendo nel freddo e pregando con rabbia un Dio che non c’e’.

Un uomo bastardo, squilibrato e crudele, l’aspetta ogni sera che lei torna a casa, e fissa bramoso i suoi turgidi seni. Una cicca per terra, i piedi di pietra su un terreno di fango, gli occhi da belva, le mani sudate, le braccia mollicce e un cuore di sputo. Il suo nome e' Valóság.

- Dammi un bacio, Álom!
- Non voglio…
- Solo un bacio!
- No, non voglio…

L’afferra, la tira, la spinge in un campo, si toglie la cinta e la frusta una volta, due volte, tre volte… Lei sviene, ma l’uomo bastardo la prende con forza. La bestia rabbiosa la invade, la oltraggia, e con la violenza le impone una vita.

***

C’era una volta una ragazza stuprata. Lividi, ecchimosi, lacrime e vomito. Volto distrutto, labbra spaccate, occhi pestati, mani di polvere, gambe tremanti, e una vita nascente in un corpo dal cuore ormai spento. C’era una volta, c’e’ ancora e per sempre, un cuore di carne, passione e dolore, di baci e carezze, di zucchero a velo, profumo di talco e di latte di mandorle. Un cuore di fiaba. Una vita innocente dall'aria sognante e dagli occhi mai sazi. La sua bambina: tu.

mercoledì 6 febbraio 2013

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Fashion blogger, blogstar e aspiranti tali

Ultimamente, pare che il settore delle escort blogger e delle ex escort che raccontano le loro esperienze nel web, sia un po’ in declino. Oggi sembra che vadano di moda, invece, le “fashion blogger”, le “blogstar” e le “aspiranti tali”. Riconoscerle e’ semplice: prima di tutto il loro argomento preferito non e' il sesso, ma sono le scarpe coi tacchi. Inoltre uno dei termini piu’ usati nei loro blog e’ “stiloso”, ma va bene anche qualsiasi aggettivo con il teutonico prefisso “über”, che fa tanto, tanto, “fashion” e tanto, tanto, “star”.

Per essere “fashion blogger”, “blogstar” o “aspiranti tali”, l’elemento indispensabile e’ essere almeno carine ed esserne consapevoli, perche’ se si e’ dei mostri conviene buttarsi su altro e lasciar perdere. Anche se non e’ necessario essere fighe per forza; in realta’ basta farlo credere a chi legge. Astenersi quindi ciospe che non sanno mentire a se stesse, e sedicenti strafighe che evitano di mostrarsi nella loro interezza. Ecco perche’, ad esempio, la sottoscritta, non potrebbe mai essere “fashion” ne' tanto meno “star”.

Astenersi anche poveracce, precarie, pezzenti e affini (e questo mi toglie definitivamente ogni velleita’ di entrare nel club), perche’ per essere “fashion blogger”, “blogstar” o “aspirante tale”, non basta far credere di avere un bel culo, in quanto se non si ha un reddito paragonabile a quello di una top manager, e' difficile che si possa creare quell’alone di “donna di gusto e di classe”, con gli armadi stracolmi di bei vestiti, cosi' da suscitare nelle povere sceme che ci vengono dietro quel sentimento di ammirazione misto a invidia necessario per farci seguire, in modo che il nostro blog abbia successo. Anche se non si capisce ancora la ragione per la quale, una top manager, con i quattrini che incassa facendo il suo lavoro e con gli armadi davvero stracolmi di bei vestiti, dovrebbe sprecare il suo tempo (prezioso) per scrivere blog del cavolo in cambio dell’ammirazione di qualche povera scema. Ma tant'e'...

Devo essere sincera: nella blogroll ho anch’io un paio di “fashion blogger”, “blogstar” o che si credono tali. Non si direbbe, ma ogni tanto mi sollazzo a leggere le loro mirabolanti peripezie e le sciocchezze che scrivono per far presa su chi nella vita, per dimenticare la propria pochezza, vuol rispecchiarsi attraverso lo schermo di un computer nel loro mondo fatto di paillettes, colori e frivolezze. Qualcuna e’ pure simpatica, non lo si puo’ negare, e ci si diverte pure a leggerla. Poi c’e’ anche qualche “aspirante tale”, ma conoscendo la loro permalosita’ a riguardo (le “aspiranti tali” sono le piu’ acide nei confronti delle “fashion blogger” e delle “blogstar”, perche’ vorrebbero, appunto, anche loro ad esserlo pur non avendone la stoffa), per evitare polemiche e’ meglio che non le nomini.

sabato 2 febbraio 2013

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L’autostoppista

Prologo

Oltre che in treno, che amo particolarmente, un altro modo col quale ogni tanto mi piace viaggiare e' il classico autostop. Lo so che e’ un metodo che da molte parti ormai non si usa piu', soprattutto perche' le ragazze non si sentono sicure; non si sa mai chi si potrebbe incontrare, magari qualche maniaco sessuale. Pero’ vi assicuro che nel mio paese e’ abbastanza frequente vedere una ragazza che non ha alcun timore a fermarsi sul ciglio della strada e chiedere un passaggio alle auto che passano.

Ho iniziato a viaggiare in questo modo fin da quando ero poco piu’ che adolescente. Quando mi capitava di far tardi e perdevo il bus, ricorrevo al tipico stratagemma del pollice alzato. Qualche volta, lo devo ammettere, sono stata oltremodo imprudente, avrei davvero potuto incontrare qualche malintenzionato che, dopo avermi violentata, avrebbe potuto lasciarmi li’, derubata di tutto o anche peggio, ma per quanto mi renda conto del rischio che correvo, so anche che, per qualche motivo, non ho mai saputo resistere a certe piccole “avventure”.

Anche quando sono diventata adulta, poi (ma lo sono mai diventata veramente?), fare l’autostop ha continuato a procurarmi quell’adrenalina che solo i momenti di tensione e di consapevolezza del pericolo riescono a creare; una sostanza della quale, di tanto in tanto, forse, ho bisogno per sentirmi viva. Cosi’, se oggi mi capita di chiedere un passaggio a qualche sconosciuto e’ soprattutto per sentire quel “morso” alla base del ventre che solo un certo tipo di situazione riesce a darmi. Perche’, in effetti, non si sa mai chi si trova, anche se quasi sempre si tratta di un uomo che viaggia da solo...

***


L’autostoppista

Mi aveva caricata nei pressi di Szerencs, una ventina di chilometri prima. Stavo facendo l’autostop da piu' di un’ora, e ormai disperavo di trovare un passaggio prima di notte. Non mi accadeva spesso di restare a piedi. Una ragazza, sola e carina, specialmente se vestita in modo provocante, trova sempre qualcuno che si ferma per lei. Ma la strada che avevo scelto quel giorno era poco trafficata, e i rari automezzi che erano transitati avevano tirato dritto, senza rallentare neppure un po’, lasciandomi ad attendere nel caldo polveroso e soffocante di quella torrida estate che sembrava non finire mai.

Poi, finalmente, era apparso in lontananza: un autoarticolato con targa polacca che viaggiava in direzione del raccordo con la E71 e, presumibilmente, della frontiera slovacca. Subito avevo fatto il classico gesto degli autostoppisti, accompagnandolo con l’esibizione spudorata delle gambe. Le gambe sono da sempre un richiamo irresistibile per gli autisti dei Tir, categoria di uomini perennemente infoiata. Quella volta non fu diverso, ma pur azionando i freni, in uno stridore infernale, il pesante automezzo aveva continuato la sua corsa per un altro centinaio di metri, prima di accostare e fermarsi con le luci intermittenti di emergenza lampeggianti. Tanto che, con lo zaino in spalla, avevo dovuto fare una corsa per raggiungerlo. 

Con il gomito appoggiato al finestrino, il vetro completamente aperto, l’autista, un uomo sulla quarantina dal volto stanco e tirato, mi aveva chiesto dove stessi andando, ed io aveva prontamente risposto inventando la solita storia, cioe’ che dovevo raggiungere un’amica a Košice, sperando in cuor mio di aver intuito correttamente la destinazione dell’automezzo.

Sorridendomi, non prima di avermi esaminata attentamente, il tizio mi aveva invitata a salire. Mi avrebbe portata proprio alla periferia della citta’, dato che ci doveva passare per forza, dovendo proseguire, poi, verso nord. Solo il cielo sa quanto m'infastidissero quei sorrisi lascivi di quegli autisti, quel mostrare i denti ingialliti dal fumo delle sigarette, in quel tipico atteggiamento falsamente paterno e rassicurante, ma nel quale vi si leggeva solamente la malcelata speranza di combinare qualcosa con un’autostoppista forse un po’ porcella. Ma era cio’ che in fondo anch'io volevo. Sapevo benissimo come sarebbe andata a finire. Anche quella volta non mi ero sbagliata. Era raro, infatti, che commettessi un errore, che un passaggio sfumasse, o che non intuissi correttamente una destinazione, cosi' da dover attendere un altro veicolo.

Ero passata davanti al muso del pesante automezzo, avvolta dal tremendo calore del motore diesel, e mi ero arrampicata all’interno della cabina di guida, gettandomi lo zaino ai piedi, e ringraziando l’uomo per la cortesia che mi stava facendo. Con l'esperienza avevo imparato che farmi vedere all’inizio timida e imbarazzata, stimolava la bramosia negli uomini dai quali mi facevo dare un passaggio. Piu’ mi mostravo dimessa e piu’ loro si arrapavano, andando cosi’a ficcarsi, sia pur inconsapevolmente, proprio nella trappola dove volevo condurli. E appena richiuso lo sportello, con un rombo possente del motore, l’autista aveva ripreso il viaggio.

Me ne stava percio' seduta accanto a quell'uomo che guidava e che, come facevano tutti, quasi seguissero un programma automatico,  inizio’ a parlarmi. Era quello il modo per saggiare il terreno, e capire se avrebbe potuto giungere a quello cui mirava… o sperava: scoparmi. Questo lo sapevo e, al solito, lasciavo che tutto procedesse nella direzione da me stabilita. Gli argomenti erano sempre di poco conto, ma in fondo non m'interessavano: “Come ti chiami… quanti anni hai… hai il fidanzato...” Insomma, la solita tiritera che innumerevoli altre volte avevo dovuto sorbirmi, mentre con gli occhi arrossati il tizio continuava a scrutarmi con sempre maggiore frequenza, facendo scivolare lo sguardo ambiguo sul mio corpo, soffermandosi sempre piu’ insistentemente sulle mie gambe, nude, che con malizia mettevo generosamente in mostra.

Invariabilmente il copione si ripeteva: parole, sguardi lascivi, doppi sensi, battute stupide, inutili risate, occhiate sempre piu’ esplicite e ammiccanti. D’altronde, ero io che lo provocavo, anche se nessuno se ne rendeva conto. Erano tutti convinti di essere dei grandi conquistatori, ma sapevo come gestire la situazione. Sono sempre stata brava ad abbindolare ed ho sempre saputo come fare per stimolare l'interesse degli uomini. Capelli tzigani, neri e lunghi, un volto piacevole e regolare, occhi chiari, maliziosi ed innocenti allo stesso tempo. Tutto cio' formava miscela esplosiva della quale ero ben consapevole. Ed anche i miei abiti, lasciavano poco all'immaginazione. Con una maglietta leggera, a malapena nascondevo i piccoli seni, liberi, sotto il tessuto, e la gonna, cortissima, lasciava scoperte le gambe. Raramente, molto raramente, chi mi offriva un passaggio non ci provava, ed ogni volta non mi restava che attendere il momento giusto.

Il camion viaggiava a una velocita’ costante. La strada, con poche curve, era scarsamente trafficata, ed invitava ad una guida rilassata. L’uomo aveva acceso la radio, sintonizzandola su una stazione che trasmetteva della piacevole musica balcanica, e anche quello era un gesto che mi confermava come tentasse di creare un'atmosfera piacevole. Anche se continuava a parlare di argomenti che non m’interessavano minimamente. La cabina di guida era spaziosa, e cio' mi permetteva di lasciare, senza alcun problema, una certa distanza fra noi. Quella distanza l’avrei accorciata piu’ tardi, quando sarebbe arrivato il momento...

Tutte le volte mi soffermavo, curiosa, ad osservare la scena dove avrei compiuto il misfatto, ed ogni volta restavo stupita di come le cabine dei tir si assomigliassero un po’ tutte: sul cruscotto erano appiccicate immagini di santi protettori e foto oscene di donne nude. Sacro e profano. L’eterno contrasto della vita che da sempre mi affascinava. Devo dire che a volte mi eccitava sguazzare in quel miscuglio di di redenzione e perdizione, di ingenuita' e inganno, di disgusto e piacere. Una piccola perversione alla quale di tanto in tanto cedevo. Tuttavia non ero li' per quello, anche se il mio scopo era irretire quell'uomo e, considerata la sua scarsa prestanza fisica, quello che gli avrei proposto lo avrebbe immancabilmente mandato su di giri.

Con un sorrisetto malizioso, fingendo di farlo distrattamente, iniziai a far scorrere la mano sulla stoffa della maglietta che mi nascondeva il seno, sfiorandomi i capezzoli che, subito, divennero turgidi, mettendosi in evidenza sotto il tessuto leggero. Appoggiai quindi l’altra mano sulla coscia nuda, tenendola pero’ immobile per non eccitare l’uomo troppo rapidamente. Il rispetto dei tempi era fondamentale. Anticipare o ritardare, anche di poco, la sequenza degli eventi poteva significare far fallire tutto. Il tramonto stava ormai lasciando il posto alla sera; ancora una manciata di minuti e fuori sarebbe stato buio.

L’autista, che ormai guardava piu’ me che la strada, aveva acceso i fari e la cabina era rimasta illuminata solo dalle luci soffuse e azzurrognole del grande cruscotto, mentre io continuavo a passarmi la mano sul seno, accavallando le gambe con atteggiamento sempre piu' lascivo, protendendole verso di lui, cosi' da fargli chiaramente intendere che sarei stata disposta ad accettare una sua proposta qualora me l’avesse fatta. E infatti, con il volto arrossato e la voce roca per l’eccitazione, disse: “Fra poco c’e’ un’area di sosta. Quanto vuoi per scopare?”

Il pollo c'era cascato in pieno. A quel punto non dovevo far altro che recitare al meglio la mia parte come gia' avevo fatto moltissime altre volte.

“Niente… non voglio soldi. Mi e' venuta solo la voglia di farmi una bella goduta” risposi, infilandomi una mano sotto la maglietta, e accarezzandomi ancor piu’ voluttuosamente i capezzoli gia' eretti e duri come nocciole.

Dopo tanta tensione accumulata, dopo tanto desiderio soffocato, dopo essersi caricati di ormoni al punto giusto, era in quel momento, quando si palesava la mia disponibilita',  gratuita e disinteressata che, di solito, le inconsapevoli vittime rilasciavano tutta quanta la loro eccitazione. Come se obbedissero a un ordine subliminale il respiro gli si faceva piu’ veloce, la luce nei loro occhi cambiava e tutti iniziavano ad entrare in in una strana agitazione. Ogni volta la loro reazione mi diceva che erano cotti a puntino. Il loro unico pensiero diventava quello di trovare al piu’ presto un luogo per fermarsi e dar sfogo alla loro frenesia animale: toccarmi, leccarmi, scoparmi, magari facendoselo prima succhiare un po’.

Quell’uomo non faceva certo eccezione e appena vide la segnalazione stradale dell’area di sosta, mise la freccia, abbandono’ la strada principale, e ando’ a parcheggiare nel punto piu’ appartato e meno illuminato dell’ampio piazzale, dove una cortina di alberi e cespugli rendevano il buio ancora piu’ fitto e impenetrabile. E mentre tirava piu’ volte il freno a mano, io mi ero gia’ tolta la maglietta, mostrandogli il mio seno giovane e fresco.

Scivolando sul largo sedile mi accostai a lui, strofinandomi sulla sua camicia sgualcita, mentre lui mi accarezzava la schiena nuda. Ero davvero un’attrice consumata; il trasporto per quello che facevo sembrava cosi’ reale che riuscivo ad ingannare anche i meno ingenui. Figuriamoci un tipo come quello! A volte - poche per la verita’- mi capitavano anche dei tipi attraenti, che mi piacevano, e allora tutto diventava piu’ semplice, perche’ mi abbandonavo veramente, senza finzioni, e in quei casi mi facevo anche scopare volentieri. Quell’uomo, invece, non era il massimo dal punto di vista della prestanza fisica, ma sarebbe comunque potuto capitarmi di peggio.

Con un movimento agile andai a sedermi cavalcioni sulle sue gambe, mettendomi di fronte a lui. Mentre gli sbottonavo la camicia gli offrii l'opportunita’ di afferrarmi le tette. L’uomo, malgrado avesse mani ruvide e callose, aveva un tocco troppo delicato per i miei gusti, cosi’ gli ordinai di strizzarmele, forte, e lui lo fece, facendomi provare quel piacevole dolore che sempre mi rendeva gradevoli quei momenti, anche con chi non mi attraeva molto. Dolore e piacere, attrazione e repulsione, dolcezza e violenza. Tutta colpa di quella mia insana passione per i contrasti estremi.

Lo liberai della camicia, facendogli scorrere le dita tra i peli del torace, e sul ventre decisamente abbondante per le troppe birre bevute nelle stazioni di servizio di mezza Europa, mentre lui, nel frattempo, mi accarezzava le cosce, infilando le sue grosse mani sotto il bordo della stretta minigonna, a voler tastare le mie natiche. Ci esplorammo, cosi', per un po’, fino a quando con la bocca si impossesso’ dei miei capezzoli; iniziando a morderli e a succhiarli avidamente. Era eccitato, lo sentivo. Dovevo solo lasciarlo fare, ma ero ancora mezza vestita. Percio', divincolandomi dalla sua stretta, tornai a sedermi al mio posto per sfilarmi la gonna e restare completamente nuda.

“Ora ti faccio impazzire…” gli dissi, fingendo di non riuscire piu’ a controllarmi, infilandomi tra le sue gambe, nello spazio sotto il volante, abbastanza ampio per farmi restare in ginocchio.

Con dita esperte gli allentai la cintura e gli feci scendere la cerniera lampo dei jeans, aprendolo davanti per abbassargli gli slip quel tanto che bastava per faglielo uscire e prenderlo in mano. Malgrado avessi supposto il contrario, l’uomo aveva un pene di proporzioni ragguardevoli, in piena erezione, turgido e dalle vene rigonfie. Accenno’ timidamente al preservativo. Era chiaro che frequentasse prostitute in strada, quindi lo fece piu’ per abitudine che per altro. In realta’ non attendeva che quel momento, e sicuramente non aveva alcuna voglia di avvolgerselo in un gommino.

Io nemmeno gli risposi. Non avrei mai fatto un pompino avendo in bocca quello sgradevole sapore di gomma. Molto meglio il sapore naturale del sesso, per quanto antigienico potesse essere. E poi non volevo che si distraesse per infilarselo. Non avevo molto tempo e dovevo accelerare il piu’ possibile. Tanto piu' che con lui il pompino non era programmato. Nonostante fosse ben "fornito", non lo trovavo gradevole; percio' lo avrei fatto godere solo con le mani.

Non appena gli afferrai il membro, perse completamente il controllo e quel minimo di dignita’ che, fino a quel momento, aveva ostentato con enorme fatica. Sospirando e gemendo, inizio’ a dire cose sconce, insultandomi e incitandomi a farlo godere. Anche questa non era una novita’, lo facevano in molti, ed io lasciavo che mi umiliassero perche' piu’ mi rovesciavano addosso fiumi di oscenita', piu' si eccitavano, e piu' in fretta arrivavano all'orgasmo. Ne avevo sentite di ogni genere, ma le frasi piu’ comuni erano sempre di un unico tipo: “Dai… prima con la mano… poi con la bocca… fammi vedere quanto sei brava… sei una gran puttana... prendilo tutto… ingoialo… ti riempio di sborra quella bocca da troia…”

Il tipo era ormai completamente fuori di testa; aveva del tutto perso il senso del tempo e dello spazio, e non si sarebbe accorto neppure se in quel piazzale fossero atterrati gli alieni. L'unica cosa che voleva era venire, ed io sentivo che era vicino, lo percepivo dalle contrazioni del suo pene che pulsava sempre piu’ con maggior frequenza. Non ci avrebbe messo molto a eiaculare. Per affrettare il momento, ci misi dunque anche qualcosa di mio.

“Ce l’hai durissimo… si’, mi piace… vienimi sulla bocca… schizzami sulle labbra… e sul viso.”

Feci scorrere quell’asta prima su una guancia, poi sull’altra, facendogli una lenta sega con la pelle del mio viso, mentre col palmo dell’altra mano gli accarezzavo lo scroto e i testicoli, accentuando il piacere che gli dava quello sfregamento delizioso. Devo dire che, ad un certo punto, mi trovai anch’io a provare un inizio di piacere al contatto con quella verga pulsante che mi scivolava sulle guance. Fu allora che mi afferro’ la testa con le mani, gemendo ed ansimando, spingendo per avvicinare la mia bocca al suo uccello. Non potevo pensarci troppo; rifiutare col rischio di vederglielo smosciare, o assecondarlo cosi' da farlo arrivare piu' in fretta all'orgasmo? Ormai anch'io ero eccitata, e socchiudendo le labbra mi impossessai del suo glande, percorrendolo con la lingua, con movimenti circolari, e quando intuii che stava per venire, me l’infilai tutto in bocca, fino a sentirlo in gola, mentre lui continuava ad insultarmi, ormai perso nel suo egoistico piacere.

Portai il pompino al limite estremo, ma quando feci per ritrarmi e finire con le mani, mi accorsi che avevo la testa imprigionata in una ferrea morsa. Continuava a spingermi il cazzo sempre piu’ in fondo alla gola; non sarei riuscita a risollevare in tempo la testa; mi sarebbe venuto inevitabilmente in bocca. Non che la cosa m’infastidisse ma, se avessi potuto, lo avrei evitato. Quella volta avrei dovuto ingoiare tutto. Non sarei riuscita a divincolarmi. Cosi’, con un ultimo affondo, lo feci venire, e la bocca mi si riempi’ dei suoi fiotti caldi. L’uomo sussulto’, urlando, scaricandosi dentro di me. Poi resto’ accasciato sul sedile, svuotato di ogni energia. Ci sarebbe voluto del tempo prima che potesse tornare in erezione.

“Sei stata fantastica. Mai incontrata una cosi’ zoccola. Aspetta solo un po’, e ti faccio vedere… ti scopo fino a farti urlare”.

Lasciandolo a crogiolarsi nel suo delirio, sgusciai via dalla mia scomoda posizione e tornai a sedermi al mio posto, completamente nuda. Aprii quindi lo zaino, estraendone dei fazzolettini detergenti per ripulirmi il volto e le mani. Poi tirai fuori una bottiglia di liquore.

“Bevi un sorso di sligovica; ti aiutera’ a ricaricare piu’ in fretta”, gli dissi con un sorrisetto invitante porgendogli la bottiglia. “Ho una gran voglia di essere scopata e, se ce la fai, voglio anche che me lo metti nel culo.”

“Sei una porca… una grandissima porca”, disse l’uomo afferrando la bottiglia e trangugiando il liquore in un’unica e lunga sorsata, mentre io, sapendo che non ci sarebbe voluto molto tempo, mi accomodai sul sedile a gambe spalancate e iniziai a masturbarmi. Alla fine, che lo volessi o no, non riuscivo a non eccitarmi. Al di la’ di tutto, cio’ che facevo, oltre che per lo scopo per cui lo facevo, mi piaceva davvero, e sopraggiungeva alla fine il momento che sentivo la voglia di godere anch'io, dato che quasi sempre mi ritrovavo con un lago di umori fra le cosce. Toccandomi, arrivai rapidamente all’orgasmo, mentre l’uomo mi osservava stranito, e con lo sguardo sempre piu’ spento.

Un minuto dopo era profondamente addormentato. Il sonnifero nel liquore aveva fatto effetto e non si sarebbe svegliato neppure se fosse scoppiata la guerra termonucleare. In pochi istanti mi rivestii. Nello specchietto retrovisore laterale vidi un’auto a fari spenti che era ferma dietro al camion. Sfilai dal portafogli dell’uomo alcune centinaia di euro, un po’ di forint e qualche złoty. L’orologio e la catenina d’oro che portava al collo, pero’, non li presi in considerazione; non perche’ valessero poco, ma perche’ i soldi sono anonimi, mentre gli oggetti hanno un’anima, hanno una memoria propria, una loro storia, potendo essere legati a momenti particolari, magari regali di qualcuno che ci ha amati che non c’e’ piu’. I soldi vanno e vengono, ma gli oggetti, quando sono perduti o rubati, nessuno potra’ mai restituirceli. Era dunque una mia regola ferrea non portarli via, mai, a nessuno, nemmeno se fossero stati di grande valore.

Mi guardai quindi attorno, cercando il nascondiglio che tutti gli autisti dei tir hanno nelle cabine. In ginocchio, sul sedile, scostai la tendina che divideva il vano guida dalla cuccetta posteriore: era buio, ma con l'esperienza lo individuai subito. In una rientranza sulla parete della cuccetta, chiusa da uno sportello, la cui serratura feci scattare in pochi secondi, trovai, tra riviste pornografiche e bustine di preservativi, altri cinquecento euro. Misi nello zaino il denaro, la bottiglia, e ogni oggetto che potesse appartenermi, compresi i fazzolettini coi quali mi ero ripulita e, senza degnare di uno sguardo l’uomo seminudo che mi dormiva accanto, scesi dal camion avviandomi nel buio, raggiungendo l’auto a fari spenti che mi stava attendendo.

***


Epilogo

“E’ stato facilissimo. Me la sono cavata con un pompino. Era cosi’ arrapato che appena gliel’ho preso in bocca e’ venuto subito.”

“A te non resiste nessuno. Hai proprio l’animo della puttana!” la voce di Katiza che guidava, allontanandosi velocemente dall’area di sosta, mi fece di nuovo sentire in famiglia.

“Gia’… e sai che ti dico? Che mi piace proprio fare la puttana; mi eccita moltissimo e poi rende bene, molto meglio che chiedere l’elemosina nelle aree di servizio o rubacchiare qua e la’. Quando si svegliera’ sapra' di essere stato fregato, ma almeno qualcosa in cambio l’ha avuta. Se invece di me avesse incontrato un’altra, non avrebbe avuto un bel niente e si sarebbe ritrovato semplicemente spennato, senza portafogli e senza tutti gli oggetti di valore che gli ho lasciato addosso.”

“In un certo qual modo e’ stato fortunato, anche se stupido", prosegui' Karitza con atteggiamento complice. "Ha incontrato l'unica ladra "onesta" nel raggio di cento chilometri. Ma come tutti si e’ dimenticato che il formaggio gratis lo si puo' trovare solo nelle trappole per i topi. Andiamo a casa ora, sorella, che’ la giornata e’ stata lunga e faticosa”

“Si'… ma ha reso bene. Sono quasi mille euro!”

Nel buio dell’abitacolo Katiza sorrise. Ormai da tempo sia io che lei avevamo capito qual’era il modo piu’ giusto per tirar su un po’ di grana. Certi polli avrebbero quasi sicuramente evitato di avvicinarsi a una zingara stracciona, ma sarebbe stato per loro difficile resistere alle cosce di una provocante autostoppista.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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