domenica 27 gennaio 2013

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Guardatemi negli occhi… ho detto negli occhi

Qualche giorno fa, appena dopo l’esibizione delle Femen in piazza San Pietro, ho avuto una lunga discussione riguardo a quell'episodio, che secondo me era stato apprezzabile sia dal punto di vista estetico (qualcosa del genere, nel centro della cristianita’ piu’ bigotta, non s'era mai visto) sia per i contenuti e la finalita’ che le ragazze si erano prefisse: protestare contro l’omofobia dilagante che, proprio nello stesso giorno, si stava esprimendo a Parigi, per l’appunto, in una manifestazione contro le adozioni per i gay.

Sono stata accusata di ingenuita' e di non conoscere bene le trame (occulte) che a quanto pare si muoverebbero dietro alle Femen: strani finanziatori, finalita’ non proprio chiare, sospetti di collusione con la CIA e il Mossad, ed altre ipotesi che non mi sento qui di controbattere, in quanto (e’ vero) non ne so proprio nulla. Un’altra questione che non ho affatto condiviso e’ il parallelismo che molte persone hanno voluto fare (ed ancor oggi fanno) fra il movimento Femen e le Pussy Riot; ritengo infatti che le Femen (che siano o no pagate dalla CIA) portino avanti da anni un discorso in cui si intravede coerenza e coralita’, mentre per le Pussy Riot si e’ trattato secondo me di un mero episodio di esibizionismo che aveva un unico scopo: la notorieta’ personale.

Cio’ che a me premeva pero’ sottolineare, e che voglio puntualizzare in questo post, e’ che per farsi ascoltare, qualsiasi siano i motivi, giusti o sbagliati, delle proteste che si intendono portare avanti, alle donne non basta scendere semplicemente in piazza a manifestare con gli striscioni gridando i soliti slogan preconfezionati, ma in una societa’ sessista e bigotta come quella in cui nostro malgrado viviamo, l’arma migliore per essere ascoltate e far discutere di un problema, sembra proprio essere quella di usare cio’ che i sessisti e i bigotti vorrebbero soffocare.

L’uso della nudita’ e l’esibizione del corpo, soprattutto quello femminile, diventa cosi’ l’unico modo perche’ il mondo si accorga dei problemi, e i fatti accaduti anche ieri, a Davos, ai lavori del World Economic Forum, dove le celebri femministe ucraine sono tornate a manifestare a seno nudo a meno dieci gradi sotto zero, dimostrano come il corpo femminile, possa essere utilizzato anche per qualcosa di piu’ nobile che vada al di la’ della semplice strumentalizzazione della donna il cui fine, a detta di coloro che non condividono questa nuovo femminismo di tipo “sensazionalistico”, sarebbe il sollazzo degli uomini, avvalorando e ratificando il sistema patriarcale contro il quale le femministe, invece, dovrebbero lottare.

Si deve dire pero’ che questa nuova linea “sensazionalistica” del femminismo sta prendendo sempre piu’ campo e, stranamente, cio’ sta accadendo non solo nel mondo occidentale dove ormai il nudo e’ sdoganato ad ogni livello, ma anche nel mondo islamico, dove sempre di piu’ le donne stanno prendendo coscienza della potenza che puo’ avere il loro corpo se scelgono di togliersi i veli. E quando la blogger egiziana Alia el Mahdy ha posato nuda a Stoccolma, alcuni giorni fa, con altre attiviste dell'organizzazione Femen, per protestare contro il presidente Morsi, mi sono ricordata anche di un’altra donna araba, l’artista siriana Hala el Faisal, che nel 2005 si aggirava nel Washington Square Park di New York con la frase "Fermiamo la guerra" scritta sul suo corpo nudo, come segno di protesta contro la guerra in Iraq e l'occupazione della Palestina.

Non vorrei che adesso si pensasse che sono una fervente delle proteste espresse tramite la nudita’ femminile. In realta’ non e’ cosi’. Non perche’ io sia una puritana; tutti sapete che non lo sono affatto; e infatti come potrei esserlo dopo cio’ che ho fatto nella vita? Tuttavia anche se in linea di principio sono contraria alla strumentalizzazione del corpo femminile quando viene usato per incrementare gli utili di qualche multinazionale - penso infatti che ne abbiamo gia’ abbastanza di questo sensazionalismo nel settore pubblicitario, con cartelloni e spot televisivi che visualizzano una sessualita’ molto carica, in cui nemmeno nella pubblicita’ di un frigorifero manca la classica donna seminuda sdraiata sopra -, devo convenire che in termini di visibilita’ e di clamore mediatico niente funziona di piu’ che mostrare le tette.

Presumibilmente, anzi sicuramente, e’ qualcosa che attira molto, che fa acquistare un prodotto ed e’ quindi del tutto logico che la nudita’ venga oggi usata per incrementare le vendite e far quattrini, ma cio’ non toglie che possa essere utile anche per portare all’attenzione dell’opinione pubblica qualcosa di meno venale e di piu’ ideale. Quello che da sempre trovo inconcepibile, comunque, e’ che tutta questa esibizione di nudo che ritroviamo un po’ ovunque, riguardi quasi interamente il corpo femminile. Infatti, a parte qualche pubblicita’ di profumo o abbigliamento intimo maschile, quindi di qualcosa di specificatamente rivolto agli uomini, e’ difficile che ci sia la possibilita’ di vedere un uomo mezzo nudo che fa da testimonial, ad esempio, ad un divano. E con questo, per favore, non mi si venga a dire, secondo il solito cliche’ ripetuto all’inverosimile, che il corpo femminile e’ “esteticamente” piu’ bello di quello maschile, perche’ sono sicura che moltissime donne troverebbero dei bei glutei o altre parti maschili, ugualmente molto attraenti da guardare. Anche se molte non osano ammetterlo, in quanto cio’ significherebbe andare in contraddizione con la stereotipizzazione forzata del pudore femminile.

In ogni caso i fatti sono quelli che emergono da un’analisi, seppur superficiale, dell'evento mediatico Femen: nudita’ femminile e protesta stanno diventando sempre piu’ strettamente collegati tra loro, e se una donna vuole essere ascoltata, su qualsiasi questione, che si tratti di politica o ambientalismo o animalismo, deve togliersi i vestiti e mostrare le tette. Ma protestare nuda significa forse che una donna abbia il controllo del suo corpo? Oppure significa che e’ piuttosto alla ricerca di attenzione attraverso il suo corpo? Perche’ se fosse cosi’ vorrebbe dire rinsaldare uno dei pilastri su cui si basa sistema patriarcale, e su questo punto avrebbero ragione coloro che contestano il sensazionalismo femminista delle Femen.

Comunque stiano le cose, tutto cio’ mi fa tornare in mente una famosa pubblicita’: ricordate il reggiseno Wonderbra? Ricordate Eva Herzigova con il suo celebre: "Guardatemi negli occhi... Ho detto negli occhi"? Ecco, ritengo che per quanto motivate e piene di buona volonta’, le ragazze ucraine che di recente hanno causato tanto scalpore in Piazza San Pietro e a Davos, abbiano avuto pochissime persone che "le hanno guardate negli occhi", e che abbiano compreso davvero il loro messaggio. E che se anche le tette possono essere un'ottima arma da usare per scompaginare le carte, noi donne ne abbiamo un'altra che e’ molto piu’ potente, ed e’ la nostra voce. Purche’ sappiamo come usarla, che' molte, lasciatemelo dire con sincerita', la usano spesso a sproposito e solo per far prendere aria alla gola.

Nuda son nata
come son nata vivo
piccola son nata
e troppo in fretta cresciuta
ma non son mai cambiata
e nuda vivo
la maggior parte del tempo
quel tempo dove vivo nuda
quel tempo è denaro.

venerdì 25 gennaio 2013

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Masturbarsi fa malissimo

Se per caso siete arrivati in questa pagina digitando la parola chiave “masturbazione” in qualche motore di ricerca, pensando di trovarvi una descrizione della tecnica (come se ve ne fosse bisogno) o, ancor peggio, pensando che io vi lasci mettere il naso nel mio privato, raccontandovi di quando mi sono masturbata l’ultima volta, avete sbagliato indirizzo. Vi conviene percio’ girare i tacchi e andare a sbirciare altrove, che’ di blog in cui sedicenti ninfomani raccontano per filo e per segno i loro ditalini e’ pieno il web. Anche se, ad essere sincera, anch’io mi sono cimentata in qualcosa del genere, in passato. Capita infatti che, ben volentieri, talvolta soddisfi il mio corpo con qualche buon toccamento nei posti giusti, ma non e’ questo il tema del post che vi accingete a leggere.

Si’, lo so bene che ogni accenno alla mia intimita’ attira "lurker" da ogni dove (chissa’ perche’ questo termine mi ricorda tanto “jerker” che, tanto per restare in tema, in inglese significa “segaioli”), ma il post di oggi si riferisce piu’ a una mia masturbazione mentale; una masturbazione mentale sulla masturbazione sessuale – un bel gioco di parole, questo, che dovrebbe innalzare rating nei motori di ricerca qualora qualcuno in Google digitasse, appunto, “masturbazione”. Fra l’altro, parlando proprio di Google, e’ interessante il modo in cui sono arrivata a questo discorso. Partendo dalla lettura di un’analisi della situazione economica in Europa, sono infatti casualmente arrivata a un articolo sulla masturbazione che, a quanto pare, udite udite, non curerebbe affatto l'insonnia. Ve ne frega qualcosa? Presumo di si’ visto che siete ancora qui a leggere.

Sembra strano che ci sia un collegamento logico fra questi argomenti (economia europea, insonnia, seghe e ditalini) che a pensarci bene dovrebbero essere totalmente scollegati, ma anche se appare difficile, questo collegamento, io sono riuscita ugualmente a trovarlo. E’ la meraviglia del navigare nel web cliccando link a caso, tanto che ci sarebbe quasi da parafrasare Forrest Gump: "Il web e’ come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita di trovare”.

Personalmente pero' credo che sia anche di piu’: sono da tempo convinta di avere addosso una specie di maledizione che ha che fare col mio nome e con certi influssi astrali imperscrutabili, per cui in ogni cosa che tratto, alla fine, poi, vien sempre fuori il sesso o qualcosa di attinente, indipendentemente dall’argomento che intendo affrontare. Dite che un po’ me lo cerco? Che in fondo lo faccio apposta per civettare nel blog? E’ probabile che sia cosi’, certo, ma come sia potuta arrivare alla masturbazione partendo dalla situazione economica europea ancora, davvero, non riesco a spiegarmelo.

Per farla breve, sembra che gli scienziati di un istituto inglese in cui si studiano certe terapie contro l’insonnia abbiano convenuto, osservando migliaia di volontari che hanno partecipato a questo studio, che la pratica della masturbazione prima di dormire crei dei danni, in quanto, contrariamente a cio’ che si pensa (ovvero a cio’ che ho sempre pensato io e che magari anche voi avete sempre pensato) non aiuterebbe affatto il sonno.

Nessuna sorpresa, fra l'altro, che le “cavie” siano state cosi’ in grande numero. Poche attivita’ possono essere appaganti come masturbarsi per il bene della scienza (mi chiedo sempre perche’, quando iniziano questi esperimenti, io non ne sia mai al corrente prima). Il dottor Scwharz che ha condotto la ricerca ha infatti commentato (immagino senza che gli scappasse da ridere come invece e’ accaduto a me mentre leggevo la notizia): "Mai prima d'ora ho assistito a tanta dedizione nel corso di un progetto scientifico di questa portata". E ci credo! Dato che a tale esperimento hanno partecipato un bel po’ di donne e uomini, e che in molti casi si masturbavano reciprocamente, non mi sorprendo affatto che ci sia stato un certo affollamento. Una gang bang scientifica e’ qualcosa che ancora mi manca!

Tuttavia, nonostante l’alta partecipazione e il livello di “dedizione” (dedizione: non e’ incredibile l’uso di questa parola? Ho riso per un quarto d’ora), il legame tra sonno e onanismo e’ ancora tutto da dimostrare. In sostanza: tanto divertimento, ma risultati scientifici zero. L’unica cosa certa e’ che e’ stata appurata una volta per tutte l’inconsistenza della credenza popolare per cui le persone che si masturbano, a lungo andare, diventano cieche e paralitiche. A riprova di cio’, infatti, basta guardarsi intorno e vedere quanti siano i miracolati che camminano e ci vedono benissimo.

Il fatto e' che quando si parla di masturbazione di solito la si associa al peccato, a qualcosa che non si deve fare e se la si fa, la si fa di nascosto. Ci e’ stato inculcato da sempre che toccarsi e godere del nostro corpo non sia proprio una bella cosa, da mostrare a tutti come invece, da bambini, si mostravano i nostri disegni coi pastelli colorati. Anzi ci e’ stato insegnato che fornicare e’ uno dei peccati piu’ grandi, uno di quelli di cui ci si deve vergognare veramente, e non come, ad esempio, per il rubare, che’ per quello esiste sempre una giustificazione valida fino al terzo grado di giudizio. Altrimenti che garantisti saremmo?

Cosi’, se diamo un rapido sguardo a cio’ che le religioni pensano della masturbazione, capiamo il perche’ fin da bambini abbiamo dovuto subire ogni tipo di mortificazione se solo ci si azzardava a metterci le dita nelle mutandine. Nell'Islam, ad esempio, il Profeta e la sua progenie hanno proibito il darsi piacere da soli, poiche’ si tratta di qualcosa di sporco, quindi una trasgressione proibita dalla Shari'ah. Nella Sura di al-Mu'minūn, 23: 5-7, si legge: “(i credenti sono coloro) che si mantengono casti, eccetto con le loro spose […] mentre coloro che desiderano altro (in termini di soddisfazione sessuale) sono i trasgressori”.

Ovviamente, quando si dispone di undici mogli e decine di concubine, come e’ concesso ad ogni bravo maschio musulmano, chi e’ che ha l'energia per masturbarsi? Come minimo, se proprio il macho islamico deve farsi una sega, “prende la mano” dell’ancella piu’ vicina e se lo fa menare. Su questo punto rincara la dose Tasfseer Mazhar (vol.12, pag.94): "La persona che esegue nikaah con le mani (cioe’ si masturba - ndr) e’ maledetta". Da questo si capisce come nell'Islam viene considerata la donna che, non avendo a disposizione undici mariti e decine di toy boy, se ha un po’ di prurito mentre il consorte se lo fa menare dall'ancella, deve stringere i denti e soffrire, oppure titillarsi da sola sapendo pero’ che sara’ maledetta. Oh che bello!

E che dire delle altre religioni monoteistiche? A onor del vero l’Antico Testamento e’ l’unico che non denuncia ne’ incoraggia la pratica (pare infatti che per questo gli ebrei siano considerati fra i piu’ grandi segaioli della terra), ma la Chiesa cattolica insegna ai suoi fedeli del male che la masturbazione puo’ provocare, poiche’ il suo uso deliberato al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice la finalita’ del sesso. E’ tipico del cattolicesimo, infatti, considerare tutte le attivita’ sessuali ritenute "anomale", come appunto la masturbazione, l’omosessualita’, la sodomia, e il sesso prima o fuori del matrimonio, come aberranti, in quanto “frustrano” l'ordine naturale, lo scopo e la finalita’ della sessualita’, che e’ la procreazione e non il godimento.

Notare bene l'uso appropriato del verbo “frustrare”. Non importa se i bisogni naturali del vostro corpo vengono frustrati; fino a quando non si frustrano le necessita’ della Chiesa di tenere sotto controllo i vostri genitali, va tutto bene. Secondo Matteo 5:29-30, Gesu’ disse: "Se il tuo occhio destro ti e’ occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti e’ occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna." Perfetto! A parte il fatto che ai tempi di Gesu’ sembra che nessuno avesse pensato alla comodita’ dell’essere mancini, ma la soluzione per i cristiani sembra essere solo una: dal momento che e’ la nostra immaginazione perversa che ci porta a indulgere in fantasie impure, il modo per risolvere il problema una volta per tutte e’ lobotomizzarci. Abolendo cosi’ la nostra facolta’ di avere pensieri peccaminosi, si evitera’ di fornicare masturbandoci. Cerchiamo dunque di essere buoni cristiani e buttiamo via il nostro cervello!

Si capisce che con l’assurdo senso di colpa e il terrore di cadere nella tentazione appena descritto, non ci sia da stupirsi se oggi si scopre che la masturbazione non aiuta affatto a curare l'insonnia, soprattutto nel caso dei credenti timorati di Dio in quanto, dopo aver detto le preghiere della sera, se si toccano un po’ troppo da quelle parti, sicuramente non riusciranno a dormire bene. Percio’, a meno che non vogliano svegliarsi con una mano in stato di gravidanza, sara’ meglio che lascino perdere le seghe e i ditalini, e per dormire ritornino, come era d’uso una volta, a contare le pecore.


" Ehi, non denigrare la masturbazione. E’ fare sesso con qualcuno che amo." - Woody Allen

sabato 19 gennaio 2013

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Permettetemi un piccolo sfogo, una volta tanto!


Avvertenza: questo e’ uno sfogo personale. Pertanto si prega coloro che non sono in grado di concepire che chi ha un blog personale possa anche sfogarsi senza peli sulla lingua, e che invece debba sempre tenere un linguaggio politicamente corretto, di non procedere oltre, di non cliccare su "Leggi il seguito di questo post..." e di allontanarsi immediatamente da questo sito, per non rischiare di leggere qualcosa di non piacevole che potrebbe offendere la loro sensibilita’. In parole semplici: stavolta me ne frego se qualcuno si offende, sia chiaro!

***

Ogni tanto mi trovo a dover discutere con qualcuna di queste "beghine", che anche se sono giovani e magari persino graziose, dentro hanno il cuore e i pensieri di una beghina d'epoca vittoriana. E allora, davvero, mi cadono le braccia e mi chiedo: ma come fanno 'ste qua a piacere agli uomini, o avere amiche sincere, o a rapportarsi col mondo in modo intelligente? Sicuramente saranno circondate da persone come loro, grette, acide, incarognite da anni e anni di frustrazione, scarsa autostima e totale assenza di apertura mentale. Perche' chi ha la mente aperta, cari amici e amiche, vede la luce anche se e’ buio pesto, sente l'aria fresca sul volto anche se sta al chiuso, ed ha pensieri limpidi nei confronti di tutto; non sta sempre a origliare cosa fanno gli altri - soprattutto le altre - dietro al muro. Se ne fregano e lasciano libere le persone di gestirsi come credono, il proprio corpo, la propria morale, le proprie scelte, la propria liberta’, la propria esistenza... fino alla morte.

Purtroppo in Italia si vive ancora in epoca vittoriana. Come faccio a far comprendere a queste beghine (ai loro mariti no, perche' ipocriti come sono, sotto sotto, a puttane ci vanno: sono nove milioni i clienti di prostitute in Italia, eppure sembra che nessuno ci vada... almeno a parole) che ci sono donne che se ne fregano dei giudizi morali, sia di darli che di riceverli, e che se ne sbattono se vengono chiamate puttane, che la danno via liberamente, a pagamento oppure no, che si fanno trombare per mestiere, per gusto, per esibizione, per ninfomania, per bramosia di denaro (saranno cavoli loro?)... e non fanno del male a nessuno, e non tolgono niente a nessuno (se non qualche soldo, forse, ai loro maritini bravi, ma di questo dovrebbero discuterne coi loro consorti). Pero’ si sa: l'invidia e' una brutta bestia e la si doma male. Poter fare le prostitute e farsi pagare, presuppone avere doti fisiche di un certo tipo e una discreta dose di porcaggine, che e' poi quello che piace tanto agli uomini. E cio’ che brucia davvero (credo) e’ che ci sia chi ha il coraggio di fare quello che non possiamo fare noi, e che per cio’ che fa riceva anche un bel po’ di quattrini.

E allora meglio se la si butta sulla morale, sulla dignita' della donna, sulle povere ragazze da salvare... poverine. Queste beghine retrograde e bigotte pensano alle povere ragazze da salvare, capite? Poi, magari, sotto casa, vedono una zingara che chiede l'elemosina e la scansano. Oppure se ne fregano bellamente delle precarie che vengono sfruttate nelle fabbriche per pochi euro al mese. Ma le "povere ragazze da salvare" no... loro devono essere salvate, anche quelle che non desiderano essere salvate, perche’ c’e’ di mezzo il sesso. Anzi il SESSO. Sono come i panda per gli animalisti piu’ accaniti. Gli stessi animalisti che poi vanno a comprare il pollo al supermercato dimostrando classismo persino nei confronti degli animali che vorrebbero difendere, perche' alla fine fanno capire che esistono animali di serie A, i panda che non devono essere toccati neppure se vivono felicemente liberi in mezzo alla Natura, e animali di serie B, i polli che invece possono essere allevati in condizioni terribili, massacrati, uccisi e divorati. Ho visto tante campagne mediatiche a favore dei panda, dei koala, degli ippopotami, dei coccodrilli, persino della mosca tzetze... ma i polli del supermercato non se li fila proprio nessuno...

E allora penso che a quanto pare, "le povere ragazze da salvare" sono come una razza in estinzione, a differenza delle mendicanti zingare e delle disgraziate sfruttate nelle fabbriche che, invece, proliferano anche troppo!


PS: L'immagine non c'entra nulla con il post, ma mi piaceva troppo.

venerdì 18 gennaio 2013

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Quello che c’e’ da dire sulle kommunalke, sui negozi a Venezia, e sul “Ce lo chiede l’Europa!”

Iniziamo col parlare della Kommunalka. Per una definizione precisa di questo termine rimando, chi conosce almeno qualche lingua, a Wikipedia. Comunque, per farla breve, le kommunalke (o kommunalki come in russo sarebbe giusto dire al plurale), si riferiscono a una forma particolare di coesistenza, di solito in grandi appartamenti in cui piu’ famiglie coabitavano, occupando ciascuna una camera (lo spazio privato), ed avendo in comune la cucina e il bagno.

Questo tipo di convivenza era molto diffuso in Unione Sovietica durante gli anni dello stalinismo: quando lo stato espropriava un appartamento piu’ o meno grande, lo assegnava a varie famiglie che se lo dividevano. Di questo mondo e del periodo in cui in Russia esistevano le kommunalke ne parla con sarcasmo, nei suoi racconti, lo scrittore Michail Michajlovič Zoščenko. Solo perche' possiate capire quale fosse il clima di convivenza, la cosa piu’ normale che poteva accadere in una kommunalka, dove le persone mal si sopportavano e si facevano ogni genere di dispetto pur di crearsi fastidio l'un l'altra, era quella di mettere manciate di sale nella pentola del brodo dell'odiato coinquilino, lasciata incustodita sui fuochi della cucina.

Perche’ parlo di questo? Solo per sfoggiare un po’ di cultura e presunzione? Oppure ne parlo perche’ da Zoščenko e dai suoi racconti si puo’ trarre qualche indizio di quello che oggi potrebbe rappresentare l’Europa? Ebbene, se potessi parlare alla stessa maniera di Metternich, direi che l’Europa, cosi’ come viene descritta e dipinta nell'immaginario collettivo e’ qualcosa che non esiste se non in quella fantastica visione utopistica che qualcuno vuol spacciare per realta’, ma alla quale, anche, dentro di noi un po' si desidera credere. L'amara verita’, pero', e’ un'altra, e cio’ che viene definita Europa non e' che un’espressione geografica sulla carta del mondo o tuttalpiu’, una semplice, banalissima, kommunalka.

Una kommunalka dove i popoli sono co-stretti a vivere nonostante non si sopportino. Una kommunalka in cui le persone hanno culture, ambizioni, valori e prospettive differenti. Una kommunalka dove, se e’ possibile, fare un dispetto al vicino diventa cosa normale. Anzi quasi automatica, dato che il vicino e’ spesso visto come quello che si e' sempre approfittato della nostra debolezza e che forse e' proprio per causa sua se noi stiamo male. Lo so che queste mie parole possono suonare “eretiche” a chi ha in mente quell’idea utopistica e fantasiosa dell’Europa dei popoli, in cui tutti vanno d'accordo e collaborano, di cui vi parlavo pocanzi, ma chi vi parla di solidarieta’, di convivenza e di un’Europa Unita, mente sapendo di mentire; perche’ e pagato per farlo oppure perche’ ha interessi specifici nel fatto che voi gli crediate.

Ma l’Europa e’ solo una kommunalka dove chi coabita i dispetti se li fa solo per cattiveria, invidia o rivalsa, oppure ci sono anche degli interessi economici dietro a questo farsi del male? Oggi si parla tanto di Germania che con le sue politiche di austerita’ e rigore, avrebbe fregato tutti, soprattutto i PIIGS, riducendo i governi nazionali al ruolo di meri esecutori di un progetto non deciso dai vari popoli europei, ma prestabilito dai soli tedeschi. Diamo dunque la colpa alla Merkel se in Italia c’e’ Monti che ha alzato le tasse, e la facciamo responsabile di tutto il male con cui oggi viene gestita la politica e l’economia italiana. Pero’, signori miei, vi siete mai chiesti una cosa? Da quando in qua un’azienda aiuta una sua concorrente a crescere? Se puo’ azzopparla, lo fa e non e’ perche’ sia cattiva, o cinica, o invidiosa, o rancorosa. Lo fa perche’ segue le regole del “libero mercato”. Quel famigerato “libero mercato” che avrebbe dovuto rendere tutti quanti piu’ ricchi e di cui gli economisti, ieri come oggi, si sono riempiti la bocca.

Faccio un esempio semplice; qualcosa che potrebbe capire anche una persona che di economia e di libero mercato non ne sa assolutamente niente. Supponiamo che si sia titolari di un negozio in una calle del centro di Venezia. Venezia, si sa, e’ una citta’ che si basa molto sul turismo e nel nostro negozio, ad esempio, abbiamo deciso di vendere le cose tipiche per turisti: souvenir, maschere, vetri di Murano, articoli tipici dell’artigianato veneziano. Adesso supponiamo che a pochi passi dal nostro negozio ve ne sia un altro, di un nostro concorrente, che vende su per giu’ le stesse cose. Le leggi del libero mercato imporrebbero che la nostra piccola sfida commerciale nella calle si svolgesse in un clima di libera concorrenza, basandoci sia sulla qualita’ che sui prezzi degli articoli che entrambi proponiamo, giusto? Adesso supponiamo che, ad un certo punto, il nostro concorrente assuma dei venditori bravissimi, di quelli che sono in grado di vendere il ghiaccio al Polo Nord, per dirla in modo semplice; persone abili, ammalianti, che conoscono e parlano ogni lingua, e che hanno una preparazione psicologica tale da non sbagliare mai l’approccio con un cliente. Questo farebbe si’ che il nostro concorrente avrebbe un vantaggio, del tutto legittimo, rispetto a noi, ed avrebbe molte piu’ probabilita’ di vendere i suoi articoli prima di noi, togliendoci di conseguenza fatturato e reddito. Cio' influirebbe sul nostro tenore di vita e questo ci farebbe sicuramente girare le gonadi, soprattutto se il nostro concorrente avesse anche maggiore creativita’ e fantasia della nostra nello scegliere gli articoli, oppure nel fare le vetrine e noi, magari di mentalita’ piu' rigida e schematica, non avessimo possibilita’ di adeguarci. Saremmo cosi’ costretti a subire passivamente (ahime’) l’evidente superiorita’ dell’altro e in breve tempo il nostro negozio fallirebbe, mentre il suo diverrebbe l'unico della calle.

Questo era lo scenario che non farebbe dormire un commerciante veneziano neppure se ingurgitasse un’intera boccetta di Valium per notte; li conosco bene i commercianti e so quanto siano sensibili in tema di "concorrenza". Tuttavia, adesso vorrei ipotizzare che per qualche motivo, noi si abbia la possibilita’ di influire su quelli che potrebbero essere i venditori nel negozio del nostro concorrente, anzi non solo i venditori, ma anche i direttori, i vetrinisti, gli amministratori. Cioe’ immaginiamo che per questo misterioso motivo che ci da' questa speciale facolta' di ingerenza, noi si possa decidere quale sara’ l’intero organico della societa’ del nostro concorrente. Gli daremmo la possibilita’ di prendere il meglio che c’e’ sul mercato? Gli daremmo la possibilita' di avere gli articoli migliori? Gli consiglieremmo le politiche di vendita migliori? Il personale, sia operativo che amministrativo, migliore? La domanda e’ pleonastica, lo so, ma serve ad allungare un po’ il post, e la risposta e’ semplicemente: NO. Se potessimo, sceglieremmo per lui il peggio sulla piazza: i venditori piu’ inesperti, i vetrinisti meno bravi, i direttori piu’ disonesti, gli amministratori piu’ incapaci e corrotti, tenendoci eventualmente per noi il meglio. Cosi’ saremmo sicuri che, grazie soprattutto a come sara' gestita male l'azienda del nostro concorrente, la nostra attivita' andra’ a gonfie vele. Anzi sara' lui a fallire mentre noi resteremo gli unici nella calle.

Adesso provate a chiedervi cosa accadrebbe se, invece che di negozi a Venezia, si parlasse di Germania e Italia. Sono certa che il senso di tutto questo post vi sara’ chiaro. Capirete inoltre anche perche’, fintanto che Berlino potra’ decidere quale sara’ l’organico delle aziende concorrenti, alla Germania non meritera’ uscire da un sistema nel quale e' il suo “negozio” a vendere di piu’. L’Europa sara’ pure una kommunalka, dove ciascuno a suo modo si detesta per varie ragioni o per antichi rancori, ma soprattutto nei momenti in cui l’acqua e poca e la papera non galleggia, la gente, tutta, che sia tedesca, italiana, francese o ungherese, tende a risolvere i propri problemi, prima di risolvere quelli degli altri, e uscire da questa kommunalka, significherebbe per la Germania trovarsi nuovamente la “calle” piena concorrenti, stavolta autentici e agguerriti, sui quali non avrebbe piu' alcuna ingerenza. E questo potrebbe essere davvero un guaio, soprattutto se questi concorrenti potessero anche decidere di abbassare i prezzi dei loro articoli in vetrina.


PS: a chi non si sentisse pienamente soddisfatto da quanto esposto, ed avesse ancora qualche dubbio in merito alle mie conclusioni, consiglierei la lettura di questo breve raccontino fantaeconomico, tanto per comprendere meglio quale sarebbe l’evoluzione della situazione europea qualora la Germania decidesse di abbandonare l’euro.

PPS: l’immagine, che pare non entrarci una beneamata mazza con l’argomento del post, e’ in realta’ tratta da un film francese del 2009, che si intitola appunto "Kommunalka". Del film non esiste una versione in Italiano, quindi non perdete tempo a cercarla; sottotitoli solo in inglese oppure in un severo magiaro.

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Sentirsi un gelato di prima mattina senza spendere neppure un euro

Oggi apro la posta e leggo un messaggio che mi e' stato inviato tramite il modulo di contatto. Si’, lo so che non sta bene divulgare il contenuto di messaggi privati, ma credo che in questo caso l’autore non se ne avra’ a male. In fondo, se non ha ancora capito che questo non e’ un blog dove mi propongo per incontri, non e’ colpa mia ed e’ giusto che, chi lo ritiene tale, sia avvertito del pericolo a cui va incontro. Comunque, quello che mi viene proposto e’ interessante, sol anche dal punto di vista dell’occasione che mi viene offerta, perche’, sinceramente, non sono mica abituata a ricevere questo genere di avances. Certe cose mi imbarazzano, davvero. Giurin giuretto!

"Sono carino d'aspetto ed ho 35 anni. Sto cercando una ragazza che voglia soltanto farsi leccare bene da un ragazzo che deve fare solo quello senza chiedere niente altro; solo leccarla quando ne ha voglia lei, e per il tempo che decide lei e non chiedere niente altro che quello e limitarsi a quello. Mi inginocchierei ai suoi piedi e senza toccarla con le mani userei la mia lingua per donarle piacere; solo la lingua. Io in ginocchio in adorazione e lei in piedi o appoggiata, seduta, magari fumando una sigaretta che si gode la mia lingua. Leccherei senza fiatare e senza chiedere nulla per me. Quando saresti soddisfatta mi puoi liquidare senza problemi. Ti prego scrivimi e sono a tua disposizione".

Ho ovviamente corretto un po’ la grammatica e la sintassi, per renderlo fruibile anche a chi dovesse usare il traduttore, ma a parte questo dico... e' una bella fortuna ricevere di queste offerte, non trovate? Oggigiorno, dato che non mi fila piu' nessuno, se mi facessi sfuggire un'occasione del genere sarei una sciocca. Soprattutto perche’ e’ tutto gratis e il ragazzo, per il suo servizio, "non chiede niente per se'". Ma vi rendete conto del sacrificio che fa?

Credo che ci riflettero' seriamente e magari prendero' in considerazione anche l'idea di iniziare a fumare, visto che, a quanto pare, il gelato al gusto di portacenere e' quello che piace di piu’.

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Accordi

giovedì 17 gennaio 2013

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Differenze

Adesso vi spiego una sottile differenza che c'e' fra Italia e Ungheria per quanto riguarda il sistema di voto per i residenti all'estero. Chi e' italiano/a e risiede all'estero, entro il 6 Febbraio 2013 dovrebbe ricevere un plico dal consolato (dico dovrebbe perche’ e’ tutto aleatorio e capirete il perche'), in cui sono contenute le schede elettorali che vanno rispedite, in busta prestampata e anonima (dato che il voto e' segreto), che deve giungere al consolato stesso entro il 21 Febbraio.

Ovviamente non esiste alcuna prova documentata, ne' della spedizione del plico da parte del consolato, ne' dell'avvenuta ricezione della busta con il vostro voto. Per cui, non solo il voto potra' andar sperduto nei meandri dei vari uffici postali (immaginiamoci chi vota in Guatemala o in Uganda), ma chi non avra' ricevuto il plico non potra' mai dimostrarlo, dato che non viene spedito per via raccomandata, ma per posta semplice.

Qualora non si ricevesse niente, si potra' sempre andare a reclamare (cosi’, tanto per illudersi che in Italia ci sia una vera democrazia), ma bisogna farlo non oltre il 10 Febbraio. Ovviamente il reclamo sara' fine a se' stesso e non sortira' alcun effetto, in quanto sara' molto difficile che venga riconsegnata una seconda scheda. Infatti, se cio' avvenisse ci sarebbe la possibilita' per una persona di votare furbescamente due volte (potrebbe aver ricevuto il plico, spedito per posta il suo voto e poi richiesto una seconda scheda per rivotare), oppure addirittura vendere la scheda elettorale.

Con questo meccanismo e' chiaro come sia facile che avvengano dei brogli: se il consolato non spedisce niente, per questa (voluta) mancanza di riscontri, qualcuno, poi, potra' farsi un bel po' di X sulle schede per il partito che sara' deciso a tavolino.

Che cosa cambia per gli ungheresi residenti all'estero (ma so che e’ cosi’ anche per i russi)? Che non viene inviato alcun plico: se si vuol votare, si va al consolato piu' vicino, si presenta il documento e si vota, inserendo con le nostre mani la scheda dentro l'urna

Sono solo piccole differenze che esistono fra paesi democratici come l'Italia e paesi meno democratici come quelli governati da Orban e da Putin.

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Agende

domenica 13 gennaio 2013

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Lo stereotipo della “zingara” e la sessualizzazione della donna Rom

Il fatto che la rappresentazione delle genti di colore - e delle donne di colore, in particolare - sia stata esotizzata e finanche sessualizzata nella percezione occidentale, non e’ una novita’, e i Rom non sono sfuggiti a questo fenomeno. Scrive Borrow (1841): “Le donne e le ragazze zingare sono in grado di accendere passione piu’ che nelle descrizioni piu’ audaci, in particolare in coloro che non sono zingari, perche’, naturalmente, la passione diventa piu’ violenta quando e’ nota l'impossibilita’ quasi assoluta di gratificazione”.

Alcune premesse storiche. I Rom sono originari dell'Asia, i cui antenati, lasciato il nord-ovest dell'India a seguito di una serie di incursioni islamiche nell’ XI secolo, sono stati progressivamente spinti in Europa sud-orientale, dove quasi la meta’ si sono stabiliti nei Balcani, e dove sono stati tenuti in schiavitu’ fino al 1864. Mentre l’altra meta’ in grado di andare avanti si e' sparsa nel resto dell’Europa. Ci sono oggi circa dodici milioni di Rom, di cui piu’ o meno otto milioni vivono nel vecchio continente e due o tre milioni si sono stabilizzati in America e altrove, costituendo cosi’ la piu’ grande e diffusa minoranza etnica del mondo. Quasi il doppio di quanti siano i danesi o gli svedesi.

Quando i Rom sono apparsi per la prima volta in Europa, tutti credevano che facessero parte della diffusione islamica all’interno della cristianita’, e sono stati quindi identificati con i turchi ottomani. La parola "turchi" riferita ai Rom e’ infatti ancora oggi diffusa in molti luoghi. Altra definizione impropria usata per i Rom e’ stata anche "egiziani", da cui sono derivati appunto i termini Zingari, Gitani, Tzigani, eccetera.

Benche’ esistano moltissimi riferimenti medioevali e rinascimentali riguardanti la vera origine indiana del popolo Rom, questo fatto, col passare del tempo e’ stato dimenticato anche dagli stessi Rom. Di conseguenza, un gran numero ipotesi errate, a volte bizzarre, sono state formulate. Tra queste, ce n’e’ una che li fa originari delle profondita’ della Terra, o della Luna o di Atlantide, o li identifica come i resti di una razza preistorica. A seconda del periodo storico e delle credenze del momento sono stati Nubiani, o Druidi, oppure ebrei venuti allo scoperto dopo i pogrom medioevali.

La vera origine e’ stata scoperta casualmente nel 1760 quando in una universita’ olandese, uno studente che aveva imparato un po’ di Romani (la lingua dei Rom) da operai che lavoravano nella tenuta di famiglia in Ungheria, una volta ascoltati i discorsi di alcuni studenti provenienti dall’India, che parlavano una lingua simile, si convinse della reale provenienza del popolo Rom. Questo porto’ al primo libro mai scritto sul tema (Grellmann, 1783).

La pubblicazione del libro di Grellmann, durante l'Illuminismo, che apparve in una edizione inglese del 1807, coincise con l'emergere di una serie di discipline scientifiche, tra cui la botanica e la zoologia, e la necessita’ di classificare le piante e gli animali che venivano scoperti durante l’esplorazione delle nuove colonie europee d'oltremare. Cosa che rapidamente porto’ anche alla classificazione delle popolazioni umane non europee.

E’ stato proprio in quel tempo che l'idea che "mescolare le razze", sia geneticamente che socialmente, fosse pericoloso. Un’idea che si e’ diffusa sempre piu’ nella cultura e che e’ stata, poi, la causa che nel XX secolo ha portato al nazismo e alle terribili e ben note conseguenze. Ma proprio per la sua natura proibita, l’incrocio tra razze ha acquisito anche quell’elemento morboso di attrazione che soprattutto durante l’epoca vittoriana, ha trovato la sua espressione in una certa arte e letteratura, con la rappresentazione di rapporti sessuali tra colonizzatori e schiave, ovvero tra donne di colore e maschi bianchi. La fotografia erotica del tardo XIX secolo e’ infatti caratterizzata principalmente da donne nude africane o asiatiche, e non includeva mai immagini di donne bianche svestite.

Una parentesi curiosa: la piu’ antica organizzazione che si e’ dedicata allo studio del popolo Rom e’ stata la Gypsy Lore Society, fondata nel 1888 e che ancora esiste. Alcuni dei suoi membri di sesso maschile - tutti non Rom - si riferivano a loro stessi come “Ryes”; un’auto-designazione interpretata come “chi aveva guadagnato una posizione privilegiata nel mondo Romani”. In lingua Romani “Rai” significa infatti “persona che ha autorita'”, quindi puo’ essere "signore" oppure anche "poliziotto". Ma ha anche un altro specifico significato, e si riferisce a chi, pur essendo non Rom, e’ in grado di portarsi a letto una donna Rom.

***

Per varie ragioni, gli occidentali hanno avuto (ed hanno tuttora), una maggiore familiarita’ con la schiavitu’ degli africani nelle Americhe di quanta ne abbiano avuta con la schiavitu’ dei Rom in Europa. Per questo motivo, le rappresentazioni inesatte degli zingari descritti nei cliche’ letterari dell’epoca, che delineavano in termini stereotipati un certo tipo di schiavo a un pubblico vittoriano, e’ sempre stato quello che ha incontrato il maggior successo in letteratura.

In uno scritto di Ozanne (1878), si legge che gli schiavi Rom in Valacchia avevano "labbra spesse e capelli crespi, con una carnagione molto scura, e una forte somiglianza con la fisionomia e il carattere dei negri”. Anche St. John (1853) descrive i Rom cosi’: "Gli uomini sono generalmente di alta statura, robusti e muscolosi. La loro pelle e’ nera o color rame, i capelli, densi e lanosi, le loro labbra hanno la pesantezza dei negri, e i loro denti sono bianchi come perle; il naso e’ notevolmente appiattito, e il volto e’ tutto illuminato, per cosi’ dire, dal vivo degli occhi".

Uno degli stereotipi piu’ diffusi e’ stato legato per lungo tempo a una “preoccupazione sessuale” concentrata sugli uomini di colore, ritenuti essere ossessionati dal desiderio per le donne bianche. Questo ha portato, poi, negli anni ’20 in America, alla pratica razzista di castrare gli afro-americani, sottolineando una paura sessuale e un’insicurezza profonda insita nei maschi bianchi di quel periodo. Anche i Rom nei Balcani venivano, ovviamente, visti come una minaccia alla femminilita’ bianca. Tra di loro vi era una categoria chiamata “skopitsi”, uomini che erano stati castrati da ragazzi il cui compito era quello di guidare i mezzi delle donne dell'aristocrazia senza che ci fosse paura di molestie per queste ultime. Tutto cio’ lo si trova riflesso anche nel codice civile moldavo dell’epoca, in cui si affermava che "se uno schiavo zingaro avesse violentato una donna bianca, sarebbe stato bruciato vivo". Mentre un rumeno che avesse "incontrato una ragazza per strada e avesse ceduto all'amore… non avrebbe potuto essere punito".

E’ questa castrazione del maschio di colore che si ritrova spesso nella tradizione letteraria dell’epoca, e che e’ ben espressa dalle parole di Gayatri Spivak, in cui si percepisce la necessita’ di "salvare le donne dagli uomini neri". Ma questa fobia razzista riguardo alla mescolanza etnica non e’ qualcosa che riguarda solo il passato. Anche nel 1996 Shehrezade Ali ha fortemente criticato il film di Disney “Il gobbo di Notre Dame” per la creazione di un impulso subliminale a sfondo razziale negli atteggiamenti sociali in via di sviluppo dei bambini. Ecco cio’ che scrive:

“Ad oggi, nessuno dei personaggi femminili bianchi di Disney sono stati accoppiati con pretendenti neri o non bianchi, mentre le donne di colore sono esclusivamente legate a uomini bianchi, ignorando totalmente la loro etnia. E’ questo il modo che ha la Disney di essere tollerante? Perche’ la Disney mette le donne di colore in situazioni romantiche con uomini bianchi al posto di uomini di colore? E che tipo di messaggio subliminale si pensa che recepiscano le ragazzine nere o zingare quando e’ ripetutamente implicito che l'unico eroe salvatore che hanno e’ un maschio bianco? E che dire dei piccoli ragazzi neri o zingari che non hanno ancora avuto modo di vedere se stessi in un ruolo di eroe protagonista in un film Disney? Che cosa si puo’ dire circa la loro autostima? Cio’ rende visibile la continuazione del mito razzista per cui ogni donna del pianeta, sia nera o bianca, abbia un solo eterno eroe: un uomo bianco".

Un’altra caratteristica che ricorre in questo tipo di messaggio che Shehrazade Ali definisce razzista, e’ che, alla fine, l’oggetto d’amore si rivela non essere una Rom, dopotutto, ma una ragazza bianca che e’ stata "rapita dagli zingari" da bambina, e successivamente salvata, rendendo cosi’ la relazione romantica accettabile e persino ammirevole, in quanto entrambi i protagonisti risultano appartenere alla stessa etnia.

Ma oltre a questa “preoccupazione sessuale” (tuttora presente anche se latente nell’inconscio del maschio bianco) e’ sempre esistito nei confronti delle popolazioni di colore anche un profondo pregiudizio igienico oltre che morale, in quanto viste come impure, sia spiritualmente che fisicamente. Hoyland (1816) ha ribattuto a lungo sulla convinzione elisabettiana che la pelle scura dei Rom fosse semplicemente a causa di sporcizia. “Gli zingari, privi della loro carnagione bruna”, scrive, “sono quelli che molto tempo fa hanno interrotto il loro modo sporco di vivere”. E Celia Esplugas (1999), nel suo grossolano saggio pieno di inesattezze e disinformazione, rincara la dose e ribadisce che "la pulizia e l’igiene degli zingari non e’ mai riuscita a soddisfare lo standard inglese".

Kenrick e Puxon (1972) ritengono che l'attuale odio per i Rom sia una memoria storica che risale alla loro prima apparizione in Europa, e nasce dalla convinzione medioevale che il nero denoti l’inferiorita’ e il male che erano ben radicati nella mente occidentale. La pelle scura di molti zingari fa dunque essere questo popolo vittima di un pregiudizio. Il folklore europeo contiene, infatti, una serie di riferimenti alla carnagione dei Rom. Un proverbio greco, ad esempio, dice: "Andare dai bambini zingari e scegliere il piu’ bianco”. E in yiddish esistono proverbi come: "Lo stesso sole che sbianca il lino scurisce lo zingaro” oppure “Nessun lavaggio rende mai bianco lo zingaro nero".

A indicare il colore della pelle, una diffusa auto-ascrizione in Romani e’ “Kale’”, che significa appunto "neri", mentre i gage’ (i non-Rom) sono indicati nella stessa lingua, anche da Rom dalla pelle chiara che potrebbero essere fisicamente indistinguibili da loro, come “parne’” o “parnorre’", vale a dire “bianchi.” Questi tratti sono stati rimarcati dal viaggiatore francese Félix Colson (1839) che visitando la Romania, dov’era prassi consolidata offrire schiave Rom come intrattenimento sessuale ai visitatori [1], scrisse: "La loro pelle e’ quasi marrone, e alcune di loro sono bionde e belle”.

Ma anche se poteva essere utilizzata sessualmente, una donna Rom non poteva diventare la moglie legale di un uomo bianco. Un tale matrimonio veniva considerato "un atto malvagio e cattivo", e un sacerdote che l’avesse celebrato sarebbe stato scomunicato, come indicato in un proclama anti meticciato del 1776 da Constantin, principe di Moldavia:

“Zingari che sposano donne moldave, e anche uomini moldavi che prendono in moglie ragazze zingare, compiono un atto che e’ interamente contro la fede cristiana, non solo perche’ queste persone sono tenute a passare tutta la loro vita con degli zingari, ma soprattutto perche’ i loro figli rimarranno per sempre in schiavitu’. Un tale atto e’ odioso a Dio, e contrario alla natura umana. Qualsiasi prete che ha avuto l'audacia di celebrare un tale matrimonio, che e’ un grande atto malvagio ed eterno, verra’ rimosso dal suo incarico e severamente punito". (Ghibanescu, 1921)

Coloro che in passato hanno scritto a proposito del trattamento degli schiavi hanno creduto, probabilmente per liberarsi la coscienza, che i Rom fossero effettivamente ben disposti a tale condizione. Lecca (1908) sosteneva che "una volta fatti schiavi… sembra preferissero quello stato", e Paspati (1861) si chiedeva se i Rom non fossero "di per se’ predisposti volontariamente alla schiavitu’”. Emerit (1930), dal canto suo, riteneva che "nonostante le punizioni che i proprietari di schiavi infliggevano a caso, gli zingari non provavano del tutto odio per questo regime tirannico, che di tanto in tanto aveva anche qualita’ paterne".

Fu Bayle St. John (1853), che baso’ il suo saggio interamente su cio’ che aveva scritto Grellman e che (come il creatore di Carmen Bizet) non aveva mai incontrato un Rom in vita sua, che per primo scrisse che gli zingari erano "una razza molto bella, le donne in particolare. Queste formose, scure di pelle, bellissime donne, riescono a stupirci solo a pensare a come certi occhi, certi denti e tali figure possano esistere nell'atmosfera soffocante delle loro tende”. Preoccupandosi pero’ di aggiungere, secondo la morale pudica dell’epoca vittoriana, che era “dispiaciuto di dover ammettere la loro indole estremamente dissoluta”. Al carattere lussurioso delle donne zingare accenna anche Celia Esplugas (1999): “La sfiducia nel comportamento morale degli zingari e’ estesa al loro comportamento sessuale e gli uomini non Rom vengono attratti dal mistero di questa razza, dalla bellezza delle donne, e dal loro stile di vita molto libero”.

La presunta mancanza di morale tra gli zingari e’ stata esplicitata con veemenza nelle critiche alle loro pratiche sessuali che hanno sempre descritto un totale disinteresse per la decenza e il rispetto verso il corpo, in particolare da parte delle donne zingare. Per questo, in gran parte nell'arte, nella musica e nella letteratura del XIX secolo, la zingara e’ stata caratterizzata da stereotipi quali lo spirito libero, forte, deviante, esigente, sessualmente eccitante, seducente, e indifferente ai sentimenti altrui [2]. Questa costruzione romantica della donna zingara puo’ essere letta come una contrapposizione alla donna bianca, corretta, controllata, casta, e sottomessa come l'ideale vittoriano europeo richiedeva.

***

Certi atteggiamenti maschili, come quelli di St. John ed altri, cioe’ di parlare della donna zingara senza averne mai incontrata una, sono ancora oggi presenti. Nel 1981, sulla rivista Cosmopolitan, e’ apparso un articolo scritto dallo specialista in arti marziali Dave Lowry, dal titolo: "Che cosa si prova ad essere una ragazza zingara", dove mentre l’autore sostiene di aver consentito a una ragazza Rom, Sabinka, di raccontare la propria vita, e’ chiaro fin dall’inizio che Sabinka e’ Dave Lowry stesso. Un indizio per la motivazione che puo’ spingere un uomo bianco adulto ad affrontare un tema del genere e’ in primo luogo da riferirsi alla "libido maschile" e alle "fantasie erotiche senza fine".

Ma in nessun luogo la diffusione di questa immagine erotica della donna zingara e’ piu' evidente come sul sito d'aste eBay, dove le "sexy camicette zingare" vengono offerte ogni giorno, pubblicizzate da procaci modelle dalle caratteristiche tutte Rom. Un altro sito, "La Zingara", informa il visitatore che gli zingari sono normalmente di pelle scura con audaci occhi lampeggianti, ma non e’ raro trovarne dai capelli oro o cremisi… la maggior parte vivono in carri chiamati vardo, perennemente in viaggio… il fuoco e’ il centro della vita familiare zingara... e tante altre piccole o grandi stronzate spacciate per verita’.

Due altri siti che forniscono dettagli del tutto inventati della cultura Romani, appartengono a Morrghan Savistr'i, una donna che si dichiara Rom nata in America, e Allie Theiss, una sedicente discendente dei Rom provenienti dalla Transilvania. Sul suo sito (adesso non piu' funzionante e in vendita, dato lo strepitoso successo avuto - ndr), la signora Savistr'i, affermava di essere una Maga del Caos e una Shuvani, la cui occupazione principale sarebbe stata quella di elaborare alcuni rituali Rom per la pulizia e la purificazione, piu’ recenti e meno complessi di quelli tradizionali che per la maggior parte i Rom non sono in grado di fare a causa della scarsita’ dei materiali, nonche’ per la quantita’ di tempo richiesta per svolgerli adeguatamente. La signora Savistr’i ci faceva anche sapere che aveva due gatti, di nome Fuzz Face e Mr. Pants, dei quali ci raccontava tutte quante le peripezie. Allie Theiss, invece, scrive libri di magia gitana e amore. Confessa al lettore di non sapere di dove i Rom siano originari (e' una che ha studiato molto - ndr), ma non importa quali siano le loro vere origini, perche’ gli zingari sono apprezzati per le loro notevoli abitilita’ psichiche e per il dono che hanno di attirare la buona fortuna, oppure per rovinare una vita con una maledizione. Tutti, dice la signora Theiss, sono nati con tale dono, ma cio’ che rende innati i loro poteri e’ il rapporto che hanno con la natura. Il loro legame con gli spiriti della vita all'aria aperta permette al loro dono di evolversi in modo naturale. Inoltre non vagano piu’ per il mondo in una roulotte trainata da cavalli, ma si sono modernizzati e viaggiano in auto, in autobus e in aereo”.

Tre libri che raccontano stupidita’ piu’ o meno simili sono: “Cuore zingaro” di Sasha White. (Puo’ un uomo piegato alla sedentarieta’ convincere una donna dallo spirito libero a rischiare il suo Cuore Zingaro? Attenzione: questo libro contiene immagini esplicite di sesso con linguaggio contemporaneo). Isabella Jordan: "Zingari, Vagabondi e Calore: un'Antologia del Romanzo Erotico" (Perdetevi negli occhi scuri e nella sfera di cristallo di un’amante zingara!) E infine la serie di Alison Mackie “Cronache zingare” ("In ogni letto matrimoniale che Tzigany de Torres costruisce insieme alla moglie, gitana, egli conferisce un fascino potente: quello che garantisce per una vita il piacere di fare l’amore…”) E poi aggiunge: "Quello che mi qualifica a scrivere di zingari? Ebbene, ho avuto una tata andalusa che si chiamava Ahalita”; una giustificazione non infrequente tra gli scrittori bianchi che vogliono scrivere di non bianchi (si veda ad esempio Sue Monk Kidd: “La vita segreta delle api”). E’ in questo modo che l’identita’ Romani rimane ancora in gran parte controllata dal mondo non Romani, dal cinema di Hollywood e da romanzieri e giornalisti della domenica come quelli che ho citato.

In ogni caso, per concludere, che un'etichetta etnica possa essere metaforicamente applicata non e’ necessariamente offensivo. Spesso puo’ accadere, ma gli stereotipi non sono dannosi fintanto che sono riconosciuti come tali. E’ noto infatti che nella filmografia i mafiosi non rappresentano tutti gli italiani, e che l’Italia ha dato anche Botticelli, Leonardo e Michelangelo. Oggi, con una maggiore copertura dei media e l'accesso a siti web informativi, l'ignoranza non puo’ piu’ essere usata come una giustificazione. La gente deve arrivare quindi a capire che il termine letterario "zingari" e’ qualcosa di molto diverso dai Rom, la cui vera storia e’ complessa e in costante movimento. Percio’ le ragioni che portano alla perpetuazione inesorabile del mito della zingara in quanto oggetto di desiderio sessuale devono essere cercate altrove, ed esaminate a parte. Non per questo dobbiamo dire addio a Carmen, Esmeralda e alle loro sorelle di fantasia, pero’ dovremmo riconoscerle per chi e per quello che realmente sono.


Note:

[1] E 'stata proprio questa consuetudine ad essere in gran parte responsabile del fatto che molti zingari sono ormai di pelle chiara. Tra le belle ragazze, le piu’ gradite erano quelle di pelle piu’ chiara e bionde, e le figlie indesiderate di queste unioni sessuali automaticamente diventano schiave, facendo aumentare nelle successive discendenze i tratti parne’, rendendo sempre meno visibili quelli kale’.

[2] Il fascino per il mondo proibito e tabu’ delle donne zingare, in musica e’caratterizzato al meglio con l'opera Carmen, che ne’ e’ l'immagine predefinita: gitana spagnola disponibile sessualmente e promiscua e nei suoi affetti.

Per il post mi sono liberamente ispirata alla lettura del libro di Ian Hancock: "Danger! Educated Gypsy: Selected Essays"

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La bellezza al "naturale"

Ci sono donne zingare che sono fra le piu’ belle al mondo. Perche’ e’ cosi? Sono nate semplicemente belle oppure c'e' qualcosa di piu'? Molte sicuramente lo sono, belle, ma non tutte. E' ovvio. E per quelle che non lo sono, esistono alcuni segreti di bellezza che vengono strettamente custoditi e hanno origini antichissime. Alcuni di questi segreti posso anche rivelarli. Si tratta di consigli cosmetici in cui ci si affida soprattutto alla Natura come elemento determinante, e funzionano in modo egregio. Unica controindicazione per chi ha abitudini diverse, e' che ci si deve attenere ad un preciso stile di vita che non e' quello classico di acquistare prodotti in profumeria, che' quelli, alla lunga, oltre a costare un occhio della testa, fanno piu' male che bene.

Occorre quindi cambiare un pizzico la mentalita' e aver voglia di sperimentare cio' che a prima vista puo' anche sembrare inusuale. Talvolta il segreto della vera bellezza sta proprio nelle cose piu' semplici e naturali. Ecco un elenco di alcune dritte tutte tzigane.

  • Si ritiene che per mantenere il viso sempre fresco e pulito occorra lavarlo con la rugiada ogni mattina. Anche l'acqua piovana puo’ andar bene, pero’ solo se e’ pura. Ma in questi tempi di piogge acide e inquinamento e’ giusto porre una certa cautela e in mancanza di rugiada e di acqua davvero pura, conviene usare l'acqua minerale, anche se non e' esattamente la stessa cosa.
  • Se i capelli sono molto secchi, basta scaldare un po’ di olio d'oliva e applicarcelo sopra, con batuffoli di cotone. Si massaggia lentamente, avendo cura di ungerli bene dappertutto, particolarmente sulle punte. Poi si immerge un asciugamano in acqua calda, si strizza, e lo si avvolge intorno ai capelli. Quando l’asciugamano si sara’ raffreddato, lo si riscaldera’ di nuovo ripetendo ancora il procedimento. Questo va ripetuto per circa un'ora. Poi si lavano accuratamente i capelli con lo shampoo.
  • Un deodorante per la pelle si ottiene mescolando semplicemente una parte di aceto di malto (anche l’aceto di mele va bene) con otto parti di acqua. Ed e’ anche un buon risciacquo per i capelli.
  • Per il viso si usa una miscela di uovo con un cucchiaio di miele e uno di latte sbattuti insieme. Si spalma sia sul viso che sul collo e lo si lascia per 10-15 minuti prima di lavarlo via, prima con acqua calda e poi fredda. Questo prodotto lo si puo' usare anche per le mani.
  • Un the a base di salvia non e’ solo ottimo per lavare i capelli, ma li riporta anche al loro colore naturale quando iniziano a diventare grigi.
  • Si tratta solo di superstizione, ma ci sono donne Rom che prendono una ciocca dei loro capelli e la seppelliscono ai piedi di un salice. La tradizione dice che questo porti a una crescita rigogliosa dei capelli, rendendoli lucidi e attraenti.

Si nota subito, da questi consigli, come fra le altre cose i capelli per una zingara abbiano un'importanza quasi fondamentale. Questi sono simbolo di femminilita' e piu' sono lunghi e curati, piu' una donna viene ritenuta attraente. Anche se, nelle nuove generazioni, tale usanza viene progressivamente abbandonata e sono sempre piu' le ragazze Rom che si fanno irretire dagli standard di bellezza proposti dalle case cosmetiche occidentali, costantemente alla ricerca di nuove vittime alle quali vendere i propri prodotti che spesso si rivelano degli autentici veleni.

    martedì 8 gennaio 2013

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    Il mondo di Klára

    L’abitudine aggraziata di portarsi con lentezza la mano a scostarsi i capelli che le ricoprivano la fronte, Klára non l’aveva mai persa. I capelli non erano piu’ lucidi e corvini come una volta, ma color della cenere, ciononostante mantenevano ancora la flessuosita’ dei vent’anni. Una pari freschezza, seppur inumidita dal tempo, recava nello sguardo profondo e indaco degli occhi velati da un’indescrivibile e lontana malinconia.

    Il treno riportava in citta’ la folla dei giovani vocianti, tutti rigorosamente vestiti secondo l’ultima moda, che avevano trascorso i loro giorni di vacanza tra i vigneti ancora acerbi delle colline magiare. Dove vagassero i pensieri di Klára, in quel treno carico di allegria, certamente quei giovani non avrebbero mai potuto immaginarlo. Su un treno molto diverso, meno veloce, piu’ rumoroso e sferragliante, tanti e tanti anni prima Klára era andata via da casa con la speranza di realizzare il suo impossibile sogno di liberta’.

    Perche’ Klára e la liberta’ erano una cosa sola.

    Dalle colline dell’Hegyalja allungate fino ad abbracciare il cielo che come una terrazza si affacciano sulla grande pianura ungherese, in un giorno d’estate dei primi anni novanta, appena diciassettenne, era partita piena di speranze per sostenere l’esame di ammissione al ginnasio Szent Lászlo di Budapest; una delle poche scuole superiori dove era possibile imparare le lingue occidentali. Sarebbe stata ammessa con il massimo dei voti al corso di specializzazione in ungherese e italiano.

    Era l’inizio dell’estate. Pur essendo figlia di contadini, Klára aveva mostrato fin da bambina un forte interesse per la scuola e la lettura. Al primo anno di ginnasio aveva gia’ acquisito una grande conoscenza della letteratura ungherese e straniera. Oltre alla lingua russa, obbligatoria, e all’italiano che aveva ricevuto in regalo dal padre, aveva imparato da autodidatta il tedesco e l’inglese. Lo scrivere sarebbe diventata poi la sua principale passione.

    Il treno, nonostante il piu' avanzato sistema di ammortizzatori e l’insonorizzazione perfetta, ebbe una vibrazione che i ragazzi e le ragazze sparpagliati ovunque tra i sedili e lungo il corridoio dello scompartimento accompagnarono con grida e risate. Klára capi’ che stava bruscamente rallentando, ma la frenata non la allarmo’. Forse si trattava di un guasto al sistema automatico di guida. Era da molto tempo ormai che i treni non erano piu’ manovrati da personale umano ma completamente controllati dal computer centrale del sistema dei trasporti ungherese, tuttavia a volte capitava che anche la piu’ sofisticata delle macchine si guastasse. A questo, l’uomo, a dispetto dei progressi tecnologici raggiunti, non aveva ancora trovato un rimedio.

    Il treno si fermo’ in aperta campagna. Rincuorata dalla gioia di quei ragazzi premette il pulsante per togliere la polarizzazione antisole al vetro oscurato e guardo’ fuori dal finestrino quasi a cercarvi una felicita’ remota. Una brezza leggera come un sospiro usci dalla bocchetta dell’aria condizionata accarezzandole i capelli. Per un attimo volle immaginare che fosse il vento. Sapeva che non poteva essere possibile, in quanto ogni treno era ormai pressurizzato e completamente isolato dall’esterno. Ne erano passati di anni da quando nei treni si poteva far scendere il finestrino e annusare l’aria fresca del vento. L’aria che si respirava nei vagoni era, invece, ormai tutta filtrata, condizionata, incanalata, arricchita di aromi artificiali, ma Klára volle pensare lo stesso che quel soffio che le arrivava sul volto fosse proprio il fresco vento delle pianure magiare.

    Lo conosceva bene quel vento che aveva la forza di muovere le spighe di grano e sollevare furiose onde di sabbia nella grande pianura; nulla resisteva e tutto travolgeva, gli alberi si piegavano, il cielo si oscurava. Poi penso’ al fumo giallastro e maleodorante che, trasportato da quello stesso vento, ormai incombeva su ogni citta’ e penso’ all’inquinamento che aveva investito tutto, prima con folate improvvise poi sempre di piu’, avvelenando ogni cosa e si rese conto della dura realta’.

    Com’era cambiato il mondo; il suo mondo. Ma aveva ancora un mondo?

    Si ricordo’ del luogo dov’era nata e di quando passava lunghe ore in riva al fiume a leggere, oppure se ne andava in bicicletta per le stradine polverose che uscivano dal paese e si perdevano nelle colline circostanti, e ritorno’ col pensiero al vecchio podere di famiglia, alla vita libera e spensierata della campagna in cui aveva trascorso gran parte della sua giovinezza, ma anche della sua eta’ piu’ matura. Il senso di liberta’ che provava in quei momenti riusciva a cancellare tutto, persino lo sconforto che provava ogni volta che pensava ai problemi del mondo. Un mondo che lei, nonostante i buoni propositi e le energie impiegate, non era riuscita minimamente a migliorare.

    Osservava quei giovani tutti irreggimentati in un unico stile di vita che, malgrado i colori sgargianti dei loro abiti all’apparenza tutti diversi, sembravano appiattirsi nell’atmosfera del grigiore generale e allora le tornarono in mente le antiche adunate di partito a cui da bambina aveva partecipato, e le sfilate obbligatorie del primo maggio, e tutto quello che era venuto dopo. A pensarci bene, anche lei non era stata poi cosi’ diversa da quei giovani e neanche da quelli che negli anni seguenti avevano scelto nel web la propria “divisa”, e nei social network il proprio modo di essere irreggimentati, prima che internet fosse messo definitivamente fuori legge.

    Fu presa da un sussulto; un’indicibile dolcezza mista a tristezza le strinse il cuore. Porto’ la mano destra al petto e fisso’ il paesaggio oltre la massicciata, oltre una vecchia staccionata che separava i binari da una solitaria casetta circondata da acacie, oltre il tempo e lo spazio, oltre l’azzurro orizzonte che incorniciava da lontano la pianura ondulata di spighe ancora verdi di grano.

    Le scese una lacrima, poi reclino’ la testa, come ad assopirsi in un profondo e serio torpore. Il sole alto di giugno stava declinando. Fu cosi’, all’inizio dell’estate, colpita da un infarto su un treno che Klára se ne ando’ dopo aver vissuto una vita dignitosa e ricca di esperienze, ma sempre libera. Correva l’anno 2039, il cinquantesimo dopo la caduta del Comunismo in Ungheria.

    domenica 6 gennaio 2013

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    Rave party in Paradiso

    Citta’ Invisibile: 6 Gennaio 2013

    Sorelle, vorrei ancora una volta discutere di un argomento che ogni tanto mi piace affrontare: la religione. Perche’ mettermi a parlare di religione essendo atea? - vi domanderete. Ebbene, se lo faccio e’ per due ragioni. La prima e’ specificatamente personale: sono attratta dagli opposti, detesto i grigi e le vie di mezzo, e la religione rappresenta quel “sacro”, da dissacrare, che si contrappone a quella parte “profana” che e' dentro di me.

    La seconda ragione e’ piu’ generale, e ci riguarda tutte: ritengo le religioni, monoteistiche soprattutto, gli strumenti piu’ subdoli con i quali da secoli riescono a controllare e ad annullare il nostro spirito individuale (leggere anche QUI), amalgamandoci a dei ruoli prestabiliti, dettati da un’“entita’ superiore” della quale nessuno ha mai dato prova se non a parole o per sentito dire, quindi qualcosa che non si puo’ contattare se non attraverso una casta autoreferenziale di addetti "preposti a farlo", si chiamino sacerdoti, rabbini o imam. Ed e’ la connotazione fortemente fallocentrica, incentrata soprattutto sul riconoscimento del genere maschile come dominante (e l’ipocrisia insita nella doppia morale sessuale di cui abbiamo gia’ parlato QUI), che rappresenta il suo vero punto di forza, il piu’ sfacciato ed evidente, che ne fa un’arma straordinaria per spegnere ogni anelito di parita’, dignita’ e liberta’ individuale nella donna.

    Tuttavia, quantunque tutte e tre le religioni monoteiste siano caratterizzate da questo forte aspetto fallocentrico, quella che piu’ delle altre, opprime la liberta’ e la dignita’ della donna, riducendola ad un ruolo di puro oggetto sessuale destinato alla soddisfazione del maschio, e’ l’Islam. Mi perdonino per questo le sorelle musulmane che abbracciano tale fede. So che per loro tale peso non e’ un problema, lo fanno volentieri, con convinzione, e non le critico per questo, ma negare la realta’ dei fatti, nascondendosi sotto la coperta rassicurante della cieca Fede, non giova alla causa delle donne, siano esse cattoliche, ortodosse, protestanti, ebree, musulmane o atee come me.

    Ha detto una volta Gloria Steinem: "E’ un lavoro incredibile, quando ci pensi, credere in qualcosa adesso in cambio di qualcosa che ti verra’ dato dopo la morte.”

    Da questa frase vorrei partire per spiegare quanto siano paradossali le religioni, e vorrei farlo esaminando un elemento fondamentale a cui tutte si rifanno: il Paradiso. I monoteisti, in particolare, hanno un’idea del Paradiso piuttosto interessante: una ricompensa dopo la morte per essere stati buoni e pii durante la vita, ma la piu’ interessante delle sorti dopo la morte e’ quella che viene riservata ai buoni musulmani. 

    Mentre la versione cristiana, infatti, e’ piuttosto tranquilla, quella musulmana e’ invece ricca di un’azione “fisica” di tutto rispetto, per non dirla in modo volgare. Se dovessi fare un paragone potrei affermare che mentre il Paradiso dei cristiani me lo immagino come un concerto di spinetta in una sala barocca, in cui tutti se ne stanno a sbadigliare annoiati, quello dei musulmani mi da’ piu’ l’idea di un rave party, e se mi lascerete proseguire col ragionamento vi spieghero’ il perche’.

    Nel cristianesimo, ci sono cinque corone celesti menzionate nel Nuovo Testamento che vengono assegnate ai credenti. Per loro, il Paradiso e’ un luogo di grande gioia. Non ci sono tutti gli aspetti negativi della vita terrena. Non esiste piu’ una separazione tra Dio e l'uomo. I credenti esistono in corpi risorti e nuovi di zecca, e non vi sono malattie, ne’ morte, ne’ lacrime (controllare Apocalisse 21:4).

    Nell'Islam, invece, tutto cio’ che si desidera in questo mondo e’ lassu', in Paradiso (Jannah). Nulla viene fatto mancare. Nelle sure tutto cio’ e’ descritto in modo assai dettagliato: ci sono giardini lussureggianti e valli ombrose, fiumi di acqua limpida, latte, miele e vini, prelibati frutti in tutte le stagioni e senza spine. I fedeli indossano abiti fantastici, bracciali e profumi, come se stessero partecipando a uno squisito banchetto, serviti e riveriti da giovani immortali, mentre si adagiano su divani intarsiati d’oro e pietre preziose. E poi ci sono le "huri"…

    Basandosi su vari Hadíth, ogni uomo musulmano che su questa terra ha fatto buone azioni, che ha creduto che Dio e’ unico e che Maometto e’ l'ultimo dei suoi profeti, dopo la morte verra’ ricompensato con settantadue vergini con le quali si potra’ accoppiare come e quando vorra’. Ragazze bellissime con “seni adulti, rotondi o a pera (a seconda del gusto personale, e’ ovvio - ndr) che mai diverranno cadenti”. Altri Hadíth aggiungono (si badi bene) che avra’ anche “un membro sempre eretto che non diventera’ mai morbido” (altrimenti come potrebbe prendersi cura di settantadue vergini?). Chi non crede a quanto dico puo’ controllare, in particolare “Tafsir Ibn Kathir” di Surat Al-Rahman e altri versi.

    Ora, si e’ parlato a lungo di errata interpretazione della parola "huri", e che in realta’ significa "uva passa", e non vergini. Ma il Corano descrive le caratteristiche fisiche delle “huri” in molti altri passaggi, e l'uvetta, che io sappia, non puo’ avere grandi occhi belli e seni gonfi o a pera. Soprattutto trovo assai complicato per un uomo accoppiarsi con un chicco d’uva.

    Quindi, se si legge la descrizione del Jannah, e si possiede appena un po’ di razionalita’, la prima cosa che viene in mente di chiedere e’: perche’ tutte queste vergini? Non e’ un po’ troppo “lavoro” per un solo uomo? Non potrebbero, in tal caso, essere d'aiuto un paio di professioniste? Un paio di puttane esperte, secondo me, potrebbero rendere assai piu’ piacevole la permanenza del bravo musulmano in Paradiso. Comunque, scherzi a parte, credo che questa non sia che un’altra prova lampante dell’insicurezza maschile, per non parlare della possessivita’, dal momento che l'uomo musulmano (ma non solo lui) non e’ in grado di gestire l'idea di non essere il primo nella vita di una donna, e deve ad ogni costo "possedere" il suo corpo.

    Ebbene, questo e’ il modello patriarcale a cui e’ stato abituato, e il mito assurdo della verginita’ denota in lui un enorme deficit di fiducia in se stesso, che alla fine diventa stress se non addirittura ossessione. Si rifiuta infatti di capire che il prezioso "fiore" che (secondo lui) ha bisogno di essere salvato dalla "vergogna e dal disonore", e’ solo una membrana inutile, un residuo embrionario a cui la Natura non ha assegnato alcun compito specifico, e non e’ affatto un dono prezioso per un uomo speciale. Vorrei ricordare a questo proposito un ridicolo proverbio arabo che dice: "L'onore di una donna e’ come un fiammifero: puo’ essere acceso solo una volta".

    La seconda domanda che viene naturale porsi e’: che hanno da dire le brave donne musulmane? Che cosa ottengono in Paradiso? I loro uomini possono avere quattro mogli sulla terra e settantadue in Paradiso, mentre loro non ottengono niente? Non c’e’ alcuna ricompensa sessuale per loro? Certo che no, dal momento che e’ solo l'uomo che ha la libido sessuale e questo tipo di desideri, mentre la donna (ahime’) semplicemente e’ costretta a subire tutto come un dovere. Quindi di che cosa e’ fatto il Paradiso di una donna? Di una scarpiera con settantadue paia di scarpe mai indossate?

    Il che ci porta di nuovo al discorso dei due pesi e delle due misure che la religione usa per gli uomini e le donne, e questo non avviene solo nell’Islam. Non dimentichiamo, infatti, che nel Nuovo Testamento ci sono principalmente due tipi di figure femminili: la prostituta peccatrice e la vergine pia, e anche qui troviamo la stessa concezione fallocentrica di dividere il mondo in bianco e nero, buoni e cattivi, casti e depravati. Inoltre, a molte donne (soprattutto musulmane), viene insegnato fin da giovani che "il sesso e’ un peccato, il sesso e’ cattivo, il sesso e’ il male”. Eppure i loro uomini, in Paradiso, saranno ricompensati in abbondanza con tutto cio’ che e’ considerato "cattivo” e “peccaminoso" sulla terra. Non pare un vero controsenso frutto di una mente un po’ disturbata? Anzi, direi di piu’: non pare il punto massimo a cui puo’ arrivare l’umiliazione della donna?

    So che chi ha Fede interpretera’ ogni mia parola come un’offesa, e dira’ che dovrei pensare di piu’ "agli affari miei” invece di pensare a come si comporta chi crede in Dio. In fondo, essendo atea, perche’ preoccuparmi di cio’ che fa e pensa un credente? E questo mio sarcasmo nei confronti della religione potrebbe, alla fine, essere considerato persino blasfemo. Ma come puo’ un’atea oltre-femminista, come piu’ volte mi sono definita, esprimere dei ragionamenti in modo coerente pensando solo ai fatti propri, senza pensare anche alle sue sorelle? E’ impossibile! E se c’e’ chi ravvisa un’offesa quando esprimo il mio non-credere in Dio, allora dovrebbe anche riconoscere che io, come altre persone che la pensano come me, allo stesso modo mi sento offesa da chi esprime, anzi impone la sua fede tutti i giorni, ovunque, influenzando la politica e la societa’ ad ogni livello, imponendo per legge comportamenti e scelte che vanno contro i principi di chi non crede. 

     Percio’, per quanto il mio linguaggio sia blasfemo, non sara’ mai cosi’ offensivo, ne’ dannoso, come lo e’ l’esibizionismo religioso che ci annega di continuo. E pur rendendomi conto che questa mia durezza potrebbe inimicarmi un bel po’ di persone, che’ se fossi piu’ conciliante potrebbero seguirmi e dedicarsi alla causa delle donne, cosi’ come credo di fare io, non riesco proprio ad essere conciliante. Non ci riesco soprattutto quando leggo cose come queste:

    - Perche’ l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non fu creato a motivo della donna, ma la donna a motivo dell’uomo. (Nuovo Testamento, 1 Corinzi 11:8-9)

    - Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perche’ spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, e battetele. (Il Corano, le donne: 34)

    - Non desidererai la casa del tuo prossimo; non desidererai la moglie del tuo prossimo, ne’ il suo servo, ne’ la sua serva, ne’ il suo bue, ne’ il suo asino, ne’ cosa alcuna che sia del tuo prossimo. (Antico Testamento, Esodo 20:17)

    Quando non considererete piu’ un’offesa il mio rifiuto di credere a questi versetti, perche’ li considero un insulto alla mia dignita’ di donna e di essere umano, quando sarete voi ad essere piu’ tolleranti nei confronti di chi non crede, allora smettero’ di essere sarcastica parlando di religione.

    Dite che la mia pena sara’ la dannazione eterna e mi saranno negati i piaceri del Paradiso? E chi se ne frega. Sono pronta a correre il rischio. Anzi a dirla tutta, essendo stata battezzata, mi toccherebbe ascoltare un concerto di spinetta per l’eternita’ e questo non e’ che mi attragga molto. E chi si offende per le mie parole, se davvero crede fermamente nell’esistenza di un Dio, allora dovrebbe tranquillizzarsi, dal momento che "sa" per certo che sara’ proprio il suo Dio a punirmi mandandomi in un inferno dove, spero, almeno ci sara’ qualche nuova perversione da sperimentare.

    E poi, con tutto il rispetto per le persone che credono nelle favole (e ne hanno bisogno), cosa potrebbe essere il Paradiso se non un’illusione meravigliosa inventata da pochi geni al fine di controllare le masse, promettendo una ricompensa che non saranno mai in grado di garantire? Riuscite ad immaginare un trucco piu’ semplice ed efficace che sia in grado di prendere per i fondelli milioni e milioni di menti, desiderose di essere confortate nelle loro paure?

    Ma davvero volete scommettere la vostra vita, i vostri principi, le vostre scelte e la vostra liberta’, in cambio di una tale promessa? Non sarebbe piu’ sano, logico, e anche piu’ gratificante, impostare un'etica dentro di se' e una moralita’ interiore basandosi sul rispetto dei valori umanistici universali?

    Torniamo percio’ al tema del ragionamento di oggi: fiumi di Chardonnay e un sacco di donne tutte belle e tettute. Perche’ perdere tempo a leggere Emmanuelle quando i testi religiosi riescono ad essere cosi’ eccitanti? In breve: il Paradiso islamico e’ come il palazzo di Hugh Hefner, con tante conigliette strafighe dove l’uomo, solo l’uomo, puo’ trovare sesso e alcol in quantita’: una gang bang infinita con vergini ed eterni ubriachi.

    Forse non e' proprio il rave party che avevo ipotizzato, ma comunque qualcosa di molto vicino. Manca solo la droga e la musica techno a tutto volume, pero' chi lo sa? Alla fine potrebbe esserci una sorpresa e Dio potrebbe anche fare ai suoi fedelissimi un regalo aggiuntivo. In fondo, siamo in periodo di saldi.

    sabato 5 gennaio 2013

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    Budapest

    Nel suo viaggio di ritorno da Istanbul dove ha partecipato a un congresso internazionale, Jose’ Costa, un “ghost-writer” brasiliano di talento, e’ costretto a fermarsi a Budapest. Nella sua stanza d'albergo passa la notte a guardare la tv, cercando di decifrare le parole, affascinato dalla lingua magiara. Il giorno dopo, assorbito nel tentativo di ordinare la prima colazione in ungherese, quasi perde il volo che lo deve riportare a Rio, e dall’aereo fa un’altra meravigliosa scoperta: guardando la citta’ dall’alto si accorge che non e’ grigia come aveva sempre pensato, ma gialla, tutta gialla. E giallo e' persino il Danubio che lui aveva sempre creduto blu.

    Una volta tornato in Brasile, pero', Jose’ continua a essere ossessionato sia da Budapest che dalla lingua magiara. Viene persino a sapere dalla moglie che, nel sonno, sussurra parole in ungherese. Ma questo non e’ che l'inizio di una splendida storia che ci trasporta attraverso le vicende, talvolta comiche, di un uomo esaurito dal proprio talento e in bilico tra due citta’, Rio e Budapest; tra due donne, Vanda e Krista; tra due lingue, il brasiliano e l'ungherese. Una personalita’ divisa e ambigua, a tratti maniaca, nella quale talvolta ci si puo' riconoscere, che ripropone l'eterno enigma dell'identita’ sotto forma di un’ironica metafora.

    Ecco, mi era stato chiesto, in privato, un suggerimento su un libro da leggere che fosse ambientato a Budapest. “Il primo che ti viene in mente”, mi e’ stato detto. Subito ho pensato a “I ragazzi della via Pal”, ma ho considerato che fosse un po’ troppo datato e che la richiesta riguardasse qualcosa di piu’ attuale. Quindi mi sono detta: “Quale storia puo’ essere piu’ adatta allo scopo se non il romanzo di Chico Barque intitolato proprio ‘Budapest’?”.

    Una storia che non si puo’ non leggere, soprattutto se si e’ curiosi di conoscere Budapest, ma soprattutto se si e' curiosi di conoscere la lingua magiara, che “e’ la sola che il diavolo rispetti", come l’autore puntualizza nel primo capitolo del libro. (Nella versione ungherese, la frase e’ tradotta in modo meno conciso e assai meno accattivante: “amely tudvalevőleg a világ egyetlen nyelve, amelynek az ördög is tisztelettel adózik”, cioe’ che “e’ l'unica lingua al mondo che rende omaggio al diavolo” – ndr).

    Il libro e’ interessante non solo perche’ offre uno spaccato abbastanza particolare, ironico e a tratti poetico, della cultura, della gente e della lingua magiara, ma anche perche’ e’ pervaso dal tema del doppio, dello specchio, del contrapposto, degli estremi: tutte cose dalle quali sono sempre stata affascinata. Buda e Pest divise dal Danubio, anonimi ghost-writer e scrittori famosi, la scrittura come dono ma anche come incubo, la fredda Budapest e la calda Rio, le due donne del protagonista, anch’esse che rispecchiano due caratteri diversi, l’una presentatrice televisiva (l’immagine), l’altra insegnante di ungherese (la parola). E ancora il bilinguismo come allegoria di una personalita’ divisa, ambigua, che rinvia all’enigma dell’identita’.

    Piu’ che un romanzo e’ per molti aspetti un saggio: sull'emigrazione, sulla lingua, sulla cultura, sulla natura umana e soprattutto, sulla compassione. Pero’ non voglio anticiparvi altro. Per pochi euro lo potete acquistare online e leggerlo pensando un po’ anche a me, che non avendo voglia di ricopiare alcuni passaggi, inserisco qui di seguito le immagini delle prime quattro pagine del terzo capitolo, leggendo le quali potrete farvi un’idea piu’ precisa di quale sia il sapore indescrivibile di questo romanzo.



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    Oggi mi sento un po' cosi'...

    Oggi mi sento un po' cosi'...

    Tokaj-Hegyaljai Borvidék

    Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

    A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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