lunedì 7 ottobre 2013

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Flamenco - Seconda parte

Sfilai la chiave dalla serratura e richiusi la porta alle spalle. L’ambiente era caldo e profumato, leggermente in penombra, come lo avevo lasciato quando ero uscita. Non amo il disordine, e non amo chi vive nel disordine, e dato che e’ difficile che, quando mi metto in testa di finire la serata con qualcuno, torni a casa da sola, lascio sempre che l’atmosfera risulti accogliente e piacevole per chi mi accompagna. Uomini, anche piu’ di uno; donne anche piu’ di una; oppure entrambi. Indifferentemente. La mia tana ha ricevuto molte visite, ma mai piu’ di due persone alla volta, poiche’ e’ il tre il numero perfetto.

Quella sera con me c’era Ashika, una ragazza dal nome esotico e curioso, sol anche per il significato che portava in se'. Conosciuta casualmente in una discoteca, sola soletta come me e con la voglia di trascorrere una serata diversa dal solito. Tanto che, all’invito esplicito che le avevo fatto che non lasciava spazio ad alcun malinteso, non aveva esitato un attimo a seguirmi. Appena entrata, scivolai via veloce, accendendo un paio di interruttori, per dare vita alle luci. Accesi anche qualche candela profumata. Svelai cosi’ alla mia ospite il luogo dove vivevo.

Lo stile della dimora rivela molto di chi ci abita. Rivela i suoi gusti, il suo carattere, i suoi desideri, persino i suoi segreti, piu’ di quanto possono farlo le parole. L’appartamento dove vivo e’ la fotografia della mia anima; un miscuglio di esotico, di antico e di moderno. Ogni stanza ha le pareti in marmorino, ed ha un suo colore. Gia’ da questo e’ possibile intuire quanto io sia incostante, ma anche quanto abbia desiderio di non essere mai banale. La stanza blu e’ la mia biblioteca: sulle mensole, scavate in una parete, vetri di Murano troneggiano insieme a vasi periodo impero ed enormi conchiglie raccolte sulle spiagge e sui fondali di tutto il mondo. E poi libri, ovunque: sul grande tavolo e nelle librerie che ricoprono le altre pareti. La stanza gialla e’ invece il mio studio. E’ li’ che tengo ogni strumento tecnologico: computer, telefono, fax e tutto cio’ che serve alla “comunicazione” da e verso l’esterno. La stanza verde e’ un grande soggiorno-pranzo dal quale si accede alla cucina, che e’ poi un angolo cottura appendice dello stesso ambiente. Quindi il bagno, interamente bianco. Ma e' la camera da letto dove solitamente faccio accomodare i miei ospiti. La chiamo la stanza rossa, ma le sue pareti sono in realta' di un rosa antico, molto intenso. Dall’altra parte del grande letto, in un angolo, ho accatastato una montagna di cuscini tutti diversi e colorati, e poi c’e’ un tavolo su cui sono appoggiate pile di libri, vari compact disc musicali ed uno stereo player col quale ascoltarli; oltre agli armadi, le sedie, i comodini e tutto cio’ che e’ necessario in una camera da letto.

Le suppellettili, provenienti da ogni parte del mondo, dislocate un po’ ovunque per tutta la casa, sono la’ a dimostrazione del mio amore per i viaggi, ma senza che in realta’ abbia mai cercato di raggiungere una meta precisa. Lo stile etnico degli oggetti e’ perche’ credo fermamente che dentro ognuno di essi viva ancora l’anima dei popoli che li hanno fabbricati. E poi, fotografie, icone, quadri, stampe, specchi, tappeti, alcuni soffici e dai colori sbiaditi, altri dai colori accesi e preziosi, lampade, Fortuny, Galle’, Tiffany, mobili antichi e moderni, mischiati e adattati secondo il mio gusto e le mie esigenze.

Con i tacchi schioccavo sulle assi di legno del parquet, fra un tappeto e l’altro. Ashika disse che mentre camminavo le mie scarpe facevano uno strano rumore. Fu allora che le feci notare che erano scarpe particolari, da flamenco. Mi guardo’ con sorpresa, come se le avessi rivelato chissa’ quale mistero. In quel momento, probabilmente avra' pensato di essere come Alice nella tana del Bianconiglio.

“Ti avevo promesso del vino…” e volteggiai verso il frigo a prendere una bottiglia di bianco leggermente frizzante che subito stappai, con un rumore lieve e delicato. Il liquido paglierino schiumo’ nei bicchieri. “Alla tua! E anche alla mia!” dissi guardandola maliziosa mentre brindavamo.

C’e’ chi afferma che tutto cio’ che faccio o dico, sembri avere sempre un doppio senso: erotico. Lo so che e’ vero. Ormai me lo hanno detto talmente tante volte che per forza deve essere cosi', ma non lo faccio apposta. E’ che mi viene spontaneo. Non so da cosa dipenda. Ho ipotizzato che forse e’ perche’ non ho mai abbandonato le vecchie abitudini, quando il doppio senso, l’erotismo e l’atteggiarsi a gran porca, erano per me strumenti di lavoro, e volevano dire un bel po’ di quattrini. Ma forse non e’ cosi'. Probabilmente e’ una specie di “dote naturale”, come quella di chi riesce a far ridere raccontando storielle, anche se le storielle non sono divertenti. Ecco, si’: credo che sia qualcosa del genere. In ogni caso, quella sera il vino era piu’ fresco ed inebriante del solito; ne bevvi piu’ di un bicchiere e quella mia dannata “dote” prese il sopravvento. Mi venne una strana voglia; infilai un cd nello stereo e un attimo dopo il suono di una chitarra si diffuse nella stanza, rilassante, finche’ non parti’ il canto rauco di una voce maschile, ritmata da un invisibile battere di mani.

“E’ Desesperada, una versione molto particolare di Flamenco… non sono una truccatrice come avevi pensato o come io, per un attimo, ti ho fatto credere. Sono semplicemente un’insegnante. Insegno danza, e in particolare il Flamenco. Ecco quello che faccio nella vita, e se non conosci il Flamenco non puoi capire il significato che abbia per una gitana questo ballo. In versione classica, moderna o techno, il tema e’ sempre lo stesso: la passione. Se ti metti comoda ti faccio vedere.”

“Che fai? Ti metti a ballare adesso?” chiese Ashika con gli occhi sgranati.

“Perche’ no? E’ una bella serata per ballare, questa. Non sei curiosa? Siediti comoda sul bordo del letto e guarda”.

Mi spostai al centro della stanza, e spinsi via il tappeto con la punta della scarpa, poi mi liberai delle collane e dei bracciali che indossavo, tenendo solo gli orecchini. Iniziai irrigidendo il corpo e, lentamente, sollevai le braccia, curvandole sinuose sopra la testa, mentre con i polsi e le dita disegnavo piccoli cerchi ed arabeschi, e quando la musica entro’ nel vivo, esplosi. Con i tacchi cominciai a martellare il pavimento al ritmo delle chitarre e del battimani, muovendo i piedi cosi’ veloci che per chiunque mi avesse osservata non ci sarebbe stato modo di distinguere un passo dall’altro. Continuai a ballare, e a girare su me stessa, le braccia tese e i piedi che battevano il ritmo. Sapevo che il mio fondoschiena, arcuato e disegnato apposta per quella danza, vibrava ad ogni colpo. Afferrai il lembo della gonna, facendola roteare a destra e sinistra, scoprendo le gambe fino alle cosce. Il sudore mi imperlava le clavicole e lo sentivo colare giu’, tra i seni; anche loro danzavano con me, compressi in un aderente top di pizzo traforato che mi arrivava appena all’ombelico. Quando la musica infine rallento’, anche i miei piedi lo fecero, e per concludere in bellezza, mi esibii in un profondo inchino rivolto alla mia ospite che era rimasta ad osservarmi, estasiata ed immobile, come una statua di sale. L’incantesimo si spezzo’ solo quando andai in cucina a prendere un po’ d’acqua; fu solo allora che Ashika si mise ad applaudire, lentamente.

“E’… e’ stato strabiliante! Mi hai lasciata letteralmente senza fiato”, disse incapace di riprendersi, abbandonando persino il suo linguaggio particolare che univa l’aggettivo al suo superlativo. Presi la bottiglia del vino e ancora ansimante, mi lasciai cadere sul letto, accanto a lei.

“Il Flamenco non e’ soltanto una danza o un’antica forma d’arte; e’ anche un esercizio fisico incredibile che vale piu’ di mille tapis roulant. Dopo un ballo cosi’ puoi farti fuori tranquillamente un barattolo di Nutella senza sentirti in colpa”, e scoppiai a ridere. “Solo che poi mi ritrovo con il sangue che bolle!”. Ma prima che Ashika si rendesse conto che cosa intendessi di preciso, afferrai l’orlo del top e lo sfilai dalla testa, restando a seno nudo.

L’avevo letteralmente disorientata: il vino, la musica, la danza, frenetica, il soffuso aroma di candele profumate, e adesso i miei seni, nudi, che orgogliosamente le mostravo, alti e ancora sodi nonostante l’eta’. Pensai per un attimo che forse per lei era troppo. Forse mi ero spinta oltre il confine della spudoratezza e di quanto lei potesse sopportare. Non sapevo neppure se Ashika fosse lesbica, o semplicemente una ragazza etero che si era fatta condurre in quella camera solo perche’ coinvolta dalla mia personalita’ esuberante. Anzi, dentro di me avevo la certezza che non lo avesse mai fatto con una donna. Ma questo, invece di demotivarmi, mi intrigava e mi eccitava ancora di piu’. Sentivo pero’ che una parte di lei era imbarazzata, che avrebbe voluto svignarsela da quella situazione e da una pazza scatenata conosciuta per caso in un bagno per signore di una discoteca. Ma sentivo che c’era anche un’altra parte che voleva restare, curiosa di vedere come sarebbe andata a finire. Solo se la curiosita’ avesse prevalso sull’imbarazzo, avrei avuto il privilegio di iniziarla ai piaceri di Saffo, rendendo cosi’ onore alla tradizione e alla maestra che, molti anni prima, quando ancora ero convinta che a piacermi fossero solo gli uomini, aveva iniziato me.

(Continua…)


1 commento :

nivola ha detto...

Aspetto con curiosità la terza parte... così come aspetto che tu mi dica cosa significa il nome Ashika. :-)

Sei sempre la più bella
Ciao Klara.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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