giovedì 6 giugno 2013

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Amina, Alina e Alvina: tre anime del femminismo

Amina, liceale di 19 anni, tunisina, si e’ fatta fotografare a seno nudo su cui aveva scritto in arabo la frase-chiave della protesta delle Femen: "Il mio corpo mi appartiene e non rappresenta l'onore di nessuno". E ancora: “Fotti la tua morale". Frasi che hanno suscitato scandalo non solo in Tunisia, paese che dopo la primavera araba sta affrontando i fermenti dell'estremismo religioso, e dove le associazioni femministe denunciano un regresso nei diritti delle donne con l'arrivo al potere del partito integralista Ennahda, ma anche nel resto del mondo islamico. Amina, a seguito di tutto cio’, e’ stata supportata e perfino imitata da molte ragazze che hanno visto nel suo gesto qualcosa di veramente rivoluzionario, non senza tuttavia aver ricevuto le critiche di chi la sta accusando di essere uno strumento sionista al servizio di chi intende destabilizzare l'intera area islamica.

Alina, 63 anni, e’ professoressa in una universita’ nel sud della Francia. Si definisce una “vera femminista” ed e' orgogliosa di essere stata una delle prime iscritte al movimento di liberazione delle donne nato a seguito di manifestazioni del maggio 1968 a Parigi. Ha recentemente fondato un gruppo volto a tutelare il "diritto delle donne musulmane di indossare il burqa in Francia". Sostiene, infatti, che vietare il burqa o altre forme di abiti islamici, e' un ostacolo alla liberazione delle donne. A suo parere, le femministe in tutto il mondo dovrebbero imparare ad accettare e rispettare il relativismo culturale, e che vietare il burqa costituisce una violazione della liberta’ religiosa, oltre a rappresentare qualcosa di profondamente razzista. Per Alina, questa falsa contrapposizione che vede l'Islam come un oppressore dei diritti delle donne, nei confronti di un Occidente illuminato che ne e’ invece il difensore, serve soprattutto a distrarre dal sessismo intrinseco di cui e’ impregnata la nostra societa'.

Alvina, e’ una blogger inglese di 31 anni, di mentalita’ piuttosto puritana, e crede che il femminismo radicale sia l'unico modo per combattere il sistema patriarcale; lo ripete in continuazione, quasi come fosse un mantra. Per lei, chi si mostra nuda pensando di fare qualcosa di estremamente rivoluzionario, in realta’ va a minare la dignita’ di ogni donna, perche’ la vera liberta’ la si ottiene solo col contrapporsi al desiderio maschile; con la forza dell’intelletto, e non con l’esibizione del proprio corpo. La nudita’ femminile e’ per Alvina cio’ che gli uomini, in fondo, desiderano perche’, sostiene, una donna nuda e’ indifesa, manipolabile, corrompibile. Ostentando nudita’ si asseconderebbe dunque il maschio, dimostrando cosi’ di essergli ancora piu’ devote. In sostanza, trasformandosi un oggetto che crea bramosia sessuale, la donna perderebbe la sua connotazione di persona.

Quella di Amina, Alina e Alvina sembrerebbero, ad un primo colpo d’occhio, posizioni in totale contrasto tra loro e difficilmente conciliabili, ma non e’ cosi’. In realta’ rappresentano tutte quante le diverse anime di un unico problema, il cui senso, alla fine, e’ quello della dignita’ della donna. Una dignita’ che, come si puo’ capire, non passa attraverso un’unica strada, ma conduce, seguendo tortuosi sentieri, a mettere in discussione i principi fondamentali su cui si basa il femminismo stesso, che nelle varie culture si esprime in modi differenti, innescando non poche contraddizioni.

Cosi’, mentre Alina rappresenta l'anima del "femminismo orientalista", infatuato dell’oriente al punto tale di non riuscire a riconoscere la differenza tra un modo di vestire e uno strumento di discriminazione, e Alvina, d'altra parte, rappresenta quel "femminismo colonialista" per cui l'unico modo per le donne di essere libere e’ quello di essere "salvate" attraverso una morale occidentale di stampo puritano, Amina, si mostra come l’immagine del “femminismo esibizionista” che dal patriarcato, secondo le prime due, non riuscira’ mai ad emanciparsi.

Sinceramente, non riesco a capire quelle femministe che non si rendono conto quanto sia sbagliato imporre le loro idee di emancipazione alle altre donne. E non riesco a capire neppure quelle femministe che difendono il burqa e con esso anche altre pratiche repressive, come le mutilazioni genitali femminili, in nome del rispetto di una “diversa cultura”. Come non riesco a capire quelle femministe per le quali il denudarsi rappresenta l’unico atto efficace contro lo strapotere maschile. La dignita’ e la liberta’ della donna non hanno per tutte un significato univoco, stabilito da una cultura che prevale sull’altra, ma sono l’espressione di cio’ che ogni donna e’, singolarmente, e del diverso senso che ciascuna da’ alla sua dignita’ e alla propria liberta’.

Personalmente, percio’, mi trovo a simpatizzare con Amina, in quanto considero Femen un movimento femminista nuovo ed efficace dal punto di vista della comunicazione, ma allo stesso tempo non riesco a non rispettare le opinioni di Alina, come considero del tutto logico e condivisibile cio’ che esprime Alvina. Quello che realmente penso, quindi, e’ che dovremmo innanzi tutto, smettere di accettare cio’ che le norme sociali, morali e religiose ci impongono, sia da una parte che dall’altra, e cercare una buona volta di non cadere nella trappola della contrapposizione e nella “lotta fra donne”, alla quale il patriarcato, tutto, compatto, vorrebbe che la questione si limitasse.

L'odio, l'estremismo, l'esclusione, l’aggressivita’, le polemiche sterili e le inevitabili divisioni culturali, sono solo i sintomi di una malattia che si sta consumando, mentre tutte quante dovremmo investire le nostre energie per cercarne la cura. Innanzi tutto difendendo la dignita’ umana, prima ancora che di genere e poi, di conseguenza, lottando per la parita’ di diritti e di opportunita’, invece di discutere di quale sia il femminismo "migliore".

8 commenti :

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

condivido quello che hai scritto.

Quanto alla libertà di indossare il burqa bisogna intendersi.

Io non ho niente contro il fatto che una donna o un uomo si vestano o svestano in qualsiasi modo, purchè vi sia libera scelta.

Il problema del burqa è che questa libera scelta da parte delle donne in genere non esiste. Non solo in stati come l'Arabia saudita o l'Afganistan dove una donna che osasse mostrare parti del suo corpo rischierebbe la vita, ma a volte anche nelle comunità islamiche in Occidente dove il controllo sulle donne può essere molto duro.

Ciao Davide

Neelps ha detto...

Ciao

Interessante post, anche io ho sempre troavo di cattivo gusto il denudarsi come atto per rivendicare la propria emancipazione di donna. Tuttavia questo caso secondo me va trattato in modo differente perche' farsi fotografare a seno nudo in un paese arabo e' un atto decisamente forte e molto pericoloso per la propria persona e quella dei propri famigliari.
E' una sberla ad arte, trovo pero' che sia un gesto forse un po avventato da parte di Amina.

Sulla questione burqa non so, personalmente per quello che rappresenta trovo difficile non prendere una posizione contraria, magari sbaglio nel mio giudizio.

C'e' un'altra considerazione da fare su questi accadimenti nei paesi arabi, negli ultimi anni stanno nascendo queste "rivoluzioni popolari". Il problema e' il dopo-rivoluzione, come gia' successo svariati anni fa in Iran, chi prendera' il potere?
Cosa accadra' in Egitto ? Siamo sicuri che queste rivoluzioni siano davvero popolari ?

Sono contento di essere ripassato di qui.
ciao a tutti
Neelps

J.T. ha detto...

Il mio pensiero è che ognuno è libero di fare ciò che si sente, sempre nel rispetto degli altri.

Nei paesi islamici, per quel poco che conosco, vedo una donna emancipata e sottomessa agli uomini.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

l'emancipazione puo' passare anche attraverso una ponderata sottomissione, quando la sottomissione e' espressione di una libera scelta.

J.T. ha detto...

Ciao Chiara,
hai ragione ho usato questi termini per evidenziare la mia "convinzione" della minor libertà in quei paesi

Dopodichè se è loro cultura e piacere essere sottomesse quando rinasco cerco una donna islamica:-)))

Chiara di Notte - Klára ha detto...

No no. Il mio concetto era diverso, e piu' ampio.
Volevo semplicemente dire che non c'e' emancipazione se non c'e' scelta. E chi sceglie di sottomettersi, perche' le va di farlo, e' sicuramente piu' emancipata di chi, invece, per condizionamento culturale (quindi per costrizione) ruifiuta a prescindere l'idea stessa di sottomettersi (anche se le andrebbe di farlo).
Conosco musulmane che di testa sono molto piu' evolute di tante cristiane che, invece, sembrano essere rimaste bloccate nel medio evo.

J.T. ha detto...

Si parlava in linea generale...
e ti esprimi meglio di me:-)

moreno mo ha detto...

Gentile Signora Klara
mi chiedo se il denudarsi o meno ,l’indossare il burqa o no, possa essere inteso come un atto di insofferenza nei confronti di una mentalità , piuttosto che un tentativo di sensibilizzare la collettività destabilizzandone il senso di omologazione che sicuramente ci tranquillizza e ci tiene lontani da ogni tentativo di cambiamento .
Vivo a stretto contatto con diverse realtà Mussulmane e ho avuto modo di parlare con alcune donne che mi hanno detto che indossano il burka, non tanto per imposizione da parte dei coniugi o della comunità in cui vivono, quanto per il disagio che proverebbero nell’assumere atteggiamenti o fare propri stili di vita che le farebbero sentire “diverse” da ciò che le ha sempre circondate.
In passato ho vissuto per un breve periodo in una comune naturalista e anche qui mi sono accorto che quello che all’esterno era normalità e cioè coprire il proprio corpo all’interno della comune era vissuto dagli ospiti “vestiti” con un forte senso di disagio, disagio che scompariva non con il tempo trascorso all’interno di questo ambiente ma con l’adeguamento allo stile naturalista.
Mi sembra che il sistema migliore per effettuare i cambiamenti all’interno dalla società sia il cominciare a non avere più tanto bisogno di sentirci omologati ( a non avere paura di ciò che è diverso, credo sia la stessa cosa).
Ritengo che per raggiungere tale obbiettivo il metodo migliore, se non l,unico, sia migliorare la nostra cultura attraverso il dialogo e il confronto fra realtà diverse fra loro.
Temo che i comportamenti “estremi”, anche se volti a sensibilizzare , ottengano il più delle volte l’effetto contrario, e cioè la chiusura a difesa della propria mentalità (che poi determina anche lo stile di vita) contro quella che viene vissuta come un,aggressione contro le nostre rassicuranti certezze.
Saluti e continui……
Moreno

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

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