sabato 2 febbraio 2013

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L’autostoppista

Prologo

Oltre che in treno, che amo particolarmente, un altro modo col quale ogni tanto mi piace viaggiare e' il classico autostop. Lo so che e’ un metodo che da molte parti ormai non si usa piu', soprattutto perche' le ragazze non si sentono sicure; non si sa mai chi si potrebbe incontrare, magari qualche maniaco sessuale. Pero’ vi assicuro che nel mio paese e’ abbastanza frequente vedere una ragazza che non ha alcun timore a fermarsi sul ciglio della strada e chiedere un passaggio alle auto che passano.

Ho iniziato a viaggiare in questo modo fin da quando ero poco piu’ che adolescente. Quando mi capitava di far tardi e perdevo il bus, ricorrevo al tipico stratagemma del pollice alzato. Qualche volta, lo devo ammettere, sono stata oltremodo imprudente, avrei davvero potuto incontrare qualche malintenzionato che, dopo avermi violentata, avrebbe potuto lasciarmi li’, derubata di tutto o anche peggio, ma per quanto mi renda conto del rischio che correvo, so anche che, per qualche motivo, non ho mai saputo resistere a certe piccole “avventure”.

Anche quando sono diventata adulta, poi (ma lo sono mai diventata veramente?), fare l’autostop ha continuato a procurarmi quell’adrenalina che solo i momenti di tensione e di consapevolezza del pericolo riescono a creare; una sostanza della quale, di tanto in tanto, forse, ho bisogno per sentirmi viva. Cosi’, se oggi mi capita di chiedere un passaggio a qualche sconosciuto e’ soprattutto per sentire quel “morso” alla base del ventre che solo un certo tipo di situazione riesce a darmi. Perche’, in effetti, non si sa mai chi si trova, anche se quasi sempre si tratta di un uomo che viaggia da solo...

***


L’autostoppista

Mi aveva caricata nei pressi di Szerencs, una ventina di chilometri prima. Stavo facendo l’autostop da piu' di un’ora, e ormai disperavo di trovare un passaggio prima di notte. Non mi accadeva spesso di restare a piedi. Una ragazza, sola e carina, specialmente se vestita in modo provocante, trova sempre qualcuno che si ferma per lei. Ma la strada che avevo scelto quel giorno era poco trafficata, e i rari automezzi che erano transitati avevano tirato dritto, senza rallentare neppure un po’, lasciandomi ad attendere nel caldo polveroso e soffocante di quella torrida estate che sembrava non finire mai.

Poi, finalmente, era apparso in lontananza: un autoarticolato con targa polacca che viaggiava in direzione del raccordo con la E71 e, presumibilmente, della frontiera slovacca. Subito avevo fatto il classico gesto degli autostoppisti, accompagnandolo con l’esibizione spudorata delle gambe. Le gambe sono da sempre un richiamo irresistibile per gli autisti dei Tir, categoria di uomini perennemente infoiata. Quella volta non fu diverso, ma pur azionando i freni, in uno stridore infernale, il pesante automezzo aveva continuato la sua corsa per un altro centinaio di metri, prima di accostare e fermarsi con le luci intermittenti di emergenza lampeggianti. Tanto che, con lo zaino in spalla, avevo dovuto fare una corsa per raggiungerlo. 

Con il gomito appoggiato al finestrino, il vetro completamente aperto, l’autista, un uomo sulla quarantina dal volto stanco e tirato, mi aveva chiesto dove stessi andando, ed io aveva prontamente risposto inventando la solita storia, cioe’ che dovevo raggiungere un’amica a Košice, sperando in cuor mio di aver intuito correttamente la destinazione dell’automezzo.

Sorridendomi, non prima di avermi esaminata attentamente, il tizio mi aveva invitata a salire. Mi avrebbe portata proprio alla periferia della citta’, dato che ci doveva passare per forza, dovendo proseguire, poi, verso nord. Solo il cielo sa quanto m'infastidissero quei sorrisi lascivi di quegli autisti, quel mostrare i denti ingialliti dal fumo delle sigarette, in quel tipico atteggiamento falsamente paterno e rassicurante, ma nel quale vi si leggeva solamente la malcelata speranza di combinare qualcosa con un’autostoppista forse un po’ porcella. Ma era cio’ che in fondo anch'io volevo. Sapevo benissimo come sarebbe andata a finire. Anche quella volta non mi ero sbagliata. Era raro, infatti, che commettessi un errore, che un passaggio sfumasse, o che non intuissi correttamente una destinazione, cosi' da dover attendere un altro veicolo.

Ero passata davanti al muso del pesante automezzo, avvolta dal tremendo calore del motore diesel, e mi ero arrampicata all’interno della cabina di guida, gettandomi lo zaino ai piedi, e ringraziando l’uomo per la cortesia che mi stava facendo. Con l'esperienza avevo imparato che farmi vedere all’inizio timida e imbarazzata, stimolava la bramosia negli uomini dai quali mi facevo dare un passaggio. Piu’ mi mostravo dimessa e piu’ loro si arrapavano, andando cosi’a ficcarsi, sia pur inconsapevolmente, proprio nella trappola dove volevo condurli. E appena richiuso lo sportello, con un rombo possente del motore, l’autista aveva ripreso il viaggio.

Me ne stava percio' seduta accanto a quell'uomo che guidava e che, come facevano tutti, quasi seguissero un programma automatico,  inizio’ a parlarmi. Era quello il modo per saggiare il terreno, e capire se avrebbe potuto giungere a quello cui mirava… o sperava: scoparmi. Questo lo sapevo e, al solito, lasciavo che tutto procedesse nella direzione da me stabilita. Gli argomenti erano sempre di poco conto, ma in fondo non m'interessavano: “Come ti chiami… quanti anni hai… hai il fidanzato...” Insomma, la solita tiritera che innumerevoli altre volte avevo dovuto sorbirmi, mentre con gli occhi arrossati il tizio continuava a scrutarmi con sempre maggiore frequenza, facendo scivolare lo sguardo ambiguo sul mio corpo, soffermandosi sempre piu’ insistentemente sulle mie gambe, nude, che con malizia mettevo generosamente in mostra.

Invariabilmente il copione si ripeteva: parole, sguardi lascivi, doppi sensi, battute stupide, inutili risate, occhiate sempre piu’ esplicite e ammiccanti. D’altronde, ero io che lo provocavo, anche se nessuno se ne rendeva conto. Erano tutti convinti di essere dei grandi conquistatori, ma sapevo come gestire la situazione. Sono sempre stata brava ad abbindolare ed ho sempre saputo come fare per stimolare l'interesse degli uomini. Capelli tzigani, neri e lunghi, un volto piacevole e regolare, occhi chiari, maliziosi ed innocenti allo stesso tempo. Tutto cio' formava miscela esplosiva della quale ero ben consapevole. Ed anche i miei abiti, lasciavano poco all'immaginazione. Con una maglietta leggera, a malapena nascondevo i piccoli seni, liberi, sotto il tessuto, e la gonna, cortissima, lasciava scoperte le gambe. Raramente, molto raramente, chi mi offriva un passaggio non ci provava, ed ogni volta non mi restava che attendere il momento giusto.

Il camion viaggiava a una velocita’ costante. La strada, con poche curve, era scarsamente trafficata, ed invitava ad una guida rilassata. L’uomo aveva acceso la radio, sintonizzandola su una stazione che trasmetteva della piacevole musica balcanica, e anche quello era un gesto che mi confermava come tentasse di creare un'atmosfera piacevole. Anche se continuava a parlare di argomenti che non m’interessavano minimamente. La cabina di guida era spaziosa, e cio' mi permetteva di lasciare, senza alcun problema, una certa distanza fra noi. Quella distanza l’avrei accorciata piu’ tardi, quando sarebbe arrivato il momento...

Tutte le volte mi soffermavo, curiosa, ad osservare la scena dove avrei compiuto il misfatto, ed ogni volta restavo stupita di come le cabine dei tir si assomigliassero un po’ tutte: sul cruscotto erano appiccicate immagini di santi protettori e foto oscene di donne nude. Sacro e profano. L’eterno contrasto della vita che da sempre mi affascinava. Devo dire che a volte mi eccitava sguazzare in quel miscuglio di di redenzione e perdizione, di ingenuita' e inganno, di disgusto e piacere. Una piccola perversione alla quale di tanto in tanto cedevo. Tuttavia non ero li' per quello, anche se il mio scopo era irretire quell'uomo e, considerata la sua scarsa prestanza fisica, quello che gli avrei proposto lo avrebbe immancabilmente mandato su di giri.

Con un sorrisetto malizioso, fingendo di farlo distrattamente, iniziai a far scorrere la mano sulla stoffa della maglietta che mi nascondeva il seno, sfiorandomi i capezzoli che, subito, divennero turgidi, mettendosi in evidenza sotto il tessuto leggero. Appoggiai quindi l’altra mano sulla coscia nuda, tenendola pero’ immobile per non eccitare l’uomo troppo rapidamente. Il rispetto dei tempi era fondamentale. Anticipare o ritardare, anche di poco, la sequenza degli eventi poteva significare far fallire tutto. Il tramonto stava ormai lasciando il posto alla sera; ancora una manciata di minuti e fuori sarebbe stato buio.

L’autista, che ormai guardava piu’ me che la strada, aveva acceso i fari e la cabina era rimasta illuminata solo dalle luci soffuse e azzurrognole del grande cruscotto, mentre io continuavo a passarmi la mano sul seno, accavallando le gambe con atteggiamento sempre piu' lascivo, protendendole verso di lui, cosi' da fargli chiaramente intendere che sarei stata disposta ad accettare una sua proposta qualora me l’avesse fatta. E infatti, con il volto arrossato e la voce roca per l’eccitazione, disse: “Fra poco c’e’ un’area di sosta. Quanto vuoi per scopare?”

Il pollo c'era cascato in pieno. A quel punto non dovevo far altro che recitare al meglio la mia parte come gia' avevo fatto moltissime altre volte.

“Niente… non voglio soldi. Mi e' venuta solo la voglia di farmi una bella goduta” risposi, infilandomi una mano sotto la maglietta, e accarezzandomi ancor piu’ voluttuosamente i capezzoli gia' eretti e duri come nocciole.

Dopo tanta tensione accumulata, dopo tanto desiderio soffocato, dopo essersi caricati di ormoni al punto giusto, era in quel momento, quando si palesava la mia disponibilita',  gratuita e disinteressata che, di solito, le inconsapevoli vittime rilasciavano tutta quanta la loro eccitazione. Come se obbedissero a un ordine subliminale il respiro gli si faceva piu’ veloce, la luce nei loro occhi cambiava e tutti iniziavano ad entrare in in una strana agitazione. Ogni volta la loro reazione mi diceva che erano cotti a puntino. Il loro unico pensiero diventava quello di trovare al piu’ presto un luogo per fermarsi e dar sfogo alla loro frenesia animale: toccarmi, leccarmi, scoparmi, magari facendoselo prima succhiare un po’.

Quell’uomo non faceva certo eccezione e appena vide la segnalazione stradale dell’area di sosta, mise la freccia, abbandono’ la strada principale, e ando’ a parcheggiare nel punto piu’ appartato e meno illuminato dell’ampio piazzale, dove una cortina di alberi e cespugli rendevano il buio ancora piu’ fitto e impenetrabile. E mentre tirava piu’ volte il freno a mano, io mi ero gia’ tolta la maglietta, mostrandogli il mio seno giovane e fresco.

Scivolando sul largo sedile mi accostai a lui, strofinandomi sulla sua camicia sgualcita, mentre lui mi accarezzava la schiena nuda. Ero davvero un’attrice consumata; il trasporto per quello che facevo sembrava cosi’ reale che riuscivo ad ingannare anche i meno ingenui. Figuriamoci un tipo come quello! A volte - poche per la verita’- mi capitavano anche dei tipi attraenti, che mi piacevano, e allora tutto diventava piu’ semplice, perche’ mi abbandonavo veramente, senza finzioni, e in quei casi mi facevo anche scopare volentieri. Quell’uomo, invece, non era il massimo dal punto di vista della prestanza fisica, ma sarebbe comunque potuto capitarmi di peggio.

Con un movimento agile andai a sedermi cavalcioni sulle sue gambe, mettendomi di fronte a lui. Mentre gli sbottonavo la camicia gli offrii l'opportunita’ di afferrarmi le tette. L’uomo, malgrado avesse mani ruvide e callose, aveva un tocco troppo delicato per i miei gusti, cosi’ gli ordinai di strizzarmele, forte, e lui lo fece, facendomi provare quel piacevole dolore che sempre mi rendeva gradevoli quei momenti, anche con chi non mi attraeva molto. Dolore e piacere, attrazione e repulsione, dolcezza e violenza. Tutta colpa di quella mia insana passione per i contrasti estremi.

Lo liberai della camicia, facendogli scorrere le dita tra i peli del torace, e sul ventre decisamente abbondante per le troppe birre bevute nelle stazioni di servizio di mezza Europa, mentre lui, nel frattempo, mi accarezzava le cosce, infilando le sue grosse mani sotto il bordo della stretta minigonna, a voler tastare le mie natiche. Ci esplorammo, cosi', per un po’, fino a quando con la bocca si impossesso’ dei miei capezzoli; iniziando a morderli e a succhiarli avidamente. Era eccitato, lo sentivo. Dovevo solo lasciarlo fare, ma ero ancora mezza vestita. Percio', divincolandomi dalla sua stretta, tornai a sedermi al mio posto per sfilarmi la gonna e restare completamente nuda.

“Ora ti faccio impazzire…” gli dissi, fingendo di non riuscire piu’ a controllarmi, infilandomi tra le sue gambe, nello spazio sotto il volante, abbastanza ampio per farmi restare in ginocchio.

Con dita esperte gli allentai la cintura e gli feci scendere la cerniera lampo dei jeans, aprendolo davanti per abbassargli gli slip quel tanto che bastava per faglielo uscire e prenderlo in mano. Malgrado avessi supposto il contrario, l’uomo aveva un pene di proporzioni ragguardevoli, in piena erezione, turgido e dalle vene rigonfie. Accenno’ timidamente al preservativo. Era chiaro che frequentasse prostitute in strada, quindi lo fece piu’ per abitudine che per altro. In realta’ non attendeva che quel momento, e sicuramente non aveva alcuna voglia di avvolgerselo in un gommino.

Io nemmeno gli risposi. Non avrei mai fatto un pompino avendo in bocca quello sgradevole sapore di gomma. Molto meglio il sapore naturale del sesso, per quanto antigienico potesse essere. E poi non volevo che si distraesse per infilarselo. Non avevo molto tempo e dovevo accelerare il piu’ possibile. Tanto piu' che con lui il pompino non era programmato. Nonostante fosse ben "fornito", non lo trovavo gradevole; percio' lo avrei fatto godere solo con le mani.

Non appena gli afferrai il membro, perse completamente il controllo e quel minimo di dignita’ che, fino a quel momento, aveva ostentato con enorme fatica. Sospirando e gemendo, inizio’ a dire cose sconce, insultandomi e incitandomi a farlo godere. Anche questa non era una novita’, lo facevano in molti, ed io lasciavo che mi umiliassero perche' piu’ mi rovesciavano addosso fiumi di oscenita', piu' si eccitavano, e piu' in fretta arrivavano all'orgasmo. Ne avevo sentite di ogni genere, ma le frasi piu’ comuni erano sempre di un unico tipo: “Dai… prima con la mano… poi con la bocca… fammi vedere quanto sei brava… sei una gran puttana... prendilo tutto… ingoialo… ti riempio di sborra quella bocca da troia…”

Il tipo era ormai completamente fuori di testa; aveva del tutto perso il senso del tempo e dello spazio, e non si sarebbe accorto neppure se in quel piazzale fossero atterrati gli alieni. L'unica cosa che voleva era venire, ed io sentivo che era vicino, lo percepivo dalle contrazioni del suo pene che pulsava sempre piu’ con maggior frequenza. Non ci avrebbe messo molto a eiaculare. Per affrettare il momento, ci misi dunque anche qualcosa di mio.

“Ce l’hai durissimo… si’, mi piace… vienimi sulla bocca… schizzami sulle labbra… e sul viso.”

Feci scorrere quell’asta prima su una guancia, poi sull’altra, facendogli una lenta sega con la pelle del mio viso, mentre col palmo dell’altra mano gli accarezzavo lo scroto e i testicoli, accentuando il piacere che gli dava quello sfregamento delizioso. Devo dire che, ad un certo punto, mi trovai anch’io a provare un inizio di piacere al contatto con quella verga pulsante che mi scivolava sulle guance. Fu allora che mi afferro’ la testa con le mani, gemendo ed ansimando, spingendo per avvicinare la mia bocca al suo uccello. Non potevo pensarci troppo; rifiutare col rischio di vederglielo smosciare, o assecondarlo cosi' da farlo arrivare piu' in fretta all'orgasmo? Ormai anch'io ero eccitata, e socchiudendo le labbra mi impossessai del suo glande, percorrendolo con la lingua, con movimenti circolari, e quando intuii che stava per venire, me l’infilai tutto in bocca, fino a sentirlo in gola, mentre lui continuava ad insultarmi, ormai perso nel suo egoistico piacere.

Portai il pompino al limite estremo, ma quando feci per ritrarmi e finire con le mani, mi accorsi che avevo la testa imprigionata in una ferrea morsa. Continuava a spingermi il cazzo sempre piu’ in fondo alla gola; non sarei riuscita a risollevare in tempo la testa; mi sarebbe venuto inevitabilmente in bocca. Non che la cosa m’infastidisse ma, se avessi potuto, lo avrei evitato. Quella volta avrei dovuto ingoiare tutto. Non sarei riuscita a divincolarmi. Cosi’, con un ultimo affondo, lo feci venire, e la bocca mi si riempi’ dei suoi fiotti caldi. L’uomo sussulto’, urlando, scaricandosi dentro di me. Poi resto’ accasciato sul sedile, svuotato di ogni energia. Ci sarebbe voluto del tempo prima che potesse tornare in erezione.

“Sei stata fantastica. Mai incontrata una cosi’ zoccola. Aspetta solo un po’, e ti faccio vedere… ti scopo fino a farti urlare”.

Lasciandolo a crogiolarsi nel suo delirio, sgusciai via dalla mia scomoda posizione e tornai a sedermi al mio posto, completamente nuda. Aprii quindi lo zaino, estraendone dei fazzolettini detergenti per ripulirmi il volto e le mani. Poi tirai fuori una bottiglia di liquore.

“Bevi un sorso di sligovica; ti aiutera’ a ricaricare piu’ in fretta”, gli dissi con un sorrisetto invitante porgendogli la bottiglia. “Ho una gran voglia di essere scopata e, se ce la fai, voglio anche che me lo metti nel culo.”

“Sei una porca… una grandissima porca”, disse l’uomo afferrando la bottiglia e trangugiando il liquore in un’unica e lunga sorsata, mentre io, sapendo che non ci sarebbe voluto molto tempo, mi accomodai sul sedile a gambe spalancate e iniziai a masturbarmi. Alla fine, che lo volessi o no, non riuscivo a non eccitarmi. Al di la’ di tutto, cio’ che facevo, oltre che per lo scopo per cui lo facevo, mi piaceva davvero, e sopraggiungeva alla fine il momento che sentivo la voglia di godere anch'io, dato che quasi sempre mi ritrovavo con un lago di umori fra le cosce. Toccandomi, arrivai rapidamente all’orgasmo, mentre l’uomo mi osservava stranito, e con lo sguardo sempre piu’ spento.

Un minuto dopo era profondamente addormentato. Il sonnifero nel liquore aveva fatto effetto e non si sarebbe svegliato neppure se fosse scoppiata la guerra termonucleare. In pochi istanti mi rivestii. Nello specchietto retrovisore laterale vidi un’auto a fari spenti che era ferma dietro al camion. Sfilai dal portafogli dell’uomo alcune centinaia di euro, un po’ di forint e qualche złoty. L’orologio e la catenina d’oro che portava al collo, pero’, non li presi in considerazione; non perche’ valessero poco, ma perche’ i soldi sono anonimi, mentre gli oggetti hanno un’anima, hanno una memoria propria, una loro storia, potendo essere legati a momenti particolari, magari regali di qualcuno che ci ha amati che non c’e’ piu’. I soldi vanno e vengono, ma gli oggetti, quando sono perduti o rubati, nessuno potra’ mai restituirceli. Era dunque una mia regola ferrea non portarli via, mai, a nessuno, nemmeno se fossero stati di grande valore.

Mi guardai quindi attorno, cercando il nascondiglio che tutti gli autisti dei tir hanno nelle cabine. In ginocchio, sul sedile, scostai la tendina che divideva il vano guida dalla cuccetta posteriore: era buio, ma con l'esperienza lo individuai subito. In una rientranza sulla parete della cuccetta, chiusa da uno sportello, la cui serratura feci scattare in pochi secondi, trovai, tra riviste pornografiche e bustine di preservativi, altri cinquecento euro. Misi nello zaino il denaro, la bottiglia, e ogni oggetto che potesse appartenermi, compresi i fazzolettini coi quali mi ero ripulita e, senza degnare di uno sguardo l’uomo seminudo che mi dormiva accanto, scesi dal camion avviandomi nel buio, raggiungendo l’auto a fari spenti che mi stava attendendo.

***


Epilogo

“E’ stato facilissimo. Me la sono cavata con un pompino. Era cosi’ arrapato che appena gliel’ho preso in bocca e’ venuto subito.”

“A te non resiste nessuno. Hai proprio l’animo della puttana!” la voce di Katiza che guidava, allontanandosi velocemente dall’area di sosta, mi fece di nuovo sentire in famiglia.

“Gia’… e sai che ti dico? Che mi piace proprio fare la puttana; mi eccita moltissimo e poi rende bene, molto meglio che chiedere l’elemosina nelle aree di servizio o rubacchiare qua e la’. Quando si svegliera’ sapra' di essere stato fregato, ma almeno qualcosa in cambio l’ha avuta. Se invece di me avesse incontrato un’altra, non avrebbe avuto un bel niente e si sarebbe ritrovato semplicemente spennato, senza portafogli e senza tutti gli oggetti di valore che gli ho lasciato addosso.”

“In un certo qual modo e’ stato fortunato, anche se stupido", prosegui' Karitza con atteggiamento complice. "Ha incontrato l'unica ladra "onesta" nel raggio di cento chilometri. Ma come tutti si e’ dimenticato che il formaggio gratis lo si puo' trovare solo nelle trappole per i topi. Andiamo a casa ora, sorella, che’ la giornata e’ stata lunga e faticosa”

“Si'… ma ha reso bene. Sono quasi mille euro!”

Nel buio dell’abitacolo Katiza sorrise. Ormai da tempo sia io che lei avevamo capito qual’era il modo piu’ giusto per tirar su un po’ di grana. Certi polli avrebbero quasi sicuramente evitato di avvicinarsi a una zingara stracciona, ma sarebbe stato per loro difficile resistere alle cosce di una provocante autostoppista.

8 commenti :

Apprendista Nocchiero ha detto...

Particolare...

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,


trovane tante di Arsenie Lupin come te.

Ciao Davide

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

ho una coriosità! ho visto che hai rimosso il blog di Lameduck dal tuo blogroll. Mi chiedevo se per caso avete litigato?

Ciao Davide

Chiara di Notte - Klára ha detto...

ho visto che hai rimosso il blog di Lameduck dal tuo blogroll. Mi chiedevo se per caso avete litigato?

Assolutamente no!
L'ho solo spostato tra i link: "Ogni tanto leggo anche" che trovi nella parte destra del blog. :)

Derappher ha detto...

Questo tuo racconto mi ha fatto venire in mente un'aneddoto ma anche una vecchia pubblicità di un noto produttore di biscotti e merendine, quella dove mamma cana partorisce i cuccioli sul sedile posteriore dell'auto e al papà della famigliola felice gli attaccano le mollette ai pantaloni per spedirlo al lavoro in bicicletta.

All'uomo gli tocca sempre la figura demmerda...

:D

traminer ha detto...

Diavola di una donna, nel racconto ti comporti da troia, prendi un povero padre di famiglia polacco, probabilmente molto pio, per i fondelli, lo derubi ed alla fine esce fuori che in fondo in fondo hai anche ragione! Meglio non averti per nemica...:))

Io i passaggi quando posso li do. Mi è capitato di dare un passaggio ad una vecchia tossica che mi ha anche chiesto soldi per "le medicine" ed a due saccopeliste francesi che puzzavano talmente tanto di sudore da non rischiare per la loro virtù. Belle fanciulle ungheresi in gonna corta purtroppo non ne ricordo...:)
A me invece scendendo grondante di pioggia dalle montagne sotto l'acquazzone con 20 kili di zaino sporco fradicio non mi ha preso su nessuno, chissà perché...:(
Grazie per la lettura piacevole ed intrigante,
Traminer

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Anche Michele Cogni, che si diletta nello scrivere raccontini erotici, ha voluto scriverne uno in risposta al mio. Eccolo:

http://tinyurl.com/cj5mruo

Michele Cogni ha detto...

bello bello, devo ammettere che è decisamente originale e molto eccitante, ma non avevo dubbi :)
bella sfida davvero chiara

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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