martedì 8 gennaio 2013

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Il mondo di Klára

L’abitudine aggraziata di portarsi con lentezza la mano a scostarsi i capelli che le ricoprivano la fronte, Klára non l’aveva mai persa. I capelli non erano piu’ lucidi e corvini come una volta, ma color della cenere, ciononostante mantenevano ancora la flessuosita’ dei vent’anni. Una pari freschezza, seppur inumidita dal tempo, recava nello sguardo profondo e indaco degli occhi velati da un’indescrivibile e lontana malinconia.

Il treno riportava in citta’ la folla dei giovani vocianti, tutti rigorosamente vestiti secondo l’ultima moda, che avevano trascorso i loro giorni di vacanza tra i vigneti ancora acerbi delle colline magiare. Dove vagassero i pensieri di Klára, in quel treno carico di allegria, certamente quei giovani non avrebbero mai potuto immaginarlo. Su un treno molto diverso, meno veloce, piu’ rumoroso e sferragliante, tanti e tanti anni prima Klára era andata via da casa con la speranza di realizzare il suo impossibile sogno di liberta’.

Perche’ Klára e la liberta’ erano una cosa sola.

Dalle colline dell’Hegyalja allungate fino ad abbracciare il cielo che come una terrazza si affacciano sulla grande pianura ungherese, in un giorno d’estate dei primi anni novanta, appena diciassettenne, era partita piena di speranze per sostenere l’esame di ammissione al ginnasio Szent Lászlo di Budapest; una delle poche scuole superiori dove era possibile imparare le lingue occidentali. Sarebbe stata ammessa con il massimo dei voti al corso di specializzazione in ungherese e italiano.

Era l’inizio dell’estate. Pur essendo figlia di contadini, Klára aveva mostrato fin da bambina un forte interesse per la scuola e la lettura. Al primo anno di ginnasio aveva gia’ acquisito una grande conoscenza della letteratura ungherese e straniera. Oltre alla lingua russa, obbligatoria, e all’italiano che aveva ricevuto in regalo dal padre, aveva imparato da autodidatta il tedesco e l’inglese. Lo scrivere sarebbe diventata poi la sua principale passione.

Il treno, nonostante il piu' avanzato sistema di ammortizzatori e l’insonorizzazione perfetta, ebbe una vibrazione che i ragazzi e le ragazze sparpagliati ovunque tra i sedili e lungo il corridoio dello scompartimento accompagnarono con grida e risate. Klára capi’ che stava bruscamente rallentando, ma la frenata non la allarmo’. Forse si trattava di un guasto al sistema automatico di guida. Era da molto tempo ormai che i treni non erano piu’ manovrati da personale umano ma completamente controllati dal computer centrale del sistema dei trasporti ungherese, tuttavia a volte capitava che anche la piu’ sofisticata delle macchine si guastasse. A questo, l’uomo, a dispetto dei progressi tecnologici raggiunti, non aveva ancora trovato un rimedio.

Il treno si fermo’ in aperta campagna. Rincuorata dalla gioia di quei ragazzi premette il pulsante per togliere la polarizzazione antisole al vetro oscurato e guardo’ fuori dal finestrino quasi a cercarvi una felicita’ remota. Una brezza leggera come un sospiro usci dalla bocchetta dell’aria condizionata accarezzandole i capelli. Per un attimo volle immaginare che fosse il vento. Sapeva che non poteva essere possibile, in quanto ogni treno era ormai pressurizzato e completamente isolato dall’esterno. Ne erano passati di anni da quando nei treni si poteva far scendere il finestrino e annusare l’aria fresca del vento. L’aria che si respirava nei vagoni era, invece, ormai tutta filtrata, condizionata, incanalata, arricchita di aromi artificiali, ma Klára volle pensare lo stesso che quel soffio che le arrivava sul volto fosse proprio il fresco vento delle pianure magiare.

Lo conosceva bene quel vento che aveva la forza di muovere le spighe di grano e sollevare furiose onde di sabbia nella grande pianura; nulla resisteva e tutto travolgeva, gli alberi si piegavano, il cielo si oscurava. Poi penso’ al fumo giallastro e maleodorante che, trasportato da quello stesso vento, ormai incombeva su ogni citta’ e penso’ all’inquinamento che aveva investito tutto, prima con folate improvvise poi sempre di piu’, avvelenando ogni cosa e si rese conto della dura realta’.

Com’era cambiato il mondo; il suo mondo. Ma aveva ancora un mondo?

Si ricordo’ del luogo dov’era nata e di quando passava lunghe ore in riva al fiume a leggere, oppure se ne andava in bicicletta per le stradine polverose che uscivano dal paese e si perdevano nelle colline circostanti, e ritorno’ col pensiero al vecchio podere di famiglia, alla vita libera e spensierata della campagna in cui aveva trascorso gran parte della sua giovinezza, ma anche della sua eta’ piu’ matura. Il senso di liberta’ che provava in quei momenti riusciva a cancellare tutto, persino lo sconforto che provava ogni volta che pensava ai problemi del mondo. Un mondo che lei, nonostante i buoni propositi e le energie impiegate, non era riuscita minimamente a migliorare.

Osservava quei giovani tutti irreggimentati in un unico stile di vita che, malgrado i colori sgargianti dei loro abiti all’apparenza tutti diversi, sembravano appiattirsi nell’atmosfera del grigiore generale e allora le tornarono in mente le antiche adunate di partito a cui da bambina aveva partecipato, e le sfilate obbligatorie del primo maggio, e tutto quello che era venuto dopo. A pensarci bene, anche lei non era stata poi cosi’ diversa da quei giovani e neanche da quelli che negli anni seguenti avevano scelto nel web la propria “divisa”, e nei social network il proprio modo di essere irreggimentati, prima che internet fosse messo definitivamente fuori legge.

Fu presa da un sussulto; un’indicibile dolcezza mista a tristezza le strinse il cuore. Porto’ la mano destra al petto e fisso’ il paesaggio oltre la massicciata, oltre una vecchia staccionata che separava i binari da una solitaria casetta circondata da acacie, oltre il tempo e lo spazio, oltre l’azzurro orizzonte che incorniciava da lontano la pianura ondulata di spighe ancora verdi di grano.

Le scese una lacrima, poi reclino’ la testa, come ad assopirsi in un profondo e serio torpore. Il sole alto di giugno stava declinando. Fu cosi’, all’inizio dell’estate, colpita da un infarto su un treno che Klára se ne ando’ dopo aver vissuto una vita dignitosa e ricca di esperienze, ma sempre libera. Correva l’anno 2039, il cinquantesimo dopo la caduta del Comunismo in Ungheria.

10 commenti :

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

bel racconto dove si respira tanta libertà e un po' di nostalgia.

Rimango sempre stupito quando nomini il tuo papa, perchè a differenza dei membri femminili della tua famiglia lo nomini molto raramente.

Te lo dicevo di non fidarti di Orban, perchè sapevo (sai che sono un Cassandrone) che nel 2039 vi avrebbe vietato internet.

Ciao Davide

Anonimo ha detto...

Con questi finali ad effetto mi fai, sempre, venire un colpo al cuore:-)
per pochi istanti ho pensato che non eri tu che scrivevi e il cuore ha tremato.
Un tuo anonimo ammiratore

ps ho pensato a quando ero piccolo che correvo anch io in mezzo ai campi felice e contento:-)

giuseppe perani ha detto...

Perdonami... ma da quando mi sei diventata così melodrammatica da mettere addirittura l'anno della tua dipartita?
ciao Klara

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Niente melodramma, e' solo un racconto. Bisogna prenderlo come tale.

Da quando c'e' internet, vedo che molte persone (forse a causa delle radiazioni che emettono gli schermi che influiscono sul cervello) spesso mescolano realta' e fantasia, anche se a livello "cosciente" poi dicono di essere ironici. Cio' non avviene quando ad esempio per i libri (si vede che la carta non ha lo stesso effetto malefico sulle sinapsi).
Pensateci.
Pensate a Salgari che, ogni volta che scriveva di Sandokan che combatteva e veniva ferito, riceveva i commenti dei lettori "non ti sarai fatto troppo male?"
I racconti vanno presi per cio' che metaforicamente vogliono significare e per i temi trattati, e in questo racconto di temi, al di sotto la superficie che e' la piu' semplice da vedere, ce ne sono molti.
Da come una persona scrive si puo', certamente, rilevare il suo stato d'animo, ma i temi descritti non vanno presi aalla lettera. Non sono delle profezie se riguardano il futuro, come non sono necessariamente delle esperienze realmente vissute se riguardano il passato.
Bisognerebbe, prima di leggere, imparare a LEGGERE.
LEGGERE nel modo giusto e' importante. Fra LEGGERE e leggere, c'e' la stessa differenza che c'e' fra ASCOLTARE e sentire.
Per fare un esempio semplice: se io fotografo qualcosa e lo modifico al computer facendolo sembrare surreale (non so magari coloro il cielo di rosso oppure aggiungo dei pesci che volano) non e' che mi si debba chiedere dove e quando ho fotografato certe meraviglie, e suppongo che chi guarda la foto lo capisca che e' elaborata e non reale.
Sono riuscita a spiegarmi?

Kameo ha detto...

"Sono riuscita a spiegarmi?"
Sì, capito :-)
Scusa Klàra, dove hai preso i pesci che volano?

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Scusa Klàra, dove hai preso i pesci che volano?

Li ho copiati da Magritte. :)

dedoo ha detto...

Nessun post da leggere stasera?

Chiara di Notte - Klára ha detto...

dedoo ha detto...

Nessun post da leggere stasera?


Buon giorno Dedoo. Ho visto che hai appena creato il tuo account. Forse sei nuovo/a di questo blog e non sai che non scrivo ogni giorno, ma solo quando ne ho voglia. Di cose da scrivere ne avrei a centinaia, ma non sono le idee che mi mancano. E' lo spirito giusto. Un post non esce "automatico" ed essendo un blog e non una pubblicazione periodica, non ho l'obbligo di scrivere.
Per cui, per adesso, accontentati di leggere tutto il pregresso: oltre 1800 post non sono pochi. :)

MarcoP ha detto...

Ciao Chiara,
ho letto il tuo racconto, probabilmente, ancora suggestionato da "Budapest", il romanzo che hai presentato qualche post fa. Mi sembra che Zsose e Klàra abbiano un rapporto speciale con la parola, che cercano di sentire con tutti i sensi. Per Zsose, ma credo anche per Klàra, nel "sapore" delle parole, e nel cercarlo, gustarlo, c'è la possibilità di far presa sulla realtà, scegliere, agire e vivere di vita propria. Ma forse le suggestioni (delle quali ti ringrazio veramente tanto) mi fanno mescolare tutto con tutto in modo confuso :).

Però, da sempre, non c'è irregimentazione più stretta di quella attuata attraverso il controllo di questo aspetto delle parole. Una realtà forzata ad avere solo certi determinati "odori e sapori", e solo quelli, rende qualunque discorso incapace di toccare le cose, come se qualsiasi discorso diventasse falso, e chiunque privo della capacità di vedere e di agire sulla realtà secondo un progetto proprio senza che possa dire o anche dirsi come stanno le cose.

Klara, assiste alla scomparsa progressiva del suo mondo, all'impossibilità di gustare le parole per chiamarlo. Treno, vento, luce, pianura, viaggio, desiderio, ..., l'intero mondo, le parole sono le stesse, il loro "uso" anche, ma ora sono insipide, false, qualunque loro uso è inutile, mancherebbero comunque il bersaglio. Non appartengono più a Klàra. Parla finchè vuoi Klàra, racconta pure quello che ti pare a quei giovani che ti piacciono tanto nella loro indisciplina, hai tutta la libertà di parola che vuoi, nessuno ti arresterà.

Pare che il treno abbia ascoltato il cuore di Klàra fermandosi con lui, nel luogo più adatto a richiamare ciò che ormai solo la memoria poteva restituirle. Klara scende alla fermata del suo mondo, malinconica ma non disperata, anzi, serena. Sente infatti (così mi piace immaginare :) ) che quei ragazzi hanno ricevuto come lei il regalo di una fermata anomala e che questa anomalia, come l'atterraggio di emergenza di Zsose, può essere l'inizio del viaggio verso loro mondo.

Unknown ha detto...

lo header !!!!!!!!!!!!!!!!! :o)
wgul

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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