giovedì 26 dicembre 2013

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Il coraggio

Nella Citta' invisibile lo scorrere del tempo segue un percorso differente. I ritmi sono piu’ lenti; tutto si svolge in modo meno frenetico. Le date stesse, gli avvenimenti, le ricorrenze, le festivita’ e persino i compleanni non coincidono con quelli del mondo che c’e’ fuori. Per questo neppure il Natale assume quell'importanza che in realta' dovrebbe avere. Tuttavia e’ il periodo in cui si fanno i bilanci dell’anno appena trascorso, e i discorsi sono colmi di promesse per quello che verra’.

Tutto cio’ non ha nulla a che fare con le solite, banali, promesse di mangiare di meno o di non trasgredire. Per quanto mi riguarda non sono cosi’ brava a mantenerle, e comunque non le ritengo neppure promesse da fare, perche’ se in questa vita ci imponiamo anche di rinunciare ai vizi, che cosa ci rimane? No. Sono promesse diverse e piu’ difficili da mantenere, perche’ in un mondo che sembra essere sempre piu’ orientato verso l’esasperata autoconservazione individuale, in cui la gente ha paura di tutto e le regole che valgono sono quelle dell’avidita’ e della spietatezza, la promessa piu’ grande che possiamo fare e’ di avere coraggio.

Il coraggio di essere spontanee, sempre, anche quando ci capitera’ di sentirci stanche, demotivate, con la testa piena di dubbi. Continuare a raccontare le nostre ferite, cantare con il nodo in gola, danzare col terremoto dentro il cuore, cosi’ da aver sempre qualcosa da donare a chi ci sta vicino. Facendolo con passione ed amore. E’ importante. E oggi, piu’ che mai, ce n’e’ un gran bisogno.

Il coraggio di andare avanti con gli occhi aperti, affrontando i problemi e non pensando di farli scomparire semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia. L’unica cosa che ci deve far paura e’ proprio “l’aver paura”. In ogni situazione esiste sempre almeno una possibilita’ su due di riuscire a vincere. Una percentuale che non e’ affatto bassa, quindi perche’ non rischiare?

Il coraggio di scavare dentro di noi, ancora di piu’. In profondita’, anche in modo crudele se necessario, senza sosta e senza temere di grattare via la sporcizia. Se c’e’ del sangue che ancora attende di affiorare, lo troveremo proprio la’, sotto la patina che ancora lo ricopre.

Il coraggio di gettarci nell’abisso senza pensare che ci sara’ qualcuno laggiu’ a riprenderci: Se ci frantumeremo vorra’ dire che ci divertiremo a rimettere ogni pezzo al suo posto. Perche’ la scala per risalire dal piu' profondo dei precipizi c’e’ sempre. Anche se non si vede, e’ li’, ed un piede e’ gia’ sul primo gradino nel momento stesso in cui tocchiamo il fondo.

Il coraggio di spezzare le catene che ci imprigionano piuttosto che la propria dignita’. E cercare l’aiuto di chi condivide con noi gli stessi ideali, invece di far tutto nella solitudine. Essere preoccupate, compassionevoli e premurose. Qualcuno, da qualche parte la’ fuori, ha bisogno di noi.

Il coraggio di gridare quello che ci piace sussurrare, ed avere il coraggio di sussurrare quello che ci piace gridare.

Il coraggio di cambiare. Cambiare la nostra mente, le nostre opinioni, le nostre “convinzioni”. Fuggire via, lontano dai condizionamenti, prendere le distanze dai pregiudizi, dalle etichette che ci hanno appiccicato addosso e da quelle che, inevitabilmente, appiccichiamo addosso agli altri.

Il coraggio di strizzare l'occhio e sorridere alla bambina che vediamo nello specchio ogni mattina. Questo ci ricordera’ quanto eravamo impavide e piene di luce una volta, e di come senza paura e luminose possiamo ancora essere.

Il coraggio di mostrarci per quello che siamo. Giorno dopo giorno, strato dopo strato, sgretolando l’intonaco che ci ricopre e facendo cadere uno scudo difensivo dopo l'altro. Come nel carciofo far affiorare il vero cuore che abbiamo dentro. E se, ogni volta che penseremo di essere finalmente vicino alla carne viva, appariranno foglie che sembreranno ancor piu’ coriacee e spinose, e' proprio allora che dovremo insistere. Continuare a rimuovere gli strati rigidi di paura, dolore, dubbio, delusione, che, per proteggerci dalla falsita’ del mondo, nel tempo sono cresciuti. Le dita ci faranno male e la pazienza si esaurira’, ma non ci arrenderemo. Perche’ sara’ l’unico modo per raggiungere quello per cui piu’ di tutto ci vuole coraggio.

Il coraggio di amare. Di amare di piu’. Di amare meglio. Amare cio’ che di bello c’e’ in noi, perche’ alla fine ce lo meritiamo.

giovedì 19 dicembre 2013

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A mesemondó

Con lei credo di avere molto in comune. Sicuramente gli stessi capelli e gli stessi occhi, per quanto il colore non sia esattamente uguale, ma cio’ che spero e’ che la Natura mi abbia regalato almeno un po' della sua fantasia. Nelle vesti di una Sheherazade solcata dai segni del tempo sarebbe stata perfetta. Sapeva far sognare i bambini come nessun’altra e le sere d’estate, sotto le stelle, ci riunivamo nello spazio di fronte alla casa che restava illuminato solo dal chiarore del fuoco.

C’e’ un’immagine che, nonostante il passare degli anni, resta impressa nel mio ricordo come una fotografia: piccoli e avidi di storie magiche, quando ancora la realta’ della vita era lontana dal quotidiano, stavamo seduti su un muretto che a noi bambini pareva altissimo perche’ non riuscivamo a toccare terra con i piedi. Dietro la sua sagoma, come il fondale di un palcoscenico, c’era il pozzo e sullo sfondo, lontano in mezzo alle colline, il fiume Tisza che, nelle notti serene, quasi luccicava riflettendo la luce della luna. E lei raccontava... ma non era solo un raccontare, il suo; partecipava alle storie e con le mani e le espressioni del volto mimava le emozioni dei protagonisti. A volte si alzava e gesticolando, s'appassionava a tal punto da sembrare un'attrice che recitava davanti ad una platea attenta.

Molte erano le fiabe, soprattutto quelle dei Fratelli Grimm che lei, con abilita’, modificava a suo piacimento cosi’ da farle sembrare sempre nuove. E a volte tingeva le atmosfere di gotico e trasformava i protagonisti in vampiri o lupi mannari. Una delle favole che meglio le riusciva era Biancaneve; specialmente quando entrava nella parte della Regina, che parlava allo specchio oppure, travestita da vecchia, quando offriva la mela avvelenata. Ricordo che in quel momento i suoi occhi balenavano fiamme e tutti avevamo paura. Io per prima; anticipando il momento cruciale, che gia’ conoscevo, ma che ogni volta mi spaventava, mi coprivo gli occhi con le mani. Pero’ lasciavo aperte un po’ le dita, curiosa, per assistere alla scena. La bocca aperta in una smorfia di stupore…

Credo di aver assistito al racconto di quella fiaba decine di volte, ma ogni volta lei la proponeva in modo diverso, modificando le situazioni cosicche’ i personaggi non mantenevano sempre gli stessi ruoli. A volte se li scambiavano, e la Regina diventava la buona, mentre i malvagi erano Biancaneve, i nani ed il Principe Azzurro.

Adesso, se mi siedo sullo stesso muretto, riesco ad appoggiare bene i piedi sul terreno. Esiste sempre il pozzo ed in lontananza fra le colline scorre sempre il Tisza. Ma non c’e’ piu’ il fuoco acceso che rischiara le serate, non ci sono piu’ i bambini che si coprono gli occhi per la paura, e non c’e’ piu’ lei. Anche se nelle notti stellate sento sempre il suono della sua voce che mi racconta quelle fiabe che nessuno ha mai sentito.

lunedì 16 dicembre 2013

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La geisha - Seconda parte

Quando entro’, si accorse che era una grande suite composta da un grande soggiorno e almeno un paio di camere da letto. Si rese conto subito di non trovarsi nella tipica situazione a cui era abituata. Nei suoi incontri, di solito, aveva a che fare con una persona, al massimo due. Quella volta invece si accorse di essere arrivata ad una specie di party. C’erano circa una quindicina di persone, ed erano presenti anche altre donne; tutte prostitute come lei, probabilmente. Questo la rassicuro’. Trovarsi da sola in mezzo a troppi uomini, magari su di giri a causa dell’alcol, e talvolta anche della droga, non era una sensazione piacevole, anche se per certe cose veniva pagata profumatamente

Tutti ridevano e scherzavano senza alcun tipo di inibizione. Un uomo le venne incontro sorridendo. Alto, moro, portava la camicia sbottonata e si capiva che era decisamente ubriaco. Era lui il cliente, il "padrone di casa"; quello che l’aveva contattata tramite l’agenzia.

“Ecco finalmente la mia dolce pollastrella”, disse avvolgendola in un abbraccio. Puzzava di alcol, ma anche a questo aspetto poco piacevole di alcuni uomini si era da tempo abituata.
“Vieni piccola, vieni a far divertire il tuo paparino”, le sussurro’ lascivamente il tizio e senza neppure presentarsi, e continuo’: “Mi hanno riferito che sei la migliore di Milano, ed io prendo sempre il meglio, anche se mi costa una cifra!”

L'ultima frase la disse con strafottenza, alzando la voce perche’ gli altri sentissero. Era decisamente volgare, non certo la persona da accompagnare volentieri a cena, quindi meglio che tutto si svolgesse li’, nel chiuso di una stanza per quanto affollata di gente; persone che, probabilmente, non avrebbe mai piu’ rivisto in vita sua. Percio’ entro’ subito nella parte, e con atteggiamento provocante gli si strofino’ addosso, sfiorandogli il sesso con la mano, e constatando che gia’ manifestava la sua baldanza.

“Se sono cara ci sara’ un motivo, non credi?”, gli sussurro’ all'orecchio. “Comunque, tutto quello che vuoi, qualunque desiderio tu abbia, sono qui per te”. E senti’ il sesso di lui indurirsi ancora di piu’.

Come per valutare di aver speso bene i propri soldi, senza troppi preamboli, l’uomo le mise una mano dentro la scollatura sulla schiena, riuscendo a raggiungerle i glutei. Li palpo’, vorace, e sentendoli rotondi e sodi si rassicuro’ di aver fatto un buon acquisto. Cerco’ anche di baciarla sulla bocca, ma con mossa felina e con un sorriso, lei si scosto’.

Niente baci e’ una vecchia regola delle puttane, e non c’e’ neppure da chiedersi perche’ quasi tutte la osservino: il sesso e’ una cosa, il bacio un’altra. Ma una come lei poteva concedere tutto e accettare tutto, anche la lingua in bocca di qualcuno che non gradiva, ma lo faceva solo quando era necessario. Spesso le capitava di baciare, persino con passione, chi fin da subito trovava attraente, ed era anche una pratica che riservava ai suoi clienti piu’ fedeli, quelli che le davano tanti di quei soldi da permetterle uno stile di vita principesco. Tuttavia, se per scopare bastava pagare, per un bacio occorreva molto di piu’. Per prima cosa che un cliente non la disgustasse. E quell’uomo, per quanto non brutto fisicamente, era decisamente nauseante, sia per l’arroganza che per la volgarita’ che esprimeva in ogni minima cosa che diceva e faceva.

Un tizio, in un gruppo vicino, stava discutendo animatamente di qualcosa che pareva molto interessante: affermava che nessuna delle ragazze presenti sarebbe riuscita a prenderglielo tutto in bocca. La conversazione era concentrata sulle dimensioni del suo membro e sulla difficolta’ che, secondo lui, avevano le donne ad accogliere tutto quel “ben di Dio”. Sono i discorsi che gli uomini normalmente fanno quando hanno intenzione d’iniziare un’orgia o una gang bang, ma anche a questo era preparata. Aveva fatto ben di peggio nel corso della sua carriera.

“Beh”, non ci resta che verificare se hai ragione” propose a quel punto il padrone di casa. “Anzi scommetto un millino che la mia ragazza non avra’ difficolta’ a farlo”.

Poi, guardandola con l’atteggiamento di un addestratore circense che promette lo zuccherino al cavallo se riuscira’ ad eseguire l’esercizio, disse che se fosse riuscita a prenderlo completamente in bocca e a fare un pompino a quell’uomo davanti a tutti, avrebbe potuto trattenersi la vincita della scommessa. Non era una richiesta e neanche una proposta. Era un ordine, ma lei era li’ per quello. Se il suo prezzo era alto era proprio perche’, a differenza di altre, lei non aveva limiti. Con poca gentilezza venne quasi costretta ad inginocchiarsi davanti al tipo mentre, tutt’intorno, il gruppo di uomini e di donne incitava quel piccolo show improvvisato. Una situazione che avrebbe messo in imbarazzo ben piu’ di una puttana.

Ma non lei. Lei in quelle situazioni era lontana, distaccata da cio’ che faceva. Il suo corpo agiva, ma i suoi pensieri erano altrove. Una barriera psicologica che la sua mente creava ogni volta per superare il senso di umiliazione che certi clienti le infliggevano. Era cosi’ che aveva imparato a sopportare tutto: pensando ad altro, rimanendo distante dalla realta'. E mentre sbottonava abilmente i pantaloni, e li abbassava insieme ai boxer attorno alle caviglie di quell’uomo, pensava invece all’appuntamento dal dentista del giorno dopo, oppure a quell’abito delizioso esposto in quella vetrina del centro. Spero’ di trovarlo ancora, intanto che prendeva in mano il fallo e lo massaggiava un po’, con una breve sega, quel tanto per farglielo drizzare al punto giusto. Poi, incitata dalle grida degli uomini intorno a lei, inclinando leggermente la testa all’indietro, inizio’ ad inglobarlo, lentamente. Forse un paio di sandali sarebbero stati perfetti per quell’abito… e ormai lo aveva completamente dentro, con il glande che le affondava nelle tonsille. Che si sbrigasse pero’ a venire! E con entrambe le mani prese ad accarezzargli i testicoli, mentre leccava e gli succhiava l’uccello. L’uomo sembrava come impazzito e prendendola per i capelli inizio’ a spingerlo ancor piu’ in profondita’, senza alcun riguardo, fino all'esplosione finale che le si riverso agli angoli della bocca come una crema che lei, senza alcun pudore, si ripuli’ con la lingua e con un’espressione deliziata. Si’, con quei soldi della scommessa avrebbe comprato i sandali, penso’. Ogni tanto aveva bisogno di coccolarsi un po’.

“E’ proprio brava questa”, disse il cliente soddisfatto, vantandosi di essere stato lui a sceglierla. “Ho tanta voglia di aprirle questo bel culetto; chi e’ che mi vuole aiutare?” E la spinse verso una delle stanze da letto, accompagnato da altri tre individui ai quali brillavano gli occhi di concupiscenza.

Una delle regole era che una prostituta del suo livello non avesse titolo per rifiutare niente. Proprio niente. Era il denaro a fare la differenza, e se quella sera avesse dovuto concedersi anche a dieci uomini contemporaneamente, sarebbe stata solo una questione di prezzo.

(Continua?)

sabato 7 dicembre 2013

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La geisha - Prima parte

Sapeva di essere in gran forma, quella sera, fasciata in un tubino nero abbastanza corto da scoprirle le gambe, ma non tanto da farla apparire volgare; accollato sul davanti, pero’ aperto da un vertiginoso scollo posteriore che le lasciava quasi completamente nuda la schiena. Aveva preferito i capelli sciolti sulle spalle, apposta perche’ le dessero un’aria vagamente “zingaresca”; merito anche dei grandi orecchini a cerchio e dei voluminosi bracciali ai polsi. E poi il trucco che per l’occasione aveva marcato piu’ del necessario. A rifinire il tutto un paio di sandali, anch’essi neri e col tacco alto, che nel camminare la facevano ondeggiare come a mimare una danza, erotica e sensuale, che dava esattamente l’idea di come si sentiva dentro.

Dall’agenzia aveva ottenuto l’indirizzo. Era stata altre volte in quell’albergo che era decisamente il piu’ di lussuoso della citta’. Spesso vi aveva incontrato personaggi interessanti e persino famosi, ma la maggior parte di loro, come quasi tutti i ricconi alla ricerca di un facile svago, si erano dimostrati il piu’ delle volte piuttosto arroganti. D’altronde era quello il suo lavoro. C’erano, e lei lo sapeva, i pro e i contro, ma aveva imparato ad accettare sia gli uni che gli altri da quando, molti anni prima, aveva iniziato a vendere il suo corpo. Ciononostante, non riusciva a sentirsi sporca anche se sapeva bene quanto in fondo quegli uomini disprezzassero le donne che facevano il suo mestiere. A molti glielo leggeva negli occhi.

Probabilmente era stato per predestinazione che aveva preso quella strada. E’ una questione di indole, di carattere, di spregiudicatezza, ma soprattutto di forte pragmatismo; una dote che lei aveva sempre posseduto. Cosi’, molti anni prima, trovandosi, sola, a dover sbarcare il lunario, tentando di cavarsela in una citta’ estranea e in parte anche ostile, aveva deciso di scendere a compromessi e si era prostituita. L’aveva fatto per soldi, ovviamente, e non aveva neppure diciotto anni. Un corpicino niente male, risultato dei lunghi anni dedicati alla ginnastica agonistica, ma anche frutto della sua immensa passione per la danza.

Per arrotondare e mantenersi agli studi, si era fatta percio’ assumere come ragazza immagine e ballerina sui cubi in una discoteca, e fu proprio in quell’ambiente che conobbe chi, poi, l’avrebbe introdotta nel mondo del sesso a pagamento e della trasgressione. Di sicuro la gioventu’, il carattere ribelle e anticonformista, e l’incoscienza, l’avevano aiutata in quella scelta, che certamente non sarebbe stata facile per nessuno. Tuttavia, di una cosa era certa: se non fosse accaduto allora, sarebbe sicuramente accaduto prima o poi. Era inevitabile. Le puttane si portano addosso un odore particolare, inconfondibile, ed e’ impossibile che sfuggano ad un futuro che hanno segnato, cucito addosso fin da quando nascono e viene dato loro un nome. Ed il suo non lasciava alcun dubbio riguardo a quello che sarebbe stato il suo destino.

Di persona in persona, di conoscenza in conoscenza, di esperienza in esperienza, di citta’ in citta’, aveva imparato cosi’ a diventare una vera geisha, come amava definirsi. Dapprima senza troppe pretese, nei piano bar, per qualche centinaio di dollari ma, poi, frequentando le persone giuste, si era lentamente trasformata. Con la sua curiosita’ di apprendere sempre di piu’ e con la frenesia di risultare fra tutte la migliore, era evoluta, si era raffinata, diventando una mercenaria d’alto bordo. Perche’ questo in fondo era: una mercenaria. E come ogni mercenaria, disponibile e pronta a tutto in cambio di un adeguato compenso. Donna di piacere e di cultura che solo pochi pero’ erano grado di apprezzare pienamente, perche’ la maggior parte dei clienti la pagava solo per farsi un giro in giostra, e niente altro.

Quando aveva iniziato non conosceva gli uomini. Nessuno le aveva parlato di loro, della loro impulsivita’, la loro illogicita’, la loro propensione ad essere dominati dal desiderio e dalla ricerca del solo piacere fisico. Ed anche della loro violenza, a volte. Aveva percio’ imparato a farli godere gli uomini, certo, ma aveva imparato a conoscerli dopo, col tempo, a poco a poco. E com’erano diversi quando si presentavano nella veste di clienti! Quello che anche dopo molti anni, davvero, non riusciva a spiegarsi, era che spesso si presentavano come compassati gentlemen, sempre pronti all’adulazione e al complimento, ma intimamente, provavano un grandissimo disprezzo per le donne come lei. Dai loro volti, una volta che avevano scopato, trapelava chiaramente quello che realmente provavano.

Spesso si era chiesta il perche’ di tutto quel disprezzo che quasi sempre emergeva durante un incontro, e l’unica spiegazione che era riuscita a darsi era che, presumibilmente, quegli uomini si rispecchiavano in lei. Forse si portavano dentro qualche rimorso o senso di colpa, forse sentivano di essere sporchi, ma non lo ammettevano e proiettavano sulla ragazza che pagavano, che poteva essere lei o chiunque altra, la propria contraddizione. Nell’intento di nascondere a se stessi una debolezza, se la prendevano con chi aveva suscitato in loro il desiderio: la puttana.

In questo giro mentale assurdo, pero’, si illudevano di essere loro a sfruttare, ad essere padroni del gioco, quando in realta’ gli sfruttati erano loro. E forse era proprio questo che avvertivano, che bruciava dentro e che alla fine non sopportavano. Ma forse i motivi erano altri, diversi, molto piu’ individuali, molto piu’ nascosti nell’anima di ciascuno. Pero’ a lei non importava un bel niente; aveva imparato a superare il disagio, e nei momenti in cui faceva sesso con quegli individuim diventava un corpo senza anima. Non c’era bisogno di interrogarsi, non c’era bisogno di capirli; cio’ che contava erano i soldi che loro ogni volta le mettevano in mano. Solo i soldi. I clienti pagavano e lei li accontentava; quale altro rapporto avrebbe potuto essere piu’ chiaro ed onesto?

(Continua…)

domenica 1 dicembre 2013

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Otthon Vagyok!

La ragazza al check-in mi chiede il biglietto ed il passaporto, poi controlla sullo schermo del computer e domanda se preferisco un posto corridoio o finestrino.

“Possibilmente non in coda, e se e’ finestrino e’ meglio, grazie”, le rispondo.

Alzo la valigia e l’appoggio sul nastro trasportatore. Accidenti se e’ pesante! Spero solo di non aver dimenticato niente. Quando devo tornare a casa, qualche giorno prima, mia madre mi invia sempre per email un elenco di cose da portare con me. Lei la chiama la “Schindler's List”.

Faccio un rapido riepilogo mentale: quattro bottiglie di olio d’oliva, di quello toscano piccante che mi piace tanto e due di vino moscato, dolce, che invece non mi piace affatto, ma che pero’ mia madre adora. Poi formaggi di tutti i tipi con predilezione per il gorgonzola e il parmigiano reggiano da grattugiare, non nei barattoli. Un paio di bottiglie di Veuve Clicquot, sei confezioni giganti di Mon Chéries e sei di Pocket Coffee, oltre ad un’infinita’ di altre cose, tutte commestibili e dolciastre, che contribuiscono a portare il peso della valigia a ventotto chili!

La ragazza, imbarazzata, mi comunica che il limite di peso compreso nel costo del biglietto e’ soltanto di venti chili, ma ormai il dado e’ tratto; non posso certo mettermi a scolare le bottiglie di Veuve Clicquot; tanto meno quelle di Moscato, e se solo mi azzardassi a farlo con l’olio d’oliva vi lascio immaginare cosa accadrebbe.

“Quant’e’ la differenza che devo pagare?”

“Per otto chili sono centottanta euro”

Centottanta euro! Ben ventidue euro e mezzo per ogni chilo extra. Con quello che mi e’ costata la roba, piu' questa aggiunta non prevista, avrei potuto offrire un pranzo luculliano a venti persone. E sono pronta a scommettere che, se malauguratamente dovessero perdermi la valigia, la compagnia aerea non mi rimborsera’ neppure duecento euro.

Pago la differenza e mi avvio. Un serpente giallo si snoda sul pavimento indicando il percorso fino al controllo bagagli. Qualcuno, scrupoloso, lo percorre seguendo esattamente anche gli angoli retti. Ci imbarcano in perfetto orario.

Per tutto il viaggio un signore sulla cinquantina, al mio fianco, continua a parlarmi dei suoi affari, dei quali non m’importa assolutamente niente. Fingo di dormire, ma all’arrivo, al ritiro bagagli, me lo ritrovo dietro. Mi porge un biglietto da visita con il suo numero di telefono. “Qualora si sentisse di accettare un invito a cena”, mi dice. Gli faccio un sorriso di circostanza e lo ringrazio, rassicurandolo di farmi viva se e quando saro’ libera. Sollevo dal nastro trasportatore la valigia, e la trascino fin davanti al doganiere che non fa problemi.

I problemi li fa, pero’, il suo cane! L’animale abbaia verso di me e soprattutto verso la mia valigia. Non mi credono quando dichiaro di trasportare solo del cibo. Me la fanno aprire e troviamo il motivo dell’inconsueta reazione del cane; e’ il gorgonzola, quello piccante, del quale l’animale pare essere estremamente ghiotto. Cosi’ tutto si risolve velocemente. Richiudo la valigia e mi avvio all’uscita mentre il povero cane, guaendo, mi insegue con gli occhi, e con me vede dissolversi il prelibato gorgonzola.

All’uscita decine di volti tutti in attesa di qualcuno. Non riesco a distinguere subito mia madre, ma poi la riconosco. Mi viene incontro sorridendo. Anche stavolta e’ li' a prendermi con l’auto. M’abbraccia forte come se ci fossimo lasciate da qualche secolo. Poi mi guarda con occhi critici.

“Sei un po’ dimagrita…”

“Ho solo preso un po’ di sole andando a sciare”, la rassicuro.

“Ho preparato le polpette… quelle con aglio”, mi sussurra con tono complice. “Hai portato quello che ti ho chiesto?”

“La Schindler's List e’ al completo, mamma!”

Ci avviamo verso l’auto perennemente sporca di fango e di calcare bianco. Prima di salire, tolgo dalla tasca il biglietto da visita di quel tizio e senza neanche guardarlo, lo butto in un cestino.

Ha da poco smesso di piovere; la giornata e’ chiara, il cielo terso e di un azzurro che non si puo’ descrivere. Mentre il sole asciuga le ultime pozzanghere disseminate qua e la’ ci inoltriamo lungo la striscia d’asfalto, lasciandoci alle spalle gli enormi ed anonimi caseggiati, tutti uguali, dove da adolescente una volta vivevo, ribelle e solitaria, in quella citta’.

Durante il viaggio ascolto la lingua alla quale devo riabituarmi ogni volta. Mia madre mi racconta cose gia’ dette tante volte al telefono, fin quando imbocchiamo l’autostrada e davanti a noi si apre il panorama della campagna, pianeggiante, ordinata, immensa, a perdita d’occhio. E' sempre a questo punto che ho la sensazione di non essermi mai allontanata dai confini della mia terra. Ancora un paio d’ore prima di annusare di nuovo l'aria intrisa di quell’odore tipico, penetrante e dolciastro, misto di furmint, frutta matura e muffa che sempre mi fa ricordare le mie radici e che mi accompagna ovunque quando sono lontana.

E’ quasi sera quando oltrepassiamo il cancello. Percorrendo la tortuosa stradina ciottolosa, arriviamo nel piazzale di fronte alla casa dalle cui finestre esce un delizioso profumo di pörkölt di manzo. Ad attendermi ci sono le mie sorelle, e come ogni volta mi spunta una lacrima.

Sono a casa!

martedì 26 novembre 2013

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Emlékszem

Ero bambina, ma la fragranza della torta di mele accompagnata da una calda tazza di the verde bevuta tenendo lo zucchero fra i denti la ricordo ancora. Soprattutto, di lei, mi ricordo gli occhi. Le rughe profonde come la vita le segnavano il volto, ma gli occhi, quegli occhi, non potro' mai dimenticarli; inquietanti e al tempo stesso misteriosi, malinconici, ma anche gioiosi. Avevano il colore dell'acqua che scorre nel Tisza in una giornata primaverile: verdi smeraldo.

Mi ricordo che qualcuno diceva fosse una strega; parlavano di magie e sortilegi, e che quando era giovane aveva rovinato famiglie e matrimoni con le sue pozioni magiche. Ma l'unica cosa magica che le ho visto fare e’ stata di leggere le carte alla gente del paese che, ogni tanto, sempre piu' raramente, le faceva visita. E ricordo le fresche serate, quando ci sedevamo all'aperto e lei mi indicava il futuro; m’insegnava il significato degli arcani maggiori e di quelli minori, ed io restavo affascinata ad ascoltarla. Le sue storie assumevano sempre il sapore delle fiabe.

Nessuno ha mai saputo che origini avesse, ma i suoi capelli, neri, indicavano un sangue tzigano. Si dice che suo padre fosse un bracciante e che sua madre un’umile cameriera in una residenza di un aristocratico della zona. Si dice anche che, al tempo della guerra, la guarnigione militare fosse comandata da un maggiore di origine austriaca, e qualcuno racconta che lei ne fu l’amante fino al giorno in cui l'Armata Rossa giunse a "liberare" il popolo dal nazismo.

I soldati si ritirarono in una notte e lasciarono gli abitanti del paese indifesi ed impauriti, e quando i liberatori arrivarono a cercare i collaborazionisti, circa duecento ne furono catturati. Gli uomini vennero impiccati, le donne violentate. Lei era fra queste.

martedì 19 novembre 2013

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Vale piu’ un bel culo o una laurea?

Negli ultimi anni, in Italia, c’e’ stato il trionfo del velinismo e del nudo femminile. Di questo molte persone hanno dato, e continuano a dare, la colpa alle donne e alla loro ambizione di poter ottenere tutto utilizzando il proprio corpo. Ma il problema secondo me non e’ femminile. Non sono le donne le responsabili se, dalla scuola al mondo del lavoro, vale piu’ un bel culo della laurea. Tutto cio’ fa solo parte di un ambiente maschilista-talebano che ormai troneggia un po’ ovunque.

Per come la vedo io, una ragazza che raggiunge il suo obiettivo, e cioe’ successo e soldi, grazie al suo corpo non mi crea alcun scompenso di carattere morale. Anzi, come ben si sa e’ una cosa che anch’io ho fatto in passato. E alzi la mano chi tra le donne non rinuncerebbe al proprio stipendiuccio e ad un po’ di amor proprio femminile se gli mettessero sul piatto un milione di euro per mostrarsi sorridente. Ma anche un uomo, direi; non e’ cosi? Della serie: chi e’ piu’ scemo, la ragazza disinibita o chi le va dietro?

Sono problemi che una donna attraente vive ogni giorno, anche se non fa la prostituta. Anzi, forse li vive ancor di piu’ se i valori in cui crede sinceramente sono altri. Lo dico con franchezza. Io sono single, ho una laurea, un master, una specializzazione, un dottorato, e… anche un gran bel fondoschiena. Ecco, da sempre il mio primo impatto col classico "maschio" (a meno che non indossassi un bel burqa) e’ sempre stato il suo sguardo insistente sulla mia "qualita'" della quale non ho alcun merito, se non per la cura che gli dedico dal lato ginnico. Nonostante il mio quoziente intellettivo, la mia cultura, la mia ironia, e tutte le altre belle cose che credo facciano di me una persona attraente... ho sempre dovuto affannarmi non poco a parlar di politica, a ricostruire le tappe del disfacimento etico della nostra attuale societa’, a discutere dei massimi sistemi, di Canova, di Mozart, o di ogni altro argomento... la replica che ho sempre ottenuto, nel migliore dei casi e’ stata "Ah, sei pure intelligente..." e poi il tipico sorrisino. Nel peggiore uno sbadiglio annoiato.

E allora perche’ starsi tanto a sbattere per far breccia con la nostra parte “intellettuale” quando abbiamo a disposizione un’arma ben piu’ micidiale? Il mondo e’ quello che e’; ci vorrebbero secoli per cambiarlo, ed io non ho certo il tempo per attendere cosi’ a lungo. Tuttavia, ogni volta penso: ma davvero sono cosi’ poveri di spirito? Cosi’ poveri di argomenti? Assolutamente incapaci di confrontarsi su un terreno che non sia quello della schermaglia sessuale? O anche amorosa? E poi, tranne qualche valida eccezione, penso: "Sei solo un idiota!". E solo il cielo sa quanto vorrei essere smentita.

So anche che chi mi sta leggendo adesso, se di sesso maschile, avra' gia’ alzato il sopraciglio. Potrei metterci la mano sul fuoco, cosi’ come lui poserebbe con piacere la mano su un mio gluteo. Scusatemi se sono sfacciata. Percio’ mi chiedo: che cosa dovremmo fare? Perche' il problema sono fondamentalmente gli uomini; questo particolare tipo di uomini. Uomini che restano sempre dei bambini, anche se hanno cinquant'anni. Che cosa dovremmo fare con loro? Annegarli da piccoli? Gettarli dalla rupe Tarpea della selezione intellettuale? Far loro sistemare la cameretta gia' a sette anni cosi’ che capiscano che le parole "maschio" e “femmina” andrebbero sostituite primariamente con quella di "persona"?

E non e’ delle donne che mi preoccupo. Le statistiche ci danno sempre piu’ brave nei risultati, sempre piu’ agguerrite, piu’ flessibili, piu’ forti. E sempre meno fornite di scrupoli. Ma… come si fa a sopravvivere in una giungla dove gli uomini, davvero, sono cosi’ poco evoluti? Uno dei modi e’ appunto quello di ottenere cio’ che vogliamo sfruttando le armi che sappiamo di avere. E’ una questione di regole del mercato, di liberismo, di domanda ed offerta. Di bisogni e di beni che possono soddisfare quei bisogni. E quasi tutte noi, quando ci vestiamo un po’ sexy, siamo ben consapevoli di quello che facciamo. Sappiamo che quando passiamo davanti a qualcuno, anche al piu’ algido degli uomini, lui si sofferma ad ammirarci. Che male c’e’?

Ovviamente, come sempre, ho estremizzato. Pero’ talvolta anch’io non posso fare a meno di giudicare davvero orrendo, mortificante dell'intelligenza umana, un tale costume, un tale andazzo... ma poi, quando rifletto, mi accorgo di quanto sia ipocrita questo modo di pensare.

Detto questo, toglierei quindi del tutto l'accento dalle donne che lo fanno, e lo sposterei su ragioni e cause ben piu’ complesse e variegate. E, parlando di Italia, in particolare, sposterei l’accento sulla totale deriva di tutti i media italiani, dominati da oltre vent’anni di berlusconismo, che oltre a mortificare la politica hanno anche mortificato il costume e la cultura (o la non cultura) italica. E se poi prendiamo la tv, si apre addirittura un baratro. Ma anche se ci connettiamo con la pagina di un qualunque quotidiano sul web, a partire finanche da Repubblica, troveremo sempre una bella ragazza, possibilmente svestita, in bella vista. E chi le sceglie queste foto? Ovviamente un solerte giornalista... di sesso maschile, al quale la redazione avra’ consigliato: "Mettici una bella fighetta, che ci sta benissimo e attira l'attenzione".

In fondo i giornali non devono fare giornalismo; devono fare mercato; devono servire a creare consenso e soldi - regola della domanda e dell’offerta, ricordate? - e la richiesta di tette e culi e’ altissima. Si tratta di vendere, di soddisfare dei bisogni, di innalzare il numero dei lettori o dei telespettatori, mica di operare per il bene culturale e sociale del paese. E tutto perche’, per certe cose, gli uomini si comportano davvero come i bambini; si entusiasmano e cadono nelle tentazioni solo perche’ le vedono in tv. Sembra un luogo comune, lo so e mi vergogno persino a scriverlo. In sostanza, per molti e’ piu’ facile ragionare secondo il compartimento stagno della bella/scema oppure brutta/autorevole, quindi intelligente.

Bambini, si’… non si offenda chi si sente chiamato in causa. E la complessita’, signori miei, e’ bandita, ripudiata, sempre piu’ difficile da accettare, da comunicare, da vendere. Per cui, se mi recassi in laboratorio portando i tacchi a spillo, attirerei l'attenzione, ne sono certa; ciononostante non sarebbe per la scoperta di un vaccino, ma semplicemente perche’ ho pur sempre una bella caviglia. E’ accaduto, accade, e so di cosa parlo.

Pero’, se mi confido con un uomo, se gli spiego queste cose, se esprimo queste mie opinioni e affronto con lui un discorso del genere, il minimo che mi sento replicare e’ che sono acida, oppure che sono petulante e nevrotica perche’, magari, ho il ciclo. E festa finita.

giovedì 14 novembre 2013

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Flamenco - Quinta parte

In certe cose ho sempre indovinato. Difficile sfuggire ad un istinto che ho affinato nel tempo e con l’esperienza. Che lo faccia per soldi, o per trarne godimento, o per tutte e due le cose insieme, o per qualsiasi altro motivo, mi accorgo subito, fin da prima di finirci a letto, se qualcuno, uomo o donna che sia, puo’ essere partner adatto per farci una bella scopata. Lo capisco da piccoli dettagli: sguardo, mani, bocca, voce. Ma e’ soprattutto l’odore che quella persona emana ad indicarmelo. Un buon odore corrisponde quasi sempre ad un buon sapore, perche’, in fondo, fare sesso e’ come assaggiare un frutto ogni volta diverso, e devo dire che l’essere bisessuale mi ha permesso di assaporarne in grande varieta’. Uomini, donne, separatamente o anche insieme, singolarmente o in situazioni orgiastiche, a formare macedonie dai sapori particolari e mai riproducibili.

***

“Guarda e basta. E poi, se ti va di toccare, tocca… e se ti piace puoi anche assaggiarla”, le suggerii.

Non volevo forzarla troppo. La vedevo ancora titubante. Ashika non era la tipica lesbica rimorchiata in un pub, ma una ragazza etero con pulsione alla bisessualita’ che, probabilmente, si era fatta trascinare in una situazione della quale, seppur incuriosita, non era del tutto convinta. Ciononostante si calo’ fra le mie gambe. Aveva una gran voglia di conoscere da vicino quelle pieghe brune e rosa scuro che aveva intravisto quando mi ero mostrata nuda, ed aveva anche una gran voglia di assaporarne il profumo. Allungo’ incerta un dito, esplorando le labbra, gonfie, dal contorno leggermente frastagliato e umido. Procedette quindi con timidi toccamenti, facendo scivolare il dito nella fessura. Quando l’apri’ avvertii immediatamente il crescendo della pressione sessuale nel basso ventre, e il mio odore penetrante che inizio’ ad impregnare l’aria, tanto da coprire quello delle candele. Poi sentii il tocco della sua lingua.

Non tutte hanno un buon sapore. L’esplorazione con la lingua serve appunto a stabilirlo, per questo motivo leccare e’ la prima cosa che viene d’istinto anche a donne che non hanno mai avuto precedenti esperienze omosessuali. Quando una non piace, ogni desiderio si spegne, ma quando invece ci piace, il suo sapore diventa quasi un afrodisiaco. Ashika mi trovo’ gradevole. Da piccoli tocchi timidi, infatti, le sue leccate si fecero sempre piu’ decise e, sempre piu’ sfrontata, prese a passare la lingua su e giu’ fra le labbra dischiuse.

“Hai un sapore sexy”, mi disse fra una leccata e l’altra, mentre il mio umore le impiastricciava la bocca e il volto. Poi, come avevo fatto io con lei, inizio’ a spingere coi polpastrelli per saggiarne l’entrata. Alla fine ci infilo’ due dita.

Ogni sesso femminile, quando si cerca di penetrarlo, ha una momentanea resistenza, perche’ deve adattarsi a quello che entra. Non importa quanto sia lubrificato, o quanto sia abituato a ricevere oggetti di grosse dimensioni; esiste sempre e comunque un attimo in cui sembra essere troppo stretto, finanche per un dito. Ma dopo quella prima esitazione, almeno per cio’ che mi riguarda, ogni cosa viene avviluppata dalla carne umida.

Avvertivo le sue dita dentro di me, che lei muoveva nel modo che gia’ le avevo insegnato, mentre io inarcando i fianchi per favorirle la penetrazione, tacitamente le confermavo che era brava. Poi cominciai a muovermi cercando di farle capire qual era il ritmo che mi piaceva. Ogni donna ha il proprio. C’e’ a chi piace lento, a chi veloce. Il mio e’, appunto, come il Flamenco: all’inizio deve essere calmo, rilassante, per poi crescere di intensita’, ma gradualmente. Cosi’ le afferrai il polso e iniziai ad indicarle il ritmo giusto, come in una lezione di danza un po’ particolare.

Quando capii che stavo andando troppo oltre, e che non avrei resistito a lungo, la bloccai.

“Che c’e’? Sto facendo qualcosa di sbagliato?”

“No… sei bravissima. Pero’ ti voglio sopra di me quando vengo”.

Con una mano, anch’io iniziai a massaggiarmi, prima il seno, poi il ventre, il pube, mentre con l’altra mano andavo alla ricerca del suo sesso, infilandoci a mia volta due dita, riuscendo a massaggiarle la clitoride ogni volta che entravo e uscivo. Cosa facile, dato che era tutta bagnata.

“Prova anche tu a fare come me”, le dissi ansimando di piacere.

Ashika colse il messaggio e prese ad imitare i miei movimenti, cercando con le dita di entrare e uscire e, allo stesso tempo, stropicciarmi la clitoride. Cio’ che volevo era che provassimo entrambe la medesima sensazione, lo stesso identico piacere, per quanto fosse possibile. Quando infine mi accorsi, dalle contrazioni nella mia vagina che sarei giunta al traguardo prima di lei, tolsi la mano. In quel momento, improvviso, sentii l’orgasmo crescermi dentro ed esplodere; chiudendo gli occhi e reclinando la testa all’indietro, urlai spruzzandole sulla mano il mio succo bollente, e mi inarcai cosi’ tanto che la mia schiena si separo’ completamente dal letto, uno spasmo dopo l’altro.

Ogni orgasmo per me e’ cosi’: sublime. L’intensita’ di quella sensazione e’ incredibile; sento la tensione che si libera tutta in una volta e le contrazioni di piacere mi fanno quasi svenire. A stento mi rendo conto di urlare e sgroppare come un’ossessa. Poi, lentamente, la stanza smette di girare, e mi accorgo che lo scroscio che sento nelle orecchie e’ solo il martellare del mio sangue. Il corpo si trasforma in melassa, pesante, greve, ed ho la vagina allagata. Cala cosi’ il silenzio, interrotto solo dal mio ansimare.

Ashika resto’ per un attimo ad osservarmi, orgogliosa per essere riuscita a procurarmi un tale piacere. Sapevo che a vedermi godere in quel modo si era ancor piu’ eccitata e che aveva, a quel punto, voglia di venire. Glielo si leggeva sul viso.

“Non preoccuparti”, le dissi sorridendo. “Adesso e’ il tuo turno”.

Mi misi sopra di lei. Con lo sguardo languido, spettinata, dovevo sembrarle una perversa ninfomane, lesbica, che amava traviare le “brave ragazze”. Le alzai le gambe, le allargai, poi mi accucciai sulla sua fica, infilandoci dentro il medio e l’indice. Ripresi a scoparla al ritmo di prima. Mancava tanto cosi’, lo sapevo. Quando i fianchi le si sollevarono dal letto, e sentii la sua vagina distendersi e contrarsi a grandissima velocita' intorno alle dita, mi incollai con le labbra alla sua clitoride, leccando energicamente e facendo roteare la lingua intorno. La portai al culmine in quel modo, scopandola, leccandola, e succhiandola… rubandole un lungo gemito di piacere in un orgasmo che duro’ molto piu’ a lungo di quanto era durato il mio.

Mi alzai dal letto che lei sussultava ancora. Volevo versarmi dell’altro vino, per mischiarlo al sapore del suo piacere. Quando ritornai, mi acciambellai accanto al suo corpo, come una gattona, invitandola a fare un brindisi.

“E’ la tua prima volta, ed hai superato la prova a pieni voti. Benvenuta sull’isola di Lesbo!”

“E’ stato fantastico”, disse con un risolino, estasiata dalle lente pulsazioni che la facevano ancora tremare.

Si godeva il momento e non si preoccupava dell’importanza che quell’insolita situazione avrebbe avuto, poi, nella sua vita. Dopotutto anche per me era avvenuta la stessa cosa; anch’io fino alla prima esperienza con una donna avevo sempre creduto che a piacermi fossero solo gli uomini.

Per sempre restera’ nella mia mente, e nel mio cuore, il sorriso sardonico della “maestra” che all’inizio mi educo’ alle delizie di Saffo, colei che mi fece capire che la sessualita’ che avevo conosciuto fino a quel momento non era che una piccola faccia di un enorme diamante.

Ma questa e’ un’altra storia.

domenica 27 ottobre 2013

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Flamenco - Quarta parte

Che cosa pensa una donna quando per la prima volta bacia un’altra donna? Pensa di essere lesbica? Pensa di essere una depravata? Prova vergogna? Schifo? Cosa? Ebbene ve lo dico io cosa pensa, una volta arrivata al punto di non ritorno: “Cavolo! Ma perche’ non l’ho fatto prima?” E poi pensa a quanto sia diversa una bocca femminile da quella di tutti gli uomini che ha baciato fino ad allora. Perche’ si’, noi siamo diverse, e solo quando ci baciamo riusciamo a capirlo. Abbiamo tutte un respiro che sa di buono; di spezie, di aromi fruttati, oppure con note erbacee, indipendentemente da quello che abbiamo mangiato. Deve esserci qualche enzima nella nostra saliva che ne cambia l’odore e lo tramuta in qualcosa di assolutamente gradevole.

***

A quattro zampe sopra di lei, le avevo ordinato di chiudere gli occhi e Ashika aveva obbedito. In un attimo mi ero impadronita della sua bocca, calda, vellutata; sapeva di cannella e del vino che avevamo bevuto insieme. Mi spinsi con le labbra nelle sue e vi insinuai la lingua; volevo che si aprisse tutta, e intanto le tenevo la testa fra le mani. Pensavo ad una sua reazione timida, titubante, come quella che avevo avuto io quando, per la prima volta, mi ero trovata nella sua identica situazione, e invece restai sorpresa: implacabile, dimostrando di aver imparato la lezione, Ashika inizio’ a succhiarmela come se fosse la fonte di un nettare. Alla fine, quando staccai la bocca per prendere fiato, finalmente mi tolsi la voglia di passarle la lingua su quel neo che tanto mi aveva intrigata.

“Se non hai mai fatto sesso saffico e’ giusto che tu sappia una cosa”, le bisbigliai all’orecchio. “Nessuno sa fare sesso orale meglio di una donna… se vuoi te lo dimostro”.

Non riusci’ a parlare, era incapace di rispondere. La sentivo eccitata, voleva solo godere, ed era del tutto normale che fosse cosi’: se era arrivata fino a quel punto, era perche’ dentro le si era risvegliato quel lesbismo che sonnecchia in ogni donna, anche in quella che pensa di essere totalmente eterosessuale. Quante ne ho conosciute di donne che si credevano etero, persino sposate e con figli, che a certe cose non avrebbero mai pensato di poter arrivare…

Non accade ogni volta e non accade con tutte. Per capire che ci piace il sesso saffico si deve incontrare quella giusta. E’ un meccanismo biochimico che non e’ molto diverso da quello che si innesca quando si sente il desiderio per uomo, e forse in me Ashika aveva trovato la partner giusta per sperimentare qualcosa di nuovo che pero’, latente, era gia’ dentro di lei. Fatto sta che continuava a guardarmi, incantata, come quello fosse solo un bel sogno e non la realta’, magari pensando che di li’ a poco si sarebbe svegliata nel suo letto, con le lenzuola tutte bagnate del suo piacere. E invece no. Le avrei fatto capire quanto le mie parole fossero vere, e come, dopo, avrebbe misurato ogni leccata ricevuta da un uomo, sulla base di quell’esperienza.

Avevo i capelli che le accarezzavano la pelle, e le procuravano un piacere epidermico nuovo, tanto che le vedevo apparire la pelle d’oca, mentre i suoi capezzoli scattavano sull’attenti ogni volta che venivano sfiorati. Presi a scendere giu’. Con la lingua superai l’ombelico, lasciando lungo il percorso una scia di saliva. Poi, senza darle tempo di respirare, le aprii le cosce. Quando avverti’ il mio respiro sul suo sesso si irrigidi’, ma fu soltanto per un attimo, probabilmente agitata per cio’ che stava per accaderle. Poi la curiosita’ ebbe il sopravvento e la sentii rilassarsi.

Per arrivare alla clitoride, di solito gli uomini - almeno coloro che sanno esattamente dove si trova perche’ non tutti, fidatevi, lo sanno -, ci mettono pochi minuti. Sono pochi quelli che riescono a portare avanti i giochi troppo oltre. Quasi tutti pensano che una donna goda con la clitoride nello stesso modo con cui loro godono col pene. Invece non e’ cosi’. Per arrivare alla clitoride di Ashika ci avevo messo quasi mezz’ora, e adesso che ce l’avevo proprio li’, di fronte alla bocca, volevo leccarla subito. Eppure non lo feci e con la lingua iniziai, invece, ad esplorarla tutta intorno.

Ogni donna e’ differente. C’e’ chi ha le grandi labbra molto carnose e chi le ha quasi inesistenti, chi le piccole labbra le ha piccole ed interne, e chi invece le ha talmente pronunciate che fuoriescono, anche se non sono eccitate. Ma cio’ che piu’ di tutto differenzia il sesso femminile e’ la clitoride: le sue dimensioni, certo, ma soprattutto quanto fuoriesce dal piccolo prepuzio che la contiene. E poi c’e’ il colore, l’odore, il sapore. Ogni sesso femminile, come del resto quello maschile, e’ diverso, e quello di Ashika non era uguale a nessun altro. La sua farfalla era stretta, quasi come quella di una vergine: aveva piccole labbra molto sottili, tanto che dovevo andare a cercarle con le dita. Bagnate, nella luce fioca della stanza, brillavano come l’interno di una conchiglia rosa.

Vidi la perla della clitoride sotto il suo cappuccio di pelle… era di un rosso scuro e palpitava appena. Facendo attenzione, con molta cautela, vi posi le labbra. Al solo contatto quel pezzetto di carne marmorea si fece sorprendentemente duro. Lo sfiorai appena, con la punta della lingua, assaggiandolo bene, poi iniziai a girare intorno, senza mai toccarlo direttamente. A molte un tocco troppo deciso puo’ dare fastidio, e se stimolate intensamente in quel punto, senza un’adeguata preparazione che le ecciti al punto giusto, rischiano di provare tutto fuorche’ piacere. Mentre altre, invece, non riescono neanche a venire se non le si succhia con forza. Per questo ogni donna, piu’ di un uomo, ha bisogno di essere esplorata a fondo. Ed e’ il gioco che piu’ mi piace.

Mi accorsi subito che ad Ashika i miei tocchi, sempre piu’ decisi, non davano alcun fastidio, anzi da come gemeva sembrava li gradisse e ne chiedesse sempre di piu’, cosi’ presi a suggerle la clitoride, prima piano, poi sempre piu’ forte, a ritmo cadenzato, mentre lei, ormai completamente fuori controllo, aveva preso a dimenarsi, cercando di tenere il tempo con l’intensita’ delle sensazioni che stava provando.

“E’ troppo!”, ebbe appena il fiato di boccheggiare. Ed allora rallentai un po’, anche perche’ volevo infilarle la lingua, e baciarla come l’avevo baciata nella bocca. Con le dita le allargai la fessura e ci infilai tutta la lingua dentro, fin dove riuscii ad arrivare. Ci sono lesbiche che in questo sono davvero speciali; hanno delle lingue che potrebbero superare in efficienza il membro di un uomo mediamente dotato. Io purtroppo non ho una lingua lunghissima, percio’ le mie partner si devono accontentare di quel che passa il convento. Tuttavia, nessuna mai e’ rimasta insoddisfatta. E neppure Ashika lo fu; dai gemiti e dai suoi respiri, sempre piu’ frequenti e pesanti, fu facile per me capirlo.

In quei momenti, quando veniamo leccate in quel modo, nella nostra testa non esiste altro che la lingua che ci assapora, dentro e fuori. E quando poi la sentiamo spingere dentro, sempre piu’ a fondo, la sensazione diventa travolgente. E’ quasi sempre li’ che arriva l’orgasmo. Ma io non volevo che Ashika venisse. Non ancora. In quel momento ero gia’ soddisfatta di averle fatto sfiorare per un attimo il paradiso. Cosi’ indietreggiai, tolsi la lingua… ma solo per lasciar spazio ed infilarci due dita.

No, non ero piu’ delicata. Arriva il momento in cui la delicatezza deve lasciare il posto a qualcosa di piu’ rude e deciso. E’ cosi’ che io interpreto il sesso: un alternarsi di dolcezza e violenza dove alla fine, molto alla fine, il piu’ in la’ possibile, arriva il godimento sublime. Ed e’ cosi’ che mi piace, anche quando sono io ad assumere il ruolo passivo. Percio’ dalla morbida danza della lingua, passai alle potenti stoccate date con le dita. Sentivo i suoi muscoli contrarsi, segno che di li’ a poco sarebbe giunta all’orgasmo. Ancora una piccola spinta e sarebbe venuta. Sarebbe bastato un tocco in piu’, anche un soffio in piu’ sulla sua clitoride ed avrebbe goduto, ma non era quello che doveva accadere. Non subito, almeno. Cosi’ mi bloccai, lasciandola da sola, li’, sull’orlo del precipizio.

“Che fai? Non ti fermare, continua… ti prego, vai avanti…”

No, non mi sbagliavo: Ashika era davvero cio’ che significava il suo nome. Col tempo se ne sarebbe resa conto lei stessa di quanta passione, desiderio, e voglia di godere e far godere, avesse dentro, indipendentemente da chi fosse stato il partner. Maschio o femmina, che importanza puo’ avere in quei momenti che senti solo di voler esplodere? E lei in quel momento aveva voglia di godere, con me… ma avrebbe seguito i tempi e i modi che le avrei imposto io. Dopotutto, e’ chi ha piu’ esperienza che guida il gioco.

“Tesoro, se ti faccio venire adesso, dopo potresti avere troppa fretta di andartene. E invece ci sono moltissime altre cosette che ho voglia di fare con te… non vuoi entrare anche tu in confidenza con la mia fica?”

Glielo dissi in modo schietto, quasi sfrontato. Oltre a trovare eccitante l’uso di parole sconce in certi momenti, penso sia ridicolo misurare il linguaggio quando abbiamo la bocca e le mani impiastricciate dai fluidi di chi si sta rigirando in un letto con noi. Le cose vanno chiamate col loro nome e fica e’ il termine giusto quando abbiamo il sesso che brucia e sguazza ormai in un lago.

“Io non ho mai…”

“Suvvia, non dirmi che non ne hai voglia. Ho visto come mi guardavi, prima, quando mi sono mostrata nuda. Hai mai guardato un’altra donna cosi’? Ti sei mai fatta fare da una donna quello che ti ho appena fatto io? E non ti ho forse detto che avresti potuto vedere tutto, tutto, tutto? Devi solo fare a me cio’ che io ho fatto a te. Non dirmi che non ne sei capace.”

(Continua…?)

venerdì 18 ottobre 2013

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Flamenco - Terza parte

Ho delle graziose tettine. Le definisco cosi’ perche’, considerata la mia altezza, non sono grandi. Pero' non ho mai sentito il desiderio di rifarmele, ed avrei avuto molte occasioni in quanto, fra le mie amicizie, posso contare piu’ di un chirurgo estetico. Il fatto e’ che provando attrazione anche per le donne, so quanto il seno naturale conservi una forma piu’ bella ed armoniosa, e sia anche piu’ piacevole al tatto, per non parlare della sua reattivita’. Di averle piccole, quindi, non mi sono mai lamentata.

Anche se in tutte le tradizioni si attribuisce al seno femminile un potere quasi assoluto, non solo perche’ dispensatore di nutrimento, ma anche in quanto strumento di seduzione, non e’ la sua taglia ad essere determinante per cio’ che riguarda il saper trarre godimento dal sesso; quello che ci fa definire sensualmente calde oppure fredde. Pare ci siano infatti altri gli elementi, come i capezzoli e le areole, che fungono da indicatori dell’autentica passionalita’ di una donna. E’ da un libro che mi e’ stato consigliato recentemente, dove in un capitolo viene descritta un’azteca che dall’adolescenza passa alla maturita’, che riporto questa curiosa teoria:

“La sensualita’ di una donna e’ direttamente proporzionale al diametro e al colore scuro delle areole. Per quanto bello possa essere il suo viso, per quanto ben fatte le forme, e indipendentemente dalla sua disponibilita’ o dall’apparente freddezza. Questi aspetti possono essere ingannevoli, anche deliberatamente da parte della donna. Ma esiste quest’unico indizio certo della sensualita’ della sua indole e, allo sguardo esperto, non esiste arte della cosmesi che possa nasconderlo o contraffarlo. La donna che abbia una vasta e scura areola intorno ai capezzoli, ha invariabilmente il sangue ardente, anche se potrebbe desiderare che fosse altrimenti. La donna senza areole - con appena residui di capezzoli, come un uomo - e’ inevitabilmente fredda, anche se, in buona fede, puo’ ritenersi diversa, o anche se si comporta spudoratamente per sembrare sensuale”.

Che sia vero o non vero non e' facile da dire, e ciascun dara’ la propria risposta. Tuttavia i miei capezzoli sono grandi e le areole di un rosa molto intenso che contrasta anche troppo sulla mia pelle chiarissima. Pero’ non credo che Ashika si sia posta questa domanda quando, quella sera, sono rimasta a seno nudo di fronte a lei.

***

“E allora, vuoi toccarlo o no?”, le chiesi di nuovo. “Non sentirti imbarazzata; ti ho solo chiesto se vuoi toccarlo, non se sei lesbica!”. Poi le sorrisi, alzando le braccia e intrecciando le mani dietro la nuca. “Non ti mordero’… prometto. Beh, almeno non subito!”

Ero davvero molto eccitata, seppur la situazione per me non fosse nuova, e non era solo a causa del flamenco. Ashika non era certo la prima che mi portavo a letto, pero’ mi intrigava il fatto che ancora non fosse fuggita via, come avrebbe fatto una qualsiasi ragazza eterosessuale, magari turbata da quella mia improvvisa, anche se a quel punto scontata, dichiarazione di omosessualita’. Di solito chi non scappa entro i primi cinque minuti, e’ probabile che voglia dar sfogo alla sua curiosita’. Era accaduto anche a me, piu’ o meno lo stesso, molti anni prima. E poi sapevo di piacerle! Certe cose una donna le sente, indipendentemente che dall’altra parte ci sia un uomo o un’altra donna.

“Qui…”, le indicai prendendole la mano e attirandola a me con delicatezza. Pero’ non la posai direttamente sul seno, ma sotto, sulle costole. Tanto sapevo che non avrebbe resistito. E infatti, quasi subito, la sua mano, risalendo, si chiuse a coppa intorno al mio seno, avvolgendolo con cautela, come fosse stato un frutto maturo. Ne saggio’ la morbidezza e la pelle che al tatto - ne ero certa - dovette sembrarle liscissima. Da sempre tratto la mia pelle come un abito di seta preziosa, ed in fondo e’ cio’ che e’: il piu’ indossato ed apprezzato di tutto il mio guardaroba.

Normalmente, in certe situazioni, se si e’ lesbiche, ci si muove in modo istintivo, sapendo bene cosa e come fare. Invece Ashika si muoveva come una bambina curiosa che non aveva mai visto o toccato qualcosa. Mi fu chiaro subito come fosse del tutto inesperta nei rapporti omosessuali. Pero’, quando si rivolse al mio capezzolo, toccandolo e premendolo delicatamente, fu subito ricompensata dalla reazione che ebbe, che forse non si attendeva, almeno non cosi’ immediata: istantaneamente si inturgidi’, diventando duro ed eretto.

“L’altro inizia ad ingelosirsi…” le sussurrai. “Non puoi far le coccole solo a uno dei due”.

Cosi’ tese anche l’altra mano, iniziando a passare le dita su entrambe le tette, esplorandone le curve, prima timida, poi sempre piu’ audace, titillando i capezzoli intrigata dalla loro reattivita’.

“Molto bene”, sussurrai ancora, e gia’ sentivo il respiro che mi si faceva affannoso. “Ti andrebbe di usare la lingua adesso?”

Ashika accenno’ per un attimo a chinarsi su di me, come per baciarmi il seno, ma ad un tratto, si blocco’. “Io… io non so come…”

“Non preoccuparti”, la rassicurai. “Ti faccio vedere io come si fa”.

Con abilita’, e con la stessa precisione con cui avrei sbucciato una banana, le feci scivolare le spalline del vestito, e la spogliai fino alla vita. Sotto non portava niente; nessun reggiseno miracoloso come in un primo momento avevo immaginato. Solo i suoi seni: rotondi, pieni, dalla forma perfetta, e con il capezzolo un po’ all’insu’ come piace a me. Forse a causa dell’imbarazzo, forse per l’agitazione o per il freddo, ma piu’ probabilmente per l’eccitazione, aveva la pelle d’oca che le increspava persino le areole, non scure ed estese come le mie, ma neanche tanto piccole e chiare.

I capezzoli, pero’, li aveva grandi piu’ o meno come i miei, ed erano gia’ turgidi. Uno glielo presi in bocca, succhiandolo appena un po’. Sinceramente non so cosa abbia pensato o provato in quel momento. Probabilmente lo stesso che anche io avevo pensato, anni prima, quando mi ero trovata in quella identica situazione, con una donna che si impadroniva del mio corpo: “Santo cielo! Una donna che mi sta succhiando le tette!” Ma ancora ricordo la vampata di piacere che segui’ quel pensiero. Qualcosa che mi lascio’ senza respiro.

Usai la lingua per picchiettarle i capezzoli, prima uno, poi l’altro, seguitando ad accarezzarli e a pizzicarli appena con le dita. Dalla reazione di Ashika capii che non le dispiaceva. Anzi, inizio’ a gemere e si abbandono’, giu’, distesa sul letto. Ed anch’io, sentendo la sua eccitazione che montava, incominciai a sentire le farfalle nella pancia.

“Siamo troppo vestite”, le dissi. “Ed io mi sento piu’ a mio agio nuda. Inoltre rischiamo di macchiarci i vestiti. Non so come vada a te, la’ sotto, ma per quanto mi riguarda sono gia’ un lago”.

Cosi’ mi tolsi velocemente la gonna, restando di fronte a lei, indossando solo me stessa oltre agli orecchini e alle scarpe da flamenco. Notai che il suo sguardo cadde immediatamente sul mio monte di venere, completamente rasato, e mi accorsi che resto’ sorpresa. Lo fissava, incapace di staccarmi gli occhi di dosso.

“Che c’e’? Non ti piaccio?”

“No e’ che non pensavo, beh, insomma… a vederti cosi’… senza peli”.

“Tesoro, significa che non sai quanto sia piacevole farlo con il sesso completamente glabro? E’ tutto… come dire… piu’ sensibile. Dovresti provare anche tu qualche volta. E poi, non sempre mi depilo del tutto. A volte lascio il cespuglietto, a volte no. Mi piace cambiare, e stasera e’ meglio cosi’. Vorra’ dire che potrai vedere tutto, tutto, proprio tutto…” Poi, senza darle il tempo di assimilare il concetto, incalzai: “Pero’, anche tu devi levarti quel vestito, non credi?” E l’aiutai a sfilarsi l’abito dalla testa. Sotto, diversamente da me che per abitudine sotto la gonna non metto mai niente, Ashika indossava un tanga molto sexy.

“Ah… cattivella”, bisbigliai. “Sapevo che sotto quel visino da angioletto e quell’aria da brava ragazza, dimorava una tigre”. E senza indugio le infilai un dito sotto al tanga, iniziando ad abbassarlo.

E’ sempre quello il punto di non ritorno. Lo so bene. Se si arriva fino a quel punto, a farsi togliere l’ultimo indumento che si porta addosso, allora una cosa e’ certa: siamo pronte a ricevere piacere, e niente al mondo ci farebbe tornare indietro.

Le calai il tanga sulle cosce. Sentivo il suo odore che si mischiava al mio: eravamo entrambe eccitatissime. “Hai le mutandine bagnate”, le dissi compiaciuta. “E intuisco che il tuo gusto sara’ molto, molto, dolce”.

A quelle parole ebbe un fremito, e un piccolo fiotto le scivolo’ fra le cosce, come una goccia sul vetro quando si scioglie la condensa. Le insinuai una coscia tra le gambe, ma non era ancora il momento di farla godere. No. Volevo giocarci ancora un po’ prima di farla arrivare all’orgasmo. Tanto piu’ e’ lungo il tempo che ci si mette ad arrivare al culmine, tanto piu’ e’ intenso il godimento. Con gli uomini e’ difficile solo immaginare di poter giocare cosi’. Loro vengono quasi subito, tutti, almeno la prima volta, e forse, sentendosi in colpa o in difetto, desiderano e fanno di tutto perche’ anche tu venga presto. Mentre con una donna, invece… beh, e’ tutta un’altra cosa, ed io so bene come fare: faccio a lei esattamente cio’ che desidererei lei facesse a me. La faccio godere a lungo, lasciandola spasimare fino a che non mi prega di farle avere l’orgasmo. E poi, ancora, prolungo la sua sofferenza, fino a quando capisce che dopo aver fatto sesso con una donna che davvero ci sa fare, difficilmente provera’ le stesse sensazioni, intense, con un uomo.

(Continua...)

sabato 12 ottobre 2013

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Gli uomini-FaceBook: semplice guida per donne che intendono muoversi nell’intricato mondo dei social network

Imparare a conoscere l’uomo-FaceBook, ovvero l’immagine tipo dell’uomo che si puo’ incontrare in ogni social network, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti, le frasi dette e quelle non dette ma solo pensate, puo’ essere utile a capire subito con chi abbiamo a che fare e a non cadere in facili trappole. Dopo anni che questo mezzo di comunicazione (Internet) sta spopolando fra i giovani e i non piu’ giovani, si puo’ iniziare a redigere un rapporto dettagliato su cio’ che accade solitamente nei vari social network.

Ecco percio’ elencate, di seguito, una serie di personalita’ maschili che vi si possono incontrare, elaborate in base ad avventure (o disavventure, a seconda dei punti di vista) rigorosamente esaminate con la massima obiettivita’ dalla sottoscritta, in anni, anni e anni, di contatti, chat e cazzeggiamenti vari, con gli uomini piu’ diversi conosciuti in FaceBook e in molti altri luoghi virtuali: dai ventenni agli ultra sessantenni, che’ alla fine, poi, la differenza e’ davvero piccola.

1. Il logorroico depresso: e’ un uomo che, solitamente, non ha rapporti con le donne da tempo, ha un gran cuore sensibile e tanto, tanto, da dire, ma nessuno lo ascolta. Inganza le donzelle mandando loro dei messaggi chilometrici che ha memorizzato sul proprio computer e che, con insistenza, copia e incolla ed invia implacabilmente alle sue “vittime”. In questi messaggi si descrive come un uomo solo, depresso, sensibile, che ha avuto una storia deludente che gli ha fatto molto male. Descrive i suoi hobby che in genere sono uno solo: lo scrivere. Ha una gran voglia di comunicare con qualcuno perche’ nessuno lo caga. Nei suoi numerosi e lunghi approcci puo’ avere la fortuna di imbattersi in una donna affetta dalla “sindrome della crocerossina", cioe’ colei che vorrebbe fargli da assistente sociale perche’ sente che e’ lo scopo della sua vita. Personalmente evito di dar troppa corda ai gia’ depressi, i quali potrebbero trascinare anche me nel buco nero della loro infelicita’ (e non ci tengo proprio!).

2. Lo scorbutico: e’ una persona apparentemente normale che attacca bottone come tutti gli altri, ma che se non gli si risponde subito si offende e si incazza. In FaceBook, ormai, e’ usanza rispondere o meno a chi si fa avanti, e ovviamente se non si risponde e’ perche' non interessati al soggetto o perche’ si hanno altri 58 contatti in linea con i quali, in quel momento, si sta chattando contemporaneamente. Pero’ lo scorbutico si arrabbia e inizia a offendere e a dare della maleducata se solo si ritarda di 5 secondi; la soluzione ideale e’ quella di bloccarlo definitivamente, cosi’ non ci sfrittella piu’ le ovaie.

3. Lo scopatore: a prescindere dal fatto che tutti quelli che in FaceBook agganciano le donzelle lo fanno per trovare (o sperano di trovare) la strafiga con cui fare sesso, nessuno lo ammette (e anche se non e’ proprio strafiga, ma appena passabile, va bene lo stesso). Lo scopatore, invece, si’, ed e’ forse una delle figure piu’ sincere della popolazione di FaceBook: lui te lo dice e te lo fa capire. Se abiti nella sua citta’ continua il discorso con te, altrimenti non ti caga piu’. Oppure continua a cagarti dicendoti che vive con la morosa, che pero’ ama farsi delle amanti in giro, qua e la’, e che magari, se passi dalle sue parti, puoi fargli una telefonata, che’ se e’ libero un pomeriggio in un motel con te lo passerebbe anche. Ovviamente rispedendoti a casa prima di cena che’, oggi come oggi, con la crisi che c’e’, l’acqua e’ poca e la papera non galleggia.

4. L’occhialuto: e’ quello che se ti mostra una foto, e’ sicuramente una foto dove indossa degli scurissimi occhiali da sole che lo rendono piu’ figaccione che mai! Questi soggetti sono pericolosi se si decide di incontrarli: infatti, dietro a quegli occhialoni tenebrosi spesso si celano degli occhi strabici. Se poi ti mandano una foto tramite email, ti intasano il computer in quanto si tratta sempre di file di almeno 30 Mb di grandezza dove, appena si clicca per andare a vedere, la prima cosa che si nota sono i peli del lobo sinistro del loro orecchio; praticamente si vede solo quello perche’ la foto e’ gigantesca!

5. L’ermetico: e’ quello che se sei tu ad attaccare bottone, perche’ magari ti pare interessante, nel 95% dei casi lui si limita a rispondere alle domande senza rinvigorire la chiacchierata. Insomma, pare che venga colto alla sprovvista, ma piu’ che passa il tempo, piu’ ti accorgi che e’ totalmente privo di argomenti. Cosi’ cerchi di estrapolargli piu’ parole possibile con la stessa fatica con cui un dentista tenterebbe di rimuovere un dente del giudizio ad un vecchietto sdentato!

6. Il senzavolto: si tratta di un soggetto che esiste da sempre nel Web. Di solito non mostra mai niente di se’, e se gli si chiede mostrare una sua foto, dichiara di non averla perche’:
  • a) non ha lo scanner;
  • b) ha lo scanner, ma ce l’ha rotto;
  • c) non ne ha proprio mai avute, di foto;
  • d) non sa come fare ad allegare il file;
  • e) se ha foto, e riesce ad allegare il file, risultano tutte scure e piccole.
In sostanza, non solo e’ impossibile capire che faccia abbia, ma neanche si puo’ sapere se si tratta di uno studente grasso e brufoloso, oppure di un anziano pensionato rinsecchito. Tanto che e’ molto rischioso decidere di incontrarlo dal vivo. Diffidate.

7. Il moderno: e’ un personaggio che va sempre di moda, e non capita di incontrarlo solo in FaceBook, ma anche e soprattutto nei pub e nelle discoteche. E’ il classico bel figaccione intorta-ragazze; lui ci prova, lei se la tira (come da copione), se la tira, se la tira, finche’, una volta ubriacata, decide di dargliela. A questo punto il figaccione se ne va. La cosa piu’ importante per lui e’ infatti ottenere un “Si’”. Fare sesso, poi, non e' necessario, tanto e’ figo lo stesso.

8. L’sms dipendente: una volta scambiato il numero di cellulare, ci si puo’ imbattere nel maniaco dei messaggini; e’ quella persona che te ne manda almeno 55 al giorno. Messaggi del tipo: “Ti penso”, “stamattina mi son svegliato e ti ho immaginata qui con me ed e’ stato bellissimo (ed allora pensi: chissa’ che ha fatto?)”, “mi manchi”, “ti tromberei”, “vorrei accarezzarti”, e cosi’ via. Ma quando si prova a telefonare a lui, non risponde. Probabilmente perche’ in quel momento e' controllato da qualcuno che non deve sapere...
In ogni caso, questa tecnica di comunicazione e’ sufficiente per farlo stare bene. L’unico modo per liberarsene (se l’intenzione e’ questa) e’ di non rispondere piu’ agli sms. Dopo qualche mese, forse, smettera'.

9. Il normale: nel 99,9% dei casi le prime domande che un uomo-FaceBook fa ad una donna-FaceBook sono:
  • a) quanti anni hai? (cosi' capisco se sei papabile per farci una scopata);
  • b) sei fidanzata? (se non lo sei ho piu’ speranze);
  • c) vivi da sola? (cosi' posso venire a casa tua a far sesso);
  • d) vieni spesso qui? (cosi’ se mi piaci ci ritorno, altrimenti cambio zona). Questa e’ la domanda che fanno sempre anche nei pub e nelle discoteche, ma con le dovute variazioni molti l’adattano anche per FaceBook.
In base alle risposte della donna, l’uomo-FaceBook decide se continuare o meno l’intorto, e quasi sempre i discorsi, da quel momento in poi, diventano esplicitamente a carattere sessuale. Nella categoria dei normali, troppo normali e poco originali, per non dire assolutamente banali, ci sono anche quelli che nel profilo si presentano con frasi del tipo: “simpatico, carino, socievole, romantico, sensibile, ma chissa’ se trovero’ la donna della mia vita con la quale poter creare un bel rapporto di amicizia...” e l'immancabile aforisma copia-incollato dal Web per dimostrare una cultura raffinata. Praticamente tutti! Poi, solo poi, si viene a scoprire che fanno parte di quelli che cercano solo da trombare. In sostanza una variazione del tipo 3 sopra descritto, pero' ipocrita.


In questo grande teatro che e’ FaceBook, se lo si prende con la consapevolezza che non vi si trovera’ mai il principe azzurro (e nemmeno quello verde), cio’ che e’ davvero divertente e’ imbattersi nei soggetti piu’ bizzarri. Anche se, a lungo andare, una volta individuate le tipologie, alla fine ci si annoia a fare sempre i soliti discorsi del cazzo. Soprattutto se poi ciascuno continua a ripeterci la solita storia del "io sono diverso dagli altri!". La cosa importante per le donne che si avvicinano ai social network e’, tuttavia, quella di non auto-eccitarsi solo perche’ stimolate dalla curiosita’. C’e’ chi ci passa intere giornate (e anche notti), si eccita a farlo, si autoconvince di essere intrigata dalla persona conosciuta, a volte persino innamorata, e poi, quando la incontrano: delusione totale! E’ importante dunque essere pragmatiche e consapevoli del fatto che la curiosita’ e’ molto stimolante, ma poi… alla fine... chi se ne frega! Se ti piace stare in FaceBook fallo!

Ma per chi decide di incontrarsi, e qui mi rivolgo in modo specifico alle ragazze un po' ingenue, consiglio di farlo sempre in luoghi pubblici (tipo bar, pub, negozi, supermercati... caso mai, alle brutte, puo' uscirne la spesa aggratis!), di lasciare il numero di cellulare del tizio a qualche amica informandola del luogo e dell’ora in cui avverra’ l’incontro, di non salire mai in auto da sola con il neo-conosciuto, e tantomeno andare a casa sua. Non e’ detto che chi appare estremamente gentile, non sia un maniaco, un delinquente, un pervertito, uno squartatore, un rapinatore, un protettore, uno stalker o, peggio, un politico o uno che riscuote i crediti per Equitalia!

Ah, dimenticavo: ricordarsi sempre di portare in borsetta una scatola di preservativi, dato che molti uomini non amano usarli poiche’ convinti che e’ impossibile che qualche malattia contagi proprio loro che sono sanissimi! Da una mia statistica personale e’ risultato che nella fascia di eta’ tra i 20 e i 30 anni, gli uomini non vogliono usare il preservativo perche’ convinti di non essere mai contagiati o contagiosi di alcuna malattia; tra i 30 e i 40 usano il preservativo solo se richiesto dalla partner occasionale perche’, stranamente, si dimenticano (o fanno finta di dimenticarsi) di metterlo; tra i 40 e i 50 se lo mettono subito, anche prima di incontrare la donna; addirittura partono gia’ da casa col pisello inguainato! Tra i 50 e i 60 se lo mettono al momento dovuto, ma cio’ compromette (di molto) le loro prestazioni sessuali. Dopo i 60, datemi retta, lasciate perdere…


PS: il post e' la variazione, adattata all'oggi, di uno vecchio apparso in questo blog nel 2007, la cui autrice si faceva chiamare "Donna Ragno", e che si riferiva agli uomini incontrati nelle chat-line.
PPS: cercare di stravolgere il post, tramutandolo da femminile a maschile, puo' dar effetto a risultati ridicoli, in quanto uomini e donne non sono speculari, ma complementari. Pero', se qualcuno ci tiene a provare, di sicuro non posso impedirlo.

lunedì 7 ottobre 2013

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Flamenco - Seconda parte

Sfilai la chiave dalla serratura e richiusi la porta alle spalle. L’ambiente era caldo e profumato, leggermente in penombra, come lo avevo lasciato quando ero uscita. Non amo il disordine, e non amo chi vive nel disordine, e dato che e’ difficile che, quando mi metto in testa di finire la serata con qualcuno, torni a casa da sola, lascio sempre che l’atmosfera risulti accogliente e piacevole per chi mi accompagna. Uomini, anche piu’ di uno; donne anche piu’ di una; oppure entrambi. Indifferentemente. La mia tana ha ricevuto molte visite, ma mai piu’ di due persone alla volta, poiche’ e’ il tre il numero perfetto.

Quella sera con me c’era Ashika, una ragazza dal nome esotico e curioso, sol anche per il significato che portava in se'. Conosciuta casualmente in una discoteca, sola soletta come me e con la voglia di trascorrere una serata diversa dal solito. Tanto che, all’invito esplicito che le avevo fatto che non lasciava spazio ad alcun malinteso, non aveva esitato un attimo a seguirmi. Appena entrata, scivolai via veloce, accendendo un paio di interruttori, per dare vita alle luci. Accesi anche qualche candela profumata. Svelai cosi’ alla mia ospite il luogo dove vivevo.

Lo stile della dimora rivela molto di chi ci abita. Rivela i suoi gusti, il suo carattere, i suoi desideri, persino i suoi segreti, piu’ di quanto possono farlo le parole. L’appartamento dove vivo e’ la fotografia della mia anima; un miscuglio di esotico, di antico e di moderno. Ogni stanza ha le pareti in marmorino, ed ha un suo colore. Gia’ da questo e’ possibile intuire quanto io sia incostante, ma anche quanto abbia desiderio di non essere mai banale. La stanza blu e’ la mia biblioteca: sulle mensole, scavate in una parete, vetri di Murano troneggiano insieme a vasi periodo impero ed enormi conchiglie raccolte sulle spiagge e sui fondali di tutto il mondo. E poi libri, ovunque: sul grande tavolo e nelle librerie che ricoprono le altre pareti. La stanza gialla e’ invece il mio studio. E’ li’ che tengo ogni strumento tecnologico: computer, telefono, fax e tutto cio’ che serve alla “comunicazione” da e verso l’esterno. La stanza verde e’ un grande soggiorno-pranzo dal quale si accede alla cucina, che e’ poi un angolo cottura appendice dello stesso ambiente. Quindi il bagno, interamente bianco. Ma e' la camera da letto dove solitamente faccio accomodare i miei ospiti. La chiamo la stanza rossa, ma le sue pareti sono in realta' di un rosa antico, molto intenso. Dall’altra parte del grande letto, in un angolo, ho accatastato una montagna di cuscini tutti diversi e colorati, e poi c’e’ un tavolo su cui sono appoggiate pile di libri, vari compact disc musicali ed uno stereo player col quale ascoltarli; oltre agli armadi, le sedie, i comodini e tutto cio’ che e’ necessario in una camera da letto.

Le suppellettili, provenienti da ogni parte del mondo, dislocate un po’ ovunque per tutta la casa, sono la’ a dimostrazione del mio amore per i viaggi, ma senza che in realta’ abbia mai cercato di raggiungere una meta precisa. Lo stile etnico degli oggetti e’ perche’ credo fermamente che dentro ognuno di essi viva ancora l’anima dei popoli che li hanno fabbricati. E poi, fotografie, icone, quadri, stampe, specchi, tappeti, alcuni soffici e dai colori sbiaditi, altri dai colori accesi e preziosi, lampade, Fortuny, Galle’, Tiffany, mobili antichi e moderni, mischiati e adattati secondo il mio gusto e le mie esigenze.

Con i tacchi schioccavo sulle assi di legno del parquet, fra un tappeto e l’altro. Ashika disse che mentre camminavo le mie scarpe facevano uno strano rumore. Fu allora che le feci notare che erano scarpe particolari, da flamenco. Mi guardo’ con sorpresa, come se le avessi rivelato chissa’ quale mistero. In quel momento, probabilmente avra' pensato di essere come Alice nella tana del Bianconiglio.

“Ti avevo promesso del vino…” e volteggiai verso il frigo a prendere una bottiglia di bianco leggermente frizzante che subito stappai, con un rumore lieve e delicato. Il liquido paglierino schiumo’ nei bicchieri. “Alla tua! E anche alla mia!” dissi guardandola maliziosa mentre brindavamo.

C’e’ chi afferma che tutto cio’ che faccio o dico, sembri avere sempre un doppio senso: erotico. Lo so che e’ vero. Ormai me lo hanno detto talmente tante volte che per forza deve essere cosi', ma non lo faccio apposta. E’ che mi viene spontaneo. Non so da cosa dipenda. Ho ipotizzato che forse e’ perche’ non ho mai abbandonato le vecchie abitudini, quando il doppio senso, l’erotismo e l’atteggiarsi a gran porca, erano per me strumenti di lavoro, e volevano dire un bel po’ di quattrini. Ma forse non e’ cosi'. Probabilmente e’ una specie di “dote naturale”, come quella di chi riesce a far ridere raccontando storielle, anche se le storielle non sono divertenti. Ecco, si’: credo che sia qualcosa del genere. In ogni caso, quella sera il vino era piu’ fresco ed inebriante del solito; ne bevvi piu’ di un bicchiere e quella mia dannata “dote” prese il sopravvento. Mi venne una strana voglia; infilai un cd nello stereo e un attimo dopo il suono di una chitarra si diffuse nella stanza, rilassante, finche’ non parti’ il canto rauco di una voce maschile, ritmata da un invisibile battere di mani.

“E’ Desesperada, una versione molto particolare di Flamenco… non sono una truccatrice come avevi pensato o come io, per un attimo, ti ho fatto credere. Sono semplicemente un’insegnante. Insegno danza, e in particolare il Flamenco. Ecco quello che faccio nella vita, e se non conosci il Flamenco non puoi capire il significato che abbia per una gitana questo ballo. In versione classica, moderna o techno, il tema e’ sempre lo stesso: la passione. Se ti metti comoda ti faccio vedere.”

“Che fai? Ti metti a ballare adesso?” chiese Ashika con gli occhi sgranati.

“Perche’ no? E’ una bella serata per ballare, questa. Non sei curiosa? Siediti comoda sul bordo del letto e guarda”.

Mi spostai al centro della stanza, e spinsi via il tappeto con la punta della scarpa, poi mi liberai delle collane e dei bracciali che indossavo, tenendo solo gli orecchini. Iniziai irrigidendo il corpo e, lentamente, sollevai le braccia, curvandole sinuose sopra la testa, mentre con i polsi e le dita disegnavo piccoli cerchi ed arabeschi, e quando la musica entro’ nel vivo, esplosi. Con i tacchi cominciai a martellare il pavimento al ritmo delle chitarre e del battimani, muovendo i piedi cosi’ veloci che per chiunque mi avesse osservata non ci sarebbe stato modo di distinguere un passo dall’altro. Continuai a ballare, e a girare su me stessa, le braccia tese e i piedi che battevano il ritmo. Sapevo che il mio fondoschiena, arcuato e disegnato apposta per quella danza, vibrava ad ogni colpo. Afferrai il lembo della gonna, facendola roteare a destra e sinistra, scoprendo le gambe fino alle cosce. Il sudore mi imperlava le clavicole e lo sentivo colare giu’, tra i seni; anche loro danzavano con me, compressi in un aderente top di pizzo traforato che mi arrivava appena all’ombelico. Quando la musica infine rallento’, anche i miei piedi lo fecero, e per concludere in bellezza, mi esibii in un profondo inchino rivolto alla mia ospite che era rimasta ad osservarmi, estasiata ed immobile, come una statua di sale. L’incantesimo si spezzo’ solo quando andai in cucina a prendere un po’ d’acqua; fu solo allora che Ashika si mise ad applaudire, lentamente.

“E’… e’ stato strabiliante! Mi hai lasciata letteralmente senza fiato”, disse incapace di riprendersi, abbandonando persino il suo linguaggio particolare che univa l’aggettivo al suo superlativo. Presi la bottiglia del vino e ancora ansimante, mi lasciai cadere sul letto, accanto a lei.

“Il Flamenco non e’ soltanto una danza o un’antica forma d’arte; e’ anche un esercizio fisico incredibile che vale piu’ di mille tapis roulant. Dopo un ballo cosi’ puoi farti fuori tranquillamente un barattolo di Nutella senza sentirti in colpa”, e scoppiai a ridere. “Solo che poi mi ritrovo con il sangue che bolle!”. Ma prima che Ashika si rendesse conto che cosa intendessi di preciso, afferrai l’orlo del top e lo sfilai dalla testa, restando a seno nudo.

L’avevo letteralmente disorientata: il vino, la musica, la danza, frenetica, il soffuso aroma di candele profumate, e adesso i miei seni, nudi, che orgogliosamente le mostravo, alti e ancora sodi nonostante l’eta’. Pensai per un attimo che forse per lei era troppo. Forse mi ero spinta oltre il confine della spudoratezza e di quanto lei potesse sopportare. Non sapevo neppure se Ashika fosse lesbica, o semplicemente una ragazza etero che si era fatta condurre in quella camera solo perche’ coinvolta dalla mia personalita’ esuberante. Anzi, dentro di me avevo la certezza che non lo avesse mai fatto con una donna. Ma questo, invece di demotivarmi, mi intrigava e mi eccitava ancora di piu’. Sentivo pero’ che una parte di lei era imbarazzata, che avrebbe voluto svignarsela da quella situazione e da una pazza scatenata conosciuta per caso in un bagno per signore di una discoteca. Ma sentivo che c’era anche un’altra parte che voleva restare, curiosa di vedere come sarebbe andata a finire. Solo se la curiosita’ avesse prevalso sull’imbarazzo, avrei avuto il privilegio di iniziarla ai piaceri di Saffo, rendendo cosi’ onore alla tradizione e alla maestra che, molti anni prima, quando ancora ero convinta che a piacermi fossero solo gli uomini, aveva iniziato me.

(Continua…)


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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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