sabato 24 novembre 2012

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Le mie scuse

A chi legge questo blog, a chi ogni giorno ci capita per abitudine o per caso, a chi ci arriva nella speranza di trovarvi un angolo per riflettere, per discutere, a chi lo frequenta per noia o perche’ non ha nient’altro da fare, a chi lo giudica intelligente o a chi lo considera il prodotto di una mente disturbata, a chi ha imparato nel tempo a stimarmi, e anche a volermi un po’ di bene, o a chi invece non vede l’ora che io scompaia definitivamente, per il fastidio che gli provoca la mia sola presenza…

A tutte queste persone e anche a quelle che non ho citato perche’ non mi sono venute in mente, ma che comunque ci sono e mi stanno leggendo, porgo le mie scuse. Mi scuso perche' per un po' di tempo avro' bisogno di dedicarmi ad altro. Un'assenza che potrebbe protrarsi anche a lungo e che mi privera’ del piacere che fino ad oggi ho avuto nell’esprimere pensieri ed emozioni in liberta’, in questa forma meravigliosa che e’ il blog.

Non dico che sara’ qualcosa di definitivo, non lo prevedo affatto, ma forse non sara’ neppure un tempo molto breve. Prometto pero’ di tornare il prima possibile e magari, chissa’, una volta risolti certi problemi, come spero possa accadere, tutto tornera' come prima e sara’ come se questo post non sia mai stato scritto. Tuttavia, in questo momento, nell’istante preciso in cui sto digitando queste parole, non ho un'autentica certezza di quando potro’ tornare a farmi viva in modo regolare com’e’ stato fino a qualche giorno fa.

Il motivo? Beh, dato che sono questioni piuttosto personali quello permettetemi di non dirlo se non alle persone con le quali ho una maggiore intimita’ che, comunque, cerchero’ di contattare tramite altre vie. Vorrei pero’ rassicurare che non si tratta di niente di terribile o definitivo. Niente di mortale o tragico. Solo problemi che riguardano la quotidianita' della vita con cui tutti, prima o poi, ci dobbiamo confrontare, e che ben presto – ne sono certissima - si risolveranno nel migliore dei modi. Ciononostante, in questo momento, non mi lasciano la calma necessaria per continuare a dedicarmi a cose che, in confronto, considero futili rispetto ad altre piu’ serie e importanti.

Chi e’ piu’ sensibile e intuitivo avra’ compreso che la mia mente e’ ora occupata da tutt’altri pensieri e non puo' esserci spazio per le distrazioni ed il blog, che e’ adesso il minore dei problemi. In ogni caso, lascero’ aperta una via di comunicazione attraverso la possibilita’ di commentare a questo e a tutti gli altri post che ho scritto in passato, e saro’ molto felice di farmi viva con le mie risposte, se e quando il tempo me lo concedera’. L’unica cosa che chiedo e’ che non mi vengano poste domande inerenti ai motivi che mi hanno portata a scrivere cio’ che sto scrivendo, perche' non diro' niente a proposito dei miei attuali problemi e a questo periodo in cui saro' latitante ma che – spero - sara’ soltanto di breve durata.

venerdì 16 novembre 2012

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Sentirsi troia

Il fatto e’ che sono single; non ho un marito e neppure un compagno. Questo non perche’ non potrei averlo; un sacco di uomini, fra l’altro anche molto piu’ giovani di me, mi corteggiano e in passato, di compagni, ne ho avuti piu’ di uno. Non moltissimi, pero’, perche’ ho sempre tenuto piu’ alla mia liberta’ che a tutto il resto. Eppure, anche se qualcuno era riuscito ad ingabbiarmi, se cosi’ si puo’ dire, e' da un bel po’ che ne faccio a meno.

Non e’ ne’ un obbligo ne’ una necessita’. E’ una scelta. Non dico che sia la scelta giusta e neanche che si debba fare come me. Probabilmente e’ la scelta piu’ sbagliata che ci sia, ma e’ quella che piu’ mi si addice; per come credo di essere, per com’e’ il mio carattere, per le circostanze della vita che mi hanno portata a pensarla in un certo modo piuttosto che in un altro, per quella che e’ stata la mia evoluzione dal punto di vista intellettuale, e per le esperienze che ho vissuto.

Dopo aver fatto per tanti anni la puttana, e dopo essere entrata in contatto in modo intimo con quel mondo maschile, perlopiu’ composto da uomini alla perenne ricerca di corpi femminili perche’ insoddisfatti delle loro compagne, avere qualche dubbio sulla reale validita’ di una relazione esclusiva che duri nel tempo, nella quale mettere in gioco tutta quanta me stessa, fidandomi ciecamente di chi, probabilmente, una volta finita la cosiddetta “luna di miele”, ricomincera’ guardarsi in giro alla ricerca di nuovi culi e tette da toccare, mi sembra del tutto naturale.

Mi si perdoni dunque se a volte mi mostro cinica e disillusa, e se sembro andare controcorrente rispetto a quello che e’ lo stereotipo femminile a cui molti uomini sono stati abituati, ma per il condizionamento culturale e sociale a cui sono stata sottoposta, non e’ semplice calarmi nella parte della brava donnina di casa, cresciuta fin da bambina giocando con le bambole, con i vestitini, i pentolini e le casette da arredare. A chi ha vissuto troppo a lungo nella giungla e sa quanto sono pericolosi i coccodrilli e i piranha, non si puo’ chiedere di farsi tranquillamente un bagno in un laghetto, anche se le si assicura che e’ del tutto sicuro, credendo che arrivi a tuffarsi dentro senza avere neppure il minimo dubbio. E non invidio affatto le donne impegnate, perche’ se non sento il bisogno di un legame “coniugale” e’ perche’ e’ l’idea stessa di “legame” che mi disturba, perche’ non mi attira la prospettiva di svegliarmi ogni mattina accanto allo stesso uomo, e perche’ non voglio avere il pensiero che lui, un giorno, possa fare come quelle centinaia di uomini che ho incontrato.

Preferisco dormire da sola, anche se, di tanto in tanto, mi concedo il lusso di qualche avventuretta, tanto per mettere tranquilli i miei ormoni. Non troppo spesso, pero’; un paio di volte al mese. Tuttavia, nonostante sia considerata da tutti uno spirito libero e che io stessa mi consideri una che non si fa problemi quando ho voglia di scopare, non ho mai cercato di rubare un uomo ad un’altra donna. O almeno, quando mi capita di andare con qualcuno - ovviamente per puro piacere dato che col mestiere ho smesso da molto tempo -, non sento mai l'impulso maligno di portarlo via dalla sua situazione affettiva ufficiale e consolidata, qualora ne abbia una. Anzi, se mi accorgo che la mia storia con lui puo’ avere delle ripercussioni negative nel suo rapporto coniugale, mi nego, mi allontano all’istante e sparisco per sempre. Anche se talvolta, con qualcuno, non e’ tanto facile farlo in modo indolore, e devo fargli capire, spesso essendo molto dura, che non e’ piu’ il caso che ci si incontri ancora.

Non mi perdonerei mai, infatti, se per causa mia una moglie o dei figli ne avessero a soffrire. Purtroppo, pero’, per come sono fatti gli uomini, quasi mai all’inizio mi rivelano che hanno una relazione. Molti fingono di essere liberi e anche se un certo fiuto mi dovrebbe avvertire quando mentono, spesso i sensi prendono il sopravvento e offuscano la ragione. Anche la mia. Pero’, dentro di me, dico: “E chi se ne frega? Tanto domani sara’ tutto finito!”. E poi, a pensarci bene, detto fra noi, gli sposati sono anche piu’ facili da scaricare. I single invece, e’ piu’ difficile farli desistere.

E’ per questo che la mia tattica e’ da tempo quella della situazione unica, definitiva, irripetibile. Einmal ist Keinmal. Una sola volta e' nessuna volta, o magari - trasgredendo ai miei principi - anche due volte se proprio la prima mi e’ piaciuta particolarmente. In fondo, che colpa ne ho se ci sono uomini che, pur avendo una moglie e dei figli, vanno in giro a cercare altre donne? Che colpa ne ho se le loro compagne non sono capaci di dar loro quello che desiderano? Non e’ colpa mia se questi uomini sono insoddisfatti, e se scopro solo dopo che la loro situazione non e’ esattamente come me l’hanno descritta al primo incontro, qual’e’ la mia colpa? E poi, come ho detto, che mi frega? Quando capisco di essere entrata in un meandro del genere, quando il clima non e’ piu’ solo di spensieratezza, sesso e divertimento, quando inizio a pensare che potrebbe esserci qualcuno che soffre per causa mia, non mi metto neppure a discutere: chiudo e rompo tutto. Stop, kaputt, szünet, finito!

Ormai credo di essere arrivata a un’eta’ tale da sapere esattamente cosa voglio e cosa non voglio. Percio’, negli ultimi anni, ho scelto di fare le mie cosine lontana da casa e dal mio piccolo paese pieno di pettegoli e pettegole, oltre ovviamente a prendere tutte le precauzioni del caso, come non rivelare il mio vero nome o non fornire indirizzi o numeri di telefono con i quali mi possano rintracciare. Cosi’, le rare storie di sesso che ho, le blocco subito al livello di semplici avventure di una notte, e questo evita che si creino, prima o poi, quei problemi che ben sappiamo, sia a me che al “poveretto” che ha avuto la sventura d’incontrarmi.

Diverso e’ invece il caso di quando scelgo una donna, ma questo, anche se in un paio di occasioni mi e’ capitato di finire a letto con donne sposate e con figli, e’ un altro discorso che magari riprendero’ in altra occasione. Posso dire comunque che le donne coniugate affrontano questo genere di avventure in modo del tutto dissimile dagli uomini sposati. Sia dal punto di vista emotivo-sentimentale che dal punto di vista esclusivamente sessuale.

In qualunque modo, tornando al discorso di prima, ho sempre cercato di creare delle barriere fra la mia vita sociale, i miei sentimenti e la mia sessualita’, preferendo una netta separazione ad un miscuglio molto spesso confuso, pieno di contraddizioni e insoddisfazioni. Credo che cio’ sia dovuto alla mia mente, che e’ di tipo schematico-razionale: ogni cosa deve essere al suo posto per funzionare bene.

Sono certa che molti non approveranno cio’ che sto dicendo e mi criticheranno per questo, ma e’ molto importante, dal mio punto di vista, che esista una linea di confine fra cio’ che vivo nella mia dimensione quotidiana e cio’ che invece vivo nella mia dimensione che definisco onirica, legata alla sessualita’ e al desiderio. E’ dunque indispensabile che la realta’ sia separata dal sogno, anche se alla fine certi sogni li materializzo in modo molto concreto.

Oltre a questo, c’e’ tutta la questione associata alle mie fantasie che riguardano “gli estremi” di cui in altre occasioni ho parlato: le sensazioni opposte e contrarie, tutto cio’ che e’ contrastante, quel voler rendere simultaneamente tutto freddo e caldo, dolce e amaro, sacro e profano. Infatti, se non fossi quasi una “suora” nella dimensione sociale reale, non potrei godere pienamente del mio essere “porca” nella dimensione sessuale ed onirica.

Sono dissociata? Sono borderline? Sono matta? Qualcuno pensa di si’, e forse lo sono davvero, ma non m’importa. So solo che se non fossi cosi’, non sarei io; sarei un’altra donna. Forse sarei migliore, e forse quella donna e’ quella che probabilmente avrei anche potuto essere, se le strade della vita non mi avessero condotta dove adesso sono arrivata, ma certamente non sarei io.

Perche’ dunque dovrei rinnegare cio’ che sono? Che cosa otterrei in piu’? Chi mi garantisce che trasformarmi in quella donna che, per le varie vicissitudini e per le esperienze accumulate, ormai non fa piu’ parte di me, mi darebbe una vita migliore? Da tempo ho superato il punto di non ritorno. Le Colonne d’Ercole le ho lasciate ormai alle spalle, e non ho alcuna voglia, al momento, di approdare ad un porto sicuro. Nella mia dimensione onirica non c’e’ posto per Itaca, e sentirmi sballottare di qua e di la’ dai flutti, senza avere certezze e senza darne, e’ cio’ che mi occorre per sentirmi davvero appagata. Perche’ nella mia dimensione sociale, di certezze ne ho anche troppe.

Alla luce di tutto quello che ho appena detto, ci sara’ chi pensera’ cio’ che chiunque penserebbe; che sono una troia. Tuttavia non credo che essere troie sia per tutte la stessa cosa, anche se, in effetti, e’ inutile negarlo, un po’ troia mi sento. Perche’ come ho cercato piu’ volte di spiegare: “troie” si e’; non e’ come per “puttane” che, invece, e’ qualcosa che afferisce a cio’ che si fa. Pero’, anche se sono troia, come e’ ormai inequivocabile che sia, credo esista una differenza fra quelle come me e alcune mie conoscenti, considerate peraltro, delle donne irreprensibili.

Credo infatti che esista un’invisibile ma marcata separazione fra quelle come me e quelle che non fanno alcun caso allo stato civile di un uomo, ma che, anzi, si divertono ad andare a stuzzicare proprio quelli sposati per “conquistarseli”, per portarli via ad un’altra, quasi facendo una gara di supremazia femminile, per poi scartarli uno dopo l’altro, tra una scrollata di spalle, una risata ed una bevuta con le amiche fino a tarda notte, sparlando delle poverette alle quali hanno sedotto i mariti.

Forse e’ nell’animo di queste persone, e’ nella loro natura, e’ nelle loro aspirazioni - legittime o no, non sta a me giudicare -, sentire questa necessita’, questa esigenza di provare il gusto della vittoria mediante la “rivincita”.

C’e’ quindi questa notevole differenza fra quelle come me, che lo fanno per gioco, un giro in giostra, senza altre finalita’ che non siano l’esclusivo godere dei sensi, e tornano il mattino dopo alla loro realta’ che esclude qualsiasi “sotterfugio”, e quelle che, invece, sentono il bisogno (prima o poi) di rivalersi su qualcuno solo perche’ sentono di essere in credito per qualche torto che, forse, anche loro hanno subito, individuando nelle situazioni piu’ strane, o impensate, le possibili vendette che devono, necessariamente, essere vissute per recuperare la propria autostima.

E’ anche vero che - non lo nego - molti anni fa, quando ancora facevo la escort, non era difficile che accettassi le proposte di uomini che avevano gia’ una compagna o una moglie, per far loro da amante, fissa o saltuaria, ma lo consideravo un qualcosa di collegato al mio mestiere, e non un’azione maligna nei confronti delle loro mogli alle quali, al limite, portavo via solo un po’ di denaro dal menage familiare, non certo l’affetto del loro coniuge.

Per questo non mi sono mai sentita in colpa; dormivo tranquilla tutte le notti, non mi guardavo in giro preoccupata mentre camminavo per strada, e non avevo alcun bisogno di andare da un analista o da un confessore per mettere in pace la coscienza. Pensavo invece a com’era divertente trovarsi dalla parte opposta della barricata; non ero io quella che condivideva il letto di quegli uomini, ma ero quella che, dopo aver scopato, li poteva rispedire a casa senza tanti preamboli. Ero cioe’ quella che, quando voleva e come voleva, si poteva alzare, rivestire e girare i tacchi, senza alcuna giustificazione.

Se devo essere sincera, ancor oggi provo la stessa sensazione, ed e’ cio’ che, oltre al sesso, piu’ mi piace di questi incontri: sapere di essere io quella che gestisce la situazione, sapere di essere io quella che loro piu’ desiderano, sapere di essere io quella con la quale fanno di tutto, anche cio’ che non farebbero mai con le loro donne, per apparire affascinanti, desiderabili e “maschi”. Per quanto ci sia un’altra a condividere - o forse dovrei dire solamente a dividere - il loro letto, sono io quella a cui riservano il maggior divertimento e quei giochi che con le compagne non hanno il coraggio di fare. Sono io, quella a cui scrivono poesie, a cui mandano fiori, a cui dedicano parole d’amore. Sono io la donna che rappresenta la passione e il proibito. Sono io il loro primo e ultimo pensiero. L’irraggiungibile che e’ anche a portata di mano. Con me hanno l’erezione immediata, l’orgasmo pieno, caldo, impetuoso, ogni volta nuovo e ogni volta diverso. E, infine, sono io quella da cui non possono pretendere nulla, perche’ a me, loro, nulla possono dare.

Con me, niente discussioni. Niente problemi, Niente litigi. Solo divertimento, senza troppe pippe mentali. E io posso accettare, rifiutare, rimandare, decidere, non decidere, quando voglio e quando mi va. Con me, alla fine, e’ solo sesso; erotismo spinto fino alle soglie della perversione. Sia che si tratti di un incontro di corpi, sia che si tratti di giochi di mani a distanza. Sesso condiviso, ostentato, esaltato. Scopate a volte lunghe, fatte nel rilassamento di una stanza d’hotel, oppure in fretta, in piedi, fatte di esplosioni e di tempi rapidissimi.

Non mi sono mai posta la domanda se tutto cio’, per questi uomini, rappresenti talvolta una tortura. Se il loro avermi, ma senza possedermi completamente, significhi soffrire. Se il non potermi raggiungere quando vogliono, neppure telefonicamente, lasciando a me ogni iniziativa, restando in attesa dei miei tempi, provochi in loro angoscia, gelosia, frustrazione. Non mi e’ mai interessato saperlo e neppure oggi mi interessa. Ciononostante, in tutta questa mia cinica depravazione, in questo menefreghismo quasi assoluto, in questa oggettivazione che faccio dei miei compagni di gioco, non ho mai promesso a nessuno cio’ che non avrei potuto mantenere. Troia si’, ma onesta.

martedì 13 novembre 2012

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Il momento della verita’

Ho ancora impronte di mani sul mio seno, e c'e’ ancora il calore di una bocca sul mio ventre, e sento ancora nelle narici l’odore di una notte animale, mentre nelle mie orecchie risuona ancora il rumore di una porta che si chiude…

***

La porta sbatte alle nostre spalle, sotto il peso dei nostri corpi che le mani percorrono, vogliose e frenetiche, impigliandosi in bottoni e cerniere, alla ricerca del calore della pelle sotto le pieghe dei vestiti stropicciati. Mi sciolgo dall'abbraccio; le mie labbra sono gonfie e lucide della saliva dei baci, e negli occhi mi si legge tutta la voglia che ho.

Armeggio con la cintura; le dita trepidano per la fretta. Abbasso la cerniera e i pantaloni gli cadono giu’, intorno alle caviglie. Ha gli slip in tensione. E' gia’ pronto; basta solo che ci sia chi lo liberi dalla sua prigione di stoffa. Scivolo in ginocchio, abbasso l’elastico e lo tiro fuori. Lo accarezzo piano e con le dita ne saggio la consistenza. Poi, con le labbra, valuto la levigatezza della pelle del prepuzio, gia’ umido e vischioso d’eccitazione. Con la punta della lingua assaggio il suo sapore, poi immergo le narici nei riccioli scuri che gli ricoprono il pube e inspiro profondamente, a volerne respirare l’odore.

Sento che si costringe a restare immobile. L’unica cosa che fa e’ accarezzarmi i capelli; forse ha timore di rovinare tutto con un gesto sgradito o affrettato. Io invece continuo a esplorarlo, con la bocca semiaperta, per far la conoscenza dello strumento che mi fara’ godere. So esattamente quello che voglio. Inizio cosi’ a leccargli il glande.

Dapprima lo faccio timida, quasi rispettosa, poi sempre piu’ sicura e decisa, e quando intuisco che il velluto della mia lingua non gli basta piu’, con un solo movimento me lo infilo tutto in bocca, finche’ non lo sento sbattere in gola. Ha un sussulto. Stringendo tra le dita la folta capigliatura, accompagna la mia testa, ma resiste all'impulso di obbligarmi a un ritmo diverso. Ha capito che sono abile con la bocca; deve solo lasciarmi fare e lo mandero’ in estasi.

Lo succhio con delicatezza, irrorandolo di saliva per farlo scivolare bene fra le labbra, e mentre con una mano gli massaggio i testicoli, con l’altra vado a stuzzicargli il pertugio dell’ano. Lui allarga istintivamente le gambe, per agevolarmi. Accetterebbe qualsiasi cosa da me. Osserva le mie labbra, calde, mentre gli avviluppano il sesso che e’ ormai dritto e duro come il legno. Lo faccio sparire tutto in bocca, fino in fondo, poi, lentamente, risalgo per ricominciare ad affondare di nuovo dalla punta.

Quando sente di non riuscire a resistere oltre, mi solleva afferrandomi per le braccia e io, staccandomi malvolentieri dal suo frutto saporoso, lo guardo con occhi lustri d’eccitazione. Non c'e’ bisogno di dire nulla, tutto e’ gia’ stabilito. I calzoni sono un po' d'intralcio, ma lui sa cosa fare e io lo assecondo nei movimenti. Poi gli volto le spalle per farmi abbracciare da dietro, e mi lascio sbottonare la giacca del tailleur che si apre completamente. Sotto indosso soltanto un reggiseno di pizzo nero che a malapena riesce a nascondermi i capezzoli, gonfi e duri come nocciole, che svettano in mezzo ai fiori delle areole scure e increspate.

Mi solleva la gonna per ammirarmi le gambe. Se c’e’ una cosa che so e’ di averle ben fatte, e mi fa godere il pensiero di un uomo che si eccita a guardarmele; velate da autoreggenti nere, fanno risaltare ancor piu’ la pelle bianca dei miei glutei, sodi, separati solo dalla sottile striscia di stoffa del perizoma, anch’esso nero.

Ma per lui, i miei non sono glutei. Quello che vede e’ un culo; solo un culo. Vi appoggia entrambe le mani, come per marcare il territorio e lo stringe, forte, mentre il suo membro, stimolato dalla visione, punta deciso verso il bersaglio da colpire. Ma prima giocherella un po' con le mutandine; le allunga per farle entrare meglio nel solco e le sfrega sui due buchetti che occhieggiano, disponibili e invitanti.

Passa il dorso di un dito all'interno della fessura piu’ morbida, gia’ umida di piacere, bagnandolo di umori che strofina tutto intorno. E’ un gioco crudele, cadenzato da mugolii e fremiti che non riesco a trattenere, all’inizio incerti, poi sempre piu’ espliciti, fin quando coi fianchi inizio a muovermi per inseguire quel dito, ovunque lo appoggi, ovunque lo spinga.

Ma ormai neanche lui ha piu’ tanta voglia di giocare. Accosta il sesso alla mia apertura madida e appena dischiusa, spostando la stoffa giusto quanto basta per permettergli di entrare, e spinge. Lo fa piano, senza fretta, scivolando dentro poco per volta, artigliandomi i fianchi per il timore forse di vedermi sfuggire, respirando a scatti a ogni centimetro guadagnato, finche’ e’ conficcato tutto dentro di me.

Resta’ cosi’, quasi immobile; solo un impercettibile dondolio per assecondarmi nei movimenti del bacino, mentre con le dita mi accarezzo la clitoride per esaltare il godimento. Ma e' quando allungo la mano per accarezzargli lo scroto che la fitta di piacere che gli provoco e’ come un segnale: con la forza mi prende i polsi e me li incrocia, stretti, dietro la schiena.

Ho il viso premuto contro il lenzuolo. Coperto com'e’ dai capelli non puo’ vederlo e non sa quale sia la mia espressione, pero’ capisce che cio’ che sta pensando e’ esattamente quello che anch’io desidero. Sfila la sottile cintura dalla mia giacca e con quella mi lega le mani.

E’ solo dopo che mi ha immobilizzata che inizia a muoversi, entrando e uscendo dalla mia fessura irrorata del liquido scivoloso e odoroso che mi contraddistingue. Il piacere diventa cosi’ come un alone che offusca tutto e attutisce ogni suono, e ben presto il solo il rumore che si sente e’ quello dei nostri corpi che, per l'impellenza che ci impone la voglia fuori controllo che sentiamo dentro, sbattono sempre piu’ veloci l'uno contro l'altro.

Mi allarga le natiche con le mani, lasciando cadere un po' di saliva nel mezzo, proprio li', e vi introduce un dito. E’ cosi’ che mi sfugge un gemito piu’ forte degli altri. E’ dolore e piacere allo stesso tempo; una sensazione sublime. Con la schiena inarcata sotto le sue spinte, vorrei che lo facesse, che mi prendesse anche in quel modo, che mi spaccasse in due come una mela, e il solo immaginarlo mi manda in visibilio.

Vorrei dirgli di farlo, ma non riesco perche’ ormai non posso piu’ trattenere l’orgasmo. Lui comprende che sto per godere e aumenta il ritmo, mentre il piacere cresce fino a raggiungere il punto di non ritorno, e quando non e’ piu’ in grado di fermarsi, si riversa in me in fiotti fluidi e cremosi, mentre anch’io, percorsa da caldi fremiti, vengo.

“Puoi slegarmi, per cortesia? Devo togliermi i capelli dal volto che’ mi danno fastidio..."

Le mie parole, le prime che risuonano nella stanza, spezzano lo strano incantesimo e ci riportano alla realta’. Mi slega le mani e per un po’, senza dire niente, restiamo distesi su quel letto estraneo, fianco a fianco, con i corpi che si sfiorano appena. Poi mi dice il suo nome. Un istante d’esitazione. Spero che comprenda che per me e’ piu’ forte l’imbarazzo di dirgli il mio nome che la nudita' e tutto il resto.

E’ questo il momento della verita’. Quello in cui, al di la' di come sia stato piacevole il sesso, capisco se ho scelto bene oppure no. Guardo negli occhi l'uomo con cui ho realizzato la mia fantasia. So che come gli altri sta per dire qualcosa. E’ ormai ora, fanno tutti cosi’. Compromettera’ ogni cosa con una frase volgare, una richiesta assurda, spiegando cio' che e' implicito e che entrambi gia’ sappiamo, oppure mi sorprendera?

Resto sempre in apprensione quando non sono piu’ i corpi a dialogare, quando il vuoto che si crea intorno ha bisogno d'essere riempito da qualcosa che non sia piu’ solo sesso, desiderio e istinto, ed e' questo il momento che temo di piu', perche' la banalita’ puo' distruggere in un attimo tutto cio’ che di bello ho vissuto fino all’istante precedente.

"Non m’importa se non mi dici come ti chiami. Non m'importa sapere chi sei. Quello che conosciamo di noi e’ gia’ abbastanza. Tu sai che indosso gli slip invece dei boxer, e io di te so che il nero e' colore che preferisci per l’intimo. Non penso che al momento occorra sapere altro".

Sorrido, rilassandomi nelle braccia di chi ho appena iniziato a conoscere, e mi compiaccio all’idea di non aver sbagliato a scegliere proprio lui tra tutti quelli che hanno tentato di rimorchiarmi nel bar dove mi sono recata per cercare qualcuno con cui condividere l'avventura di una notte. Non so se continuera' a giocare come faccio io, o se domani il gioco gli sara' troppo pesante, ma se lo fara' non mi perdera' mai, anche se mai potra' dire di avermi avuta veramente.

mercoledì 7 novembre 2012

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La danza di Anna

Se ci si desta nella luce fioca del mattino e ci si lascia pizzicare il volto dal primo raggio di sole; se ci si vede solitarie a passeggiare lungo un corridoio, a riflettere assorte mentre si addolcisce la prima tazza di the; se si guardano gli uomini, tutti, come se fossero involucri vuoti, allora e’ forse il momento per fermarsi un attimo e domandarsi se valga ancora la pena continuare a mentire a noi stesse, sperando che un giorno la nostra vita possa cambiare.

Perche’ se pensiamo che la vita sia un treno che prima o poi si fermera’ alla nostra stazione, ad attendere che ci saltiamo sopra, conviene comunque che ci affrettiamo, giacche’ la vita non solo non ha in programma alcuna fermata, ma una volta partita non torna indietro a riprenderci.

Ho conosciuto chi il treno avrebbe voluto prenderlo, ma non ha fatto in tempo. Chi lo ha preso e non ne e’ piu’ riuscita a scendere perche’ di quel treno non ha piu’ saputo ne’ potuto farne a meno. Chi lo ha preso desiderando semplicemente di cambiare citta’, provare emozioni nuove, partire verso mete sconosciute, ignote, lasciandosi alle spalle il passato. Chi se l’e’ visto arrivare in faccia, diretto, crudele e poi, ugualmente, ha voluto salirci sopra per raggiungere una meta che fosse oltre l’immondizia di un’esistenza che non meritava di essere vissuta.

E poi ho conosciuto Anna.

Non aveva avuto una tenera infanzia, Anna. Niente bambole ne’ giochi, niente anni sereni trascorsi tra i banchi di scuola. Nel suo piccolo paese la scuola non c’era neppure e non aveva mai saputo cosa volesse dire crescere. Per lei nessuna carezza. Per lei nessuna certezza.

Il treno Anna lo ha preso un giorno per lasciarsi alle spalle la miseria, e per vedere cio’ che non aveva mai visto: il mare. Curiosa di come, laggiu’ all’orizzonte, il suo colore potesse mescolarsi con quello del cielo. Curiosa di vedere i gabbiani volare e sentire il loro grido, inseguendoli con gli occhi fino a quando non fossero scomparsi alla vista, per assaporare la loro liberta’. Curiosa di camminare scalza sulla spiaggia riscaldata dal sole, e respirare il sale cosicche’ nei polmoni potesse sentirlo bruciare per cancellare gli orribili ricordi.

Desiderava solamente questo, Anna, niente altro. Ma il treno l’aveva condotta dove non c’era il mare. Nessun gabbiano, nessuna spiaggia riscaldata dal sole, ma solo gelidi mattini di periferia di citta’ avvolte nella nebbia, dopo notti vissute sui marciapiedi insieme a tante altre dalla vita rubata come la sua. Nel cupo teatro dello scambio indecente del corpo, dove il cinismo non fa sconti ne’ grazie, nessuna amica con cui parlare. Unico contatto umano quello fatto di vili trattative sul ciglio di una strada.

Passeggiava, cosi’, avanti e indietro, avvolta in un cardigan troppo grande per lei. Le scintille che si alzavano dal piccolo fuoco acceso per riscaldarsi le ricordavano le lucciole che in estate, al suo paese, brillavano quando faceva buio. Un sorriso e si strinse in un abbraccio, accarezzandosi le braccia infreddolite. Come tante altre volte era rimasta da sola. Clienti e colleghe a quell’ora erano gia’ al caldo del proprio letto, ma Anna non se ne curava.

Era quando la solitudine si faceva totale che pensava ai progetti e a quando avrebbe finito di fare quella vita. Avrebbe aperto una scuola di ballo. Si', avrebbe insegnato a ballare ai suoi allievi e avrebbe ballato in tutti i teatri del mondo. Ed era proprio in notti come quella che Anna iniziava a sentire una musica scorrerle dentro. Il vento mutava in una delicata carezza, l’odore della nebbia diventava profumo di gelsomino, e cosi’ cominciava a ondeggiare; all’inizio lentamente, poi sempre piu’ veloce, con le braccia aperte e il viso rivolto verso il cielo.

Un’orchestra immaginaria suonava solo per lei, e luci inesistenti illuminavano solo il suo corpo. Il grande cardigan si trasformava in leggeri veli dorati e le sue scarpe corrose dal tempo diventavano magiche scarpette da ballo di raso rosso che brillavano ad ogni suo passo, intanto che, armoniosa e morbida, volteggiava sinuosa ed elegante. Un pubblico invisibile alla fine applaudiva estasiato al suo inchino finale e le chiedeva ancora un bis. Ancora...

Poi le luci si spegnevano e tornava il silenzio. Anna restava cosi’ di nuovo sola, avvolta in quel cardigan troppo grande, e col sorriso di chi aveva vinto qualcosa, si incamminava felice verso casa.

***

Dopo tanti anni e dopo aver ballato in ogni teatro del mondo, su una sedia a dondolo che scricchiola su un porticato in riva al mare, Anna finalmente sa qual e' il suo colore quando si fonde col cielo. Ha passeggiato a piedi nudi sulla sabbia riscaldata dal sole, e ha inseguito con lo sguardo i gabbiani all’orizzonte cosi’ tante volte, che ormai sa esattamente che cos’e’ la liberta’. I suoi capelli, una volta neri, sono diventati oggi di cenere e il suo volto segnato da rughe profonde, ancora mostra tutta la sua bellezza. E’ una bellezza dolce, quella di Anna, intensa, e nessuno potrebbe negarlo vedendola con indosso quel vecchio cardigan troppo grande per lei, e le sue scarpette da ballo di raso rosso.

sabato 3 novembre 2012

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La Torre di Babele

Provate a fare un gioco: prendete una frase, qualunque frase ma se esprime un concetto complesso il gioco e' piu' divertente. Usando il traduttore di Google, fatene la traduzione in una diversa lingua, poi quello che avrete come risultato traducetelo in un’altra lingua ancora, e ripetete questo processo traducendo ogni frase ottenuta in una nuova lingua. Fatelo per almeno una decina di volte e anche piu', fino a quando sarete stanchi. Vi accorgerete che, alla fine, quando la ritradurrete nella vostra lingua, la frase sara’ molto differente da quella originale da cui il gioco era partito.

Ho fatto una prova con la prima cosa che mi e’ venuta in mente seguendo la sequenza italiano, russo, francese, ungherese, inglese, rumeno, turco, croato, ebraico, tedesco, giapponese, swahili, latino, finlandese, cinese, e poi di nuovo italiano. Ma la sequenza e' solo indicativa, in quanto, se solo si cambia l'ordine, oppure si inserisce o si toglie qualche lingua, non si ottiene mai la stessa cosa.


La morte è solo il prezzo che dobbiamo pagare per vivere.
Ed è un prezzo onesto, perché è meglio morire che non essere mai nati.
Quindi non è della morte che dobbiamo avere paura.

Italiano
Russo

Смерть это только цену мы платим за жизнь.
И это справедливая цена, что лучше умереть, чем никогда не был рожден.
Так что это не смерть, что мы боимся.

Russo
Francese

La mort n'est que le prix à payer pour vivre.
Et c'est un juste prix, il vaut mieux mourir que d'avoir jamais vu le jour.
Il n'est donc pas mort que nous craignons.

Francese
Ungherese

A halál az az ár, amit fizetni élet.
És ez egy tisztességes áron, jobb meghalni, mint még soha nem létezett.
Nem a halál, hogy félünk.

Ungherese
Inglese

Death is the price we pay for living.
And it's a fair price, better to die than to have never existed.
Death is not to be afraid.

Inglese
Rumeno

Moartea este prețul pe care îl plătiți pentru a trai.
Și e un preț corect, mai bine să moară decât să nu fi existat.
Moartea nu este să-ți fie frică.

Rumeno
Turco

Ölüm seni yaşam için ödediğiniz fiyat.
Ve o yok daha ölmek için adil bir fiyat, daha iyi.
Ölüm korkulacak değil.

Turco
Croato

Smrt je cijena koju plaćate za život od vas.
I on je više za umrijeti, fer cijeni, bolje.
Ne boji smrti.

Croato
Ebraico

מוות הוא המחיר שאתה משלם על החיים שלך.
ויש לו יותר למות, מחיר הוגן, טוב יותר.
אני לא פוחד ממוות.

Ebraico
Tedesco

Der Tod ist der Preis, den Sie zahlen für Ihr Leben.
Und hat noch mehr zu sterben, fairer Preis, besser.
Ich habe keine Angst vor dem Tod.

Tedesco
Giapponese

死はあなたがあなたの人生のために支払う価格となります。
そして、さらに、公正な価格、優れた死ぬことを持っています。
私は死の恐れを知らない。

Giapponese
Swahili

Kifo ni bei kulipa kwa ajili ya maisha yako.
Na, zaidi ya hapo, nina bei ya haki, bora kufa.
Sijui hofu ya kifo.

Swahili
Latino

Mors vitae pretium.
Et insuper pretii ad me optime mori.
Non timeo mortem.

Latino
Finlandese

Kuolema on hinta elämästä.
Ja lisäksi, hinnasta, että paras tapa kuolla.
En pelkää kuolemaa.

Finlandese
Cinese

死亡是生命的代價。
而且,除了價格,最好的方式死去。
我不怕死。

Cinese
Italiano

La morte è il prezzo della vita.
Inoltre, oltre al prezzo, il modo migliore di morire.
Non ho paura di morire.



Questo per dire che anche se si conoscono bene le lingue, qualcosa di incompreso o frainteso resta sempre quando non si appartiene alla stessa cultura e non si fa parte dello stesso ceppo sociale. Ci sono frasi, parole, sfumature, piccole, insignificanti, che perdendosi lungo la strada del linguaggio cambiano totalmente il senso di quello che vogliamo comunicare, portando spesso a dei contrasti che, altrimenti, non esisterebbero.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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