mercoledì 31 ottobre 2012

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Questo e' cio' che accade

Scrivo raramente di politica italiana in modo diretto o post nei quali, comunque, critico in modo pesante l’Italia. So quanto sono orgogliosi gli italiani della loro nazione che considerano libera e democratica, a differenza di altre come la Russia, il Venezuela o addirittura l’Ungheria in cui, invece, a sentir loro, vigerebbe una dittatura piu’ o meno esplicita.

Oltretutto ce ne sono alcuni - i piu' fanatici e permalosi - che non sopportano l'idea che chi e' straniero esprima una minima critica nei confronti del loro paese o del loro amato leader, e quali siano le reazioni quando si verifica qualcosa del genere, lo possiamo osservare in questo eloquente video. Pertanto, sapendo bene in che genere di trappola andrei ad infilarmi scrivendo qualcosa che potrebbe essere interpretato come anti-italiano, da tempo ormai preferisco trattare argomenti diversi.

Tuttavia, oggi vorrei farvi partecipi di una storia che mi e' stata raccontata. E’ una storia assolutamente vera ed ho avuto il permesso di diffonderla da chi l’ha vissuta in prima persona, della cui sincerita’ non ho motivo di dubitare. Spero cosi’ che chi ha deciso di perdere tempo a leggere questo blog, possa farsi un’idea di cio' che e' diventata Italia, un paese dove pare che "Democrazia" e "Stato di Diritto" siano sempre piu’ termini vuoti, privi di senso, agitati nel vento da una propaganda televisiva tesa a mistificare la realta', ma che piu' niente hanno a che fare con la patria di Cesare Beccaria.

"Seguo una causa per un gruppo di militari contro lo Stato. La questione riguarda il TFR. Abbiamo ragione da vendere e infatti vinciamo. Il TAR emette la sentenza in soli due mesi. Condanna l'Amministrazione a pagare il dovuto più le spese processuali.
Arriva anche una sentenza della Corte Costituzionale che conferma, quello che era stato già scritto dal TAR di Milano.
Il governo a questo punto non ha scampo: deve restituire un sacco di soldi a tutti i dipendenti pubblici, non solo militari, ingiustamente trattenuti dalle loro buste paga.
Cosa fanno? Pubblicano oggi un decreto legge. Nel decreto legge, in sostanza aggirano quello che è stato sancito dalle sentenze, sia del TAR che della Corte Costituzionale.
Ma la cosa secondo me peggiore, soprattutto sul piano etico, è che si stabilisce che i ricorsi pendenti sono automaticamente estinti e le sentenze (a meno che non siano già passate in giudicato) sono prive di effetti! Il che vuol dire tutte, perché nessuna ha avuto il tempo di passare in giudicato.
Quindi, in sintesi: lo Stato fa una cosa ingiusta. Il cittadino va dal giudice. Il giudice condanna lo Stato. Lo Stato, con un tratto di penna, cancella gli effetti della sentenza. Il cittadino si ritrova, in modo del tutto incolpevole, a pagare gli oneri legali della violazione commessa dallo Stato.
E vuoi saperne un'altra? La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha già condannato lo Stato Italiano per una cosa identica (cancellazione degli effetti di sentenze ope legis: caso Ambruosi, sent. 19.10.2000 ric. 31227/96).
Siamo alla totale negazione dello stato di diritto.
Praticamente siamo a livelli da dittatura sudamericana”.

lunedì 29 ottobre 2012

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Antologia di Racconti brevi, anzi brevissimi

Sapete che esistono concorsi letterari nei quali chi si cimenta lo deve fare non solo scegliendo le trame piu’ accattivanti, la forma e i termini piu’ adeguati, ma anche raccontando le storie restando entro un limite stabilito di parole o di righe? Un limite talvolta molto basso entro il quale solo chi e' veramente abile riesce a destreggiarsi. Le parole diventano cosi' le onde sulle quali si deve scivolare, usando come tavola da surf una tastiera, una semplice matita o addirittura una vecchia ed obsoleta macchina da scrivere che nessuno, ormai, usa piu'. E posso dirvi che non e' facile concepire un racconto in cui, in poche righe, oltre alla storia ci sia dentro anche un messaggio, una morale o in ogni caso qualcosa per cui valga la pena, per qualcuno, perdere tempo a leggere cio’ che abbiamo scritto.

Personalmente non ho mai partecipato a questo genere di concorsi. Prima di tutto perche’, come ho confessato piu’ volte, non sono una scrittrice, ma anche perche’, ancor meno, potrei essere in grado di scrivere alcunche’ di apprezzabile in Italiano: una lingua che conosco bene, ma non alla perfezione. Problema non di poco conto considerata quella famosa mania che ho di voler fare tutto quanto al meglio. Tuttavia, resto sempre affascinata dalle sfide. Cosi’, per gioco, ho buttato giu’ una piccolissima antologia di racconti scritti con non piu’ di cinquanta parole. Spero che in ognuno di essi troverete qualcosa per cui sia valsa la pena leggerlo.


Racconto Autobiografico

C’era una volta una ragazza piena di difetti e di questo ne soffriva. Fin quando comprese una cosa importantissima: nella vita bisogna essere se stessi, accettandosi per cio' che si e'. Decise quindi di trascurare i suoi difetti che, pero’, col tempo peggiorarono. Fu cosi' che divenne una persona disgustosa.


Racconto Giallo

“Se Dio esiste, allora, oltre a tutto il resto, ha creato anche la morte. Quindi e’ Lui il piu’ grande assassino della Storia!”
Non appena formulo’ questo sospetto, il commissario Junot mori’ in circostanze del tutto naturali.


Racconto di Fantascienza

Questo racconto si svolge nel futuro. Percio’, momentaneamente, ancora non se ne conosce la trama. Provate dunque a rileggerlo piu’ tardi.
Ho detto piu’ tardi...

sabato 27 ottobre 2012

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Non esistono piu’ le mezze stagioni ovvero: siamo tutti masochisti

E’ vero. E’ vero a tal punto che si passa direttamente dall’estate all’inverno, da una stagione calda e luminosa a una fredda e buia, senza vie di mezzo. E tutto coincide esattamente col momento in cui, ritorna l’ora solare.

Cosi’, di colpo, come avviene ogni anno, da domani ci ritroveremo immersi nelle tenebre e nel freddo, e mi chiedo se in tutto cio’ non vi sia dell’autentico masochismo. Perche’ di masochismo si tratta, a iniziare dal fatto che - come raccomandano ogni volta in tv - dovremo stanotte svegliarci alle tre per mettere indietro di un’ora l’orologio.

Quello che non ho mai capito e’ perche’, in un certo momento dell’anno, proprio quando inizia a fare buio prima, si decida di toglierci un’ora di luce in piu’. Non lo capisco soprattutto in Ungheria dove, come vi ho anche spiegato in questo post, pur essendoci lo stesso fuso orario di Madrid il tramonto arriva due ore prima che in Spagna.

Va bene, lo so che in realta’ le giornate non diventano piu’ corte, e se il sole tramonta prima significa che sorge anche prima. Quindi le ore di luce complessive di domani saranno le stesse di ieri. Eppure, ogni volta, mi chiedo perche’non evitiamo di farci del male - oltretutto chiamare “ora solare” quando di ore di sole ce ne sono di meno e’ una contraddizione in termini -, pero’ tutto cio’ mi da’ la misura di quanto gli esseri umani siano masochisti. E questo lo si capisce bene quando devono scegliere da chi farsi governare.

L’ora legale, comunque, e’ soltanto una roba di convenzioni, un innocente balzo di lancette, un’impostura basata non su criteri astronomici, bensi’ economici, anche se opinabili. Infatti, i russi, probabilmente meno masochisti di altri, hanno abolito questa insana abitudine e vivono con l’ora solare tutto l’anno, senza che cio' abbia fatto calare di un solo punto il loro PIL.

Oltre a questo “sbalzo di orario” che avviene due volte l’anno, pero’, l’umanita’ si e' inventata anche di peggio per complicarsi la vita, e parlo dell’anno bisestile. L’anno bisestile e’ proprio la dimostrazione pratica di quanto gli esseri umani preferiscano la sofferenza al benessere, anche quando possono scegliere.

A un certo punto della Storia ci si accorge infatti di dover aggiungere un giorno ogni quattro anni, e cosa si fa? Si aggiunge forse un giorno d’estate, caldo e luminoso come il 31 giugno o il 32 luglio? No! Si preferisce allungare l’inverno proprio nel periodo piu’ freddo e buio dell’anno. Ed ecco che c’inventiamo il 29 febbraio.

E adesso ditemi se non siamo masochisti.

mercoledì 24 ottobre 2012

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Un barattolo di Nutella senza fondo

“Posso quindi esprimere un desiderio?”
“Si’, ma soltanto uno” annui' il Genio della lampada con aria solenne.
“Percio' esaudirai qualunque cosa ti chiedero’?” ribadi’ Klára che ancora non poteva crederci.
“Qualunque cosa!”
“E quanto tempo mi dai per pensarci?”
“Tutta la vita”.

Essendo sempre stata un’indecisa, vista l’occasione che le era capitata, Klára volle semplicemente essere sicura di chiedere il meglio che fosse possibile. Per prima cosa ebbe la stupida idea di chiedere quello che fino ad allora era stato il suo piu' grande desiderio: un barattolo di Nutella senza fondo. Poi, pero’, decise che forse doveva pensare a qualcosa di piu’ importante, non sprecando quell'unico desiderio in modo tanto banale. Cosi’ disse al Genio che si sarebbe presa un po’ di tempo per rifletterci.

Medito’ a lungo, e fra molti altri prese in considerazione i seguenti desideri: l’immortalita’, l’eterna giovinezza, l’eterna felicita’, l’infinita ricchezza, essere la donna piu’ sexy e desiderata del mondo, essere la donna piu' figa dell’intero universo, un armadio pieno di vestiti all’ultima moda, dieci armadi pieni di vestiti all’ultima moda, mille armadi pieni di tutte le collezioni del mondo, una scarpiera grande come uno stadio di calcio con dentro le scarpe piu’ belle, conoscere tutte le lingue del mondo, conoscere tutte le storie dell’universo, entrare nel mondo delle fate, avere il computer piu’ potente mai esistito, leggere tutti i libri mai scritti, leggere anche quelli non ancora scritti, la pace nel mondo, un mondo perfetto, essere la padrona del mondo, poter viaggiare ovunque col solo pensiero, avere i superpoteri come Wonder Woman, non annoiarsi mai, conoscere il Senso della Vita, sapere se esiste Dio, parlare con Dio, divenire lei stessa una dea, convincere tutti delle sue idee, distinguere chi e’ buono da chi e’ cattivo, distinguere i sinceri dai bugiardi, leggere nella mente delle persone, vivere nel futuro di cento anni, vivere nel futuro di mille di anni, vivere nel futuro di un milione di anni, visitare tutti i pianeti del cosmo, vedere altri universi, uccidere quel politico o quell’altro con la forza del solo pensiero, rivivere un momento della sua infanzia, rivivere ogni momento bello della sua vita, guarire per sempre gli ammalati, dar da bere a tutti gli assetati, resuscitare i morti, vedere cosa c’e’ dopo la morte, diventare una scrittrice famosa, una ballerina famosa, una scienziata famosa, assistere al big bang, alla fine del mondo, al collasso dell’universo, non essere mai nata, poter nascere di nuovo, poter nascere infinite volte, veder esauditi infiniti desideri, non avere piu’ desideri, avere orgasmi lunghi tre ore, avere orgasmi lunghi tre giorni, avere orgasmi lunghi tre mesi, non essere mai stanca e ricominciare da capo, gridare, scoppiare, e mandare affanculo quel fottuto genio del cazzo, maledetto quel giorno che l’aveva raccattato, vaffanculo a lui, alle lampade, a Aladino, a Ali’ Baba’, a tutti i quaranta ladroni e anche ai loro cammelli…

Per non sprecare quel suo unico desiderio, per tutta la vita Klára aveva pensato a quale fosse la miglior cosa da desiderare, scartando ogni volta cio' che le veniva in mente, immaginando che vi fosse sempre qualcosa di meglio da chiedere. Pero', alla fine, giunta a veneranda eta’, si ammalo’ gravemente. Fu dunque in punto di morte che decise di formulare la sua richiesta.

“Genio... vorrei sapere...” pronuncio' con voce flebile “quale sarebbe stata la cosa migliore che avrei potuto chiederti”.
Il Genio, con la solita aria solenne, ci penso’ un po’ su e infine disse: “Esattamente questa!” E se ne ando’, trasformandosi in un filo di fumo che, rientrando nella lampada, scomparve.

Klára trattenne ancora un po’ la follia e sorridendo, penso’ che forse avrebbe fatto meglio a chiedere almeno quel barattolo di Nutella senza fondo. Poi chiuse per sempre gli occhi.

domenica 21 ottobre 2012

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Una storia d’amore infinita

Vederlo esposto su quella bancarella di libri nei pressi del Pont de Sully, mi colpi’ perche’ se si fosse trattato di un normale libro in francese non lo avrei neppure notato, considerato che il francese io proprio non lo conosco, ma sulla copertina spiccava un titolo in italiano: “Una storia d’amore infinita”.

"Come puo’ esistere qualcosa del genere?" pensai abbandonandomi alle mille elucubrazioni mentali che di solito mi colgono quando sono tranquilla e non ho altri pensieri per la testa, e quindi posso complicarmela tranquillamente riempiendola con le fantasticherie piu’ illogiche.

Tanto piu' che l’amore, lo sapevo bene, non era per niente qualcosa di eterno o infinito e tra l’altro, anche una storia che intendesse parlarne, non avrebbe potuto essere di per se' infinita. Ad un certo punto avrebbe dovuto pur arrivare alla fine, visto anche il numero di pagine abbastanza esiguo che il libercolo pareva contenere.

Purtroppo, non ebbi modo di sfogliarlo per saggiarlo; una pellicola di plastica messa a protezione lo ricopriva tutto, e neanche sul retro della copertina c’era scritto niente, neppure l’autore, solo il titolo. Pero’ costava poco e in quel momento avevo proprio voglia di rilassarmi masticando qualcosa con gli occhi.

Resistere fu quindi impossibile e senza neppure farmelo incartare, mi avviai verso una delle tante panchine in riva alla Senna. Mi sedetti comodamente proprio di fronte all’Île Saint-Louis per gustarmi sia il panorama che quella mia nuova conquista letteraria, e dopo averlo liberato dalla plastica, iniziai a sfogliarlo.

C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con …

Stupita e un po’ seccata, andai avanti velocemente. La sequenza di frasi pareva ripetersi esattamente in ogni pagina. Era pazzesco! Temetti per un attimo di trovarmi al centro di una situazione assurda, come la protagonista di uno di quei racconti della serie Twilight Zone. Che fossi entrata in un continuum temporale? In un universo parallelo? Che avessi acquistato un libro incantato? Uno di quelli che per quanto se ne sfogliassero le pagine, non finivano mai?

Inizio’ a prendermi l’angoscia, cosi’, chiudendo gli occhi e incrociando le dita sperando di non essere diventata pazza, aprii il libro direttamente all’ultima pagina per controllare se quello che stavo vivendo fosse sogno o realta’.

“C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con “C’era una volta una storia d’amore che iniziava con …∞”[1].
Quella storia e’ questa qua.

Fine


[1] ∞” = chiuse infinite virgolette.

venerdì 19 ottobre 2012

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Il commentatore piu’ veloce mondo

C’era una volta un lettore di questo blog. Era il lettore piu’ assiduo e veloce del mondo: non appena l’autrice pubblicava un post, neanche un secondo dopo lui l’aveva gia’ letto e commentato. Tanto che nessuno, per quanto si sforzasse, riusciva a stargli dietro.

Dopo un po’ non era piu’ neppure necessario che il post fosse pubblicato. Appena l’autrice terminava di scriverlo, prima ancora che fosse visibile nel blog, (zac!) il velocissimo lettore lo aveva gia’ letto e commentato.

Ad un certo punto era diventato cosi’ bravo, ma cosi’ bravo, che riusciva a leggere e commentare prima che i post venissero digitati, e addirittura prima ancora che fossero concepiti. Bastava infatti che l’autrice, semplicemente, li immaginasse nella propria mente e lui, in un battibaleno, li aveva gia’ letti e commentati.

Alla fine, il lettore, non contento, volle concluderlo lui questo post e per essere piu’ svelto dell’autrice persino nell’immaginarlo, ne scrisse velocemente il finale e cerco' di pubblicarlo.

Resasi conto della cosa, pero’, l’autrice, indispettita, lascio’ il post incompiu

giovedì 18 ottobre 2012

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Quanto costa un sogno?

Ricevo spesso messaggi che evito ovviamente di pubblicare, in quanto privati, intimi, personali, ed in cui mi si confidano cose che qui non posso stare a raccontare. Comunque, anche oggi c’e’ stato chi mi ha scritto: “Lo sai che stanotte ti ho sognata?”

Si’, lo so, e non sei il solo. Per questo vorrei cogliere l’occasione per ricordare una volta per tutte quali sono le mie tariffe: 20 euro per i sogni ordinari, 50 euro per i sogni erotici, e 100 euro per i sogni che hanno la benche’ minima possibilita’ di realizzarsi.

L’importo potete comodamente farmelo pervenire tramite Paypal. Per i sognatori assidui che mi sognano molto frequentemente, esiste la possibilita’ di acquistare delle tessere pre-pagate "a consumo", su cui viene applicato uno sconto del 10%.

martedì 16 ottobre 2012

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Meritevoli e mignotte

Ho letto che, tra qualche giorno, per l'igienista dentale piu' famosa d'Italia dovrebbe maturare il vitalizio, sempreche’ il governatore della Regione Lombardia non rassegni le dimissioni prima della fatidica data, facendola decadere dal mandato. Non entro nel merito della questione, non mi riguarda e non sono io a dover pagare con le mie tasse la bella Nicole, meritevole (almeno cosi’ si dice) di essere stata brava a far star bene Berlusconi, ovviamente sottoponendolo a una buona ed efficace “pulizia dei denti”, tuttavia questa notizia mi ha fatto tornare in mente un proverbio che una mia amica, famosa mignotta d’alto bordo, una volta mi disse: “Per una bella ragazza e’ piu’ semplice darla via che mettersi a spiegare perche’ no”.

Non vorrei che il ragionamento che andro’ a fare mi venisse usato contro per processarmi in quanto istigatrice alla facile e spudorata mercificazione del proprio corpo, pero’ supponiamo che avere un lavoro sia, di per se’, qualcosa di desiderabile. Non sempre e non per tutti lo e’, l’ideale sarebbe cuccarsi un lauto stipendio senza fare un cazzo tutto il giorno, come tanti politici, ma facciamo finta che avere un lavoro sia il desiderio piu’ grande che abbiamo.

Ipotizziamo adesso anche un’altra situazione: immaginiamo che tu (inteso genericamente come lettore di questo post) sia un ricco imprenditore che ha bisogno di assumere una segretaria, magari di bella presenza. Metti un annuncio sul giornale e ti si propongono dieci giovani aspiranti.

Se tu scegliessi basandoti sul metodo meritocratico, delle dieci candidate sceglieresti quella che ha il curriculum piu’ appropriato, cioe’ che conosce meglio le lingue, che digita piu’ velocemente al computer, che e’ dotata di buona memoria, e cosi’ via. Insomma, quella piu’ adatta al ruolo di segretaria. E invece, alla fine, dato che sei probabilmente un gran porco, preferisci scegliere in base ad un altro metodo, quello mignottocratico, e fra tutte sceglierai la piu’ figa che durante il colloquio ti avra’ fatto un bel pompino.

E’ scandaloso quello che ho detto? Qualcuno si sorprende che le cose in realta’ vadano cosi'? Il sesso in cambio d’altro e’ forse una roba nuova o strana?

- Ehi, la vedi quella che sta passando con la minigonna inguinale? Ho sentito dire che la da’ per denaro o in cambio di favori.
- Nooooooooooo! Ma che mi dici??? Non ci credo!!!

E’ cosi’: chi e’ disposto a certi compromessi, uomo o donna che sia perche' essere "mignotta" non e' prerogativa soltanto femminile, arriva piu’ in alto e ci arriva sempre prima, a discapito di chi invece se lo merita. Percio’ la societa’ si e’ imbarbarita, la cultura si e’ avvizzita e chi ha studiato, consumandosi gli occhi sui libri facendosi un mazzo tanto, oggi si sta accorgendo di averlo preso sonoramente in quel posto.

Non c’e’ dunque piu’ alcun futuro per chi pratica la conoscenza e l’impegno? I meritevoli sono davvero una categoria ormai condannata dalla selezione darwiniana, destinati a soccombere a chi porta dentro di se’ un’anima da “vera mignotta”? E soprattutto, chi sceglie di darla via facile, deve sentirsi in colpa nei confronti di chi, invece, preferisce non scendere a compromessi?

No. Vedrete che alla fine tutto quanto andra’ a posto. Quando il numero di quelle disposte a darla via in cambio di un lavoro arrivera’ al livello di saturazione, allora mignottocrazia e meritocrazia raggiungeranno insieme un inedito e virtuoso bilanciamento e fra mignotte e meritevoli si stabilira’ un perfetto punto di equilibrio. Infatti, quando su dieci candidate ad un posto di segretaria tutte quante saranno disposte a fare un pompino durante il colloquio di lavoro, alla fine, in mancanza di altri criteri di valutazione, verra’ scelta quella che conosce meglio le lingue, digita piu’ velocemente al computer, che e’ dotata di buona memoria, e cosi’ via’.

In Italia pare che questa soglia sia stata quasi raggiunta e manchera’ poco che anche le pompinare piu’ esperte dovranno impararsi Office se vorranno avere una qualche possibilita’ di successo, costituendo cosi’ l’avanguardia di una nuova generazione proiettata verso una fulgida utopia merito-mignottocratica.

domenica 14 ottobre 2012

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Ce lo chiede il Paradiso!

Dopo aver discusso nei giorni scorsi di libero arbitrio, eccomi oggi a parlare di un altro tema fondamentale della teologia: Dio e’ veramente infinitamente buono e infinitamente potente come ci viene imposto di credere? Oppure questo dogma e’ un paradosso? Perche’ non passa momento che nel mondo non venga manifestato il male in ogni sua forma, e se Dio non lo impedisce e’ perche’ o non puo’ o non vuole farlo. Quindi o non e’ infinitamente potente, e cio’ vuol dire che anche Lui ha dei limiti, oppure non e’ infinitamente buono. E’ probabile che la risposta giusta sia “entrambe le cose” oppure “nessuna delle due”. Questo crea, pero’, non pochi problemi a chi cerca di credere in Dio - non certo a me che da tempo ho risolto il dilemma.

Non si puo’ infatti pensare a Dio come a un’entita’ che ha dei limiti e neanche possiamo mettere in dubbio la sua infinita bonta’, e men che meno supporre che si disinteressi delle sue creature al punto di lasciare che il male accada tranquillamente e senza ostacoli. Tuttavia, l’argomento e’ vecchio e stravecchio, e risale addirittura a Epicuro.

Nel tentativo di smontare, attutire, contrastare, le ragioni di chi ha dubbi su questo evidente paradosso, cosi’ da distrarre con l’inganno, esiste tutta una branca della teologia che si chiama Teodicea, termine coniato dal filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz, un tizio che parlava tanto, ma proprio tanto, in quanto anche lui sapeva che sommergere di parole gli argomenti, e' l'unico modo perche' se ne perda il senso e nessuno ci capisca piu’ niente. E’ infatti quando si usano troppe parole per dare risposte a domande semplici, che si rende chiaro come la risposta abbia dei difetti. E questo vale in generale, ma soprattutto vale per politici e preti.

In sostanza in che cosa consiste la Teodicea? Se ancora non siete andati ad informarvi su Wikipedia ve lo dico io: consiste nel dare tutta la colpa del male all’uomo, oppure alla Natura e alle sue leggi, o anche a quel disgraziato di Satana che ogni tanto viene tirato in ballo. Una bella rispolverata al Satanasso fa sempre comodo se ci si deve arrampicare sugli specchi, e cosi’ ti sciorinano i soliti luoghi comuni sul libero arbitrio (blablabla) sul peccato originale (blablaba) sull’essenza finita delle cose (blablabla e ancora bla!).

Solo fumo negli occhi per spostare il discorso in modo da far dimenticare la domanda vera. Perche’ il punto non e’ da chi o cosa dipenda il male, ma e’ che Dio questo male potrebbe impedirlo ma evita di farlo. Comportamento che ci si attenderebbe dall’ultimo degli stronzi o da un insensibile sociopatico, non certo da chi e’ universalmente riconosciuto come infinitamente buono.

Una delle risposte che vengono date dalla Teodicea, forse la piu’ interessante, e’ che Dio e’ infinitamente buono, ma non lo e’ dal nostro punto di vista, bensi’ dal Suo. L’essere umano e’ incapace dunque di comprendere il suo fine ultimo e quello che per noi appare come male, in realta’ per Lui, che e’ infinitamente sapiente, e’ bene, o causa di bene, o un tassello che va a comporre un mosaico piu’ grande di bene; un disegno che riesce a vedere solo Lui.

Perfetto! Diciamo pure che sia plausibile, pero’, per cortesia, non chiamiamo Dio buono. Perche’ buono significa buono, e non freddo calcolatore del (nostro) bene. La bonta’ non e’ un imperscrutabile mistero della Fede. La bonta’ la si riconosce: chi e’ buono si comporta da buono, se non si comporta da buono vuol dire che buono non e’. Tertium non datur. Perche’ se Dio, osservando senza intervenire tutta la sofferenza che c’e’ nel mondo fosse buono soltanto un millesimo di quanto lo siamo noi, umili ed insignificanti esseri umani, piangerebbe dalla mattina alla sera e strariperebbe di sensi di colpa.

Lasciamo dunque la bonta’ a chi e’ buono davvero e troviamo un altro termine che descriva questa forma umanamente indecifrabile di benevolenza divina. Diciamo, ad esempio, che si tratta di un “governo tecnico divino”. "Ce lo chiede il Paradiso!" si potrebbe dire. E’ per il nostro bene, anche se alla fine dobbiamo sopportare delle vere e proprie fetenzie.

venerdì 12 ottobre 2012

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Finalmente svelato il mistero della moltiplicazione dei pani e dei pesci

Visto che ultimamente mi si accusa di non parlare piu' di cose serie, e di cazzeggiare invece con stupidate pseudofilosofiche, teologiche e altre amenita', oggi l’argomento del post sara’ serissimo: il miracolo. Per la precisione il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesu’ di Nazareth e’ stato il primo a realizzarlo con successo, ma con un po’ d’impegno, se volete, seguendo le mie istruzioni potrete riuscirci anche voi. Cio’ che vi occorre e’ avere almeno un pezzo di pane con cui iniziare (piu’ e’ grosso meglio e’), un pesce e tanta, tanta, pazienza.

In pratica, come prima cosa, dovete prendere il pezzo di pane e dividerlo a meta’. Ecco. Avete ottenuto due pezzi di pane. Nessun trucco ne’ inganno e funziona anche con le fette di torta. Provare per credere.

Qualcuno adesso dira’: “Ma Gesu’ da un pezzo di pane ne ha ricavati quattromila!” E che ci vuole? Non e’ difficile. Basta che ogni pezzo di pane ottenuto venga a sua volta diviso a meta’, e poi ancora a meta’, e ancora, e ancora, per almeno una dozzina di volte. Vedrete che alla fine di pezzi di pane ve ne avanzeranno pure. Forse ci vorra’ un po’ di tempo, ma consideriamo che Gesu’ era partito avendo gia’ cinque di pezzi di pane a disposizione, invece di uno solo, e quindi ha fatto anche piu' in fretta.

“Pero’, in questo modo, vengono fuori dei pezzi di pane piccolissimi, praticamente delle briciole”, si obiettera’. E allora? Dove sta il problema? Il miracolo di Gesu’ consiste nell’ottenere almeno quattromila pezzi di pane partendo da cinque e quello puo’ farlo chiunque, come abbiamo visto. “Si’, pero’ – continueranno a obiettare i soliti rompicoglioni - il Vangelo dice che tutti ne mangiarono a sazieta’”. E’ vero. Pero’ non ci e’ dato di sapere quanto fossero grandi i pani usati da Gesu’ - avrebbero potuto essere anche delle belle pagnottone lunghe trenta metri e larghe due -, ma anche se fossero state normali pagnotte, non sappiamo quanto a quei tempi mangiasse realmente la gente per essere sazia. Avrebbe anche potuto accontentarsi di pochissimo, e il detto: “mangi come un uccellino” potrebbe trarre le sue origini proprio da quell’episodio.

Ma cos’e’ che rende possibile questo prodigio? E’ quella discrepanza che esiste tra la matematica e la vita di ogni giorno. In matematica se si divide qualcosa in due si ottiene la sua meta’ (per esempio, quattro diviso due fa ragionevolmente due), ma nella quotidianita’ se si spezza, taglia, strappa, rompe nel mezzo, un pezzo di qualcosa non si rimane con una meta’, bensi’ con due pezzi. Per questo, dividendo a meta’ una cosa, in realta’ se ne raddoppia il numero. E non solo: se invece la si raddoppia, la si raddoppia ulteriormente. Quindi, se ad esempio una cosa prima la raddoppiamo e poi la dividiamo a meta’, va a finire che ce la ritroviamo quadruplicata.

Per i pesci e’ un po’ piu’ complicato: stessa procedura, ma facendo molta attenzione a togliere le spine.

giovedì 11 ottobre 2012

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Il Tokaji: quanto e’ dolce?

Oggi, per rompere la monotonia che ci ha portato in questi giorni a parlare di cavolate come la prostituzione, la filosofia e la religione, cambiamo argomento e trattiamo qualcosa di veramente serio. Con un breve post cerchero' di farvi conoscere qualcosa di piu' del vino della mia terra: il Tokaji. Per molti italiani questo vino resta ancora un prodotto sconosciuto, misterioso, che spesso viene confuso con il vino friulano una volta denominato Tocai. Tuttavia, quello che viene prodotto in Ungheria e' qualcosa di totalmente diverso.

Il Tokaji (ovvero il vino di Tokaj) viene fatto in diversi modi, percio' la gamma puo' andare dal secco al dolce. La varieta’ piu’ dolce, come l’Aszu’, e' la piu' nota e viene prodotta da uve stramature, raccolte molto piu’ tardi delle altre, che, quindi, hanno avuto modo di essere state attaccate dalla muffa nobile. Gli acini di queste uve, per effetto di questa muffa, perdono la loro idratazione e diventano striminziti come l’uva passa in cui la concentrazione di zucchero e’ molto alta.

La dolcezza dei Tokaji Aszu’ e’ dunque calcolata in base al livello di zucchero residuo nel vino arrivato alla fine del suo procedimento. Questa concentrazione viene indicata come “puttonyos”. In genere gli Aszu’ vanno da tre a sei puttonyos. Quello con sei puttonyos e’ il piu’ pregiato, mentre se ha soltanto uno o due puttonyos raramente viene imbottigliato.

Ecco come viene classificata la dolcezza per i Tokaji Aszu’. Un elenco che, pero’, e’ solo indicativo in quanto alcuni produttori potrebbero superare il grado di dolcezza richiesto per la classificazione dei loro vini.

  • 3 Puttonyos = 60 grammi per litro
  • 4 puttonyos = 90 grammi per litro
  • 5 puttonyos = 120 grammi per litro
  • 6 puttonyos = 150 grammi per litro
  • Aszu’ Eszencia = piu’ di 180 grammi per litro
  • Eszencia = oltre 240 grammi per litro

mercoledì 10 ottobre 2012

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Autoreferenza e umilta’

"L'autoreferenza e’ un fenomeno nel linguaggio naturale o formale consistente in una frase o formula che si riferisce a se stessa direttamente, o attraverso qualche frase o formula intermedia, oppure mediante una qualche codifica semantica. In filosofia, si riferisce anche alla capacita’ di un soggetto a parlare o riferirsi a se stesso utilizzando in prima persona il pronome io". (Da Wikipedia)

Per un motivo o per un altro, la troppa autoreferenza, non va bene. E’ una questione di proporzioni, di quantita’, di concentrazione; e’ come lo zucchero nel the o nel caffe’. Purtroppo c’e’ gente che riesce solo a parlare di se’. Si trattasse anche della ricetta del tiramisu’, troverebbe sempre il modo di infilarci qualcosa della sua vita, del suo carattere, di quello che ama, sogna, immagina, crede. Non dico che non lo si debba fare, ma e’ cosi’ che iniziano quelle penose manifestazioni di autocelebrazione delle quali, in realta’, a nessuno importa una beneamata cippa, salvo poi assumere quell’espressione di finta comprensione che fa contento chi parla.

Tuttavia, chi lo fa se ne frega, perche’ cio’ che vuole non e’ tanto essere ascoltato, compreso, consigliato, quanto parlarsi addosso, in un soliloquio infinito il cui l’unico scopo e’ ascoltare se stesso. Nel web, nei blog soprattutto, questo fenomeno e’ abbastanza diffuso. Molto piu’ che nella vita reale. Anzi, si potrebbe dire senza timore di sbagliare che l’autoreferenza e’ la materia prima di cui molte persone nel web si avvolgono.

Un esperto nel campo della comunicazione ha stabilito una regola semplice da seguire se si vuole avere un blog che alla fine non sia troppo autocelebrativo, cosicche’ a chi ne e’ autore (o autrice) non accada quello che e’ inevitabile che accada: restare sulle palle a tutti. E’ la cosiddetta regola dell’ 1/ 10. Vale a dire che ogni dieci storie di interesse generale, che trattano di argomenti piu’ diversi, ci si puo’ infilare anche un articolo che parli esclusivamente di noi. In cambio del valore che comunichiamo con i nostri post d’interesse generale, infatti, chi legge sara’ felice di dedicarci un po’ del suo tempo (tesoro oggi preziosissimo) per ascoltare le nostre paturnie.

Come ho detto e’ una questione di dosi, ma non e’ sempre facile seguire questa regola, perche’ la voglia di parlare di se’, in molta gente, supera di gran lunga il rapporto di 1/10 e ogni tanto capita che si esageri, presi forse dalla bramosia di espandere il nostro “Io” oltre i confini del web, e quando ce ne accorgiamo, anche se spesso e’ troppo tardi, e’ quello il momento in cui si prova a riequilibrare. Ma se lo zucchero nella bevanda e’ troppo, e’ impossibile renderla meno dolce provando a tirarne via un po’, quindi l’unico modo e’ diluire la bevanda con qualcosa di meno dolce che attenui l’eccesso di zucchero, che e’ poi la metafora dell’autocelebrazione. Questa sostanza e’ l’umilta’.

"L'umilta’ e’ la prerogativa dell’umile. Nonostante esistano diversi modi di intendere questo termine nel quotidiano, una persona umile e’ essenzialmente una persona modesta e priva di superbia, che non si ritiene migliore o piu’ importante degli altri". (Da Wikipedia)

Ecco, a tal riguardo volevo dire, in tutta sincerita’, che mi capita difficilmente di esagerare nell’autoreferenza. Il motivo e’ che, in realta’, io sono una persona umile. Forse la piu’ umile al mondo, e se ci togliamo il “forse” e’ anche meglio. In quanto ne ho conosciute, io, di persone umili, ma nessuna che lo fosse quanto me. Si’, senza alcun dubbio io sono la persona piu’ umile che ci sia al mondo, e adesso che ci penso, non solo di questo mondo, ma dell’intero universo.

Se prendiamo infatti tutti i mondi esistenti nell’universo e li immaginiamo popolati da esseri viventi per i quali abbia senso riferirsi all’aggettivo “umile”, io risulterei senza dubbio piu’ umile rispetto a ognuno di essi presi singolarmente. Ma se anche le prendessimo tutte insieme, queste creature, sommando le loro piccole umilta’ individuali in un’unica gigantesca "Umiltona", la mia umilta’ risulterebbe ancora la piu’ smisurata.

Insomma, la mia e’ certamente l’unica, definitiva, incomparabile, indissolubile, indiscussa, umilta’ che si possa mai giudiziosamente considerare. In assoluto. Se esistesse Dio e la sua umilta’ si potesse misurare, la mia sarebbe sicuramente il doppio, o anche il triplo. Ma che dico il triplo? Il triplo non le renderebbe giustizia, alla mia umilta’… di fronte alla quale tutti dovrebbero inchinarsi.

(Sorriso)…

A pensarci bene, forse e' non e' tanto sensato aggiungere umilta’ ad un post autoreferente. Non ci si puo’ autoproclamare umili. L’umilta’ e' una virtu’ che implica il non potersene vantare, altrimenti diventa anch’essa una forma autoreferente di superbia e vanita'.

martedì 9 ottobre 2012

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Il libero arbitrio e la liberta' di scelta

Qualche giorno fa, in un commento, ho rammentato Xtc e mi sono ricordata di quando, a volte, ci capitava di scrivere post collegati. E’ avvenuto in un paio di occasioni, forse tre: ciascuna affrontava lo stesso argomento da una diversa prospettiva. Purtroppo, questo nostro “viaggiare insieme”, quantunque ognuna guardasse il paesaggio da un finestrino diverso, si e’ interrotto, soprattutto per la mia incapacita’ di comprendere fino in fondo i suoi concetti, che per qualche mai avvenuto malinteso. Tuttavia, oggi, leggendo questo articolo, mi e’ tornata la voglia di ricollegarmi ad un suo post. Non tanto perche' io sia diventata piu’ intelligente, quanto perche' lei, forse, ha voluto lanciarmi la palla in modo che potessi raccoglierla.

Nel post, scritto sottoforma di divertente dialogo fra Dio e Satana, Xtc mischia due tematiche fondamentali della teologia: il libero arbitrio e il concetto Epicureo del male e del bene come volonta’ e onnipotenza degli dei. Per oggi ci soffermeremo sul primo, rimandando ad un altro post l’analisi del secondo.

Il fatto ineludibile e’ che per i cattolici esiste il libero arbitrio. Per gli altri non si sa, ma per i cattolici si’. In ogni caso, per tutti, Cristiani, Ebrei, Musulmani, tutto ha inizio col Peccato Originale (che si chiama "originale" appunto per questo), del quale nessuno di noi ha una vera responsabilita’, ma che fin da quando si nasce hanno voluto affibbiarci. Cosi’, tanto per farci sentire fin da subito in colpa e darci un assaggio della vita.

E’ anche vero’, pero’, che i cristiani hanno avuto qualche raccomandazione in piu’, e per mondarsi dei peccati possono contare su strumenti che gli altri non hanno: il Battesimo e la Confessione. Quindi, e’ per questo che possono tranquillamente continuare peccare fregandosene, e senza il timore di incorrere nelle ire divine. Ti va di peccare? Lo fai, poi ti confessi e fai reset di tutto, tornando candido e pulito come chi, invece, non ha mai peccato. La decisione, se peccare o non peccare, spetta dunque soltanto a te, e si chiama libero arbitrio.

Il libero arbitrio sembrerebbe quindi, a prima vista, un sinonimo di quella che viene definita liberta’ di scelta, ed e’ in questo senso che generalmente viene il piu’ delle volte interpretato. Ma se per definire la liberta’ di scelta esiste apposta l’espressione “liberta’ di scelta”, per quale motivo inventarsi un’altra cosa, per di piu’ un tantino piu' oscura da comprendere?

Ve lo dico io: perche’ nello specifico cristiano libero arbitrio non significa propriamente la liberta’ di scelta che riguarda ogni cosa (ad esempio, se mangiarsi un gelato al pistacchio oppure alla nocciola), ma consiste in quella particolare liberta’ di scegliere solo tra il bene e il male. E’ quindi la totale e incondizionata autodeterminazione che Dio ci ha concesso, pero' soltanto dinanzi ai suoi insegnamenti - a quanto pare, di tutto il resto, Dio se ne frega, compreso del gusto del gelato che mangiamo -, salvo poi dannarci se non seguiamo alla lettera le sue regole.

Ma se le cose stanno cosi’, se in tutta autocoscienza, scegliendo di esercitare il nostro libero arbitrio, veniamo poi dannati se non si fa esattamente quello che Dio ha stabilito, allora che liberta’ di scelta e’? Dio in sostanza ci dice: “Questo e’ cio’ che potete fare (il bene) e quello che non potete fare (il male). In alcun modo siete costretti ad obbedirmi. Siete totalmente liberi di scegliere di fare quello che dico Io, oppure, sempre liberamente, potete scegliere di bruciare all’inferno per l’eternita’.

E cosi’, dunque, che dopo lunghe ed estenuanti meditazioni, inesorabili e noiosissime letture, terribili contraddittori con le menti piu’ eccelse e raffinate di questo mondo, oggi mi si e’ finalmente aperto chiaro in mente il vero significato di libero arbitrio che non e' assolutamente liberta' di scelta, ma altro. Avete presente la condizione di quel tizio a cui il mafioso preannuncia un brutto incidente se non accetta di pagare il pizzo? Ebbene, si puo' sottostare liberamente a un ricatto?

domenica 7 ottobre 2012

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Dubito ergo non sum

Klára era una ragazza come tutte le altre, senza alcuna dote particolare, a parte le gambe oggettivamente ben fatte, e con un unico svago, anzi due: lo shopping compulsivo e darla via per soldi. Adorava cio’ che faceva e adorava i suoi clienti, soprattutto quelli che con lei erano carini, gentili e generosi.

Un giorno, un cliente piu’ carino, gentile e generoso degli altri, le regalo’, chissa’ per quale motivo, un libro di filosofia sul dubbio sistematico di Rene' Descartes (ovvero Cartesio, per chi fosse ignorante e non avesse frequentato almeno il liceo Classico).

Trovandosi per la prima volta di fronte alla celeberrima “cogito ergo sum” (ovvero “penso dunque sono”, per chi non sapesse usare Google e Wikipedia), Klára ne rimase letteralmente folgorata.

Comprese cosi’ che l’unica cosa di cui poteva essere razionalmente certa era il proprio pensiero, e quindi, la propria esistenza. Di tutto il resto, la gente, il mondo, l’universo intero, niente le garantiva che non fosse soltanto un’illusione, una specie di gigantesco inganno dei sensi intessuto da chissa’ chi e chissa’ per quale fine.

Percio’, concluse Klára, dato che niente al di fuori del proprio pensare era certo, l’unica cosa sensata da fare era dubitare. Dubitare di tutto.

E da quel giorno Klára inizio’ a dubitare.

Dubito’ dell’esistenza dei suoi clienti, dei suoi amici, della casa in cui abitava, della sua famiglia, dubito’ del cielo e della terra, dubito’ dell’esistenza di Dio, ma anche della sua non esistenza, perche’ se dubiti di qualcosa devi dubitare anche del suo contrario.

Dubito’ percio’ di questo e di quello, dubitando di tutto, persino delle proprie gambe che, forse, non erano cosi' ben fatte come lei credeva, e anche dei soldi, fino a quel momento suo unico punto fermo, che potevano essere soltanto un mero inganno della sua mente.

Smise cosi’ di fare shopping, perche’ niente le dava la certezza che cio’ che acquistava esistesse realmente, e il suo armadio pieno di vestiti alla moda, oppure la scarpiera con le sue cento paia di scarpe, potevano essere solo la materializzazione illusoria di qualcosa che probabilmente non esisteva.

Poi, smise di darla via, che’ darla via gratis ormai non aveva piu’ alcun senso, con gran dispiacere dei suoi clienti, dei quali peraltro non le interessava piu’ niente, dato che probabilmente non esistevano affatto neppure loro.

Decise dunque di trascorrere il resto dei suoi (presunti) giorni, rinchiusa (puo’ darsi) nella sua (ipotetica) cameretta, a dubitare.

Fin quando, uno sventuratissimo giorno, inizio’ a scorgere la fregatura: venne infatti aggredita dal dubbio che anche colui che le aveva svelato la finzione che la circondava, lo stesso Cartesio, non fosse realmente mai esistito, e che, quindi, la stessa rivelazione non fosse altro che un inganno come tutto il resto.

Da quel momento inizio’ a dubitare della concreta validita’ del dubitare, dubitando simultaneamente dei suoi dubbi e della validita’ stessa del dubbio, unica cosa che, fino ad allora, era rimasta la sua unica certezza.

Klára si trova oggi rinchiusa in un ospedale psichiatrico e vive in una cella imbottita. Unico passatempo un vecchio pc, forse immaginario, con cui puo’ collegarsi a internet, ma lei pensa sia, facilmente, solo frutto della sua fantasia.

Ha un blog, o almeno crede di averlo, anche se non ne e’ del tutto sicura. A chi le fa visita ripete spesso di essere una persona felice, per il fatto - sostiene - di avere alla fine raggiunto l’unica vera Certezza di tutta la sua forse inesistente vita: che Cartesio, esistito oppure no, al di la’ di ogni dubbio, fosse veramente un grandissimo stronzo.

sabato 6 ottobre 2012

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Gli anonimi e le crociate contro Chiara di Notte

Ce ne sono stati molti in passato di personaggi che hanno tentato in tutti i modi di screditarmi. Le prime azioni di discredito nei miei confronti risalgono addirittura al 2000, quando i forum e le interazioni sociali nel web erano appena all’inizio. Ricordo il primo luogo di discussione in cui mi iscrissi: si chiamava “Italy Escort Review” (IER). In quel forum i clienti di prostitute si scambiavano opinioni e consigli sulle stesse, e dato che era quello il mio mestiere di allora, IER divenne indispensabile per conoscere cio’ che i puttanieri normalmente si dicevano quando erano tra di loro.

Col mio carattere e con la mia vis polemica, sarebbe stato impossibile non farmi subito dei nemici, e fu da quel momento che iniziarono le crociate contro di me. In pochi anni il mio nick, abbastanza noto negli ambienti in cui si trattava quello specifico argomento, divenne sinonimo di “rompicoglioni cagacazzi”. Da cio' si puo’ intuire come mi divertissi a fare arrabbiare chi parlava di puttane come se fossero oggetti in mostra sugli scaffali di un supermercato.

Dopo il primo IER, ricordo il secondo, il terzo, poi il Malocchio e infine il famigerato Escort Forum, l’ultimo che ho frequentato prima di approdare definitivamente a questo blog personale. Ovviamente, le opinioni su di me erano divise fra chi mi riteneva arguta, capace di stimolare discussioni interessanti e chi, invece, a prescindere, mi detestava e basta. Forse chi mi detestava neppure sapeva il perche’ di quel suo sentimento, ma come avviene anche nel reale, probabilmente si trattava di un mero fatto “epidermico”. Sappiamo bene come esistano persone che ci restano sulle palle fin da subito. Ebbene, cio’ e’ accaduto tante volte anche a me, ma non per questo non ci ho dormito la notte.

Sta di fatto che le crociate da parte di singoli utenti della rete, oppure di interi branchi, gruppi che si coalizzavano contro di me perche’, a quanto pare, mi consideravano troppo coriacea da affrontare singolarmente, si sono intensificate fino a raggiungere il culmine nel 2007, allorquando uno o piu’ psicopatici, oltre a tentare un attacco informatico a questo sito, crearono altri blog, clonando la mia grafica cosicche' sembrassero un mio prodotto, e scrivendoci sopra cose indicibili, cercando di attribuirle a me.

Quei blog cloni sono ancora li’, da qualche parte nel web, dimenticati, a dimostrazione di quante teste malate si aggirino nascoste dall’anonimato che la rete consente, e come certe pulsioni, invece di essere rivolte verso qualcosa di positivo, vengano invece sprecate solo per manifestare negativita' e odio.

Il mio carattere di gomma ha fatto si' che tutte quante le frecciate che sono state scagliate contro i miei bastioni rimbalzassero, e credo che ancora oggi ci sia chi si sta leccando le ferite. Perche’ non esiste frustrazione piu’ grande di quella che si prova sapendo che tutto cio’ che facciamo contro qualcosa, tutti gli sforzi che dedichiamo per abbattere qualcuno, tutto l’impegno che ci mettiamo per distruggere quello che detestiamo, non sortiscono alcun effetto.

Oggi, a distanza di anni dall’ultima crociata, sembra che ci sia di nuovo chi ha voglia riprovarci. Immemore o forse ignaro, crede che dedicarmi un blog, nel tentativo di screditarmi o forse nell’illusione di ridicolizzarmi, sia qualcosa di geniale che nessuno ha mai fatto prima. E non sa che, inevitabilmente, come tutti i suoi predecessori, andra’ a sbattere contro qualcosa di assai piu’ duro della sua volonta’, col rischio di perdere quel poco di senno che forse ancora gli e’ rimasto. Se ancora gli e’ rimasto qualcosa; cosa che dubito.

L’anonimo commentatore (o forse dovrei dire l’anonima commentatrice in quanto ho la forte sensazione che stavolta si tratti di una donna) che nei giorni scorsi ha letteralmente inondato questo blog di messaggi deliranti, molti dei quali, per decenza, non ho pubblicato, accorgendosi di non essere cagato/a da nessuno, e non avendo altro strumento per farsi notare, ha deciso di creare un blog su di me, per poter scrivere tutte quelle stronzate che, ovviamente, qui, gli/le sono precluse.

Purtroppo - si capisce che manca di esperienza, usa poco la ragione e si fa trasportare molto dall'istinto - se pensava che facendomi sapere del suo blog mi spingesse a citarne anche l’indirizzo, cosi’ da indirizzarvi dei lettori, sbagliava. Da qui nessuno sara’ indirizzato, quindi non ne ricavera’ assolutamente niente, se non forse questo post che probabilmente lo/la fara’ sbrodolare per aver ricevuto almeno un minimo di considerazione. Di contraccambio, chi giungera’ al suo blog, sara’ incuriosito di conoscere anche il mio, per farsene un’opinione e capire esattamente come stanno le cose.

Ha detto l’amico Flyingboy, quando gli ho raccontato cosa stava accadendo: “Sei l’unica a cui da sempre vengono dedicati blog; anche se lo fanno per screditarti, alla fine ottengono solo di portarti nuovi lettori”. Ed e’ vero. Percio’ vorrei ringraziare pubblicamente questa persona che sta spendendo le sue energie per farmi pubblicita’, anche se il mio consiglio, sincero e spassionato, sarebbe quello di dedicarsi a qualcosa di piu’ costruttivo e assai meno idiota.


Nella foto: un tasto utilissimo per risolvere un bel po' di problematiche legate alla comunicazione nel web.

venerdì 5 ottobre 2012

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Ho due cose da dirvi

Ogni tanto vado in giro per il web. Quando non ho niente di meglio da fare (dunque sempre), mi metto comoda a leggere, giocando ad analizzare lo stile comunicativo di chi ha un blog. Prendetelo come un hobby oppure come un utile modo per individuare qualcosa anche di me stessa, pero' e' molto divertente. Scopro cosi’ un sacco di cose interessanti che, poi, diventano la base su cui a volte costruisco certi miei post.

Ho notato, innanzi tutto, che sono in pochi quelli che hanno davvero qualcosa da dire. Qualcosa di succoso, saporito, che possa stimolare una riflessione, complessa o meno, oppure anche una sincera risata che non fa mai male. Sembra che molti usino piu’ pixel per esprimere cio’ che hanno in testa di quanti siano stati i neuroni che hanno generato quel loro pensiero. Pensiamo ad esempio a chi si limita a fare solo dei copia incolla di cio’ che hanno scritto altri (in altri blog oppure in qualche libro). Citazioni, brani di poesie o di canzonette, corredate da foto intriganti rubate da internet, inserite per catturare l'attenzione, ed opla’… il gioco e’ fatto! Con il semplice sforzo di qualche clic si da’ in pasto un bel BigMac virtuale ripieno di roba precotta buono solo per chi e' abituato a divorare di tutto, anche le schifezze, senza masticare, senza assaporare.

Poi c’e’ chi, invece, qualcosa da dire ce l’avrebbe anche, ma ha degli atteggiamenti talmente autoreferenziali e spocchiosi (e qui mi ci potrei mettere anch’io) che quando scrive ti “caga” fuori i concetti come se li facesse cadere dall’alto di un pulpito, cercando, forse, di insegnare alle masse di poveri ignoranti com’e’ che si deve vivere (si’, si’, mi ci riconosco proprio).

Ce ne sarebbero di esempi da fare, sia di un tipo che dell’altro, come di altri ancora, ma cio’ che mi affascina non sono tanto le differenze, quanto quell’elemento che quasi tutti hanno in comune. Infatti, sono davvero pochissimi coloro che confessano di avere una vita di merda e di vivere nel web quello che fuori non possono avere. Tutti, o quasi, sembrano soddisfatti di cio’ che hanno nel reale, delle loro relazioni, dei loro amici, di tutto. In sostanza, la vita che vivono quando non sono collegati al web e piena ed appagante e nessuno, o quasi, avrebbe bisogno del mouse e della tastiera per esprimere pienamente se stesso.

Probabilmente pensano che gli altri, tutti gli altri esclusi loro, non ce l’abbiano questa vita appagante, ed e’ a questo punto che mi viene qualche dubbio. Non un dubbio come quello sistematico di Cartesio [1], non sia mai! E’ qualcosa di molto piu’ leggero, pero’ mi fa pensare a come possa qualcuno essere convinto che tutti facciano qualcosa, o subiscano qualcosa, se dentro non ha anche lui l’idea di quella cosa. Cioe’, per accusare una persona di essere una sfigata, di non avere una vita vera, di trascorrere tutta quanta la sua esistenza nel virtuale, io per prima dovrei avere ben presente di che cosa sto parlando, quindi conoscere quel tipo di vita che accuso gli altri di vivere. E’ una questione di logica e contro la logica, ahime', non c’e’ niente da fare.

Tutto questo discorso per arrivare a cosa? Beh, non lo so. Fate voi e traetene il nutrimento che credete. Dopotutto e’ gratis, quindi costa meno di uno schifoso BigMac. Comunque, a parte la lunghissima divagazione che ho fatto, che non c'entrava nulla, ho due cose da dirvi:

La prima e’ che non mi ricordo quale sia la seconda.
La seconda non me la ricordo proprio.
La terza, invece, non esiste.


[1] Prima di partire lancia in resta per commentare questo punto specifico del post, onde evitare figure da caciottari, qualora non abbiate frequentato il liceo Classico, pero’ volete far credere a tutti di averlo frequentato, andate a studiarvi, almeno su Wikipedia, quello di cui si sta parlando. :)

giovedì 4 ottobre 2012

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Per non parlare sempre di puttane

Dato che, ultimamente, sono stata accusata di scrivere sempre a proposito delle solite cose, cioe’ di prostituzione e puttane, oggi vorrei cambiare argomento e parlare di Socrate, un famoso pedofilo dell’antichita’ che fu indicato come il piu’ sapiente tra gli uomini. Ad affermarlo fu una delle maggiori autorita’ mediatiche dell'epoca, l’Oracolo di Delfi, qualcosa di simile a quello che oggi in Italia potrebbe essere il Corriere della Sera oppure Il Giornale, solo che, anche se il nome potrebbe farlo pensare, non si trattava di una testata giornalistica adusa a raccontar cazzate, ma una specie di divinita' che presagiva il futuro e che mai sbagliava.

Ad ogni modo, Socrate, che oltre ad avere una particolare predilezione per i bambini era anche un uomo molto modesto, per sputtanare l’Oracolo decise di contrapporsi ai piu’ grandi sapienti del suo tempo, nel tentativo di comprovare di non sapere un bel niente. Pero’, alla fine, cio’ che ottenne fu di sputtanare soltanto i sapienti, poiche’ fece emergere che la loro sapienza si basava sul nulla. Socrate dovette cosi’ riconoscere di essere davvero il piu’ sapiente di tutti, proprio per essere l’unico ad ammettere di sapere di non sapere un bel niente. Dopodiche’, torno’ alla sua attivita’ principale e preferita: trastullarsi coi bambini. Fino a quando non fu imprigionato e infine decise di suicidarsi bevendo la cicuta.

Qualcuno pensera’ che sia stato imprigionato per i suoi giochetti sessuali fuori norma. Ebbene, non fu cosi’; all’epoca tale pratica era ampiamente diffusa e socialmente accettata, esattamente come oggi e’ guardare "l'isola dei famosi". Il problema di Socrate fu che dando dell’ignorante a destra e a manca, un po’ tutta Atene - a ragione - inizio' ad avercelo sulle palle. Infatti, Platone, che e’ la principale fonte di notizie che abbiamo su di lui, ci riferisce che era solito ripetere ossessivamente:

“L’unica cosa che so e’ quella di non sapere”.

Un’affermazione paradossale che fa imbestialire chi, invece, l’unica cosa che sa e quella di sapere tutto. Affermazioni di questo tipo sono spesso divertenti, e Socrate amava essere spiritoso oltre misura poiche’ i bambini andavano matti per le sue battute, ma i paradossi talvolta possono anche ritorcersi contro, e questo e’ cio’ che probabilmente accadde nell’Atene di duemilaquattrocento anni fa.

Quella frase viene oggi usata da chi vuole apparire saggio e umile allo stesso tempo, senza pero’ far la figura dell’ignorante. Non c’e’ da stupirsi quindi se chi la usa troppe volte alla fine resti sulle palle a tutti. La domanda che pero’ sorge spontanea, e che ai sapienti di allora non venne in mente altrimenti oggi Socrate non sarebbe cosi’ famoso come pedofilo, e’: “Ma se dici che l’unica cosa che sai e’ di non sapere, come stracazzo fai a saperlo? Perche’ se e’ vero che non sai una beneamata fava di niente, non puoi neanche sapere di non saperlo".

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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