domenica 30 settembre 2012

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Il mondo ha ancora bisogno delle puttane

E’ per tutto cio’ che scrive e per valori che cerca di diffondere, con forza e determinazione, in una difficilissima battaglia contro il femminismo talebano e il moralismo ipocrita, che ammiro e stimo Morgane Merteuil, “puttana, attivista, femminista”, cosi’ si definisce, che in Francia si trova al centro di un acceso dibattito sulla dignita’ della donna allorquando sceglie, in tutta liberta’, di vendere il proprio corpo. Oggi, forse anche a causa della crisi economica, sono sempre di piu' le donne che scelgono di farlo, liberamente, come professione o in modo saltuario, ed e' sbagliato confonderle con le ragazze rapite, portate via con la forza dalle loro famiglie e costrette a stare in mezzo a una strada per arricchire una cricca di magnaccia.

Percio’, cominciamo innanzitutto a sfatare qualche luogo comune. Contrariamente a quel che pensano in molti, indotti dalla disinformazione mediatica controllata da chi ha tutto l’interesse a far credere che la prostituta tipica sia quella brutalizzata, schiavizzata, obbligata a battere in strada, che se potesse fuggirebbe via dai suoi aguzzini, dalle statistiche, quelle vere e non quelle inventate al solo scopo di alimentare i luoghi comuni, emergerebbero dei dati assai diversi: delle 70.000 prostitute in Italia, molte delle quali di provenienza straniera, infatti, solo nel 65% dei casi si puo’ parlare di stradali, e di queste non piu’ del 5% vorrebbe davvero “fuggire dal lavoro”. In realta’, pur riconoscendo le condizioni non certo entusiasmanti che tale mestiere comporta, insalubri, pericolose, incluso il fatto che viene spesso gestito dal racket al quale deve essere pagata una percentuale sugli incassi, la quasi totalita’ delle ragazze che hanno scelto di farlo, anche quelle sulla strada, non cambierebbe mai la sua condizione per un altro lavoro piu’ “normale”, a meno di non trovare piu’ o meno le stesse condizioni di guadagno.

E’ un argomento, quello della prostituzione intesa come scelta e non come costrizione, che nel moralismo dilagante dei tempi che stiamo vivendo diventa quasi un fatto “eversivo”, soprattutto quando viene trattato come in questa intervista rilasciata dalla Merteuil. Un tema, pero’, che quando viene affrontato da una prostituta, invece che da un premio Nobel in sociologia, offre sempre a chi non la pensa allo stesso modo l’occasione per controbattere. E cosi’, fra le accuse che fioccano nei confronti di chi e’ o e’ stata una puttana e difende la liberta’ di scelta di una donna di fare del proprio corpo quello che crede, c’e’ quella di essere “troppo coinvolta” emotivamente, quindi di cercare un modo per autoassolversi da quella condanna sociale della quale sente il peso, quando, addirittura, cio’ non viene fatto passare per una difesa corporativistica di categoria.

Ma se non una puttana, chi? Chi se non una prostituta potrebbe essere piu’ adatta a parlare di prostituzione? Chi piu’ di una donna che ha conosciuto sulla propria pelle cosa significa il mestiere puo’ avere voce in capitolo? Non credo che chi in vita sua non ha mai accettato, neppure una volta, di fare sesso per denaro possa capire fino in fondo cosa significhi, e non credo che chi non ha mai fatto la puttana possa giudicare dall’alto del suo pulpito cio’ che non conosce.

In questo, Morgane Merteuil ha tutte le ragioni del mondo portando avanti la sua battaglia contro l’ipocrisia, il perbenismo e il talebanesimo di chi, in modo falso, spaccia per “emancipazione” quello che in fondo e’ soltanto ignoranza. C’e’ infatti chi ancora non riesce a comprendere i forti mutamenti sociali che stanno avvenendo che portano sempre piu’ donne a riconsiderare il sesso come strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi e non piu’ come atto finalizzato al mantenimento di una relazione sentimentale in funzione monogamica.

Purtroppo, questo mutamento non piace al “sistema”, che da sempre predilige la difesa dello status quo. Idee come quelle della Merteuil, anche se sembrano un’autodifesa della propria integrita’ morale oppure una difesa corporativistica di categoria, possono innescare dei mutamenti profondi nella societa’ e rivoluzionare totalmente il rapporto di forza fra i generi che, fra le altre cose, si basa anche sull’accettazione della superiorita’ del maschio in termini sessuali che si esprime in una piu’ libera scelta che ha rispetto a quella di una femmina. Nessun uomo, infatti, viene ostracizzato, o sottoposto a critiche feroci, se sceglie di fare una vita libertina, neanche se vende il suo corpo a qualche donna arrapata in grado di pagarlo, anzi per certi versi tutto cio’ lo rende quasi degno di sottile invidia, mentre la stessa cosa non avviene per una donna che, invece, nel comportarsi in modo identico viene etichettata come “zoccola”.

E’ il “sistema” a creare i suoi anticorpi, attingendo a quella fascia di persone che, piu’ di tutte, provano fastidio dal fatto che esista chi, con facilita’, riesce ad ottenere quello per cui esse devono faticare. Le piu’ feroci, spesso, sono altre donne, quelle che si ritengono prive di quelle caratteristiche necessarie per potersi avvantaggiare del proprio corpo. Molte di queste si definiscono femministe, attente alla dignita’ di ogni donna, ma sono persone ossessionate dalla crudele disparita’ con cui la Natura ha distribuito i suoi doni fra l’umanita’, e mascherano la loro malattia liberticida con discorsi bugiardi sulla difesa della dignita’ femminile, quando in realta’ tutto cio’ non e’ che un pretesto per tacitare i propri demoni interiori che sono di ben altra natura. In realta’ cio’ che desiderano e' far precipitare sulla terra chi vola troppo in alto, piu’ in alto di loro. Se non fosse cosi’, non si spiegherebbe l’ossessione che hanno di voler “aiutare” ad ogni costo anche chi di essere “aiutata” non ha alcuna voglia, proponendo leggi che limitino l’esercizio della prostituzione allo stesso modo in cui vorrebbero obbligare le donne islamiche che hanno scelto di portare il velo, a non portarlo.

Sono convinta che chi e' favorevole a leggi che impediscono alle donne scelte individuali, come quella di prostituirsi oppure portare il velo, se e’ cio’ che alcune donne desiderano fare, si pone esattamente sullo stesso livello di chi le obbliga a prostituirsi e a portare il velo anche controvoglia. Tuttavia, riconosco anch’io come nell’atto di prostituirsi ci sia qualcosa di sottilmente sbagliato perche’, in fondo, sono convinta che in un mondo ideale, migliore, non dovrebbero esserci ne’ prostitute ne’ clienti. I rapporti fra le persone, tutti i rapporti, dovrebbero essere avulsi dal denaro, dalla posizione sociale, dalla bellezza, dall’intelligenza, quindi dall’esercizio di quel potere che ogni persona puo’ piu’ o meno avere, e che sempre viene finalizzato al raggiungimento del proprio obiettivo senza esclusione di mezzi. Ma questo dovrebbe contemplare ogni tipo di prostituzione, non solo quello in cui di mezzo c’e’ il sesso. Altrimenti, se fra tutti i modi in cui la gente in questo mondo si prostituisce l’unico criticabile resta quello per via sessuale, allora viene da pensare che il vero problema non sia il prostituirsi, ma il sesso stesso.

Il mondo reale, comunque, non e’ quello ideale, non e’ Utopia, non e’ un mondo dove tutti sono belli, perfetti, sessualmente normali, soddisfatti della loro vita sessuale, tutti innamorati del partner giusto che ricambia a sua volta allo stesso modo. Il mondo reale e’ un’altra cosa ed ha ancora bisogno delle puttane. Perche’ non ci sono solo luci, ci sono anche ombre. Ci sono pulsioni e desideri inconfessabili. Tutti hanno obiettivi diversi da raggiungere, e voglie da soddisfare che altri non hanno. Percio', non c’e’ nessuno che possa spacciare il suo stile di vita come il migliore in assoluto, tanto da renderlo obbligatorio per tutti. Ed e' una fortuna che sia cosi’. Perche’ se cosi’ non fosse, se qualcuno potesse imporci per legge cosa fare del nostro corpo, se venderlo, affittarlo, regalarlo oppure buttarlo via, come se potesse decidere di coprirci il volto con un velo oppure no, piu’ che a un’utopia assomiglierebbe a una distopia di tipo nazista.

Anche se la volonta’ che il “sistema” e i suoi anticorpi cercano di imporre e’ quella di unificarci il piu’ possibile a un modello, affinche’ si possa essere piu’ controllabili e gestibili, sta a noi lottare per mantenere intatta e viva la nostra vera identita', qualsiasi essa sia.

mercoledì 26 settembre 2012

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Prostituirsi: quali vantaggi e quali svantaggi?

Ho iniziato questa carrellata sul mestiere piu’ antico del mondo con un racconto, proseguendo poi con altri articoli - questo, questo e questo - nel tentativo di sviscerare l’argomento da angolazioni differenti, citando opinioni scritte da altre donne, anche in antitesi fra loro, e ascoltando volentieri cio' che aveva da dire chi ha commentato in modo educato e costruttivo. Oggi, vorrei concludere questo ennesimo “giro” su un argomento che riesce ad appassionare ogni volta che se ne discute, parlando dei vantaggi e degli svantaggi che possono esserci quando si sceglie di prostituirsi.

Parlando chiaro, nove volte su dieci i vantaggi si condensano in un’unica cosa: tanti soldi in poco tempo. Tuttavia c’e’ anche una piccola, piccolissima, parte di vantaggi a cui solo chi e’ curiosa, trasgressiva e desiderosa d’avventura puo’ “abbeverarsi”, che e’ quella di poter entrare in contatto in modo profondo con cio’ che generalmente il maschio nasconde fra le pieghe della sua intimita’, riuscendo a filtrare nella sua psicologia, nelle sue debolezze, nelle sue sfaccettature piu’ diverse e tanto piu’ sincere quanto piu’ si riesce ad addentrarsi all’interno della sfera emozionale, che e’ permeabile al massimo quando si fa sesso. Ma per arrivare a cio’, non si devono avere preclusioni. Non si puo’ limitare il servizio solo a quei clienti che ci piacciono tanto, anche perche’ non e’ cosi’ frequente che si incontrino uomini fisicamente degni di fare concorrenza ai Bronzi di Riace.

Percio’, per vivere davvero l’avventura in modo da poter soddisfare quell’aspetto che non ha un risvolto economico, ma che sicuramente toglie quella sete di conoscenza, di trasgressione e di avventura che, come ho detto, solo poche hanno, si devono talvolta prendere anche strade che, all’apparenza, sembrano scomode, tortuose, piene di fango, ma che sono le uniche in grado di farci arrivare dove altre, meno spregiudicate, non sono mai arrivate. Non e’ assicurato che cio’ che troveremo sara’ qualcosa che ci sorprendera’ o ci entusiasmera’, ma sara’ comunque un piccolo passo nella direzione dell’arricchimento della nostra conoscenza.

Gli svantaggi, invece, nascono da un intersecarsi di emozioni a cui nemmeno una statua di sale riuscirebbe a restare indifferente. Infatti, non sempre si puo’ scegliere con chi andare. Non si puo’ pretendere ogni volta di trovare qualcuno che al solo vederlo ci fa bagnare le mutandine e che magari ci paghi anche per andarci a letto. Quindi, capitano personaggi di ogni tipo, piu’ o meno piacevoli, piu’ o meno attraenti, molti in eta’ avanzata e con una mole che, decisamente, poco assomiglia a quella dei Bronzi di Riace, magari con le mani sudaticce e che dal punto di vista del dialogo, sia intellettuale che sessuale, sono proprio zero. Percio’, che si fa? O si trova dentro di noi il massimo della professionalita’ per poterli accontentare, oppure si dice di no. E’ ovvio che per ognuna esistono dei limiti, insuperabili, diversi da ragazza a ragazza, per cui qualcuna puo’ essere piu’ disponibile di qualcun’altra, ma in ogni caso quei “limiti” non andrebbero mai superati.

Anche a me e’ capitato di avere delle “avventure” che erano decisamente troppo, persino per i miei standard. Nonostante fossi abbastanza di “bocca buona” e dessi spazio ad un’ampia categoria di clienti (selettiva nel privato ma disponibile nel lavoro, e’ sempre stata la mia filosofia), ci sono stati casi in cui ho preferito rifiutare, perche’ se un cliente si accorge che sei rigida e ti sforzi di fingere, va a finire che lui rimpiange il denaro che ha speso e tu il tempo che hai sprecato. In ogni caso, anche fra chi non e’ fisicamente appetibile, ci possono essere persone con le quali, a pelle, ci si trova bene, e allora diventa tutto un altro discorso. Pero’, se qualcuno davvero ci disgusta oltre quel limite che ci siamo imposte, e non c'e’ niente che possa farci cambiare idea, allora e’ meglio rifiutare.

Un altro punto sfavorevole quando si esercita la prostituzione e’ sentire addosso il peso del giudizio sociale, cosicche’ c’e’ chi, nel vendere il proprio corpo, vede “compromessa” anche la propria dignita’ di donna. L’indottrinamento morale, religioso o di altro genere, puo’ creare un meccanismo per cui molte si vergognano per quello che fanno, e rischiano di perdersi in un circuito di dolore mentale senza ritorno. Se cio’ accade, e non si vuole assolutamente rinunciare perche’ i bisogni materiali sovrastano quelli morali, si deve imparare a dividere la vita dal lavoro, recidendola in modo netto, arrivando se necessario persino a sdoppiarsi in due distinte personalita’, ma facendo attenzione ad esserne sempre ben coscienti, oppure si rischia di finire davvero male.

Un ulteriore problema e’ anche la mancanza di una vita privata da condividere con un’altra persona. Un compagno veramente innamorato e non interessato all’aspetto economico, difficilmente accetterebbe di aspettare il nostro ritorno sapendo che stiamo scopando con qualcun altro. Magari potrebbe farlo una donna, una compagna, e in tal caso chi e’ omosessuale e’ sicuramente avvantaggiata, ma chi ha gusti esclusivamente eterosessuali e’ bene che ci pensi prima di legarsi profondamente a qualcuno se non vuol vederlo soffrire.

In definitiva, raccogliendo le confidenze di chi, come me, ha fatto questo mestiere, c’e’ chi mi ha confessato di aver sofferto moltissimo e chi, al contrario, nella vita non avrebbe potuto scegliere di meglio. Cio’ che invece posso dire io riguardo e’ che al di la’ di ogni vantaggio che se ne puo’ ricavare prostituendosi, il maggior fastidio lo si prova quando ci si risveglia in un letto insieme a un estraneo, qualcuno che con noi, nonostante il contatto del corpo sia stato quasi completo, non ha assolutamente niente a che fare. E’ in quel momento che ci sentiamo sperdute e non si ha piu’ chiaro chi siamo. Non sappiamo piu’ quale sia la nostra vera casa ed e’ come se non avessimo mai avuto una vita nostra, un nostro reale, un nostro privato.


PS: Questo post, riguarda solo la prostituzione intesa come scelta consenziente e responsabile, che non ha alcuna relazione con la coercizione, la tratta e lo sfruttamento sessuale di giovani donne costrette a prostituirsi.

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La sintesi

venerdì 21 settembre 2012

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Di nuovo a casa... ed e' tempo di vendemmia

Bene. L'avventura moscovita si e’ temporaneamente interrotta e sono finalmente rientrata a casa, ritrovando le mie cose, i miei affetti, e anche il mio computer che, posso dirlo con sincerita’, un po' mi e' mancato. Ero stanca di dovermi dibattere ogni giorno fra connessioni improbabili - erano piu' le volte che non funzionavano di quelle che funzionavano - e una tastiera impossibile da usare sulla quale non riuscivo proprio a scrivere, dovendo sempre cancellare un errore dietro l’altro perche', coi tasti troppo piccoli, involontariamente mi capitava di premere quelli sbagliati.

Credo che gli uomini mal si rendano conto di come noi donne, in certe cose, si sia davvero imbranate. Non solo le tette ci impediscono di essere agili in un mucchio di situazioni, rendendoci impacciate e vulnerabili, ma anche le unghie, a volerle tenere lunghe, talvolta possono essere d'intralcio.

Devo dire pero' che ritornare alle proprie abitudini, dopo mesi in cui si e’ vissuto in una realta’ completamente diversa, e’ qualcosa di veramente iperpiacevole. La sensazione che provo a trovarmi di nuovo qui e’ quella di essere in un luogo sicuro dove ritrovo la parte piu’ profonda di me stessa. Non avro’ mai sorprese a casa mia; le cose non cambiano, restano cristallizzate nel tempo e nello spazio. I discorsi ricominciano esattamente dal punto in cui si erano interrotti, i problemi sono rimasti gli stessi, i sentimenti, le situazioni, gli sguardi, le parole, le abitudini, le situazioni; niente e’ cambiato, tanto che ogni volta che torno mi sento come se fossi solo io ad essere diversa. Oppure, forse, neppure io cambio. Per tutti, difatti, e’ come se fossi andata via solo ieri.

Unica novita’, se di novita’ si puo’ parlare e’ la vendemmia. Esattamente come ogni anno. In questo periodo e' impossibile non riconoscere la mia piccola citta’. Lo potrei fare anche ad occhi chiusi. L’odore dell’uva impregna ogni cosa e si sente a chilometri di distanza; gia' lo sentivo, ieri, arrivando col treno. Ogni luogo ha il suo odore ed e’ con l’olfatto, che a quanto pare in me e' molto sviluppato, che porto dentro ogni citta’ in cui ho vissuto. Allo stesso modo sara’ difficile che dimentichi l’odore che ha Mosca, particolare, diverso da tutto e che fra non molto risentiro’.

In Russia, infatti, dovro’ tornarci fra qualche mese. Credo che d’ora in poi, almeno per qualche tempo, la mia vita’ si svolgera' fra questi due paesi. Forse, fra un viaggio d’andata e uno di ritorno, mi capitera’ anche di fare una capatina a Milano, altra citta' dall'odore particolare, anzi spero di poterlo fare al piu' presto, ma adesso voglio godermi l’atmosfera magica che regna qui. Settembre, ottobre e novembre sono i mesi piu’ belli. I mesi della vendemmia, del vino, delle sagre, dei festival, e migliaia di persone arrivano da ogni dove per visitare questi luoghi. Sono i mesi della vita, e per niente al mondo avrei rinunciato ad essere anch’io, qui, insieme a chi piu' amo.

martedì 18 settembre 2012

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Donne perbene e donne permale

Dopo aver espresso le mie critiche, educate e non arrabbiate come ha detto qualcuno, all’articolo di Chiara Melloni pubblicato su Femminile Plurale (questo il link al mio post), controbattendo chi demonizza la prostituzione e di conseguenza, velatamente o meno velatamente, anche chi sceglie di prostituirsi, oggi vorrei concedere spazio a un altro articolo che tratta piu' o meno lo stesso argomento, e vorrei riportarlo integralmente. La provenienza e’ sempre da un sito femminista, ma i toni che si usano sono decisamente diversi e le finalita’ opposte. Riconoscere alle prostitute quella dignita’ che i cosiddetti benpensanti, fra cui anche molte sedicenti femministe, mediante artifici semantici e discorsi capziosi imbevuti da uno smaccato senso di superiorita’ morale, tentano di togliere loro, e’ atto di grande spessore etico, ed e’ per me l’essenza piu' vera del femminismo avulso dal pregiudizio ideologico e dal facile, quanto gratuto, moralismo.

L’articolo e’ tratto da Femminismo al Sud, e’ firmato con lo pseudonimo “cybergrrlz” ed e’ per me un onore, oltre che un piacere, ospitarlo in questo blog.


Donne perbene e donne permale

Le prostitute sono donne reali. Di sicuro non sono donne di fantasia. Soffrono uguale. Godono uguale. Vivono, respirano, scaccolano e scorreggiano anche. Però vendono il corpo invece che i pensieri, le braccia, i piedi, il cervello.

La divisione tra donne perbene e donne permale è abbastanza fascista infatti non a caso questa deriva moralistica ha avuto inizio con gli interventi fintamente antisessisti dello spezzone finiano del piddielle ora diventato futuro e libertà. Quelle del pd stanno in coda e i maschi intellettuali forcaioli sfogano attraverso queste vicende tutto l’astio contro un solo uomo, berlusconi, che sicuramente non è un santo ma certamente non è il centro del problema.

Le femmine puttane e un uomo solo il puttaniere? Tolti quelli abbiamo risolto il problema?

E che dire delle affermazioni di principio di alcune donne che in questi giorni fanno dichiarazioni indignate di presa di distanza da quelle donnacce lì, con la stessa faccia schifata che farebbero quando c’è da prendere le distanze da quelli che definirebbero “facinorosi” manifestanti di piazza.

Il mondo diviso in buoni e cattivi. Le donne divise in sante e puttane. La semplificazione estrema. Nessuna complessità. Nessuna corresponsabilità. Nessuna complicità. Nessuna solidarietà. Nessuna differenza tra puttana e puttaniere. Schematizzazioni binarie di chi ha poca voglia di pensare al senso della vita. La propria e quella altrui. La necessità di porsi un gradino più su legittimando quei moralismi ecclesiastici che ci attribuiscono il bollino della affidabilità solo se siamo morigerate, vestite come la binetti, con tanto di cilicio e pronte a sfornare figli ogni volta che starnutisce il papa.

Spiegatemi se vi riesce che gusto c’è a sentirsi superiori, distanti, da quelle donne che si rifanno le tette, vanno in giro con il tacco a spillo, la danno via per migliaia di euro, eccetera eccetera.

Siamo forse migliori? E’ in questo che immaginiamo di realizzare la nostra magra consolazione? Vi capita mai di pensare che in ogni caso il vostro destino è quello di chi in un modo o nell’altro viene consumat@ a tutte le ore, da qualunque angolazione?

Ma sì, immaginiamo che la nostra vita sia perfetta e sentiamoci realizzate come tanti agnelli sacrificali che la tengono ben stretta e la danno via solo per il matrimonio, ad un solo uomo, quello che sposeremo e poi storciamo il naso solo un pochino quando qualcuno ci chiarirà che quell’uomo che ci ricatta economicamente, ci tratta come schiave e se gli stiamo sulle scatole ci porta via anche i figli, ci tratta né più e né meno che come una qualunque puttana. Con la differenza che la prostituzione a domicilio è gratis, puro volontariato. Una fregatura di quelle che non te le scordi.

Tracanniamo questi concentrati di misoginia, aderendo ai peggiori schemi sessisti di chi odia quelle donne perché non se le può permettere, perché fanno una scelta diversa che ci rifiutiamo di accettare, mentre continuiamo a giudicare come inopportuni gli interventi di quelle che lottano per la legalizzazione della prostituzione.

Teniamoci per buone queste magre consolazioni, poi guardiamoci allo specchio, noi e le nostre facce precarie, incazzate come non mai specialmente quando ci passa accanto una bella fanciulla che non ha ancora il retaggio di sofferenze che noi ci portiamo dietro e sulla quale bisogna far cadere addosso tutto il peso della nostra noia, della nostra tristezza, della nostra arrabbiata visione della vita.

Ma davvero siete felici nel vedervi così? Ma sapete o no che la totale assenza di empatia nei confronti delle donne, perfino quelle diversissime da voi, è segno di una vostra grande incapacità di comunicare con voi stesse? Con le parti di voi che nascondono mille “vorrei ma non posso”. Quelle che stanno lì ingrugnite a giudicare le donnine allegre dall’alto della loro posa di madri badesse. Quelle che si sentono disturbate dalla visione di una donna morbida e viva perché impongono limiti alla propria sessualità. Quelle che vivono la prigione di “mille non si fa”. Quelle che quando guardano alcune donne non vedono le persone, con problemi, vite vissute, scelte giuste o sbagliate. Non vedono l’oggetto dell’attenzione di vecchi papponi con la pelle raggrinzita. Vedono soltanto l’identificazione di quella parte di sé che non ammette altro.

Ed è solo un modo diverso di renderle oggetto di qualcosa. Di livore. Astio. Disprezzo. E allora capisco il perché in molti luoghi del mondo talvolta le prime a scagliare pietre durante le lapidazioni sono proprio le donne. Perché di lapidazioni si tratta ed è così che bisogna chiamarle.

Chi tra noi ha compiuto scelte diverse, è cresciuta, senza il timore di esplorare e accettare tutto quello che può sembrare in contraddizione con noi stesse. Chi tra noi riesce a guardare con amore, tenerezza, comprensione ad ogni parte di sé, incluso quelle che mal conciliano con la nostra intransigenza. Chi ha compiuto un lavoro di analisi attento sulla propria vita riesce ad essere serena nei confronti di qualunque diversità e non ha bisogno di stabilire pubblicamente, comunicando il disprezzo per donne “diverse”, le differenze tra donne per bene e donne per male.

Perché se devo scegliere da che parte stare io sto certamente con le donne per male. Sto con loro. Non mi interessa giudicarle. Non mi interessa usarle per stare meglio nella mia sporca precarietà. Non mi lascio distogliere e distrarre da loro e tengo ben fermo l’asse sui miei problemi.

Non mi interessano i maternalismi. Non mi interessa fare la morale alle figlie. Non mi interessa ribadire la mia rappresentazione reale a fronte di quella che descrivo come immaginaria.

L’unica differenza e distanza che continuo ad affermare è quella tra me e le donne fasciste. Per quelle non c’è comprensione né solidarietà. Le kapò del patriarcato hanno scelto da che parte stare. Lo fanno imponendoci valori, obbligandoci a stare zitte e ferme ogni volta che qualcuno ci massacra nella vita e nel lavoro, firmano e votano proposte di legge in rappresentanza di lobby maschili a garanzia di un solo genere.

Quelle che restano a servizio di un regime, per convenienza e per convinzione, sono le uniche mie nemiche. E questo è un giudizio politico. Non è certamente personale. Tutte le altre sono sorelle.

Si vergognino gli uomini che si oppongono a qualunque progresso che possa portare le donne ad una reale liberazione, che educano le ragazzine a vedere nel proprio futuro soltanto alcune alternative, che poi le aspettano all’uscita dalla scuola per portarle ai festini.

Assumiamoci anche la responsabilità di quello che noi abbiamo fatto e che facciamo. Lottiamo per dare alle nostre figlie un futuro diverso, qualche possibilità di scelta in più. Facciamo una rivoluzione per ottenere una indipendenza economica, un reddito, una vita autonoma. E se rivoluzione sarà, io spero che le prime della fila siano tutte le donne permale di questo mondo.

Quelle bistrattate, sputtanate, schifate. Quelle consumate, che gli uomini fanno diventare usa e getta e le donne fasciste se potessero le raserebbero a zero per offendere la loro bellezza. Quelle che vorrebbero rifarsi le tette ma non hanno i soldi. Quelle che non ce la fanno più a sentire la madre che dice “sii te stessa, sei bella così come sei” mentre lei si consuma nei digiuni e nelle bulimie. Quelle che non ne possono più di avere a che fare con donne che non ammettono le loro debolezze. Quelle che provano piacere a mettersi la minigonna, i tacchi alti, il trucco pesante. Quelle belle, brutte, sgraziate, delicate. Quelle che fanno le sante in ufficio e la notte recuperano in chat uno sconosciuto per fargli un pompino gratis. Quelle che non confessano le solitudini, che dicono di non aver bisogno di nessuno e poi si fanno prendere in giro dal primo stronzo che passa.

Prima di ergerci su un piedistallo ricordiamoci sempre che siamo donne, persone, fragili come tutti. Per accedere alla posizione manageriale di Dio c’è tempo e quello sì che è un ruolo da scansare.

Riprendiamoci l’immaginario. Incluso quello che racconta le altre donne senza che vi sia l’eco di qualche stanza del vaticano.

lunedì 17 settembre 2012

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Qualora vogliate fare le cortigiane

Qualora vi passasse per la testa di fare le cortigiane, non chiedete a me di aiutarvi, non lo posso fare. Mi scrivete in tantissime per avere consigli su come iniziare, quali luoghi frequentare, come trovare i clienti, cosa sia giusto fare, ma vi prego: non insistete perche' vi dia aiuto. Oltre a non essere del tutto legale, come ho piu’ volte spiegato, da anni sono fuori dal giro. Il mondo e’ cambiato, la situazione e’ cambiata, la gente e’ cambiata e quello che potrei raccontarvi, oggi, suonerebbe strano, anacronistico, come il racconto di una vecchia zia che ha vissuto un’esperienza non piu’ attinente con la realta’. L’unica cosa che posso fare, pero', e che mi sento ancora di fare, e’ stilare un breve decalogo, elencando cio’ che direi a una sorella. Spero che possa esservi utile.

1) L’aspetto estetico conta molto, ma non e’ tutto. essere cortigiane richiede un livello di erudizione non indifferente. Percio’, anche se la Natura vi ha fatto dono di un bel corpo e di un bel volto, ma non siete in grado di organizzare un discorso sensato e tutto cio’ di cui siete capaci e’ esprimere stupide banalita’ e luoghi comuni, lasciate perdere. Alla fine arrivereste solo a frequentare persone ignoranti o che si divertirebbero a sfottervi per la vostra pochezza intellettuale. Ne sentireste cosi' tutto il peso, e nessuna ricchezza materiale potrebbe mai rendervelo piu' leggero.

2) Se avete intenzione di farlo solo per i soldi, sappiate dunque che in tal caso sara’ molto piu’ faticoso, perche' ogni volta sara’ come una violenza che farete a voi stesse. Ma oltre a cio' sara’ anche piu’ pericoloso: piu’ denaro vedrete arrivare, piu’ ne vorrete accumulare, e forse non saprete piu’ come fare a smettere.

3) Farlo e’ una scelta, non dimenticatelo mai, e la scelta e’ la massima espressione della vostra liberta’. Tuttavia, e’ bene che valutiate attentamente il motivo per cui la fate questa scelta. Se il motivo non e’ abbastanza forte, oppure lo fate solo per rivalsa contro il vostro ex che vi ha tradita, lasciate perdere. Tornare indietro, una volta intrapresa quella strada, non e’ semplice.

4) Sentirsi cortigiana non evita che in fondo cio’ che fate e’ prostituirvi, e questo non mette a rischio solo la vostra integrita’ fisica, ma soprattutto influisce su quella psicologica. La mente non la potrete proteggere con un preservativo. Se non avrete abbastanza forza interiore e sincera consapevolezza che non state facendo qualcosa di sporco, arriverete agli psicofarmaci nel giro di pochi mesi e non vi basteranno tutti i soldi guadagnati per pagare gli psicanalisti dei quali avrete bisogno.

5) Andare in giro vestite come delle mignotte non aiuta. Avercelo scritto in faccia che la date via per soldi, oltre a non essere di buon gusto, non vi sara’ di alcuna utilita’ nella vita. Anche una cortigiana ha bisogno di “uscire” ogni tanto dal lavoro, e ritrovare la sua dimensione di donna in un ambiente in cui nessuno la riconosce per cio’ che fa, altrimenti il rischio e’ quello di non capire piu’ chi realmente si e'.

6) Parlarne con i genitori non e’ saggio, a meno che non siate sicure al 100% che possano reggere al colpo, e che siano cosi' aperti di mente e anticonformisti da accettare di avere una figlia che fa la prostituta. Non credo ci sia bisogno di spiegarvi il perche’.

7) Se un cliente dice che vi ama, puo' essere che ami le vostre tette, il vostro culo, il sapore del vostro sesso o come glielo succhiate. Non voi. Nel mondo della cortigiana non c’e’ posto per le illusioni. Le illusioni portano presto alle delusioni, e le delusioni per chi frequenta molti uomini infoiati e pronti a dire qualsiasi cosa in certi momenti, possono essere infinite. Tenete dunque i piedi sempre ben ancorati a terra. Quasi tutti i clienti che incontrerete avranno detto esattamente lo stesso ad altre cento vostre colleghe.

8) Non esiste un modo adatto per trovare i clienti. Pero’ sconsiglierei di fare pubblicita’ piu’ o meno volgari nei siti web e forum di settore. Se volete essere una cortigiana, quei luoghi non fanno al vostro caso. Iniziare con un giro giusto e con le persone giuste e’ la cosa migliore. Affidarsi quindi al passaparola, evitando di apparire come delle professioniste, ma tuttalpiu’ recitare la parte di chi lo fa per curiosita’ o per trasgredire, anche se i quattrini non vi fanno schifo. Agli uomini piace molto; quasi tutti vogliono illudersi di essere “fra i pochi” in grado di cogliere una donna. Comunque, piu’ di ogni altra cosa, sara’ la fortuna ad aiutarvi a trovare le giuste opportunita'.

9) Se non potete fare a meno di innamorarvi e cio’ che desiderate nella vita e’ avere un fidanzato, lasciate perdere. Sono davvero rari gli uomini che accettano di stare con una donna che va a letto con altri senza battere ciglio, e nel caso lo trovaste, sappiate che esiste la fondata probabilita’ che stia fingendo e che lo faccia solo per interesse. Oppure, se si eccita a immaginarvi mentre scopate con altri, ha un vizio che presumibilmente non perdera’ mai, neppure quando deciderete di smettere.

10) Se tutto quello che ho scritto ancora non vi basta, o lo ritenete inverosimile, oppure pensate che io non ne sappia abbastanza di quel genere di vita, beh, allora provate... provate pure sulla vostra pelle. Per sapere esattamente come stanno le cose, non esiste niente di meglio di un’esperienza diretta. Ma poi, non tornate qui a lamentarvi e a dirmi che avevo ragione.

giovedì 13 settembre 2012

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E invece, parliamo di prostituzione

Lo facciamo mettendo in contrapposizione due tesi: quella di chi sostiene che la prostituzione sia qualcosa che offende la dignita' della donna, di qualunque donna, non solo di chi la esercita, e quella di chi, al contrario, sostiene che la prostituzione non sia sostanzialmente diversa da una qualsiasi altra professione - anzi, talvolta indispensabile per risolvere le difficolta’ di chi non puo’ accedere agilmente a un’attivita’ sessuale soddisfacente -, e che il vero problema sia esclusivamente morale, insito in coloro che, per questioni del tutto soggettive, non riescono a sopportare l’idea che nel mondo ci siano donne che, in liberta’ e senza sentirsi di serie B, abbiano scelto di prostituirsi. A sostenere questa seconda tesi, ovviamente, ci sono anch’io.

"La prostituzione non è riappropriazione. Non è scelta, non è libertà, non è gioia. La prostituzione implica la tortura, la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento, l’emarginazione sociale, il ricatto."

Questo scrive Chiara Melloni in un articolo per Femminile Plurale che ha un titolo che pare quasi un ordine, "Non parlate di prostituzione", al quale non obbedisco e di cui non condivido una sola virgola. Infatti, l’articolista, in buona o cattiva fede questo non mi e’ dato di saperlo, non fa altro che confondere il mezzo (la prostituzione) con la finalita’ (il trafficking, cioe' il traffico di esseri umani) di chi con essa, sfruttandola, si arricchisce.

A voler essere pignola, la stessa operazione di mistificazione la si potrebbe fare anche parlando di raccolta di pomodori. La si potrebbe confondere con le organizzazioni malavitose che spesso stanno dietro a tale attivita’; organizzazioni che, allo stesso modo, trafficano in esseri umani e li sfruttano come e quanto possono essere sfruttate molte prostitute. Cionondimeno, non e’ che chi sceglie di fare la contadina, raccogliendo i pomodori in proprio, debba per questo sentirsi ostracizzata, o compatita, o addirittura equiparata a una “tossicodipendente” da aiutare ad ogni costo, come generalmente avviene per una prostituta.

Da cosa dipende questa diversa valutazione? Perche’ una contadina resta una persona che mantiene un proprio ruolo accettato da tutti e non offende la dignita’ di nessuno, seppure l’attivita’ della raccolta dei pomodori sia spesso collegata al traffico di esseri umani, mentre la donna che sceglie di prestare un altro tipo di servizio, utilizzando invece delle braccia un’altra parte del suo corpo, quella che volgarmente viene chiamata fica, viene trattata come una che col suo lavoro, oltre ad offendere tutto il genere femminile, favorisce il proliferare della malavita?

Fare questa grande confusione fra prostituzione e trafficking, mescolando in modo abile e capzioso il mezzo con la finalita’, rendendo l'uno conseguenza dell'altro se non addirittura la stessa identica cosa, e’ come affermare insindacabilmente che l'oppio fa male, sempre e comunque, poiche' trafficato dalla malavita, dimenticandosi, pero’, quanto questa sostanza venga usata nella farmacologia, soprattutto nella terapia contro il dolore. Una grande parte della produzione mondiale di oppio viene infatti trattata tramite canali che sono del tutto legali, e dietro a tale traffico ci stanno governi, aziende farmaceutiche, ospedali, quindi non coincide con attivita' criminali e nessuno ha niente da ridire. Le persone assennate sanno infatti che l'oppio ed ogni benefico effetto che esso puo' produrre, non puo' essere eliminato adducendo il pretesto che dietro ad esso esiste tutto un traffico parallelo e illegale gestito dalla malavita.

Ma per la prostituzione non e' cosi', e si arriva a demonizzare lo strumento, il mezzo, confondendolo con la finalita’ di chi lo usa. Tuttavia, qualsiasi strumento di per se’ non e’ ne’ buono ne’ cattivo; cio’ che lo rende tale e’ solo il motivo per cui lo si utilizza. Percio' una donna che lo fa per scelta non puo’ essere equiparata a una dodicenne che viene rapita e obbligata a stare in un bordello, in quanto sta proprio nella scelta di fare, o non fare, qualcosa la vera liberta’. Dunque, anche nella scelta di fare la puttana.

Qualcuno ha obiettato che se lo si fa per denaro, non e’ liberta’, in quanto esiste una “costrizione” che e’ appunto il bisogno di denaro. Ma, signori miei, se e’ cosi’ allora ditemi chi e’ che non e’ schiavo? Ogni mestiere viene fra virgolette "fatto per fame". Cioe' per campare. Il fatto di essere schiavi del denaro, vale per chiunque. Un cantante Rock, ad esempio, non lo fa forse per i soldi? “Si’, pero’ il cantante rock vende la sua bravura, non il suo corpo, e quindi e’ una cosa diversa!” mi e' stato detto. Ma in base a cosa si puo’ stabilire che e’ diversa? Che differenza c'e' fra prestazione intellettuale, artistica e corporale? Esiste davvero una differenza per cui l'una valga piu’ dell’altra in termini “morali”?

Se diamo retta a chi sostiene che esiste questa differenza, possiamo stabilire che un cantante rock e' libero perche’ vende la sua bravura... una commessa e' libera perche’ vende la sua bravura... una contadina e’ libera perche’ vende la sua bravura (?). Pero', una donna che sceglie di fare la prostituta, invece della commessa, la cantante rock o la contadina, no. Non lo e'. In sostanza, il confine fra liberta' e non liberta’, per chi demonizza la prostituzione, si riassume tutto in questa sottile diversita’: se vendi il corpo ma non tutto il corpo, solo quelle parti che stimolano desiderio sessuale, non sei libera. Se invece vendi tutto il resto, il tuo cervello, le tue braccia, e la tua arte sei liberissima.

E se invece la liberta’ fosse tutt'altra cosa e non dipendesse da “quello” che si vende, ma da “come” e “perche'” si vende? Perche’ esiste una notevole differenza fra chi e' obbligata a fare un certo mestiere, fosse anche la cantante rock, ma che potendo scegliere farebbe altro, e chi, pur potendo fare qualcosa di diverso, sceglie comunque di fare quello che si sente di fare, finanche la prostituta. E allora chiedo: chi fra le due e’ piu’ libera?

La signora Melloni, se fosse una femminista, vera, attenta alla liberta’ della donna piu’ di quanto lo sia alla sua “moralita’ di facciata”, dovrebbe essere orgogliosa del fatto che al mondo ci sono delle donne che scelgono di gestirsi in proprio senza dover sottostare a nessuno, neppure agli sguardi bramosi di un capufficio arrapato, e dovrebbe portarle ad esempio anziche' demonizzarle per una professione che non significa solo traffico di esseri umani e malavita, ma molto spesso significa anche rendere felice chi, altrimenti, non potrebbe avere una vita sessuale soddisfacente. Dal timido, all’insicuro, fino ad arrivare a chi ha delle vere e proprie impossibilita’ fisiche. E invece, anche lei come molte altre donne, non importa se femministe o no, cade nella trappola della contraddizione tipica di un moralismo incancrenito in quelle societa’ in cui la religione, qualunque religione, ha sempre avuto una grande influenza nell’educazione delle persone che, anche da adulte, nonostante le belle idee progressiste e i buoni propositi, fanno fatica a liberarsi dai preconcetti e dal condizionamento ricevuto. Non dimentichiamoci che i bordelli e la prostituzione, sono leciti in molti paesi del mondo. E sono i paesi piu' civili.

venerdì 7 settembre 2012

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L’ora del te

Ogni pomeriggio, verso le cinque, io e le mie sorelle beviamo il te. Vi chiederete cosa sia, ed e’ questo il problema, perche’ che cosa davvero beviamo non e’ chiaro affatto. Una cosa pero’ e’ chiara. Si accende il fuoco, si scalda l’acqua, la si versa in un pentolone panciuto con un coperchio, un manico e un beccuccio e ci aggiungiamo alcuni cucchiai di qualcosa color marroncino. Dopo un po’, prendiamo il pentolone per il manico e dal beccuccio esce un liquido che va a finire nelle tazze. C’e’ chi aggiunge zucchero, chi latte, chi limone, chi proprio niente, e poi si beve, facendo conversazione. Se qualcuno ci chiede che cosa stiamo bevendo, rispondiamo: “Un te!”. E in tal modo sembra che beviamo tutte e tre la stessa cosa. Invece no. Bisogna fare altre domande, andare piu’ a fondo, e allora si capisce. Anzi, allora non si capisce piu’ niente.

Quello che beve Zsanika, ad esempio, e’ un te con l’acca - un the, voglio dire. Il the con l’acca ha un profumo lontano, nel suo colore ocra si riflettono alberi intricati, e quando lo avvicini alla bocca sudi come se l’aria venisse a mancare, come se fossi sotto una tenda in una giungla umida e soffice, e tutto intorno si sentono strani rumori: forse il ruggito di una tigre, forse il fischiare di una serpe, uno sbattere d’ali, il brontolio di un tuono, chissa’. Quando bevi il the con l’acca ti viene una specie di torpore; il fumo che sale dalla tazza prende forme un po’ paurose e mentre le guardi non riesci a muoverti, perche’ le forme ti vogliono parlare e tu vuoi ascoltarle, e hai paura ma vuoi ascoltarle lo stesso. E forse loro, le forme paurose, non dicono nulla, ma quando hai finito di bere e’ come se qualcuno ti avesse raccontato una lunga storia, e non sai che storia fosse e neppure importa, ma sai che ti ha fatto star bene.

Mariska, invece, beve il te con l’accento - il te’, insomma. E il te’ e’ tutto un’altra cosa. Ha un sapore aspro e prepotente: ti sveglia e ti fa venir voglia di muovere mani e piedi, di correre per strada, di pedalare nella pioggia, di salire a piedi per un ghiacciaio, un passo dopo l’altro, lasciando orme profonde. E il rumore che fa e’ tutto diverso: si sentono schiocchi come di un tram a cavalli, fischi come di una vaporiera, urla secche a poppa e a babordo, colpi come di carabina, o di fuochi d’artificio. Quando lo bevi ti sembra di essere in treno e di stare per arrivare: la locomotiva corre piu’ in fretta che puo’, gli scambi ti sbattono di qua e di la’, una galleria, un ponte, un viadotto coprono il sole per un momento e poi te lo ributtano in faccia ancora piu’ forte, e un po’ ti fa anche male, ma non ti dispiace perche’ sai che cosa ti aspetta alla fine del viaggio. Sai che allora ci ritroveremo e si stara’ insieme, e poi si andra’ a spasso per il paese.

Poi, c’e’ il mio te, che e’ un te un po’ speciale: e’ il te con la a - un tea, dunque. Il tea con la a, e’ diverso dal the con l'acca e dal te’ con l'accento, e gia’ lo puoi capire da un dettaglio: si scrive tea, ma devi chiamarlo tii. Pero’ nessuno lo chiama cosi’ perche’ se lo chiami tii tutti chiedono: “Che cosa?” E allora, per comodita’, conviene non chiamarlo affatto. Nel tea ci intingi appena le labbra, e la tazza non la puoi tenere come ogni altra tazza; devi reggerla con l’indice e il pollice soltanto, sollevando le altre tre dita, tenendole pero’ in bella mostra. Quando bevi il tea e' come se un vento caldo e asciutto ti scivolasse addosso, e senti gli odori della campagna, dei girasoli a perdita d’occhio, delle corse attraverso i campi fino a quando ti finisce il fiato. E il rumore che fa e' quello dei tuffi incoscienti nei covoni di grano, di schiamazzi di bambini che ridono, e quando ti rialzi hai capelli tutti pieni di paglia. Ha il sapore della sera d’estate, quando guardi le stelle immerse nel blu profondo che quasi ti prendono i brividi, e hai voglia di calore e coccole, di coprirti e di rannicchiarti sotto le lenzuola come quando ti svegli all’improvviso e dalla finestra filtra il chiarore della notte.

Ogni pomeriggio, verso le cinque, io e le mie sorelle accendiamo il fuoco, scaldiamo l’acqua e la versiamo nel nostro pentolone con un coperchio, un manico e un beccuccio. Poi ci aggiungiamo qualche cucchiaio di qualcosa color marroncino, versiamo il tutto nelle tazze, ci sediamo, beviamo e conversiamo. Sembra che beviamo tutte e tre la stessa cosa, ma non e’ cosi’; se ce lo chiedete, alla fine lo capite. Anzi, non capite piu’ niente.


Post Scriptum. Plagiare quasi per intero una favola di Ermanno Bencivenga, adattandola al mio “tea”, era una tentazione troppo forte perche’ potessi resistere. Quando si parla di tea, di the o di te’, comunque si preferisca chiamarlo, scatta in me un riflesso condizionato. E infatti, non ho resistito. Spero dunque che mi perdonerete questo spudorato furto intellettuale, ma l’ho fatto proprio volentieri. Se non altro, sara’ servito a farvi conoscere un autore che forse non conoscevate, e che neppure io conoscevo prima che Xtc me lo facesse scoprire attraverso il suo blog.

lunedì 3 settembre 2012

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La notte di Chiara

Prostituirsi per strada, non e’ certo la cosa migliore che una donna possa scegliere di fare, soprattutto in inverno, quando il gelo entra nelle ossa e li' resta, a lungo, forse anche per sempre. E' una vita che alla fine, se non si pone attenzione, puo' far ammalare il corpo, la psiche e l'anima, al punto tale che non basteranno tutti i soldi guadagnati per potersi curare.

Tuttavia, quando non ci sono soluzioni, quando un lavoro non si trova neppure se lo si va a chiedere in ginocchio e ogni giorno si devono fare i conti con la sopravvivenza, la propria e quella di chi potrebbe dipendere da noi, capita che si debba arrivare a dei compromessi, mettendo da parte la presunzione, l’orgoglio, e quell’ipocrita convinzione di “purezza d’animo” che, tante volte, quando i problemi non ci sono e tutto fila per il verso giusto, ci fa sentire superiori a chi, invece, per qualche soldo rinuncia alla propria dignita’ e talvolta anche alla propria salute fisica o mentale. Cosi’, quando e’ necessario, ci si trova a fare quello che non credevamo d'essere capaci di fare, accettando anche le umiliazioni e ringraziando il cielo che almeno la Natura non sia stata avida nell’elargirci cio' che, all’occorrenza, possiamo sempre mettere in vendita quando sembra che per noi non esistano alternative.

***

Nonostante il freddo pungente, non facile da sopportare, a quell’ora della notte il parco era bello da far paura. Una coltre di neve ricopriva le aiuole e i giardini, e fasciava di bianco i rami degli alberi privi di foglie. Era da pochi minuti passata la mezzanotte. Da circa due ore Chiara se ne stava sotto il suo lampione, poco distante dalle acque del laghetto, in attesa di un cliente. Di tanto in tanto sollevava e batteva  la suola delle scarpe sul terreno ghiacciato, per attenuare il freddo.

Era stata una di quelle serate loffie in cui non aveva battuto un chiodo. Nessuno, ancora, e non sapeva per quanto tempo avrebbe resistito prima di tornarsene a casa. La fontana, al centro del laghetto, restava silenziosa. L'acqua non zampillava balzando da un invaso all'altro dando forma a quelle infinite piccole cascate che sempre l’attraevano fin da quando era bambina, come succedeva quando non era gelata. Ghiaccioli pendevano dalle vasche come stalattiti, e davano a tutto un'insolita forma in un'atmosfera quasi irreale.

In quella notte, in giro per il parco, c'era davvero poca gente e pochissime colleghe a farle concorrenza. La maggior parte dei lampioni erano deserti, privi delle solite lucciole al lavoro. “Meglio cosi’”, penso’ Chiara, sfregandosi le dita intorpidite dal freddo e alzando il bavero in finta pelliccia del soprabito per avvicinarlo di piu’ alle orecchie gelate. Poi riprese a passeggiare avanti e indietro, consolata dalla luce del lampione che, da qualche tempo, considerava di sua proprieta’.

Aveva da poco compiuto ventitre’ anni e da uno si concedeva, prostituendosi, a chiunque la pagasse. Lo spazio che occupava con le sue colleghe era compreso in una sottile striscia di terra che abbracciava il laghetto e una bassa collinetta poco distante dove, sulla sommita', c’era quello che veniva chiamato “il porticato”; un’area al coperto delimitata da colonne in stile neoclassico che di giorno si affollava di artisti, suonatori, ritrattisti e venditori di qualsiasi cosa inutile, ma che un tempo pareva fosse il posto in cui s’incontravano i poeti e gli intellettuali.

La storia di quel luogo le era del tutto sconosciuta, e in fondo non le importava un granche’. Nessuna, ne’ lei ne’ le sue colleghe, avrebbe saputo dire quando era stato realizzato, ne’ chi fosse stato a costruirlo, ma sapeva che il posto che occupava era il suo posto, e lo era da quando aveva deciso di concedersi per qualche migliaio di rubli a marchetta. Ed ogni sera, col buio, il parco diventava il dominio incontrastato di quel popolo di cui anche lei sentiva di far parte: prostitute e transessuali, prede ambite di chi di notte andava a caccia in quella riserva, impaziente d'impossessarsi della merce che li’ veniva messa in vendita.

Le autorita’, peraltro, fingevano di non accorgersi di niente. Forse perche’ gli amministratori della citta’ erano troppo occupati a rubare a man bassa con le speculazioni edilizie, piuttosto che interessarsi a quel lembo sperduto di territorio - sopra le rovine delle vecchie fabbriche dismesse oppure di quelle che venivano demolite, gia’ s'intravedevano gli scheletri dei nuovi condomini e dei centri commerciali tipici di una citta’ alla ricerca di una diversa identita’, e anche di nuovi padroni - ma, soprattutto, perche’ non c’era tutore dell'ordine o burocrate cittadino che da quel mercato di anime e carne non ricevesse il proprio tornaconto.

La mercificazione del sesso nel parco sembrava non seguire regole, ma non era cosi’. Chi esercitava doveva pagare un balzello alla mafia, oltre ad assecondare ogni tanto qualche poliziotto voglioso, ma ne valeva la pena, soprattutto per la semplicita’ con cui potevano essere guadagnati i soldi.

“Che cosa avrebbe dovuto fare?” si chiedeva spesso Chiara, “esercitare il mestiere di sua madre?” Un’infermiera che aveva trascorso la vita prendendosi cura di persone ammalate, ripulendole dagli escrementi per uno stipendio da fame. Anche lei si prendeva cura delle persone, ma per una somma di denaro di molto superiore a quella che avrebbe guadagnato una qualsiasi infermiera. Col denaro poteva togliersi almeno qualche capriccio: concedersi una vacanza, indossare vestiti decenti, avere una casa che fosse degna di essere chiamata tale, permettersi ogni tanto un buon ristorante. Sapeva bene che c’era di meglio nella vita che farsi scopare da degli sconosciuti, talvolta rudi e puzzolenti, ma sapeva anche che la miseria in cui era scivolato il suo paese le rendevano impossibile pretendere di piu’. Pertanto si accontentava di cio’ che, giorno per giorno, le passava il convento. E il convento, al momento, le passava solo quello.

Il cielo era stellato e la luna, cristallizzata nel suo primo quarto, nitida e senza nubi che la coprissero. Da una siepe che circondava il laghetto, sbuco’ all’improvviso un uomo. Un tipo basso e tarchiato. Camminava a passo lento e sembrava andare proprio dove Chiara stava passeggiando. Soltanto quando le fu vicino, lei ne intui’ i lineamenti: poteva avere una quarantina d’anni, forse anche meno. Ogni volta che un cliente l’avvicinava, Chiara cercava d’immaginare il tipo di prestazione che le sarebbe stata richiesta. Esamino’ con attenzione i lineamenti del volto, il tipo d'abbigliamento, osservando se stesse mantenendo un atteggiamento schivo, timido, oppure arrogante.

Il tipo non sembrava diverso dai soliti che era abituata ad accontentare. Chiara penso’ che non era detto che avrebbe avuto intenzione di approcciarla. Avrebbe potuto anche proseguire per la sua strada senza chiederle niente, come spesso accadeva con i tanti che le giravano d'intorno e non avevano il coraggio di avvicinarla. Pero’, l’uomo le ando’ incontro, deciso, senza smettere di guardarla un solo istante. Il calpestio del sottile strato ghiacciato che ricopriva la neve, rendeva rumoroso l'avvicinarsi dei suoi passi, e quando entro’ nel cono di luce del lampione, Chiara riusci’ a vederlo interamente.

- Fa freddo stanotte…
- Eh, si’ – rispose Chiara.
- Non c’e’ molta gente in giro…
- Pare proprio che sia cosi’.
- E tu che cosa fai? – chiese l’uomo.
- Sono qui e aspetto…
- Sei una che fa tutto?
- Che cosa intendi?
- Lo prendi anche nel culo?
- Dipende… ogni cosa ha il suo prezzo.
- Questo e’ ovvio, pero’ non hai risposto.
- E' una cosa che si puo' fare, ma non qui all’aperto. Se vuoi, possiamo andare in hotel - lo sollecito’ Chiara.
- No, niente hotel. Ho voglia di qualcosa di veloce. Che ne dici di succhiarmelo? Quanto vuoi?
- Duemila.
- Me lo faresti anche senza preservativo? Non mi va di farmelo succhiare imbustato nella plastica. Ho voglia di sentire le tue labbra mentre me lo succhi.
- Mi spiace, ma senza preservativo non faccio niente.
- Che cosa temi, di essere contagiata? Ti sembro sieropositivo?
- Senti, non voglio offenderti, potresti essere chiunque, ma non ti conosco. Quindi, o lo facciamo come dico io, col preservativo, oppure niente.
- Te ne do quattromila se accetti!
- Ti ho gia’ detto che senza preservativo non faccio niente, lo vuoi capire? Quindi chiudiamola qui e non farmi perdere altro tempo.

L'uomo continuo’ a insistere. Contrattare sembrava eccitarlo e prosegui’ nella trattativa, fino a che se ne usci’ con un’offerta che, in una notte come quella, qualunque prostituta ci avrebbe pensato dieci volte prima di rifiutare.

- Dai, facciamola finita con questa storia. Te ne do ottomila. E' l'ultima offerta che ti faccio e se non ti sta bene, arrivederci e amici come prima.

Chiara indugio’. Era indecisa se accettare o rifiutare, ma quei soldi l’attiravano troppo per dire di no. Soprattutto in una sera andata a vuoto come quella. Decise pero’ di rilanciare.

- Diecimila e per stavolta faro’ uno strappo alla regola, pero’ senza spogliarmi che’ fa troppo freddo.

E l’uomo accetto’.

Il porticato era il luogo dove Chiara eseguiva i lavoretti veloci, ideale soprattutto quando il parco, come quella notte, era quasi deserto. Distava neanche un centinaio di metri dal suo lampione. L'uomo le ando’ appresso come un cane in calore.

Non era frequente che i clienti scegliessero quel tipo di servizio veloce, senza che lei si spogliasse. Era abbastanza frequente, invece, che accettassero di portarla in hotel per scoparla, anche nel culo visto che era la parte del suo corpo che piu’ di tutto metteva in mostra, ma farlo senza andare in albergo, con quel freddo, sarebbe stato improponibile. Quella sera, pero’, avrebbe succhiato un cazzo senza neppure togliersi le mutande; un lavoretto di non piu’ di quindici minuti e per la cifra che normalmente riceveva per cinque marchette. La cosa, anche se avrebbe preferito usare il preservativo, non la disturbava. Non era la prima volta che accettava di fare un pompino senza protezione, ma di solito era sempre con clienti abituali, con i quali era gia' stata altre volte.

Il manto di neve era spesso una decina di centimetri. Mentre camminavano, se ne percepiva lo scricchiolio umido quando veniva schiacciato sotto la suola delle scarpe. Il porticato, invece, era pulito ed asciutto; il luogo adatto per poter fare in pace certe cose mettendosi in ginocchio. Le colonne offrivano sufficiente riparo dagli occhi indiscreti e i lampioni, poco distanti, riverberando la luce nelle acque del laghetto sulla neve, illuminavano il tutto di un chiarore surreale, ma dopotutto piacevole.

L’uomo si mise con la schiena appoggiata contro una delle colonne e rimase in attesa. Lascio’ che fosse Chiara a sbottonargli il giaccone di pelle e, poi, distendendogli le mani sulla patta dei pantaloni, gli frugasse l'inguine fra le cosce alla ricerca della cerniera lampo. Quando la trovo’ l'abbasso’. Tiro’ fuori il pene con difficolta’ perche’ non era ancora rigido, e non avrebbe potuto essere altrimenti con quel freddo. L’uomo azzardo’ a darle un bacio sulla bocca, ma Chiara scosto’ la testa di lato e lascio’ che quelle labbra le scivolassero sul collo. L’uomo, a quel punto, forse prendendo quel gesto come un invito, le infilo’ la lingua nell'orecchio, leccandolo, e questa volta Chiara non oso’ ritrarsi. Il tocco della mano sul pene era servito a farglielo inturgidire e non voleva rischiare di vederlo abbassare di nuovo, dovendo ricominciare tutto da capo.

L’uomo, pero’, sembrava averci preso gusto nel baciarla sul collo e poiche' la cosa la schifava, Chiara decise di non perdere tempo, mettendosi subito in ginocchio ai suoi piedi. In tal modo, penso’, avrebbe evitato il disgusto e concluso in fretta. Il cazzo era duro e pulsava. Lo strinse un attimo nella mano ed evitando di annusarlo, se lo infilo’ diritto in bocca.

Inizio' a succhiarlo e dopo qualche minuto, quando le gambe dell’uomo presero a fremere per l'eccitazione, Chiara capi’ che non le sarebbe occorso molto tempo per farlo venire. Cosi’, per accelerare, inizio’ a gemere, mugolando fra una sbocchinata e l’altra, dicendo quanto le piaceva succhiarlo, quel cazzo. Era brava a simulare e ogni volta che lo faceva, dava sempre una grande soddisfazione ai clienti che, eccitandosi per quella messinscena, arrivavano tutti a godere velocemente.

- Mmmh… quanto mi piace questo cazzo… adesso fammi sentire il sapore della tua sborra... oh quanto vorrei che me lo infilassi nel culo… sborrami, dai, voglio berla tutta…

Era decisa a concludere il piu’ in fretta possibile, cosi' esegui’ il servizietto come se fosse la cosa che piu’ desiderasse al mondo. Con la bocca ci sapeva fare meglio di qualsiasi altra sua collega, e lo sapeva. Percepiva il piacere dell’uomo mentre gli passava la lingua sul glande, e ogni volta era come se leccasse qualcosa di prelibato. Lo estraeva piu’ volte dalla bocca per ricominciare a leccarlo subito dopo, fino a farlo sprofondare di nuovo tutto nella gola.

Resto’ a lungo in quella posizione, a ciucciargli il cazzo mentre lui, appoggiato a uno dei pilastri del loggiato, per il piacere che gli faceva tremare le gambe, si sforzava a restare in piedi. E quando Chiara si accorse che stava per venire, penso’ che in quel momento avrebbe anche potuto togliere la bocca, fingendo di sentirsi soffocata. Probabilmente, lui non sarebbe rimasto del tutto soddisfatto, ma che le importava? Quel tizio, dopo quella sera, non lo avrebbe rivisto mai piu’. Tuttavia, non se la sentiva di giocargli quello scherzetto. Per la cifra pattuita aveva l'obbligo di fare cio’ che era stato deciso. E cosi' fece. Quando l’uomo raggiunse l'orgasmo, e i fiotti di sperma iniziarono a schizzarle nella gola, lei resto’ li’ ad ingoiare tutto, fino all'ultima goccia, ripulendogli alla fine la cappella con la lingua, eliminando ogni residuo prima di staccarsi.

***

L'orologio sul comodino segnava quasi le tre quando Chiara scivolo’ fra le lenzuola del suo letto. Si rigiro’ piu’ volte, faticando ad addormentarsi. Con tutto il freddo che aveva preso nel parco, neppure la trapunta imbottita di piume d'oca riusciva a darle abbastanza calore, ma non era solo per quella ragione che non riusciva a prendere sonno. Ripenso’ a quando, adolescente, non riusciva a dormire e si perdeva a fantasticare nel suo mondo di fiaba, pensando a castelli incantati, principesse risvegliate dai baci e principi azzurri sempre innamorati. Cosi’ si addormentava. Ma da molto tempo, ormai, non le accadeva piu’.


Post Scriptum. Tralasciando l'anastrofe nel titolo, comunque divertente come gioco di parole, questo racconto e' stato ispirato da una domanda alla quale, dopo i fatti dell'’Ilva di Taranto, ho cercato di dare una risposta: per lavorare, per avere la speranza di poter arrivare alla fine del mese, nel tentativo di sopravvivere in una situazione in cui trovare un lavoro dignitoso e sufficientemente retribuito, e’ praticamente impossibile e dove la condizione di restare disoccupati a vita e’ quasi certa, e’ accettabile un lavoro anche se esiste il fondato rischio, se non addirittura la certezza, di ammalarsi? E in tal caso, fino a che punto e’ accettabile? Inoltre, come si potrebbe distinguere chi rischia di prendersi il cancro respirando i veleni emessi da un'accaieria da chi, invece, rischia altre malattie guadagnando in altro modo?

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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