sabato 28 luglio 2012

20
comments
Интердевочка - Interdevochka

Se dico “interdevochka”, per molti che leggono questo blog e che non parlano il russo, il termine non significhera’ assolutamente niente, e per chi non ha vissuto in Russia nel periodo a cavallo della Perestroika, oppure immediatamente dopo la caduta del regime sovietico, avra' ancor meno senso. Ma per chi ha vissuto quegli anni e certe esperienze, la parola “interdevochka” ha un significato molto preciso. Interdevochka e' la prostituta che in Unione Sovietica si rivolgeva solo a una clientela straniera, prestando i propri servigi in cambio di valuta forte e, magari, della possibilita’ che un cliente, innamorandosi, le fornisse l'occasione per uscire dal paese e da quella che, in quel momento, era una realta’ davvero molto dura.

Questo tema, fino al 1989, in Russia, non era mai stato trattato. Benche’ le prostitute ci fossero da sempre, il regime fin dai tempi di Stalin continuava a negarne l'esistenza e anche prima del collasso sociale, economico e politico che si e’ verificato negli anni ’80, non essendoci alcuna legge a riguardo, contro le prostitute (che ricordiamolo, “non esistevano”), veniva applicato quand’era possibile un duplice deterrente: la minaccia di delazione presso i familiari e i vicini di casa, e quindi lo sputtanamento, e un articolo del codice penale che riguardava, pero’, la sola detenzione di valuta straniera, il famigerato articolo 88, che stabiliva dai tre ai sette anni di carcere per chiunque ne fosse stato trovato in possesso. Un articolo che, fra l'altro, resta ancora in vigore oggi, nonostante da tempo non sia piu' applicato.

Ma tutto questo era sussurrato sottovoce. Se ne parlava, ma solo fra gli addetti ai lavori. Le prostitute, i clienti, la polizia. I padri e le madri, anche se spesso sapevano che le loro figlie si prostituivano, facevano finta di niente. C’era un forte senso di vergogna, di orgoglio, e un condizionamento dovuto a settant’anni di regime che aveva convinto tutti della grandezza culturale, etica e morale del popolo russo. Tuttavia, c’era anche bisogno di denaro, un bisogno che era reale e impellente e che non poteva tener tanto conto dell'orgoglio, visti i tempi in cui il rublo aveva perso gran parte del suo potere d’acquisto e i salari non bastavano piu' a vivere dignitosamente.

Sebbene il governo tentasse per via politica di tenere un cambio del rublo col dollaro di uno contro uno, al mercato nero veniva scambiato normalmente a quattro contro uno, e avrebbe raggiunto in breve tempo anche un rapporto di sette rubli per un dollaro. Non potendosi permettere dunque niente che fosse importato da fuori, quello che la gente poteva acquistare era solo roba russa, e sempre piu’ spesso la roba mancava.

Parlare di tutto cio' era dunque un tabu’, anche perche’ avrebbe messo in luce le troppe magagne di un sistema che ormai era vicino allo sfascio, corrotto all'inverosimile fin dentro le radici, ma le prostitute che lavoravano con gli stranieri, le interdevochki, nonostante questo contorno d’ipocrisia che non permetteva di parlarne, esistevano. Erano ancora un giro chiuso, nel quale era difficile per una ragazza entrare se non tramite presentazione e raccomandazione, ma tranquillamente c'era chi esercitava negli hotel facendosi pagare in valuta forte, potendo contare persino sulla tacita accondiscendenza della polizia e del KGB, in quanto anche gli agenti che erano perennemente di sorveglianza, avendo una gran fame di denaro, chiudevano volentieri un occhio e anche due in cambio di una percentuale sugli incassi.

Questo tabu’ e venuto a infrangersi quando, nel 1989, con una coproduzione sovietica-svedese, il regista Pyotr Todorovsky, ha messo a nudo la realta’ con il film intitolato proprio “Interdevochka”, diventato subito un grande successo di pubblico, visto da oltre quaranta milioni di spettatori. Forse uno dei film piu' visti e famosi in Russia. C’e’ addirittura chi pensa che il regime sovietico, gia’ traballante per innumerevoli ragioni, sia crollato del tutto proprio quando, piu’ che l’economia e il muro di Berlino, e’ venuto giu’ il velo d’ipocrisia che ricopriva ogni cosa, al quale tutti ancora si aggrappavano. Uno scossone che “Interdevochka” ha certamente contribuito a dare.

Girato a San Pietroburgo quando ancora si chiamava Leningrado, il film ha vinto numerosi premi, e ha fatto dell’attrice protagonista, Elena Yakovleva, una popolarissima star. Per i russi, questo film cosi’ dirompente e scandaloso, e’ quello che per gli italiani potrebbe essere “Ultimo tango a Parigi”, o per gli americani "Proposta indecente" oppure "Basic Instinct". Ciononostante, nel resto mondo non lo conosce quasi nessuno. Questo perche’ non e’ mai stato doppiato in altre lingue, ne’ sottotitolato, ed e’ visibile nella sola versione in russo [QUI].

In Wikipedia si trova solo qualche notiziola di poco conto, giusto in quattro lingue, e se ne racconta approssimativamente la trama, ma senza sviscerarne il vero significato e senza spiegare quanto questo film abbia influito profondamente a modificare il senso di percezione dei russi nei confronti delle ragazze che esercitavano la prostituzione.

Le persone hanno iniziato a farsi quelle domande che non si erano mai fatte, forse per paura delle risposte, e in molte giovani ragazze ha generato finanche un forte senso di emulazione, ribelle, cosicche’ tante hanno iniziato a prendere in considerazione la possibilita’ di uscire dalle macerie della vita in cui ogni giorno si dibattevano, fatta di rinunce e di tanti sogni, anche con l’utilizzo spregiudicato del proprio corpo. Esattamente come la protagonista della storia.

In breve: Tatiana e’ una giovane e bella infermiera che, sottopagata dall’ospedale dove lavora, sceglie di prostituirsi con gli stranieri che alloggiano in un albergo della citta’. Ben pagata in valuta straniera, aiuta la madre insegnante, inconsapevole della doppia vita della figlia, a sopravvivere nei tempi durissimi che hanno preceduto in Russia la fine del regime comunista. I clienti, durante gli incontri, le raccontano di come sia diversa la vita nei loro paesi. Cosi’, per fuggire dal grigiore e dalla tristezza di una realta’ che la opprime, accetta la proposta di matrimonio che le viene fatta da uno svedese che si e’ innamorato di lei.

Tutta la prima parte del film – quella a mio avviso piu’ interessante - e’ incentrata sulle peripezie e le difficolta’ che deve affrontare Tatiana per ottenere il permesso per espatriare, per il quale trova ostacoli continui, ed in cui viene descritta una torbida realta’ fatta di personaggi squallidi (fra cui il padre che l'aveva abbandonata quando era piccola) nei quali sembra non esistere un briciolo di umanita’ e altruismo, ma solo la precisa volonta’ di sopravvivere ad ogni costo in un mondo in cui ognuno pensa per se’.

Pero’, anche se alla fine sposa un uomo decente e riesce a espatriare in Svezia, Tatiana ancora continua a soffrire per la lontananza da sua madre, per l’isolamento culturale cui e’ sottoposta, per vivere in un paese che non e’ il suo dove non conosce la lingua e non riesce neppure a trovare un lavoro, e per essere etichettata comunque e sempre come un’ex prostituta. L’epilogo, drammatico, e’ solo l’artificio cinematografico del regista per indicare come, in fondo, non esista una realta’ ottimale e che ovunque vada a vivere, chi e’ nato in Russia non potra’ mai fare a meno di provare una nostalgia quasi mortale per la propria terra, per la propria gente e per le proprie abitudini.

A parte il finale romanzato e lacrimoso, dettato forse da esigenze commerciali, il film e’ comunque interessante per il modo in cui e’ girato, per la storia che racconta e soprattutto, per come e’ recitato (le attrici e gli attori sono davvero qualcosa di strepitoso), tanto che l’idea che rende e’ cosi’ veritiera da farlo sembrare fin dalle prime immagini un documento indelebile di vita vissuta nel quale e’ possibile riscoprire il vero volto della Russia di quei tempi. L’ho potuto rivedere dopo tanti anni, l’altra sera in tv, e devo dire che non ha perso niente della sua forza originale. Ma forse certe emozioni le prova solo chi e’ stata, in un certo senso, interdevochka e non si vergogna a confessarlo.

giovedì 26 luglio 2012

16
comments
Oggi, come allora...

La Mosca di oggi non e’ molto diversa da quella che avevo nei ricordi. E’ piu’ ricca e colorata, questo e' vero, e sembra aver abbandonato finalmente quella grigia patina lasciata in eredita’ dal regime sovietico; una patina che ricopriva tutto. Tuttavia, chi conosce bene questo paese sa che non esiste niente che sia piu’ conservatrice della societa’ russa. Qualsiasi sia il sistema politico, qui ogni cosa viene utilizzata fino al limite, riverniciandola magari con colori piu’ brillanti e talvolta raddrizzandola anche con l’uso deciso del martello laddove e’ storta e malmessa, oppure tagliando via con la falce cio’ che e’ in eccesso, ma a nessuno verrebbe in mente di gettarla via del tutto.

Cosi’, niente riesce a cancellare quel senso si sfumata malinconia, allo stesso tempo un po’ nordica e un po’ orientale di chi non vuol dimenticare le sue radici, di chi sa di dover essere oggi diverso, ma che fa di tutto per restare uguale. Moderno, ma per sempre legato al suo passato; un passato che e’ presente nei geni ed e' visibile nei tratti somatici di chi ogni giorno s’incrocia per strada.

Oggi, come quando vivevo qui, prendo volentieri la metropolitana. E’ l'occasione migliore per osservare le persone che, assorte nei pensieri, conducono normalmente la vita pensando ai propri guai che nessuno conosce al di fuori di loro, strette nella morsa di un dilagante individualismo che rasenta quasi la misantropia, incuranti di tutto cio’ che accade attorno. Oggi, come allora, le espressioni sui volti non sono molto diverse. La gente ride e scherza poco, non parla quasi mai a voce alta e ognuno guarda dritto davanti a se’, digitando un sms sul telefonino o ascoltando musica dall’iPad, o assorto nella lettura di un iBook che ha sostituito quello che una volta era un libro. Pero', se osservi solo i volti, non pare che siano passati vent’anni da quando anch’io, forse, sembravo come loro.

E oggi, come allora, eccomi a scendere le lunghe scale mobili di Kurskaya, cosi’ ripide che ti prende quasi un senso di vertigine, e poi le splendide stazioni del Kalzo’ con le immense pareti decorate con marmi e fregi su cui sono ancora ben visibili i simboli imposti da Stalin ai quali nessuno, almeno in pubblico, oggi sembra fare piu’ caso, anche se sai che per via di quell’ossessione a conservare tutto ad ogni costo, molti, dentro, sono rimasti ancora un po’ comunisti.

Anche oggi, come allora, sono tempi difficili, ma una volta non erano cosi’ pericolosi come raccontavano e potevo mescolarmi tranquillamente tra le giovani ragazze che, nei leggeri vestiti estivi, affollavano le carrozze del metro' sedute sulle rigide panche con un libro in mano. La domenica c’era sempre meno gente che nei giorni di lavoro, mentre i nomi delle stazioni mi passavano sotto gli occhi: Komsomol’skaya, Krasnosel’skaya, Sokol’niki, la penultima prima di Preobrazhenskaya Ploshchad’ dove una volta finiva la linea che oggi, invece, prosegue per altre due stazioni. E poi, accecata dalla forte luce estiva, mi univo alla gente che sciamava nel parco, con cartocci di vobla sotto il braccio, la birra e i pacchetti che mal nascondevano i cetrioli e il pane nero, da mangiucchiare sull'erba dei prati.

Mi piaceva passeggiare senza una meta precisa, con la panna di un eskimo o di un lakomka che per il caldo, sciogliendosi, mi colava sulle dita, fra gli odori che fuoriuscivano dai chioschi che vendevano shashlik e piroghi, guardando i mille oggetti sui banchetti, i fiori disegnati sugli scialli variopinti di Pavlov Posad, il bianco e il blu delle ceramiche di Gjel’, i colori accesi delle stoviglie di Khokhloma, le miniature sul fondo nero delle scatole di Palech, gli intagli sui trasparenti cristalli di Gus Khrustalny. E poi, un’infinita’ di matrioske, in ogni scala di grandezza e colore.

Me ne tornavo a casa verso sera, sempre con qualcosa di avvolto in un vecchio foglio di giornale, oppure andavo a rifugiarmi al lavoro, passando sotto gli occhi apparentemente distratti della sorveglianza del Mezhdunarodnaya. Erano tempi diversi quelli, o forse no: ci sono cose che davvero non cambiano mai. Io stessa, pur dicendo di non essere piu’ quella che ero, in parte so che e’ una bugia che amo raccontarmi. Le persone, in fondo, non cambiano. Pero', anche se quell’esatta atmosfera di una volta non e’ facile da ritrovare, ho vissuto in questo luogo per troppo tempo e con tanta intensita’ che e' impossibile per me dimenticarla, e basta un niente, veramente un niente, per farmela riscoprire.

giovedì 19 luglio 2012

28
comments
Quel che passa il convento

Un post, nel blog di Carlos, che verteva su una questione molto controversa, per la quale un sacco di gente potrebbe persino arrivare a strapparsi i capelli, vale a dire “l’estetica del pene e anche altro”, ha generato una discussione che, grazie anche alla vivacita’ polemica della sottoscritta, e’ andata a finire su una pseudofilosofia da quattro soldi. Roba per gente semplice qual io sono, ma che mi pare comunque interessante da affrontare anche in questo blog: non accontentarsi nel sesso di quel che passa il convento, vuol dire essere esigenti? Si deve lottare per avere il meglio, oppure ci si deve accontentare e adagiarsi su cio’ che molte volte sono gli altri a decidere (bonta' loro) di concederci?

Una mia amica (che fu anche mia maestra per tante cose), che aveva origini moldave e proveniva da una situazione di estrema poverta', ma che poi, in seguito, divenne una delle ragazze piu' ambite e pagate del giro che anch'io tantissimi anni fa frequentavo, una volta mi disse: “Perche' accontentarsi di dormire male, quando si ha la possibilita' di dormire comodamente?”

Il concetto era molto piu' ampio, ovviamente, ma era chiaro: avendo la possibilita' di avere il meglio, per quale ragione ci si dovrebbe accontentare del peggio?

Io risposi: "Per motivi religiosi, forse". E lei mi chiese: "Credi in Dio?". Io dissi: "No". "Appunto!", concluse lei.

Se i motivi non sono quindi religiosi o di coscienza, non vedo perche' una persona debba dormir male o mangiar roba cattiva avendo a disposizione un buon letto e del buon cibo. Salvo che, come si e' detto, non lo faccia per "soffrire" e per dimostrare a se stessa e agli altri che e' pronta al sacrificio.

Applicando cio' che ho appena affermato al sesso, si puo’ capire perche' ci siano persone esigenti e non, persone che si accontentano di tutto e non, persone che affrontano la vita sacrificandosi anche quando non vi e’ bisogno e non.

Scopare male, equivale a dormire male, oppure a mangiare male. A chi il convento non passa altro (e per un lungo periodo della mia vita e’ stato in questo modo anche per me), puo' anche star bene cosi', a chi e' pigro/a e non ha voglia di lottare per avere il meglio, puo' anche star bene cosi', a chi lo fa per motivi religiosi perche' deve immolarsi sull'altare della devozione a un qualche dio o idolo personale, puo' anche star bene cosi', ma chi non rientra in queste categorie, se avra' l'occasione, andra' sempre alla ricerca del suo ottimale, e una volta individuato e probabilmente anche assaggiato, non si accontentera' piu' di quello che prima gli veniva somministrato spacciato come prelibatezza e che in fondo, magari, era solo mediocre.

Sia io che quella mia amica, eravamo nate entrambe in paesi nei cui negozi trovavamo quel poco che trovavamo. Ci dovevamo accontentare perche’ ci veniva detto che era il massimo che potevamo avere, anzi che era addirittura il non plus ultra e che non dovevamo prendere per buone le falsita' propinate dalla propaganda occidentale. E noi ci credevamo perche’ non avevamo termini di paragone con cui fare confronti. Poi, pero', una volta arrivata in occidente, il primo mese l'ho passato dentro i supermercati e i centri commerciali come se fossero luoghi di vacanza, perche' non potevo credere che esistesse tanta abbondanza.

E’ vero che alla fine, dopo aver vissuto tutto il ciclo, si fa l'abitudine anche all'abbondanza e magari si puo' anche scegliere di ritornare alla morigeratezza, mangiando un po' meno, forse, ma non rinunciando alla qualita'. Pero', in tal caso, si tratta di una scelta ragionata, non di un obbligo derivante dall'impossibilita' di avere o, peggio ancora, dall'ignoranza di non sapere.

mercoledì 18 luglio 2012

12
comments
Il post perfetto

Ho atteso quarantotto ore prima di pubblicare questo post. Ho voluto costatare se sarebbero arrivati commenti al mio precedente scritto (Воспоминания – Ricordi), e poiche’ non ne e’ giunto alcuno, posso tranquillamente affermare di aver finalmente realizzato “il post perfetto”.

Il post perfetto e’, secondo una teoria esposta alcuni anni fa da un fedele quanto attento frequentatore di blog e di forum (nonche’ assiduo frequentatore di puttane), quello in cui nessuno sente l'esigenza di commentare, perche’ va bene cosi’. Ogni cosa e’ stata esposta in modo preciso, coerente, esplicativo, gia’ dallo stesso autore (o autrice), e non c’e’ niente da aggiungere. Neppure una virgola. Persino i troll, nel post perfetto, evitano le loro consuete provocazioni e finanche Davide, che di solito da quando ha iniziato a leggere questo blog commenta qualsiasi cosa, se ne sta in silenzio.

Credo sia la prima volta che accade. Non era mai successo, infatti, che ad un post non arrivasse neppure un commento nelle immediate quarantotto ore dopo la sua pubblicazione. Pur non essendo il numero di chi mi segue irrilevante, nessuno ha sentito la necessita’ di esprimere una critica, o un elogio, o avere una chiarificazione, o dire qualcosa di suo a riguardo, e questo e’ avvenuto senza che cio’ fosse stato da me sollecitato, che’ altrimenti, ovviamente, la “perfezione” del post sarebbe andata a farsi friggere. Posso dire percio', che e' per me motivo di grande soddisfazione aver raggiunto questo obiettivo a cui aspiravo da tanto tempo.

Quindi, ho chiuso la possibilita’ a chiunque di commentare in quel post. Ora che ho rivelato come stanno le cose, a qualcuno potrebbe venire la voglia di inserirvi un commento qualsiasi, magari stupido, sfregiandolo. Ed io, invece, desidero che resti cosi’: perfetto.

lunedì 16 luglio 2012

0
comments
Воспоминания - Ricordi

Il caldo dell’estate per qualcuno e' insopportabile. Talvolta, l’arsura resta eccessiva fino a oltre la meta' di agosto, ma e' sempre il settembre, poi, a rimettere i conti in ordine col ritorno a una temperatura piu’ mite e accettabile, per lo meno nei paesi dove gli eccessi sono sempre stati addolciti dalla latitudine o dalla presenza del mare. C’e’ chi considera la centralita’ e la moderazione piu’ gradevoli degli estremi. Io, invece, no. A tutto cio’ che e’ mediato, privo di esagerazioni, dalle sfumature indefinibili dove e’ difficile individuare i colori, preferisco molto piu' i sapori decisi, le sensazioni forti, le cromaticita’ nette, dove e’ impossibile ogni fraintendimento.

Quindi, cosa puo’ esserci di peggio per me che l’estate di Mosca, che tra le altre e’ la stagione russa piu’ temperata? Da tempo, la fanghiglia sudicia e fastidiosa della primavera se n'e' andata e ha lasciato il posto al fresco tepore che da’ alla citta’ un aspetto che per nulla ricorda la classica immagine della Russia imbiancata dalla neve sotto il pallido disco del sole velato dalla nebbiolina invernale, e quel freddo cosi’ secco e intenso che quasi non si avverte. Vestita con abiti caldi e con stivali imbottiti, in inverno puoi goderti tranquillamente la passeggiata senza pensare al freddo, ma se fai un respiro profondo e la bocca non e’ protetta da una bella sciarpa, un dolore nel petto ti ricorda che sei sotto i meno venti.

E poi, in primavera, quando arriva la pioggerella umida, ti senti i piedi bagnati e sudi perche’ sei troppo vestita, oppure ti vengono i brividi di freddo perche’ ti sei scoperta troppo in fretta. In un attimo, ci si ritrova da meno venti a piu’ dieci che non si fa in tempo ad abituarsi, e mentre pochi giorni prima si sguazzava nel fango misto a ghiaccio, pochi giorni dopo si puo’ passeggiare in Krasnopresnenskaya, con un leggero soprabito e i capelli avvolti in un foulard.

Che sensazione, quando uscivo al mattino dal Mezhdunarodnaya, e le strade avevano ancora la patina di umidita’ lasciata dalla notte, ma il sole, ogni giorno sempre piu’ alto nel cielo, m’indicava come le ore di luce si stessero allungando a dismisura. Il chiarore mi coglieva col suo riflesso sulle grandi finestre dell’albergo d’epoca brezneviana al di la' delle quali, probabilmente, molte altre devochki stavano ancora rannicchiate nel letto con qualche straniero a cui si erano concesse in cambio di due o trecento dollari.

Camminando per raggiungere la stazione dei taxi, mi specchiavo nelle vetrine come a non voler perdere neppure un attimo di quel bagliore straordinario dopo tanti mesi di pallida oscurita’. I lampioni ormai spenti, mentre dalle uscite del metro’ venivano fuori frotte di ragazze che la stagione precoce aveva gia’ convinto a lasciare a casa le calde dublionki e le shapki di pelliccia o di lana, sostituite da gonne svolazzanti che i rivoli di vento alzavano con una tale decisione da farsi beffe dei loro inutili tentativi di coprirsi le lunghe gambe affusolate. Ed era tutto un ticchettio di tacchi sul selciato e di passi veloci, mentre le auto, ancora poche, passavano finalmente senza piu’ sollevare gli sgradevoli spruzzi d’acqua sporca dai bordi delle strade ancora sconnessi e pieni di buche.

Nonostante lo squallore e la miseria delle vetrine spente e senza colori, c’era comunque una piacevole sensazione di speranza. Erano i tempi in cui le sartorie venivano chiamate atelier, forse in modo un po’ pomposo visti i due manichini sbilenchi e il fondale staccato da anni che nessuno si decideva a raddrizzare. E poi c’era il Magazin Produkti, con gli scaffali desolatamente vuoti e le commesse, dal perenne volto arcigno, che speravano solamente che nessuno entrasse a infastidirle.

Ed era sufficiente fare due passi in Park Gor'kogo per rendersi conto del rinascere della vita. Le prime foglie verdi sui rami, le mamme con i bambini per mano e qualche vecchio che vedevi sedersi qua e la’ per giocare a scacchi. Anche l'aria sembrava non avere piu’ quell’odore disgustoso di carburante di pessima qualita’ mal combusto dai motori logori delle vecchie automobili, e veniva la voglia di restare fuori a passeggiare per le strade del centro tra gli antichi palazzi in decadenza, o sedersi su una panchina in Alexandrovskij Sad a guardare la fiamma eternamente accesa al milite ignoto.

Ricordo che, anche quando non vi era bisogno, spesso mi piaceva attraversare Krasnaya Ploshchad', la Piazza Rossa, che, se qualcuno non avesse deciso per uno dei due significati che il termine “krasnaya” ha, avrebbe potuto anche chiamarsi “Piazza Bella” perche', credetemi, non ne esiste un’altra piu’ bella. Sebbene non facesse freddo, mi stringevo nel soprabito, i capelli avvolti nel platok girato due volte attorno al collo e annodato dietro la nuca. La attraversavo tutta in diagonale per godere dello splendore cromatico di San Basilio, guardando di sbieco la torre Spasskaya, con il suo celebre orologio e la stella color rubino che, imperiosa, continuava a svettare in alto, anche se ormai da qualche tempo erano il bianco, il rosso e il blu a sventolare sul Cremlino.

giovedì 12 luglio 2012

7
comments
La mia lunga avventura - L'inizio

Il giorno che scappai di casa, ricordo, pioveva. Non una pioggia intensa, solo una pioggerellina, fine, ma sufficiente a trasmettermi ancor oggi, quando ci penso, un'amara sensazione di malinconia. Solo mia nonna avrebbe potuto fermarmi se avesse voluto. Mi conosceva bene, Nagyanya, e sono certa che avrebbe saputo trovare le parole giuste per convincermi a desistere, ma non lo fece. Anzi, a suo modo m’incoraggio', e di questo le sarei stata grata per sempre.

Non avevo ancora compiuto i diciassette anni, ma anche se non avevo sviluppato del tutto quelle forme che in seguito sarebbero diventate appetibili per gli uomini, comunque avevo gia’ chi mi aveva messo da qualche tempo gli occhi addosso, e da qualche giorno persino le mani. Di quell’uomo non ricordo il volto. Per quanto mi sforzi, non riesco. L’ho rimosso, mescolato, mischiato, frullato, macinato insieme ai mille volti degli altri uomini che avrei incontrato in seguito, ma ricordo bene il suo odore; mi e’ rimasto indelebile e intenso nelle narici e, tuttora, ogni volta che ne sento uno simile in qualche suo simile, mi prendono i conati di vomito.

Inoltre, non posso scordare le sue mani, grosse e sudaticce, che cercavano di infilarsi dappertutto, sotto il vestito, per insinuarsi fra le mie curve appena accennate, a cercare la mia intimita', e poi il suo peso, addosso, che mi soffocava mentre io, sola, smarrita, impaurita, ma gelida come un blocco di marmo, non avevo neppure la forza di gridare. Perche’ anche se avessi gridato, a cosa sarebbe servito? La mia verita’ sarebbe valsa la sua menzogna.

Fin da piccola ero stata educata al silenzio e ad abbassare lo sguardo di fronte agli adulti. Un timore quasi reverenziale che scattava ogni qual volta mi trovavo di fronte a chi poteva esercitare su di me autorita'. Anche sui rapporti fra uomini e donne mi avevano inculcato strane idee: gli uomini hanno tutti quell’istinto li’ e sta alla donna non provocarli, neppure col modo di vestire. E se poi capitava che una ragazza subisse delle molestie, voleva dire che se l’era cercata, quindi era colpa sua. Mia madre aveva la paranoia riguardo a questo punto, cosi' mi costringeva ad agghindarmi come una collegiale in un istituto di suore. Sono certa che se avesse potuto fabbricare una cintura di castita’ e mettermela, non ci avrebbe pensato due volte. Aveva il terrore che qualcuno, cogliendo a tradimento la mia illibatezza, le facesse perdere il primato che s'illudeva di avere attraverso l’esibizione di una figlia perfetta.

Percio', mi metteva continuamente in guardia e m’intimava di stare attenta ai ragazzi del paese, caso mai a qualcuno di loro, trovandomi impreparata, fosse venuta la voglia di strapparmi le mutandine durante il tragitto da casa a scuola e viceversa. Poveretta! Se solo avesse saputo che il nemico ce l'aveva in casa, anzi, addirittura nel suo letto, tutto quello che sto per raccontare non sarebbe accaduto. Tuttavia, per anni mi sono chiesta se non sia stato in fondo un bene che il suo uomo abbia tentato di violentarmi, costringendomi a quella fuga.

Avevo provato comunque a dirglielo in mille modi che quell’uomo non mi piaceva, che aveva uno sguardo strano, che doveva mandarlo via, ma che forza di convincere poteva avere una ragazzina inesperta di fronte all’inganno del maschio sgamato e bugiardo, e all’ingenuita’ della propria madre con gli occhi foderati di salame? Era il suo uomo, e credo che lei gli volesse sinceramente bene, tanto da credere a tutte le frottole che lui le raccontava. Era bravo a convincere, ed era lui che le diceva come dovevo essere educata perche’ non si poteva mai sapere che cosa poteva passare per la testa di qualche mio coetaneo infoiato dagli ormoni. Assumeva gli atteggiamenti da papa', l'ipocrita, ma non era mio padre ed io lo detestavo. Lo detestavo da morire.

E lui sapeva che lo detestavo. Per questo, con la falsita’, cercava di mettermi contro l’unica persona in grado di difendermi. Ed io, a quei tempi, non ero abbastanza esperta, abbastanza brava con le parole, abbastanza astuta e machiavellica, come avrei dovuto essere perche’ mi si credesse. Ma un giorno lo sarei diventata, oh si’ che lo sarei diventata! E allora tutti avrebbero capito che non ero quell’isterica, gelosa della felicita’ della propria madre, per la quale quell’uomo cercava di farmi passare, ma era proprio lui a essere un porco fetente.

Sarebbero trascorsi molti anni prima che la mia casa mi vedesse rientrare dalla porta che, con rabbia, mi tirai alle spalle, e allora sarei stata ormai una donna… una donna diversa. Ma questa e’ gia’ un’altra storia. Il giorno che lasciai la piccola citta’ che mi aveva vista nascere, e salii su quel treno per la capitale decisa a non tornare mai piu' indietro, pero’, non avevo idea che sarebbe stato da quel momento che avrebbe avuto inizio la mia lunga avventura.

(Continua...)

martedì 10 luglio 2012

5
comments
Dialoghi moscoviti

Col mio PC portatile, entro in un negozio nel centro di Mosca dove vendono, oltre a vari prodotti tecnologici come telefonini, iPhone, lap top o altro, anche le chiavette USB per le connessioni internet. E' uno dei migliori e l'ho scelto perche' pare davvero fornito.

- Buon giorno, vorrei acquistare una chiavetta per internet con relativo contratto.
- Con quale compagnia? MTS, Beeline, Megafon, Yota…?
- MTS no, grazie! L’ho appena buttata nel cesso perche' e’ praticamente inutile. Ti promettono 30 Gb al mese, ma e' una fregatura. Ha una velocita’ cosi' bassa (20-25 kbs di media – N.d.r.) che e’ impossibile scaricare persino una pagina totalmente bianca. Fra l'altro, a tale velocita’, occorrerebbero circa 2000 anni per consumare tutti e 30 i Gb che promettono. Preferirei, se fosse possibile, qualcosa che funzioni davvero, anche se devo spendere di piu’.
- Allora abbiamo Yota: e' velocissima e non ci sono limiti per i Gb scaricati. E' un po' piu’ cara rispetto alle altre, ma ne vale la pena. Secondo il tipo di contratto, puo’ arrivare anche a una velocita’ di download di 20 Mbs. Pero’, gia’ con il contratto minimo, assicura almeno 5 Mbs.
- Per me puo’ essere piu’ che sufficiente. Quanto costa?
- 2.900 rubli la chiavetta, piu’ 400 rubli per il contratto che vale un mese.

Faccio mentalmente i calcoli: 3.300 rubli non sono pochi; al cambio attuale sono circa 85 euro, ma l’alternativa e’ quella di restare senza connessione. E poi, il grosso della spesa e’ quello iniziale sulla chiavetta, perche’ in seguito il contratto mensile costera’ solo 10 euro. Me lo posso permettere.

- Ottimo! E’ proprio quello che mi occorre.

Il commesso mi fa riempire i moduli per il contratto, mi chiede il passaporto per farne una copia, e il numero di telefono. Dopodiche’, dopo aver ricevuto ovviamente i soldi perche’ in Russia niente viene consegnato se non preventivamente pagato, tira fuori dalla confezione la prodigiosa chiavetta USB Yota, e mi chiede di avviare il lap top per installarla. Appena inserisce la chiavetta in una delle porte USB, parte l’installazione. Purtroppo, qualcosa non va come deve andare. L’installazione da’ “errore”…

- Che c’e’ che non va?
- Deve collegarsi a internet per scaricare il software che manca.
- Bene! Allora colleghi il mio PC a internet e scarichi il software!
- Il fatto e’ che nel negozio non abbiamo il collegamento a internet…
- Come non lo avete? E’ un negozio che vende prodotti per internet, connessioni e quant’altro e non avete uno straccio di connessione a cui attaccare un PC?
- Ehm… purtroppo no. Non e’ che per caso lei ha una connessione?
- Scusi, ma secondo lei, se avevo la connessione, entravo in questo negozio per acquistarne una? Non crede che ci sia qualcosa di assurdo nella sua richiesta?

Questi dialoghi completamente assurdi, impossibili in ogni altra parte del mondo, avvengono normalmente in Russia e poi si chiedono perche’ questo non sia ancora considerato un paese affidabile per investirci denaro o per avviarci dei progetti. Ho quindi detto al commesso, con gentilezza, che cosa poteva farci con la sua chiavetta Yota e ho ripiegato su Beeline (che, a parte un po’ di lentezza, pare stia funzionando - N.d.r.), benedicendo il fatto che in Ungheria lo sviluppo della banda larga e’ stato assunto dal governo come punto essenziale per la crescita economica del paese.

domenica 8 luglio 2012

8
comments
La mia perfetta solitudine

Nonostante abbia usato moltissimo l'aereo per i miei viaggi, e che periodicamente mi trovi per motivi di piacere oppure di lavoro a doverlo fare, durante il volo resto sempre un po' in ansia e non riesco a rilassarmi completamente. Eppure, avendo fatto per anni parapendio, non dovrei in alcun modo provare una tale sensazione. E’ una cosa strana, quindi, ma purtroppo e’ cosi’.

Confesso che lo stesso mi accade anche quando viaggio in auto e non sono io a guidare. Percio' e' chiaro che questo disagio, piu’ che alla semplice paura, sia dovuto al fatto di non avere il controllo del mezzo; di sentirmi cioe’ in totale balìa degli eventi. Un particolare aspetto del mio carattere, insopportabile, che si manifesta con maggiore veemenza col passare degli anni, e che piu’ di una volta ha avuto notevoli ripercussioni nelle incostanti quanto turbolente relazioni sentimentali della mia vita, portandole tutte ad un'inevitabile dissoluzione.

Perche’ se mi manca il controllo, se non sono piu’ io a gestire come vorrei la situazione, qualsiasi situazione, mi prende il panico e quando si esaurisce la fase iniziale del rapporto, quella in cui trovo persino piacevole lasciarmi andare, perdere il controllo e stordirmi, il subentrare della sensazione di panico muta radicalmente il mio stato d'animo e crea a poco a poco dentro di me il pretesto per arrivare alla rottura, fare reset, e ritornare a quella che chiamo: “la mia perfetta solitudine”.

Questa perfetta solitudine mi fa stare da sola senza che mi senta mai completamente sola. Oppure, come dice mia madre che da anni critica questa mia incostanza nei rapporti, mi permette di crogiolarmi nella solitudine sapendo di non essere mai del tutto sola.

Perche' in fondo, anche se rifiuto i legami stabili, e sia ben consapevole di preferire le relazioni estemporanee, prive d’impegni, magari con persone appena conosciute con le quali non esistono pretese o scambi di promesse, per cui all’insorgere dei problemi non si ha alcuno scrupolo a chiudere e andarsene per la propria strada, non riesco a sentirmi davvero sola come invece la logica e cultura nella quale sono nata vorrebbero impormi di credere.

Accade, invece, che qui dove sono adesso moltissime ragazze, quasi tutte quelle con cui ho parlato, se non hanno un partner, non si sposano e non hanno dei figli, non solo si sentono sole, ma sono convinte di essere addirittura inadeguate. In sostanza, si sentono delle “non donne”. E cosi’, quelle non ancora maritate, vivono nella costante speranza di trovare un compagno con cui mettere su casa, concepire qualche figlio e passare tutta la vita ad accudire l'intera baracca.

Questo per loro significa “realizzarsi”. Non c'e' carriera che tenga. Per farlo sarebbero disposte ad abbandonare qualsiasi lavoro; non hanno desideri diversi da quelli che ho appena elencato e non pensano a niente altro di piu' importante di questo per assecondare quello che loro reputano il ruolo naturale della femmina. Inoltre, nella scelta del compagno, non hanno neppure tante pretese; va bene anche uno straccio d’uomo qualsiasi. Basta che le sposi. Quello che vogliono da lui e’ che guadagni abbastanza per mantenere in modo dignitoso la famiglia e, importantissimo, che non beva moltissimo. Questo vorrebbe dire che, se anche beve, almeno non si ubriachi ogni sera, e se lo fa che sia in grado di tornare a casa reggendosi sulle proprie gambe.

Sono strane attese quelle che hanno le ragazze di qui, ed e’ chiaro che per loro io sono quasi un’aliena. Percio' non sto a raccontare molto di me; glisso quando affrontano certi discorsi perche', se lo facessi e dicessi loro cio’ che realmente penso, con molta probabilita' a qualcuna verrebbe in mente di chiamare l’ambulanza dei matti oppure l’esorcista.

Tuttavia, non crediate che stia parlando di poverette, magari bruttine e con scarse probabilita’ di successo. Posso assicurarvi che alcune sono ragazze molto carine, curatissime, intelligenti, dotate di una discreta cultura e persino eleganti nei gusti e nei modi. Ragazze che se vivessero altrove non avrebbero alcun problema a trovarsi il compagno ideale che cercano, e forse anche qualcosa di piu’.

Il fatto e’ che non sono consapevoli della loro avvenenza e non sanno che cosa potrebbero pretendere se non si accontentassero di cio’ che passa il loro convento. Ma soprattutto, e’ che sono cresciute con valori diversi da quelli con cui crescono le ragazze in occidente. Perche’ i valori, i desideri, le attese dipendono dalla cultura e dall’educazione che si riceve fin da quando siamo piccole, anche se non e' sufficiente. A creare i valori concorrono soprattutto le esperienze che si fanno nella vita, le persone che s’incontrano e cio' che queste ci tramandano; quindi la possibilita’ che si ha di evadere dal ristretto ambiente in cui si nasce. I valori cambiano quando si e’ in grado di essere autosufficienti e dunque non si debba piu’ sperare di incontrare qualcuno cui appoggiarsi, o che si appoggi a noi, per “realizzarsi”.

Stavo pensando che forse sarei anch’io come loro, e quasi certamente avrei anch’io gli stessi desideri e le stesse attese se, tanti anni fa, non mi fossi lasciata corrompere dai valori effimeri dell’occidente e non avessi deciso, guidata dall’incoscienza e dalla voglia di avventura, di abbandonare tutto e tutti lasciando che quei miei valori si sciogliessero in un’esistenza che a quei tempi non riuscivo a non sentire un po' anche mia. Valori che andassero insieme a me alla deriva, trasportati da quella corrente che oggi, pero’, sta riportandomi di nuovo al punto da cui sono partita: a me stessa e alla mia perfetta solitudine.

giovedì 5 luglio 2012

26
comments
Se non fosse andata cosi', oggi chissa' dove sarei?

Ho davvero viaggiato dappertutto. Quando presi la decisione di chiudere definitivamente con la professione di escort, trascorsi i sei mesi seguenti in giro per il mondo. Un viaggio che mi costo’ una cifra considerevole, ma in quel periodo non mi mancavano ne’ il tempo ne’ le disponibilita' economiche per farlo.

Infatti, dopo i lunghi anni nei quali mi ero dedicata esclusivamente agli affari, rallegrando a letto centinaia di perfetti sconosciuti arrapati, immolandomi quasi totalmente sull’altare del dio denaro, senza mai pensare a soddisfare i miei reali desideri se non quell'assurda pretesa di essere sempre la migliore nel mio campo, avevo davvero bisogno di una prolungata vacanza nella quale prendermi cura solo di me stessa, coccolarmi, e ritrovare quel senso di pace che col tempo era andato a perdersi.

E’ stato quello forse il momento piu’ bello, ricco, proficuo e interessante di tutta la mia vita. Non avevo legami, non avevo impegni, niente di cui preoccuparmi, dunque, e i soldi non rappresentavano certo un problema. Mi sono tolta percio’ ogni soddisfazione possibile, tuttavia posso dire con estrema sincerita’ di essere “cresciuta” molto in quei sei mesi, non solo per il genere di esperienze di fronte alle quali non mi sono mai tirata indietro, ma soprattutto perche’ c’e’ stato il modo e il tempo per riflettere a lungo e accuratamente, sulla mia vita, su quello che realmente volevo, che non era di certo il bel mondo al quale mi ero abituata, e che credevo fosse tutto cio’ che una donna potesse desiderare.

Puo’ sembrare assurdo, ma nell’”overdose di vita” alla quale mi sono sottoposta, ho trovato la vera cura con la quale ho riscoperto me stessa. Di questo sconvolgimento che ha scombussolato la mia esistenza, e’ stato complice anche un sentimento d’amore per una persona che in quel momento credevo non corrisposto. E’ stato li’, infatti, che si e’ infranta la mia superbia e la pretesa che avevo di essere capace di gestire e pilotare i sentimenti, miei e altrui. E’ stata quella la volta che, sentendomi respinta da un uomo, l’unico che fra i tanti avrei davvero voluto, si e’ spezzato l’incantesimo e sono ritornata duramente con i piedi sulla terra dopo anni in cui avevo creduto veramente di essere capace di tutto, persino di volare, corrotta da un genere di vita che mi aveva fatto scordare il grande valore che ha l’umilta’.

In fondo, al di la’ di tutto cio’ che si puo’ edulcorare, se si mette da parte il mito pretestuoso della puttana d'alto bordo, della super top escort inflessibile, cinica, motivata solo dal denaro, sono solo una ragazza di campagna che, per una serie di circostanze, fortunate o sfortunate questo neanche oggi riesco bene a definirlo, si e’ ritrovata a vivere un genere di vita non comune. Una vita fatta di una miriade di uomini che mi hanno pagata per portarmi a letto, e che per questo hanno accettato di darmi tutto cio’ che chiedevo: soldi, bei regali, ristoranti e alberghi di lusso. E’ stata una fiaba di Cenerentola molto particolare la mia, nella quale i principi non mettevano la scarpetta, ma toglievano le mutandine. Niente di scandaloso per chi non e’ ottenebrato da un moralismo bigotto, ma che alla fine mi aveva resa prigioniera in un limbo di egoismo e menefreghismo che non aveva limiti. Credevo di essere una dea, ma non ero che l’immagine olografica di cio’ che avrei voluto essere, e il brutto era che non me ne rendevo conto.

Ero stata in quel certo modo per talmente tanto tempo che alla fine mi ero dimenticata di chi ero, del mio mondo reale, del fatto che la vita vera non e’ una fiaba dalla quale ci si rifiuta di svegliarsi, e avevo perduto cosi’ le mie origini, la mia famiglia, i miei valori. Tutte cose che ho ritrovato e riscoperto durante quel giro del mondo di tanti anni fa, in cui ho scoperto il nuovo senso che avrei poi dato alla mia vita, fino a quel momento vuota, inconsistente, fatta solo di apparenza e di valori effimeri.

Se negli anni seguenti ho potuto fare cio’ cui ero davvero destinata, traendone una soddisfazione cosi’ immensa da superare qualsiasi altra cosa, se ho potuto capire cos’e’ il vero amore, tanto da poterne anche fare a meno, se ho potuto reinterpretare il sesso e l’erotismo non piu’ come strumenti per ottenere benessere economico, ma per trarne piacere interiore oltre che fisico, e per rendere felice chi davvero se lo merita, cio’ e’ accaduto durante quel mutamento molto profondo in cui ho rimesso totalmente in gioco me stessa, ed ho rimescolato tutte le mie carte.

Se non fosse andata cosi’, oggi probabilmente farei ancora la prostituta e in questo momento, invece di essere dove sono, starei in qualche squallido motel a scopare a pagamento con uno sconosciuto oppure a far da amante a qualcuno, all’insaputa di sua moglie, in un bell’albergo di una qualche localita’ esclusiva.

lunedì 2 luglio 2012

5
comments
Si consiglia di attenersi alle seguenti regole, soprattutto durante i lunghi voli

Stavo ripensando all'aereo che mi ha condotta qui, e al fatto che durante i miei viaggi non legga mai l'opuscoletto con le istruzioni per la sicurezza durante il volo. D'altronde, chi e' che lo fa? Molto meglio osservare le hostess che ce lo spiegano, indicandoci tutte le procedure da seguire in caso di emergenza.

Ma soprattutto, e' divertente osservare le espressioni sui volti degli uomini quando quella con le tette che non riescono a entrare dentro al giubbottino salvagente, mostra per filo e per segno come si fa ad indossarlo. E a nessuno viene da pensare che da Budapest a Mosca non si sorvola neppure un laghetto.

Misura la forza della tua Password

Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

Web Statistics