mercoledì 30 maggio 2012

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Puttane, puttanieri, persone e pregiudizi

Leggendo qua e la’, nei vari blog di puttane, ex puttane e sedicenti tali, ho notato che esiste uno stereotipo che vuole l’uomo che paga per il sesso come un grezzo materialista, privo di anima e sensibilita’, per il quale la ragazza che si prostituisce rappresenta solo un corpo che serve unicamente a soddisfare i propri bisogni. Che’, a voler sottilizzare, questo comportamento verso le donne e’ ricorrente in molti uomini, sia che paghino oppure no.

Ebbene, avendo avuto modo d'incontrarne moltissimi, posso dire che genericamente il giudizio che si puo’ dare sui puttanieri - ed anch’io, confesso, l’ho dato spesso -, e’ quello appena descritto. Pero', se solo capita di conoscerne in modo approfondito qualcuno, ci si accorge che a volte si tratta di un autentico pregiudizio, perche' le cose non stanno proprio cosi’ e in molti casi, si puo’ scorgere in loro un’insospettabile sensibilita’.

Il rapporto prostituta-cliente e’ qualcosa di molto particolare. Anche se si tratta di uno scambio servizio-denaro equiparabile ad un qualsiasi altro scambio del genere, in realta’ presta il fianco ad implicazioni di natura psicologica molto profonde, sia da una parte che dall’altra, in cui la sincerita’ dei sentimenti non puo’ essere contemplata come fattore positivo e fondante di una relazione, ma che anzi rappresenta un elemento di debolezza del quale la controparte potrebbe approfittarsi.

Per questo, e’ molto difficile che fra cliente e prostituta si crei una sana e sincera amicizia, oppure qualcosa di molto piu’ profondo, a meno che entrambi non scelgano – ed e’ cosa molto difficile - di rompere il muro che li separa. Pero’, quando questo avviene, capita che pian piano si arrivi ad aprirsi e a confidarsi cio’ che normalmente viene tenuto nascosto persino a chi e’ piu’ intimo. Soprattutto quando c’e’ il rischio che venga manifestato cio’ che palesa vulnerabilita’.

Non sono dunque molti i puttanieri che si aprono totalmente nei confronti di una puttana, e sono ancora meno i casi in cui accade il contrario. Il motivo sta appunto nella strana commistione che c’e’ fra denaro, sesso e sentimento, condito molto spesso di moralismo e sensi di colpa. Per cui, quasi sempre, ciascuna delle parti attribuisce all’altra la mancanza morale piu’ grande, forse per attenuare l’eventuale senso di colpa che prova per la propria debolezza. Il sentimento di rivalsa ed una certa attitudine che molti hanno a volersi ergere al di sopra degli altri, poi, aumenta ancor piu’ le distanze ed accentua le incomprensioni.

Mentre si esercita la professione, dato il coinvolgimento che c’e’, e’ difficile comprendere questi meccanismi. Certe cose affiorano solo col tempo, col senno di poi e dopo aver acquisito conoscenze ed esperienze tali da poter valutare il tutto con un metro piu’ accurato. Magari, per quanto possa essere complicato, cercando di porsi in equilibrio tra i due mondi: quello delle puttane e quello dei puttanieri.

Perche’ puttane e puttanieri sono due facce della stessa medaglia. Gli uni non possono esistere senza le seconde e viceversa, e non e’ che una parte sia migliore dell’altra. Esistono solo le persone. Persone buone, cattive, oneste, disoneste, coerenti, incoerenti e tutto cio’ che le rende umane, ed e’ sulla base della loro individualita’ che devono essere giudicate, non per la categoria alla quale, sbagliando, vengono accomunate. Cosi’ esistono puttanieri dotati di grandissima sensibilita’ come ne esistono di cinici e insensibili, e cio’ vale allo stesso modo anche per le puttane.

Ma allora cos’e’ che impedisce a questi puttanieri, che non sono proprio gli esseri ignobili e schifosi che lo stereotipo imporrebbe, di creare punti di contatto e magari anche un qualche tipo di relazione con prostitute che siano dotate dello stesso tipo di sensibilita’? Sembrerebbe nulla, ma invece, come abbiamo detto, gli ostacoli sono spesso insormontabili. Il perche’ puo’ a tratti emergere dal racconto di un uomo, un puttaniere, che con una puttana amica si e’ confidato tanto tempo fa, da cui si evince quanto a volte sia fuorviante l’immagine che molte ragazze che esercitano la prostituzione - o che raccontano di farlo - forniscono dei loro clienti quando li reputano tutti dei maiali e privi di sensibilita’.

“Lei ha un bimbo piccolo che l’aspetta a casa. E’ per lui che lo fa e quando sente il mio abbraccio affettuoso dove puo’ rifugiarsi ci si butta e contraccambia. Mi rendo conto che puo’ essere tutta un’illusione, o almeno non sono in grado di capire se tutto quello che mi viene detto sia realmente sincero oppure una finzione, ma credo di saper riconoscere un contatto affettuoso da uno finto.
Basta avere un po’ di sensibilita' per percepirlo, e se l’avverto non mi risparmio. Do tutto quello che posso dare, felice di aver portato qualche ora di serenita' a chi ne aveva bisogno. Forse saro’ stupido, ma donare e ricevere affetto e' una sensazione che non ha prezzo, e poco importa se e' solo per poche ore. L’importante e’ che arrivi dal cuore.
Molte ragazze che fanno questo mestiere sono ormai abituate a conoscere gli uomini. Basta uno sguardo e poche parole per capire la natura di chi hanno davanti. Sono piu' sensibili, anche se cercano di nasconderlo, e dietro a tanto carattere a volte si cela una dolcezza infinita che non lasciano uscire perche' molti uomini potrebbero approfittarne per farle soffrire troppo. Non si fidano. Il loro passato e' troppo ingombrante.
Pero’ quando esco da quella camera sono felice di essere stato me stesso e di aver speso bene il mio tempo insieme a lei. Il denaro e' solo un dettaglio in questo caso. Non che capitino spesso queste situazioni, ma quando ci si entra e’ difficile poi uscirne.
Posso farti una domanda? Come si puo’ capire che una ragazza non finga veramente, e che fiducia puo’ riporre lei in qualcuno che paga per far sesso?"

Ecco, ricordo che ai tempi una risposta a questa persona fu data, ma al momento sono piu’ interessata a girare la sua domanda a tutti voi.

venerdì 25 maggio 2012

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Vorrei…

Vorrei che mi trovassi gia’ nuda. Solo con le calze autoreggenti, le gambe leggermente divaricate, i palmi delle mani appoggiati sul piano del tavolo e il sedere rivolto a te. So che rimarresti li’ ad ammirarmi con la bocca aperta ed il fiato corto, a guardare i capelli ricadermi sulle spalle e la schiena sinuosa unirsi ai fianchi, invitanti e pronti ad accoglierti.

Vorrei che tendessi una mano per toccarmi, ma non riusciresti a farlo, perche’ sarebbe come rompere un incantesimo. Potresti toccarmi tutto il corpo, ma solo con lo sguardo, non con le dita. Poi, venendomi dietro, incontreresti il mio sguardo che ti direbbe: “L'ho fatto per te”. Cosi’, ti lascerei avvicinare con la bocca alla mia per un tenero bacio e per farti assaggiare le mie labbra, dolci e calde. So che in quell’attimo fugace, ma d’indefinibile durata, riusciresti a sentire tutto il mio sapore.

Vorrei che, scostandoti per un attimo da me, continuassi a guardarmi negli occhi e coi polpastrelli, riuscissi a sfiorare i miei capezzoli. Li sentiresti gia’ turgidi e so che ti piacerebbe il mio seno che tanto denigro. Lo accarezzeresti col dorso delle dita, soffermandoti sulla pelle liscia della sua morbidezza. Prenderesti, poi, un capezzolo tra il pollice e l'indice, stringendolo un po’ come piace a me e torturandolo delicatamente. Lo tireresti per poi rilasciarlo, muovendo l'indice su e giu’, strofinandolo, e sentiresti il mio corpo rispondere al tuo tocco. Ma la cosa che piu’ ti attizzerebbe, sarebbe quel mio restare ferma, immobile, dandoti le spalle senza muovermi.

Vorrei che continuassi a giocare col mio seno, mentre con l'altra mano mi scostassi capelli dal collo, avvicinando le labbra fin quasi a toccarlo, e mi soffiassi delicatamente. Forse non sai che questo mi farebbe impazzire, e mi vedresti inarcare schiena inondata di brividi. Mi accarezzeresti allora le spalle, e scenderesti con le mani giu’ per le scapole, fino ai fianchi, per agguantarmi infine il sedere entrando con le dita dentro l’incavo del coccige, dove i glutei si uniscono alla schiena. E, quasi senza accorgertene, ti metteresti in ginocchio. Sarebbe come un atto di venerazione ed io, per ricompensarti, divaricherei le gambe ancor di piu’, come ad invitarti. Ti inebrieresti del mio odore, e ti accorgeresti subito, dai movimenti appena percettibili del bacino e dal lieve tremolio dei petali del mio fiore, di quanto sarei eccitata.

Vorrei che entrassi con un dito dentro la fessura gia’ dischiusa, calda, solo per saggiarne il desiderio e poi appoggiassi entrambe le mani sui miei glutei, coi pollici dentro allo spacco che porta alle mie labbra. Vorrei che l’allargassi con dolcezza affinche’, col sesso esposto, potessi gustarmi i tuoi timidi baci, poi la punta della lingua e la prima leccata superficiale. Fremerei nell’attimo in cui, penetrandomi con la lingua piu’ che potresti, assaporeresti le pareti della mia vagina.

Vorrei che mi leccassi, ma vorrei che lo facessi pensando ogni tanto anche alla clitoride, e la pizzicassi con la lingua come la corda di una chitarra, oppure succhiandola, piano, come attraverso una cannuccia, mentre io piegherei le ginocchia per agevolarti e farti entrare ancor piu’ in profondita’. Il mio ansimare sarebbe un crescendo di piacere, fino a che ti direi: “Ora basta. Mettimelo dentro. Non resisto piu’!”. E quelle mie parole ti sconvolgerebbero.

Vorrei che mi sentissi parlare in modo spudorato, senza vergogna. Ti ecciteresti, e sapresti che quando faccio cosi’ e’ perche’ sono vicina a godere. Ti sbottoneresti cosi’ i pantaloni e li abbasseresti insieme ai boxer. Quindi, tenendo il pene in mano, ne appoggeresti la punta alle tenere labbra, gia’ umide e scivolose di rugiada. Entreresti fluido, e sentiresti il mio sussulto. Ti fermeresti per assaporare la sensazione di essere dentro di me, e anch’io vorrei restare li’ per far durare quel momento il piu’ a lungo possibile, ma non ne sarei capace, e inizierei a muovere i fianchi. E a quel punto sapresti che mancherebbe poco, davvero poco, a farmi venire.

Vorrei che mi appoggiassi le mani sulla schiena e mi penetrassi con ritmo, andando sempre piu’ veloce, mentre il vulcano dentro di me sarebbe li’, pronto a esplodere. Non esisterebbe piu’ nulla in quell’attimo. Saremmo solo io e te, uniti dalla passione, dall’eccitazione, dal piacere e dalla frenesia che solo un istinto primordiale riesce a dare. Poi godrei, con un grido che non potrei soffocare, irrigidendo e poi rilasciando il mio corpo, abbandonandomi all’estasi per giungere dove solo gli amanti piu’ abili sono riusciti a condurmi. E so che non tarderesti a seguirmi.

Vorrei che venissimo insieme. Allora vedresti le mie braccia piegarsi ed io, inondata del tuo seme, mi sdraierei prona sul tavolo, cosi’ che le mie natiche, premendoti ancor piu’ contro il ventre, sollecitassero il tuo membro in un altro breve, improvviso, risveglio per prolungarmi l’orgasmo, e strapparmi un ultimo grido di piacere. Poi, ancora dentro di me, ti stenderesti sopra la mia schiena e mi riempiresti le spalle di baci.

giovedì 24 maggio 2012

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Per quale motivo cancellereste i commenti dal vostro blog, dopo averli gia’ approvati e pubblicati?

  1. Per modificare il senso delle discussioni e, cancellando cio' che e' scomodo, sistemare le cose in modo da aver ragione, facendo sembrare gli altri degli arroganti piantagrane, mentre voi sempre calmi/e ed equilibrati/e?
  2. Perche’ vi sentite con le spalle al muro e quindi, non sapendo che cosa rispondere, preferite cancellare cio’ che vi mette in imbarazzo?
  3. Perche’ chi commenta vi ha sgamati/e e temete che, cio' che ha scritto, possa rivelare alla gente che la state prendendo per il culo fingendo/mentendo/millantando?
  4. Perche’ improvvisamente vi e’ venuto sulle palle chi commenta - oppure fin da subito vi era gia’ venuto/a sulle palle, ma avevate scelto la strada dell’ipocrisia - e volete rimuoverne ogni traccia dal vostro blog?
  5. Perche’ siete cosi’ pieni/e di voi che non riuscite ad accettare che qualcuno possa controbattervi o rispondervi con ironia cosicche', quando vi accorgete che certi commenti possono sminuirvi o mettervi in ridicolo, li eliminate?
  6. Perche’ ritenete che chi commenta sia stupido/a e scriva cose stupide, ma ve ne siete accorti/e troppo tardi, e nel vostro blog non sopportate di vedere alcun segno della loro stupidita’?
  7. Perche’ ritenete che chi commenta sia intelligente e scriva cose intelligenti, troppo intelligenti, ma non ve ne eravate accorti/e subito, e nel vostro blog non sopportate che ci sia qualcuno in grado di rubarvi la scena?
  8. Perche’ e' il vostro carattere: vi girano spesso le palle senza alcun motivo e siete talmente variabili di umore che vi capita di fare le bizze come i bambini piccoli, per cui tutto cio’ che vi andava bene ieri, oggi non vi va piu’ bene e viceversa?
  9. Perche’ non avete capito una mazza di come funziona il web, e non sapete che cancellare i commenti gia’ approvati e pubblicati, oltre a non risolvere cio’ che credevate di risolvere, vale a dire i vostri problemi di autostima, vi fa apparire stupidi/e agli occhi di chi, invece, di web qualcosa ne capisce?
  10. Per tutti i nove punti descritti sopra?

mercoledì 23 maggio 2012

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Sondaggi

- Pronto?

- Ehm… signore, scusi se la disturbo a quest’ora, ma ci sono delle novita’.

- Buone o cattive?

- Non molto buone, signore. Abbiamo avuto adesso i risultati dei sondaggi.

- Va bene, non stiamo a menare il can per l'aia e tagliamo subito la testa al toro. Quanti punti abbiamo perso?

- Ehm… dieci, signore. Decimale piu’, decimale meno.

- Dieci??? Ma siete sicuri?

- Si’, signore. Abbiamo rifatto piu’ volte la simulazione e non ci sono errori. Sono dieci punti.

- Questo vuol dire che…

- Questo vuol dire, signore, che attualmente ci attestiamo al sedici percento. Decimale piu’ decimale meno.

- E i nostri avversari? Il partito del nano? Non mi dirai che ci hanno sorpassati!

- Ehm… no, signore. Loro hanno perso anche di piu’. Si parla di dodici punti.

- Dodici punti? E a quanto sono? Al sei percento?

- Si’, signore. Decimale piu’, decimale meno.

- Questo vuol dire che ci sara’ un’astensione incredibile. Comunque, saremo il primo partito.

- Ehm… no, signore. Temo che non sara’ cosi’. Il fatto e’ che…

- Ecco si’, appunto, a quanto sta il comico?

- Al trentacinque, signore. Decimale piu’, decimale meno.

- Ma siete impazziti??? Ma com’e’ possibile?

- Sembra che l’elettorato abbia cambiato radicalmente il suo orientamento, signore, e le posso assicurare che i calcoli sono giusti, li abbiamo verificati piu’ volte.

- Dobbiamo assolutamente recuperare voti dall’astensionismo. Quant’e’ la percentuale degli astenuti?

- Trentanove, signore. Decimale piu’ decimale meno.

- Allora, dobbiamo recuperare un po' di quei voti a tutti i costi. Domani riuniro’ l'ufficio di segreteria del partito e comunichero’ che toglieremo la fiducia al premier, dissociandoci completamente dalla politica di rigore che ha portato allo sfascio l’economia del paese. Cosi' vedremo di recuperare gli scontenti.

- Temo che non sara’ sufficiente, signore. Al massimo potremmo recuperare sei, sette punti, decimale piu’ decimale meno, ma si sta verificando uno strano fenomeno: ogni cento voti recuperati dall’astensione, settantadue dichiarano di voler votare per il comico.

- Allora, vuoi dire che siamo fottuti?

- Temo di si’, signore. Lei capisce la situazione: se si installano nei ministeri e scoprono quello che abbiamo fatto da vent’anni a questa parte, il rischio e’ che ci mettano tutti sotto processo… per non dire di peggio.

- E che possiamo fare?

- Credo che sarebbe opportuno pensare seriamente a come uscirne, signore. Intanto, do ordine che vengano distrutti i documenti compromettenti, e mi attivo per studiare un qualche tipo di exit strategy. Mi dispiace, signore, che sia andata cosi’…

- Dispiace anche a me.

- Buona notte, signore.

- Buona notte.

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martedì 22 maggio 2012

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Tre galline

Avevo pensato di scriverci un post sull’argomento pollai. C’e’ chi l’ha gia’ fatto, citandomi sottilmente nel tentativo di denigrarmi, facendomi apparire per quella che non sono, e allora volevo scrivere una risposta, che fosse l'ultima, definitiva, cosi' da poterci mettere la parola fine.

Volevo scriverla perche’ mi sono rotta di chi costantemente sputa nel piatto in cui mangia. Non tanto perche’ ci sputa, sia chiaro – in fondo nel proprio piatto chiunque puo’ farci cio’ che vuole –, ma perche’ sembra che il suo piatto sputacchiato sia piu’ buono del mio senza sputi. Si vede che ha una cosi’ alta considerazione di se’ che attribuisce ai propri sputi un potere taumaturgico che rende i piatti piu’ digeribili. Chissa’…

Volevo scriverla, perche' mi sono scocciata di chi usa il web per attirare pietismo per sguazzarci dentro con lagnose storielle tratte dai fotoromanzi che leggeva mia madre. Spero che da cio’ ne tragga grande giovamento per la propria autostima, tuttavia a me lo sguazzare nel pietismo, lo sapete, ha sempre causato conati di vomito. Discutono da mesi di un brufolo sul proprio culo come se questo fosse il piu’ grave dramma mai affrontato dall’umanita’. Magari sarebbe bene che qualcuno dicesse loro chiaro e tondo che, trattandosi di un semplice brufolo sul culo, se vogliono possono schiacciarlo in qualsiasi momento, e se non lo fanno, e’ solo perche’ in fondo non vogliono, perche’ senza brufolo non potrebbero piu’ piagnucolare e lamentarsi. E allora di che cazzo parlerebbero?

Volevo scriverla, perche' mi sono seccata di chi chiama le cose non con il loro vero nome. Un pappone, anche se lo si puo’ chiamare “il mio fidanzato”, “il mio ragazzo”, “l’uomo che amo”, resta pur sempre un pappone: uno che vive sulle spalle di una donna che esercita il meretricio. Per carita’, ci si puo’ innamorare anche di un pappone, sia ben chiaro, ma e’ giusto dare a ogni cosa il nome giusto, altrimenti e’ ipocrisia. E allora, se e’ ipocrisia, e’ molto meglio non andare in giro a raccontare le proprie cose, perche’ puo’ capitare che prima o poi qualcuno ci giudichi sulla base di quelle cose ipocrite che scriviamo, anche se poi non vorremmo sentircele dire.

Volevo scriverla, perche’ quando si leggono cose del genere “la mia vita non e’ nel virtuale, e’ solo nel reale”, oppure “ho cose piu’ serie da fare che di stare in internet”, e poi le vedi che sono perennemente davanti ad un computer, ogni giorno, dalla mattina alla sera, e non sanno che lo si puo’ rilevare in mille modi, allora ti viene voglia di dirglielo. Pero’, se lo dici, si incazzano e ti prendono sui coglioni. Devi essere ipocrita, questa e’ la regola, e per loro e’ giusto che sia cosi’.

Volevo scriverla, perche’ chiunque ha il diritto di raccontare la cazzate che vuole, io per prima, ma se poi, per stizza, ti cancellano tutti i commenti che hai scritto e ti bannano dai loro blog dopo che hanno solennemente affermato che a loro non potrebbe mai accadere di alterarsi, e te lo dicono facendo sembrare te quasi un'isterica, citando libri di filosofia orientale che probabilmente non hanno mai letto - come ogni altro libro che affermano di aver letto - se non nei riassunti trovati su Google, allora ti viene da pensare che prendere davvero per il culo queste persone sia la soluzione migliore. Perche’ la superbia di chi vuol sembrare cio' che non e’ l’ho sempre saputa percepire e anche se so che dovrei sbattermene le ovaie, talvolta c'e' purtroppo chi esagera e diventa cosi’ irritante nella sua altezzosita’ che e’ difficile resistere alla tentazione di darle una piccola lezione di stile.

Volevo scriverla, perche’ non sopporto piu’ chi vuol apparire una diva, superiore a chiunque, solo perche’ l’unica cosa che conosce nella vita e’ tutto sull’ultima moda e sulle stronzate di gossip. “Louboutin e’ sempre Louboutin” e’ come un mantra. Magari non conoscono i congiuntivi, e scrivono costantemente “po’” senza l'apostrofo, ma di scarpe ne sanno una piu’ del diavolo, queste autoreferenziali strafighe virtuali che non hanno mai mostrato di se’ neppure un’unghia. Purtroppo, credono che dall’altra parte dello schermo ci sia gente che e’ nata scema e viva tutto il tempo col naso appeso al pero…

Volevo scriverla, perche’ vedere delle galline che starnazzano in un pollaio dove non c’e’ neppure un gallo, e’ veramente qualcosa che merita di essere raccontata, come una delle tante storie ridicole che accadono nel web e, inoltre, ho pensato che levarsi ogni tanto qualche sassolino dalle scarpe, potesse far bene anche a una persona calma, riflessiva ed educata come me.

Volevo scriverla, questa risposta, e non stenterete a credere, dunque, se confesso di averla persino buttata giu’, caustica e cattiva al punto giusto, con tutte le cosine spiegate bene, cosicche’ chi dovesse capire capisse quanta strada debba ancora fare prima di arrivare a diventare, credibile, attendibile, e meritevole di una considerazione che vada oltre la mera presa per i fondelli. Pero’, alla fine, come avete potuto intuire, ho deciso di cestinarla. E’ giusto cosi’, credetemi, perche’ e' bene che le galline, giovani o vecchie, belle o brutte, colte o ignoranti, sincere o bugiarde che siano, anche se alla fine qualcuno ha il forte sospetto che si tratti solo di capponi, restino a bollire in pace nel loro brodo.

sabato 19 maggio 2012

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Fino alla fine del mondo

La polizia egiziana spara sui manifestanti… in Libia si riunisce il nuovo governo, ma anche dopo la morte del dittatore continuano le proteste pro Gheddafi… rivolte anche in Yemen… La Grecia esce dall’euro, code infinite davanti agli sportelli bancari… in Italia scandali, corruzione, scioperi… in Ungheria la legge bavaglio uccide la libera informazione, mentre la disoccupazione e’ ai livelli massimi… continua il braccio di ferro fra le due Coree… il presidente iraniano ha dichiarato che Israele non e’ piu’ l’unica potenza nucleare della regione… i prezzi dei cereali e del petrolio sono alle stelle… c'e' il rischio di default per la Spagna…

Avevano detto che il mondo sarebbe finito il 21 dicembre 2012. La famosa profezia dei Maya a cui qualche ingenuo aveva pure creduto. E c'era stato chi ci aveva scritto persino un libro, sul quale avevano fatto addirittura un film. Un’operazione commerciale del valore di diversi milioni di dollari, ma ormai era chiaro che si trattava solo di una bufala.

No. Il mondo non sarebbe finito nel 2012, come non era finito nell’anno Mille e neppure nel Duemila. Nessuno ha il potere di prevedere la fine del mondo, la logica si fa beffe delle profezie di Nostradamus, e tutto l’allarmismo e’ destinato a finire, prima o poi, nel nulla. Esattamente come nel nulla e’ finita la storia del “Millenium bug”, il virus informatico che avrebbe dovuto distruggere il mondo cosi’ come lo conosciamo.

A Klára, le notizie che provenivano dai notiziari, pero’, non interessavano. Le ascoltava distrattamente, mentre beveva il the, perche’ i motivi che la inquietavano erano altri. Da giorni la malinconia le si era appiccicata dentro come il miele alle dita. Ed era qualcosa che non poteva togliere semplicemente lavandolo via con l’acqua come lo sporco.

Tutto stava andando a puttane. Il mondo stava andando a puttane. La vita stava andando a puttane. Tutto stava deteriorandosi ad una tale velocita’ che, se anche il mondo non fosse finito nel 2012, sicuramente sarebbero bastati pochi anni perche’ si trasformasse in qualcosa di profondamente diverso da quello a cui era affezionata: il mondo che aveva amato. D’altronde, penso’, non era la prima volta che si era trovata a vivere una situazione simile. Le era gia' accaduto, in passato, di vedere lo sgretolamento di un mondo: quello in cui era nata, quel giorno che a Berlino era crollato il muro delle ideologie.

Mise via i pensieri e si concentro’ sulle cose da fare. Non era un giorno qualsiasi. Si era alzata presto perche’ c’era da ritirare l’esito degli esami. Da quando il dolore le si era acutizzato, aveva deciso di fare dei controlli. Nei giorni d’attesa aveva perso il suo solito buon umore. Era diventata scontrosa, e aveva persino litigato con le sue sorelle per delle questioni di poco conto. Cose sulle quali, in altri momenti, avrebbe potuto tranquillamente glissare. Non le era mai successo prima di allora, pero’ sapeva che la causa del suo malessere interiore era solo quel pensiero che la preoccupava da giorni.

Inutile negarlo. Per la prima volta aveva pensato seriamente alla morte. Non a quella degli altri: alla propria. Aveva sempre avuto un’ottima salute. Alla salute ci teneva. L’essere stata una sportiva, l’aveva educata a coccolare il suo corpo in modo speciale, e questo l’aveva resa certa che non le sarebbe accaduto mai niente di brutto.

Non fumava, non straviziava e se beveva, si limitava ad un paio di bicchieri di buon vino a tavola. Calibrava la sua esistenza sullo star bene il piu’ possibile e la salute, fra tutte, era la cosa piu’ importante. Ma quel dolore, iniziato dal nulla, che nei giorni si era fatto sempre piu’ intenso, l’aveva messa in allarme. All’inizio aveva pensato che fosse qualcosa di passeggero, ma non era stato cosi’.

***


Al massimo due anni. Questo e’ il tempo che da' da vivere un cancro al pancreas. Le analisi erano chiare, era tutto li’, scritto nero su bianco, incontrovertibile. Klára sapeva che non v’erano errori e non v’era speranza. Si rese conto in un attimo di come l’esistenza fosse fragile e di come tutto nella vita si basasse soltanto su dei pilastri di vetro, nonostante gli sforzi compiuti, la sana alimentazione e la cura del proprio corpo. La cosa che la intristiva di piu’, pero’, era la sofferenza che avrebbe causato a chi le voleva bene. A chi avrebbe pianto quando sarebbe mancata.

Immagino’ di veder morire sua madre, e in un attimo si rese conto di quanto potesse essere terribile quella sofferenza. Poi l’amplifico’ piu’ che pote’ perche’, di sicuro, la sofferenza di una madre sarebbe stata molto piu’ forte se avesse visto morire una figlia.

Decise che non lo avrebbe confidato a nessuno. A nessuno. Avrebbe continuato a vivere come sempre, a sorridere come sempre, a lavorare come sempre, ad accarezzare come sempre, a fare l’amore come sempre. Fino alla fine. Fino all’ultimo. E nessuno se ne sarebbe accorto. Nessuno. E non si sarebbe sottoposta ad alcuna cura. Non voleva vedersi consumata, piano piano, in un letto di ospedale. Non avrebbe sopportato lo sguardo commiserevole delle persone e di disperazione di chi le voleva bene. Avrebbe vissuto cio’ che le restava con dignita’ e con forza.

D’altronde, la morte fa parte della vita. Si comincia a morire gia’ nel momento in cui si nasce. L’importante, penso’, era vivere il tempo regalato cercando di fare qualcosa di utile e di bello. E non poteva lamentarsi del tempo vissuto. Era stata fortunata. La Natura le aveva donato tutto quello che una donna avrebbe potuto desiderare. Non poteva certo pretendere di essere anche longeva. Sarebbe stato troppo.

Penso’ che in tutto cio’ ci fosse Giustizia. Quella vera. C’e’ chi vive la sua vita intensamente, traendone immense ricchezze, soprattutto interiori, e chi invece e’ destinato ad un’esistenza piu’ semplice, meno redditizia da ogni punto di vista. Era giusto che tutto fosse bilanciato. Le venne da ricordare una citazione dal suo film preferito, e trovo’ che era perfetta per quel momento: “La luce che arde col doppio di splendore brucia per meta’ tempo”.

Si’, anche lei aveva bruciato la sua candela da due parti, e anche lei aveva fatto cose discutibili per cui Dio non le avrebbe permesso di entrare in paradiso, ma che importava? Lei a Dio non ci aveva mai creduto, e non si sarebbe di certo prostituita, buttandosi nelle braccia di un’assurda Fede solo per salvare la sua anima. Se lo avesse fatto, avrebbe rinnegato cio’ che era stata, e forse avrebbe perso anche il senno.

Due anni. Se avesse vissuto anche la meta’ del tempo avrebbe potuto sistemare per bene ogni cosa. Si senti’ sollevata. Fece dei calcoli e si convinse che, in fondo, due anni non erano pochi. Cio’ che lei voleva era avere il tempo per fare tutto nel modo giusto cosicche’ chi, in qualche modo, dipendeva da lei, non avesse problemi.

Penso’ ai bambini, alle sorelle, ai genitori. Penso’ anche agli amici, alle amiche, agli amanti, agli ex amanti. Penso’ a tutti e si ripromise che, prima di andarsene, li avrebbe salutati uno per uno. Si’ perche’ poi sarebbe partita per fare cio’ che aveva sempre desiderato fare: assaporare il profumo dei geyser dell’Islanda, dare una carezza ai bambini di Sind, accovacciarsi sulla riva del mare dove sfocia il Kuban’, per rivedere ancora una volta il verde degli occhi di chi aveva amato. E poi, fare l’amore sotto la luna nel deserto.

Infine, come i salmoni, sarebbe giunta alla fine del suo viaggio. Ma prima di arrivare alla meta, fino alla fine del mondo avrebbe assaporato ogni singolo istante di quel breve percorso che, ancora, le sarebbe restato da vivere

***


Precisazione: questo racconto e’ frutto di fantasia. La situazione e’ totalmente inventata. Si tratta semplicemente di un esercizio di scrittura unico, isolato, che non ripetero’ mai piu'. Per una volta, ho voluto calarmi nei pensieri di chi sa di avere poco tempo da vivere, cosi’ da focalizzare quello che potrei provare io qualora accadesse a me. Chi si fosse preoccupato, dunque, si tranquillizzi. E’ vero che molta gente interpreta il web come estensione della realta’, ma posso assicurare che, stavolta, non e’ cosi’. Ho una salute davvero di ferro, la tengo costantemente sotto controllo, e sto benissimo. Tutto cio’, pero’, mi ha dato modo di comprendere alcune cose di me, e quali siano i miei reali desideri. Perdonatemi dunque per questo esperimento un po’ inquietante, lo devo ammettere, ma era una cosa che avevo voglia di fare, anche per comprendere le dinamiche che muovono le menti di certe persone che, nel web, annunciano la propria morte (senza pero' dire che inventano tutto), cosicche’ chi legge possa preoccuparsi, stare in ansia e soffrire. E’ una cosa terribile giocare in questo modo con le emozioni altrui, ed ho scritto il post anche per far capire a chi lo fa, e porta il gioco avanti fino alle estreme conseguenze, che ci sono altri modi, meno cinici e meno macabri, per attirare l’attenzione. Basta un po’ di fantasia, la voglia di comunicare qualcosa che possa far riflettere, e tanta, tanta, onesta’.

mercoledì 16 maggio 2012

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Faccio la puttana...

Faccio la puttana…
Ho deciso di farlo perche’, in fondo, il sesso non mi dispiace, anche quello con emeriti sconosciuti. A volte, per divertirmi, mi e’ capitato di farmi rimorchiare nei bar, solo per passare una notte di sesso e spensieratezza. Non sono mai stata una che ha privilegiato l’aspetto fisico ad altri aspetti che un uomo puo’ avere, come l’intelligenza, la cultura, la generosita’ e perche’ no, quel certo fascino dato dal denaro. Ed e’ vero: non ho mai disdegnato il denaro. Come mezzo, non come fine. E il sistema piu’ semplice per guadagnarlo, per una che ha un corpo e un volto come il mio, non e’ difficile da intuire. Quand'ero giovane ballavo in discoteca come ragazza immagine. Lo facevo per rimediare il necessario per pagarmi l’alloggio nella citta’ dove studiavo. Poi e’ arrivato uno che mi ha offerto dei soldi per andare a letto con lui. Erano moltissimi soldi. Tanti che non avrei potuto guadagnare neppure in sei mesi di lavoro, e lui non era neanche un brutto uomo. In quel momento di quei soldi ne avevo davvero bisogno e cosi’ accettai. Quel primo “cliente” fu talmente soddisfatto di me e di come avevo fatto sesso, che oltre a darmi quanto mi spettava mi fece in piu’ anche un bellissimo regalo. E' da allora che ho capito quale sarebbe stata la mia professione.


Faccio la puttana…
La colpa, e’ sicuramente di mio marito dal quale ormai sono divorziata. Era un tipo particolare mio marito: gli piaceva vedermi a letto con altri uomini oppure con altre donne. Spesso mi portava nei club per scambisti, oppure invitava a casa nostra persone disponibili, anche donne che quasi sempre erano prostitute, con le quali poi dovevo scopare, mentre lui ci guardava, si masturbava e poi si univa a noi nel letto. Quando mi ha lasciata per una molto piu’ giovane di me, e a quanto pare anche molto piu’ troia, mi sono ritrovata dalla sera alla mattina senza piu’ alcuna prospettiva, senza niente. Praticamente una disgraziata, dato che per sposarmi con quell’uomo avevo anche rinunciato a laurearmi e a farmi una carriera tutta mia. Lui, poi, e’ riuscito persino a dare a me la colpa della separazione, cosi’ non mi ha pagato neppure gli alimenti. Ed e’ a quel punto che, forse piu’ per rabbia che per altro, ho scelto di prostituirmi. L’ho fatto col primo che e’ capitato, e devo dire che, oggi, di quella scelta non mi pento. I clienti non sono naturalmente sempre attraenti, ma ogni tanto capita qualcuno di piacevole con il quale, poi, se le cose funzionano, posso instaurare un bel tipo di legame che va oltre il lavoro. E devo dire che per chi come me ha vissuto con un uomo squallido come il mio ex marito, tutti sembrano dei gentiluomini.


Faccio la puttana…
Quando arrivai in citta’ avevo in tasca la mia laurea e credevo che quello per cui avevo studiato sarebbe stato il mio lavoro. Ma subito mi sono dovuta arrendere di fronte alla realta’. Trovare un'occupazione non era facile, c’era la crisi. Inviai decine di curriculum, ma senza alcun risultato, e cosi’ ripiegai a fare la cameriera in una pizzeria, tanto per sbarcare il lunario, pagare l’affitto e avere qualche soldo per tirare avanti. La paga era bassissima e mi facevano lavorare come una schiava. Poi un giorno il titolare mi mise le mani addosso e cerco’ di prendermi con la forza. Non riusci’ a farlo perche’ glielo impedii. Pero’ lui si arrabbio’ moltissimo. Mi insulto’ e mi disse che ero una stupida che nella vita non aveva capito un bel niente. Comunque, il risultato fu che il giorno dopo mi ritrovai senza lavoro, e ancora aspetto la liquidazione che non e’ mai arrivata. Quella volta pensai seriamente che una come me, qualsiasi lavoro avesse fatto, se avesse avuto un titolare cosi', avrebbe dovuto piegarsi alle sue voglie per mantenersi il posto. E cosi’ decisi che se avessi dovuto farmi fottere, beh... sarebbe stato solo per soldi. Tanti soldi. Quelli che avrei chiesto io. Oggi lavoro con gli annunci in Internet e grazie alle marchette, posso mantenere un tenore di vita che mai, come cameriera in una pizzeria e neppure se avessi fatto cio' per cui ho studiato, avrei potuto minimamente avere.


Faccio la puttana…
Una volta facevo la modella. Le sfilate per le grandi firme mi facevano guadagnare abbastanza bene. Quel tanto che bastava per vivere in un bell’appartamento, comprarmi i vestiti all'ultima moda e frequentare bei locali, senza chiedere niente ai miei genitori. Per lavorare, pero’, ed essere scelte per le sfilate, l’agenzia ci imponeva di accettare dei compromessi, di essere “carine” coi clienti, che non erano tutti omosessuali come talvolta si pensa siano quelli che lavorano nell’ambito della moda. E cosi’, insieme ad altre ragazze, dopo le sfilate, il nostro lavoro proseguiva. Diventavamo intrattenitrici per quegli uomini; li accompagnavamo a cena,  in discoteca, ed anche a letto. Poi, il lavoro con l’agenzia e’ finito. Non si puo’ fare la modella in eterno e prima o poi si devono fare i conti con gli anni che passano. Cosi' mi sono ritrovata troppo vecchia per quel lavoro, ma ancora giovane per tutto il resto. Ormai, nell’ambiente, ero inserita bene; non dovevo far altro che spargere la voce fra gli amici, poi il passaparola avrebbe fatto il resto. Certo, avrei potuto fare altro nella vita, ma quando ci si abitua a vivere bene, poi e’ difficile rinunciare alle belle cose.

Faccio la puttana…
O almeno, anch'io lo facevo, tanto tempo fa. Come tutte avevo le mie ragioni, e ancora mille sarebbero le storie che avrei da raccontare.

domenica 13 maggio 2012

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Avrei una domanda...

Io sono tzigana...

Ho amici e amiche che appartengono a varie etnie, le piu’ diverse, e non e’ un problema per me rapportarmi con loro. In tutti vedo qualcosa di speciale e riconoscibile. Sono (siamo) quindi individuabili anche per i tratti somatici che abbiamo. Non c'e' niente di male nel riconoscere in qualcuno i tratti somatici che caratterizzano la sua etnia. Non e' razzismo saper riconoscere un afroamericano dal colore della sua pelle, o dalla forma delle sue labbra, e quando mi dicono che ho i capelli da tzigana, sarei irrazionale se mi offendessi. E' una cosa vera e ne vado orgogliosa. Non mi vergogno dunque dei miei capelli, ne' del fatto che qualcuno, in base ad essi, riesca a individuare le mie origini. Se mai, sarebbe stupido, e finanche razzismo al contrario, se invece lo tacessi oppure di fronte alla domanda "hai origini rom?" lo negassi o glissassi senza rispondere.

Ripudiare se stessi e’ il piu’ grande peccato che si possa fare. Non ne esiste un altro peggiore.

Percio’, se un giorno - per assurdo - fossi eletta in Parlamento, o diventassi Premier del mio paese, non avrei problemi a rivendicare le mie origini. Anzi sarebbero per me un motivo di vanto e non di vergogna. Lo dico da Romni', lo dico da zingara, lo dico sapendo di appartenere dunque a quella parte di umanita' che da secoli viene respinta, ostracizzata, demonizzata e talvolta trattata proprio come feccia. E se un domani, diventata Primo Ministro, promuovessi delle leggi per il riconoscimento dei diritti dei Rom e prendessi provvedimenti per alleviare le sofferenze del mio popolo, non avrei alcun problema ad affrontare chi mi accusasse di essere “di parte” dicendomi: "Lo fai perche' sei dei loro". Perche’ risponderei: "Si', e' vero, lo faccio ANCHE per questo motivo".

A questo punto il post sarebbe finito. Il resto, la conclusione, e' solo una piccola e innocente provocazione, e chi e' troppo suscettibile su un determinato argomento non dovrebbe proseguire.

Da qualche giorno, mi frulla in testa una domanda. E’ una domanda che, sono quasi certa, per molti non sarebbe giusto porsi, e credo che i benpensanti, coloro che viaggiano sempre in “punta di forchetta”, la considererebbero una “domanda sporca” e forse anche un po’ razzista. Pero’ vi assicuro che non e’ niente di tutto cio’. Non c’e’ malizia. E’ soltanto una semplice domanda che mi sto facendo in base a una riflessione logica tutta mia, ed anche in base a quel ragionamento su quei tratti somatici da cui e' possibile, a volte, individuare una data etnia. E’ una domanda che di razzista non ha proprio niente, quindi, ma credo che riuscire a darle una risposta potrebbe spiegare meglio tante cose: Mario Monti e’ per caso ebreo?

sabato 12 maggio 2012

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Sono come sono

Ultimamente, riesco a litigare con una quantita’ incredibile di persone. Nel web, ma anche e soprattutto nella cerchia ristretta di amicizie reali che ho. Sembra che la gente con cui ho a che fare (soprattutto se di sesso maschile) a un certo punto non riesca piu’ a sopportare “qualcosa” di me, e siccome non mi e’ facile focalizzare bene cosa sia questo “qualcosa”, non posso far niente per correggermi. Altrimenti lo farei.

Invece no. So benissimo di cosa si tratta e che cosa di me a queste persone veramente non va, Pero' mi sta proprio bene cosi’. Sapete cosa dico? Dico che chi non mi accetta per cio’ che sono, non mi merita, ed e’ meglio perdersi subito piuttosto che tentare di tirare in lungo, stando insieme come amici, come amanti, come tutto, non sopportandosi piu’. Perche’ stimarsi significa accettarsi per cio’ che si e’ e non dover subire delle continue critiche per come siamo, per cio' che facciamo, per cio' che pensiamo, Critiche alle quali l’unica risposta che mi sento di dare e’: “Se non ti vado bene, non c’e’ problema, il mondo e’ grande e possiamo tranquillamente fare a meno l’una dell’altro!”

Forse sara’ questo il motivo per cui rifuggo come se si trattasse di una pericolosa malattia, non solo il matrimonio che, come si sa, e’ la tomba dell’amore, ma ogni relazione che inizi a diventare solo un po’ piu’ impegnativa di quella che puo’ esserci fra trombamici?

Essi’, immediatamente mi si attivano tutte quante le contromisure, mi si accendono le lucette nel cervello, e iniziano a suonare allarmi subliminali che mi sembra di essere in una di quelle scene di film in cui sta per iniziare la guerra nucleare. Entro subito in Defcon 1 non appena qualcuno inizia a farmi domande insistenti su cio’ che palesemente non ho intenzione di rivelare, iniziando con fare polemico a manifestarmi le sue pippe mentali, con esercizi dialettici e capziosi nel tentativo prendermi in castagna o mettermi addosso i sensi di colpa.

Molti ci giocano sui sensi di colpa, facendo affidamento sul mio proverbiale sentimento empatico, ma in tanti scorgo negli occhi quella strana luce che ben conosco e che tanto mi spaventa, nella quale intravedo quella perversa bramosia di essere proprietari e manipolatori di ogni mio istante. Pero', siccome mi conoscono e sanno come sono suscettibile su certi argomenti, non me lo dicono esplicitamente e iniziano con tutta una serie di strani giri di parole, come arabeschi che si annodano e si intersecano, arrivando al punto che non riescono piu’ a tirar fuori il collo dall’intrico in cui si sono cacciati, e va a finire che l’unica via d’uscita diventa quella di essere aggressivi e litigare.

Non li sopporto i falsi gelosi, i falsi possessivi, quelli che quando ti devono invitare al primo appuntamento fingono di essere la tua anima gemella, che ti comprendono come nessun altro prima. Si’, sara’ una deformazione mentale la mia, ma questa falsita’ proprio mi da' ai nervi perche' non lega col mio modo di pensare ad una relazione seria fra due persone.

Da parte mia, so di non essere assolutamente gelosa, e mi manca completamente la voglia di possedere chicchessia, Sara’ un fatto enzimatico, genetico, caratteriale, ideologico, non lo so, ma non riesco a pensare a un rapporto basato sull’esclusivita’ che possa anche darmi la felicita' e quel senso di novita' e continua avventura di cui sento di avere bisogno. Ci ho provato in passato. Il cielo sa quanto mi sia messa in gioco per arrivare a un compromesso fra le mie esigenze e quelle del mio partner, ma inevitabilmente le storie non sono mai durate piu’ del tempo necessario affinche' nascessero i primi malumori.

Eppure, chi ha modo di conoscermi, viene subito avvertito di come sono fatta. Glielo dico immediatamente, senza peli sulla lingua. Papale, papale. E' forse la prima cosa che dico quando conosco qualcuno, e sembra che tutto vada bene, all’inizio. Solo che, poi, chissa’ per quale ragione – ma io so bene qual e' la ragione – a poco a poco tutto cambia, le pretese aumentano e si fanno giorno per giorno sempre piu’ pressanti, fino al punto che mi sento soffocare e fuggo via.

Sono io ad essere sbagliata o sono sbagliati gli altri? Devo rassegnarmi a questo destino, oppure e’ giusto pensare che possa esistere da qualche parte anche chi riesce, senza soffrire, ad accettarmi per come sono, nella mia totalita’, coi miei pregi e i miei difetti, ne’ piu’ ne’ meno. Perche’ sono me stessa, perche’ sono unica e quindi speciale, perche’ voglio restare come sono, senza cambiare se non ne sento l'esigenza, e senza essere assimilabile a cio’ che, coloro che non riescono a tenermi, vorrebbero trasformarmi.



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Per chi volesse comunicare con me

Non fornisco mai il mio indirizzo email, a meno che non conosca abbastanza bene la persona che me lo chiede, cosi’ da essere sicura che non abbia finalita’ recondite o in ogni caso poco chiare. Il motivo e’ molto semplice: le rare volte che l’ho fatto senza curarmene, mi sono ritrovata con l’indirizzo email bruciato, poiche’ sommerso da spam contenenti virus oppure inondato da richieste assurde e ossessive da parte di qualcuno che, non avendo nessun altro da perseguitare, mi aveva presa per una crocerossina disponibile a leggere le sue farneticazioni.

Percio’, quando mi scrivete utilizzando il form di contatto che trovate nel blog, nel caso riceviate una mia risposta e’ bene che teniate conto che l’indirizzo email indicato non e’ il mio, e utilizzare quello per inviarmi nuove email e’ perfettamente inutile, in quanto la mia risposta e’ stata inviata mediante un servizio di “remailer anonimo”, proprio per evitare che venga individuato, oltre al mio indirizzo di posta elettronica, anche il mio indirizzo IP, a cui tengo talmente tanto che non lo rivelerei neanche agli amici piu’ fidati.

Per questo motivo, qualora vogliate comunicare con me, e non siete fra coloro a cui ho fornito il mio vero indirizzo email, vi consiglio di utilizzare sempre il form di contatto nel blog, anche per le comunicazioni successive ad una mia eventuale risposta.

Devo anche avvertirvi che molti provider cestinano le mail provenienti dai servizi “remailer anonimi” mettendoli nella casella di spam. Quindi, se pensate di non aver ricevuto una mia risposta, magari e’ finita nella vostra casella di spam, oppure l’avete cestinata senza leggerne l’oggetto che indicava chiaramente che proveniva dalla sottoscritta.

mercoledì 9 maggio 2012

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Un appuntamento al buio - II parte

Se un osservatore attento avesse potuto vedermi si sarebbe reso conto, dallo stato in cui ero, che avevo completamente perso la bussola. Apparecchiavo mettendo due cucchiai al posto dei coltelli, oppure mi mettevo a ridere come un'isterica a battute che non avrebbero fatto divertire nessuno, e a dimostrazione di quanto fossi in uno stato di ansia perenne, c’era pure il fatto che a tavola quasi non toccavo il cibo nel piatto.

Quando mi vestivo lo facevo con mani tremolanti, e immaginavo donne intorno che mi acconciavano i capelli e mi spalmavano addosso balsami e unguenti profumati, cospargendomi di petali di fiori, come la classica vergine che viene immolata in un sacrificio. E fu proprio come se affrontassi un rito sacrificale che mi recai all'appuntamento, guardando mia madre come se non dovessi far piu’ ritorno. Uscendo, fuori, al freddo dei primi fiocchi di neve, ero talmente tesa e piena di paura che mi sentii quasi mancare la forza nelle gambe quando iniziai a fare i primi passi per dirigermi all’appuntamento.

Nel luogo dove avevamo fissato l'incontro, riconobbi la vettura che lui mi aveva detto. Era la’ che mi aspettava. Quando mi avvicinai, mi sembro’ di essere selvaggina che stava offrendosi spontaneamente a chi l’avrebbe divorata, sul piatto di portata che erano i miei stivali col tacco a spillo. Notai che me li guardo’ con uno scintillio feroce negli occhi. Poi, come se ci conoscessimo da sempre e ci fossimo lasciati solo la sera prima, con naturalezza mi dette un bacio sulle guance.

“Tutto bene? Possiamo andare?” E mi fece entrare in auto. Era una situazione tutta nuova per me, ed anche lui lo era. Mi rendevo conto che, nel tempo di neanche un’ora, quell'uomo avrebbe esplorato ogni angolo del mio corpo, anche quello piu’ intimo che neanche i partner con cui avevo avuto rapporti duraturi avevano mai avuto. Lo guardavo timida, tenendo gli occhi bassi, senza focalizzarlo bene. Preferivo concentrarmi sulla strada, e memorizzarla nel caso avessi dovuto tornarmene a casa in autostop o da sola a piedi, magari con i vestiti stracciati e il trucco disfatto sul volto, e pensai che non avevo guardato il numero di targa. Sarebbe stata la prima cosa da riferire alla polizia nel caso che…

Ma cosa stavo pensando? Nel caso fosse andato nel modo che temevo, nel peggiore dei modi, non avrei potuto riferire proprio un bel niente a nessuno, perche’ probabilmente mi avrebbero ritrovata, a pezzi, in qualche discarica. Nella mia mente balenavano le scene dei film horror che avevo visto, e che materializzavano le mie paure. Lui, invece, calmo, non accorgendosi minimamente del mio stato d’animo, chiacchierava amabilmente, forse per rompere il ghiaccio.

“Sei piu’ tranquilla adesso?” mi chiese. “Si’, certo”, balbettai. “Male, molto male…”, mi rispose con un atteggiamento sardonico che suscito’ in me un sorriso. E alla fine, battuta dopo battuta, finimmo a discorrere cosi’ amichevolmente che sembrava di essere ad un classico primo appuntamento, tanto che quasi sentii l’audacia abbandonarmi, e la voglia di affrontare quella prova venir meno.

“Andiamo, non l'hai mai fatto finora e non sara’ certamente un dramma se non lo farai neppure stasera”, continuavo a ripetermi pensando che rinunciare sarebbe stata forse la cosa piu’ saggia. Volevo chiedergli di fermarsi al primo pub, ordinare una birra, parlare, conoscerci, scherzare un po’. Le bende, le corde e le fruste, eventualmente, sarebbero venute dopo, magari all’appuntamento successivo, perche’ in quel momento avevo ancora voglia di banalita’, di scambiare quattro chiacchiere, farmi un po’ corteggiare, anche se per finta. Ma non ci fu modo. D’altronde, al punto in cui ero arrivata, come avrei potuto ritirarmi?

L'auto entro’ nel cortiletto del motel. Ripensai a cosa mi aveva scritto in una email il giorno prima: "Ammiro il tuo coraggio, la tua voglia di scoprire cose nuove e la fiducia che hai riposto in me..." Ditemi: avrei potuto forse ritirarmi? No. E infatti non me la sentii. Ma avevo davvero fiducia in lui? Non ne ero piu’ tanto certa, ma dovevo averne. Dovevo convincermi che non avrei potuto fare scelta una migliore per sperimentare quel gioco che da sempre mi intrigava. Dovevo convincermi che non mi sarebbe accaduto nulla di male se mi fossi lasciata schiavizzare da lui. Dovevo convincermi che quell’uomo mi avrebbe condotta per mano dentro quell’avventura. Percio’ dovevo aver fiducia, per forza, ma vi assicuro che in vita mia non mi era mai capitato di sentirmi cosi’ succube, zoccola e completamente folle come in quel momento.


Entrammo nella camera numero ventisette. Moquette rossa e tendaggi. Pensai a scene di film di David Lynch. Era percettibile il silenzio tipico dell'albergo a ore, del letto usato da centinaia di persone e delle lenzuola sulle quali, forse, un qualche angolo c’era rimasto ancora l’odore dei sessi di amanti che in quella stanza ci avevano fatto le cose piu’ oscene.

Aveva portato con se’una bottiglia di vino. Me ne verso’ un po' in un bicchiere trovato nel frigo bar. Ne bevvi un sorso, e poi un altro. Il gusto dell’alcol mi riappacifico' col mondo, mi rese calma e mi stordi’. Tanto che da quel momento i ricordi diventano nebulosi. Ricordo che mi fece spogliare, e ricordo che restai seminuda in reggiseno, mutandine, autoreggenti e stivali. Il completino intimo l’avevo acquistato per l’occasione. Mi era costato pochi soldi, non era di buona qualita’, ma l’avevo scelto perche’ era tremendamente da zoccola. Capii subito, pero’, che non era quello che lui aveva voluto intendere quando mi aveva chiesto di stupirlo.

Cavolo! Giuro che non ero riuscita a immaginarmi niente di piu’ porco di quel look, ma ero pur sempre una scopatrice dal gusto classico, io! Che pretendeva da me? Lo guardai, sgranando gli occhi, aspettando che una sua parola mi sbloccasse il respiro oppure mi facesse morire. Poi bevvi ancora, direttamente dalla bottiglia, come se da quella dipendesse la mia salvezza.

Ero li’ imbarazzata, in piedi, di fronte a un uomo mai incontrato prima, col seno che, benche’ piccolo, quasi mi usciva dal reggiseno troppo stretto e le gambe che tremavano avvolte dalle autoreggenti e dagli stivali in pelle, in un’anonima stanza di un motel. Quando nei giorni precedenti me l’ero immaginata, quella stanza, avevo pensato di trovarla arredata come una sala dell'Inquisizione, con la sua bella vergine di Norimberga, le gabbie di ferro sospese, le ruote del supplizio e altri strumenti di tortura. Decisamente mi resi conto che avevo letto troppi racconti, perche’ in quella stanza non c'era assolutamente nulla di tutto cio’. Era una comunissima camera di un motel, ampio letto matrimoniale, luce soffusa, e un grande specchio ala parete. Eppure sperai tanto che almeno lui avesse con se’ qualche strumento per i nostri giochi…

Lui invece mi guardava e sorrideva. Non capivo che cosa volesse. Che cosa stava aspettando? Che attendeva a iniziare? Poi mi ricordai di quando mi aveva spiegato che l’inizio al gioco avrei dovuto darlo io. Senza un mio cenno, infatti, non avremmo cominciato. Bevvi l’ultimo sorso e fingendo coraggio, dissi: “Bene, facciamolo!”.


E cosi’, l’uomo che era stato fino a quel momento il mio gentile accompagnatore, si dissolse e al suo posto vidi comparire il mio padrone, o colui che si sarebbe apprestato a diventarlo. La voce gli si abbasso di almeno due toni, si fece sibilante e le frasi divennero brevi e secche. Un comando poteva impartirmelo anche tramite un gesto o una pacca. Ammutolii. Dovevo diventare nulla. Pur continuando a pensare e a registrare i miliardi di informazioni che si accavallavano nella mia mente, dovevo riuscire ad annullarmi completamente. Sentivo i brividi che partendo dai pori della pelle tesa allo spasimo, si propagavano per tutto il corpo. Brividi che assomigliavano a dei colpi di frusta oppure a delle stilettate elettriche… e il mio cuore andava a mille.

Bendata e con le mani legate dietro alla schiena, ero eccitata come mai ero stata in vita mia, mentre lui continuava a darmi da bere, facendomi quasi soffocare con quei sorsi che ormai rifiutavo. Cosi’ il vino mi scendeva giu’ sul collo e sul seno, e lui lo leccava, e mi baciava. Era fantastico come mi sentivo. Era come avevo sempre immaginato. Non so se fosse stato voluto oppure solo un caso, ma ricordo che, nonostante la benda, un triangolino infinitesimale di visuale mi era rimasto, tra la guancia destra e il naso, e cosi’ nello specchio intravedevo me con le mani legate sul culo, e la corda che penzolava tra i glutei…

Quando mi comando’ di inginocchiarmi, lo feci con gioia. Mi eccitava da impazzire essere completamente in potere di qualcuno. L’indomani avrei riflettuto a lungo sul perche’ di quelle mie sensazioni e su come avrei potuto far convivere la mia inclinazione alla sottomissione con i principi che difendevo. E soprattutto su come avrei potuto farla coincidere con il rispetto per le donne, l'autonomia della scelta, il diritto all'inviolabilita’, e l'insofferenza che coscientemente provavo per ogni forma di controllo e di comando. Si’, l’indomani avrei avuto tutto il tempo per rifletterci, ma in quel momento, in preda agli effetti dell’alcol e dell’adrenalina, volevo soltanto godermi quella magnifica sensazione di possesso e di sottomissione condiscendente.

Non feci una piega, quando mi ordino’ di abbassarmi a leccargli le scarpe, prima sulla punta e poi sotto, sulla suola, e non feci una piega neppure quando mi premette un piede sulla schiena, costringendomi a fargli da tappeto, e non feci una piega neanche quando mi accorsi che aveva acceso una videocamera e stava filmando quella situazione che immortalava la mia iniziazione. Mi chiesi se l’indomani mi sarei ritrovata su internet, ma non m’importava, come non m’importava di essere lasciata li’, distesa a terra, immobile, mentre lui mi sbavava sulla faccia, e mi faceva colare la sua saliva sul viso, densa e calda come sperma.

Poi inizio’ a legarmi. Tutta. Dal collo alle caviglie, in un'imbracatura che mi lacerava la pelle e che - mi avverti’ con una correttezza davvero signorile - mi avrebbe lasciato i segni per almeno una settimana. Anche li’ non feci una piega. La corda mi passava in mezzo alle gambe, in un cappio talmente serrato che affondava nella fessura del mio sesso. Avevo ancora addosso tutto, anche se il reggiseno si era abbassato fin quasi alla vita per permettere alla corda di circondarmi il seno, di spingerlo in alto, e costringerlo in una morsa che iniziava a strapparmi i primi gemiti. Avevo ancora addosso le mutandine, ma erano ormai svanite, divorate dalle labbra semi aperte e inzuppate del mio nettare. Avevo ancora gli stivali e le calze autoreggenti, e avevo la benda sugli occhi che mi impediva di vedere quanto fossi eccitante.

Mi strinse infine due elastici attorno alle tette, fino a strizzarle, come se gia’ non fosse stata abbastanza la corda che le comprimeva verso l'alto. Le sentii doloranti e infiammate, mentre lui si accaniva sui capezzoli, mordendoli prima e poi succhiandoli fino a farmi male. Gridavo, ma non me lo permetteva, perche’ ogni volta che gridavo, arrivava puntuale la sua punizione. Le sculacciate venivano inferte con una forza tale che mi toglieva il fiato, e i capezzoli mi venivano torturati a tal punto che credevo mi si staccassero. Pero’, gridavo. Non riuscivo a non farlo perche’ provavo dolore, tanto dolore, che a un certo punto non ero piu’ sicura di essere li’ a divertirmi. Avevo solo paura. Paura di sentire ancor piu’ male.

(Continua…)

sabato 5 maggio 2012

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Un appuntamento al buio - I parte

Mi chiese se sarei stata pronta a sperimentare. C’e’ chi e’ pronta a tutto, fin da subito. Io no... io ci devo pensare almeno un po' prima di giudicare se lo sono, pronta a sperimentare. Ma non ci penso mai troppo a lungo, perche' “sperimentare” e’, in fondo, una parola che mi piace. Mi affascina. Sara’ per questo che ho scelto di prendere una laurea in una materia scientifica? Sperimentare sempre. Sperimentare tutto. E’ questo che nella vita mi ha sempre guidata, ed e’ forse anche cio’ che qualche volta mi ha portata ad un passo dalla rovina.

Perche’ io sono della vecchia scuola, sapete? Una che almeno una volta nella vita, se puo', deve provare tutto. Un cibo, un'esperienza, qualsiasi cosa, non importa quanto rischiosa o apparentemente poco attraente sia, ma ho bisogno di annoverarla e farne tesoro, per provare un’emozione diversa mai “sperimentata” prima, appunto.

Volete quindi sapere quale fu la mia risposta a quella richiesta? La piu’ scontata e banale che potessi mai dare: "Sono molto curiosa". Sissignori. Dissi proprio cosi’: “Sono molto curiosa”. Soltanto questo.

E’ la curiosita’ la mia malattia. E’ un’intera vita che vado avanti a forza di curiosita’. Sempre affamata di sapere, con una voglia di conoscere che non si placa mai. Non so dove mi portera’ questa curiosita’ bastarda che mi avvelena l’esistenza, ma e’ l'unica cosa che mi fa sentire viva e mi fa desiderare l'alba di domani. Ogni volta e’ come se mi attendessi di veder sorgere due soli invece di uno, ed e’ un’attesa bellissima perche’ mi da’ il senso dell’andare avanti, giorno dopo giorno, sperando che ogni istante del futuro mi riservi una sorpresa.

Non credo che qualcuno possa comprendere esattamente cosa provo quando mi trovo di fronte alla possibilita’ di sperimentare qualcosa di nuovo. E’ come una frenesia incontenibile. Per questo motivo, sapere di aver trovato finalmente un vero master, per me che avevo sempre avuto quella curiosita’ e forse anche una certa inconfessata predisposizione alla sottomissione pur non avendola mai sperimentata, mi rese euforica.

Quel gioco era sempre stato un mio desiderio, ma per farlo avrei voluto incontrare qualcuno che ne conoscesse davvero le regole; qualcuno che fosse in grado di farlo, non che improvvisasse; qualcuno che sapesse prendermi innanzi tutto sul piano psicologico, e che poi sapesse guidarmi, istruirmi, e si presentasse all'appuntamento sapendo esattamente cosa fare, equipaggiato con tutto l’occorrente per farmi godere. Quindi potete ben capire perche’ alla domanda "proviamo?", non seppi resistere.

Eravamo in chat e lui mi disse: “Allora, giocheremo tra sette giorni, e sara’ l'esperienza piu’ intensa che tu abbia mai avuto”. Capite? La-piu’-intensa-che-avrei-mai-avuto. Se non era quella la frase piu’ giusta che avrei voluto sentire in quel preciso momento, pergiove, non so che altro avrebbe potuto eccitarmi di piu’. Sono quelle le cose che a me fanno bagnare subito le mutandine e mi fanno perdere la prudenza che sarebbe necessaria. Ne ho avute di situazioni in cui mi sono comportata da vera sconsiderata, e mi giudichereste male se ve le raccontassi, ma purtroppo ho questo grave difetto: gran parte del piacere lo traggo proprio dal pensiero del rischio che un’esperienza comporta, dall’adrenalina che mi droga, dall’eccitazione dell’ignoto. Vi lascio dunque immaginare di cosa stia parlando e cosa possa aver “sperimentato” in vita mia.

In ogni modo, la chat si concluse proprio con quelle sue parole e da quel momento iniziarono i sette giorni piu’ eccitanti. Quelli dell'attesa.


Come potrei spiegare? Provate a pensare, non so, alla cocaina piu’ pura che abbiate mai sniffato. Ok, magari qualcuno l’avra’ immaginato, qualcun altro invece no, ma in ogni caso la sensazione non si avvicina neanche lontanamente alla dose massiccia di adrenalina, tremore e inspiegabile euforia di cui ero preda in quei giorni. E’ una cosa che mi capita anche oggi, ogni volta che decido di incontrare uno sconosciuto, e il pensiero che sia un po’ perverso come lo sono anch’io, mi crea uno sballo simile. Ma in quel preciso momento ancora non lo sapevo. Ero alla mia prima esperienza di quel genere.

Pensavo tutto il tempo a cio’ che mi aveva detto in chat. Che mi avrebbe fatto provare cose sublimi. Che sarei stata la sua umile e docile schiava. Che avremmo preso una camera in qualche motel e li’ avremmo fatto di tutto. E io sarei stata ai suoi ordini. Solo a pensarci, solo la nebulosa teoria, mi faceva appiccicare le labbra la’ sotto. Me le sentivo che si appiccicavano e si schiudevano in osceni baci dei quali avvertivo l’impercettibile schiocco, mentre il ventre mi pulsava di ansia e desiderio. Erano sensazioni che si rincorrevano l’una con l'altra senza soluzione di continuita’, che per placarsi richiedevano solo una cosa: che mi dessi piacere da sola. Tuttavia, non lo facevo. Volevo giungere all’appuntamento mantenendo dentro tutta la voglia da sfogare con lui in quell’occasione cosi’ speciale.

Immaginavo la situazione: una porta che si chiude, una luce che si spegne, e una benda che mi viene calata sugli occhi. Un volto sconosciuto, il suo, intravisto forse solo qualche attimo prima. Qualche frase di circostanza, pochi convenevoli, appena una cortesia giusto perche’ in fondo non saremmo stati proprio degli animali. O forse lo saremmo stati. Poi, il gelo della camera, il rumore della cerniera lampo di una borsa che si apre, e un colpo di frusta che mi obbliga a mettermi in ginocchio… e poi immaginavo che...

Basta. A quel punto la mia fantasia doveva per forza interrompersi se non volevo arrivare a masturbarmi. E restavo in quel modo, col tremito delle mani che gia’ sentivo legate, bagnata del nettare del mio desiderio che colava fuori, piano. Sette giorni cosi’ sarebbero stati lunghi da far passare. Avevo un appuntamento con un estraneo che avrebbe voluto da me la piu’ completa sottomissione, e col mio corpo avrebbe potuto soddisfare ogni suo piu’ perverso desiderio. L’idea mi mandava completamente via di testa e io sapevo di essere, per quel ruolo, perfetta. Ma se fosse stato un maniaco?

Glielo avevo persino chiesto, in chat, manifestandogli la mia preoccupazione: "Non e’ che sei un maniaco?" Ma cosa avrebbe potuto rispondere a una domanda cosi’ stupida? Mi fece persino sorridere: “Si’, lo sono, e infatti, non appena ti avro’ ammanettata ben bene, tirero’ fuori un coltello da macellaio e ti tagliero’ a pezzetti”. Gli chiesi se qualcuna era mai ritornata a casa in un sacco di plastica dopo un’esperienza del genere, e lui mi rispose: “A me piace dare ordini, se rompo il giocattolo non mi diverto piu”.

Avrebbe dovuto rassicurarmi, quella frase? Non lo so, immagino di si’. Ma il fatto che piu’ mi fece decidere di non ripensarci, furono le sue parole. Disse proprio: “Se rompo il giocattolo”. Essere trattata come un giocattolo era proprio quello che volevo. Gli chiesi cosa sarebbe accaduto se, per qualche motivo, il gioco non mi fosse piaciuto piu’, e lui mi spiego’ che avremmo concordato un segnale, un gesto, o una parola che avrei dovuto pronunciare, cosi’ lui si sarebbe fermato. Ma se fossi stata legata e imbavagliata? Mi spiego’ che quell’incertezza, che mi sarebbe rimasta, avrebbe dato piu’ sapore a tutto il gioco.

E il nettare colava, colava... mi sarei fatta fare di tutto da quell'uomo. Di lui sapevo a malapena il suo nome, ma non mi interessava altro. Ne parlai anche con un’amica che, ridendo, tento’ di rassicurarmi prendendomi in giro: "Dai, che cosa vuoi che sia? Al limite ti incatena al letto, ti scopa davanti e di dietro e poi scappa coi tuoi soldi". Decisi che non avrei portato contanti con me.


Cosi’, la sera andavo a letto pensando a lui. Non l'avevo mai visto, ma lo immaginavo mentre mi ordinava le peggio cose, e mi brutalizzava in tutti i modi. Mi ritrovavo immancabilmente piu’ bagnata di uno straccio fradicio, e mi addormentavo sfiorandomi il seno con le dita, schiudendo le cosce, e sospirando piano.

Durante il giorno si trattava comunque di tenere il solito comportamento di sempre: lavorare, qualche esercizio fisico per tenermi in forma, passare il tempo libero leggendo oppure al computer, pranzare e cenare con la mia famiglia che non sospettava assolutamente niente di cio’ che stavo per fare. Andavo in giro per la citta’ a sbirciare le vetrine in cerca di qualcosa di audace, per poi, nel segreto della mia camera, vestirmi e truccarmi come una zoccola, perche’ sapevo che era cosi’ che si usava nel bdsm.

Gli scrissi anche un messaggio per chiedere indicazioni su come mi sarei dovuta vestire, e lui mi dette l'unica risposta che avrei voluto non avere: “Stupiscimi!”. Ma come? Io desideravo essere una schiava proprio per non prendere iniziative e lui mi chiedeva di stupirlo? Se solo mi avesse spogliata e poi agghindata con le cose piu’ sconce portate per l'occasione, se mi avesse usata come una bambolina, se m’avesse fatta sua, ecco, allora sarei stata la donna piu’ felice del mondo. E invece gironzolavo guardando le vetrine con l'aria distratta, il fiato corto, e la patatina che a ogni passo che facevo pregustava la violenza imminente.

Ero tesa. Cavolo se ero tesa. Non ero mai stata cosi’ tesa in vita mia. Era come se aspettassi di essere accompagnata sul patibolo per essere giustiziata. Era piu’ di quanto il mio corpo e la mia mente potessero sopportare. Glielo scrivevo: “Sono tesa. Sono agitata”. E sapevo che con quelle mie ammissioni, gia’ iniziavo a farlo godere. Qualche giorno prima dell’incontro mi scrisse qualcosa che mi sorprese, chiedendomi di mandargli una lettera descrivendogli le mie fantasie. "Per avere piu’ feeling", mi disse. Ci misi tutta la notte, per scriverla, e vi assicuro che certe fantasie non le avevo mai confessate a nessuno. Altro che raccontini erotici!

Continuavo pero’ a non masturbarmi nonostante avessi la clitoride turgida a dismisura, negli ultimi giorni. Avevo deciso di astenermi per arrivare all’incontro gonfia e traboccante di desiderio, come un vulcano pronto ad esplodere. Non facevo che mordermi le labbra. Assaggiavo l’aria, pregustando qualcosa che non vedevo, e socchiudevo gli occhi come se fossi gia’ stata sodomizzata. Ma ogni tanto mi prendeva anche il panico, perche’ io non sapevo nulla di quel mondo. E allora andavo a spulciare in internet, e leggevo i racconti che parlavano di dominazione, di sadomasochismo, di bondage. E poi andavo a leggere le testimonianze, nei forum, nei blog. Oddio! C'era veramente gente cosi’ al mondo? E certi giochi di tortura, poi... no, no, certe cose, anche se me le avesse chieste, non le avrei mai fatte. Glielo scrissi persino in una email: “Non farmi del male”. Che ingenua! Se avessi voluto avere delle coccole, avrei dovuto scegliere un altro tipo di gioco, non certo quello che mi accingevo a fare.

(Continua…)

mercoledì 2 maggio 2012

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Femidom

Non stupitevi se non sapete che cos'e’. Anch’io ho saputo cosa fosse sol quando alcune mie sorelle me ne hanno parlato. Loro lo usano da tempo nelle situazioni in cui (ovviamente) intendono avere rapporti sessuali protetti, e pare che lo trovino piu’ comodo del solito profilattico. Soprattutto (questo e’ molto importante), perche’ possono usarlo in modo autonomo, senza dover dipendere dalla disponibilita’ del partner sessuale che, talvolta, puo’ fingere di dimenticarsi che non sempre e’ gradito per una donna avere un rapporto non protetto.

Quella di avere un rapporto sessuale senza barriere dovrebbe essere sempre di una scelta condivisa, ma a volte gli uomini l’accettano malvolentieri, e accade piu’ spesso di quanto s’immagini che, in determinate situazioni un po’ bollenti, si trovino a forzarci la mano con maniere che possono anche essere gentili, ma a volte possono essere meno gentili, e puo’ accadere di trovarci in situazioni alquanto spiacevoli.

Per evitare di dover opporre rifiuti in situazioni particolarmente a rischio, dunque, oppure dipendere completamente dalla disponibilita’ maschile ad usare un contraccettivo, cosi’ da essere libere di gestire in prima persona la propria sessualita’ e non subire conseguenze non piacevoli, queste mie sorelle hanno scelto di affidarsi al Femidom che sembra essere adattissimo sia per quanto riguarda la prevenzione da gravidanze indesiderate, sia come prevenzione contro malattie a trasmissione sessuale.

Innanzitutto, che cos’e’ il Femidom? L’acronimo sta per “Female condom”; si tratta quindi di un preservativo tutto femminile. E’ una guaina trasparente, morbida e molto resistente, lunga circa 17 centimetri, con un anello flessibile su entrambe le estremita’, che si inserisce nella vagina prima di un rapporto sessuale, in modo da formare una barriera tra il pene e la vagina, la cervice e i genitali esterni.

Diversamente dal classico condom maschile, il suo utilizzo non dipende dall’erezione del membro e non ne richiede l’immediato ritiro dopo l’eiaculazione. Se usato correttamente e coerentemente, il Femidom e’ efficace esattamente come un normalissimo profilattico, e al momento non presenta effetti collaterali conosciuti o rischi.

Personalmente, devo dire che non lo avevo mai usato. In Italia, per il lavoro, ma anche per i miei rapporti personali, mi ero sempre affidata all’uso del classico preservativo, anche perche’ l’Italia non e’ certo il paese in cui qualcosa del genere sia facile da reperire. Ho saputo, infatti, che viene considerato addirittura un articolo da sexyshop, e venduto a un prezzo molto alto: circa 7-8 euro al pezzo. Quando, invece, nelle farmacie di molti paesi compreso il mio e’ disponibile ad un prezzo piu' che accessibile, e l’ufficio sanitario lo distribuisce gratuitamente a tutte le donne che ne fanno richiesta.

Col Femidom non c’e’ perdita di sensibilita’ durante il rapporto, in quanto il materiale con cui e’ prodotto, oltre a non provocare reazioni allergiche, conduce calore, percio’ l’attivita’ sessuale risulta essere molto piu’ sensuale e naturale che col preservativo normale. Inoltre, e’ completamente inodore e non c’e’ dunque quello sgradevole odore che molti preservativi hanno, e che talvolta spengono la libido. L’anello esterno, muovendosi leggermente sulla clitoride, aumenta il piacere, mentre l’anello interno, che scivola dietro l’osso pubico, lo tiene perfettamente ancorato rendendo impossibile che si sfili durante il rapporto. E’ percio’ molto piu’ sicuro del profilattico maschile, anche perche’ e’ quasi impossibile che si rompa. Ma la cosa piu’ bella, secondo me, e’ che, potendo essere inserito prima del momento del rapporto, non interrompe la spontaneita’ sessuale.

Come faccio a sapere tutte queste cose? Ebbene, ve l’ho detto che sono una curiosa. In piu’, non mi fido mai al 100% di cio’ che mi dicono le mie sorelle, perche’ ciascuna di noi e’ diversa e non a tutte piacciono esattamente le stesse cose. Per questo motivo, preferisco “collaudare” sempre, prima di parlare e dire la mia.

Reperirlo e’ stato semplice. Meno semplice (ma neanche tanto, per la verita’) e’ stato trovare qualcuno con cui poterlo testare. Tuttavia, devo dire che non mi e’ dispiaciuta affatto, ne’ la fase della ricerca del partner, ne’ quella successiva del “test” definitivo. Anche se ho notato che gli uomini hanno delle difficolta' a gradire qualcosa che non conoscono e, soprattutto, che non sia sotto il loro controllo. Comunque, a parte questo e a parte tutti quanti i vantaggi che ho illustrato, secondo me il Femidom un difetto ce l'ha rispetto al classico profilattico: non e’ molto adatto per il sesso anale.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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