giovedì 29 marzo 2012

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Tacco 12

I tacchi alti, se da un lato richiedono un certo impegno, possono dare ad una donna notevoli vantaggi: sviluppano una postura eretta, esaltano le naturali curve del corpo e - se non si esagera - donano un modo di camminare aggraziato e femminile. Oltre a cio’, la soddisfazione di saper camminare con i tacchi molto alti sviluppa l'autostima e la fiducia in se stesse, senza contare il vantaggio psicologico di trovarsi improvvisamente piu’ alte di 10 o 12 centimetri.

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Ciononostante, non tutte possono indossare un tacco 12. Per poterlo fare, si deve avere un piede almeno di taglia 38-39, ma gia' col 38 non e' semplice articolare la caviglia, a meno di non ricorrere ad artifici come la zeppa, o aver imparato la tecnica per camminarci nel modo giusto, ad esempio facendo o avendo fatto la modella. Il tacco 12 e’ dunque destinato a chi e’ gia’ abbastanza alta di suo, in quanto la lunghezza del piede e' in relazione all'altezza della persona, e una taglia 38 per una donna presuppone che sia alta all’incirca 1 metro e 70.

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C’e’ chi afferma che il tacco 12 non sia adatto per camminare, che col tacco 12 non ci si muova proprio e che in fondo sia solo un elemento scenico per lo piu’ finalizzato a valorizzare gli abiti nei servizi fotografici oppure per mettersi in posa sedute da qualche parte con le gambe accavallate. Io dico che, invece, tutto dipende dalla lunghezza del piede. Con una taglia 39, o piu’ grande, si puo’ camminare benissimo anche con un tacco 12, e senza utilizzare la zeppa. Con i piedi piu’ piccoli, pero’, oltre al rischio di farsi male alla caviglia, spesso si assume quel portamento ridicolo di chi e’ costretto a caracollare piegando leggermente le ginocchia per mantenere l’equilibrio, e che da’ quell’aspetto tipico di chi e’ urgentemente alla ricerca di un bagno pubblico.

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Oltre a cio’, per non essere sgraziate e disarmoniche, si deve tener conto delle proporzioni esistenti fra la lunghezza gamba e l’altezza del tacco. Infatti, nel caso in cui la gamba fosse lunga (ad esempio) 1 metro e 10 centimetri, un tacco 12 rappresenterebbe in proporzione poco piu’ del 10%, e in tal caso si avrebbe un determinato effetto estetico in cui l’altezza del tacco rispetto alla gamba non sarebbe eccessiva. Pero’, se la gamba fosse piu’ corta, ad esempio soltanto 90 cm, lo stesso tacco 12 rappresenterebbe in proporzione oltre il 13%, e sarebbe sufficiente questa piccola differenza - appena il 3% - per cambiare completamente l’estetica complessiva facendo emergere quello che viene chiamato “effetto trampoli”, in cui si noterebbe un tacco sproporzionato rispetto alla gamba. Non e’ quindi l’altezza del tacco ad essere determinante nell’estetica complessiva e a rendere snella e armoniosa la gamba, ma la sua proporzione rispetto alla sua lunghezza. Per questo motivo, anche una donna alta 1,65 che portasse un tacco 10, avrebbe esattamente la stessa armonia estetica di chi fosse 1,75 e indossasse un tacco 12.

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Poi c’e’ chi il tacco 12 lo usa solo per scopare, ma questo e' tutto un altro discorso in cui entrano in gioco scelte individuali e gusti erotici. In tal caso, si potrebbe considerare il tacco come un elemento di feticismo  nel gioco della seduzione e all’interno del rapporto sessuale, come ad esempio potrebbero esserlo anche le calze col reggicalze che vengono indossate in particolari occasioni anche da chi, nella consuetudine quotidiana, non e’ adusa ad indossarle. Poiche’ quando si fa sesso si perdono di vista tutti i dettagli legati alle proporzioni, e sul letto poco importa se non si riesce a camminare tenendo la giusta postura. Di solito, in quei momenti, ci si concentra su altro.

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Ah, stavo per dimenticarmi la cosa piu' importante: le foto non sono state messe per caso o solo per decorare il post. Non per niente sono state numerate. Quindi non devo dire altro: il giochino lo conoscete.

martedì 27 marzo 2012

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Sono ritornata e sono pure un po' ingrassata

...Non molto pero'. Solo un paio di chiletti; niente di che’. Quel tanto che basta a farmi apparire leggermente piu' formosa e soprattutto ad arrotondarmi ancora un po' il culo cio' che del mio corpo si e' sempre notato di piu'.

Per me e' sempre stato cosi': da magra a formosetta e poi di nuovo a magra e cosi’ via, come un elastico. Tuttavia senza mai andare oltre certi limiti, ne' in un senso ne' nell'altro, se si eccettua il periodo in cui, da modella, fui costretta a ridurre il mio peso fino a quasi cinquanta chili, che per una della mia altezza sono veramente pochi.

Ma perche’ scrivo di questo? Sicuramente perche’ mi mancano le idee e non so di cos’altro scrivere, oppure perche’ sento l’esigenza di pubblicare qualcosa in modo da avvertire gli amici che sono ritornata e che sto bene.

E dire che non volevo farne un post autoreferenziale. Stamattina mi sono svegliata provando addirittura fastidio contro quei blog dove si parla solo ed esclusivamente di se stessi, o di se stesse, Si’ perche’ sono principalmente le donne ad avere questa caratteristica: parlare solo di se’.

Quasi come se i fatti propri importassero a qualcuno. Quasi come se tutto cio’ che c’e’ di privato, avvenimenti pensieri, sentimenti, fosse cosi’ importante da doverne mettere al corrente l’universo mondo, dimenticandosi che l’universo mondo arriva leggermente un po’ piu’ in la’ dei confini tracciati intorno alla nostra singola esistenza.

Ma, forse, come scrive Vivian Lamarque nei suoi versi, lo facciamo per sentirci “lune”: “Oh essere anche noi la luna di qualcuno!”

E chi non vorrebbe esserlo? Si’, credo sia proprio per questo motivo che le donne scrivono molto di se stesse e poco degli altri: si cercano attenzioni e considerazioni che probabilmente, nella vita non si hanno, e dato che c’e’ il web a disposizione, soffochiamo con le nostre parole i fantasmi che lo popolano illudendoci che qualcuno ci stia ad ascoltare e ci dia quel poco o tanto che pensiamo di meritare.

Ricerca dell'illusione? Bisogno di terapia? Normale comportamento femminile? Un po' di tutto cio' dosato in maniera differente per ogni persona?

Troppe volte mi sono trovata a criticare l’autoreferenziarsi continuo, esagerato, che alcune hanno, e a leggere certi blog spesso non posso evitare di scuotere la testa pensando fra me e me: “Ma queste non hanno mai argomenti diversi? Non hanno altro a cui pensare se non al proprio culo?"

"Culo", ovviamente, inteso come cio' che e' inerente solo a noi stessi, le piccole beghe della nostra vita, e non a tutto quello che invece ci circonda in molteplici aspetti, e dove i protagonisti veri sono soprattutto gli "altri", e fondamentale e' cio' che accade agli "altri". In special modo quelli che, secondo i canoni che dominano questa societa', si pensa non abbiano niente da insegnarci perche' "inferiori", "diversi", sicuramente non "al nostro livello" intellettivo, morale, economico... umano.

Pero’, sotto sotto, so che neppure io sono immune a questa pulsione che mi spinge a parlare di me, di cio’ che sono, di cio’ che faccio, di cio’ che penso, di cio’ che provo. E anche se razionalmente vorrei evitarlo, sono frequenti i momenti in cui anch’io resto irretita in quello che io stessa non sopporto, dimostrando cosi’ di essere una blateratrice, egotica, autoreferenziale, esattamente come tutte le altre. Se non addirittura peggio. Si', perche’ oltre a tutto cio’, io mi sento persino in diritto di criticare, e questo e’ quanto di piu’ odioso possa esistere.

Sono una contraddizione vivente. Non ne faccio un motivo di vanto, ma so di esserlo, e so anche che e’ solo quando dentro di noi si insinua il pensiero di non essere perfette, speciali, meritevoli sempre e comunque di comprensione e considerazione in base ad una qualche regola che nessuno mai ha stabilito, e per un’idea sbagliata che per qualche motivo ci e’ stata radicata nella mente, che si puo’ iniziare un percorso per prendere davvero coscienza di quello che davvero siamo, e non di quello che immaginavamo di essere.

Pero’, alla fine, considerato tutto, sapete che cosa vi dico? Vi dico che non m’importa un bel niente delle mie contraddizioni, perche’ guardandomi bene bene allo specchio, posso affermare senza alcun’ombra di dubbio che quei due chiletti in piu’, proprio li’ sul culo dove certi sguardi degli uomini si posano, non mi stanno per niente male!

sabato 17 marzo 2012

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In partenza

Come avevo avvisato, da domani saro' assente per una settimana circa. Per cui, nessuno dovra' preoccuparsi se per i prossimi giorni non vedra' il blog aggiornato. Post, video, foto e quant'altro, resteranno cristallizzati fino al mio ritorno. Tuttavia credo di aver lasciato un bel po' di materiale da leggere e su cui riflettere.

Comunque, niente di grave. Solo un breve periodo di riposo prima di una stagione che gia' si preannuncia essere piena di impegni. A malapena avro' il tempo (forse) di moderare i commenti che arriveranno, se ne arriveranno. Tutto dipendera' dalla connessione che trovero', ma avro' piacere se li invierete ugualmente.

A presto.

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Reindirizzamento dei domini di Blogspot

Ci sara' chi avra' notato che, da qualche giorno, il dominio dei blog di blogspot non ha piu' il suffisso .com, come e' sempre stato finora, ma ha quello del paese di chi sta leggendo. Vale a dire che lo stesso blog (ad esempio questo), e' diventato http://chiara-di-notte.blogspot.it se chi lo legge si collega dall'Italia, oppure http://chiara-di-notte.blogspot.co.uk, se il collegamento avviene dall'Inghilterra. Cosi' per ogni paese del mondo.

Cio' non riguarda quindi chi del blog ne e' autore, ma solo chi lo legge. Percio', ad esempio io vedo questo blog con il dominio del mio paese, mentre voi che lo leggete lo vedete col dominio del vostro paese, che puo' essere diverso a seconda del luogo da cui vi collegate. A parte questo, pero' niente cambia e nessuna modifica deve essere fatta ai vostri segnalibri o alle vostre iscrizioni ai feed.

Questo reindirizzamento e' stato reso necessario dalle nuove politiche di Google finalizzate ad acquisire dati sulla navigazione degli utenti, ed anche per altri motivi legati (dicono) alle diverse leggi nazionali riguardo a cio' che puo' essere visualizzato nei diversi paesi. Notizia che non preannuncia niente di buono.

In ogni caso, per evitare questa odiosa intrusione nella privacy delle persone, e impedire che i lettori questo blog vengano rilevati dai vari programmi di statistiche in base al loro paese d'appartenenza, ho modificato con uno script l'HTML cosicche', indipendentemente dal luogo da cui avviene il collegamento, sia sempre visibile il dominio .com.

Se per caso, pero', vedete questo blog ancora con il dominio del vostro paese e non con .com, allora e' consigliabile che svuotiate la cache, rimuoviate i cookies e riavviate il browser. E' ovvio che anche componenti aggiuntivi del browser come "No Scripts", se non disabilitati, impediscono al mio script anti-tracciamento di funzionare.

mercoledì 14 marzo 2012

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Il mistero piu’ grande dell’universo

Eliza non aveva piu’ dodici anni, ma non ne aveva ancora compiuti tredici. Non era grande abbastanza da avere smesso con i suoi giochi, ma non avrebbe mai consentito alle amiche, che sembravano ormai interessarsi ad altre attivita’, di scoprirlo. Eliza era solo un’ipotesi di cio’ che sarebbe diventata, e tratteneva in segreto tutto il profumo che un giorno avrebbe emanato, ma avrebbe preferito ridursi in cenere piuttosto che vedere il suo corpo sbocciare.

Eliza dai riccioli neri, irrequieti, costretti nel cappuccio di un vecchio impermeabile, forme evanescenti nascoste dagli abiti troppo larghi, occhi chiari dissimulati dietro a lenti di anonimi occhiali. Nessuno doveva percepire che, sotto la sua pelle erosa dal sale delle lacrime, stava per affiorare la porcellana levigata di una bambola.

Eliza non sorrideva. Non c’era niente per cui sorridere. Certamente, non per la tortura quotidiana del doversi alzare al mattino con ancora il buio nell’anima, e neanche per gli sguardi ottusi dei compagni di scuola che indagavano nella sua intimita’ con occhi privi di interesse. Li detestava, i coetanei. Detestava la loro insolenza, la loro musica fastidiosa che fingevano di godersi e che in niente era diversa da quella classica che sua madre le infliggeva con la puntualita’ di una medicina. Odiava quei loro vestiti tutti uguali e, soprattutto, odiava cio’ che loro pretendevano lei fosse.

Che cosa, pero’, Eliza non avrebbe saputo dirlo.

Le pareva a volte di perdere il senno. Per ore stava a guardarsi in uno specchio, in attesa di una risposta ad ogni suo dubbio, in attesa di una voce che le trattenesse il pianto, con la speranza di intuire il perche’ della propria esistenza, o in attesa di assistere allo svelarsi improvviso del mistero delle costellazioni e dei pianeti, oppure che giustizia fosse fatta. Che le venisse dunque spiegata l’alternativa al mondo cosi’ per com’era stato creato.

Da sola, Eliza attendeva che quel cazzo di ascensore si decidesse ad arrivare. Lei non diceva mai parolacce, le pensava soltanto. Se le amiche le dicevano, allora fingeva di riderne, ma dentro le sembrava che venisse infranto qualcosa di sacro, e che qualcuno, percio’, da qualche parte nell’universo, dovesse pagarne le conseguenze.

Si stava domandando perche’ si ostinasse ogni giorno a correre a casa dopo la scuola, se poi, inevitabilmente, quando giungeva nell’androne del palazzo dove abitava, un’angoscia subdola le fiaccava le gambe. E mentre se lo chiedeva, quasi arrabbiata con se stessa, un uomo entro’ dal portone. Eliza si concentro’ sulla spia che annunciava l’arrivo dell’ascensore, sforzandosi di non mostrare alcun interesse per l’estraneo.

Non era un ragazzo. Poteva avere grosso modo una trentina d’anni. A lei piacevano i tipi cosi’: gli uomini. Gli uomini non avevano nulla del fare sbruffone dei suoi coetanei, non seguivano le mode, non si esprimevano in modo volgare se proprio non era necessario. Nessuna traccia di gel nei loro capelli che crescevano ordinati in tagli classici e romantici.

Quello pareva un uomo come aveva sempre immaginato che gli uomini dovessero essere: lo sguardo ancora giovane, pero’ gia’ saggio; l’espressione dolce e non ammiccante. Eppure lo aveva appena guardato, ma non sarebbe tornata a scrutarlo ora che le era arrivato cosi’ vicino. Volentieri, se un gesto tanto infantile non l’avesse resa ridicola e non fosse stato evidente che anche lei stava aspettando l’ascensore, sarebbe corsa su per le scale.

Sorprendendo il rincorrersi delle fantasie di Eliza, quando l’ascensore arrivo’, l’uomo apri’ per lei la porta, cedendole persino il passo.

- Quale piano? – chiese.
- Quinto… – biascico’ Eliza.
- Io vado al sesto – e schiaccio’ il pulsante col numero cinque.

Gli occhi di Eliza presero a posarsi sui quattro angoli della cabina, alla ricerca di dettagli che ne giustificassero il vagare, finche’, esausti, non si accorsero delle sottili pieghe che incorniciavano la bocca dell’uomo: semicerchi che rivelavano che le stava sorridendo. Lui la stava scrutando come voler catturare i suoi pensieri piu’ intimi, quasi sperando che lei non se ne avvedesse. Sembrava addirittura compiaciuto dalla sua evidente timidezza. Invece, lei avvertiva sempre di piu’ quella sensazione di voler fuggire. Una sensazione che le accendeva di rosso le guance pallide, e le rendeva umide le cornee illuminandole le iridi. “Avrei dovuto prendere le scale!” penso’ maledicendosi. Il tipo la stava fissando senza piu’ neppure un minimo di pudore. Ridendo persino.

Primo piano.

Le venne da pensare che negli anni vissuti in quel palazzo, mai le era capitato di premere il pulsante d’allarme. Chissa’ che suono avrebbe fatto; se sarebbe stato abbastanza forte da richiamare gli inquilini o si sarebbe limitato ad emettere un flebile suono ignorato da tutti. Chissa’ se una ragazza stuprata in ascensore avrebbe trovato la forza di chiamare aiuto, trascinarsi alla pulsantiera, sfidando poi la vergogna di fronte ai propri vicini. Se i lividi, nello sguaiato dimenarsi, le sarebbero comparsi immediatamente o se sarebbe occorso del tempo per comprendere quanto le stava accadendo. Tempo per implorare, mordere, graffiare, arrendersi. Punto’ lo sguardo contro quell’uomo in una pavida sfida nel metro quadrato che li divideva, fino a che non udi’ piu’ alcun rumore: ogni suono le giungeva ovattato e distante. Lo stomaco contratto in uno spasmo di terrore.

Secondo piano.

Le ciglia dell’uomo erano scure, selvagge, disegnate come da un tratto di pennarello su un foglio lucido. E la punta sottile del naso non si armonizzava con la base ben piantata. E poi la bocca, mollemente dischiusa come quella di chi non teme cio’ che ha da dire. Eliza sapeva che c’erano solo due tipi di persone con tale caratteristica: chi aveva vissuto troppo e chi non aveva vissuto affatto. Lei, comunque, sapeva di non appartenere ne’ all’una ne’ all’altra categoria.

D’un tratto ebbe la certezza che qualcosa stesse per accadere. I palmi delle mani le si fecero umidi e scivolosi. Avrebbe voluto piangere. Sapeva che lui stava per dirle qualcosa.

Terzo piano.

- Sai qual e’ il mistero piu’ grande dell’universo? – le chiese con fare gentile.

Eliza si trovo' smarrita. La mente di bambina inizio’ a rincorrere i discorsi da adulti a cui le era toccato di assistere tante volte: quelli di sua madre. La casa da mandare avanti, le troppe spese da affrontare, le urla, di notte, provenienti dalle case dei vicini da cui mura troppo sottili non l’avevano mai protetta, e i volti distratti delle persone che si ostinavano a non capire quanto lei fosse viva. Nulla di misterioso in tutto cio’, nell’alternarsi delle stagioni, nello sfiorire di sua madre, nelle lezioni di ballo a cui era costretta, se poi aveva sempre dovuto assistere al lento disciogliersi dei suoi incauti sogni, ai suoi desideri costantemente disillusi, e ai singulti del suo corpo che, lo sentiva, la voleva ad ogni costo donna e non piu’ bambina.

Scosse sommessamente la testa, mortificata dalla propria incapacita’ di trovare una risposta nel momento in cui davvero ne aveva bisogno. La frase di lui echeggiava ancora nell’ambiente minuscolo dell’ascensore, riducendo lo spazio tanto da farglielo sentire quasi appiccicato addosso. Quella voce le era penetrata come una scheggia sotto la pelle: un suono cosi’ rispettoso e dolce che avrebbe voluto poterlo riascoltare cento volte nelle tristi sere in cui riassumeva la sua giornata nelle pagine di uno sciocco diario, bagnando fazzolettini di lacrime che non trovavano spiegazioni.

Quarto piano.

- Il mistero piu’ grande dell’universo… –

L’uomo dava alle parole un’enfasi e un sostegno innaturale, come uno di quei clown che, con la meraviglia di un gioco di prestigio, stupiscono i bimbi negli ospedali, cercando di distogliere la loro attenzione dalla sofferenza e dall’ingiustizia che credono di subire. E, come quei bambini, Eliza si lascio’ ammaliare.

- …e’ la frase… –

Quinto piano.

- …da dire in ascensore! –

E nel dirlo, le apri’ la porta sorridendo. Anche Eliza sorrise, imbarazzata ma rilassata, quasi dimenticandosi del fatto che doveva scendere proprio a quel piano. Ricambio’ lo sguardo soffice di quell’uomo, forse con una nota di eccessiva e inconsapevole adorazione, e attracco’ al proprio lido. Come ogni giorno avrebbe avuto battaglie assai diverse da affrontare: senza campanelli d’allarme e duelli fatti di sguardi.

Inseri’ la chiave nella serratura e si ritrovo’ in un attimo nel gelido calore del suo ambiente familiare. “Eliza!”, senti’ sua madre chiamarla. Ancora una volta, distrattamente, aveva lasciato la porta richiudersi con troppo rumore, sbriciolando la sua esigenza di invisibilita’. Pero' da quel giorno avrebbe dovuto fare i conti con un nuovo mistero: il mistero piu’ grande dell’universo. Qualcosa a cui fino ad allora non aveva mai pensato, ma che anche quando sarebbe diventata grande, ogni tanto le sarebbe tornata in mente: come potevano le persone non sentirsi sole, e cosa potevano avere, in fondo, da dirsi se erano persino incapaci di trovare una frase da dire in ascensore?

domenica 11 marzo 2012

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La zingara e la signora

La ricca signora era vestita elegante. Sopra portava un impermeabile scuro, ma le mani in tasca erano pugni serrati. Camminava con le spalle ricurve, guardando in basso davanti a se’, trascinando i piedi in mezzo alle foglie che intasavano i tombini. La citta’, fredda e umida, era insensibile alla sua malinconia, mentre il cielo scaricava brevi e maligni istanti di pioggia sui pochi passanti.

Smise di piovere all’improvviso, ma la ricca signora non parve farci caso. Aveva un unico pensiero in testa. E un unico dolore.

La zingara, accovacciata all'angolo della strada, aspettava la carita’. Una vecchia gonna lisa ed un grosso maglione sdrucito la riparavano piu’ dal vento che dalla pioggia. La ricca signora non si accorse di lei. Le passo’ accanto senza degnarla di uno sguardo. Per lei, quella donna vestita di stracci non era altro che una chiazza scura sul selciato. Un passo e, inciampando nel barattolo posato per terra, lo fece ruzzolare poco lontano, spargendo in giro i pochi spiccioli che vi erano contenuti. Fu li' che la ricca signora si fermo’ e qualcosa, per un attimo, fece breccia nei suoi pensieri. Come risvegliata, si chino’ a raccogliere le monete disseminate sul marciapiede e le rimise nel barattolo.

"Scusami... non ti avevo vista..."

Una raffica di vento gelido porto’ via, lontano, quelle parole appena sussurrate, ma la zingara sorrise.

"Aspetta un attimo..." disse frugando in una busta di plastica sudicia che teneva accanto a se’. Trovo’ qualcosa, e tese il pugno chiuso verso la ricca signora. Quando lo apri’, lascio’ intravedere le dita violacee per il freddo e le unghie sporche e rovinate. Nel palmo teneva un anello di metallo, forse di latta, con una pietra in plastica di color azzurro che riluceva stranamente in mezzo a quella sporcizia. "Ecco… e’ un regalo per te!"

La ricca signora prese delicatamente l’anello e lo strinse. Quasi si fece male con i bordi taglienti. Lo rimiro’ per un istante, poi lo infilo’ all'anulare: Era perfetto. Non pote’ fare a meno di pensare che, solo un’ora prima, ne aveva sfilato uno di diamanti proprio da quello stesso dito. Una lacrima le bagno gli occhi, e si mischio’ alla pioggia che intanto era tornata a cadere.

"Grazie, sei molto gentile." Poi un pensiero piu’ forte degli altri, e le parole che le uscirono improvvise dalla bocca. "Vieni a casa mia... potrai mangiare qualcosa e stare al caldo."

"Il mio posto e’ qui" rispose la zingara con un sorriso delicato. "Il tuo dov'e’?"
"Non lo so. Non so piu’ dove sia. Io l’amavo..."
"L’amore acceca, ma forse lui non amava te. Amava solo se stesso, e le belle cose."
"Si’, hai ragione, forse e’ proprio cosi’."

Reminiscenze: lui con due donne nel letto, cosce aperte, culi rotondi, seni dondolanti. Lui con la faccia sorpresa, poi col sorriso beffardo, e tu troppo sconvolta per reagire, troppo incredula per piangere.

La ricca signora senti’ crescere dentro una rabbia sconfinata. "Vieni con me... per favore." il tono le si fece supplicante.
"Non credo sia il caso..." rispose la zingara.
"Ti prego. Ho bisogno di parlare con qualcuno."

Allora la zingara si alzo’ lentamente, molto lentamente, raccolse la busta di plastica sudicia, il barattolo, rovescio’ nella busta le poche monete e annui’ con la testa.

Una ricca signora, elegante, con un impermeabile scuro, camminava seguita da una zingara vestita di stracci. Non si volto’ mai a guardarla. Solo rallentava di tanto in tanto per farsi seguire. Apri’ il portone di casa senza alzare la testa, e appena lo richiuse, il forte odore dell’altra donna l’assali’. Non riusci’ a trattenere un conato di disgusto.

"Resta qui, per favore. E’ meglio che vada a prepararti un bagno."

Scappo’ via da quel cumulo di sporcizia e si chiuse la porta del bagno alle spalle. Penso’ di essere diventata pazza. S’era portata dentro casa una zingara, sporca e puzzolente, che forse in quel momento la stava gia’ derubando di tutto. Si senti' prendere da una paura improvvisa. Non aveva molti soldi di la’, ma nel cassetto c’erano i gioielli.

Apri’ l'acqua calda e in modo frenetico, cerco’ l’olio da bagno piu’ profumato. Ne verso’ mezza confezione nell'acqua fumante. Appoggio’ poi uno dei suoi accappatoi puliti sullo sgabello e usci’ di corsa. La zingara era ancora la’ che l'aspettava, paziente, con un sorriso dolce sulle labbra che, magicamente, scaldava il cuore. Era rimasta in piedi, ferma in mezzo alla stanza, con la sua busta di plastica in mano a guardare i quadri appesi alle pareti, tutti dipinti dalla stessa mano: paesaggi di notte, vicoli bui, finestre illuminate e squarci di luna.

Reminiscenze: seduta sul bordo di un divano, anche troppo lussuoso, con lo sguardo basso ad ascoltare senza poter credere a quello che lui ti dice. Lui, che ancora odora di sesso e di altre donne, con i calzoni appena infilati, che si giustifica senza rimorso incolpando te.

“Stupida!”, penso’ dentro di se’ la ricca signora. Poi, quasi piegandosi in un leggero inchino indico' all'altra donna il bagno. E la zingara rise, strizzando gli occhi intorno ai quali le si moltiplicarono minuscole rughe d’espressione. Nel chiudere la porta del bagno, la signora trattenne il fiato. Poi si precipito’ ad aprire le finestre. Aveva bisogno di aria nuova, fresca, pulita. L'odore dell'asfalto bagnato, fuori, funziono' da calmante, e si ritrovo' con un lieve sorriso sulle labbra.

Reminiscenze: passeggiate per le strade illuminate del centro, mano nella mano, freddo pungente attraverso le sciarpe di cashmere, case riscaldate, lenzuola di seta, e mani di un uomo giovane e bello su di te.

Quand’era stato il momento in cui tutto era finito? E perche’ non se ne era accorta? Dal bagno proveniva un forte profumo di agrumi e il rumore scrosciante dell'acqua. La ricca signora busso’ piano. "Tutto bene?"

"Si’, e’ bellissimo qua dentro..."

La mano sulla maniglia esito’. Oltre quella porta c’erano degli occhi sinceri, e lei ne aveva un disperato bisogno, ma qualcosa le diceva che non stava bene entrare. "Cerco qualcosa di pulito da farti indossare!" Frugo’ nell'armadio e trovo' dei vestiti. Una gonna a pieghe e una maglia in cashmere. Guardo’ l’etichetta e se ne ricordo’ il prezzo.

Reminiscenze: negozianti con atteggiamenti servili, inchini falsi, sorrisi falsi, ricchezza ingiustificata.

Immagini che si ricomponevano lentamente nei suoi occhi, come in un puzzle a cui mancavano le tessere piu’ importanti. Prese anche delle mutandine di pizzo e una canottierina ricamata, e con quel carico di vestiti griffati in tessuti pregiati, si fermo’ di nuovo davanti alla porta profumata di agrumi, in silenzio.

"Entra pure, se vuoi!" la invito’ la zingara con voce dolcissima. E la ricca signora entro’. Una nube di vapore odoroso la circondo’. L'acqua della vasca era stranamente pulita.

"L'ho cambiata due volte", sorrise la zingara quasi scusandosi. "Era da molto che non mi lavavo tutta intera. D’inverno, al campo, non sappiamo mai come fare."

"Hai fatto bene."

Il volto, ripulito, rivelava una donna sui trentacinque, con un sorriso malizioso sotto a due occhi profondi. La ricca signora appoggio’ i vestiti sullo sgabello. Era stranamente imbarazzata, ma quando la zingara si alzo’ dall'acqua, si ritrovo a guardare quel corpo con infantile curiosita’. Guardo’ le spalle strette, il seno piccolo, il ventre senza un filo di grasso, le gambe esili. Guardo' quel corpo che aveva sempre sofferto ma, soprattutto, guardo’ la pelle che ricopriva quel corpo magro che, pero', non sembrava debole. Era spessa e scura, come quella di chi aveva preso troppo freddo, troppo caldo, troppa pioggia, troppo sole, troppo vento. Troppo di tutto.

Reminiscenze: un corpo statuario, una pelle delicata e artificialmente abbronzata, pettorali gonfiati e addominali scolpiti dalla palestra, e tu che accarezzi quel corpo senza un’emozione che valga la pena d’essere ricordata.

La pelle della zingara l’affascinava; non riusciva a staccarne gli occhi. Le sembrava di scorgere in ogni poro una storia, in ogni neo un'esperienza, in ogni macchia un ricordo. E sentiva di aver bisogno di quella vita. Lei, in confronto, con una vita cosi’ vuota, cosi’ scialba, sentiva di aver bisogno di tutti quei giorni vissuti, di tutte quelle sensazioni provate. Le voleva per se’, e se avesse potuto le avrebbe persino rubate.

"Mi passi l'accappatoio?"
"Si’, certo..."

La ricca signora apri’ l’accappatoio di fronte alla zingara, poi ve l’avvolse come si fa con bambini. Aveva le mani che si muovevano da sole mentre asciugavano le spalle e la schiena. Poi prese un asciugamano e glielo strofino’ sui capelli. Erano molto lunghi, neri, e tutti pieni di nodi.

"Ecco fatto. Ora puoi vestirti. Ti ho messo li’ qualcosa da indossare."

La zingara si vesti’ con lentezza canticchiando una canzone mai dimenticata: quella che le aveva insegnato sua nonna e che cantava con occhi allegri prima che guerra la strappasse dalla sua terra. Divenne triste sfiorando il medaglione che portava al collo. La vita non era stata generosa, ma non aveva mai smesso di canticchiarla, quella canzone. Forse proprio per beffarsi della vita stessa. Ma quando fini’ di vestirsi, aveva di nuovo il suo sorriso allegro sul volto.

"Sei bellissima!" disse la ricca signora.
"Lo so..." e il sorriso si accentuo' formandole delle deliziose fossette sulle guance.

Rise anche la ricca signora. “Com’e’ bello ridere”, penso’. Se l’era scordata da troppo tempo quella sensazione: che ridere era cosi’ bello.

"Puoi fare qualcosa per me?" chiese la zingara. "Sistemami un po' i capelli. Solo un po', che’ io possa ancora pettinarli."

Una zingara seduta su uno sgabello e una ricca signora dietro che la pettinava dolcemente. C’erano molti nodi da sbrogliare in quei capelli, ma non c’era fretta.

Reminiscenze: lui che apre un astuccio. Rimane senza parole, e si mette al polso l’orologio che aveva sempre sognato. Lui cosi’ bello, cosi’ affascinante, cosi’ virile.

Gli aveva dato tutto cio’ che desiderava. Poi, uno squallido miscuglio di corpi nel letto, un anello strappato dal dito e scagliato lontano, lacrime trattenute. “Non mi meritava”, penso’ con amarezza la ricca signora.

"Sei brava a pettinare, sai? E anche a dipingere", disse la zingara. "Sono tutti tuoi quei quadri, vero?"

Reminiscenze: mostre d’arte, bella gente, saloni lussuosi, assegni staccati con troppa facilita’. Tu che credevi di aver raggiunto il cielo, la fama, la gloria, la ricchezza e anche l’amore. Ma erano solo i quattrini che a lui interessavano.

"Che colore vedi adesso dentro di te?" chiese la zingara.

La ricca signora ci penso’ un attimo, ma sapeva fin troppo bene che colore aveva dentro. "Credo... il nero..."

"Bene! Quando vedrai l’azzurro, potrai finire di pettinarmi. Prova a chiudere gli occhi."

E la ricca signora li chiuse. La zingara si volto’ e tese la sua mano per accarezzarla. Con un lungo movimento, partendo dalla sommita’ della testa, scese piano a sfiorarle la guancia. Aveva la mano calda. Non era morbida, e le unghie le erano rimaste ancora un po’ sporche, ma era calda. Poi, dalle labbra le uscirono le note della sua vecchia canzone.

Reminiscenze: una bambina che corre felice nel prato dietro casa, un'altalena sparata verso il cielo sereno, azzurro.

La ricca signora apri’ gli occhi leggermente umidi. "Azzurro!" disse, e riprese a pettinare i capelli con delicatezza, senza una parola.

La zingara rise piano.

"Ridi di me?"
"Non potrei mai. Rido di me."
"Perche’?"
"Perche’ tu sei una signora, e io una zingara. Ma sono io a farmi pettinare da te. Non fa forse ridere questo? Ma tra poco io riprendero’ la mia strada, e tu la tua." E lo disse con quella calma che pervade chi ha visto molto e non si aspetta altro dalla vita.

"Allora lascia che almeno stavolta possa esserci qualcuno a prendersi cura di te", sussurro’ la ricca signora.

Il cielo, fuori, era tornato sereno ed aveva assunto le sfumature di una confezione di pastelli. Dentro una casa piena di quadri, una ricca signora pettinava i lunghi capelli di una zingara, e sorrideva assaporando un nuovo gusto di amare.

"E’ stata dura, vero?"
"La cosa piu’ brutta che puo’ capitare", sospiro’ la zingara. "La guerra e’ una cosa tremenda."
"Pero’ tu non hai mai smesso di cantare…"
"Io", disse la zingara "pensavo che un giorno sarei andata in citta’ e avrei comprato un vestito rosso, e avrei cantato davanti a cento uomini, e cento uomini m’avrebbero desiderata, e amata."
"E tu? Che colore vedi dentro di te?" Chiese la ricca signora mentre finiva di sbrogliare con delicatezza gli ultimi nodi fra quei capelli neri.

Sorrise, la zingara, chiudendo gli occhi. "Vedo il verde della mia terra e l’azzurro del suo cielo. Vedo il rosso e il giallo dei fiori in primavera, e il bianco della neve che ricopre tutto in inverno. Vedo il colore del vino, del manto dei cavalli e del fuoco che sprigiona il suo calore quando si fa festa. Vedo i colori sgargianti dei vestiti delle donne, prima che fossero resi del color del fango dalla poverta’ e dalla guerra. Se chiudo gli occhi, riesco a vedere mille colori." Poi li riapri’, gli occhi, e la ricca signora si accorse che erano azzurri. Non ci aveva fatto caso prima: erano azzurri come il cielo di quel giorno sull’altalena. La zingara si tolse il medaglione dal collo e glielo porse, aprendolo con delicatezza. Dentro, c’era la foto di una bambina con occhi ridenti accanto ad una vecchia con una zappa in mano.

"Quella era mia nonna, e la bambina sono io."
"Non lo posso accettare."
"Non considerarlo un regalo. Quando vedrai lo stesso sorriso nei tuoi occhi, allora me lo riporterai."
"Tornerai a trovarmi?"

Scosse piano la testa, la zingara. "Il mio posto e’ la’ fuori. E il tuo? Lo sai dov'e’ il tuo?"

"...Si’, adesso lo so!"

venerdì 9 marzo 2012

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Decreto "Fotti Italia"

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Intermezzo con Chiara di notte in attesa del prossimo post

Sto finendo di scrivere un paio di post che mi sto rigirando fra le dita e la tastiera da almeno due settimane, e spero di completarli entro pochi giorni, se ovviamente non sopravverranno contrattempi. Fra l'altro, avrei anche da iniziare l'articolo per il nuovo numero di Esselle Movie Magazine, la rivista che tratta del mondo di Second Life, ma per quello, mi vergogno a dirlo, ahime', sono ancora in alto mare e temo di non riuscire a scriverlo questo mese.

Non e' che mi manchino le idee, di quelle credo di averne fin troppe. Il vero problema e' il tempo. In questo periodo ne ho davvero poco da dedicare al blog e al piacere personale. Ci sono scadenze che si accavallano, impegni che mi sono presa e che non posso disertare, il lavoro e le mie occupazioni quotidiane.
Ma, soprattutto, devo portare a termine tutta una serie di cose prima di partire per la Russia: pratiche, documenti, visti, assicurazioni sanitarie, e come al solito, tempi lunghissimi per avere una risposta dal consolato e dai vari uffici.

Insomma, recarsi in Russia per chi e' ungherese non e' piu' cosi' facile come lo era una volta. A meno che non sia per una settimana da turisti, ma non e' il mio caso. Infatti, mi ci dovro' trattenere per un periodo assai piu’ lungo. E sicuramente non da turista.

Per fortuna, ho ancora un paio di mesi a disposizione per fare tutto. Sono abituata da sempre a prepararmi in largo anticipo per ogni cosa. Che sia un appuntamento sotto casa o un viaggio dall'altra parte del mondo, difficilmente mi trovo a fare le cose all’ultimo momento, incalzata dalla fretta. Tuttavia, lo stesso, finche’ non ho tutto pronto, dentro mi resta quell'ansia che credo prenda un po' a tutti quando siamo messi di fronte a delle scadenze importanti.

Nel frattempo non ci resta che goderci questa gustosa storiella a fumetti della mia omonima. Spero possa farvi sorridere come a fatto sorridere me.

mercoledì 7 marzo 2012

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La ballata delle donne

Frugando qua e la', ho trovato un vecchio libercolo che, ricordo, mi fu regalato nel lontano 1998. Si intitola: “Poesia d’amore del novecento”. Una novantina di paginette che raccolgono varie poesie dei piu’ grandi autori del secolo scorso.

Ero giovanissima, allora, e poco interessata in vero alla poesia, se non come contorno a qualcosa di assai piu’ tangibile. Infatti, ero di gran lunga piu’ interessata ad altro; almeno ad un paio di cose che riempivano ogni giorno i miei pensieri. Adesso, di quelle due cose, solo ad una penso ancora con una certa frequenza, ma questo non c’entra con cio’ che vorrei farvi leggere.

Oggi, dunque, sfogliando questo libercolo, mi e’ capitata sotto gli occhi una poesia bellissima (scritta da un uomo) che piu’ di ogni altra si adatta a cio’ per cui, domani, noi donne ci faremo gli auguri. E allora, dato che come sapete non mi piace scrivere a proposito delle ricorrenze proprio nel giorno in cui queste vengono festeggiate, stavolta avrei deciso di essere in anticipo.

Ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

- Edoardo Sanguineti -

Altri miei articoli sull'argomento:

Nel 2010
Nel 2009
Nel 2008

martedì 6 marzo 2012

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La forma di una poesia

Non ho mai considerato particolarmente interessanti le poesie nei blog. Spesso sono banali, insulse. Di solito, e' perche' le scriviamo quando non abbiamo altro da scrivere. Mancano le idee, e allora si buttano giu' tre parole, a casaccio. Quasi sempre prive di forma. Perche' dare forma alle parole non e' facile.
E' difficile. Ma solo se non ci si rende conto che tutto puo' essere trasformato in un gioco. E allora basta un qualsiasi pretesto, una foto trovata per caso nel web, un corpo femminile che, riflettendosi in uno specchio, diventa un rombo, magari mentre si ascolta un pezzo musicale, e le parole prendono forma da se', quasi vivessero di vita propria.








lieve
lıǝʌǝ

come una piuma
ɔoɯǝ nuɐ dınɯɐ

che si posa su un parquet di cristallo
ɔɥǝ sı dosɐ sn nu dɐɹbnǝʇ pı ɔɹısʇɐllo

e' il mio silenzio, e piovono parole senza suono:
ǝ, ıl ɯıo sılǝuzıo' ǝ dıoʌouo dɐɹolǝ sǝuzɐ snouo:

cercami, inseguimi, tienimi, abbracciami, respirami, godimi,
ɔǝɹɔɐɯı' ıusǝƃnıɯı' ʇıǝuıɯı' ɐqqɹɐɔɔıɐɯı' ɹǝsdıɹɐɯı' ƃopıɯı'

scoprimi, toccami, leccami, accoglimi, scrivimi, stringimi, guardami,
sɔodɹıɯı' ʇoɔɔɐɯı' lǝɔɔɐɯı' ɐɔɔoƃlıɯı' sɔɹıʌıɯı' sʇɹıuƃıɯı' ƃnɐɹpɐɯı'

prendimi, bagnami, soffocami, soffiami, fermami, legami, aprimi,
dɹǝupıɯı' qɐƃuɐɯı' soɟɟoɔɐɯı' soɟɟıɐɯı' ɟǝɹɯɐɯı' lǝƃɐɯı' ɐdɹıɯı'

succhiami, mordimi, divorami, cantami, gridami, saziami,
snɔɔɥıɐɯı' ɯoɹpıɯı' pıʌoɹɐɯı' ɔɐuʇɐɯı' ƃɹıpɐɯı' sɐzıɐɯı'

mangiami, esplorami, desiderami, graffiami,
ɯɐuƃıɐɯı' ǝsdloɹɐɯı' pǝsıpǝɹɐɯı' ƃɹɐɟɟıɐɯı'

infiammami, insinuati, solleticami,
ıuɟıɐɯɯɐɯı' ıusıunɐʇı' sollǝʇıɔɐɯı'

baciami, accarezzami,
qɐɔıɐɯı' ɐɔɔɐɹǝzzɐɯı'

amami!
ɐɯɐɯı¡






domenica 4 marzo 2012

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Sia come sia, e’ = [ ♥ ]

- Sei lesbica?
- In che senso? Che vuoi dire?
- Non sai cosa voglio dire?
- No, mama, non lo so e non capisco dove vuoi arrivare.
- Ti piacciono le donne?
- Vuoi sapere se faccio sesso con le donne?
- Si’, voglio sapere se ci vai a letto.
- Si’, ci vado a letto, come vado a letto con gli uomini, se mi va e quando mi va. E’ un problema?
- Guarda, non mi piace che mi si prenda in giro. Quando avevi intenzione di dirmi della tua omosessualita'?
- Perche’ avrei dovuto dirtelo?
- Non avevi intenzione di dirmelo?
- Assolutamente no! Scusa, mama, ma saranno pure cavoli miei con chi vado a letto? Ti ho mai chiesto, io, con chi scopi o hai scopato tu? Suppongo tu abbia una vita sessuale, ma non mi faccio mica i cazzi tuoi.
- Ma lo sai che e’ peccato?
- E questo chi lo dice?
- Tutti… anche il prete in chiesa.
- Lo conosco quel prete li’. E’ un fanatico e la sua missione e' indottrinare la gente credulona raccontando stronzate. Sai se, durante la confessione, si fa sempre raccontare nei minimi dettagli dalle ragazzine e dai ragazzini di come si toccano?
- Lo dice la Bibbia...
- Ah si’? Allora prendi la Bibbia. Prendila pure. Che cosa ci trovi? Che non si devono commettere atti impuri? E quali sarebbero gli atti impuri? Tutte quelle “cosine” che si fanno fuori dal matrimonio? E allora, in tal caso, la nostra sarebbe una citta’ di peccatori ancor piu’ di Sodoma e Gomorra. Non si salverebbe nessuno, lo sai bene. Neppure tu, mama, e neanche il prete.
- Ecco, leggi qua, Levitico 20,13: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio”. E’ un abominio, e’ proibito, e’ sporco, lo capisci?
- No, per niente. A voler essere cavillosa, potrei dire che quell’invasato di Levitico si riferisce solo ad atti omosessuali fra maschi, e non considera assolutamente le femmine. Quindi, qualora credessi in cio' che e' scritto nella Bibbia, potrei anche sentirmi chiamata fuori. Io come tutte le donne. In ogni caso, perche’ non vai oltre? Perche’ non leggi come continua il versetto? “Dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadra’ su di loro”. Adesso dimmi, mama, non e’ forse questa crudelta’, il desiderio di cancellare dalla faccia della terra chi ama una persona del suo stesso sesso, ad essere davvero e ancor piu’ abominevole?

~

[ ♂ ] + [ ♀ ] = [ ♥ ] / [ ♂ ] + [ ♂ ] = [ ♥ ] / [ ♀ ] + [ ♀ ] = [ ♥ ]

Sia come sia, e’ = [ ♥ ]


Contro le leggi omofobe, contro chi le promulga, e contro chi col suo voto sostiene quelli che promulgano le leggi omofobe.

giovedì 1 marzo 2012

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Grandi Opere Pubbliche

Il Governo ha dichiarato che l'opera va avanti in quanto utile allo sviluppo del Paese. Intanto, si registrano incidenti con le forze dell'ordine ad opera dei soliti facinorosi.

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Provocazioni

L'equipaggio del carro ha ricevuto un encomio solenne per non aver reagito alla provocazione.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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