mercoledì 29 febbraio 2012

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Reflections


Dedicato a Xtc. E' una cosa rara, questa. Non e' da me. In effetti, non mi capita frequentemente di scrivere un post dedicato a qualcun altro. Di solito, sono talmente oberata d'impegni e di stracavoli miei, da non aver la voglia ne' il tempo per andare in giro a leggere tutto cio' che viene scritto dai vari blogger, blogghettari, o blogghettisti. E poi, sono sufficientemente egocentrica e vanitosa al punto giusto, da essere convinta che nell'universo mondo nessuno meriti la mia attenzione piu' di me stessa. Motivo per cui, se mi resta un po’ di tempo, lo dedico quasi esclusivamente a scrivere per questo blog - che e' mio - oppure a leggere cio' che ritengo davvero degno di essere letto. Qualcosa, cioe', che mi faccia riflettere.

Sono pochi i blog che ho tra i favoriti (non sono visibili e non diro' mai quali), ma le mie preferenze vanno soprattutto a quelli che si discostano significativamente dal "conformismo" con il quale, in questi ultimi tempi, tutto quanto e’ stato amalgamato in una piatta, insulsa, accozzaglia di banalita'. Tutte uguali, ripetute, noiose…

Si', avete intuito bene: sotto questa scorza da tzigana un po' romantica, che a tratti pare appartenere ad un secolo passato, batte il cuore intrepido di un'alternativa che tutto cio' che chiede e' riuscire ad essere sorpresa da qualcosa di nuovo.

Non posso farci nulla se resto incantata di fronte a chi sa farmi restare senza fiato; a chi mi dice cose mai sentite; a chi mi propone punti di vista distanti dalla mia ottica e mi fa partecipe di esperienze che non ho mai neppure immaginato. Per questo, sono sempre piacevolmente incuriosita quando incontro, nella vita reale come nel web, qualcuno che e’ "differente". Differente nel modo di fare, di pensare, di agire, di sentire l’esistenza, e di interpretarla. Differente da me. Differente non da restarne impaurita, ma dall'esserne affascinata. E’ cosi' chi reputo “speciale”.

Chi e’ speciale (quando lo e’ davvero, in modo oggettivo e non quando e’ solo lui a credere di esserlo), ha un codice che non e' facile da decifrare, e cercare di scoprirlo e’ cio’ che mi attrae. Perche’ tutti quanti abbiamo il nostro di codice. E’ quello che ci rende unici. C’e’ chi ce l’ha semplice, come me, che non e’ poi cosi’ difficile da decrittare. E c’e’, poi, chi ce l’ha complesso e necessita di tempo e impegno perche’ si riesca a penetrarlo.

Xtc e’ cosi’. E’ talmente speciale che non tutti riescono a decifrarla al primo colpo, ed io non posso far altro che restare senza parole quando leggo il suo blog [LINK]. Occorrono diverse riletture per capire almeno una parte del vero significato dei suoi post, ma alla fine, per chi riesce ad indossare i suoi occhiali particolari, e non si fa scrupoli ad uscire dalla propria ottica per entrare nella sua, non e’ difficile scovare perle davvero eccezionali. Alcune sono vere e proprie forme d'arte, come QUESTA oppure QUESTA, in cui persino a una daltonica come me capita di coglierne i colori.

No. Decisamente Xtc e’ una fuoriclasse insuperabile, inutile tentare di imitarla. Pero’ se ne puo’ trarre ispirazione. Almeno per un post, e se davvero sono riuscita a decifrare un briciolo del suo codice.


nuvola sua alla risalire di....................................................il mio cuore e’ in una scatola
pioggia la per tempo e’............................................................e la scatola su un albero
stessa me essere a nuovo di insegnami e......................................e l'albero in un sogno
amore tuo del grembo nel.........................................................e il sogno in una lacrima
feto un come prendimi cosi’...................................................e la lacrima su una nuvola
te di attraverso riscoprirlo e..........................................................e la nuvola in un bacio
tutto disimparare desidero ora........................................................e il bacio e’ nel mare
imparare come imparato ho...................................................e il mare in una conchiglia
perdermi come..................................................................e la conchiglia su una roccia
desiderare come................................................................e la roccia su una montagna
piangere come....................................................................e la montagna in un gemito
sognare come............................................................................e il gemito sulle labbra
baciare come...........................................................................e le labbra in una parola
toccare come.............................................................................e la parola sulla lingua
annusare come...........................................................................e la lingua su un seno
vedere com imparato................................................................e il seno in uno sguardo
vivere come imparato ho vita la tutta........................................e lo sguardo e’ sul mondo
.............................................................................................e il mondo nel mio cuore

.............................................................................................cuore mio nel mondo il e
tutta la vita ho imparato come vivere........................................mondo sul e’ sguardo lo e
imparato come vedere..............................................................sguardo uno in seno il e
come annusare...........................................................................seno un su lingua la e
come toccare.............................................................................lingua sulla parola la e
come baciare...........................................................................parola una in labbra le e
come sognare............................................................................labbra sulle gemito il e
come piangere....................................................................gemito un in montagna la e
come desiderare................................................................montagna una su roccia la e
come perdermi..................................................................roccia una su conchiglia la e
ho imparato come imparare...................................................conchiglia una in mare il e
ora desidero disimparare tutto........................................................mare nel e’ bacio il e
e riscoprirlo attraverso di te..........................................................bacio un in nuvola la e
cosi’ prendimi come un feto...................................................nuvola una su lacrima la e
nel grembo del tuo amore.........................................................lacrima una in sogno il e
e insegnami di nuovo a essere me stessa......................................sogno un in l’albero e
e’ tempo per la pioggia............................................................albero un su scatola la e
di risalire alla sua nuvola....................................................scatola una in e’ cuore mio il

lunedì 27 febbraio 2012

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Vera


4 ...
3 ...
2 ...
1 ...
0 ...

Basta un conto alla rovescia per convincere chiunque che sta per succedere qualcosa.

Una corsa;
un'emozione;
un inizio;
una sfida;
un'opportunita’.

Ogni storia sembra cominciare cosi’: con un contare all’indietro. Come se portasse in se’ il germe di una non evitabile deflagrazione.

4 … una corsa.

Alle donne vengono raccontate tante storie, per farle morire. Ma spesso finiscono col raccontarsi storie, per sopravvivere. Sembra che siano le favole le uniche la cui dimensione sia consentita; il recinto di rose e di spine dove contenere le loro esistenze cosi’ distanti, pero’, alla fine, anche cosi’ vicine.
Vera. Cinquant’anni, senza averne vissuti neppure la meta’. Vera, che sembrava collocarsi sempre al margine di tutto, anche di se stessa. Viveva occupando solo gli angoli di quello spazio che avrebbe dovuto essere suo per diritto d’esistenza. Fin da piccola le era stato insegnato che, per essere accettata, occorreva innanzitutto il silenzio, e l’obbedienza. Che in sostanza voleva dire non chiedere mai qualcosa, ne’ tanto meno perche’.
Ho conosciuto Vera su un treno impregnato di sonno e di aria viziata. Mi parlava di se’ durante una di quelle conversazioni in cui l’abitudine all’essere formali viene sopraffatta dalla stanchezza, e dall’attesa comune. Fu lei a rivolgermi la parola. L’inizio di un dono condiviso.

- Dovrei andare alla toilette... - mi disse toccandosi il basso ventre.

Un po’ imbarazzata, la ricambiai per quella sua confidenza con un rapido sorriso. Il primo pensiero che mi venne fu che fosse un po’ matta. Feci finta percio’ di trovare particolarmente interessante la pagina del libro che stavo leggendo, e mi ci immersi. Lei pero’ capi’ il trucco, o doveva conoscere molto bene i contenuti del libro, e mi trattenne ostinatamente nella conversazione.

- Ma tu l’avresti il coraggio di entrare in una di queste toilette? Piuttosto mi metto il tappo!

Non riuscii a trattenermi dal ridere. Riposi il libro e la mia diffidenza sulle gambe, e affidai la mia attenzione al suo volto rubicondo. Iniziammo cosi' a parlare, mentre il treno continuava la sua corsa.

3 … un'emozione.

- Di’ la verita’ - mi chiese divertita - prima hai pensato che fossi matta, vero?

Annuii. Era inutile mentirle. Aveva una gran voglia di parlare, e la lasciai proseguire.

- Prima ero come te, sai? - “Come me?” pensai sgranando gli occhi. - Pero’, ho smesso di aver timore delle persone gia’ da parecchio tempo.

Mi sembrava una osservazione esagerata, la sua. Non avevo mai pensato d’aver timore delle persone. Anzi, tutt’altro. Ma Vera non mi dette il tempo di replicare, e mi incalzo’.

- Se un uomo si pitturasse il corpo di azzurro, si cospargesse le ascelle con la senape e indossasse sgargianti orecchini femminili, non penseresti che e’ mezzo matto? E se, poi, iniziasse a correrti dietro, si gettasse a terra e cominciasse a ridere, a ridere, e a ridere senza fermarsi, non ne avresti probabilmente anche un po' paura?

Non capivo dove volesse arrivare.

- Credo sia normale aver paura - dissi. - La paura e’ una reazione emotiva che ci avverte di un probabile pericolo prima che la coscienza riesca a distinguerlo e a decifrarlo nel modo corretto. E’ un’emozione primordiale, pertanto istintiva, e ci e’ indispensabile per la sopravvivenza. Senza la paura la specie umana si sarebbe, probabilmente, gia’ estinta da molto tempo.

Solo dopo aver concluso la frase, mi resi conto di quanto fossi noiosa a parlare in quel modo. Saccente e prolissa, come sempre mi capitava. “Troppa teoria!” mi rimproverai tra me e me. Troppa. E Vera, infatti, rise.

- Per fortuna non tutti la pensano come te - sorrise. - Si racconta che sia stato proprio quello il modo con cui Salvador Dali’ si e' presentato davanti a una donna. E lei, differentemente da quanto avrebbero fatto molte altre, non ne ebbe paura. Anzi, se ne innamoro’ e lo amo’ per tutta la vita.

Vera stava parlando di Elena Dmitrievna D’jakonova, “La Femme Visible", la musa eterna di Dali’, che sarebbe diventata poi sua moglie: Gala Éluard Dali’.

- La paura, la diffidenza, pensare sempre che gli altri vogliano ingannarci, e’ naturale e per cosi’ dire, primitivo. Hai ragione - continuo’, - ma tutto questo non ci fa vivere meglio. E’ un inutile spreco di tempo e di energie. Non ne vale la pena, credi a me.

Gia’. Oggi so che non ne vale la pena, ma il fatto e’ che la verita’ degli altri, quando e’ oltre la misura che riusciamo a tollerare, ci spaventa. Per sopportarla, allora, ci vuole un recipiente spettacolare, come ad esempio la tv, o il cinema. Oppure il computer, la virtualita’, qualcosa che ponga una barriera, una specie di filtro a tutta la verita’ che puo’ rovesciarsi su di noi. Ma allora la verita’ finisce col divenire finzione. E cosi’, finisce col diventare spazzatura, e rifiuto.

- Mi rifiuto di credere che quella sia la verita’! - disse Vera. - Perche’ la verita’ si fa sentire, urla forte, e quando fa male, fa male per davvero.

E inizio’ a raccontarmi un storia, mentre io la seguivo con una certa emozione.

2 … un inizio.

Perche’ la verita’ urla forte, e quando fa male, fa male per davvero.

- Come per quella mia amica, che un po' di tempo fa ebbe un incidente stradale con un disgraziato che investi’ lei e la sua auto passando col rosso ad un semaforo. E ora tutti la chiamano "üveg", perche’ nello scontro ruppe il parabrezza con la testa. E anche adesso, nonostante siano passati alcuni anni dall’incidente, il suo corpo continua a espellere minuscoli frammenti di vetro che le sono rimasti sotto la pelle.

Un colpo di tosse interruppe per un attimo il suo racconto. Guardai fuori dal finestrino. Avevamo passato Nyíregyháza. Ancora mezz’ora e sarei arrivata a casa. Con gli occhi un po’ piu’ opachi, dopo un secondo colpo di tosse, Vera riprese a raccontare.

- E mentre ti parla, la mia amica, ogni tanto la vedi grattarsi il viso e tirarsene via uno di quei frammenti. Lo guarda, tenendolo fra le unghie, e lo getta via come fosse una cosa del tutto normale. Perche’ la verita’ e’ una cosa normale. Normale come lo e’ la vita, oppure la morte.

Intuii che l’unica conclusione, la piu’ giusta per quella storia, dovesse essere il silenzio. E infatti, decisi di non dire nulla. Solo allora feci caso a quanto fosse invadente la voce del controllore che, violentando quel silenzio, ripeteva ad ogni passeggero sempre la medesima frase, con lo stesso tono di voce: “Jegyet, kérek!”.

- Il momento in cui mi viene chiesto di mostrare il biglietto mi mette sempre un po’ in ansia - confessai. - Mi assale improvvisamente il dubbio di averlo perduto, o di averne timbrato, per errore, uno gia’ vidimato. La vera paura e’ che, se anche ho obliterato il biglietto giusto, e l’ho messo via in un posto sicuro, non riesca piu’ a ricordarmi quale sia questo posto che, solo pochi minuti prima, avevo giudicato talmente sicuro da non correre alcun rischio di perdere qualcosa nascosta li’. E a volte mi capita di dimenticarlo per davvero. Questa improvvisa e temporanea amnesia la chiamo “ansia da autorita’ subita”. La stessa che mi prende quando vengo fermata alla frontiera o a un posto di blocco e io, pur sapendo di essere completamente in regola, comincio ad agitarmi. Mi sento in difetto e sempre in condizione di dovermi giustificare per qualcosa. Come se un’entita’ superiore con l’incarico di sorvegliarmi, arrivasse di tanto in tanto a controllare che abbia eseguito tutti i compiti assegnati, e che abbia rispettato tutte le regole. A volte, mi sento proprio come se fossi costretta ad abbassare la testa perche' mi venga cosparsa di cenere. Vedi, Vera, per me non esiste Dio, ma sono convinta che, se esistesse, indosserebbe sicuramente un’uniforme ed avrebbe il volto di mia madre. E’ lei che, fin da quando ero bambina, mi ha sempre sovraccaricata di obblighi e doveri perche’ dimostrassi di essere sempre la piu’ brava, cosicche’ potesse vantarsi con tutti di essere stata una madre che aveva saputo crescere la figlia migliore.

Stavo parlando a Vera come ad una psicanalista. Da tempo, ormai, mi era chiaro che la mia era una vera e propria fobia nei confronti di qualsiasi tipo di autorita’. Pertanto, per esorcizzarla, ero diventata una ribelle, trasformando le mie paure nel rifiuto verso tutto cio’ che mi creava obblighi, costrizioni e impegni. Spingendomi ad affrontare situazioni che mi facessero sentire libera, anche quando potevano rappresentare un pericolo o che la societa’ giudicava immorali. Non potevo farci nulla, ma sapevo perfettamente che era dal modo in cui mi aveva cresciuta mia madre che le mie ansie avevano avuto inizio.

1 … una sfida.

Vera ascoltava assorta le mie farneticazioni come se stessi li’ a rivelarle i grandi misteri dell’universo. Ero felice, e non capivo perche’. Anzi, lo capivo benissimo: ero felice perche’ mi sentivo importante. Riflettevo e mi convincevo di una cosa: per sentirsi importanti basta qualcuno che ci regali un po’ della sua attenzione, e del suo tempo. Vera sembrava capirmi, come se le fosse facile leggermi dentro. E anche lei volle dirmi qualcosa di se’.

- Per me e’ stato quasi lo stesso. Da piccola, sentivo mia madre che si vantava di aver messo al mondo la figlia piu’ buona che potesse esistere. “Mai che pianga”, diceva orgogliosa. “Mai che si lamenti. Mai che protesti. Questa figlia e’ nata gia’ adulta!” E’ cosi’ che sono cresciuta: con la convinzione che essere buona e remissiva fosse la mia unica opportunita’ per farmi accettare. Da lei e da tutti quelli che volevo mi amassero. Incluso l’uomo che ho sposato, che ha talmente apprezzato la mia bonta’ da arrivare a tradirmi spudoratamente. E, come se non fosse abbastanza, ha cominciato anche a picchiarmi.

Lo sguardo di Vera divenne duro. Io non riuscivo a dire niente, eccetto un inopportuno: “Capisco”. Fuori dal finestrino si intravedevano gia’ le luci di Tokaj. Cinque minuti, e il treno sarebbe arrivato in stazione.

- In realta’ - riprese a raccontare Vera - mia madre si sbagliava su di me. Io non sono mai stata una bambina buona. Sono stata soltanto una bambina triste.

In quel momento, Vera sembrava avere lo sguardo di chi si fosse reso conto di aver appena compiuto una marachella. Mi faceva tenerezza con la sua aria divertita, imbarazzata, e anche un po’ colpevole di chi sa’ di aver trasgredito ad una regola, come se avesse deciso di lanciare al suo passato una sfida.

0 … un'opportunita’.

- Vorrei lasciarti il mio recapito, ma non posso. Non posso darlo a nessuno. Non l’ho potuto dare nemmeno a mia figlia.

Le si spense lo sguardo. Si intuiva che non tollerava l’idea di suscitare la pieta’ di nessuno. Ecco perche’ non mi dava il tempo di fiatare. Poi mi disse:

- Sto scappando da mio marito. Vado in un luogo dove c’e’ una casa che accoglie le donne come me, che hanno avuto le lezioni piu’ amare dalla vita. Vado a rivendicare tutto lo spazio che mi spetta fin dalla nascita.

Vera guardo’ fuori dal finestrino, mentre il treno si arrestava. Era bella. Non contavano niente le sue rughe, e neppure i suoi capelli grigi.

- E poi, guarda: c’e’ scritto anche la’ fuori! E’ un segno del destino!

E rise di gusto. Mi sporsi per guardare anch’io, e vidi una scritta sul muro di un edificio illuminato dalle luci della stazione. C’era scritto: “Soha nem adom fel!”. Non mollare! Non arrenderti!
Vera mi guardo’. E Rise. Rideva. E mi guardava. Rideva cosi’ tanto da far fatica a parlare. Rideva di gusto. Il gusto di chi sapeva di essere viva e che cominciava anche ad avvertirlo dentro di se'. Il gusto di chi sapeva di avere ancora un'opportunita’.

4 …
3 …
2 …
1 …
0 …

Ogni storia inizia cosi’: con un contare all’indietro. Come se portasse in se’ il germe di una non evitabile deflagrazione. La storia di Vera iniziava in quel momento, come iniziava la sua vita. O almeno e’ cosi’ che oggi mi piace pensare. Perche’ chi cerca ad ogni costo la perfezione non vive, ma sopravvive a fantasmi che non sono suoi, ma di altri. Come scrive Sylvia Plath: “La perfezione e’ terribile, e non puo’ avere figli”.

giovedì 23 febbraio 2012

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Io, Chiara di notte

E’ Chiara di notte in italiano, Clara de noche in spagnolo, Claire de nuit in francese, Betty by the hour in inglese, Klaartje bij nacht in olandese, Klara in lingua slava ed anche in ungherese. Chiamatela come volete, ma c’e’ una cosa che devo confessare, anche se non mi crederete: Chiara di notte sono io.

L’ho incontrata per la prima volta nel 1998. Un cliente, che probabilmente aveva notato la mia somiglianza con il personaggio, un giorno arrivo’ all’appuntamento con un regalo dicendomi: “Ecco, questa sei tu!” Si trattava di un volumetto contenente le avventure a fumetti della nostra eroina: il quinto della serie. Ancora lo conservo, come conservo anche tutti gli altri che, poi, ho acquistato in seguito, per conto mio.

Chiara di notte, oltre al nickname che uso ormai da dodici anni, con il quale mi conoscono sia gli amici che i nemici nel web, mi ha regalato momenti di grande ilarita’. Ma con lei non mi sono soltanto divertita. Nelle sue storielle viene espressa, con grande verita’, la semplice ma mai banale filosofia di vita di chi sceglie di esercitare il piu’ antico mestiere del mondo. In Chiara ho trovato dunque un’entita’, seppur disegnata su carta, con la quale ho potuto condividere per lungo tempo quella che era la mia realta’.Una realta’ non facile da spiegare alle persone di cui mi circondavo che, ovviamente, non erano in grado di digerire la mia professione un po’ particolare.

Da straniera in Italia, e con un carattere un po’ introverso, non avevo infatti nessuno con cui confidarmi e al quale mostrare la vera “me”. I clienti, la categoria di persone con la quale trascorrevo la maggior parte del tempo, non erano certamente i piu’ adatti per condividere i miei pensieri piu’ intimi, e le colleghe, quasi tutte italiane, vivevano con sofferenza quel tipico sdoppiamento morale di chi non riesce ad ammettere, neppure a se stessa, di essere una puttana. Anche loro non erano pertanto capaci recepire il fatto che, invece, per me, il mestiere non era affatto pesante e non rappresentava davvero alcun problema.

Cosi’, a poco a poco, forse per questa mancanza di interlocutori e interlocutrici con cui confrontarmi, Chiara di notte e’ riuscita a entrare nella mia anima, fino a diventarne parte integrante. Un’amica immaginaria, dunque, ma sempre accanto a me in quanto in grado di esprimere esattamente cio’ che anch’io avevo sempre pensato, e provato. In lei mi sono rispecchiata, scoprendo nelle sue storielle, che ad un occhio superficiale possono apparire soltanto comiche, umanita’, ingenuita’, semplicita’, schiettezza e umilta’, qualita’ rare da trovare se non nelle persone veramente speciali. Con la sua totale mancanza di ipocrisia e la sua carica erotica invidiabile, miscela micidiale capace di affascinare e disarmare chiunque, mi ha fatto capire che in fondo non ero cosi’ sola come credevo.

E’ stata talmente intensa la mia relazione con lei, da andare ben oltre la semplice passione per un fumetto. In breve, sono arrivata ad ispirarmi quasi completamente al suo stile di pensiero, in verita’, come ho detto, non molto distante dal mio, adottando il suo modo ironico e scanzonato per affrontare le situazioni piu’ disparate, vedendo in ognuna il lato piu’ divertente e non quello piu’ fastidioso, al punto tale che, durante i miei incontri di lavoro, non sapevo piu’ se ad andare a letto col cliente fossi io, oppure Chiara di notte.

Oggi, dopo tanto tempo, mi era presa la voglia di andare a ricercare, fra i libri nella mia non piccola biblioteca, l’intera collezione delle sue avventure, con l’intento di rileggerle e magari, dato che il materiale che si puo’ reperire in internet e’ veramente scarso, riportarne qualcuna in questo blog. Il luogo piu’ adatto per renderle il giusto merito. Purtroppo, al momento, ho ritrovato soltanto il primo volumetto, quello ricevuto in regalo dal cliente. Presumo che il resto della collezione sia rimasto probabilmente a Milano. Percio’ non avro’ la possibilita’ di prenderlo se non quando andro’ di nuovo in Italia; sicuramente, non prima del prossimo autunno.

Nel frattempo, pero’, posso farvi gustare alcune vignette prese dall’unico albo che ho fra le mani, sperando che attraverso la Chiara di notte del fumetto, e dai concetti che esprime nelle sue sempre attuali storielle, riuscirete a conoscere meglio anche me.


martedì 21 febbraio 2012

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Fra libri di sabbia, numeri infiniti, e bambole matrioske

Sinceramente, non comprendo chi non riesce ad amare Borges. Ma chi di lui conosce solo le poesie, senza che abbia letto mai i suoi racconti, lo comprendo ancor meno. Fortunatamente, oggi con internet non esistono piu’ alibi per chi e’ pigro: si puo’ reperire con facilita’ tutta la produzione letteraria del grande scrittore argentino senza doverla per forza acquistare in libreria.

Ed e’ cosi’, quasi per caso, che mi e’ capitato in mezzo agli occhi questo suo racconto. Brevissimo, ma certamente uno dei piu’ belli. Parla di “infinito” e di paradossi. Lo avevo gia’ letto molto tempo fa, in un’eta’ in cui, forse, non riuscivo ancora a percepirne tutto il sapore, e non mi aveva lasciata totalmente incantata, come invece e’ avvenuto questa volta.

Cosi' ho avuto voglia di ricopiarlo dal web. Lo so, avrei anche potuto limitarmi a consigliarne semplicemente il link, ma ho pensato che riportarlo nel blog fosse un’occasione per farlo leggere persino a chi, per la pigrizia, appunto, potesse essere tentato di trascurare il consiglio. Invece, in questo modo, sono certa che la maggior parte delle persone che per una qualche ragione giungeranno in questa pagina, lo leggeranno e ne apprezzeranno la bellezza. Perche’ non lo si puo’ descrivere solo con le parole se non lo si mostra. Cosi’ com'e’ impossibile descrivere la bellezza di un dipinto senza farlo vedere.
Il libro di sabbia
di Jorge Luis Borges

la tua fune di sabbia ...

GEORGE HERBERT (1593-1633)


La linea è costituita da un numero infinito di punti; il piano, da un numero infinito di linee; il volume, da un numero infinito di piani; l'ipervolume, da un numero infinito di volumi... No, decisamente non è questo, more geometrico, il modo migliore di iniziare il mio racconto. È diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico.

Vivo solo, a un quarto piano di calle Belgrano. Qualche mese fa, verso sera, sentii bussare alla porta. Aprii ed entrò uno sconosciuto. Era un uomo alto, dai lineamenti indistinti. Forse era la mia miopia a vederli così. Tutto il suo aspetto lasciava trasparire una dignitosa povertà. Era vestito di grigio e aveva in mano una valigia grigia. Intuii subito che era straniero. All'inizio mi parve vecchio, poi mi resi conto che ero stato tratto in inganno dai suoi radi capelli biondi, quasi bianchi, come quelli degli scandinavi. Nel corso della nostra conversazione, che non sarebbe durata neppure un'ora, seppi che veniva dalle Orcadi.

Gli indicai una sedia. L'uomo tardò a parlare. Emanava un senso di malinconia, come me adesso.

- Vendo Bibbie, - spiegò.

Non senza pedanteria gli risposi:

- In questa casa ci sono varie Bibbie inglesi, compresa la prima, quella di John Wiclif. Ho anche quella di Cipriano de Valer, quella di Lutero, che letterariamente è la peggiore, e un esemplare della Vulgata latina. Come vede, non sono esattamente le Bibbie a mancarmi.

Dopo un attimo di silenzio, ribatté:

- Non vendo solo Bibbie. Posso mostrarle un libro sacro che forse le interesserà. L'ho acquistato ai confini di Bikaner.

Lo tirò fuori dalla valigia e lo posò sul tavolo. Era un volume in ottavo, rilegato in tela. Senza dubbio era passato per molte mani. Lo esaminai; il suo peso insolito mi sorprese. Sul dorso c'era scritto Holy Writ e sotto Bombay.

- Sarà dell'Ottocento, - osservai.

- Non lo so. Non l'ho mai saputo, - fu la risposta.

Lo aprii a caso. I caratteri mi erano sconosciuti. Le pagine, che mi parvero logore e povere dal punto di vista tipografico, erano stampate su due colonne come una Bibbia. Il testo era fitto e disposto in versetti. Negli angoli in alto comparivano cifre arabe. Attrasse la mia l'attenzione il fatto che la pagina pari portasse (mettiamo) il numero 40.514 e quella dispari, successiva, il 999. La voltai: il verso aveva una numerazione a otto cifre. C'era anche una piccola illustrazione, come si usa nei dizionari: un'ancora disegnata a penna, come dalla mano goffa di un bambino.

Fu allora che lo sconosciuto mi disse:

- La guardi bene. Non la vedrà mai più.

C'era una minaccia nell'affermazione, non nella voce.

Guardai bene il punto esatto e chiusi il volume. Poi lo riaprii immediatamente. Cercai invano la figura dell'ancora, pagina dopo pagina. Per nascondere il mio sconcerto, gli chiesi:

- Si tratta di una versione delle Scritture in qualche lingua indostanica, non è vero?

- No, - rispose.

Poi abbassò la voce come per confidarmi un segreto:

- L'ho acquistato in un villaggio della pianura, in cambio di qualche rupia e della Bibbia. Il proprietario non sapeva leggere. Ho il sospetto che nel Libro dei Libri vedesse un amuleto. Apparteneva alla casta più bassa; la gente non poteva calpestare la sua ombra senza contaminarsi. Mi disse che il suo libro si chiamava Il libro di sabbia, perché né il libro né la sabbia hanno principio o fine.

Mi invitò a cercare la prima pagina.

Appoggiai la mano sinistra sul frontespizio e aprii il volume con il pollice quasi attaccato all'indice. Fu tutto inutile: tra il frontespizio e la mano c'erano sempre varie pagine. Era come se spuntassero dal libro.

- Ora cerchi la fine.

Fu un nuovo fallimento; riuscii a stento a balbettare con una voce che non era la mia:

- Non può essere.

Sempre sottovoce, il venditore di Bibbie mi disse:

- Non può essere, ma è. Questo libro ha un numero di pagine esattamente infinito. Nessuna è la prima, nessuna l'ultima. Non so perché siano numerate in questo modo arbitrario. Forse per far capire che i termini di una serie infinita ammettono qualunque numero.

Poi, come se pensasse a voce alta:

- Se lo spazio è infinito, siamo in qualunque punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualunque punto del tempo.

Le sue considerazioni mi irritarono. Gli chiesi:

- Lei è religioso, non è vero?

- Sì, sono presbiteriano. La mia coscienza è pulita. Sono sicuro di non aver imbrogliato l'indigeno quando gli ho dato la Parola del Signore in cambio del suo libro diabolico.

Gli assicurai che non aveva nulla da rimproverarsi e gli chiesi se era di passaggio da queste parti. Mi rispose che pensava di rientrare in patria nel giro di qualche giorno. Seppi allora che era scozzese, delle isole Orcadi. Gli dissi che personalmente amavo molto la Scozia per via di Stevenson e Hume.

- E di Robbie Burns, - mi corresse.

Mentre parlavamo, continuavo a esplorare il libro infinito. Con finta indifferenza, gli chiesi:

- Ha intenzione di offrire questo curioso esemplare al Museo Britannico?

- No. Lo offro a lei, - ribatté e fissò una cifra elevata.

Gli risposi, in tutta sincerità, che quella somma era inaccessibile per me e mi misi a riflettere. In pochi minuti il mio piano era ordito.

- Le propongo uno scambio, - gli dissi. - Lei ha ottenuto questo volume per qualche rupia e per le Sacre Scritture; io le offro l'ammontare della mia pensione, che ho appena riscosso, e la Bibbia di Wiclif in caratteri gotici. L'ho ereditata dai miei genitori.

- A black-letter Wiclif!, - mormorò.

Andai in camera mia e gli portai il denaro e il libro. Sfogliò le pagine e studiò la copertina con fervore da bibliofilo.

- Affare fatto, - disse.

Mi stupii che non contrattasse. Solo in seguito compresi che era entrato in casa mia deciso a vendere il libro. Mise via le banconote senza neppure contarle.

Parlammo dell'India, delle Orcadi e degli jarls norvegesi che le avevano governate. Era notte quando l'uomo se ne andò. Non l'ho più visto, né ho mai saputo il suo nome.

Pensai di mettere Il libro di sabbia nello spazio vuoto lasciato dal Wiclif, ma alla fine decisi di nasconderlo dietro alcuni volumi scompagnati delle Mille e una notte.

Andai a letto e non dormii. Alle tre o alle quattro del mattino accesi la luce. Presi il libro impossibile e iniziai a sfogliarlo. Su una pagina vidi l'incisione di una maschera. Nell'angolo in alto c'era un numero, non ricordo quale, elevato alla nona potenza.

Non mostrai il mio tesoro a nessuno. Alla gioia di possederlo si aggiunse il timore che me lo rubassero, e poi il sospetto che non fosse davvero infinito. Queste due preoccupazioni aggravarono la mia vecchia misantropia. Mi restavano alcuni amici; smisi di vederli. Prigioniero del libro, quasi non mettevo piede fuori di casa. Esaminai con una lente il dorso logoro e le copertine ed esclusi la possibilità di un qualche artificio. Mi resi conto che le piccole illustrazioni si trovavano a duemila pagine una dall'altra. Le annotai pian piano in una rubrica, che non tardai a riempire. Non si ripetevano mai. Di notte, nelle rare tregue che mi concedeva l'insonnia, sognavo il libro.

L'estate declinava quando compresi che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che era non meno mostruoso di me, che lo percepivo con gli occhi e lo palpavo con dieci dita dotate di unghie. Sentii che era un oggetto da incubo, una cosa oscena che infamava e corrompeva la realtà.

Pensai al fuoco, ma ebbi paura che la combustione di un libro infinito fosse altrettanto infinita e soffocasse il pianeta nel fumo.

Ricordai di aver letto che il luogo migliore per nascondere una foglia è un bosco. Prima di andare in pensione lavoravo alla Biblioteca Nazionale, che ospita novecentomila volumi; so che a destra dell'atrio una scala curva scende nel seminterrato, dove sono i periodici e le mappe. Approfittai di una distrazione degli impiegati per abbandonare Il libro di sabbia su uno degli umidi scaffali. Cercai di non far caso a quale altezza né a quale distanza dalla porta.

Mi sento un po' sollevato, ma non voglio neppure passare per calle México.


E allora? E' o non e' davvero bello questo racconto? Non so che tipo di sensazione abbia provocato in voi, ma io, come ho detto, vi ho trovato un'emozione tutta nuova e dopo averlo letto, ho chiuso per un attimo gli occhi. In mente avevo, nitida, un’immagine, bizzarramente formata da numeri (e’ normale, considerato cio' che avevo letto) e da bambole matrioske, l’una dentro l’altra, all'infinito. Cosi' ho pensato che se avessi scritto qualcosa, qualsiasi cosa, spontaneamente, sarebbe stata inscindibile da quell’immagine. Ho preso percio' a digitare sulla tastiera ed ho buttato giu’ quello che, piu’ o meno, suona in questo modo:

1N 06N1 84RC4 C'3’ UN 805C0 CH3 D0RM3

1N 06N1 4L74 M4R34 C'3’ UN4 LUN4 CH3 50RR1D3

1N 06N1 60CC14 D1 P106614 C'3’ UN4 NUV0L4 1N V146610

1N 06N1 6R4N3LL0 D1 548814 C'3’ UN4 5P146614 CH3 R1P054

1N 06N1 C1C47R1C3 C'3’ UN4 L4M4 CH3 5C1N71LL4

1N 06N1 FRU770 C'3’ UN 4L83R0 CH3 C4N74

1N 06N1 64770 C'3’ UN4 P4N73R4 CH3 RU6615C3

1N 06N1 F1N357R4 C'3’ UN 506N0 CH3 C1 CH14M4

1N 06N1 5373 C'3’ UN4 F0N74N4 CH3 24MP1LL4

1N 06N1 M4N0 C'3’ UN4 C4R3224 CH3 4773ND3

1N 06N1 64LL3R14 C'3’ UN4 PR0M3554 CH3 C4MM1N4

1N 06N1 51L3N210 C'3’ UN4 P4R0L4 CH3 51 N45C0ND3

1N 06N1 56U4RD0 C'3’ UN FU0C0 CH3 8RUC14

1N 06N1 CU0R3 C3 N’3’ UN 4L7R0 CH3 84773

... 3 1L M0ND0

3’ UN4 84M80L4 M47R105K4 1NF1N174

53N24 1N1210 3 53N24 F1N3

3 C10’ CH3 7R0V3R41 5C1V0L3R4’ 53MPR3 V14 D4LL3 7U3 D174

C0M3 548814

3 06N1 M4771N4

C1 54R4’ UN NU0V0 73

CH3 1N1214


(M47R105K4 - CH4R4 D1 N0773)

domenica 19 febbraio 2012

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Sette libri per conoscere l’Ungheria, e qualcosa per conoscere me

Mi ero accorta che negli ultimi mesi erano stati pochi i nuovi libri che avevo letto. Sembrava che gli impegni, moltiplicandosi senza che me ne rendessi conto, mi avessero a poco a poco privata del tempo per dedicarmi alle cose che una volta, per me, erano del tutto normali.

E cosi’, una mattina, svegliandomi con quella particolare sensazione di soffocamento tipica di chi si sente oberata da una moltitudine di impegni, avevo iniziato a pensarci ed ero venuta alla conclusione che non fosse giusto rinunciare alle piacevoli abitudini solo perche’, per la troppa generosita’, o forse per un pizzico d'ingenuita', non riuscivo a dire di “no”. Alla fine, a forza di accontentare tutti, mi sarei ritrovata come la “Cantatrice del villaggio”, senza piu’ una vita propria, ed una situazione del genere non volevo proprio che si ripetesse.

Percio’, decisa di prendermi una pausa, e fermamente convinta che non ci sarebbe stato niente in grado di farmi recedere dall’idea, avevo acceso il computer per scegliermi qualche nuovo libro da leggere. Dovete sapere che da queste parti le librerie non sono molto fornite, non quanto almeno lo sono in una grande città, per cui, per le mie scelte, mi affido spesso a internet e all’acquisto online, talmente comodo da averlo sostituito a molti degli acquisti che prima effettuavo nel modo tradizionale.

Certo, internet e’ adatto solo all’acquisto di determinate cose; mai mi affiderei a scegliere qualcosa da indossare, come un vestito, o in cui ci sia l’esigenza di osservare da vicino determinati dettagli non completamente visibili nelle foto sulle pagine web, come ad esempio i colori. Pero’, per tutto quello in cui non ci va di mezzo l’estetica, credo che l’acquisto online non sia sostanzialmente diverso da quello tradizionale fatto in un negozio. Voglio dire che un libro e’ un libro; sia che lo si acquisti sul web, sia che lo si acquisti alla libreria sotto casa, e la stessa cosa vale esattamente se, ad esempio, si acquista un cacciavite.

Cosi', navigando navigando, cliccando cliccando, ero arrivata in un sito web che proponeva libri sull’Ungheria, ma in edizione inglese e scritti da autori che di ungherese avevano solo le origini e il nome, in quanto emigrati all’estero da molto tempo, oppure che non erano neppure magiari. Ero davvero incuriosita. Perche' persone che con l’Ungheria non avevano niente a che fare, che non vi erano nate oppure che l’avevano abbandonata da moltissimo molto tempo, scrivevano libri sul piccolo paese in cui vivo, che e' ben poco importante sulla scacchiera geopolitica del mondo?

Soprattutto mi chiedevo di come facessero queste persone ad essere aggiornate su quanto accadeva, sui mutamenti, e su tutto cio’ che riguardava l’Ungheria, vivendo a migliaia di chilometri di distanza. Ma poi, pensando a me stessa e all’interesse che nutro ancora per l’Italia, del tutto indecifrabile per chi non capisce come si possa restare attaccati ad un paese che ha rappresentato una parte importante della propria vita, la risposta l’ho avuta senza alcun problema, servita su un piatto d’argento.

Curiosa e decisa ad investire un po’ del mio tempo nella lettura, avevo quindi scelto sette dei libri consigliati su quel sito web. Vi domanderete: perche’ sette e non sei, oppure otto? Per una bizzarra ragione legata alla scaramanzia, che attribuisce al numero sette un valore magico e fortunato per me. Una storia che e’ collegata al mio nome e alla mia data di nascita. Qualcosa a cui non credo assolutamente. Pero’, come diceva mia nonna che dava ad intendere a tutti di saper indovinare il destino dalle carte: “Alla fortuna e alla sfortuna si puo’ anche non credere, ma crederci male non fa”. Magari, mia nonna era una grandissima imbrogliona coi tarocchi, pero’, in quanto a saggezza, non era seconda a nessuno.

Qualora foste curiosi, ecco i sette libri che, adesso che li ho letti, posso sentirmi di consigliare. Ovviamente solo a chi conosce bene la lingua inglese ed e’ percio’ in grado di poterli leggere. Non ho indagato a fondo se ne esistano anche versioni anche in italiano, ma dubito.

The Hungarians: A Thousand Years of Victory in Defeat (Gli ungheresi: Mille anni di vittoria nella sconfitta), di Paul Lendvai, in cui l’autore racconta la storia di come gli ungheresi, nonostante una serie di catastrofi e il loro isolamento linguistico e culturale, siano sopravvissuti come nazione per piu’ di mille anni. Il libro traccia non solo la politica, la cultura e l'economia ungherese, ma anche le emozioni della gente attraverso la storia dell'Ungheria. Gli ungheresi hanno sempre ponderato su cio’ che significhi essere ungheresi e su quale sia il loro vero luogo di provenienza. Lendvai sostiene che l'identita’ nazionale ungherese non e’ soltanto attribuibile alle origini o alla lingua, ma e’ anche un senso emotivo di appartenenza.


The Will to Survive: A History of Hungary (La volonta’ di sopravvivere: Una Storia dell’Ungheria), di Bryan Cartledge. E’ in sostanza un ritratto dello sviluppo politico, economico e culturale del paese, spalmato su mille e cento anni. Il racconto inizia con l'arrivo dei Magiari nel IX secolo, e si conclude con l'accettazione dell’Ungheria nella NATO e nell'Unione Europea. L’autore rivisita gli insuccessi della lotta della nazione per l'indipendenza e le massicce privazioni che ha dovuto subire dopo la Prima Guerra Mondiale.


Twelve Days: The Story of the 1956 Hungarian Revolution (Dodici giorni: La storia della Rivoluzione Ungherese del 1956), di Victor Sebestyen, in cui si offre un avvincente resoconto della rivolta in Ungheria del 1956. Nel tracciare gli eventi che hanno portato alla ribellione, Sebestyen racconta quei dodici giorni che ancor oggi, in tutto il mondo, vengono ricordati come fra i piu’ gloriosi della nazione magiara. La narrazione si sposta dalle strade tumultuose di Budapest, ai cenacoli del Cremlino e alla Casa Bianca, cosi’ come le conversazioni degli uomini e delle donne che hanno pianificato e preso parte alla rivolta, e di coloro che hanno contribuito a farla fallire. Alcuni attivamente, altri attraverso l’inazione.


A Good Comrade: Janos Kadar, Communism and Hungary (Un buon compagno: Janos Kadar, il Comunismo e l'Ungheria), di Roger Gough, parla appunto di Janos Kadar, ultimo leader comunista che ha governato l’Ungheria dal 1956 fino al 1988. Un uomo che divide nettamente il parere degli ungheresi. Kadar, infatti, e’ stato per alcuni solo un ambizioso, spietato, funzionario di partito, ma per altri e’ stato anche un tragico visionario. E’ sulla base di documenti ufficiali sovietici e ungheresi, che sono stati chiusi agli storici fino a poco tempo fa, che Roger Gough riesce a fornire una biografia profonda ed accurata della vita di Kadar.


Enemies of the People: My Family’s Journey to America (Nemici del popolo: Viaggio della mia famiglia in America), di Kati Marton, in cui l’autrice, giornalista pluripremiata, racconta le esperienze dei suoi genitori, prima sotto i nazisti e poi sotto il regime comunista. Il libro parla della sua determinazione per scoprire la verita’ sulla storia della sua famiglia, e dei suoi viaggi a Budapest per esaminare i documenti sui suoi genitori custoditi negli archivi dell’ex polizia segreta. L’accento e’ tutto sul tributo emotivo che l’autrice ha dovuto pagare per arrivare alle sue scoperte, che le hanno rivelato gli affari segreti, i tradimenti da parte di amici, e gli atti di tortura e brutalita’ subiti dalla sua famiglia, ma anche un amore familiare profondo che trascende da tutto il resto.


The Raven King: Matthias Corvinus and the Fate of His Lost Library (Il Re Corvo: Mattia Corvino e il destino della sua biblioteca perduta), di Marcus Tanner, e’ la storia di Mattia Corvino, conosciuto come il Re Corvo, un monarca che ha regnato in Ungheria dal 1458 al 1490. Mattia Corvino e’ colui che ha cercato di fermare l'avanzata degli Ottomani ed ha tentato di unire la Boemia e le terre ereditarie degli Asburgo, con l'Ungheria al fine di creare la prima "monarchia danubiana". Ma oltre ad essere un grande guerriero e uomo politico, Corvino era anche un uomo colto, ed aveva un profondo apprezzamento per la letteratura, accumulando una delle piu’ grandi e ricche biblioteche di tutta Europa.


Ten Years in Transylvania - Tiz esztendö Erdélyben: Traditions of Hungarian Folk Culture (Dieci anni in Transilvania: tradizioni della cultura popolare ungherese). Si tratta di una celebrazione della cultura tradizionale popolare ungherese in Transilvania per mezzo di una collezione di oltre 140 splendide fotografie a colori che rivelano le vestigia ancora potenti di un’antica cultura, ricca, che e’ poco cambiata nel corso del tempo nonostante l'influenza dell’occidente. Le immagini si concentrano sulle parti integranti della vita di paese, sulla musica, la danza, e la cultura che ne e’ a guardia e le conserva. Ogni immagine e’ l’interpretazione di un particolare aneddoto popolare nella regione transilvana, ed il lavoro e’ tratto interamente dalla produzione del fotografo Stephen Spinder negli ultimi dieci anni.

Ecco, questo e’ tutto. Adesso mi piacerebbe che anche voi, che siete arrivati fin qui a leggere, sprecando il vostro tempo con questo insulso post, possiate iniziare in qualche modo a provare curiosita’ per il mio paese, attraverso i miei consigli oppure cercando voi stessi letture piu’ adatte, affidandovi alle parole e ai racconti soprattutto di chi in Ungheria non ci vive piu’ da moltissimo tempo. Perche’ anche se c’e’ chi dice che la lontananza alla fine fa perdere interesse per le cose e porta a dimenticare, io credo che sia proprio la distanza che, invece, ravviva l’interesse e rende piu’ obiettiva la valutazione che si ha di un determinato luogo.

Mia nonna direbbe: “Allontanarsi dal quadro per poterlo guardare tutto, e non concentrarsi solo sui dettagli, che si vedono certamente bene da vicino, ma che non danno una visione d’insieme, male non fa”.

mercoledì 15 febbraio 2012

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San Valentino Reloaded

Penso che scrivere un post dedicato a una festivita’, proprio nel giorno in cui cade quella festivita’, sia tristemente scontato. Cosi’ scontato da non valere neppure il tempo che ci si perde. Tanto piu’ che, anche se manca la nostra testimonianza, anche se non apportiamo il nostro superfluo contributo, anche se, invece di San Valentino, scriviamo di Pinocchio, il web sicuramente non ne soffre; sono gia’ a milioni quelli che ne scrivono ogni anno, usando sempre le stesse, inutili, noiosissime, parole. Perche’ e’ soprattutto durante i momenti scontati, come appunto certe ricorrenze, che la gente da' il meglio di se’: non riesce a stare senza la consueta e quotidiana dose di banalita’, altrimenti va in crisi d’astinenza.

Allora mi si spieghi perche’, se una sera si esce a cena con un tizio, oppure si scopa col proprio partner, oppure (ancor piu’ penoso) ci si accorge che si ama qualcuno, lo si debba segnalare come un fatto straordinario. Riuscite ad immaginare le nostre mamme o le nostre nonne che, in un’occasione del genere, affiggevano locandine ovunque allo stesso modo di come oggi tanta gente usa FaceBook oppure il blog?

Cos’e’ successo all’umanita’? Dov’e’ finito il “privato”? Che ne e’ stato di quella cosa che un tempo si chiamava “riservatezza”? E’ sicuro che non ci stiamo svendendo anche l’ultima fetta di dignita’ che ci e’ rimasta? Oppure e talmente grande il bisogno di attenzioni che abbiamo da parte degli altri, che non solo diventa essenziale comunicare a tutti ogni nostra insulsa pisciatina, ma che non ci preoccupiamo piu’ neppure se tolgono ogni barriera che fino a ieri contribuiva a proteggere la nostra privacy.

Forse si arrivera’ ad una societa’ in cui niente potra’ essere tenuto segreto. Gli altri sapranno i cazzi nostri, come noi sapremo i loro. Tutti sapranno come spenderemo i nostri soldi, quanto spenderemo, perche’ spenderemo, in che cosa spenderemo. E questo fara’ emergere le nostre passioni e i nostri vizi. Tutti conosceranno i nostri segreti, anche quelli piu’ intimi.

Siamo stati noi a dare il via a questa aberrazione. Siamo noi che chiediamo, con i nostri comportamenti, senza ribellarci, un mondo strutturato in questo modo. C’e’ chi ogni giorno ci guarda, e vede tutto questo. E fara’ di tutto per accontentarci. Lo fara’ col nostro beneplacito, oppure facendo leva sulle nostre invidie.

Ci schederanno e saremo catalogati in base a numeri alfanumerici. Divisi per desideri, per possibilita’ economiche, per idee religiose, politiche, e classificati in base a tabelle e formule delle quali non conosceremo mai gli algoritmi. Saranno prese in considerazione anche le nostre intenzioni. Una specie di mondo di “Minority Report”, in cui non solo cio’ che facciamo viene sottoposto a giudizio, ma anche cio’ pensiamo o addirittura cio' che penseremo. E tutto sara’ analizzato, esaminato, sviscerato e, all’occorrenza, criminalizzato.

In effetti, la societa’ di oggi ci sta divorando illudendoci di possedere ancora un qualche briciolo di individualita’, e di scelta. “Ehi, c’e’ FaceBook, Twitter, la blogsfera, che volete di piu’?” Ma, ormai, si stanno prendendo tutto. E chi non ha la forza di carattere per resistere a tale scempio, chi si lascia andare nel vortice dell’ingranaggio, e’ spacciato.

Non e’ facile riuscire a districarsi in questa giungla creata apposta per le celebrita’ quando non si e’ nessuno. Grandi Fratelli, Isole dei Famosi, Blog Star. Ci inculcano che essere “nullita’” non ripaga. L’umilta’ e’ per gli sciocchi, e gli sfigati, quelli che nessuno nota, possono anche suicidarsi, tanto non servono a nulla. E’ la societa’ dell’immagine, ma di una particolare immagine. Quella che serve solo a se stessi, quella auto celebrativa: io sono, io faccio, io penso… io piscio. E devo dire che non e’ piacevole sentirsi inferiori in mezzo a tante persone belle, interessanti, colte, affascinanti, esperte in tutto, che’ noi, magari, ci sentiremmo anche un po’ tonti…

Per fortuna, pero’, esiste internet. Oggi, basta un collegamento ADSL e la vita cambia. L’esistenza di merda intorno a noi scompare e magicamente, al suo posto, appare una diversa scenografia in cui tutto e’ edulcorato, quasi perfetto, poiche’ lo creiamo noi stessi. Cosi’, le banalita’ di ogni giorno assumono i contorni dell’avventura, e le nostre solite stronzate quotidiane, persino lavarci i denti, possono essere trasformate in situazioni particolari, degne (almeno cosi’ ci illudiamo) di essere interessanti per qualcuno.

Nel web ci si puo’ mostrare molto migliori di quanto in realta’ si sia. Piu’ intelligenti, colti, belli, ricchi. Scrittori incompresi, poetesse maledette, geni della politica, stupende fotomodelle, esperti tuttologi, ninfomani disinibite. Non esistono confini al mascheramento, se non i limiti imposti dalla fantasia. Lo faccio anch’io, a volte, quando tendo ad ingigantirmi. E lo trovo maledettamente divertente!

Cosi’, e’ facile incontrare il tizio che non ha mai bisogno di cercare niente su Google perche’ sa tutto, finanche cos’e’ lo “scarto quadratico medio”. Oppure ci soffermiamo a leggere la tipa che rovescia la sua disperazione in poesie cosi’ toccanti, ma cosi’ toccanti, che in confronto Saffo le farebbe una pippa. Anzi, piu’ che una pippa, considerato il paragone, direi un ditalino. Che’ poi, si sa, Saffo era brava pure in quello!

Si’, perche’ saper far pippe oppure ditalini, non e’ mica una cosa di poco conto. Puo’ sembrare strano, ma non e’ cosi’ facile come scrivere poesie alla cazzo. Ad usare le dita per strimpellare lettere su una tastiera e propinare quattro cazzate, son bravi tutti. Il difficile e’ saperle usare per altro. Dar piacere, ad esempio, e’ una vera arte, ma chi non ha provato che le proprie dita, non lo potra’ mai capire.

Tornando a San Valentino, perche’ ne scrivo oggi e non l’ho fatto invece ieri? Perche’, a parte non voler essere banale, ieri non mi andava di scrivere cio’ che davvero pensavo a riguardo; cioe’ che e’ la festa piu’ stupida del mondo. Se lo avessi scritto ieri, forse qualcuno lo avrebbe ritenuto un insulto. Oggi, invece, lo posso spacciare per un comportamento snob.

Lo dico sinceramente: neppure Halloween e’ una festa cosi’ stupida. Perche’ almeno Halloween si sa a chi e’ dedicata: ai fantasmi, alle streghe, ai vampiri, agli zombie. Invece, San Valentino non si sa bene a chi sia rivolto. A coloro che sono gia’ amanti, oppure basta solo essere innamorati? E poi non si capisce bene se si debba essere ricambiati, oppure se sia sufficiente semplicemente sbavare per qualcuno che non ci caga neppure di striscio. Insomma, tutto cio’ e’ quantomeno ambiguo. Non ho neanche capito se si puo’ applicare ai trombamici. E’ in sostanza una festa di cui non si sa bene chi o cosa si festeggi. L’amore? Il partner? Il sesso? Il Bacio Perugina?

Pero’ ci si deve adeguare. Se qualcuno ci fa gli auguri di Buon Natale, mica gli si puo’ rispondere che siamo atei. Lo si deve ringraziare per il pensiero. E’ una formalita’. Sarebbe maleducato dire: “Mi importa una sega di San Valentino!”. Quindi: “Auguri di San Valentino!” E allora: “Grazie, anche a te”.

Ma grazie di che, poi? Non si sa!

Ho gia’ qualche idiosincrasia per le festivita’ in genere, e le ricorrenze varie come gli onomastici o gli anniversari, e non vi dico (anche perche di sicuro lo sapete) il fastidio che mi procurano i compleanni. Inizio a grattarmi come se avessi l’orticaria, e qui da noi, per evitare pruriti spalmati su tutto l’arco dell’anno, preferiamo festeggiare, tutte quante, il compleanno nello stesso giorno. Quindi potete capire come, vedermi immancabilmente riproporre ogni anno la stessa situazione, con la stessa atmosfera e la stessa fraseologia, mi irriti non poco.

Ma, ahime’, so che non se ne puo’ fare a meno, mi tocca, e sono costretta a superare certe giornate cosi’, fra un augurio e l’altro, come quando, da bambina, dovevo sopportare un clistere. Vi confesso che quell’intrusione da parte di un corpo estraneo nel mio organo fatto per espellere e non per accogliere, non lo sopportavo proprio. Lo sapete tutti che ci sono organi adibiti ad accogliere ed altri che sono fatti apposta per espellere, vero? Lo ha detto persino Giovanardi, che pare di queste cose se ne intenda.

Poi, da adulta, ho riconsiderato il tutto ed ho imparato a gradire anche certe intrusioni non omologate. In fondo non sono cosi’ fastidiose e, soprattutto, e’ incredibile il vantaggio economico che ne puo' derivare, ma questo non ditelo a Giovanardi. Credo pero’ che anche questo non interessi a nessuno. Quindi, torniamo a parlare di San Valentino.

Volete sapere cosa ho fatto per festeggiarlo? Ebbene, proprio niente. Sono stata a casa, da sola, chiusa nella mia cameretta a scrivere cazzate in internet. Non e’ qualcosa di stupendo? Su ditelo che vi faccio invidia!

E non chiedetemi, per cortesia, perche’ non abbia avuto neppure uno straccio di qualcuno al quale darla per sentirmi in qualche modo coccolata. Non e’ il caso. E poi, se San Valentino e’ dedicato alla persona amata, sapete benissimo che la prima persona che amo sono proprio io, e se solo per solitudine la dessi al primo tizio che mi fa il filo, mi sembrerebbe quasi di tradire me stessa. Se la do, la do per voglia, non per bisogno di coccole. La do a chi mi fa sentire le farfalle nella pancia, un incendio fra le gambe, e un lago nelle mutande. Ma anche questo e’ un altro discorso che, probabilmente, non vi interessa.

San Valentino e’ per me, dunque, un giorno come un altro Pero’ ricordo che, una volta, San Valentino rappresentava il giorno migliore di tutto l’anno. Era come il giorno di San Simone per chi vendemmia a Tokaj. Il giorno in cui raccoglievo i frutti di un intero anno di duro lavoro. Per questo lo attendevo con trepidazione e grandi aspettative.

Innamorati, clienti fissi, trombamici, un po’ tutti, mi riempivano di regali. Uomini sposati, fidanzati, accompagnati, singoli, che per qualche strana ragione si erano infatuati di me, facevano di tutto per dimostrarmi la loro ammirazione. E scommetto che, in molti casi, cio’ che mi regalavano era addirittura piu’ costoso dei regali che facevano alle loro mogli, fidanzate, amanti o amiche.

Poi, c’era chi si aggiudicava la serata con me. Non che gli venisse gratis, sia chiaro; in certe cose, specialmente negli affari, sono sempre stata rigida. Pero’ quella sera particolare, con chiunque mi trovassi e qualsiasi cosa ricevessi in regalo, ci mettevo qualcosa di mio in piu’, e ricambiavo con una passione tutta speciale. Sono sempre stata molto educata e, a modo mio, sapevo come essere riconoscente.

Nell’immagine in alto, sono io, in un disegno ben riuscito, mentre ringrazio per un regalo ricevuto nel giorno di San Valentino.

martedì 14 febbraio 2012

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Pinokkió kalandjai

La prima versione ungherese de “Le Avventure di Pinocchio” (Pinokkió kalandjai), risale al 1967. Tradotta da Rónay György, uno scrittore di fiabe fra i piu’ famosi in Ungheria, ed illustrata da Razjaval Tamás, Fu realizzata sulla base dell’edizione italiana del 1961 di AMZ Editrice. Parlo ovviamente del Pinocchio classico, quello di Collodi che tutti conoscono in Italia.

Ma la versione piu’ nota nell’Europa dell’est e’ quella di Walt Disney, tratta dalla sceneggiatura del suo film animato. Traduzioni di questo Pinocchio, prima della caduta del muro di Berlino, sono state fatte in Polonia, Romania e Russia, pero’ il paese dove tale versione e’ diventata veramente popolare e’ sicuramente l’Ungheria.
L’edizione piu’ conosciuta e’ quella tradotta da Palföldy Margit, ma ne esiste anche una antecedente, stampata a Zagabria e che era destinata ai bimbi di lingua magiara che vivevano in Yugoslavia.

Oggi quasi tutti, qui, conoscono quella di Walt Disney. Io, invece, resto profondamente ancorata alla versione originale di Carlo Collodi. Una versione, tuttavia, troppo profonda perche’ possa essere compresa del tutto quando si e' bambini. “Le Avventure di Pinocchio” e’, infatti, un libro da bambini, ma per gli adulti. Un capolavoro letterario che nella vita andrebbe riletto piu’ volte, perche’ ogni volta ci fa ricordare quanto non siamo ancora del tutto cresciuti, restiamo ancora dei bimbi o, piuttosto, dei burattini costantemente alla ricerca della propria umanita’.

Pinocchio racconta la storia della formazione di una coscienza. E’ il piu’ chiaro esempio di “novella di formazione” che sia mai stato scritto, in cui, attraverso avventure e disavventure, il protagonista raggiunge la maturita’. La vita di ognuno e’, in parte, “la propria storia di Pinocchio”. Pare una banalita’, ma non ci sono altri termini per descriverla. Il romanzo (come appunto la vita di ciascuno, chi piu’ chi meno), infatti, si snoda in una sorta di percorso a tappe. E’ un viaggio iniziatico al cui termine, dopo aver superato dure prove, situazioni inquietanti, metamorfosi di ogni tipo, prove del fuoco e dell'acqua, in un continuo alternarsi di buoni propositi e monellerie, di infrazioni alle regole e di sinceri ravvedimenti, di cattiva condotta e di rimorsi, il protagonista ritrova finalmente le sue origini (il padre Geppetto) ed abbandona le spoglie del burattino monello per assumere le sembianze, sempre rincorse e sempre rifiutate, della persona “perbene”.


Si passa dunque dalla magica liberta’ infantile, adolescenziale, dai colpi di testa, dalle situazioni al limite, da certe esperienze persino “discutibili”, ai doveri e alle responsabilita’ della vita adulta. Ma per giungere alla fine di questo percorso, che e’ totalmente affidato al libero arbitrio, deve esserci alla base qualcosa di “predestinato”: si deve essere dotati di un “cuor d’oro”. Chi non lo e’, mai arrivera’ alla fine del percorso, e restera’ per sempre intrappolato nel paese dei balocchi, diventera’ un asino e morira’ come tale: immaturo ed inconsapevole. Pinocchio e’ dunque, per certi versi, l’antitesi di Peter Pan, che invece non matura mai.

Perche’ mi piace Pinocchio? Perche’ anch’io sto affrontando il mio percorso per arrivare all’approdo finale. Se ci arrivero’, un giorno, per mia libera scelta e non perche’ obbligata, significhera' che avevo dentro quel “cuor d’oro” necessario per giungere finalmente alla realizzazione della mia "umanita'", la chiave giusta per aprire la porta: la predisposizione. Ma Pinocchio mi piace anche perche’ ha una morale che mi appartiene. E’ quella delle famiglie contadine, quella del buon senso, quella che si basa sulle cose concrete, tangibili, e non sui sogni e le illusioni.


Era un mio compleanno ed ero una bambina, quando mio padre, durante una delle sue visite, mi porto’ in dono due libri. Uno era “Le avventure di Pinocchio” nella versione italiana di Bemporad editrice. L’altro, nella versione ungherese della casa editrice Móra. Quello in italiano era il suo, di quando era bambino lui, mentre l’edizione ungherese l’aveva acquistata appositamente per me. Ancora posseggo entrambi i libri, e li custodisco gelosamente insieme a molti altri oggetti e ricordi della mia infanzia.

L’edizione ungherese e’ assai diversa rispetto a quella italiana. La differenza, a parte la copertina e le dimensioni del volume, sta soprattutto nelle illustrazioni all'interno e nel loro numero che, nella versione ungherese, sono molte di piu’. Anche la qualita’ dei disegni e’ meno “raffinata" nella versione magiara, ma io li preferisco proprio per questo: per la loro semplicita’. La maggioranza sono in bianco e nero. Solo quattro a colori e i miei preferiti sono due: il teatro dei burattini, e Pinocchio ammalato nel letto con la Fata Turchina che lo accudisce e i tre medici che si consultano.

Fra tutti, il capitolo che sempre leggo con piacere, e’ quello in cui il burattino incontra per la prima volta il Gatto e la Volpe. Nonostante sia passato tanto tempo da quando Collodi lo ha scritto, resta sempre molto attuale e rileggerlo mi regala ogni volta un’incredibile sensazione di déjà vu.

Capitolo 12. Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.


Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
"Come si chiama tuo padre?"
"Geppetto".
"E che mestiere fa?"
"Il povero."
"Guadagna molto?"
"Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dové vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga."
"Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d'oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia."
Pinocchio, com'è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio, abbracciò a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
"Buon giorno, Pinocchio", gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.
"Com'è che sai il mio nome?" domandò il burattino.
"Conosco bene il tuo babbo."
"Dove l'hai veduto?"
"L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua."
"E che cosa faceva?"
"Era in maniche di camicia e tremava dal freddo."
"Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!..."
"Perché?"
"Perché io sono diventato un gran signore."
"Un gran signore tu?" disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.
"C'è poco da ridere", gridò Pinocchio impermalito. "Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro."
E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt'e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant'è vero che Pinocchio non si accorse di nulla.
"E ora, gli domandò la Volpe, che cosa vuoi farne di codeste monete?"
"Prima di tutto, rispose il burattino, voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me."
"Per te?"
"Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono."
"Guarda me!" disse la Volpe. "Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba."
"Guarda me!" disse il Gatto. "Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi."
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:
"Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!"
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.
Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco, come prima.
"Povero Merlo!" disse Pinocchio al Gatto, "perché l'hai trattato così male?"
"Ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non metter bocca nei discorsi degli altri."
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:
"Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?"
"Cioè?"
"Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?"
"Magari! E la maniera?"
"La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi."
"E dove mi volete condurre?"
"Nel paese dei Barbagianni."
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:
"No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: "I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo". E io l'ho provato a mie spese, perché mi sono capitate di molte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!"
"Dunque, disse la Volpe, vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!"
"Tanto peggio per te!" ripeté il Gatto.
"Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna."
"Alla fortuna!" ripeté il Gatto.
"I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila."
"Duemila!" ripeté il Gatto.
"Ma com'è mai possibile che diventino tanti?" domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.
"Te lo spiego subito", disse la Volpe. "Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricuoprì la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno."
"Sicché dunque, disse Pinocchio sempre più sbalordito, se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?"
"È un conto facilissimo, rispose la Volpe, un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti."
"Oh che bella cosa!" gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. "Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due."
"Un regalo a noi?" gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. "Dio te ne liberi!"
"Te ne liberi!" ripeté il Gatto.
"Noi, riprese la Volpe, non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri."
"Gli altri!" ripeté il Gatto.
"Che brave persone!" pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
"Andiamo pure. Io vengo con voi."

Il Capitolo XII de “Le Avventure di Pinocchio” e’ stato tratto da QUI.

venerdì 10 febbraio 2012

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2012

Del Neoliberismo, delle banche, dello spread, di Goldman Sachs, di Papademos, di Monti, di Draghi, di Sarkozy, di Orbán, della Merkel, della globalizzazione, e di come la gente (tutta) sia lasciata imbrogliare dai capitalisti, dai banchieri, dai politici, dai tecnici, dai professori e dai guru dell’economia e della finanza, senza aver capito una beneamata minchia di come funzionano le cose.

Tanto, dicono quelli convinti della loro superiorita’ etnica, la colpa e’ tutta degli zingari e degli extracomunitari che rubano il lavoro e le case alla brava gente, e non certo di coloro che si sono arricchiti sottraendo senza ritegno risorse pubbliche e private. Che' quelli stanno quasi tutti in Parlamento e godono d'immunita'.

Tuttalpiu’, se proprio si vuol essere meno banali, meno beceri e piu’ raffinati nelle opinioni, dimostrando di capirci qualcosa quando si parla nei salotti frequentati da bella gente che, fra un burraco e l'altro, s'imburra tartine col caviale, la colpa delle cose che non funzionano e’ della “mancanza di flessibilita’ del mercato”. Perche’ il mercato, affinche’ funzioni nel modo giusto, non deve avere regole, leggi, articoli, lacci e laccioli che lo soffochino. Lo si deve lasciar andare libero, dicono, senza briglie, che’ tanto lui si regola da solo. E come sia riuscito ad autoregolarsi in questi anni e' sotto gli occhi di tutti.

Secondo il loro punto vista, pero’, a pensarci bene, questi neoliberisti a cui fanno da controcanto anche molti sedicenti intellettuali di sinistra - quasi tutti con stipendi fissi o pensioni dai 20.000 al mese e oltre -, non hanno tutti i torti. Credo che in fondo siano in buona fede. Come e’ risaputo, infatti, se vuoi fare del buon sesso anale e lo vuoi prendere proprio tutto dentro, fino in fondo, godendo a pieno della penetrazione e sentendo che l'altro ti possiede totalmente, devi essere flessibile, genufletterti e aprirti nel modo giusto. Lasciate che a dirlo sia chi su certe cose ha basato gran parte del suo successo professionale.

Se non si avessero figli o comunque persone care delle quali preoccuparsi, forse converrebbe farsi prendere dalla disillusione, dall’apatia, starsene in un cantuccio, sotto un ponte o da qualsiasi altra parte, come monaci tibetani, lontani da ogni problema ad aspettare la fine. Ma si sa che questo non e’ possibile. Tutti, bene o male, abbiamo qualcuno che dipende da noi e a cui dobbiamo innanzitutto garantire almeno una speranza per il futuro. Per questo non possiamo arrenderci e siamo costretti a tenere vive le nostre illusioni.

E allora cosa fare?

Io dico: cominciare a chiudere i "vasi comunicanti" della globalizzazione, perche’ e’ solo interrompendo il flusso del veleno che sta scorrendo nelle vene dell’intero organismo, che si puo’ almeno sperare di salvarne una parte. A volte le amputazioni, anche se dolorose, sono necessarie. Questo lo aveva ben chiaro anche Monsieur Joseph-Ignace Guillotin quando realizzo’ l’invenzione piu’ utile della Storia.

Per l'energia potremmo impegnarci nel risparmio e nelle fonti alternative. Per l'alimentazione fare un passo indietro e tornare a sfamarci con la produzione locale, magari coi prodotti del proprio orto (per chi puo’), cercando di evitare tutto cio’ che viene “pompato” dalla pubblicita’ dietro a cui ci stanno inevitabilmente i grandi interessi industriali, finanziari, bancari, politici, e che hanno oltretutto un effetto devastante sull’inquinamento.

Potrebbe essere una sfida interessante. Un giochino divertente, molto piu’ di Call of Duty, e assai meno diseducativo che, in aggiunta, come premio per chi lo vincesse ci sarebbe non una stupida schermata di congratulazioni per aver fatto una strage di soldatini fatti di pixel o il semplice compiacimento per aver superato anche il livello di massima difficolta’, ma la certezza di aver fatto qualcosa di giusto e di nobile per se stessi e per i propri figli.

Dite che non e’ la stessa cosa? Si’, lo so, e’ molto piu’ impegnativo di qualsiasi giochino al computer; richiede fatica, dedizione, e non si puo’ fare standosene comodamente seduti davanti ad uno schermo con il mouse in mano. Ma come ho detto e’ molto di piu’ di uno stupido giochino per bambini annoiati e viziati. E’ uno stile di vita.

Quando si parla di ricchezza, qual e’ la prima cosa che viene in mente? Le mazzette di banconote da 500? I gioielli? La Ferrari? La barca da 35 metri? Il mio primo pensiero sulla ricchezza e’: se mi trovassi nel deserto con una borsa stracolma di diamanti e la borraccia vuota, cosa sarebbe piu’ prezioso per me in quel momento?

Il denaro, i gioielli, le auto, le barche, fanno solo parte di una forma di baratto - ti do denaro e tu mi dai la Ferrari, ti do la Ferrari e tu mi dai i diamanti - ma a poco a poco ne abbiamo perso il significato. Non si puo’ barattare il sudore della fronte oppure la dignita’ della persona, le sue preoccupazioni, le sue angosce, la sua paura, in cambio di aria fritta. Perche’ e’ solo semplice aria fritta quella che oggi cercano di spacciare come se fosse necessariamente vitale. Non lo fanno in malafede, vi ho detto. Forse sono solo stupidi, ma la stupidita’ e’ forse una scusante? Forse Luigi XVI di Borbone fu perdonato perche’ era stupido?

Ma torniamo al tema sopravvivenza che si riassume in un unico concetto: tutti i conti in banca del mondo non valgono un chilo di mele nella borsa. E’ per questo che dovremmo tornare a pensare e operare piu’ nella sostanza e meno nella forma. Pensare al baratto di cose necessarie piu’ che alla pura e semplice moneta frusciante. Perche’, se e quando ci sara’ il deserto, nessuno scambiera’ la sua acqua per la vostra borsa di diamanti. Mentre, magari, potra’ interessargli una mela.

Durante il default in Russia, negli anni novanta, quando gran parte della gente resto’ sul lastrico, i risparmiatori perche’ le banche chiusero i conti, i lavoratori senza uno stipendio perche’ le aziende fallirono, i pensionati senza pensione perche’ lo stato non aveva piu’ soldi, chi riusci’ in qualche modo a cavarsela, oltre a quelli che avevano rubato tutto e trasferito il maltolto sui conti svizzeri, fu solo chi aveva qualcosa da scambiare. Chi aveva le uova le scambiava per verdura, latte, carne, carta, sapone, qualsiasi cosa potesse servire. E non sto a raccontarvi cosa scambiavano le belle ragazze con le gambe lunghe e i seni prorompenti perche’ non e’ difficile immaginarlo.

Molte persone, soprattutto italiani di "larghe vedute" con i quali ho avuto modo di confrontarmi, mi hanno talvolta ricordato, un po' sarcasticamente e non senza quel tipico atteggiamento di strafottenza che contraddistingue chi si sente moralmente superiore, di come le donne dell'est, soprattutto prima della caduta del muro di Berlino, si concedessero per poco: per una cena in un bel ristorante, oppure per un vestitino.

Quello del "paio di calze" e' lo stereotipo dominante, e posso ammettere che in molti casi fosse davvero cosi'. Cio' da' l'idea di come le donne dell'est fossero ritenute facili, ingenue, probabilmente un po' stupide ed in definitiva delle troiette a buon mercato. Soprattutto se paragonate alle "oneste" donne del Bel Paese che, invece, furbe, mentalmente superiori, non l'avrebbero mai data solo per ottenere in cambio un paio di calze.

Ma certa gente, nonostante tutta la sapienza che ritiene di avere, non ha forse mai capito che, in quel momento di grande difficolta', cio' che mancava non era il denaro. I soldi necessari per vivere c'erano, ed erano sufficienti per avere le solite cose che avevano tutti. Cio' che mancava era, appunto, "tutto cio' che non c'era", ma che comunque occhieggiava dai rotocalchi, dalla tv, dal cinema: le calze di seta, la lingerie, un paio di jeans, una borsa di design; oltre naturalmente alla buona roba da mangiare. Perche' quando qualcosa manca del tutto, vale piu' del denaro.

Per questo, chi oggi non ha forzieri stracolmi in Svizzera, invece del denaro, dovrebbe cominciare a pensare ad un altro tipo d’investimento: pensare ad aziende agricole a conduzione biologica dove si possa raccogliere direttamente quel che serve, senza sprechi di nessun genere. Grandi, piccole, a gestione familiare oppure cooperative non importa, ma sufficienti a produrre quel chilo di mele con il quale, poi, pagarsi l’acqua nel deserto. A nessuno e’ venuto da pensare a cosa sia dovuto tutto questo accanimento da parte delle multinazionali, in ogni parte del mondo, per voler privatizzare l’acqua?

“E’ finita in Europa l'«eta’ dell'oro». E’ finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la «cornucopia» del XXI secolo. Una fiaba che pure ci era stata cosi’ ben raccontata. Il tempo che sta arrivando e’ un tempo di ferro. […]
Cosa e’ successo? E’ successo che in un soffio di tempo, in poco piu’ di dieci anni, sono cambiate la struttura e la velocita’ del mondo. Meccanismi che normalmente avrebbero occupato una storia di lunga durata, fatta da decenni e decenni, sono stati prima concentrati e poi fatti esplodere di colpo. Come si e’ gia’ visto in tante altre rivoluzioni, quella della globalizzazione e’ stata preparata da illuminati, messa in atto da fanatici, da predicatori partiti con fede teologica alla ricerca del paradiso terrestre.
Il corso della storia non poteva certo essere fermato, ma qualcuno e qualcosa ne ha follemente voluto e causato l'accelerazione aprendo come nel mito il «vaso di Pandora», liberando e scatenando forze che ora sono difficili da controllare. […]
Quello che doveva essere un paradiso salariale, sociale, ambientale si sta infatti trasformando nel suo opposto. Va a stare ancora peggio chi stava gia’ peggio. Sta meglio solo chi stava gia’ meglio.
E non e’ solo questione di soldi. Perche’ la garantita sicurezza nel benessere che sarebbe stato portato dalla globalizzazione si sta trasformando in insicurezza personale, sociale, generale, ambientale.”

Chi lo scrive non e’ un discepolo di Nicholas Georgescu-Roegen, oppure Beppe Grillo o un demagogo populista qualsiasi, come il sistema dell’informazione mainstream definisce oggi chi ha il coraggio di avanzare critiche. E’ niente meno che Giulio Tremonti (si’ proprio lui, quello dello scudo fiscale al 5%), nel suo libro "La paura e la speranza".

Del perche’ un uomo che ha avuto in mano la politica economica dell’Italia per otto degli ultimi undici anni e che, quindi, insieme ai suoi esimi colleghi europei e’ corresponsabile del disastro attuale, scriva queste cose - probabilmente con una faccia che ha i tratti somatici simili a quelli di un culo - davvero non so dare spiegazione, ma il fatto incredibile e’ che devo dargli ragione. E allora mi chiedo: che cazzo ha fatto questo tizio negli ultimi undici anni? Ha predicato bene e razzolato male? Oppure quando ha scritto tutto cio’ credeva di scrivere la trama di un libro di fantascienza che casualmente si e’ avverata?

In ogni caso, nel miglior libro di fantascienza che sia mai stato scritto, la Bibbia, si racconta che Noe’ inizio’ a costruire la sua Arca quando il cielo era ancora sereno. A malapena si vedeva qua e la’ qualche nuvoletta. Oggi ci sono dei nuvoloni nerissimi e minacciosi, e nessuno costruira’ l'Arca per noi. Anzi, a parte Tremonti in Asimov-mode, gli esperti ci dicono che andra’ tutto bene, che anche se stanno iniziando a cadere le prime gocce e si sentono i primi rombi di tuono, e’ solo un fenomeno stagionale, passeggero, e il diluvio non arrivera’. L’Europa e’ troppo grande per essere diluviata.

La verita’ e’ che l’Arca, costoro, se la sono gia’ costruita da tempo; per se stessi e per i loro figli, gli unici di cui anche gli esseri piu’ ignobili si preoccupano. Come nel film “2012”, sta da qualche parte, nascosta sulle montagne dell’Himalaya, ma adesso e’ necessario tranquillizzare, minimizzare, oppure pensare a tutt'altro, cosicche’ i futuri “affogandi” non si rendano conto di quanto sia vicina la fine. Non sia mai che anche i pezzenti vogliano salirci sopra, su quell’Arca, perche’ il posto per tutti non c’e’.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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