lunedì 30 gennaio 2012

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...Ma, prima ancora, cominciammo ad essere puttane

Quando la bellezza abbandona il paese, allora significa che e’ arrivato il declino”. Una frase che ricordo bene, perche’ fu l’ultima che mi disse mia nonna quando me ne andai. E fu anche l’ultima volta che la vidi viva.

Abbandonare il proprio paese, talvolta lasciandosi alle spalle persone care che probabilmente non rivedremo mai piu’, credo che non sia accaduto soltanto a me. Oggi, a distanza di molti anni, posso dire pero’ che ancor prima di andarsene per il mondo, come zingare senza casa, in strada, in bordelli, in appartamenti fatiscenti oppure in lussuose camere di hotel, cominciammo ad essere puttane. Si’, ancor prima di entrare nel primo letto, lo eravamo gia’.

Perche’ non e’ nel gesto che sta il "diventarlo", ma e’ nella scelta. E’ nel momento in cui si inizia a pensare che potremmo farlo, che potremmo farci pagare per il nostro corpo; e’ quando avvertiamo che il bisogno di sicurezza economica va oltre la vergogna che il moralismo ci ha instillato; quando capiamo che sono i problemi che abbiamo ad essere prioritari e non l'opinione che avra’ di noi la gente. Ecco e’ in quel preciso momento che si realizza l’atto culminante che ci portera’ ad andarcene lasciandoci tutto alle spalle. Se non fisicamente, perche’ potremmo anche continuare a vivere nella nostra famiglia, di sicuro partiremo dal punto di vista interiore. Poiche’, da quando si inizia questa strada fino a quando si decidera’ di abbandonarla, saremo sempre in viaggio. E saremo sole.

Ma perche’ si comincia? Esattamente per le ragioni di sempre: le stesse delle innumerevoli ragazze che mi scrivono e mi chiedono dei consigli, e indicar loro i primi passi per iniziare [*]. Molte mi spiegano, quasi giustificandosi, che hanno bisogno di soldi. E’ vero; sono certa che e’ cosi’, ma non e’ solo quello. C’e’ anche altro. Perche’ anche se ancora non lo sanno, e’ nel momento stesso in cui mi scrivono, quando nella loro testa prende forma l’idea di poter far sesso per soldi che, ancora prima di arrivare a fare il primo pompino a pagamento, diventano delle prostitute.

Accade cosi’ per tutte: una volta che iniziamo a pensarci e’ difficile far tornare indietro l’idea. Il pensiero si insinua sempre di piu’; crescono le motivazioni, diminuiscono le remore, ed arriva prima o poi il momento in cui, semplicemente, si decidera' di mettere in pratica cio’ che gia’ siamo. Ed il “primo letto” non sara' altro che un mero, simbolico, gesto che stabilira' soltanto l’inizio di un’attivita’. Null’altro. Perche’, dentro, puttane lo saremo gia’ da molto tempo.

Iniziamo ad esserlo da quando scopriamo, talvolta incredule, che potremmo ricavare dal nostro corpo molto piu’ di quanto sarebbe in altro modo. Quando ci rendiamo conto di essere carine e di piacere tanto agli uomini, e si capisce subito qual e’ il modo piu’ facile per risolvere certi problemi, che sono sicuramente economici, ma anche di altro genere. Specialmente in una situazione in cui ottenere un lavoro “normale” che sia pagato quanto basta per sopravvivere, diventa sempre piu’ difficile, quasi impossibile, e il bisogno di denaro, non tanto per fare la bella vita ma solo per avere il minimo indispensabile, diventa sempre piu’ impellente. O anche per non sentirsi le ultime... o le piu' sciocche.

Si potrebbe dire che sono le pessime condizioni economiche di una nazione, o personali, a spingere le donne a prostituirsi? Se questo fa stare meglio quelle che hanno l’idea di iniziare, se questa giustificazione salvifica fa sentire piu’ a posto con se stesse e meno sporche, diciamolo pure, ma credetemi: e’ solo ipocrisia. La crisi economica velocizza il processo, lo rende maggiormente visibile, lo acutizza, ma non lo determina. Prostitute si diventa anche in situazioni di grande opulenza, persino se si hanno alle spalle famiglie benestanti. Magari non lo si fa per pagarsi l’affitto o gli studi, ma per comprarsi il superfluo: la borsa di Prada, e dopo la borsa l’auto sportiva, l’appartamento in centro, e cosi’ via. La lista potrebbe essere infinita. Cambia forse qualcosa?

Capita, e’ capitato e capitera’ a molte di darsi semplicemente per riempire la noia di una sera, oppure per simpatia, per riconoscenza, per il desiderio che nasce da un biologico ciclo ormonale, per le ragioni piu’ diverse alle quali, a volte, tante volte, non si sa dare una vera motivazione; e anche per quella strana malattia che ogni tanto ci prende e che vogliamo chiamare amore. E capita spesso che ci diamo a chi non sa apprezzarci, a chi non ci capisce, a chi ci considera importanti per quelle parti anatomiche che servono solo soddisfare un loro bisogno immediato. Che e’ quasi sempre di un unico tipo. Non prendiamoci in giro: sappiamo che e’ cosi’.

E allora, se siamo “merce” e ce lo fanno capire in ogni modo, se e’ cosi’ che deve essere, che male c'e' a mettere a frutto quel poco che la Natura ci ha donato, invece di rassegnarci all’amarezza che tante volte ci coglie quando ci accorgiamo di esserci “buttate via” per chi non ci meritava? E’ un pensiero che prende a tutte, prima o poi. Non ci si deve vergognare se ogni tanto ci passa per la testa. E viene naturale dire che, piuttosto che farlo con un tizio che, poi, quasi sempre si rivelera' essere un emerito testa di cazzo, pretenzioso, egoista e neppure tanto divertente dal punto di vista erotico, oppure che ci riempira' di promesse mai mantenute, tanto vale darla a chi sapra' valorizzarci in un modo meno "virtuale" e piu’ tangibile. Perche' le parole non costano niente. A taluni anche meno.

Pensarlo e’ normale, e’ dentro di noi, nonostante la morale e la societa’ maschilista ci abbia volute condizionate a ritenerci “prodotti” si’, ma di scarso valore, pressoche’ nullo o tuttalpiu’ scambiabili con futili parole, quasi sempre false, illusorie, che si esauriscono una volta che ci siamo fatte scopare. Oppure condizionate a ritenerci proprieta’ di altri; di un padre, un fratello, un fidanzato, un marito, anche di un ex che, se vuole, quando vuole e come vuole, puo’ sentirsi in diritto di massacrarci qualora rivendicassimo la liberta’ di essere cio’ che desideriamo. Persino delle puttane.

Questa societa’ ha elevato il denaro a divinita’, e i sacerdoti di tale culto sono proprio loro, gli stessi uomini che ogni giorno si prostituiscono in mille modi diversi, ed arrivano persino ad uccidersi a vicenda pur di possederne sempre di piu’. Perche’ e’ il denaro che li fa sentire onnipotenti e in grado di avere tutto. Persino le persone. Persino noi. Se pero’ siamo noi a vendere il corpo in cambio del loro fottutissimo denaro, allora siamo immorali, sporche. Siamo feccia.

Non e’ forse feccia chi mette a disposizione la propria abilita’ dialettica per vendere prodotti scadenti a peso d’oro? Non e' forse feccia chi, avvalendosi di cavilli legali, ruba i risparmi alla gente? Non e’ forse feccia chi col suo ingegno contribuisce a fabbricare armi che uccidono e farmaci che, invece di curare, fanno ammalare? Non e’ forse feccia chi sa di aumentare l’iniquita’, l’ingiustizia, la diseguaglianza, la sofferenza, l’inquinamento e la fame su questo pianeta?

Posso dire che, in confronto a tanti che vi sono al mondo, fare la puttana e’ un mestiere piu’ che dignitoso: la merce non inganna, non nuoce alla salute e se esercitata in completa liberta', senza costrizione, non c’e’ sfruttamento di nessuno. Si deve rendere conto solo a se' stesse e contare esclusivamente sulle proprie capacita’. Nessuno muore, nessuno soffre, nessuno acquista qualcosa di diverso da quello che gli viene presentato, nessuno lavora per qualcun altro, magari sottopagato. Esiste forse qualcosa di piu’ onesto?

Ecco perche’ prima o poi capita di arrivare a prendere in considerazione che non e’ poi cosi’ brutto prostituirsi. Ecco perche’, per molte, la prostituzione, se scelta in completa liberta’ e consapevolezza, diventa l’unico modo per sfuggire non solo ai problemi economici, ma anche all’inaccettabilita’ di un ruolo subordinato in una societa' maschiocentrica, e raggiungere la propria indipendenza. Con dignita’.


[*] Anche se siete in tante a scrivermi, chiedendo consigli, non intendo fornire alcuna indicazione che possa mettere in grado, o aiutare, chiunque ad esercitare la prostituzione. Ad ogni modo, non esistono regole da seguire o consigli che posso dare. Anzi, l'unico consiglio e' proprio quello di non accettare consigli. Soprattutto da chi cerchera' di convincervi a farvi gestire. Siate sempre indipendenti, libere, e non fatevi abbindolare da nessuno, che' di Gatti e di Volpi che vi promettono fantastici "orti dei miracoli" e' pieno il mondo.

venerdì 27 gennaio 2012

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La genialata

Da qualche parte ho letto che il telefonino cellulare, per via delle onde elettromagnetiche, se viene usato troppo distrugge le cellule cerebrali, rendendo di conseguenza stupidi. E' una notizia, questa, che ho sempre citato per cazzeggiare, piu’ che altro scherzando e per irritare certi interlocutori italici un po' strafottenti, soprattutto abbinandola ad un'altra: che l'Italia e' nel mondo il paese con il piu' alto numero di telefonini per abitante.

Per dire la verita', non ho mai preso tutto cio’ molto sul serio. Sono quegli studi e quelle statistiche che lasciano il tempo che trovano. Poi, pero', mi capita di leggere notizie come QUESTA.

E allora resto basita. Scuoto la testa e dico: "No, non puo' essere vero". E penso che se la classe dirigente di un paese, per logica, e' formata da quegli individui che sono i piu' preparati e intelligenti - o almeno cosi' dovrebbe essere -, quelli che non sono gli sfigati che si laureano dopo i 28 anni, ma hanno studiato alla Bocconi e di politica, economia e tecnica di comunicazione, sanno davvero tutto, o che comunque non sono certamente fra i piu' stupidi in assoluto, se chi ha inventato tali norme sulla tracciabilita' e' da considerarsi uno di questi, allora non voglio neppure immaginare quale possa essere il quoziente intellettivo del resto della gente "comune" in Italia.

Spero di non essere fraintesa. Non e’ mia intenzione offendere nessuno, tantomeno la particolare genialita’ tutta italica. Vorrei solo continuare a scherzare, giocando ancora un po' e cercando, se possibile, di buttarla sul burlesco. Tuttavia, se penso alla genialata che hanno tirato fuori dal cilindro questi professori che sono attualmente sulla plancia di comando di una nave che sta per affondare, qualche dubbio in merito al fatto che gli italici eccedano un po’ troppo nell’uso del telefonino, mi viene.

Perche' se e' palesemente stupido chi inventato una tale, madornale, stronzata, spacciandola per metodo finalizzato a combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio del denaro sporco, allora assai piu' stupido e’ chi accetta tutto questo come se fosse oro colato dalla mente di esimi sapienti, senza farsi quantomeno una fragorosa risata indirizzata a chi ha partorito certe norme. Perche' e' facile rendersi conto perfettamente di quanto invece siano incongruenti, inutili, facilmente aggirabili, e abbiano il solo effetto di recare fastidio senza che vi sia un reale motivo di contraccambio economico.

Proviamo per un attimo ad immaginare la situazione: un padre vive con un figlio a cui deve o vuole dare 3.000 euro. Che fa? C'e' davvero chi pensa che vada in banca a fargli un bonifico? Tutte le volte che deve sganciargli la grana, va in banca perde tempo, paga pure le commissioni, e gli fa un bonifico? Qualcuno crede veramente che anche il piu' cretino degli italiani faccia qualcosa del genere? Oppure, come e’ normale che sia, e come farebbero le persone che hanno tutte le cellule cerebrali sane e al loro posto, e' piu' facile che glieli dia brevi manu, dichiarando poi, qualora arrivasse qualcuno a chiedere spiegazioni, di averglieli consegnati in piu' tranche, a distanza di mezz’ora l'una dall'altra?

A me sembra proprio che qui si stia rasentando la follia, e sinceramente non so se la colpa sia dei telefonini oppure di altro. In ogni caso, nel dubbio, dato che non voglio rischiare, ho pensato di riporre nel cassetto il mio cellulare e di tornare al vecchio telefono di casa. Quello col filo.

mercoledì 25 gennaio 2012

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Come cucinare un ottimo gulyás, ovvero: a fare le cose si puo’ sempre imparare

Il gulyás o bográcsgulyás sta all’Ungheria come la pizza sta all’Italia oppure il sushi al Giappone. Nato come sostentamento per i pastori che si muovevano nelle grandi pianure magiare molti secoli fa, e’ sicuramente il piatto piu' popolare della mia terra. Per chi non lo sapesse, si tratta di una zuppa di manzo e verdure, cotta lentamente e a lungo, alla quale vengono aggiunte varie spezie. Fare il gulyás e’ abbastanza semplice, ma per farlo davvero buono sono necessari gli ingredienti essenziali cosi’ come la giusta tecnica, oltre naturalmente al talento culinario, quello che io non ho e di cui ho gia’ parlato nel post precedente [LINK].

Il primo riferimento al gulyás come piatto nazionale risale al 1859, ma nel dizionario ungherese la parola entra solo nel 1888.
Non voglio dilungarmi sulla ricetta. Sarebbe banale e quella la si puo’ trovare ovunque in internet - basta fare una ricerca su Google digitando semplicemente "gulyás" oppure "gulasch" -, compresa la descrizione della sua preparazione e di come il nome sia spesso usato impropriamente per descrivere uno spezzatino di manzo, quello che da noi e’ chiamato pörkölt, che e’ pero’ un piatto completamente diverso.

Il gulyás non e’ quindi uno spezzatino, ma una vera e propria zuppa. Cio’ che ha di particolare al di la’ del gusto e della qualita’ nutritiva, e’ che ha la caratteristica di essere un piatto “socializzante”. Solitamente lo si mangia fra amici o in compagnia, e viene cucinato all’aperto, nel paiolo e sul fuoco di legna, cosi’ come facevano appunto gli antichi pastori. Quando qui si dice che facciamo il bográcsgulyás, infatti, non programmiamo solo un pranzo, ma anche un momento di incontro, di condivisione, di appartenenza che inizia dalla fase della preparazione fino ad arrivare al fondo del paiolo.

A quello che invece si fa in casa, nella pentola, sulla cucina a gas, oppure a quello che viene normalmente servito nei ristoranti, si da’ il nome di gulyásleves, ma sostanzialmente gli ingredienti ed il procedimento sono gli stessi. Sapendo che non tutti possono disporre di uno spazio all’aperto dove accendere un fuoco, ecco dunque alcuni suggerimenti su come fare un grande gulyás in casa.

Per prima cosa, si deve utilizzare la carne giusta. Piu’ sono infatti le parti di carne bovina, comprese le interiora, utilizzate e migliore sara’ il gulyás. I pezzi di carne che hanno molto tessuto connettivo, come tendini e legamenti, sono i piu’ adatti perche’ non si seccano durante la cottura che dura piuttosto a lungo, e questo tessuto connettivo, sciogliendosi, dara’ corpo alla pietanza.

Altra cosa importante e’ non avere fretta nel prepararlo. E’ meglio cucinarlo a una temperatura molto bassa, appena al di sotto dell’ebollizione e molto, molto, lentamente. Fate conto dalle 4 alle 6 ore. Questa lunga cottura permettera’ alla carne si diventare tenera nel tempo giusto e tanto da poter essere tagliata semplicemente col cucchiaio. Inoltre, mentre il gulyás sta bollendo, si avra’ tutto il tempo necessario per aggiungere le spezie e le verdure potendone calibrare via via sia la consistenza, sia il sapore fino fargli raggiungere il gusto desiderato. Ad esempio, per le patate, prima di aggiungerle e’ meglio attendere che il gulyás abbia cotto per un po’, in modo che non scuociano e si disintegrino. Percio’ le aggiungeremo quando resteranno ancora 40 minuti di cottura, cosicche’ cuoceranno il tempo giusto, insaporendosi nel brodo, ma restando integre.

E’ indispensabile attrezzarsi nel modo giusto, utilizzando percio’ gli utensili appropriati. In origine il gulyás era cotto in paioli di ghisa appesi sopra un fuoco all’aperto. Naturalmente, al giorno d'oggi, per ovvi motivi, la maggior parte delle persone non possono cucinare in questo modo. Tuttavia, e’ ancora importante usare la giusta attrezzatura. Accertarsi dunque di avere una pesante pentola con un coperchio. Se fosse in ghisa sarebbe l’ideale, ma va bene anche in acciaio. Cio’ contribuira’ a garantire che il calore verra’ mantenuto e distribuito in modo uniforme nel processo di cottura.

Uno dei segreti per preparare un grande gulyás sta nell’aggiungere le spezie giuste nel modo giusto. La paprika e’ la spezia essenziale ed e’ un ingrediente basilare, ma deve essere fresca, di qualita’, uniformemente e finemente macinata. Piu’ rosso e’ il suo colore, piu’ mite e’ il suo sapore. Quando invece il colore tende piu’ al giallo cio’ si traduce in un sapore piu’ forte. Come si gestisce la paprika e’ un fattore chiave nella preparazione del gulyás. Infatti, si deve fare molta attenzione quando si cucina con la paprika, perche’ a causa del suo alto contenuto di zucchero, se la si fa cuocere troppo a lungo o ad una temperatura troppo elevata, si rischia di friggerla e diventa rapidamente amara. E questo puo’ accadere nel giro di pochi secondi. Percio’, se accade, si rovina tutto il gulyás.

La ricetta base e’ col manzo, ma si possono utilizzare anche altri tipi di carne. Una variante e’ con carne mista di maiale, soprattutto con i piedini di maiale. Oppure con il vitello, col pollame, la selvaggina, la capra o anche col cinghiale. E’ chiaro che, a seconda del tipo di carne, cambiano i tempi di cottura. Altre varianti riguardano i tipi di verdure utilizzate. Ogni diverso modo proviene dalle varie tradizioni locali. Ci saranno quindi l’Alföldi gulyás (della pianura) con carote e rape, il gulyás di Szeged con la pasta all’uovo, quello serbo con il cavolo, e moltissimi altri tipi, un po’ come accade per la pizza in Italia.

In ogni caso, anche se puo’ essere consumato come piatto unico a se stante, cioe’ solo con carne e verdure, personalmente preferisco il gulyás accompagnato con i galuska, gnocchetti di pasta all'uovo chiamati anche nokedli. Altri modi per accompagnarlo sono ovviamente il pane e l’insalata di cetrioli conditi con panna acida (tejföl). E a complemento di tutto non puo’ mancare, com’e’ giusto che sia, una bottiglia di buon vino rosso, preferibilmente ungherese. Magari un Bull's blood di Eger.

lunedì 23 gennaio 2012

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L’arte culinaria che non ho, ovvero: come non cucinare un ottimo gulyás

La cucina non e’ mai stata il mio forte. Non ho mai amato molto spignattare, se non in particolari occasioni in cui il fine non e’ tanto quello di preparare del cibo, cosi’ per mangiare, quanto quello di donare qualcosa, dimostrando affetto con un linguaggio, credo, universale. Perche’ quando si vuol bene a qualcuno, non c’e’ niente di piu’ gratificante e intimo che preparargli appositamente una cenetta.

Pero’, a parte questa incapacita’ nell’arte della cucina della quale sono ben consapevole, sono sempre stata un’ottima forchetta. La Natura mi ha fatto dono di papille gustative assai sensibili, forse anche per compensare la difficolta’ che ho nel percepire i colori, ed e' per questo che ho sempre saputo riconoscere negli altri quel talento culinario che a me manca, sapendo cosi' valutare molto bene se un cio' che mangio e’ mediocre, o solamente buono, oppure eccellente.

Certo, come ho confessato, di tanto in tanto posso preparare qualche piatto quando la situazione lo richiede, e quello che cucino puo’ anche essere percepito come “buono” da chi si trova a far da cavia ai miei esperimenti gastronomici, ma fra la semplice bonta’ e l’eccellenza (perdonatemi) c’e’ un abisso insormontabile, ed io ho sempre avuto un “piccolo” problema nei confronti di tutto cio’ che non riesco a fare nel migliore dei modi. Per questo motivo evito di cimentarmi, da sprovveduta, in quelle attivita’ nelle quali non ho la certezza di poter superare di gran lunga il livello di mediocrita’, ed e’ di malavoglia che mi adeguo a fare cio’ per cui non sono sicura di raggiungere l’eccellenza.

Della mia idiosincrasia nei confronti delle cose mal fatte, arrangiate, o raffazzonate alla meglio, sono al corrente le persone che ben mi conoscono; soprattutto le mie sorelle che non mancano mai di prendersi gioco di me per questo patologico perfezionismo di cui mi faccio carico e che talvolta tento di spacciare per “filosofia di vita”, forse piu’ per cercare una giustificazione per me stessa, che par altro. Ma loro (le mie sorelle) sono spietate. Quando supero il limite della decente autocritica, divento lo zimbello delle loro battute. Battute sulle quali - pensate un po’ come sono strana - rido anch’io.

Alla fine, pero’, a parte tutte le battute, sono io che riesco ad averla vinta. Questa severita’ autocritica nei confronti di ogni cosa che faccio, infatti, come una goccia che scava la roccia alla lunga induce anche chi mi sta vicino ad entrare un po’ in sintonia con la mia ottica, e a comprendere perche’ e’ quasi sempre meglio una cosa non fatta piuttosto che una cosa fatta male. Il risultato in termini pratici e’ che qui ciascuna di noi si dedica esclusivamente solo quello che sa fare meglio, lasciando alle altre cio’ che, invece, se fatto da lei, sarebbe un vero disastro. Ed e’ per questo che, se posso, evito accuratamente di cucinare, preferendo magari dare il mio contributo lavando le stoviglie e rimettendo in ordine la cucina.

In Italia e’ accaduto molte volte che, quando ho confessato la mia vera nazionalita’, mi sia stato detto: “Allora saprai fare il gulyás!” - che poi sarebbe il gulasch. Come se tutte le ungheresi di questo mondo lo sapessero fare. Non e’ buffo? E’ come chiedere ad un’italiana qualsiasi se sa fare la pizza. Forse risponderebbe di si’, poiche’ avendo visto, chissa’ quante volte in vita sua, come viene preparata in pizzeria, ne conoscerebbe il procedimento e gli ingredienti, ma tra sapere la ricetta, e fare una pizza davvero buona, anzi eccellente, c’e’ una notevole differenza.

Pertanto si’, probabilmente saprei preparare il gulyás, ma che sarebbe da leccarsi i baffi non metto la mano sul fuoco. Perche’ anche se conosco esattamente come si fa, nel mio gulash mancherebbe quell’elemento determinante da renderlo veramente speciale. Sarebbe un “semplice” gulyás, magari reso un po’ piu’ gustoso da altri sapori presenti a tavola - assai piu’ piccante se optassi per un abito con una generosa scollatura -, ma non sarebbe di sicuro un grande gulyás, tale da essere ricordato per tutta la vita.

E’ per questo motivo che, piuttosto dimostrarmi mediocre preferisco evitare, e quando mi capita di voler dare “affetto” a qualcuno in modo speciale, preferisco buttarmi su altro, su piatti piu’ semplici, da preparare velocemente, cosi’ da avere piu’ tempo, poi, per il “dopo”. Finanche pane e formaggio. Oppure, ancor meglio, accettare un invito al ristorante. In tal caso, allora, saprei davvero dare il meglio di me stessa. E senza dover alla fine lavare i piatti e mettere in ordine la cucina. Che’ per fare un grande gulyás non occorrono solo gli ingredienti e conoscere il procedimento. Occorre avere talento, possedere l’arte culinaria; quella che non tutti possono avere. E adesso mi attendo le solite battute sul termine “culinaria”.

Prossimamente: “Come cucinare un ottimo gulyás, ovvero: se non si sa fare, si puo’ anche imparare".

Nella foto: un classico esempio di come puo' essere utilizzato al meglio il talento culinario.

giovedì 19 gennaio 2012

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Come un graffito su un muro

Talvolta puo’ sembrare che nel mondo non ci sia abbastanza spazio per contenere tutti i sogni, i desideri, le angosce e le paure con cui conviviamo: quattro mura che ci circondano dove spesso ci pare di soffocare. Tuttavia, a miliardi vaghiamo sperduti, seguendo strade tutte nostre senza sapere mai fino in fondo dove esattamente ci troviamo. Chi cerca scorciatoie, chi non trova vie d’uscita, chi sceglie di fare il missionario ai crocevia della vita e chi si ferma senza sapere il vero perche’.

Stanchi, scettici, disillusi. A volte ci sembra d’esser soli. Eppure le strade sono affollate, ma ciascuno e’ perso nei propri pensieri, disorientato dai propri perche’, banali o vitali che siano, ai quali non sa dare risposte. Il frastuono tenta cosi’ di soffocare le poche idee e sovrasta i silenzi. Quei silenzi dove chi sa ascoltare puo’ sentire persino il sussurro del vento, o il bisbiglio dei fiocchi di neve che cadono.

E se invece evitassimo di aggrapparci alla voce del cuore? In tal caso, forse, potremmo continuare a correre fino a stancarci, ma alla fine dov’e’ che arriveremmo? Se non ci fermassimo mai a guardarci dentro, come capiremmo di aver raggiunto davvero la meta desiderata?

Pensiamo, mormoriamo, parliamo, urliamo… ma cosa resta alla fine dei nostri pensieri e delle nostre parole, dette sommessamente oppure gridate, se non abbiamo il tempo di farle restare indelebili? Davvero tutto cio’ che siamo sara’ un giorno disciolto come lo e’ la neve al sole o spazzato via come la polvere dal vento?

Sapete qual e’ uno dei miei sogni piu’ grandi? E’ rendere le idee immortali. Combattere una guerra al fianco di coloro che possiedono ancora dei valori contro una societa’ che tenta di annullare chi non si omologa alle sue regole crudeli. Ribaltare le sorti di un conflitto che da sempre vede prevalere i forti a scapito dei deboli. I furbi a scapito di chi e' ingenuo. Chi ha potere a scapito di coloro che non hanno voce per farsi ascoltare.

E vincerla questa guerra. Da eroi. Donando al mondo una speranza a cui aggrapparsi. Piccola, sicuramente insignificante se paragonata ai grandi eventi della Storia, ma apponendovi un segno nostro. Come un graffito su un muro, un'incisione scolpita su una roccia, o un messaggio in una bottiglia affidata al mare che vaghera’ forse all’infinito, magari perduta per sempre, ma che nel profondo di noi stessi speriamo un giorno qualcuno riesca a trovare. Ecco, questo e’ il mio sogno.

Allora, perche’ inseguire il tempo? Perche’ correre? Perche’ tutto questo affanno per non perdere l’attimo? Per paura degli sguardi che potremmo incrociare se ci fermassimo? Perche’ e’ piu’ facile cambiare e adattarsi a tutte le strade senza mai sceglierne una? O forse e’ per la leggerezza del non dover portare con noi bagagli o, peggio, per abitudine?

Eppure, tra chi e’ audace o anche tra chi ha paura, c’e’ ancora qualcuno che riesce ad assaporare l’aria di un tramonto d’estate o annusare la foschia di un’alba invernale: chi sceglie strade diverse in cui i silenzi possono essere ascoltati a lungo, dove non si cambia percorso di continuo, non si corre, non ci si affanna, ma con costanza si costruisce, si modifica e si migliora se' stessi.


martedì 17 gennaio 2012

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Web cam a Tokaj

Forse, leggendo il titolo, qualcuno avra' pensato che, dopo tanto tempo, questa misteriosa quanto vanitosa ungherese che da anni si nasconde dietro uno schermo, un mouse e una tastiera, possa aver preso finalmente la decisione di esibirsi in web cam per il piacere (o il dispiacere) degli occhi di chi legge il suo blog.

Purtroppo, anche se credo che mostrarmi in web cam potrebbe essere un esperimento interessante e persino divertente, e non e' detto che prima o poi non accada, non e' niente di tutto cio'. Il titolo inganna, lo so, ma anche se mi rendo conto di deludere molta gente, la dura verita' e' che si riferisce solo al fatto che, da qualche giorno, nella home-page ho messo il link alla web cam che riprende una piazza di Tokaj: Kossuth Lajos-tér (Piazza Kossuth Lajos).

Tokaj e’ una piccola citta’ - fa appena 5.000 abitanti - e si tratta di un classico borgo di campagna che, per chi ci arriva da turista e non in alta stagione, puo' sembrare anonimo e privo d'interesse, ma i suoi veri tesori si nascondono nelle cantine vinicole, che poi non sono altro che gallerie lunghe chilometri scavate sotto terra, nel terreno vulcanico, dove riposa il vino bianco invecchiato piu’ famoso al mondo.

Nonostante l’esiguo numero di abitanti, Tokaj e’ comunque una localita’ che nella regione ha una certa rilevanza perche’, oltre ad essere famosa per il vino, puo’ essere denominata “la citta’ della scuola”. Infatti, ci sono ben tre scuole superiori assai importanti ad indirizzo professionale: una specializzata per protezione dell'ambiente e per l'economia ambientale, una per il commercio e il turismo e una per l’agricoltura.

Il centro di Tokaj deve il suo aspetto attuale alla costruzione delle case dei commercianti avvenuta nel XIX secolo proprio nei dintorni di Kossuth Lajos-tér. Si puo’ dunque dire che questa piazza rappresenti il nucleo cittadino, cioe’ quella che nei piccoli borghi viene definita la “piazza del paese”.

Kossuth Lajos-tér com'era nel 1920

In Kossuth Lajos-tér non ci sono per la verita’ monumenti di rilievo, a parte la chiesa greco-cattolica, la piu’ antica di Tokaj (della quale nella web cam si vede la scalinata), e per altre due cose che sono un po’ il simbolo della cultura che si e’ sviluppata attorno alla produzione vinicola: la fontanella di Bacchus (che nella web cam si vede in primo piano), e per Rákóczi Pince, la cantina piu' fornita di Tokaj, dove, secondo la leggenda, nel 1526 Jànos Szapolyai fu proclamato re e che oggi e’ un luogo di ristorazione assai noto.

Sull’alto piedistallo bianco che - sempre nella web cam - si intravede in lontananza, all’altro lato della piazza, la statua di Stefano I d’Ungheria venerato come santo dalla chiesa cattolica e ortodossa.

La web cam [Questo il link], che non sempre pero' e' in funzione, mostra Kossuth Lajos-tér in tempo reale, anche se l'ora indicata, non so per quale ragione, forse per un errato settaggio iniziale, e' da sempre sbagliata, e si trova nel sotto tetto dell'edificio in cui ha sede Rákóczi Pince.

Il punto esatto della web cam

In inverno non sperate di vedere grandi assembramenti di gente. Adesso e’ tutto chiuso e le scene sono perlopiu’ quelle di una normale quotidianita' in un banalissimo borgo di campagna poco popolato. Anche se so che per qualcuno, guardare le immagini della mia citta’ “in diretta”, sta diventando quasi uno svago C’e’ addirittura chi spera di vedermi passare da li’, magari a salutare, ma e’ un gesto che probabilmente non faro’ mai.

Pero’, chissa’, non si puo’ mai sapere. A volte la vita qui e’ talmente noiosa che, se una sera mi capitasse di concedermi un bicchiere in piu’, uscendo da Rákóczi Pince potrei anche averne la tentazione.

Panoramica circolare di Kossuth Lajos-tér

lunedì 16 gennaio 2012

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Non essere umani

Chi stupra un bambino, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi pratica la violenza fisica o morale sulle donne o su chiunque sia piu’ debole, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi divide le persone basandosi su razza, classe, nazionalita’, colore della pelle o disabilita’, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi odia, discrimina, giudica, distrugge e uccide in nome di una religione, di un’ideologia o di un'appartenenza etnica, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi inquina l'aria, la terra e l'acqua del mare, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi distrugge la natura e fa scempio di cio’ che appartiene all'intera comunita’ a proprio vantaggio, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi esercita il potere e applica la legge secondo i propri interessi, senza giustizia e con prevaricazione, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi opprime le persone che chiedono i loro piu’ elementari diritti politici e sociali, e toglie loro il diritto di parlare, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi incarcera, tortura e sopprime i suoi avversari, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi perseguita e uccide, poi predica la giustizia e l'integrita’, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi sostiene un dittatore, sia in segreto che in pubblico, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi aiuta a diffondere i pregiudizi e lo definisce “giustizia”, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi deride gli omosessuali, o le persone con un orientamento sessuale che non e’ il suo, e li maltratta, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi condanna le prostitute, ma si prostituisce in mille altri modi diversi, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi nega i farmaci a coloro che hanno bisogno di essere curati, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi sottrae allo studio e ai libri coloro che hanno desiderio di imparare, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi puo’ ma non impedisce l'eliminazione dell'analfabetismo, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi consente che esistano bambini senzatetto e affamati per le strade, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi si crede migliore degli altri, solo perche’ ha piu’ soldi, sia che li abbia accumulati legittimamente oppure con la frode, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi si fa eleggere per i propri interessi privati o a esclusivo beneficio di un particolare gruppo, setta o clan, non curandosi delle necessita’ del resto della comunita’, non merita di essere chiamato essere umano.

Chi ricoprendo un ruolo di responsabilita’ abbandona al loro destino le persone che gli si sono affidate, per salvare i propri privilegi o la propria pelle, non merita di essere chiamato essere umano.

C’e’ da chiedersi davvero quanti esseri umani esistano in quello che sembra essere un mare di mostri.

Io sono la mia forza
non quando distruggo gli altri,
ma quando distruggo me stessa e ricomincio da zero.
Non una volta,
non due volte:
Continuamente. Instancabilmente.
Non importa la paura per cio’ che sto per diventare,
Non importa la gloria di quello che sto lasciandomi dietro.

(Joumana Haddad)

sabato 14 gennaio 2012

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La leggenda del Bull's Blood

Dopo alcuni post in cui si e’ parlato d’intimita’ sotto svariate forme, oggi vorrei trattare qualcosa di piu’ leggero e meno arzigogolato, come a riprendere fiato dopo la maratona emotiva degli ultimi giorni. Parliamo dunque di vino; qualcosa che in parte mi riguarda essendo la regione in cui vivo e soprattutto la mia citta’, legata intrinsecamente ad uno dei vini piu’ famosi nel mondo. Stavolta, pero’, non parleremo del Tokaji, del quale piu’ volte abbiamo discusso in questo mio diario, ma di un altro vino ungherese la cui notorieta’ e popolarita’ e’ addirittura superiore.

In Ungheria, come forse anche in Italia, ci sono un sacco di storie che parlano di vino. Una delle piu’ interessanti ed anche piu’ curiose, e’ quella che riguarda il Bull’s Blood di Eger. Il Bull’s Blood (Sangue di Toro), conosciuto anche come "Egri Bikavér", e’ un vino rosso, secco e corposo, che viene prodotto nella regione vinicola di Eger, nel nord dell'Ungheria ed e' noto per aver ottenuto questo nome nel XVI secolo, a seguito dell'invasione ottomana da parte di Solimano il Magnifico.

Durante l'invasione, Solimano e il suo esercito misero sotto assedio il castello di Eger. Nel 1552, 100.000 turchi comandati dal generale Ali' Pascia', assediarono la fortezza al cui interno c'era una guarnigione di soli 2.000 uomini. Gli ungheresi, guidati dal capitano István Dobó, sapevano di essere ampiamente inferiori di numero e la situazione per loro era davvero disperata. Percio’, per rinvigorirsi, i soldati bevevano i vini della cantina, versandosi addosso il vino rosso, sopra le barbe e sulle armature, fino a farle diventare del colore del sangue. E conciati in questo modo, aiutati anche dalle donne, andavano a combattere sulle mura respingendo miracolosamente ogni assalto.

Le donne di Eger - Bertalan Székely

Cosi', dato che gli assalti contro la roccaforte non riuscivano ad avere successo, fra i turchi si sparse la voce che gli ungheresi erano forti proprio perche’ bevevano il sangue dei tori che li rendeva invincibili. Questa diceria si sparse talmente tanto fra gli assedianti che i soldati turchi, per la paura di doversi scontrare contro qualcosa di sovrannaturale, iniziarono a disobbedire agli ordini rifiutandosi di andare all’attacco. Solimano, non potendo contrastare la superstizione dilagante nel suo esercito, decise alla fine di rinunciare a conquistare Eger e si ritiro’. Si dice che fu proprio questa vittoria ungherese a contrastare l'espansione ottomana in Europa settentrionale e occidentale.

La storia dell'assedio di Eger e' raccontata molto bene in un libro di un celebre autore, Géza Gárdonyi, intitolato "Egri csillagok" (le stelle di Eger), testo che, fra l'altro, viene fatto studiare nelle scuole.

Oggi, l’Egri Bikavér e' il piu’ popolare vino ungherese e c’e’ davvero chi ancora lo beve credendo al suo potere magico. Pero’, nonostante la leggenda che sottolinea la tradizione perenne di questo vino e la sua importanza per la regione, e’ piu’ probabile che il suo nome, “Bull’s Blood”, sia stato coniato molto piu’ tardi, nel 1846 dal poeta János Garay che ispirandosi al suo colore descrisse in una sua poesia il rosso del tricolore ungherese.

“Töltsd pohárba, és csodát látsz!
Színe mint a bikavér…”


“Riempire il bicchiere e vedere un miracolo!
Il suo colore e' come il sangue di un toro…”

* Nella foto non sono io.

giovedì 12 gennaio 2012

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Voci di donne invisibili

Dare voce a chi e’ invisibile, non facendo necessariamente del web un luogo ove drenare compassione, ne' per creare psicodrammi ad uso e consumo di una platea di “guardoni” che si nutrono delle sventure altrui, ne' per esigere una pietistica considerazione per le proprie sventure, tante volte, troppe volte, inventate o sovrastimate per elemosinare una manciata di emozioni a basso costo, ecco come potrebbe essere un blog qualora si scegliesse di dedicarlo non a se' stessi, in modo totalmente autoreferenziale come sfogo per facili piagnistei, ma agli altri. Cosicche’ ciascuno, poi, ne possa trarre un momento di svago, di stimolo intellettuale, oppure di arricchimento interiore.

Quando decisi di far nascere questo diario non sapevo che cosa ci avrei fatto. Li’ per li’ la ritenevo una forma narcisistica e vanitosa per esprimere “l’altra me stessa”, quella che non si vedeva perche’ ricoperta da sovrastrutture e impedimenti, quasi a volermi liberare della pesantezza che la vita ogni giorno regala, a tutti, indistintamente, anche a chi fa finta di avere la forza per sostenerne il peso. Un peso che ci costringe in schemi, gabbie mentali ed esistenziali dalle quali non e’ semplice evadere se non indossando la maschera dell’anonimato.

Poi ho capito che potevo dar voce alle istanze di una citta’ invisibile. Quella nella quale vivo. Cosi’ ho allargato il raggio d’azione, ed ho raccontato anche storie non vissute da me. Storie nascoste nelle pieghe della femminilita’, ma prima ancora dell’umanita’, delle tante sorelle che me le hanno confidate. Storie di per se’ forse non avvincenti, ma cariche di quell’energia che dovrebbe spingerci a fare un passo avanti nella direzione dell’empatia, che e’ poi quello strano sentimento che ci porta a com-prendere, a metterci nei panni degli altri, e a gioire e a soffrire insieme a loro.

E’ cosi’ che si e’ dipanato questo mio percorso, nel tempo e nello spazio, seguendo le linee tortuose in cui vita reale e quella virtuale, mia e di altre persone, si sono intrecciate fino a formare una matassa difficile da dipanare, ma anche densa di punti di contatto e di momenti di grande condivisione.

Oggi mi accorgo che il blog ha assunto una funzione diversa, quasi terapeutica, non solo per me come era il suo scopo originario, ma e’ diventato importante anche per molte persone che lo leggono. E cio’ - gia’ ve l’ho detto - non puo’ che rendermi felice. Cosi’, da qualche tempo, insieme alle tante proposte d’incontro che ogni giorno ricevo e che mai accettero’, mi giungono anche voci che non avrei mai pensato di poter udire. Voci di persone invisibili che mai avrei pensato di poter conoscere, e sofferenze che raramente in un blog verrebbero confidate se non per accattonare un po’ di pieta’ e commiserazione. Voci e sofferenze di chi vuol restare invisibile e che, proprio per questo, lascia intravedere la qualita' che piu' ammiro: l'umilta'.

La confessione che segue, non era stata scritta per essere pubblicata nel blog. Sono stata io a chiedere di poterlo fare, ottenendone il permesso purche’ omettessi, per ovvie ragioni, ogni riferimento riconducibile alla persona reale, e mai nessuno, neppure chi mi e’ piu’ intimo, riuscira’ mai a farmi infrangere la promessa che ho fatto. Ma era mio desiderio che questa piccola storia potesse essere letta anche da voi, perche’ in questa piccola storia, una fra le tante piccole storie invisibili della vita, e’ concentrato quello che in tutti questi anni, nonostante i miei sforzi per comunicarlo, non sono mai riuscita a trasmettere: la grande forza e la grande dignita’ che stanno dietro al dolore, quello vero, che piu’ della facile e non richiesta commiserazione, merita tutto il nostro rispetto.

La vita e' stronza

La vita e' stronza, oppure siamo noi le stronze? Tu con i tuoi amori, le tue esperienze, le tue aperture mentali e fisiche, io con la mia grettezza, la mia incapacita' di essere donna, la mia impossibilita' di donarmi una sera di sesso e di passione.

Da piccola sono stata subito presa e rinchiusa in un istituto religioso, una specie di lager dove le suore si sostituivano a mia madre, a mia sorella, alle mie compagne di scuola, perche' purtroppo le mie esili gambe improvvisamente decisero autonomamente di non reggermi piu'.

Una corsa in bicicletta, l'ultimo atto nel pedalare con forza, con il piacere di sentire il sellino sulla figa allora ancor acerba, poi improvvisamente il vuoto, la memoria che scompare e il risveglio tra candide lenzuola di ospedale, odorose di lavanda e di pulito, di disinfettante e di crocifisso. Ricordo che intuivo il mio male, ma non sapevo definirlo. Sentivo la mia impossibilita' a muovere i piedi, ma non realizzavo che ero paralizzata.

Di giorno le litanie degli infermieri e delle suore, di notte solo il fruscio delle gonne delle suore che ci accudivano e che ci portavano il rosario per espiare la colpa di essere malati e di chiedere al bambinello di guarirci, di fare il miracolo...

Seduta a vita sulla carrozzella. Ma non c’era una colpa da espiare. Solo un ineluttabile destino in cui una dea cinica e bendata, sorellastra perfida della Giustizia, pesca a caso i suoi nomi da destinare alla sofferenza. Ed il mio era fra quei nomi.

La mia vita oggi si svolge praticamente in una stanza, tra le apparecchiature che i miei congiunti hanno voluto comunque comprare per un tentativo di recupero, mai avvenuto, e quelle di monitoraggio impostemi dal medico. Riesco ad essere, ormai, autonoma per quanto riguarda i miei bisogni fisici, mentre per quelli affettivi e morali devo prenderne il surrogato tramite internet, spesso fingendo di essere una strafiga che se la tira e che manda due di picche a quanti mi invitano ad uscire la sera... pensa se mai dovessi accettare un invito e presentarmi in carrozzella...

Credi che non mi attragga la parte che non ho potuto, ovviamente, mai realizzare? Le esperienze sessuali. Il fremito nel sentirmi desiderata, e poi presa, e poi amata, e poi desiderata ancora...

No. Non sono vergine. Qualcuno una notte decise di addormentarmi completamente. Un uomo, a me sconosciuto, ha giaciuto con me in un letto e mi ha usata come fossi una bambola gonfiabile, deflorandomi. Non posso, quindi, neppure ricordare il momento della perdita della mia verginita'. Non sapro' mai se il mio imene nell'aprirsi e' stato deflorato da un possente cazzo nervoso oppure da un dito esile e spaventato, intimorito...

E sono stata male quando l’ho saputo, perche' in quel preciso istante in cui venivo sverginata ero incosciente, perche' magari avrei potuto anche acconsentire, sia pure per curiosita', perche' sentirmi usata come un oggetto senza valore mi ha profondamente indignata ed offesa.

Ricordo lo sguardo atterrito della suora, al mattino, quando mi cambio' velocemente le lenzuola irrorate di sangue e la biancheria intima forse strappata. Ma mai nessuno mi ha raccontato o spiegato quali siano gli atti che si compiono in un rapporto amoroso, le dinamiche e le chimiche che si sviluppano in due corpi tesi al raggiungimento dell'orgasmo.

Ecco il motivo per cui a volte invidio la tua capacita' di essere donna, dominatrice oppure domata, sessualmente attiva e capace di pretendere l'appagamento della tua passione. A me resta solo la possibilita' di immaginare tante cose. Continuando ad abbeverarmi dalla bocca, dai pensieri e dalle tue provocanti immagini che scaturiscono dai racconti, sia che certe storie tu le abbia vissute, sia che tu abbia potuto sol anche immaginarle.

Attraverso di te, donna libera, disincantata, capace di riconoscere a fiuto, a pelle, gli esseri umani e le loro storie interiori, si e' potuto risvegliare il mio cuore.

lunedì 9 gennaio 2012

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Cinque sensi meno uno

Cinque sensi meno uno” mi hai detto che si chiama questo gioco. Mi hai detto anche che devi bendarmi, cosi' che i quattro sensi restanti siano esaltati. E io te lo permetto. Anzi, te lo concedo. Per la voglia di provare, forse, o per l'eccitazione nell'ignoto, curiosa di sapere cosa farai…

Nessuna luce filtra attraverso la seta che ho sugli occhi, ed e’ vero: ogni senso e’ adesso amplificato, accresciuto.

Udito… riesco a sentire anche i tuoi passi piu’ leggeri, e lo scricchiolio del letto che si abbassa quando ti siedi accanto a me.

Gusto… labbra morbide che mi baciano dolcemente, e io rispondo al bacio. Le nostre bocche si incontrano. Ti succhio la lingua.

So che vuoi essere tu a condurre il gioco. Mi togli tutti i vestiti, e la brezza del ventilatore, che hai acceso, mi fa venire i brividi. Ti alzi e raccogli qualcosa dal pavimento. Attendo con pazienza.

Freddo… una goccia di liquido ghiacciato cola nel mio ombelico e mi fa sussultare. Un’altra goccia, un altro sussulto. Una dopo l'altra, gocce gelate colano su di me e mi eccitano.

Con le dita afferro il copriletto, e lo stringo. Sensazioni che gia’ conoscevo, ma che non ricordavo piu’ di avere, mi riempiono la testa. Anche se non posso vederti, posso immaginarti li’, in ginocchio sopra di me, e posso immaginare il tuo ghigno sul viso beffardo quando il liquido freddo gocciola su di me e sulla mia pelle d’oca. Vorrei togliere la benda. Ma non lo faccio.

Caldo… la tua lingua che lecca via il freddo. Lecca ovunque, e mi pulisce.

Odorato… forte mi giunge l’aroma della tua saliva.

Tatto… le mie mani si muovono verso tua testa, infilo delicatamente le dita nei tuoi capelli, e ti tiro a me.

Ma non e’ cio’ che vuoi. Non ancora. Ti ritrai e ti allunghi per prendere qualcos’altro sul pavimento. Una pressione sulle labbra mi fa aprire la bocca mentre mi infili qualcosa di dolce. "Mordi", mi ordini, e i miei denti incontrano la polpa morbida di una fragola. E’ matura, troppo matura, e il suo succo mi rivola giu’ per il mento. Ma tu sei li’ a raccoglierlo, a leccarlo. Poi me ne infili un’altra. Di nuovo la mordo, godendo ancora del dolce frutto.

Poi mi sussurri: "Adesso apri bene la bocca". E io lo faccio. L’attesa mi eccita. Mi versi qualcosa. Assaggio e gemo. Il sapore dolce e denso del miele riempie i miei sensi. Piu’ me lo versi sulle labbra e piu’ apro la bocca. Lo sento colare giu’ per il mento. Mi baci con passione, e ci ritroviamo con entrambi i nostri volti impiastricciati. La dolcezza si mescola al calore dei nostri corpi ed io mi contorco sotto il tuo tocco.

Le tue labbra si staccano. Sento il miele che mi gocciola sulla pelle, e cola sui seni, sui capezzoli ormai duri come nocciole. Le tue dita mi spalmano il liquido appiccicoso sul petto, dappertutto, come fosse un unguento, e mi fanno venire la smania tra le cosce. Tu sai quanto sono sensibile. La tua bocca, poi, segue le dita, e mi lecchi le mammelle, e mi succhi i capezzoli tutti impiastricciati di miele. Con la schiena mi inarco verso di te, per offrirmi ancora di piu’, per essere davvero il tuo pasto.

Ti ritrai di nuovo e ti sposti piu’ in basso sul letto, verso i miei piedi. Sento il miele che mi gocciola sullo stomaco e tu che lo lecchi intorno al mio ombelico. Le gocce mi cadono poi sul ventre e sulle cosce. Con le mani afferro il lenzuolo e lo stringo forte quando sento il miele gocciolarmi anche sulla clitoride. Vorrei urlare, ma non riesco. Mi esce solo un fievole “si’”.

“Cinque sensi meno uno” si chiama questo gioco, e io gia’ so cosa farai…

domenica 8 gennaio 2012

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Solo per dire: grazie

Quando ti ho scoperta (intendo la tua persona e il tuo blog), ho avuto la stessa sensazione che da bambina avevo con le fiabe. Amo le cose che scrivi. Spesso mi rivedo in te, nei tuoi sogni, nelle tue gioie, nelle tue tristezze, nell'incessante ricerca d’indipendenza che permea da ogni tua parola, e nei principi che tenti ad ogni costo di diffondere. Voglio solo dirti grazie per quello che sei e per essere la mia (reale) favola”. (Email firmata)

Quando una persona mi dice che ama cio’ che scrivo, o che si ritrova nei principi che esprimo, mi sento francamente in imbarazzo. Raramente so cosa dire e mi blocco perche’, dentro, mi sento come se la stessi imbrogliando. Come posso meritare le sue parole? Posso veramente aver toccato questa persona cosi’ profondamente? Da qualche parte deve esserci un errore, una sorta di malinteso...

Non vorrei essere fraintesa: non lo sto dicendo per modestia. Sono convinta che la modestia sia quasi sempre ipocrita. Una forma di falsa vanita’. Un modo sicuro per pescare qualche complimento: "Ehi! Guarda come e’ modesta!" In realta’, anche se lo fossi, mi vergognerei ad apparire modesta.

No. Lo sto semplicemente dicendo come una bambina che non crede piu’ in Babbo Natale, e poi si sveglia nel cuore della notte e lo vede scendere giu’ per il camino… e ne resta meravigliata.

All’email che mi e’ giunta potevo benissimo non rispondere, o almeno potevo non farlo pubblicamente. Dopotutto chi me l’ha scritta (che non cito) non mi ha chiesto niente; ha espresso semplicemente il suo sentire e ha desiderato che io ne fossi a conoscenza. Pero’ ha scritto qualcosa che mi ha colpita nel profondo e a cui, si vede, non riesco ad essere insensibile: “Grazie per essere la mia favola”.

Cara amica - e dicendolo a te vorrei dirlo a tutti quelli che mi leggono e come te apprezzano cio’ che scrivo - non sono io ad essere una favola per te, sono le tue reazioni e le tue belle parole ad essere la mia fiaba personale. Qualcosa che mi sembra impossibile, ma che nonostante tutto e’ reale. Reale come lo e’ una luce in un tunnel buio. E solo il cielo sa di quanto io abbia bisogno di quella luce.

Perche’ e’ quella luce che da’ un senso alle mie parole per cui vale la pena di scrivere, da’ un senso ai miei sogni per cui vale la pena di sognare, da’ un senso ai miei sorrisi e alle mie lacrime per cui vale la pena di ridere e piangere, e che in parte rende la vita che ho degna di essere vissuta.

Tutto questo per dire semplicemente una sola parola: GRAZIE.

mercoledì 4 gennaio 2012

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Il corpo di Tündér

Tündér ha occhi di cristallo, chiari e trasparenti. Chi e’ capace ad infilarle lo guardo quando lei non se ne accorge, puo’ anche arrivare a scivolarle dentro. Tündér ha mani che vivono di vita propria e il corpo e la testa che non sono mai andati del tutto d’accordo, che’ se si avvicinassero anche solo per un istante potrebbero provocare una scintilla da dare energia a Budapest per un'intera notte. “Sono completamente matta, lo so”, ti dice, e te lo dice ridendo quando racconta come alle volte si lasci percorrere da chi appena conosce, solo per cercare di ingannarsi e per convincersi che il tempo le si e’ fermato.

Si adagia sulla poltrona buttandosi all’indietro, stiracchiandosi, e la felpa che un po’ la rende goffa, si alza e le si scopre il ventre. E’ in questi momenti, mentre sa di essere osservata che con il corpo lascia filtrare la sua carica di sensualita’. Poi, se percepisce che qualcosa le sta sfuggendo, si butta in avanti e riprende a parlare. “Nella vita mi fanno star male due sole cose: la sconfitta e lasciare un lavoro a meta’”, e ti parla di quel racconto che non e’ mai riuscita a terminare, tuttora incompleto, con i personaggi appena abbozzati e un’assurda trama che non conduce da nessuna parte.

Le s'illuminano gli occhi, mentre con la lingua pregusta un sapore che ha sulle labbra e che solo lei riesce a sentire: un gesto di fisicita’ inconsapevole, inaspettato e gratuito che ti regala. Il corpo di Tündér vive di una vita a se’. Non e’ lei che lo comanda e da sempre se ne chiede il perche'. Ovvero e’ da lui che si lascia dare le risposte alle domande che le riempiono la mente, ma quasi mai sono quelle che si attende. “Voglio scrivere ancora una volta della fatina”, e te lo dice senza crederci, quasi con ironia. Ma il movimento flessuoso delle mani e il luccicare degli occhi tradiscono le sue parole.

Poi si riadagia sulla poltrona regalandoti ancora un’istantanea di sensualita’. Il corpo di Tündér non ha convenzioni, ne’ pudori, e lei lo sa’. Le sensazioni le sfuggono sempre piu’ spesso dal letto del torrente che negli anni ha pazientemente arginato, e diventano un fiume in piena che straripa allagando tutto intorno.

Ha solo voglia di dita che le scorrono leggere lungo la schiena, e anche sull’addome, seguendo il baluginio dei muscoli che, involontari, riflettono le sue sensazioni e le rendono solide. Dita che s’infilino nel solco tra i seni, come gocce di condensa che scendono dal vetro della finestra quando fuori piove. Piccole gocce, all’inizio immobili, che poco a poco si gonfiano e all’improvviso incominciano a rotolare, scendendo giu’, formando un rigagnolo veloce. Veloce fino all’ombelico, riempiendolo, per poi tracimarle tra le cosce che le bruciano.

E’ un bruciore denso, concreto ma arido d’amore. Un bruciore primordiale fatto soltanto di chimica e di meccanica. Un bruciore da placare senza domandarsi nulla, unicamente per dare sollievo al suo corpo che ogni tanto si solleva sulla poltrona, e scopre fugacemente l’ombelico mostrando sotto la scorza del vestito la Tündér piu’ vera.

"Scrivere racconti erotici e' come andare a letto con una persona per la prima volta. Ancora non sai con esattezza cosa vuole e cerchi di dargli tutto cio' che potrebbe desiderare. Tutto…" E pronuncia quelle parole come una gatta che si stiracchia al sole. "Tocchi tutti i nervi, e alla fine troverai quello giusto. Ho toccato gia' qualche nervo?"

Poi, alzandosi, come risvegliandosi all’improvviso da uno stato di trance, ti sorprende con frettolose parole.

“Adesso pero’ e’ meglio che vada. Sono in ritardo, ma prima vorrei che leggessi questi appunti e mi dicessi se possono essere un punto di partenza per scriverci qualcosa d'interessante”.

A testem a tükörben
a legszebb versem
De siess, mert elmosódik
ez az utolsó “szeretlek”*


* Il mio corpo nello specchio
la mia poesia piu’ bella
Ma sbrigati, che’ si cancella
questo e’ l’ultimo “ti amo”

lunedì 2 gennaio 2012

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Vorrei tanto essere italiana

Quanto mi piacerebbe avere la bellezza, la classe, la salute, l’abilita’ e la carica sessuale di un’italiana. A volte, quando ci penso, mi prende male. Forse e’ questo il vero motivo per cui ogni tanto, stupidamente, scrivo certi post sarcastici che fanno emergere tutto il livore che provo e l’astio che non riesco a contenere…

A forza di lanciare continue frecciatine indirizzate alle italiane, lo so, alla fine divento odiosa e rischio di perdere le poche amicizie che ancora mi restano. Ma la verita’ e’ che in realta’ anch’io vorrei essere italiana. E’ tutta invidia la mia. Nonostante cerchi in ogni modo di nasconderlo, e' difficile celare la mia arroganza, la mia strafottenza, quell’aria di superiorita’ che mi contraddistingue e che, lo ammetto, mi farebbe prendere a schiaffi da sola. Si capisce bene che dentro di me alloggia la famosa volpe che vorrebbe tanto agguantare l’uva e non ci riesce, percio’ cerca di denigrarla. Tuttavia, qualsiasi cosa dica, qualsiasi cosa scriva e per quanti sforzi possa fare per apparire superiore, so che non riusciro’ mai ad essere fra:
Le italiane rappresentano il meglio, sotto ogni punto di vista. Attraenti, sane, attive sessualmente, abili negli affari e persino brave nell’utilizzo della nuova tecnologia. Come si fa a non invidiarle? Pero' c’e’ una cosa che per me e' incomprensibile: il motivo per cui, nonostante tutto, siano anche le piu’ insoddisfatte.

Boh! Non si capisce. Eppure, se avessi io la fortuna di possedere tutte quelle qualita' elencate, non sarei ne' insoddisfatta ne' infelice, credetemi. Anzi, esulterei di gioia anche se dovessi essere tra le maggiori utilizzatrici di filler. A pensarci bene, avendo le labbra gia’ abbastanza carnose per conto mio, non saprei proprio che farmene del filler. Tuttavia, pur di essere italiana, sarei disposta a qualsiasi cosa; anche a trasformare la mia bocca in un canotto.

E’ proprio vero che l’erba del vicino (in questo caso della vicina) e’ sempre la piu’ verde, e chi ha il pane non ha i denti, ma quello che proprio non riesco a digerire in tutta questa faccenda, e’ che gli uomini italiani, quasi tutti quelli che conosco, continuino a prendermi in giro raccontandomi balle, facendomi credere che non riescono a trovare quel che desiderano in Italia, oppure confidandomi quanto siano insoddisfatti delle loro compagne, malgrado vivano nel paese dove nascono le donne “piu’” in assoluto.

* L'immagine utilizzata e' un collage di foto di ragazze ungheresi che ho trovato nel web che mi pareva carina, ma che con questo post non c'entra assolutamente niente. Non ho avuto il tempo di trovarne una con italiane, che sarebbe stata piu' azzeccata e che, sicuramente, a cercarla esiste. Comunque, spero che per questa volta vi accontentiate lo stesso.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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