lunedì 3 settembre 2012

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La notte di Chiara

Prostituirsi per strada, non e’ certo la cosa migliore che una donna possa scegliere di fare, soprattutto in inverno, quando il gelo entra nelle ossa e li' resta, a lungo, forse anche per sempre. E' una vita che alla fine, se non si pone attenzione, puo' far ammalare il corpo, la psiche e l'anima, al punto tale che non basteranno tutti i soldi guadagnati per potersi curare.

Tuttavia, quando non ci sono soluzioni, quando un lavoro non si trova neppure se lo si va a chiedere in ginocchio e ogni giorno si devono fare i conti con la sopravvivenza, la propria e quella di chi potrebbe dipendere da noi, capita che si debba arrivare a dei compromessi, mettendo da parte la presunzione, l’orgoglio, e quell’ipocrita convinzione di “purezza d’animo” che, tante volte, quando i problemi non ci sono e tutto fila per il verso giusto, ci fa sentire superiori a chi, invece, per qualche soldo rinuncia alla propria dignita’ e talvolta anche alla propria salute fisica o mentale. Cosi’, quando e’ necessario, ci si trova a fare quello che non credevamo d'essere capaci di fare, accettando anche le umiliazioni e ringraziando il cielo che almeno la Natura non sia stata avida nell’elargirci cio' che, all’occorrenza, possiamo sempre mettere in vendita quando sembra che per noi non esistano alternative.

***

Nonostante il freddo pungente, non facile da sopportare, a quell’ora della notte il parco era bello da far paura. Una coltre di neve ricopriva le aiuole e i giardini, e fasciava di bianco i rami degli alberi privi di foglie. Era da pochi minuti passata la mezzanotte. Da circa due ore Chiara se ne stava sotto il suo lampione, poco distante dalle acque del laghetto, in attesa di un cliente. Di tanto in tanto sollevava e batteva  la suola delle scarpe sul terreno ghiacciato, per attenuare il freddo.

Era stata una di quelle serate loffie in cui non aveva battuto un chiodo. Nessuno, ancora, e non sapeva per quanto tempo avrebbe resistito prima di tornarsene a casa. La fontana, al centro del laghetto, restava silenziosa. L'acqua non zampillava balzando da un invaso all'altro dando forma a quelle infinite piccole cascate che sempre l’attraevano fin da quando era bambina, come succedeva quando non era gelata. Ghiaccioli pendevano dalle vasche come stalattiti, e davano a tutto un'insolita forma in un'atmosfera quasi irreale.

In quella notte, in giro per il parco, c'era davvero poca gente e pochissime colleghe a farle concorrenza. La maggior parte dei lampioni erano deserti, privi delle solite lucciole al lavoro. “Meglio cosi’”, penso’ Chiara, sfregandosi le dita intorpidite dal freddo e alzando il bavero in finta pelliccia del soprabito per avvicinarlo di piu’ alle orecchie gelate. Poi riprese a passeggiare avanti e indietro, consolata dalla luce del lampione che, da qualche tempo, considerava di sua proprieta’.

Aveva da poco compiuto ventitre’ anni e da uno si concedeva, prostituendosi, a chiunque la pagasse. Lo spazio che occupava con le sue colleghe era compreso in una sottile striscia di terra che abbracciava il laghetto e una bassa collinetta poco distante dove, sulla sommita', c’era quello che veniva chiamato “il porticato”; un’area al coperto delimitata da colonne in stile neoclassico che di giorno si affollava di artisti, suonatori, ritrattisti e venditori di qualsiasi cosa inutile, ma che un tempo pareva fosse il posto in cui s’incontravano i poeti e gli intellettuali.

La storia di quel luogo le era del tutto sconosciuta, e in fondo non le importava un granche’. Nessuna, ne’ lei ne’ le sue colleghe, avrebbe saputo dire quando era stato realizzato, ne’ chi fosse stato a costruirlo, ma sapeva che il posto che occupava era il suo posto, e lo era da quando aveva deciso di concedersi per qualche migliaio di rubli a marchetta. Ed ogni sera, col buio, il parco diventava il dominio incontrastato di quel popolo di cui anche lei sentiva di far parte: prostitute e transessuali, prede ambite di chi di notte andava a caccia in quella riserva, impaziente d'impossessarsi della merce che li’ veniva messa in vendita.

Le autorita’, peraltro, fingevano di non accorgersi di niente. Forse perche’ gli amministratori della citta’ erano troppo occupati a rubare a man bassa con le speculazioni edilizie, piuttosto che interessarsi a quel lembo sperduto di territorio - sopra le rovine delle vecchie fabbriche dismesse oppure di quelle che venivano demolite, gia’ s'intravedevano gli scheletri dei nuovi condomini e dei centri commerciali tipici di una citta’ alla ricerca di una diversa identita’, e anche di nuovi padroni - ma, soprattutto, perche’ non c’era tutore dell'ordine o burocrate cittadino che da quel mercato di anime e carne non ricevesse il proprio tornaconto.

La mercificazione del sesso nel parco sembrava non seguire regole, ma non era cosi’. Chi esercitava doveva pagare un balzello alla mafia, oltre ad assecondare ogni tanto qualche poliziotto voglioso, ma ne valeva la pena, soprattutto per la semplicita’ con cui potevano essere guadagnati i soldi.

“Che cosa avrebbe dovuto fare?” si chiedeva spesso Chiara, “esercitare il mestiere di sua madre?” Un’infermiera che aveva trascorso la vita prendendosi cura di persone ammalate, ripulendole dagli escrementi per uno stipendio da fame. Anche lei si prendeva cura delle persone, ma per una somma di denaro di molto superiore a quella che avrebbe guadagnato una qualsiasi infermiera. Col denaro poteva togliersi almeno qualche capriccio: concedersi una vacanza, indossare vestiti decenti, avere una casa che fosse degna di essere chiamata tale, permettersi ogni tanto un buon ristorante. Sapeva bene che c’era di meglio nella vita che farsi scopare da degli sconosciuti, talvolta rudi e puzzolenti, ma sapeva anche che la miseria in cui era scivolato il suo paese le rendevano impossibile pretendere di piu’. Pertanto si accontentava di cio’ che, giorno per giorno, le passava il convento. E il convento, al momento, le passava solo quello.

Il cielo era stellato e la luna, cristallizzata nel suo primo quarto, nitida e senza nubi che la coprissero. Da una siepe che circondava il laghetto, sbuco’ all’improvviso un uomo. Un tipo basso e tarchiato. Camminava a passo lento e sembrava andare proprio dove Chiara stava passeggiando. Soltanto quando le fu vicino, lei ne intui’ i lineamenti: poteva avere una quarantina d’anni, forse anche meno. Ogni volta che un cliente l’avvicinava, Chiara cercava d’immaginare il tipo di prestazione che le sarebbe stata richiesta. Esamino’ con attenzione i lineamenti del volto, il tipo d'abbigliamento, osservando se stesse mantenendo un atteggiamento schivo, timido, oppure arrogante.

Il tipo non sembrava diverso dai soliti che era abituata ad accontentare. Chiara penso’ che non era detto che avrebbe avuto intenzione di approcciarla. Avrebbe potuto anche proseguire per la sua strada senza chiederle niente, come spesso accadeva con i tanti che le giravano d'intorno e non avevano il coraggio di avvicinarla. Pero’, l’uomo le ando’ incontro, deciso, senza smettere di guardarla un solo istante. Il calpestio del sottile strato ghiacciato che ricopriva la neve, rendeva rumoroso l'avvicinarsi dei suoi passi, e quando entro’ nel cono di luce del lampione, Chiara riusci’ a vederlo interamente.

- Fa freddo stanotte…
- Eh, si’ – rispose Chiara.
- Non c’e’ molta gente in giro…
- Pare proprio che sia cosi’.
- E tu che cosa fai? – chiese l’uomo.
- Sono qui e aspetto…
- Sei una che fa tutto?
- Che cosa intendi?
- Lo prendi anche nel culo?
- Dipende… ogni cosa ha il suo prezzo.
- Questo e’ ovvio, pero’ non hai risposto.
- E' una cosa che si puo' fare, ma non qui all’aperto. Se vuoi, possiamo andare in hotel - lo sollecito’ Chiara.
- No, niente hotel. Ho voglia di qualcosa di veloce. Che ne dici di succhiarmelo? Quanto vuoi?
- Duemila.
- Me lo faresti anche senza preservativo? Non mi va di farmelo succhiare imbustato nella plastica. Ho voglia di sentire le tue labbra mentre me lo succhi.
- Mi spiace, ma senza preservativo non faccio niente.
- Che cosa temi, di essere contagiata? Ti sembro sieropositivo?
- Senti, non voglio offenderti, potresti essere chiunque, ma non ti conosco. Quindi, o lo facciamo come dico io, col preservativo, oppure niente.
- Te ne do quattromila se accetti!
- Ti ho gia’ detto che senza preservativo non faccio niente, lo vuoi capire? Quindi chiudiamola qui e non farmi perdere altro tempo.

L'uomo continuo’ a insistere. Contrattare sembrava eccitarlo e prosegui’ nella trattativa, fino a che se ne usci’ con un’offerta che, in una notte come quella, qualunque prostituta ci avrebbe pensato dieci volte prima di rifiutare.

- Dai, facciamola finita con questa storia. Te ne do ottomila. E' l'ultima offerta che ti faccio e se non ti sta bene, arrivederci e amici come prima.

Chiara indugio’. Era indecisa se accettare o rifiutare, ma quei soldi l’attiravano troppo per dire di no. Soprattutto in una sera andata a vuoto come quella. Decise pero’ di rilanciare.

- Diecimila e per stavolta faro’ uno strappo alla regola, pero’ senza spogliarmi che’ fa troppo freddo.

E l’uomo accetto’.

Il porticato era il luogo dove Chiara eseguiva i lavoretti veloci, ideale soprattutto quando il parco, come quella notte, era quasi deserto. Distava neanche un centinaio di metri dal suo lampione. L'uomo le ando’ appresso come un cane in calore.

Non era frequente che i clienti scegliessero quel tipo di servizio veloce, senza che lei si spogliasse. Era abbastanza frequente, invece, che accettassero di portarla in hotel per scoparla, anche nel culo visto che era la parte del suo corpo che piu’ di tutto metteva in mostra, ma farlo senza andare in albergo, con quel freddo, sarebbe stato improponibile. Quella sera, pero’, avrebbe succhiato un cazzo senza neppure togliersi le mutande; un lavoretto di non piu’ di quindici minuti e per la cifra che normalmente riceveva per cinque marchette. La cosa, anche se avrebbe preferito usare il preservativo, non la disturbava. Non era la prima volta che accettava di fare un pompino senza protezione, ma di solito era sempre con clienti abituali, con i quali era gia' stata altre volte.

Il manto di neve era spesso una decina di centimetri. Mentre camminavano, se ne percepiva lo scricchiolio umido quando veniva schiacciato sotto la suola delle scarpe. Il porticato, invece, era pulito ed asciutto; il luogo adatto per poter fare in pace certe cose mettendosi in ginocchio. Le colonne offrivano sufficiente riparo dagli occhi indiscreti e i lampioni, poco distanti, riverberando la luce nelle acque del laghetto sulla neve, illuminavano il tutto di un chiarore surreale, ma dopotutto piacevole.

L’uomo si mise con la schiena appoggiata contro una delle colonne e rimase in attesa. Lascio’ che fosse Chiara a sbottonargli il giaccone di pelle e, poi, distendendogli le mani sulla patta dei pantaloni, gli frugasse l'inguine fra le cosce alla ricerca della cerniera lampo. Quando la trovo’ l'abbasso’. Tiro’ fuori il pene con difficolta’ perche’ non era ancora rigido, e non avrebbe potuto essere altrimenti con quel freddo. L’uomo azzardo’ a darle un bacio sulla bocca, ma Chiara scosto’ la testa di lato e lascio’ che quelle labbra le scivolassero sul collo. L’uomo, a quel punto, forse prendendo quel gesto come un invito, le infilo’ la lingua nell'orecchio, leccandolo, e questa volta Chiara non oso’ ritrarsi. Il tocco della mano sul pene era servito a farglielo inturgidire e non voleva rischiare di vederlo abbassare di nuovo, dovendo ricominciare tutto da capo.

L’uomo, pero’, sembrava averci preso gusto nel baciarla sul collo e poiche' la cosa la schifava, Chiara decise di non perdere tempo, mettendosi subito in ginocchio ai suoi piedi. In tal modo, penso’, avrebbe evitato il disgusto e concluso in fretta. Il cazzo era duro e pulsava. Lo strinse un attimo nella mano ed evitando di annusarlo, se lo infilo’ diritto in bocca.

Inizio' a succhiarlo e dopo qualche minuto, quando le gambe dell’uomo presero a fremere per l'eccitazione, Chiara capi’ che non le sarebbe occorso molto tempo per farlo venire. Cosi’, per accelerare, inizio’ a gemere, mugolando fra una sbocchinata e l’altra, dicendo quanto le piaceva succhiarlo, quel cazzo. Era brava a simulare e ogni volta che lo faceva, dava sempre una grande soddisfazione ai clienti che, eccitandosi per quella messinscena, arrivavano tutti a godere velocemente.

- Mmmh… quanto mi piace questo cazzo… adesso fammi sentire il sapore della tua sborra... oh quanto vorrei che me lo infilassi nel culo… sborrami, dai, voglio berla tutta…

Era decisa a concludere il piu’ in fretta possibile, cosi' esegui’ il servizietto come se fosse la cosa che piu’ desiderasse al mondo. Con la bocca ci sapeva fare meglio di qualsiasi altra sua collega, e lo sapeva. Percepiva il piacere dell’uomo mentre gli passava la lingua sul glande, e ogni volta era come se leccasse qualcosa di prelibato. Lo estraeva piu’ volte dalla bocca per ricominciare a leccarlo subito dopo, fino a farlo sprofondare di nuovo tutto nella gola.

Resto’ a lungo in quella posizione, a ciucciargli il cazzo mentre lui, appoggiato a uno dei pilastri del loggiato, per il piacere che gli faceva tremare le gambe, si sforzava a restare in piedi. E quando Chiara si accorse che stava per venire, penso’ che in quel momento avrebbe anche potuto togliere la bocca, fingendo di sentirsi soffocata. Probabilmente, lui non sarebbe rimasto del tutto soddisfatto, ma che le importava? Quel tizio, dopo quella sera, non lo avrebbe rivisto mai piu’. Tuttavia, non se la sentiva di giocargli quello scherzetto. Per la cifra pattuita aveva l'obbligo di fare cio’ che era stato deciso. E cosi' fece. Quando l’uomo raggiunse l'orgasmo, e i fiotti di sperma iniziarono a schizzarle nella gola, lei resto’ li’ ad ingoiare tutto, fino all'ultima goccia, ripulendogli alla fine la cappella con la lingua, eliminando ogni residuo prima di staccarsi.

***

L'orologio sul comodino segnava quasi le tre quando Chiara scivolo’ fra le lenzuola del suo letto. Si rigiro’ piu’ volte, faticando ad addormentarsi. Con tutto il freddo che aveva preso nel parco, neppure la trapunta imbottita di piume d'oca riusciva a darle abbastanza calore, ma non era solo per quella ragione che non riusciva a prendere sonno. Ripenso’ a quando, adolescente, non riusciva a dormire e si perdeva a fantasticare nel suo mondo di fiaba, pensando a castelli incantati, principesse risvegliate dai baci e principi azzurri sempre innamorati. Cosi’ si addormentava. Ma da molto tempo, ormai, non le accadeva piu’.


Post Scriptum. Tralasciando l'anastrofe nel titolo, comunque divertente come gioco di parole, questo racconto e' stato ispirato da una domanda alla quale, dopo i fatti dell'’Ilva di Taranto, ho cercato di dare una risposta: per lavorare, per avere la speranza di poter arrivare alla fine del mese, nel tentativo di sopravvivere in una situazione in cui trovare un lavoro dignitoso e sufficientemente retribuito, e’ praticamente impossibile e dove la condizione di restare disoccupati a vita e’ quasi certa, e’ accettabile un lavoro anche se esiste il fondato rischio, se non addirittura la certezza, di ammalarsi? E in tal caso, fino a che punto e’ accettabile? Inoltre, come si potrebbe distinguere chi rischia di prendersi il cancro respirando i veleni emessi da un'accaieria da chi, invece, rischia altre malattie guadagnando in altro modo?

10 commenti :

** Sara ** ha detto...

Io lo aspetto ancora il principe azzurro.. è che quello si perde per la via e non arriva mai!!!

Bello questo post. E molto realistico. Per fortuna non ho conosciuto nè la strada nè questo genere di compromessi.

Tutto procede bene Kiara?
Spero di si. Ciao :-)

** Sara ** ha detto...

(Scusami mi ero persa il post scriptum). Io so che la gente ha poca capacità d'immedesimazione e so anche che chi non ha mai vissuto situazioni estreme dove le scelte fossero obbligate, difficilmente potrà capire o anche solo provare a farlo. Penso che quando si è disperati, molte cose diventino accettabili sebbene normalmente non lo sarebbero.

Michele Cogni ha detto...

credo che il bisogno possa spingere ovunque, sarebbe ipocrita negarlo, quasi tutto in fondo ha un prezzo, forse tranne per chi può permettersi di pagare qualsiasi prezzo, peraltro credo che anche per loro ci sia qualcosa che pagherebbero qualsiasi cifra per avere eppure non riuescono a ottenere ;)
il racconto è molto bello, intenso e con un sapiente mix di dolce e amaro...

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Sara: chi non ha mai vissuto situazioni estreme dove le scelte fossero obbligate, difficilmente potrà capire o anche solo provare a farlo

Buon giorno Sara. Qui tutto procede bene. Grazie per il tuo gentile interessamento. :)
Per tornare all'argomento del post, per discutere su questa tua affermazione (che e' vera), dovrei parlare con sincerita' e dire qualcosa di non piacevole per tanta gente che e' convinta, invece, di capire tutto. Purtroppo, solo dall'esterno si riesce a vedere bene cio' che accade dentro l'acquario. I pesci ne sono ignari. C'e' chi vive la propria vita "immerso" nelle proprie convinzioni, banalita' e luoghi comuni, che per lui (o lei) rappresentano tutta quanta la struttura su cui basa la propria esistenza, ma che in fondo per chi sta all'esterno - e che ha potuto vedere cio' che accade anche al di fuori dell'acquario - sono solo "caccole" di poco conto. Il problema e' che alcuni (molti) non lo capiranno mai, neppure se glielo spieghi mille volte, in mille modi differenti perche' non lo vogliono assolutamente capire. Perche' cio' significherebbe ammettere la propria "pochezza".
Devo anche dire che ho trovato, durante i miei viaggi, molta piu' grettezza e limitatezza di comprensione in certe popolazioni rispetto ad altre, ma questo e' un altro discorso e generalizzare sarebbe sbagliato. :)


@ Michele Cogni: il racconto è molto bello, intenso e con un sapiente mix di dolce e amaro...

Il mix deve servire a stimolare riflessioni. Migliore e' la miscela, piu' e' efficace. Non so se ci riesco, ma diversamente da altre che si dilettano nei blog, io non scrivo per "me stessa" e basta. Il mio ego non viene coccolato semplicemente se "mi parlo addosso". Lui, come me, e' molto esigente e si esalta ancor di piu' se riesco ad inserire nella discussione qualcosa che riesca a creare motivo di riflessione e confronto. Se ci riesco, io e il mio ego siamo felici, altrimenti ci deprimiamo. Non e' tanto la mia scarsa capacita' di saper mettere insieme due frasi, dunque, che voglio che emerga dai miei scritti (sarei una povera sciocca se pensassi di paragonarmi a chi in questo campo ne sa molto piu' di me), quanto essere capace di innescare una scintilla in qualcuno. E quella scintilla si chiama "Pensiero", con la "P" maiuscola perche' deve essere inteso nella sua accezione etimologica piu' nobile: materia prima che designa metaforicamente un tema che deve essere trattato, elaborato, cosi' da potergli dare una nuova forma.
Senza "Pensiero" non esiste "Coscienza" e senza "Coscienza", non non esiste "Liberta'". Purtroppo, c'e' da dire che in questo mondo ci sono un sacco d'incoscienti schiavi dell'ignoranza e dell'incapacita' di uscire, appunto, da quell'acquario di cui si parlava prima. :)

Michele Cogni ha detto...

ci riesci, ci riesci splendidamente direi :)
e l'acquario ha successo proprio perchè in troppi non sanno di trovarcisi dentro, e pensano di nuotare nel mare..

enea88 ha detto...

10000 lire??

davide ha detto...

Cara amica Sara,

"Io lo aspetto ancora il principe azzurro.. è che quello si perde per la via e non arriva mai!!!"

Anch'io sto ancora aspettando Biancaneve.

Ciao Davide

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Anonimo enea88 ha detto...

10000 lire??



Tu si' che leggi i post con attenzione... :)

anonimoenea ha detto...

rubli, 10000 rubli. Ho riletto tutto con attenzione.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Anonimo anonimoenea ha detto...

rubli, 10000 rubli. Ho riletto tutto con attenzione.


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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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