lunedì 16 luglio 2012

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Воспоминания - Ricordi

Il caldo dell’estate per qualcuno e' insopportabile. Talvolta, l’arsura resta eccessiva fino a oltre la meta' di agosto, ma e' sempre il settembre, poi, a rimettere i conti in ordine col ritorno a una temperatura piu’ mite e accettabile, per lo meno nei paesi dove gli eccessi sono sempre stati addolciti dalla latitudine o dalla presenza del mare. C’e’ chi considera la centralita’ e la moderazione piu’ gradevoli degli estremi. Io, invece, no. A tutto cio’ che e’ mediato, privo di esagerazioni, dalle sfumature indefinibili dove e’ difficile individuare i colori, preferisco molto piu' i sapori decisi, le sensazioni forti, le cromaticita’ nette, dove e’ impossibile ogni fraintendimento.

Quindi, cosa puo’ esserci di peggio per me che l’estate di Mosca, che tra le altre e’ la stagione russa piu’ temperata? Da tempo, la fanghiglia sudicia e fastidiosa della primavera se n'e' andata e ha lasciato il posto al fresco tepore che da’ alla citta’ un aspetto che per nulla ricorda la classica immagine della Russia imbiancata dalla neve sotto il pallido disco del sole velato dalla nebbiolina invernale, e quel freddo cosi’ secco e intenso che quasi non si avverte. Vestita con abiti caldi e con stivali imbottiti, in inverno puoi goderti tranquillamente la passeggiata senza pensare al freddo, ma se fai un respiro profondo e la bocca non e’ protetta da una bella sciarpa, un dolore nel petto ti ricorda che sei sotto i meno venti.

E poi, in primavera, quando arriva la pioggerella umida, ti senti i piedi bagnati e sudi perche’ sei troppo vestita, oppure ti vengono i brividi di freddo perche’ ti sei scoperta troppo in fretta. In un attimo, ci si ritrova da meno venti a piu’ dieci che non si fa in tempo ad abituarsi, e mentre pochi giorni prima si sguazzava nel fango misto a ghiaccio, pochi giorni dopo si puo’ passeggiare in Krasnopresnenskaya, con un leggero soprabito e i capelli avvolti in un foulard.

Che sensazione, quando uscivo al mattino dal Mezhdunarodnaya, e le strade avevano ancora la patina di umidita’ lasciata dalla notte, ma il sole, ogni giorno sempre piu’ alto nel cielo, m’indicava come le ore di luce si stessero allungando a dismisura. Il chiarore mi coglieva col suo riflesso sulle grandi finestre dell’albergo d’epoca brezneviana al di la' delle quali, probabilmente, molte altre devochki stavano ancora rannicchiate nel letto con qualche straniero a cui si erano concesse in cambio di due o trecento dollari.

Camminando per raggiungere la stazione dei taxi, mi specchiavo nelle vetrine come a non voler perdere neppure un attimo di quel bagliore straordinario dopo tanti mesi di pallida oscurita’. I lampioni ormai spenti, mentre dalle uscite del metro’ venivano fuori frotte di ragazze che la stagione precoce aveva gia’ convinto a lasciare a casa le calde dublionki e le shapki di pelliccia o di lana, sostituite da gonne svolazzanti che i rivoli di vento alzavano con una tale decisione da farsi beffe dei loro inutili tentativi di coprirsi le lunghe gambe affusolate. Ed era tutto un ticchettio di tacchi sul selciato e di passi veloci, mentre le auto, ancora poche, passavano finalmente senza piu’ sollevare gli sgradevoli spruzzi d’acqua sporca dai bordi delle strade ancora sconnessi e pieni di buche.

Nonostante lo squallore e la miseria delle vetrine spente e senza colori, c’era comunque una piacevole sensazione di speranza. Erano i tempi in cui le sartorie venivano chiamate atelier, forse in modo un po’ pomposo visti i due manichini sbilenchi e il fondale staccato da anni che nessuno si decideva a raddrizzare. E poi c’era il Magazin Produkti, con gli scaffali desolatamente vuoti e le commesse, dal perenne volto arcigno, che speravano solamente che nessuno entrasse a infastidirle.

Ed era sufficiente fare due passi in Park Gor'kogo per rendersi conto del rinascere della vita. Le prime foglie verdi sui rami, le mamme con i bambini per mano e qualche vecchio che vedevi sedersi qua e la’ per giocare a scacchi. Anche l'aria sembrava non avere piu’ quell’odore disgustoso di carburante di pessima qualita’ mal combusto dai motori logori delle vecchie automobili, e veniva la voglia di restare fuori a passeggiare per le strade del centro tra gli antichi palazzi in decadenza, o sedersi su una panchina in Alexandrovskij Sad a guardare la fiamma eternamente accesa al milite ignoto.

Ricordo che, anche quando non vi era bisogno, spesso mi piaceva attraversare Krasnaya Ploshchad', la Piazza Rossa, che, se qualcuno non avesse deciso per uno dei due significati che il termine “krasnaya” ha, avrebbe potuto anche chiamarsi “Piazza Bella” perche', credetemi, non ne esiste un’altra piu’ bella. Sebbene non facesse freddo, mi stringevo nel soprabito, i capelli avvolti nel platok girato due volte attorno al collo e annodato dietro la nuca. La attraversavo tutta in diagonale per godere dello splendore cromatico di San Basilio, guardando di sbieco la torre Spasskaya, con il suo celebre orologio e la stella color rubino che, imperiosa, continuava a svettare in alto, anche se ormai da qualche tempo erano il bianco, il rosso e il blu a sventolare sul Cremlino.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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