mercoledì 9 maggio 2012

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Un appuntamento al buio - II parte

Se un osservatore attento avesse potuto vedermi si sarebbe reso conto, dallo stato in cui ero, che avevo completamente perso la bussola. Apparecchiavo mettendo due cucchiai al posto dei coltelli, oppure mi mettevo a ridere come un'isterica a battute che non avrebbero fatto divertire nessuno, e a dimostrazione di quanto fossi in uno stato di ansia perenne, c’era pure il fatto che a tavola quasi non toccavo il cibo nel piatto.

Quando mi vestivo lo facevo con mani tremolanti, e immaginavo donne intorno che mi acconciavano i capelli e mi spalmavano addosso balsami e unguenti profumati, cospargendomi di petali di fiori, come la classica vergine che viene immolata in un sacrificio. E fu proprio come se affrontassi un rito sacrificale che mi recai all'appuntamento, guardando mia madre come se non dovessi far piu’ ritorno. Uscendo, fuori, al freddo dei primi fiocchi di neve, ero talmente tesa e piena di paura che mi sentii quasi mancare la forza nelle gambe quando iniziai a fare i primi passi per dirigermi all’appuntamento.

Nel luogo dove avevamo fissato l'incontro, riconobbi la vettura che lui mi aveva detto. Era la’ che mi aspettava. Quando mi avvicinai, mi sembro’ di essere selvaggina che stava offrendosi spontaneamente a chi l’avrebbe divorata, sul piatto di portata che erano i miei stivali col tacco a spillo. Notai che me li guardo’ con uno scintillio feroce negli occhi. Poi, come se ci conoscessimo da sempre e ci fossimo lasciati solo la sera prima, con naturalezza mi dette un bacio sulle guance.

“Tutto bene? Possiamo andare?” E mi fece entrare in auto. Era una situazione tutta nuova per me, ed anche lui lo era. Mi rendevo conto che, nel tempo di neanche un’ora, quell'uomo avrebbe esplorato ogni angolo del mio corpo, anche quello piu’ intimo che neanche i partner con cui avevo avuto rapporti duraturi avevano mai avuto. Lo guardavo timida, tenendo gli occhi bassi, senza focalizzarlo bene. Preferivo concentrarmi sulla strada, e memorizzarla nel caso avessi dovuto tornarmene a casa in autostop o da sola a piedi, magari con i vestiti stracciati e il trucco disfatto sul volto, e pensai che non avevo guardato il numero di targa. Sarebbe stata la prima cosa da riferire alla polizia nel caso che…

Ma cosa stavo pensando? Nel caso fosse andato nel modo che temevo, nel peggiore dei modi, non avrei potuto riferire proprio un bel niente a nessuno, perche’ probabilmente mi avrebbero ritrovata, a pezzi, in qualche discarica. Nella mia mente balenavano le scene dei film horror che avevo visto, e che materializzavano le mie paure. Lui, invece, calmo, non accorgendosi minimamente del mio stato d’animo, chiacchierava amabilmente, forse per rompere il ghiaccio.

“Sei piu’ tranquilla adesso?” mi chiese. “Si’, certo”, balbettai. “Male, molto male…”, mi rispose con un atteggiamento sardonico che suscito’ in me un sorriso. E alla fine, battuta dopo battuta, finimmo a discorrere cosi’ amichevolmente che sembrava di essere ad un classico primo appuntamento, tanto che quasi sentii l’audacia abbandonarmi, e la voglia di affrontare quella prova venir meno.

“Andiamo, non l'hai mai fatto finora e non sara’ certamente un dramma se non lo farai neppure stasera”, continuavo a ripetermi pensando che rinunciare sarebbe stata forse la cosa piu’ saggia. Volevo chiedergli di fermarsi al primo pub, ordinare una birra, parlare, conoscerci, scherzare un po’. Le bende, le corde e le fruste, eventualmente, sarebbero venute dopo, magari all’appuntamento successivo, perche’ in quel momento avevo ancora voglia di banalita’, di scambiare quattro chiacchiere, farmi un po’ corteggiare, anche se per finta. Ma non ci fu modo. D’altronde, al punto in cui ero arrivata, come avrei potuto ritirarmi?

L'auto entro’ nel cortiletto del motel. Ripensai a cosa mi aveva scritto in una email il giorno prima: "Ammiro il tuo coraggio, la tua voglia di scoprire cose nuove e la fiducia che hai riposto in me..." Ditemi: avrei potuto forse ritirarmi? No. E infatti non me la sentii. Ma avevo davvero fiducia in lui? Non ne ero piu’ tanto certa, ma dovevo averne. Dovevo convincermi che non avrei potuto fare scelta una migliore per sperimentare quel gioco che da sempre mi intrigava. Dovevo convincermi che non mi sarebbe accaduto nulla di male se mi fossi lasciata schiavizzare da lui. Dovevo convincermi che quell’uomo mi avrebbe condotta per mano dentro quell’avventura. Percio’ dovevo aver fiducia, per forza, ma vi assicuro che in vita mia non mi era mai capitato di sentirmi cosi’ succube, zoccola e completamente folle come in quel momento.


Entrammo nella camera numero ventisette. Moquette rossa e tendaggi. Pensai a scene di film di David Lynch. Era percettibile il silenzio tipico dell'albergo a ore, del letto usato da centinaia di persone e delle lenzuola sulle quali, forse, un qualche angolo c’era rimasto ancora l’odore dei sessi di amanti che in quella stanza ci avevano fatto le cose piu’ oscene.

Aveva portato con se’una bottiglia di vino. Me ne verso’ un po' in un bicchiere trovato nel frigo bar. Ne bevvi un sorso, e poi un altro. Il gusto dell’alcol mi riappacifico' col mondo, mi rese calma e mi stordi’. Tanto che da quel momento i ricordi diventano nebulosi. Ricordo che mi fece spogliare, e ricordo che restai seminuda in reggiseno, mutandine, autoreggenti e stivali. Il completino intimo l’avevo acquistato per l’occasione. Mi era costato pochi soldi, non era di buona qualita’, ma l’avevo scelto perche’ era tremendamente da zoccola. Capii subito, pero’, che non era quello che lui aveva voluto intendere quando mi aveva chiesto di stupirlo.

Cavolo! Giuro che non ero riuscita a immaginarmi niente di piu’ porco di quel look, ma ero pur sempre una scopatrice dal gusto classico, io! Che pretendeva da me? Lo guardai, sgranando gli occhi, aspettando che una sua parola mi sbloccasse il respiro oppure mi facesse morire. Poi bevvi ancora, direttamente dalla bottiglia, come se da quella dipendesse la mia salvezza.

Ero li’ imbarazzata, in piedi, di fronte a un uomo mai incontrato prima, col seno che, benche’ piccolo, quasi mi usciva dal reggiseno troppo stretto e le gambe che tremavano avvolte dalle autoreggenti e dagli stivali in pelle, in un’anonima stanza di un motel. Quando nei giorni precedenti me l’ero immaginata, quella stanza, avevo pensato di trovarla arredata come una sala dell'Inquisizione, con la sua bella vergine di Norimberga, le gabbie di ferro sospese, le ruote del supplizio e altri strumenti di tortura. Decisamente mi resi conto che avevo letto troppi racconti, perche’ in quella stanza non c'era assolutamente nulla di tutto cio’. Era una comunissima camera di un motel, ampio letto matrimoniale, luce soffusa, e un grande specchio ala parete. Eppure sperai tanto che almeno lui avesse con se’ qualche strumento per i nostri giochi…

Lui invece mi guardava e sorrideva. Non capivo che cosa volesse. Che cosa stava aspettando? Che attendeva a iniziare? Poi mi ricordai di quando mi aveva spiegato che l’inizio al gioco avrei dovuto darlo io. Senza un mio cenno, infatti, non avremmo cominciato. Bevvi l’ultimo sorso e fingendo coraggio, dissi: “Bene, facciamolo!”.


E cosi’, l’uomo che era stato fino a quel momento il mio gentile accompagnatore, si dissolse e al suo posto vidi comparire il mio padrone, o colui che si sarebbe apprestato a diventarlo. La voce gli si abbasso di almeno due toni, si fece sibilante e le frasi divennero brevi e secche. Un comando poteva impartirmelo anche tramite un gesto o una pacca. Ammutolii. Dovevo diventare nulla. Pur continuando a pensare e a registrare i miliardi di informazioni che si accavallavano nella mia mente, dovevo riuscire ad annullarmi completamente. Sentivo i brividi che partendo dai pori della pelle tesa allo spasimo, si propagavano per tutto il corpo. Brividi che assomigliavano a dei colpi di frusta oppure a delle stilettate elettriche… e il mio cuore andava a mille.

Bendata e con le mani legate dietro alla schiena, ero eccitata come mai ero stata in vita mia, mentre lui continuava a darmi da bere, facendomi quasi soffocare con quei sorsi che ormai rifiutavo. Cosi’ il vino mi scendeva giu’ sul collo e sul seno, e lui lo leccava, e mi baciava. Era fantastico come mi sentivo. Era come avevo sempre immaginato. Non so se fosse stato voluto oppure solo un caso, ma ricordo che, nonostante la benda, un triangolino infinitesimale di visuale mi era rimasto, tra la guancia destra e il naso, e cosi’ nello specchio intravedevo me con le mani legate sul culo, e la corda che penzolava tra i glutei…

Quando mi comando’ di inginocchiarmi, lo feci con gioia. Mi eccitava da impazzire essere completamente in potere di qualcuno. L’indomani avrei riflettuto a lungo sul perche’ di quelle mie sensazioni e su come avrei potuto far convivere la mia inclinazione alla sottomissione con i principi che difendevo. E soprattutto su come avrei potuto farla coincidere con il rispetto per le donne, l'autonomia della scelta, il diritto all'inviolabilita’, e l'insofferenza che coscientemente provavo per ogni forma di controllo e di comando. Si’, l’indomani avrei avuto tutto il tempo per rifletterci, ma in quel momento, in preda agli effetti dell’alcol e dell’adrenalina, volevo soltanto godermi quella magnifica sensazione di possesso e di sottomissione condiscendente.

Non feci una piega, quando mi ordino’ di abbassarmi a leccargli le scarpe, prima sulla punta e poi sotto, sulla suola, e non feci una piega neppure quando mi premette un piede sulla schiena, costringendomi a fargli da tappeto, e non feci una piega neanche quando mi accorsi che aveva acceso una videocamera e stava filmando quella situazione che immortalava la mia iniziazione. Mi chiesi se l’indomani mi sarei ritrovata su internet, ma non m’importava, come non m’importava di essere lasciata li’, distesa a terra, immobile, mentre lui mi sbavava sulla faccia, e mi faceva colare la sua saliva sul viso, densa e calda come sperma.

Poi inizio’ a legarmi. Tutta. Dal collo alle caviglie, in un'imbracatura che mi lacerava la pelle e che - mi avverti’ con una correttezza davvero signorile - mi avrebbe lasciato i segni per almeno una settimana. Anche li’ non feci una piega. La corda mi passava in mezzo alle gambe, in un cappio talmente serrato che affondava nella fessura del mio sesso. Avevo ancora addosso tutto, anche se il reggiseno si era abbassato fin quasi alla vita per permettere alla corda di circondarmi il seno, di spingerlo in alto, e costringerlo in una morsa che iniziava a strapparmi i primi gemiti. Avevo ancora addosso le mutandine, ma erano ormai svanite, divorate dalle labbra semi aperte e inzuppate del mio nettare. Avevo ancora gli stivali e le calze autoreggenti, e avevo la benda sugli occhi che mi impediva di vedere quanto fossi eccitante.

Mi strinse infine due elastici attorno alle tette, fino a strizzarle, come se gia’ non fosse stata abbastanza la corda che le comprimeva verso l'alto. Le sentii doloranti e infiammate, mentre lui si accaniva sui capezzoli, mordendoli prima e poi succhiandoli fino a farmi male. Gridavo, ma non me lo permetteva, perche’ ogni volta che gridavo, arrivava puntuale la sua punizione. Le sculacciate venivano inferte con una forza tale che mi toglieva il fiato, e i capezzoli mi venivano torturati a tal punto che credevo mi si staccassero. Pero’, gridavo. Non riuscivo a non farlo perche’ provavo dolore, tanto dolore, che a un certo punto non ero piu’ sicura di essere li’ a divertirmi. Avevo solo paura. Paura di sentire ancor piu’ male.

(Continua…)

8 commenti :

Spirito Libero ha detto...

Caspita...so che forse 'e una domanda del cavolo, ma c'e' dell'autobiografico in questo racconto?
Io ho sperimentato abbastanza ma...su questo tipo di rapporti in cui c'e' una forma di costrizione estrema mi sono sempre fermata...il rischio che quella corda si serri troppo al mio collo...non so...mi mette davvero troppa ansia e sono certa che in una situaizone simile l'eccitazione svanirebbe completamente. Aspetto di leggere il seguito, kiss (PS: ho risposto al tuo commento..).

J.T. ha detto...

Ti vedo molto bene nella parte:-)

Esperienze senza ritorno:-)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Spirito libero: ma c'e' dell'autobiografico in questo racconto?

Il bello di poter scrivere certe cose e' proprio non dover rispondere a questa domanda. :-)

il rischio che quella corda si serri troppo al mio collo...non so...mi mette davvero troppa ansia e sono certa che in una situaizone simile l'eccitazione svanirebbe completamente.

Oh no. Altrimenti che gusto ci sarebbe a fare il bungee jumpy?
La situazione estrema crea una situazione adrenalinica che, unita all'alcol puo' dare sensazioni veramente inusitate. Ovviamente, la protagonista del racconto, l'ha gia' detto, e' una curiosa che nella vita vuol provare tutto. Poi, il fatto che un'esperienza sia o no da ripetere dipende molto dalle sensazioni provate, ma e' mia impressione che la seconda volta non sia piu' "forte" come la prima. :-)


@ J.T.: Ti vedo molto bene nella parte

Spiegami questa. Ti do davvero questa impressione?
Davvero mi ci vedi far convivere questo tipo di esperienze con i principi che difendo? Come potrei far coincidere questo tipo di sottomissione totale con cio' che da sempre porto avanti: il rispetto per le donne, l'autonomia della scelta, il diritto all'inviolabilita’, e l'insofferenza per ogni forma di controllo e di comando?
:-)

J.T. ha detto...

Infatti la situazione è esattamente l'opposto di quello che hai sempre dichiarato.

La mia curiosità sarebbe vederti in una situazione dove non hai tutto sotto controllo:-)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

La mia curiosità sarebbe vederti in una situazione dove non hai tutto sotto controllo

Come quando mi lavo i capelli e non riesco a sistemarli come vorrei? :-))

J.T. ha detto...

Quella è una situazione troppo complicata:-)

comunque aspetto la parte terza:-)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

comunque aspetto la parte terza

e se non arrivasse?

in fondo potrebbe anche essere che lo scopo fosse quello di dimostrare quanto potessi essere sadica. :D

J.T. ha detto...

posso fare una risata sardonica?

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

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