domenica 11 marzo 2012

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La zingara e la signora

La ricca signora era vestita elegante. Sopra portava un impermeabile scuro, ma le mani in tasca erano pugni serrati. Camminava con le spalle ricurve, guardando in basso davanti a se’, trascinando i piedi in mezzo alle foglie che intasavano i tombini. La citta’, fredda e umida, era insensibile alla sua malinconia, mentre il cielo scaricava brevi e maligni istanti di pioggia sui pochi passanti.

Smise di piovere all’improvviso, ma la ricca signora non parve farci caso. Aveva un unico pensiero in testa. E un unico dolore.

La zingara, accovacciata all'angolo della strada, aspettava la carita’. Una vecchia gonna lisa ed un grosso maglione sdrucito la riparavano piu’ dal vento che dalla pioggia. La ricca signora non si accorse di lei. Le passo’ accanto senza degnarla di uno sguardo. Per lei, quella donna vestita di stracci non era altro che una chiazza scura sul selciato. Un passo e, inciampando nel barattolo posato per terra, lo fece ruzzolare poco lontano, spargendo in giro i pochi spiccioli che vi erano contenuti. Fu li' che la ricca signora si fermo’ e qualcosa, per un attimo, fece breccia nei suoi pensieri. Come risvegliata, si chino’ a raccogliere le monete disseminate sul marciapiede e le rimise nel barattolo.

"Scusami... non ti avevo vista..."

Una raffica di vento gelido porto’ via, lontano, quelle parole appena sussurrate, ma la zingara sorrise.

"Aspetta un attimo..." disse frugando in una busta di plastica sudicia che teneva accanto a se’. Trovo’ qualcosa, e tese il pugno chiuso verso la ricca signora. Quando lo apri’, lascio’ intravedere le dita violacee per il freddo e le unghie sporche e rovinate. Nel palmo teneva un anello di metallo, forse di latta, con una pietra in plastica di color azzurro che riluceva stranamente in mezzo a quella sporcizia. "Ecco… e’ un regalo per te!"

La ricca signora prese delicatamente l’anello e lo strinse. Quasi si fece male con i bordi taglienti. Lo rimiro’ per un istante, poi lo infilo’ all'anulare: Era perfetto. Non pote’ fare a meno di pensare che, solo un’ora prima, ne aveva sfilato uno di diamanti proprio da quello stesso dito. Una lacrima le bagno gli occhi, e si mischio’ alla pioggia che intanto era tornata a cadere.

"Grazie, sei molto gentile." Poi un pensiero piu’ forte degli altri, e le parole che le uscirono improvvise dalla bocca. "Vieni a casa mia... potrai mangiare qualcosa e stare al caldo."

"Il mio posto e’ qui" rispose la zingara con un sorriso delicato. "Il tuo dov'e’?"
"Non lo so. Non so piu’ dove sia. Io l’amavo..."
"L’amore acceca, ma forse lui non amava te. Amava solo se stesso, e le belle cose."
"Si’, hai ragione, forse e’ proprio cosi’."

Reminiscenze: lui con due donne nel letto, cosce aperte, culi rotondi, seni dondolanti. Lui con la faccia sorpresa, poi col sorriso beffardo, e tu troppo sconvolta per reagire, troppo incredula per piangere.

La ricca signora senti’ crescere dentro una rabbia sconfinata. "Vieni con me... per favore." il tono le si fece supplicante.
"Non credo sia il caso..." rispose la zingara.
"Ti prego. Ho bisogno di parlare con qualcuno."

Allora la zingara si alzo’ lentamente, molto lentamente, raccolse la busta di plastica sudicia, il barattolo, rovescio’ nella busta le poche monete e annui’ con la testa.

Una ricca signora, elegante, con un impermeabile scuro, camminava seguita da una zingara vestita di stracci. Non si volto’ mai a guardarla. Solo rallentava di tanto in tanto per farsi seguire. Apri’ il portone di casa senza alzare la testa, e appena lo richiuse, il forte odore dell’altra donna l’assali’. Non riusci’ a trattenere un conato di disgusto.

"Resta qui, per favore. E’ meglio che vada a prepararti un bagno."

Scappo’ via da quel cumulo di sporcizia e si chiuse la porta del bagno alle spalle. Penso’ di essere diventata pazza. S’era portata dentro casa una zingara, sporca e puzzolente, che forse in quel momento la stava gia’ derubando di tutto. Si senti' prendere da una paura improvvisa. Non aveva molti soldi di la’, ma nel cassetto c’erano i gioielli.

Apri’ l'acqua calda e in modo frenetico, cerco’ l’olio da bagno piu’ profumato. Ne verso’ mezza confezione nell'acqua fumante. Appoggio’ poi uno dei suoi accappatoi puliti sullo sgabello e usci’ di corsa. La zingara era ancora la’ che l'aspettava, paziente, con un sorriso dolce sulle labbra che, magicamente, scaldava il cuore. Era rimasta in piedi, ferma in mezzo alla stanza, con la sua busta di plastica in mano a guardare i quadri appesi alle pareti, tutti dipinti dalla stessa mano: paesaggi di notte, vicoli bui, finestre illuminate e squarci di luna.

Reminiscenze: seduta sul bordo di un divano, anche troppo lussuoso, con lo sguardo basso ad ascoltare senza poter credere a quello che lui ti dice. Lui, che ancora odora di sesso e di altre donne, con i calzoni appena infilati, che si giustifica senza rimorso incolpando te.

“Stupida!”, penso’ dentro di se’ la ricca signora. Poi, quasi piegandosi in un leggero inchino indico' all'altra donna il bagno. E la zingara rise, strizzando gli occhi intorno ai quali le si moltiplicarono minuscole rughe d’espressione. Nel chiudere la porta del bagno, la signora trattenne il fiato. Poi si precipito’ ad aprire le finestre. Aveva bisogno di aria nuova, fresca, pulita. L'odore dell'asfalto bagnato, fuori, funziono' da calmante, e si ritrovo' con un lieve sorriso sulle labbra.

Reminiscenze: passeggiate per le strade illuminate del centro, mano nella mano, freddo pungente attraverso le sciarpe di cashmere, case riscaldate, lenzuola di seta, e mani di un uomo giovane e bello su di te.

Quand’era stato il momento in cui tutto era finito? E perche’ non se ne era accorta? Dal bagno proveniva un forte profumo di agrumi e il rumore scrosciante dell'acqua. La ricca signora busso’ piano. "Tutto bene?"

"Si’, e’ bellissimo qua dentro..."

La mano sulla maniglia esito’. Oltre quella porta c’erano degli occhi sinceri, e lei ne aveva un disperato bisogno, ma qualcosa le diceva che non stava bene entrare. "Cerco qualcosa di pulito da farti indossare!" Frugo’ nell'armadio e trovo' dei vestiti. Una gonna a pieghe e una maglia in cashmere. Guardo’ l’etichetta e se ne ricordo’ il prezzo.

Reminiscenze: negozianti con atteggiamenti servili, inchini falsi, sorrisi falsi, ricchezza ingiustificata.

Immagini che si ricomponevano lentamente nei suoi occhi, come in un puzzle a cui mancavano le tessere piu’ importanti. Prese anche delle mutandine di pizzo e una canottierina ricamata, e con quel carico di vestiti griffati in tessuti pregiati, si fermo’ di nuovo davanti alla porta profumata di agrumi, in silenzio.

"Entra pure, se vuoi!" la invito’ la zingara con voce dolcissima. E la ricca signora entro’. Una nube di vapore odoroso la circondo’. L'acqua della vasca era stranamente pulita.

"L'ho cambiata due volte", sorrise la zingara quasi scusandosi. "Era da molto che non mi lavavo tutta intera. D’inverno, al campo, non sappiamo mai come fare."

"Hai fatto bene."

Il volto, ripulito, rivelava una donna sui trentacinque, con un sorriso malizioso sotto a due occhi profondi. La ricca signora appoggio’ i vestiti sullo sgabello. Era stranamente imbarazzata, ma quando la zingara si alzo’ dall'acqua, si ritrovo a guardare quel corpo con infantile curiosita’. Guardo’ le spalle strette, il seno piccolo, il ventre senza un filo di grasso, le gambe esili. Guardo' quel corpo che aveva sempre sofferto ma, soprattutto, guardo’ la pelle che ricopriva quel corpo magro che, pero', non sembrava debole. Era spessa e scura, come quella di chi aveva preso troppo freddo, troppo caldo, troppa pioggia, troppo sole, troppo vento. Troppo di tutto.

Reminiscenze: un corpo statuario, una pelle delicata e artificialmente abbronzata, pettorali gonfiati e addominali scolpiti dalla palestra, e tu che accarezzi quel corpo senza un’emozione che valga la pena d’essere ricordata.

La pelle della zingara l’affascinava; non riusciva a staccarne gli occhi. Le sembrava di scorgere in ogni poro una storia, in ogni neo un'esperienza, in ogni macchia un ricordo. E sentiva di aver bisogno di quella vita. Lei, in confronto, con una vita cosi’ vuota, cosi’ scialba, sentiva di aver bisogno di tutti quei giorni vissuti, di tutte quelle sensazioni provate. Le voleva per se’, e se avesse potuto le avrebbe persino rubate.

"Mi passi l'accappatoio?"
"Si’, certo..."

La ricca signora apri’ l’accappatoio di fronte alla zingara, poi ve l’avvolse come si fa con bambini. Aveva le mani che si muovevano da sole mentre asciugavano le spalle e la schiena. Poi prese un asciugamano e glielo strofino’ sui capelli. Erano molto lunghi, neri, e tutti pieni di nodi.

"Ecco fatto. Ora puoi vestirti. Ti ho messo li’ qualcosa da indossare."

La zingara si vesti’ con lentezza canticchiando una canzone mai dimenticata: quella che le aveva insegnato sua nonna e che cantava con occhi allegri prima che guerra la strappasse dalla sua terra. Divenne triste sfiorando il medaglione che portava al collo. La vita non era stata generosa, ma non aveva mai smesso di canticchiarla, quella canzone. Forse proprio per beffarsi della vita stessa. Ma quando fini’ di vestirsi, aveva di nuovo il suo sorriso allegro sul volto.

"Sei bellissima!" disse la ricca signora.
"Lo so..." e il sorriso si accentuo' formandole delle deliziose fossette sulle guance.

Rise anche la ricca signora. “Com’e’ bello ridere”, penso’. Se l’era scordata da troppo tempo quella sensazione: che ridere era cosi’ bello.

"Puoi fare qualcosa per me?" chiese la zingara. "Sistemami un po' i capelli. Solo un po', che’ io possa ancora pettinarli."

Una zingara seduta su uno sgabello e una ricca signora dietro che la pettinava dolcemente. C’erano molti nodi da sbrogliare in quei capelli, ma non c’era fretta.

Reminiscenze: lui che apre un astuccio. Rimane senza parole, e si mette al polso l’orologio che aveva sempre sognato. Lui cosi’ bello, cosi’ affascinante, cosi’ virile.

Gli aveva dato tutto cio’ che desiderava. Poi, uno squallido miscuglio di corpi nel letto, un anello strappato dal dito e scagliato lontano, lacrime trattenute. “Non mi meritava”, penso’ con amarezza la ricca signora.

"Sei brava a pettinare, sai? E anche a dipingere", disse la zingara. "Sono tutti tuoi quei quadri, vero?"

Reminiscenze: mostre d’arte, bella gente, saloni lussuosi, assegni staccati con troppa facilita’. Tu che credevi di aver raggiunto il cielo, la fama, la gloria, la ricchezza e anche l’amore. Ma erano solo i quattrini che a lui interessavano.

"Che colore vedi adesso dentro di te?" chiese la zingara.

La ricca signora ci penso’ un attimo, ma sapeva fin troppo bene che colore aveva dentro. "Credo... il nero..."

"Bene! Quando vedrai l’azzurro, potrai finire di pettinarmi. Prova a chiudere gli occhi."

E la ricca signora li chiuse. La zingara si volto’ e tese la sua mano per accarezzarla. Con un lungo movimento, partendo dalla sommita’ della testa, scese piano a sfiorarle la guancia. Aveva la mano calda. Non era morbida, e le unghie le erano rimaste ancora un po’ sporche, ma era calda. Poi, dalle labbra le uscirono le note della sua vecchia canzone.

Reminiscenze: una bambina che corre felice nel prato dietro casa, un'altalena sparata verso il cielo sereno, azzurro.

La ricca signora apri’ gli occhi leggermente umidi. "Azzurro!" disse, e riprese a pettinare i capelli con delicatezza, senza una parola.

La zingara rise piano.

"Ridi di me?"
"Non potrei mai. Rido di me."
"Perche’?"
"Perche’ tu sei una signora, e io una zingara. Ma sono io a farmi pettinare da te. Non fa forse ridere questo? Ma tra poco io riprendero’ la mia strada, e tu la tua." E lo disse con quella calma che pervade chi ha visto molto e non si aspetta altro dalla vita.

"Allora lascia che almeno stavolta possa esserci qualcuno a prendersi cura di te", sussurro’ la ricca signora.

Il cielo, fuori, era tornato sereno ed aveva assunto le sfumature di una confezione di pastelli. Dentro una casa piena di quadri, una ricca signora pettinava i lunghi capelli di una zingara, e sorrideva assaporando un nuovo gusto di amare.

"E’ stata dura, vero?"
"La cosa piu’ brutta che puo’ capitare", sospiro’ la zingara. "La guerra e’ una cosa tremenda."
"Pero’ tu non hai mai smesso di cantare…"
"Io", disse la zingara "pensavo che un giorno sarei andata in citta’ e avrei comprato un vestito rosso, e avrei cantato davanti a cento uomini, e cento uomini m’avrebbero desiderata, e amata."
"E tu? Che colore vedi dentro di te?" Chiese la ricca signora mentre finiva di sbrogliare con delicatezza gli ultimi nodi fra quei capelli neri.

Sorrise, la zingara, chiudendo gli occhi. "Vedo il verde della mia terra e l’azzurro del suo cielo. Vedo il rosso e il giallo dei fiori in primavera, e il bianco della neve che ricopre tutto in inverno. Vedo il colore del vino, del manto dei cavalli e del fuoco che sprigiona il suo calore quando si fa festa. Vedo i colori sgargianti dei vestiti delle donne, prima che fossero resi del color del fango dalla poverta’ e dalla guerra. Se chiudo gli occhi, riesco a vedere mille colori." Poi li riapri’, gli occhi, e la ricca signora si accorse che erano azzurri. Non ci aveva fatto caso prima: erano azzurri come il cielo di quel giorno sull’altalena. La zingara si tolse il medaglione dal collo e glielo porse, aprendolo con delicatezza. Dentro, c’era la foto di una bambina con occhi ridenti accanto ad una vecchia con una zappa in mano.

"Quella era mia nonna, e la bambina sono io."
"Non lo posso accettare."
"Non considerarlo un regalo. Quando vedrai lo stesso sorriso nei tuoi occhi, allora me lo riporterai."
"Tornerai a trovarmi?"

Scosse piano la testa, la zingara. "Il mio posto e’ la’ fuori. E il tuo? Lo sai dov'e’ il tuo?"

"...Si’, adesso lo so!"

18 commenti :

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

bello e malinconico.

Ciao Davide

** Sara ** ha detto...

Oh come mi è piaciuto! Bello.

Letizia ha detto...

Bel racconto, e molto ben scritto. Mi hai fatto emozionare!
Ricorda tantissimo "Il bacio della Medusa" di Melania Mazzucco, in cui da un'incontro dello stesso tipo nasce un'intensa storia d'amore che segnerà profondamente le due protagoniste.
Complimenti ancora!

Xtc ha detto...

Coinvolgente, come sa essere solo un racconto che parte da lontano e tocca corde profonde

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Davide: bello e malinconico.

Sara: mi è piaciuto! Bello.

Letizia: Mi hai fatto emozionare!

Xtc: racconto che parte da lontano e tocca corde profonde.


Cavolo, sembrano le critiche ad un best seller. Fa piacere leggerle, ma non merito tanto. :-))
Ho notato che sono state soprattutto le donne a esprimere un giudizio. In realta' il raccontino ha la caratteristica (come gli ultimi che ho scritto) di non avere elementi di erotismo. Forse e' questo che tiene a freno i giudizi dei maschi? Non so...
In ogni caso, a Letizia chiederei in cosa consiste l'emozione che ha provato (sono curiosa). Emozione di che genere?
Stessa domanda la farei a Xtc: a cosa ti riferisci quando parli di corde profonde? E' possibile che un racconto un po' "etereo" come questo possa coinvolgere chi non e' zingara e non e' ricca signora?
Mi piacerebbe discuterci intorno a questo argomento. Mi interessa assai piu' di qualsiasi altra cosa capire cosa passa nella mente delle persone quando l'argomento e' "l'empatia". Sarebbe bello se riuscissi a trasmettere questa sensazione a chi mi legge.

Xtc ha detto...

Un racconto sta in parte in chi lo scrive e in parte in chi lo legge. Dopo che è stato scritto dire addirittura che sta tutto nell'occhio di chi legge, e se evoca qualcosa, questo qualcosa appartiene totalmente al lettore. Coinvolgente vuol dire che è stato scritto in modo da favorire questa operazione. Parte da lontano per due motivi: perché ci si aspetta che contenga l'esperienza di chi ha scritto, e conoscendoti da tempo, certi collegamenti vengono spontanei e naturali; e poi perché la costruzione mi fa pensare che se la vita della ricca signora non si fosse temporaneamente inceppata, l'incontro non ci sarebbe mai stato.
Infine tocca corde profonde perché è un tema a me caro, come sai: quello dell'individuazione del proprio io, e della rinuncia a questa individuazione al fine di scoprire nuovi mondi. Di questo si tratta: quando mondi lontani si incontrano e si affacciano uno sull'altro, accade sempre qualcosa di bello. Che poi si tratti come in questo caso di una zingara e di una ricca signora, è quasi secondario (non per te che hai scritto, chiaramente). Quindi tocca corde profonde (in me) significa che riesce ad essere simbolico.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Xtc: significa che riesce ad essere simbolico.

Grazie. E' proprio cio' che desideravo: avere un giudizio un po' meno stringato del semplice "mi e' piaciuto". Perche' in effetti e' un racconto che "simbolicamente" sento molto vicino. E come dici tu, chi mi conosce un po' e mi segue da tempo, lo sa.
Essere capita in cio' che si scrive e si esprime "anche" attraverso i simboli e' molto importante.
I tuoi giudizi, cara Xtc, sono per me preziosi. Mi aiutano a migliorarmi per cio' che domani andro' a scrivere. Spero di usare sempre piu' i simboli e sempre meno "l'esplicito raccontare", purche' questi simboli siano compresi. Per questo cerco una prova che lo siano. :-)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Xtc: mi fa pensare che se la vita della ricca signora non si fosse temporaneamente inceppata, l'incontro non ci sarebbe mai stato

Riprendo il tuo commento, Xtc, perche' colgo uno spunto interessante: e' quando qualcosa s'inceppa che avvengono i cambiamenti. Chi ha una vita liscia e regolare, chi asserisce di vivere felice e tranquillo, sicuramente dice il vero, ma dentro di se' sa che invecchiera' e morira' senza mai riuscire a vedere un altro scorcio di cielo se non quello che da sempre vede dalla sua finestra.
Noi siamo acqua, come siamo fuoco, siamo terra, siamo aria e nel racconto, questi quattro elementi sono tutti presenti, e come tale ci comportiamo. Non possiamo eludere le sue leggi. E' predestinazione. Pero' abbiamo una scelta: quella di essere stagno, fiume, mare, cascata impetuosa. Cio' e' libero arbitrio.
L'immutabile e' stagno. E' acqua ferma che alla fine persino puzza.
Il cambiamento e' fiume. Acqua che scorre e si rinnova.

J.T. ha detto...

Pieno, come se fosse realmente accaduto..

Xtc ha detto...

Proprio così.
La cosa incredibile è che tutti abbiano così tanta paura dei cambiamenti. Si sta sempre insieme alla stessa persona, si desidera il posto fisso a oltranza, si cerca in tutti i modi di rendere la propria vita stabile e "sicura", rinunciando a tutte le altre possibilità. Invece un divorzio, un licenziamento, una malattia sono spesso lo scarto che permette di trovare un'altra via. Perlomeno questo è ciò che dice la mia esperienza e quella delle persone che conosco.
C'è un passo del Vangelo (e tu sai quanto sia atea) che adoro, e che se permetti riporto per intero, perché stiamo parlando di questo:
Matteo 6,25-34
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

** Sara ** ha detto...

A me è piaciuto e non ti seguo da così tanto da poter capire cosa esprimesse a livello simbolico. Di certo mi ha ricordato una scena precisa dell'infanzia che è descritta esattamente come la ricordo.. quindi non ho saputo scrivere di più perchè mi ha colpito ritrovare quel vissuto in un racconto. Poi era il primo commento e mi bocci subito? mannaggia!

Chiara di Notte - Klára ha detto...

era il primo commento e mi bocci subito? mannaggia!

Come ti boccio?
No no. Anzi.
Piuttosto, raccontami quell'episodio se ti va.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ JT: Pieno, come se fosse realmente accaduto.

Non ho capito cosa vuoi dire con "pieno". Comunque, ho notato che, diversamente da altri raccontini, in questo hanno commentato piu' le donne, e mi chiedevo perche'.

Xtc ha detto...

Mi auguro fosse una domanda retorica ;-)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Mi auguro fosse una domanda retorica

Xtc, il piu' delle volte mi hanno accusata di aver generalizzato troppo, assegnando a uomini e donne determinati comportamenti. Dicendomi che non era vero che donna corrispondeva a "x" e uomo a "y", e che in fondo entrambi avevano il medesimo comportamento, la medesima possibilita' di compiere determinati atti, e la medesima attitudine in ogni campo.
Cio' a mio parere non e' vero. Non si tratta di generalizzazione, ma di differenza sostanziale attribuibile ai generi che porta a comportamenti, attitudini, e finalita' completamente diverse. Le risposte a questo post lo dimostrano, anche se il campione e' basso. Ma lo dimostrerebbero anche se il campione fosse altissimo. Tu sai bene a cosa mi riferisco.

Xtc ha detto...

Il discorso che fai è molto chiaro e condivisibile, non mi sembrava che si potesse mettere in discussione e dovesse essere dimostrato. Essere diversi non è una menomazione per nessuno. Casomai un valore aggiunto.
Viva la biodiversità anche umana! :-)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Viva la biodiversità anche umana!

No. Non parlavo solo della biodiversita', che e' un fatto fisiologico. Parlavo anche di qualcosa di filosofico. Il pensiero, ad esempio, ha proprio una struttura differente (ne parlavi tu benissimo in un tuo post. Ricordi i mattoncini?) Il senso che si da' alla stessa vita e' differente. Le finalita', i valori, le priorita'.
Tu dirai: "Certo, ogni essere umano la pensa in modo differente e da' un senso diverso alla vita indipendentemente dal suo genere". E' vero, ma qui non c'e' quella generalizzazione che io, invece, desidererei rivalutare. Si' perche' non e' cosi' male generalizzare. Mi infastidisce chi non fa che ripetere la stessa frase fatta per cui "generalizzare non va bene". Invece, io credo che vada benissimo in certi casi. E quando si parla di uomini e donne e' uno di questi casi.
Capisco che ci sia chi su questo punto non e' d'accordo, ma fa parte appunto della mia personale "biodiversita' di pensiero". Ma come me, la pensano anche altri? Cioe' altre?
Ecco quest'ultima e' una domanda davvero retorica, in quanto di questo fatto ho gia' la prova. :-)

J.T. ha detto...

Ho inteso con "pieno" il racconto di un fatto vissuto, con quei particolari che si percepiscono facilmente quando si vive realmente qualcosa, in ogni caso, sei stata attenta nel racconto dei fatti:-)

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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