mercoledì 14 marzo 2012

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Il mistero piu’ grande dell’universo

Eliza non aveva piu’ dodici anni, ma non ne aveva ancora compiuti tredici. Non era grande abbastanza da avere smesso con i suoi giochi, ma non avrebbe mai consentito alle amiche, che sembravano ormai interessarsi ad altre attivita’, di scoprirlo. Eliza era solo un’ipotesi di cio’ che sarebbe diventata, e tratteneva in segreto tutto il profumo che un giorno avrebbe emanato, ma avrebbe preferito ridursi in cenere piuttosto che vedere il suo corpo sbocciare.

Eliza dai riccioli neri, irrequieti, costretti nel cappuccio di un vecchio impermeabile, forme evanescenti nascoste dagli abiti troppo larghi, occhi chiari dissimulati dietro a lenti di anonimi occhiali. Nessuno doveva percepire che, sotto la sua pelle erosa dal sale delle lacrime, stava per affiorare la porcellana levigata di una bambola.

Eliza non sorrideva. Non c’era niente per cui sorridere. Certamente, non per la tortura quotidiana del doversi alzare al mattino con ancora il buio nell’anima, e neanche per gli sguardi ottusi dei compagni di scuola che indagavano nella sua intimita’ con occhi privi di interesse. Li detestava, i coetanei. Detestava la loro insolenza, la loro musica fastidiosa che fingevano di godersi e che in niente era diversa da quella classica che sua madre le infliggeva con la puntualita’ di una medicina. Odiava quei loro vestiti tutti uguali e, soprattutto, odiava cio’ che loro pretendevano lei fosse.

Che cosa, pero’, Eliza non avrebbe saputo dirlo.

Le pareva a volte di perdere il senno. Per ore stava a guardarsi in uno specchio, in attesa di una risposta ad ogni suo dubbio, in attesa di una voce che le trattenesse il pianto, con la speranza di intuire il perche’ della propria esistenza, o in attesa di assistere allo svelarsi improvviso del mistero delle costellazioni e dei pianeti, oppure che giustizia fosse fatta. Che le venisse dunque spiegata l’alternativa al mondo cosi’ per com’era stato creato.

Da sola, Eliza attendeva che quel cazzo di ascensore si decidesse ad arrivare. Lei non diceva mai parolacce, le pensava soltanto. Se le amiche le dicevano, allora fingeva di riderne, ma dentro le sembrava che venisse infranto qualcosa di sacro, e che qualcuno, percio’, da qualche parte nell’universo, dovesse pagarne le conseguenze.

Si stava domandando perche’ si ostinasse ogni giorno a correre a casa dopo la scuola, se poi, inevitabilmente, quando giungeva nell’androne del palazzo dove abitava, un’angoscia subdola le fiaccava le gambe. E mentre se lo chiedeva, quasi arrabbiata con se stessa, un uomo entro’ dal portone. Eliza si concentro’ sulla spia che annunciava l’arrivo dell’ascensore, sforzandosi di non mostrare alcun interesse per l’estraneo.

Non era un ragazzo. Poteva avere grosso modo una trentina d’anni. A lei piacevano i tipi cosi’: gli uomini. Gli uomini non avevano nulla del fare sbruffone dei suoi coetanei, non seguivano le mode, non si esprimevano in modo volgare se proprio non era necessario. Nessuna traccia di gel nei loro capelli che crescevano ordinati in tagli classici e romantici.

Quello pareva un uomo come aveva sempre immaginato che gli uomini dovessero essere: lo sguardo ancora giovane, pero’ gia’ saggio; l’espressione dolce e non ammiccante. Eppure lo aveva appena guardato, ma non sarebbe tornata a scrutarlo ora che le era arrivato cosi’ vicino. Volentieri, se un gesto tanto infantile non l’avesse resa ridicola e non fosse stato evidente che anche lei stava aspettando l’ascensore, sarebbe corsa su per le scale.

Sorprendendo il rincorrersi delle fantasie di Eliza, quando l’ascensore arrivo’, l’uomo apri’ per lei la porta, cedendole persino il passo.

- Quale piano? – chiese.
- Quinto… – biascico’ Eliza.
- Io vado al sesto – e schiaccio’ il pulsante col numero cinque.

Gli occhi di Eliza presero a posarsi sui quattro angoli della cabina, alla ricerca di dettagli che ne giustificassero il vagare, finche’, esausti, non si accorsero delle sottili pieghe che incorniciavano la bocca dell’uomo: semicerchi che rivelavano che le stava sorridendo. Lui la stava scrutando come voler catturare i suoi pensieri piu’ intimi, quasi sperando che lei non se ne avvedesse. Sembrava addirittura compiaciuto dalla sua evidente timidezza. Invece, lei avvertiva sempre di piu’ quella sensazione di voler fuggire. Una sensazione che le accendeva di rosso le guance pallide, e le rendeva umide le cornee illuminandole le iridi. “Avrei dovuto prendere le scale!” penso’ maledicendosi. Il tipo la stava fissando senza piu’ neppure un minimo di pudore. Ridendo persino.

Primo piano.

Le venne da pensare che negli anni vissuti in quel palazzo, mai le era capitato di premere il pulsante d’allarme. Chissa’ che suono avrebbe fatto; se sarebbe stato abbastanza forte da richiamare gli inquilini o si sarebbe limitato ad emettere un flebile suono ignorato da tutti. Chissa’ se una ragazza stuprata in ascensore avrebbe trovato la forza di chiamare aiuto, trascinarsi alla pulsantiera, sfidando poi la vergogna di fronte ai propri vicini. Se i lividi, nello sguaiato dimenarsi, le sarebbero comparsi immediatamente o se sarebbe occorso del tempo per comprendere quanto le stava accadendo. Tempo per implorare, mordere, graffiare, arrendersi. Punto’ lo sguardo contro quell’uomo in una pavida sfida nel metro quadrato che li divideva, fino a che non udi’ piu’ alcun rumore: ogni suono le giungeva ovattato e distante. Lo stomaco contratto in uno spasmo di terrore.

Secondo piano.

Le ciglia dell’uomo erano scure, selvagge, disegnate come da un tratto di pennarello su un foglio lucido. E la punta sottile del naso non si armonizzava con la base ben piantata. E poi la bocca, mollemente dischiusa come quella di chi non teme cio’ che ha da dire. Eliza sapeva che c’erano solo due tipi di persone con tale caratteristica: chi aveva vissuto troppo e chi non aveva vissuto affatto. Lei, comunque, sapeva di non appartenere ne’ all’una ne’ all’altra categoria.

D’un tratto ebbe la certezza che qualcosa stesse per accadere. I palmi delle mani le si fecero umidi e scivolosi. Avrebbe voluto piangere. Sapeva che lui stava per dirle qualcosa.

Terzo piano.

- Sai qual e’ il mistero piu’ grande dell’universo? – le chiese con fare gentile.

Eliza si trovo' smarrita. La mente di bambina inizio’ a rincorrere i discorsi da adulti a cui le era toccato di assistere tante volte: quelli di sua madre. La casa da mandare avanti, le troppe spese da affrontare, le urla, di notte, provenienti dalle case dei vicini da cui mura troppo sottili non l’avevano mai protetta, e i volti distratti delle persone che si ostinavano a non capire quanto lei fosse viva. Nulla di misterioso in tutto cio’, nell’alternarsi delle stagioni, nello sfiorire di sua madre, nelle lezioni di ballo a cui era costretta, se poi aveva sempre dovuto assistere al lento disciogliersi dei suoi incauti sogni, ai suoi desideri costantemente disillusi, e ai singulti del suo corpo che, lo sentiva, la voleva ad ogni costo donna e non piu’ bambina.

Scosse sommessamente la testa, mortificata dalla propria incapacita’ di trovare una risposta nel momento in cui davvero ne aveva bisogno. La frase di lui echeggiava ancora nell’ambiente minuscolo dell’ascensore, riducendo lo spazio tanto da farglielo sentire quasi appiccicato addosso. Quella voce le era penetrata come una scheggia sotto la pelle: un suono cosi’ rispettoso e dolce che avrebbe voluto poterlo riascoltare cento volte nelle tristi sere in cui riassumeva la sua giornata nelle pagine di uno sciocco diario, bagnando fazzolettini di lacrime che non trovavano spiegazioni.

Quarto piano.

- Il mistero piu’ grande dell’universo… –

L’uomo dava alle parole un’enfasi e un sostegno innaturale, come uno di quei clown che, con la meraviglia di un gioco di prestigio, stupiscono i bimbi negli ospedali, cercando di distogliere la loro attenzione dalla sofferenza e dall’ingiustizia che credono di subire. E, come quei bambini, Eliza si lascio’ ammaliare.

- …e’ la frase… –

Quinto piano.

- …da dire in ascensore! –

E nel dirlo, le apri’ la porta sorridendo. Anche Eliza sorrise, imbarazzata ma rilassata, quasi dimenticandosi del fatto che doveva scendere proprio a quel piano. Ricambio’ lo sguardo soffice di quell’uomo, forse con una nota di eccessiva e inconsapevole adorazione, e attracco’ al proprio lido. Come ogni giorno avrebbe avuto battaglie assai diverse da affrontare: senza campanelli d’allarme e duelli fatti di sguardi.

Inseri’ la chiave nella serratura e si ritrovo’ in un attimo nel gelido calore del suo ambiente familiare. “Eliza!”, senti’ sua madre chiamarla. Ancora una volta, distrattamente, aveva lasciato la porta richiudersi con troppo rumore, sbriciolando la sua esigenza di invisibilita’. Pero' da quel giorno avrebbe dovuto fare i conti con un nuovo mistero: il mistero piu’ grande dell’universo. Qualcosa a cui fino ad allora non aveva mai pensato, ma che anche quando sarebbe diventata grande, ogni tanto le sarebbe tornata in mente: come potevano le persone non sentirsi sole, e cosa potevano avere, in fondo, da dirsi se erano persino incapaci di trovare una frase da dire in ascensore?

10 commenti :

davide ha detto...

Pregiatisima Chiara,

"Il mistero piu’ grande dell’universo".

Il mistero della santa Trinità.

Ciao Davide

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Davide: "Il mistero piu’ grande dell’universo".
Il mistero della santa Trinità.


Ommamma!
Giuro che non ho le palle, giuro. Ma sono sicura che, se le avessi, mi cadrebbero. :-(

Anonimo ha detto...

Ciao Chiara,

una sola parola:

capolavoro

Anonimo ha detto...

Buongiorno Chiara,
l'imbarazzo può togliere la parola e una domanda così importante, può tranquillamente non avere risposta in soli 4 piani di ascensore.

Da piccolo mi sono chiesto quale fosse l'ultimo numero e, ogni tanto, ci penso ancora.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

una domanda così importante, può tranquillamente non avere risposta in soli 4 piani di ascensore

Cinque. :-)
In ogni caso, mi viene in mente una riflessione che sicuramente, se fosse capitato a me di commentare avrei certamente esposto. Parlo del grande potere che ha la scrittura: dilatare il tempo.
Un episodio che si svolge in pochi secondi, puo' essere descritto con minuzia di particolari, per cui il tempo impiegato per descriverlo, e quindi per leggerlo, e' assai superiore a quello esatto trascorso quando l'evento si e' verificato. Sia che si tratti di un evento realmente vissuto, sia che si tratti di pura fantasia, poco importa. Con la scrittura si puo' descrivere il percorso di un proiettile facendo durare il nostro racconto talmente a lungo da rallentare quel percorso all'infinito.
Avviene la stessa cosa con la fotografia, o con la pittura, in cui l'istantanea di un'immagine puo' raccontare assai di piu' di quello che per pochi secondi ci e' passato sotto gli occhi.
Cosi', le cose possono essere vissute due volte e per un tempo piu' lungo, e la nostra vita acquista spessore. Non e' piu' un'insieme caotico di avvenimenti e situazioni a cui non riusciamo a volte a dare un senso di contiguita' logica, ma se vogliamo, riusciamo a riallacciare ogni filo, ogni trama.
Lo so che come commentatrice sarei prolissa ed anche noiosa, ma esprimere un giudizio per me e' molto di piu' che dichiarare approvazione o disapprovazione. :-)

marco ha detto...

Ecco perchè salgo quasi sempre per le scale, non per rimanere in forma ma perchè odio i misteri. :-)

Bellissimo racconto.

P.S.
Scendo pure per le scale.

Xtc ha detto...

Stavolta tutti maschi :-) Questa cosa mi ha fatto venire un'idea sulla quale spero di lavorare nel fine settimana

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Marco: salgo quasi sempre per le scale

Fa bene per tenersi in forma. :-)

Questa cosa mi ha fatto venire un'idea sulla quale spero di lavorare nel fine settimana

Se farai in fretta riusciro' a leggerlo prima di partire. Altrimenti dovro' attendere una settimana. :-)

Xtc ha detto...

Non ce la faccio a scriverlo adesso perché sto scrivendo altre cose come una pazza, lo tengo in caldo per quando ritornerai. Buon viaggio. Ti aspetto.

Ev@ ha detto...

Il mistero più grande dell'universo?

Banale: i miei scritti!

Un saluto.

E.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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