lunedì 27 febbraio 2012

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Vera


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Basta un conto alla rovescia per convincere chiunque che sta per succedere qualcosa.

Una corsa;
un'emozione;
un inizio;
una sfida;
un'opportunita’.

Ogni storia sembra cominciare cosi’: con un contare all’indietro. Come se portasse in se’ il germe di una non evitabile deflagrazione.

4 … una corsa.

Alle donne vengono raccontate tante storie, per farle morire. Ma spesso finiscono col raccontarsi storie, per sopravvivere. Sembra che siano le favole le uniche la cui dimensione sia consentita; il recinto di rose e di spine dove contenere le loro esistenze cosi’ distanti, pero’, alla fine, anche cosi’ vicine.
Vera. Cinquant’anni, senza averne vissuti neppure la meta’. Vera, che sembrava collocarsi sempre al margine di tutto, anche di se stessa. Viveva occupando solo gli angoli di quello spazio che avrebbe dovuto essere suo per diritto d’esistenza. Fin da piccola le era stato insegnato che, per essere accettata, occorreva innanzitutto il silenzio, e l’obbedienza. Che in sostanza voleva dire non chiedere mai qualcosa, ne’ tanto meno perche’.
Ho conosciuto Vera su un treno impregnato di sonno e di aria viziata. Mi parlava di se’ durante una di quelle conversazioni in cui l’abitudine all’essere formali viene sopraffatta dalla stanchezza, e dall’attesa comune. Fu lei a rivolgermi la parola. L’inizio di un dono condiviso.

- Dovrei andare alla toilette... - mi disse toccandosi il basso ventre.

Un po’ imbarazzata, la ricambiai per quella sua confidenza con un rapido sorriso. Il primo pensiero che mi venne fu che fosse un po’ matta. Feci finta percio’ di trovare particolarmente interessante la pagina del libro che stavo leggendo, e mi ci immersi. Lei pero’ capi’ il trucco, o doveva conoscere molto bene i contenuti del libro, e mi trattenne ostinatamente nella conversazione.

- Ma tu l’avresti il coraggio di entrare in una di queste toilette? Piuttosto mi metto il tappo!

Non riuscii a trattenermi dal ridere. Riposi il libro e la mia diffidenza sulle gambe, e affidai la mia attenzione al suo volto rubicondo. Iniziammo cosi' a parlare, mentre il treno continuava la sua corsa.

3 … un'emozione.

- Di’ la verita’ - mi chiese divertita - prima hai pensato che fossi matta, vero?

Annuii. Era inutile mentirle. Aveva una gran voglia di parlare, e la lasciai proseguire.

- Prima ero come te, sai? - “Come me?” pensai sgranando gli occhi. - Pero’, ho smesso di aver timore delle persone gia’ da parecchio tempo.

Mi sembrava una osservazione esagerata, la sua. Non avevo mai pensato d’aver timore delle persone. Anzi, tutt’altro. Ma Vera non mi dette il tempo di replicare, e mi incalzo’.

- Se un uomo si pitturasse il corpo di azzurro, si cospargesse le ascelle con la senape e indossasse sgargianti orecchini femminili, non penseresti che e’ mezzo matto? E se, poi, iniziasse a correrti dietro, si gettasse a terra e cominciasse a ridere, a ridere, e a ridere senza fermarsi, non ne avresti probabilmente anche un po' paura?

Non capivo dove volesse arrivare.

- Credo sia normale aver paura - dissi. - La paura e’ una reazione emotiva che ci avverte di un probabile pericolo prima che la coscienza riesca a distinguerlo e a decifrarlo nel modo corretto. E’ un’emozione primordiale, pertanto istintiva, e ci e’ indispensabile per la sopravvivenza. Senza la paura la specie umana si sarebbe, probabilmente, gia’ estinta da molto tempo.

Solo dopo aver concluso la frase, mi resi conto di quanto fossi noiosa a parlare in quel modo. Saccente e prolissa, come sempre mi capitava. “Troppa teoria!” mi rimproverai tra me e me. Troppa. E Vera, infatti, rise.

- Per fortuna non tutti la pensano come te - sorrise. - Si racconta che sia stato proprio quello il modo con cui Salvador Dali’ si e' presentato davanti a una donna. E lei, differentemente da quanto avrebbero fatto molte altre, non ne ebbe paura. Anzi, se ne innamoro’ e lo amo’ per tutta la vita.

Vera stava parlando di Elena Dmitrievna D’jakonova, “La Femme Visible", la musa eterna di Dali’, che sarebbe diventata poi sua moglie: Gala Éluard Dali’.

- La paura, la diffidenza, pensare sempre che gli altri vogliano ingannarci, e’ naturale e per cosi’ dire, primitivo. Hai ragione - continuo’, - ma tutto questo non ci fa vivere meglio. E’ un inutile spreco di tempo e di energie. Non ne vale la pena, credi a me.

Gia’. Oggi so che non ne vale la pena, ma il fatto e’ che la verita’ degli altri, quando e’ oltre la misura che riusciamo a tollerare, ci spaventa. Per sopportarla, allora, ci vuole un recipiente spettacolare, come ad esempio la tv, o il cinema. Oppure il computer, la virtualita’, qualcosa che ponga una barriera, una specie di filtro a tutta la verita’ che puo’ rovesciarsi su di noi. Ma allora la verita’ finisce col divenire finzione. E cosi’, finisce col diventare spazzatura, e rifiuto.

- Mi rifiuto di credere che quella sia la verita’! - disse Vera. - Perche’ la verita’ si fa sentire, urla forte, e quando fa male, fa male per davvero.

E inizio’ a raccontarmi un storia, mentre io la seguivo con una certa emozione.

2 … un inizio.

Perche’ la verita’ urla forte, e quando fa male, fa male per davvero.

- Come per quella mia amica, che un po' di tempo fa ebbe un incidente stradale con un disgraziato che investi’ lei e la sua auto passando col rosso ad un semaforo. E ora tutti la chiamano "üveg", perche’ nello scontro ruppe il parabrezza con la testa. E anche adesso, nonostante siano passati alcuni anni dall’incidente, il suo corpo continua a espellere minuscoli frammenti di vetro che le sono rimasti sotto la pelle.

Un colpo di tosse interruppe per un attimo il suo racconto. Guardai fuori dal finestrino. Avevamo passato Nyíregyháza. Ancora mezz’ora e sarei arrivata a casa. Con gli occhi un po’ piu’ opachi, dopo un secondo colpo di tosse, Vera riprese a raccontare.

- E mentre ti parla, la mia amica, ogni tanto la vedi grattarsi il viso e tirarsene via uno di quei frammenti. Lo guarda, tenendolo fra le unghie, e lo getta via come fosse una cosa del tutto normale. Perche’ la verita’ e’ una cosa normale. Normale come lo e’ la vita, oppure la morte.

Intuii che l’unica conclusione, la piu’ giusta per quella storia, dovesse essere il silenzio. E infatti, decisi di non dire nulla. Solo allora feci caso a quanto fosse invadente la voce del controllore che, violentando quel silenzio, ripeteva ad ogni passeggero sempre la medesima frase, con lo stesso tono di voce: “Jegyet, kérek!”.

- Il momento in cui mi viene chiesto di mostrare il biglietto mi mette sempre un po’ in ansia - confessai. - Mi assale improvvisamente il dubbio di averlo perduto, o di averne timbrato, per errore, uno gia’ vidimato. La vera paura e’ che, se anche ho obliterato il biglietto giusto, e l’ho messo via in un posto sicuro, non riesca piu’ a ricordarmi quale sia questo posto che, solo pochi minuti prima, avevo giudicato talmente sicuro da non correre alcun rischio di perdere qualcosa nascosta li’. E a volte mi capita di dimenticarlo per davvero. Questa improvvisa e temporanea amnesia la chiamo “ansia da autorita’ subita”. La stessa che mi prende quando vengo fermata alla frontiera o a un posto di blocco e io, pur sapendo di essere completamente in regola, comincio ad agitarmi. Mi sento in difetto e sempre in condizione di dovermi giustificare per qualcosa. Come se un’entita’ superiore con l’incarico di sorvegliarmi, arrivasse di tanto in tanto a controllare che abbia eseguito tutti i compiti assegnati, e che abbia rispettato tutte le regole. A volte, mi sento proprio come se fossi costretta ad abbassare la testa perche' mi venga cosparsa di cenere. Vedi, Vera, per me non esiste Dio, ma sono convinta che, se esistesse, indosserebbe sicuramente un’uniforme ed avrebbe il volto di mia madre. E’ lei che, fin da quando ero bambina, mi ha sempre sovraccaricata di obblighi e doveri perche’ dimostrassi di essere sempre la piu’ brava, cosicche’ potesse vantarsi con tutti di essere stata una madre che aveva saputo crescere la figlia migliore.

Stavo parlando a Vera come ad una psicanalista. Da tempo, ormai, mi era chiaro che la mia era una vera e propria fobia nei confronti di qualsiasi tipo di autorita’. Pertanto, per esorcizzarla, ero diventata una ribelle, trasformando le mie paure nel rifiuto verso tutto cio’ che mi creava obblighi, costrizioni e impegni. Spingendomi ad affrontare situazioni che mi facessero sentire libera, anche quando potevano rappresentare un pericolo o che la societa’ giudicava immorali. Non potevo farci nulla, ma sapevo perfettamente che era dal modo in cui mi aveva cresciuta mia madre che le mie ansie avevano avuto inizio.

1 … una sfida.

Vera ascoltava assorta le mie farneticazioni come se stessi li’ a rivelarle i grandi misteri dell’universo. Ero felice, e non capivo perche’. Anzi, lo capivo benissimo: ero felice perche’ mi sentivo importante. Riflettevo e mi convincevo di una cosa: per sentirsi importanti basta qualcuno che ci regali un po’ della sua attenzione, e del suo tempo. Vera sembrava capirmi, come se le fosse facile leggermi dentro. E anche lei volle dirmi qualcosa di se’.

- Per me e’ stato quasi lo stesso. Da piccola, sentivo mia madre che si vantava di aver messo al mondo la figlia piu’ buona che potesse esistere. “Mai che pianga”, diceva orgogliosa. “Mai che si lamenti. Mai che protesti. Questa figlia e’ nata gia’ adulta!” E’ cosi’ che sono cresciuta: con la convinzione che essere buona e remissiva fosse la mia unica opportunita’ per farmi accettare. Da lei e da tutti quelli che volevo mi amassero. Incluso l’uomo che ho sposato, che ha talmente apprezzato la mia bonta’ da arrivare a tradirmi spudoratamente. E, come se non fosse abbastanza, ha cominciato anche a picchiarmi.

Lo sguardo di Vera divenne duro. Io non riuscivo a dire niente, eccetto un inopportuno: “Capisco”. Fuori dal finestrino si intravedevano gia’ le luci di Tokaj. Cinque minuti, e il treno sarebbe arrivato in stazione.

- In realta’ - riprese a raccontare Vera - mia madre si sbagliava su di me. Io non sono mai stata una bambina buona. Sono stata soltanto una bambina triste.

In quel momento, Vera sembrava avere lo sguardo di chi si fosse reso conto di aver appena compiuto una marachella. Mi faceva tenerezza con la sua aria divertita, imbarazzata, e anche un po’ colpevole di chi sa’ di aver trasgredito ad una regola, come se avesse deciso di lanciare al suo passato una sfida.

0 … un'opportunita’.

- Vorrei lasciarti il mio recapito, ma non posso. Non posso darlo a nessuno. Non l’ho potuto dare nemmeno a mia figlia.

Le si spense lo sguardo. Si intuiva che non tollerava l’idea di suscitare la pieta’ di nessuno. Ecco perche’ non mi dava il tempo di fiatare. Poi mi disse:

- Sto scappando da mio marito. Vado in un luogo dove c’e’ una casa che accoglie le donne come me, che hanno avuto le lezioni piu’ amare dalla vita. Vado a rivendicare tutto lo spazio che mi spetta fin dalla nascita.

Vera guardo’ fuori dal finestrino, mentre il treno si arrestava. Era bella. Non contavano niente le sue rughe, e neppure i suoi capelli grigi.

- E poi, guarda: c’e’ scritto anche la’ fuori! E’ un segno del destino!

E rise di gusto. Mi sporsi per guardare anch’io, e vidi una scritta sul muro di un edificio illuminato dalle luci della stazione. C’era scritto: “Soha nem adom fel!”. Non mollare! Non arrenderti!
Vera mi guardo’. E Rise. Rideva. E mi guardava. Rideva cosi’ tanto da far fatica a parlare. Rideva di gusto. Il gusto di chi sapeva di essere viva e che cominciava anche ad avvertirlo dentro di se'. Il gusto di chi sapeva di avere ancora un'opportunita’.

4 …
3 …
2 …
1 …
0 …

Ogni storia inizia cosi’: con un contare all’indietro. Come se portasse in se’ il germe di una non evitabile deflagrazione. La storia di Vera iniziava in quel momento, come iniziava la sua vita. O almeno e’ cosi’ che oggi mi piace pensare. Perche’ chi cerca ad ogni costo la perfezione non vive, ma sopravvive a fantasmi che non sono suoi, ma di altri. Come scrive Sylvia Plath: “La perfezione e’ terribile, e non puo’ avere figli”.

7 commenti :

Anonimo ha detto...

E' una delle cose più belle che tu abbia mai scritto.
Peccato...c'è molto di 'Vera' anche in te, solo che esce d 'casa' assai di rado.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Anonimo: c'è molto di 'Vera' anche in te, solo che esce d 'casa' assai di rado.

Ma quanto mi conosci...
E dire che per me sei un anonimo. :D
Il bello (o il brutto) del web, e' che si creano rapporti sbilanciati. Talmente sbilanciati da essere quasi grotteschi. Da una parte c'e' chi in qualche modo si apre, si mostra, si esprime.
Che lo faccia sinceramente o no, questo sta all'intuizione di chi legge giudicarlo, ma comunque mostrando il coraggio far uscire il proprio "se'" collegato a qualcosa di ben individuabile. Come ad esempio un nickname che esiste da lustri, oppure mostrando il proprio blog o la propria pagina FaceBook o comunque qualsiasi cosa che lo qualifichi come "individuo".
Dall'altra, invece, ci sta spesso una massa anonima e informe di persone che "giudicano", esprimono critiche, elogiano, ma tenendosi ben a distanza di sicurezza per non essere individuate. Quindi giudicate.
Cosi' e' molto piu' comodo: si puo' dare (ad esempio) del cornuto all'asino senza far sapere di essere il bue. :D
Tutto cio' dice molto piu' della vasta "fauna" che popola internet di quanto possa uscir fuori da una seduta psicanalitica.
In ogni caso, grazie del complimento.
Buona giornata. :D

Erotici Eretici ha detto...

Davvero bellissimo. Capita a volte di rimanere spiazzati davanti ad un post molto lungo. Forse perchè non ci si concede mai troppo tempo. Ma questa è la dimostrazione che a volte prendendoselo, il tempo, si possa leggere qualcosa di veramente bello e vero e che le emozioni che ti regala ripagano ampiamente la sensazione sbagliata che quel tempo proprio non potevi permettertelo. Sarebbe fantastico un incontro di questo tipo, anche solo per il tempo necessario a questa esperienza ... non so cosa darei. Grazie davvero per averlo condiviso.
Yin

SoloDinamo ha detto...

molto bello. Chiara tu devi provare a scrivere un libro, sei brava a trasmettere le emozioni.

Gianni non "azzerbinato"
(hai visto ? Ci metto faccia e firma...più di così...)

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Erotici Eretici: Capita a volte di rimanere spiazzati davanti ad un post molto lungo

Se ti piacciono i racconti un po' "dversi", allora, se non lo hai letto, posso consigliarti anche questo:

http://tinyurl.com/889mbx8


@ SoloDinamo: tu devi provare a scrivere un libro

Non ci penso nemmeno!
I libri li lascio scrivere a chi li sa scrivere. Ciascuno dovrebbe riconoscere i propri limiti e i propri difetti. Oggi il mondo e' pieno di scrittori e scrittrici che se la suonano e se la cantano da soli. Soprattutto il web e' una giungla di questi straordinari talenti. Tutti bravi, Tutti fuori dal comune. Tutti che credono di essere unici e speciali.
Tutti maître à penser che scrivono libri e poesie ed attendono che il loro talento venga scoperto da qualcuno (da chi? dagli alieni?) :D
Dato che ho cose piu' serie di cui occuparmi (fare la contadina non e' un lavoro che lascia spazio ai salotti colti), e devo ogni giorno pensare a come guadagnarmi la pagnotta e a tirare avanti (bei tempi quelli in cui bastava togliersi semplicemente le mutande), preferisco essere concreta e lasciare i sogni di carta a chi ha tempo e soldi da buttar via. :-)

Kameo ha detto...

"[...] preferisco essere concreta e lasciare i sogni di carta a chi ha tempo e soldi da buttar via"

Questi nemmeno sono di carta ... sono di pixel :-)

MsSmeraldina ha detto...

Ciao, che blog carino! ^_^ Se ti va passa dal mio blog. Mi farebbe piacere averti fra le mie iscritte
http://mssmeraldina.blogspot.com/

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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