martedì 14 febbraio 2012

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Pinokkió kalandjai

La prima versione ungherese de “Le Avventure di Pinocchio” (Pinokkió kalandjai), risale al 1967. Tradotta da Rónay György, uno scrittore di fiabe fra i piu’ famosi in Ungheria, ed illustrata da Razjaval Tamás, Fu realizzata sulla base dell’edizione italiana del 1961 di AMZ Editrice. Parlo ovviamente del Pinocchio classico, quello di Collodi che tutti conoscono in Italia.

Ma la versione piu’ nota nell’Europa dell’est e’ quella di Walt Disney, tratta dalla sceneggiatura del suo film animato. Traduzioni di questo Pinocchio, prima della caduta del muro di Berlino, sono state fatte in Polonia, Romania e Russia, pero’ il paese dove tale versione e’ diventata veramente popolare e’ sicuramente l’Ungheria.
L’edizione piu’ conosciuta e’ quella tradotta da Palföldy Margit, ma ne esiste anche una antecedente, stampata a Zagabria e che era destinata ai bimbi di lingua magiara che vivevano in Yugoslavia.

Oggi quasi tutti, qui, conoscono quella di Walt Disney. Io, invece, resto profondamente ancorata alla versione originale di Carlo Collodi. Una versione, tuttavia, troppo profonda perche’ possa essere compresa del tutto quando si e' bambini. “Le Avventure di Pinocchio” e’, infatti, un libro da bambini, ma per gli adulti. Un capolavoro letterario che nella vita andrebbe riletto piu’ volte, perche’ ogni volta ci fa ricordare quanto non siamo ancora del tutto cresciuti, restiamo ancora dei bimbi o, piuttosto, dei burattini costantemente alla ricerca della propria umanita’.

Pinocchio racconta la storia della formazione di una coscienza. E’ il piu’ chiaro esempio di “novella di formazione” che sia mai stato scritto, in cui, attraverso avventure e disavventure, il protagonista raggiunge la maturita’. La vita di ognuno e’, in parte, “la propria storia di Pinocchio”. Pare una banalita’, ma non ci sono altri termini per descriverla. Il romanzo (come appunto la vita di ciascuno, chi piu’ chi meno), infatti, si snoda in una sorta di percorso a tappe. E’ un viaggio iniziatico al cui termine, dopo aver superato dure prove, situazioni inquietanti, metamorfosi di ogni tipo, prove del fuoco e dell'acqua, in un continuo alternarsi di buoni propositi e monellerie, di infrazioni alle regole e di sinceri ravvedimenti, di cattiva condotta e di rimorsi, il protagonista ritrova finalmente le sue origini (il padre Geppetto) ed abbandona le spoglie del burattino monello per assumere le sembianze, sempre rincorse e sempre rifiutate, della persona “perbene”.


Si passa dunque dalla magica liberta’ infantile, adolescenziale, dai colpi di testa, dalle situazioni al limite, da certe esperienze persino “discutibili”, ai doveri e alle responsabilita’ della vita adulta. Ma per giungere alla fine di questo percorso, che e’ totalmente affidato al libero arbitrio, deve esserci alla base qualcosa di “predestinato”: si deve essere dotati di un “cuor d’oro”. Chi non lo e’, mai arrivera’ alla fine del percorso, e restera’ per sempre intrappolato nel paese dei balocchi, diventera’ un asino e morira’ come tale: immaturo ed inconsapevole. Pinocchio e’ dunque, per certi versi, l’antitesi di Peter Pan, che invece non matura mai.

Perche’ mi piace Pinocchio? Perche’ anch’io sto affrontando il mio percorso per arrivare all’approdo finale. Se ci arrivero’, un giorno, per mia libera scelta e non perche’ obbligata, significhera' che avevo dentro quel “cuor d’oro” necessario per giungere finalmente alla realizzazione della mia "umanita'", la chiave giusta per aprire la porta: la predisposizione. Ma Pinocchio mi piace anche perche’ ha una morale che mi appartiene. E’ quella delle famiglie contadine, quella del buon senso, quella che si basa sulle cose concrete, tangibili, e non sui sogni e le illusioni.


Era un mio compleanno ed ero una bambina, quando mio padre, durante una delle sue visite, mi porto’ in dono due libri. Uno era “Le avventure di Pinocchio” nella versione italiana di Bemporad editrice. L’altro, nella versione ungherese della casa editrice Móra. Quello in italiano era il suo, di quando era bambino lui, mentre l’edizione ungherese l’aveva acquistata appositamente per me. Ancora posseggo entrambi i libri, e li custodisco gelosamente insieme a molti altri oggetti e ricordi della mia infanzia.

L’edizione ungherese e’ assai diversa rispetto a quella italiana. La differenza, a parte la copertina e le dimensioni del volume, sta soprattutto nelle illustrazioni all'interno e nel loro numero che, nella versione ungherese, sono molte di piu’. Anche la qualita’ dei disegni e’ meno “raffinata" nella versione magiara, ma io li preferisco proprio per questo: per la loro semplicita’. La maggioranza sono in bianco e nero. Solo quattro a colori e i miei preferiti sono due: il teatro dei burattini, e Pinocchio ammalato nel letto con la Fata Turchina che lo accudisce e i tre medici che si consultano.

Fra tutti, il capitolo che sempre leggo con piacere, e’ quello in cui il burattino incontra per la prima volta il Gatto e la Volpe. Nonostante sia passato tanto tempo da quando Collodi lo ha scritto, resta sempre molto attuale e rileggerlo mi regala ogni volta un’incredibile sensazione di déjà vu.

Capitolo 12. Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.


Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
"Come si chiama tuo padre?"
"Geppetto".
"E che mestiere fa?"
"Il povero."
"Guadagna molto?"
"Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dové vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga."
"Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d'oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia."
Pinocchio, com'è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio, abbracciò a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
"Buon giorno, Pinocchio", gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.
"Com'è che sai il mio nome?" domandò il burattino.
"Conosco bene il tuo babbo."
"Dove l'hai veduto?"
"L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua."
"E che cosa faceva?"
"Era in maniche di camicia e tremava dal freddo."
"Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!..."
"Perché?"
"Perché io sono diventato un gran signore."
"Un gran signore tu?" disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.
"C'è poco da ridere", gridò Pinocchio impermalito. "Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro."
E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt'e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant'è vero che Pinocchio non si accorse di nulla.
"E ora, gli domandò la Volpe, che cosa vuoi farne di codeste monete?"
"Prima di tutto, rispose il burattino, voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi bottoni di brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me."
"Per te?"
"Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono."
"Guarda me!" disse la Volpe. "Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba."
"Guarda me!" disse il Gatto. "Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi."
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:
"Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!"
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.
Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco, come prima.
"Povero Merlo!" disse Pinocchio al Gatto, "perché l'hai trattato così male?"
"Ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non metter bocca nei discorsi degli altri."
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:
"Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?"
"Cioè?"
"Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?"
"Magari! E la maniera?"
"La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi."
"E dove mi volete condurre?"
"Nel paese dei Barbagianni."
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:
"No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: "I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo". E io l'ho provato a mie spese, perché mi sono capitate di molte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!"
"Dunque, disse la Volpe, vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!"
"Tanto peggio per te!" ripeté il Gatto.
"Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna."
"Alla fortuna!" ripeté il Gatto.
"I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila."
"Duemila!" ripeté il Gatto.
"Ma com'è mai possibile che diventino tanti?" domandò Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.
"Te lo spiego subito", disse la Volpe. "Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricuoprì la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno."
"Sicché dunque, disse Pinocchio sempre più sbalordito, se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?"
"È un conto facilissimo, rispose la Volpe, un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti."
"Oh che bella cosa!" gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. "Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due."
"Un regalo a noi?" gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. "Dio te ne liberi!"
"Te ne liberi!" ripeté il Gatto.
"Noi, riprese la Volpe, non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri."
"Gli altri!" ripeté il Gatto.
"Che brave persone!" pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
"Andiamo pure. Io vengo con voi."

Il Capitolo XII de “Le Avventure di Pinocchio” e’ stato tratto da QUI.

6 commenti :

Cavalier Amaranto ha detto...

Ho letto Pinocchio diverse volte da bambino ma solo da grande ho capito che si trattava di una fiaba senza il finale del vissero tutti felici e contenti.
Mi spiego, il fatto che pinocchio diventi un bambino vero, cioè il bambino ideale che vorrebbero gli adulti altro non è che omologazione, il comportarsi come vorrebbero coloro che dicono di volere il nostro bene, forse lo vogliono pure, ma che per ottenerlo ci fanno lasciare per strada la nostra unicità, per Pinocchio essere di legno.
Saluti e bugie per tutti.

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

a me del libro di pinocchio mi è sempre rimasto impresso che quando andò a denunciare il furto che aveva subito, anzichè mettere in galera il ladro in prigione ci fini lui. Questo dimostra che la giustizia italica ha sempre punito i buoni e premiato i birbanti. Probabilmente Collodi scriveva ai bambini nella speranza che capissero i grandi.

Cambiando discorso mi ha sorpreso che hai citato il tuo papa. Ho notato che nei tuoi racconti parli spesso della tua nonna o della tua mamma ma ho notato che quasi mai citi il tuo papa.

Ciao Davide

Lucio Sorge ha detto...

Chiara,
pensa che in Italia Pinocchio era il libro di testo per le prime classi delle scuole elementari.
Serviva per scopo sia didattico (imparare a leggere e scrivere per riassunto), ma anche per apprendere i tanti concetti ivi contenuti,espressi dai tanti "attori", utili anche per una età più matura.
A presto

Xtc ha detto...

A me piace vedere nella storia di Pinocchio la parabola della storia dell’uomo.
Il suo desiderio è trascendere la materia, diventando uomo; perché un burattino è schiavo degli eventi, mentre l’uomo si suppone libero.
La Fata, l’Anima, ne protegge il cammino.
Come Giona (o Osiride, o Cristo) viene inghiottito dalla balena e “risorge” tre giorni dopo.
Qualcuno dice che lo stesso nome faccia riferimento al “terzo occhio”, la ghiandola pineale. Mah, ... che importa se è vero o no?
E’ un libro di quelli che non si finisce mai di rileggere con immutato piacere.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Cavalier Amaranto: solo da grande ho capito che si trattava di una fiaba senza il finale del vissero tutti felici e contenti

@ Lucio Sorge: Serviva per scopo sia didattico (imparare a leggere e scrivere per riassunto), ma anche per apprendere i tanti concetti ivi contenuti,espressi dai tanti "attori", utili anche per una età più matura

@ Xtc: A me piace vedere nella storia di Pinocchio la parabola della storia dell’uomo

Grazie per i vostri interventi. Ogni discussione che riguardi i concetti contenuti in questo capolavoro (a mio parere adesso un po' sottovalutato in quest'epoca digitale e ultramediatica) e' benvenuta. Anch'io, pur essendo, credo, abbastanza esperta per quanto riguarda l'interpretazione di questo libro, che ho letto non so piu' quante volte, ma ho anche tradotto in diverse lingue, raccontandolo, e facendolo conoscere a chi non lo conosceva, ho sempre qualcosa da imparare: un dettaglio sfuggito, oppure una sensazione che non ho avuto, ma che magari in qualcun altro ha stimolato una particolare riflessione.
Pinocchio racconta la storia della formazione di una coscienza. E’ il piu’ chiaro esempio di “novella di formazione” che sia mai stato scritto, in cui, attraverso avventure e disavventure, il protagonista raggiunge la maturita’. Direi che la mia vita (come la vita di ognuno, credo) e’ in parte “la propria storia di Pinocchio”. Pare una banalita’, ma non ci sono altri termini per descriverla. Il romanzo (come appunto la vita di ciascuno, chi piu’ chi meno) si snoda infatti in una sorta di percorso a tappe. E’ un viaggio iniziatico al cui termine, dopo aver superato dure prove, situazioni inquietanti, metamorfosi di ogni tipo, prove del fuoco e dell'acqua, in un continuo alternarsi di buoni propositi e monellerie, di infrazioni alle regole e di sinceri ravvedimenti, di cattiva condotta e di rimorsi, il protagonista ritrova finalmente le sue origini (il padre Geppetto) ed abbandona le spoglie del burattino monello per assumere le sembianze, sempre rincorse e sempre rifiutate, della persona “perbene”. Si passa dunque dalla magica liberta’ infantile, adolescenziale, dai colpi di testa, dalle situazioni al limite, da certe esperienze persino “discutibili”, ai doveri e alle responsabilita’ della vita adulta. Ma per giungere alla fine di questo percorso, che e’ totalmente affidato al libero arbitrio di ciascuno, deve esserci alla base qualcosa di “predestinato”: si deve essere dotati di un “cuor d’oro”. Chi non lo e’, mai arrivera’ alla fine del percorso e restera’ per sempre intrappolato nel paese dei balocchi, diventera’ un asino e morira’ come tale: immaturo ed inconsapevole.
Pinocchio e’ per certi versi l’antitesi di Peter Pan, che invece non matura mai.
Perche’ mi piace Pinocchio e lo sento “mio”? Perche’ anch’io sto affrontando il mio percorso per arrivare all’approdo finale. Se ci arrivero’, un giorno, per mia libera scelta e non perche’ obbligata, vorra’ dire che avevo quel “cuor d’oro” necessario ad arrivarci; la chiave giusta per aprire la porta, che potrei definire: predisposizione. Ma Pinocchio mi piace anche perche’ ha una morale che mi appartiene. E’ quella delle famiglie contadine; quella del buon senso; quella che si basa sulle cose concrete, tangibili, e non sui sogni e le illusioni.
(credo che aggiungero' parte di questo commento al post).

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Davide: Ho notato che nei tuoi racconti parli spesso della tua nonna o della tua mamma ma ho notato che quasi mai citi il tuo papa

Quando si racconta, si racconta soprattutto di cio' che ricordiamo maggiormente. Mentre mia madre e mia nonna sono sempre state presenti durante la mia infanzia, di mio padre ho ricordi sfumati relativi, soprattutto, a certi episodi.

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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