martedì 21 febbraio 2012

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Fra libri di sabbia, numeri infiniti, e bambole matrioske

Sinceramente, non comprendo chi non riesce ad amare Borges. Ma chi di lui conosce solo le poesie, senza che abbia letto mai i suoi racconti, lo comprendo ancor meno. Fortunatamente, oggi con internet non esistono piu’ alibi per chi e’ pigro: si puo’ reperire con facilita’ tutta la produzione letteraria del grande scrittore argentino senza doverla per forza acquistare in libreria.

Ed e’ cosi’, quasi per caso, che mi e’ capitato in mezzo agli occhi questo suo racconto. Brevissimo, ma certamente uno dei piu’ belli. Parla di “infinito” e di paradossi. Lo avevo gia’ letto molto tempo fa, in un’eta’ in cui, forse, non riuscivo ancora a percepirne tutto il sapore, e non mi aveva lasciata totalmente incantata, come invece e’ avvenuto questa volta.

Cosi' ho avuto voglia di ricopiarlo dal web. Lo so, avrei anche potuto limitarmi a consigliarne semplicemente il link, ma ho pensato che riportarlo nel blog fosse un’occasione per farlo leggere persino a chi, per la pigrizia, appunto, potesse essere tentato di trascurare il consiglio. Invece, in questo modo, sono certa che la maggior parte delle persone che per una qualche ragione giungeranno in questa pagina, lo leggeranno e ne apprezzeranno la bellezza. Perche’ non lo si puo’ descrivere solo con le parole se non lo si mostra. Cosi’ com'e’ impossibile descrivere la bellezza di un dipinto senza farlo vedere.
Il libro di sabbia
di Jorge Luis Borges

la tua fune di sabbia ...

GEORGE HERBERT (1593-1633)


La linea è costituita da un numero infinito di punti; il piano, da un numero infinito di linee; il volume, da un numero infinito di piani; l'ipervolume, da un numero infinito di volumi... No, decisamente non è questo, more geometrico, il modo migliore di iniziare il mio racconto. È diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico.

Vivo solo, a un quarto piano di calle Belgrano. Qualche mese fa, verso sera, sentii bussare alla porta. Aprii ed entrò uno sconosciuto. Era un uomo alto, dai lineamenti indistinti. Forse era la mia miopia a vederli così. Tutto il suo aspetto lasciava trasparire una dignitosa povertà. Era vestito di grigio e aveva in mano una valigia grigia. Intuii subito che era straniero. All'inizio mi parve vecchio, poi mi resi conto che ero stato tratto in inganno dai suoi radi capelli biondi, quasi bianchi, come quelli degli scandinavi. Nel corso della nostra conversazione, che non sarebbe durata neppure un'ora, seppi che veniva dalle Orcadi.

Gli indicai una sedia. L'uomo tardò a parlare. Emanava un senso di malinconia, come me adesso.

- Vendo Bibbie, - spiegò.

Non senza pedanteria gli risposi:

- In questa casa ci sono varie Bibbie inglesi, compresa la prima, quella di John Wiclif. Ho anche quella di Cipriano de Valer, quella di Lutero, che letterariamente è la peggiore, e un esemplare della Vulgata latina. Come vede, non sono esattamente le Bibbie a mancarmi.

Dopo un attimo di silenzio, ribatté:

- Non vendo solo Bibbie. Posso mostrarle un libro sacro che forse le interesserà. L'ho acquistato ai confini di Bikaner.

Lo tirò fuori dalla valigia e lo posò sul tavolo. Era un volume in ottavo, rilegato in tela. Senza dubbio era passato per molte mani. Lo esaminai; il suo peso insolito mi sorprese. Sul dorso c'era scritto Holy Writ e sotto Bombay.

- Sarà dell'Ottocento, - osservai.

- Non lo so. Non l'ho mai saputo, - fu la risposta.

Lo aprii a caso. I caratteri mi erano sconosciuti. Le pagine, che mi parvero logore e povere dal punto di vista tipografico, erano stampate su due colonne come una Bibbia. Il testo era fitto e disposto in versetti. Negli angoli in alto comparivano cifre arabe. Attrasse la mia l'attenzione il fatto che la pagina pari portasse (mettiamo) il numero 40.514 e quella dispari, successiva, il 999. La voltai: il verso aveva una numerazione a otto cifre. C'era anche una piccola illustrazione, come si usa nei dizionari: un'ancora disegnata a penna, come dalla mano goffa di un bambino.

Fu allora che lo sconosciuto mi disse:

- La guardi bene. Non la vedrà mai più.

C'era una minaccia nell'affermazione, non nella voce.

Guardai bene il punto esatto e chiusi il volume. Poi lo riaprii immediatamente. Cercai invano la figura dell'ancora, pagina dopo pagina. Per nascondere il mio sconcerto, gli chiesi:

- Si tratta di una versione delle Scritture in qualche lingua indostanica, non è vero?

- No, - rispose.

Poi abbassò la voce come per confidarmi un segreto:

- L'ho acquistato in un villaggio della pianura, in cambio di qualche rupia e della Bibbia. Il proprietario non sapeva leggere. Ho il sospetto che nel Libro dei Libri vedesse un amuleto. Apparteneva alla casta più bassa; la gente non poteva calpestare la sua ombra senza contaminarsi. Mi disse che il suo libro si chiamava Il libro di sabbia, perché né il libro né la sabbia hanno principio o fine.

Mi invitò a cercare la prima pagina.

Appoggiai la mano sinistra sul frontespizio e aprii il volume con il pollice quasi attaccato all'indice. Fu tutto inutile: tra il frontespizio e la mano c'erano sempre varie pagine. Era come se spuntassero dal libro.

- Ora cerchi la fine.

Fu un nuovo fallimento; riuscii a stento a balbettare con una voce che non era la mia:

- Non può essere.

Sempre sottovoce, il venditore di Bibbie mi disse:

- Non può essere, ma è. Questo libro ha un numero di pagine esattamente infinito. Nessuna è la prima, nessuna l'ultima. Non so perché siano numerate in questo modo arbitrario. Forse per far capire che i termini di una serie infinita ammettono qualunque numero.

Poi, come se pensasse a voce alta:

- Se lo spazio è infinito, siamo in qualunque punto dello spazio. Se il tempo è infinito, siamo in qualunque punto del tempo.

Le sue considerazioni mi irritarono. Gli chiesi:

- Lei è religioso, non è vero?

- Sì, sono presbiteriano. La mia coscienza è pulita. Sono sicuro di non aver imbrogliato l'indigeno quando gli ho dato la Parola del Signore in cambio del suo libro diabolico.

Gli assicurai che non aveva nulla da rimproverarsi e gli chiesi se era di passaggio da queste parti. Mi rispose che pensava di rientrare in patria nel giro di qualche giorno. Seppi allora che era scozzese, delle isole Orcadi. Gli dissi che personalmente amavo molto la Scozia per via di Stevenson e Hume.

- E di Robbie Burns, - mi corresse.

Mentre parlavamo, continuavo a esplorare il libro infinito. Con finta indifferenza, gli chiesi:

- Ha intenzione di offrire questo curioso esemplare al Museo Britannico?

- No. Lo offro a lei, - ribatté e fissò una cifra elevata.

Gli risposi, in tutta sincerità, che quella somma era inaccessibile per me e mi misi a riflettere. In pochi minuti il mio piano era ordito.

- Le propongo uno scambio, - gli dissi. - Lei ha ottenuto questo volume per qualche rupia e per le Sacre Scritture; io le offro l'ammontare della mia pensione, che ho appena riscosso, e la Bibbia di Wiclif in caratteri gotici. L'ho ereditata dai miei genitori.

- A black-letter Wiclif!, - mormorò.

Andai in camera mia e gli portai il denaro e il libro. Sfogliò le pagine e studiò la copertina con fervore da bibliofilo.

- Affare fatto, - disse.

Mi stupii che non contrattasse. Solo in seguito compresi che era entrato in casa mia deciso a vendere il libro. Mise via le banconote senza neppure contarle.

Parlammo dell'India, delle Orcadi e degli jarls norvegesi che le avevano governate. Era notte quando l'uomo se ne andò. Non l'ho più visto, né ho mai saputo il suo nome.

Pensai di mettere Il libro di sabbia nello spazio vuoto lasciato dal Wiclif, ma alla fine decisi di nasconderlo dietro alcuni volumi scompagnati delle Mille e una notte.

Andai a letto e non dormii. Alle tre o alle quattro del mattino accesi la luce. Presi il libro impossibile e iniziai a sfogliarlo. Su una pagina vidi l'incisione di una maschera. Nell'angolo in alto c'era un numero, non ricordo quale, elevato alla nona potenza.

Non mostrai il mio tesoro a nessuno. Alla gioia di possederlo si aggiunse il timore che me lo rubassero, e poi il sospetto che non fosse davvero infinito. Queste due preoccupazioni aggravarono la mia vecchia misantropia. Mi restavano alcuni amici; smisi di vederli. Prigioniero del libro, quasi non mettevo piede fuori di casa. Esaminai con una lente il dorso logoro e le copertine ed esclusi la possibilità di un qualche artificio. Mi resi conto che le piccole illustrazioni si trovavano a duemila pagine una dall'altra. Le annotai pian piano in una rubrica, che non tardai a riempire. Non si ripetevano mai. Di notte, nelle rare tregue che mi concedeva l'insonnia, sognavo il libro.

L'estate declinava quando compresi che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che era non meno mostruoso di me, che lo percepivo con gli occhi e lo palpavo con dieci dita dotate di unghie. Sentii che era un oggetto da incubo, una cosa oscena che infamava e corrompeva la realtà.

Pensai al fuoco, ma ebbi paura che la combustione di un libro infinito fosse altrettanto infinita e soffocasse il pianeta nel fumo.

Ricordai di aver letto che il luogo migliore per nascondere una foglia è un bosco. Prima di andare in pensione lavoravo alla Biblioteca Nazionale, che ospita novecentomila volumi; so che a destra dell'atrio una scala curva scende nel seminterrato, dove sono i periodici e le mappe. Approfittai di una distrazione degli impiegati per abbandonare Il libro di sabbia su uno degli umidi scaffali. Cercai di non far caso a quale altezza né a quale distanza dalla porta.

Mi sento un po' sollevato, ma non voglio neppure passare per calle México.


E allora? E' o non e' davvero bello questo racconto? Non so che tipo di sensazione abbia provocato in voi, ma io, come ho detto, vi ho trovato un'emozione tutta nuova e dopo averlo letto, ho chiuso per un attimo gli occhi. In mente avevo, nitida, un’immagine, bizzarramente formata da numeri (e’ normale, considerato cio' che avevo letto) e da bambole matrioske, l’una dentro l’altra, all'infinito. Cosi' ho pensato che se avessi scritto qualcosa, qualsiasi cosa, spontaneamente, sarebbe stata inscindibile da quell’immagine. Ho preso percio' a digitare sulla tastiera ed ho buttato giu’ quello che, piu’ o meno, suona in questo modo:

1N 06N1 84RC4 C'3’ UN 805C0 CH3 D0RM3

1N 06N1 4L74 M4R34 C'3’ UN4 LUN4 CH3 50RR1D3

1N 06N1 60CC14 D1 P106614 C'3’ UN4 NUV0L4 1N V146610

1N 06N1 6R4N3LL0 D1 548814 C'3’ UN4 5P146614 CH3 R1P054

1N 06N1 C1C47R1C3 C'3’ UN4 L4M4 CH3 5C1N71LL4

1N 06N1 FRU770 C'3’ UN 4L83R0 CH3 C4N74

1N 06N1 64770 C'3’ UN4 P4N73R4 CH3 RU6615C3

1N 06N1 F1N357R4 C'3’ UN 506N0 CH3 C1 CH14M4

1N 06N1 5373 C'3’ UN4 F0N74N4 CH3 24MP1LL4

1N 06N1 M4N0 C'3’ UN4 C4R3224 CH3 4773ND3

1N 06N1 64LL3R14 C'3’ UN4 PR0M3554 CH3 C4MM1N4

1N 06N1 51L3N210 C'3’ UN4 P4R0L4 CH3 51 N45C0ND3

1N 06N1 56U4RD0 C'3’ UN FU0C0 CH3 8RUC14

1N 06N1 CU0R3 C3 N’3’ UN 4L7R0 CH3 84773

... 3 1L M0ND0

3’ UN4 84M80L4 M47R105K4 1NF1N174

53N24 1N1210 3 53N24 F1N3

3 C10’ CH3 7R0V3R41 5C1V0L3R4’ 53MPR3 V14 D4LL3 7U3 D174

C0M3 548814

3 06N1 M4771N4

C1 54R4’ UN NU0V0 73

CH3 1N1214


(M47R105K4 - CH4R4 D1 N0773)

10 commenti :

davide ha detto...

Pregiatissima Chiara,

bello, misterioso e intrigante.

Ciao Davide

grilloparlante ha detto...

....Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo!

Forse il più grande scrittore del XX secolo!

Kameo ha detto...

1N 06N1 P3R50N4 C'3' UN'4VV3N7UR4
3 FR3M3 UN 4N3L170 D1 L1B3R74'

Ev@ ha detto...

Complimenti, bella performance :)

enea88 ha detto...

L'idea di celare le parole con dei numeri non rende quello che scrivi meno banale.
Prova a scrivere in bianco su uno sfondo bianco, vedrai che le tue poesie saranno molto più interessanti.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Prova a scrivere in bianco su uno sfondo bianco, vedrai che le tue poesie saranno molto più interessanti.

Sono questi commenti, che provengono da persone come te, che mi rendono soddisfatta di cio' che scrivo.
Se a persone come te sembrano banali, oppure suscitano fastidio, o comunque inducono a esprimere ripugnanza, significa che sono sulla giusta strada. :-)
Spero che tu possa trovare la pace interiore, che' vivere coi sentimenti che ti porti dentro, deve essere davvero terribile.
Se un mio post, quindi, puo' aiutarti a sentirti meglio, a trovare sollievo dal fuoco che ti brucia, sono felice. E non e' sarcasmo, credimi. :-)

enea88 ha detto...

Non c'è nessun fuoco che brucia, né sentimenti di fastidio o ripugnanza; non ti turbare per me, polpettina.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

enea88 ha detto...

Non c'è nessun fuoco che brucia, né sentimenti di fastidio o ripugnanza; non ti turbare per me, polpettina.


Certo, certo... :-)

Anonimo ha detto...

Che palle 'ste matrioske!!!!!!!!!!!!!!

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Anonimo ha detto...

Che palle 'ste matrioske!!!!!!!!!!!!!!


Questo si' che e' un commento davvero intelligente!
Invidio la tua sagacia. :-)

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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