mercoledì 30 novembre 2011

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Compleanni

E cosi’ un altro anno e’ quasi trascorso…

E quindi? E quindi non posso far altro che prenderne atto. D’altronde, se tutto restasse immobile, immutabile, cristallizzato, non sarei viva.

Una cosa e’ certa: ora intravedo le prime rughe intorno agli occhi. In vita mia, e’ vero, ho riso molto, ed ho anche pianto molto. Ho vissuto molto. Il meglio deve ancora arrivare, lo so, ed ho ancora tanta voglia di vivere, di ridere, di piangere. Sara’ dunque la mia pelle che alla fine paghera’ il prezzo della mia avidita’? Non ha importanza, mi sta bene cosi’. Perche’ anche se in questo momento sono sola, sono molto meno sola di quando avevo il volto completamente liscio. Adesso, i frutti, non li desidero piu’. Li divoro. E lo faccio con gli occhi bene aperti.

Una cosa e’ certa: ora mi accorgo dei primi capelli grigi sulla mia testa. In vita mia, lo confesso, ho visto un sacco di cose: buone, cattive, belle, brutte. Ho combattuto molto. A volte ho vinto, altre ho perso. Saranno dunque i miei riccioli d’ebano che alla fine pagheranno il prezzo della mia tenacia? Non ha importanza, mi sta bene cosi’. Perche’ non ho bisogno di tingermi i capelli per sentirmi giovane. Il fuoco della passione che ho dentro si prendera’ cura di loro, ed e’ talmente rosso che non diventera’ mai grigio.

Una cosa e’ certa: ora sto molto piu’ attenta quando corro e salto. Pero’ ancora riesco a correre e a saltare, sapete? Anche quando non c'e’ nessuno che mi insegue e vuol catturarmi. In fondo, riesco benissimo a catturarmi da sola. Lo faccio da sempre. Mi spezzero’ forse qualche osso? Va bene, non ha importanza. Spezzero’ il cuore a qualcuno oppure qualcuno spezzera' il mio? Non ha importanza, mi sta bene cosi’. Perche’ le strade sbagliate sono l’unico percorso che conduce a nuove scoperte, ed io non voglio smettere di viaggiare verso l'ignoto. Sempre. E le mie ginocchia ammaccate sono piu’ forti di quello che sembrano.

Una cosa e’ certa: ora ho molto meno fiducia negli altri di quanto avessi una volta. Pero’ mi resta ancora un po’ di fiducia. Anche quando sono terrorizzata. Perche’ ho imparato che chi veramente perde nella vita e’ chi inganna, non chi e’ ingannato. Ogni tanto mi capita di prendere qualche schiaffo? Ogni tanto vengo pugnalata alle spalle? Non ha importanza, mi sta bene cosi’. Perche’ sono orgogliosa delle cicatrici che ho e delle mie ferite sempre aperte. E piu’ sanguinano, piu’ ho voglia di bere dal calice della vita.

Una cosa e’ certa: ora non credo piu’ in molte cose. Ma ancora credo in qualcosa: nella liberta’, nell’amore, nell’amicizia, nel mistero, nel desiderio, nella sorpresa, nelle parole, nei silenzi, nella dignita’, nell'essere umili e nel possedere poco, nel donare che e’ piu’ gratificante che prendere. E soprattutto credo in me stessa. A volte mi vengono dette bugie? A volte mi lascio ingannare? Non ha importanza, mi sta bene cosi’. Perche’ la vera crudelta’ e’ mentire a se stessi, non agli altri. E la meritata punizione, chi mente a se stesso, la porta gia’ dentro di se’.

In effetti, un altro anno e’ quasi trascorso [1]... pero’, nonostante tutto, dentro di me un’adolescente ancora gioca, ride, corre. E a lei non frega niente delle rughe, dei capelli grigi, di rompersi le ossa o di spezzarsi il cuore. Lei non si preoccupa dell’inganno, della paura, degli schiaffi, delle coltellate e delle cicatrici. E’ come la luce, come l'acqua, come la luna, incurante di tutto come una poesia che ancora nessuno ha scritto.

...E non ha intenzione di invecchiare tanto presto.

Non fatevi ingannare dal rossetto,
lei e' una bambina.
Il suo gioco preferito? Nascondersi e poi cercarvi.
Non fatevi ingannare dalle scarpe da ginnastica,
lei e' una donna matura.
Il suo gioco preferito? Cercarvi e poi nascondersi.
(Joumana Haddad)

[1] Esistono usanze in alcuni popoli, e in special modo in alcune comunita’ particolarmente attaccate a tradizioni antiche, che possono sembrare bizzarre. Per indicare la propria eta’ non viene preso come riferimento il giorno di nascita, ma un unico giorno, che puo’ essere una ricorrenza, una festivita’ religiosa, il passaggio di data sul calendario dall’anno vecchio a quello nuovo oppure, piu’ frequentemente, un fenomeno della Natura, come ad esempio un solstizio o un equinozio. E’ l’individualismo che cede il passo alla collettivita’. E’ far sentire tutti parte di un tutto. Cosi’ accade che le persone della comunita’, sebbene nate in momenti diversi, festeggino il compleanno tutte insieme, lo stesso giorno, ed un bimbo appena nato compia il suo primo anno di eta’ in quella particolare data.

martedì 29 novembre 2011

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Nel blog del Tafanus...

Da alcuni giorni, esattamente dal 20 di novembre scorso, e' in corso nel blog del Tafanus una discussione molto accesa alla quale sto partecipando volentieri. Mi piace destreggiarmi dialetticamente laddove le persone non sono aggressive e si puo' parlare liberamente esprimendo le proprie opinioni, e mi piace soprattutto quando mi ritrovo solitaria a controbattere quasi a tutti. E' cio' che sta avvenendo.

Quello che invece non mi piace e' l'omologazione al pensiero unico, dove tutti la pensano uguale, in cui o "si fa cosi'", oppure "si dice cosi'", o siamo fuori, esclusi, dei paria per non dire di peggio. Se si ha qualcosa da esprimere, dentro, se davvero si pensa che cio' in cui crediamo sia giusto, allora nascondersi, tacere, aver paura di dire come la pensiamo, serve solo ad aumentare la frustrazione. Io, ad esempio, non credo in Dio, ma non darei mai dell'idiota a chi invece ci crede. Cio' in cui si crede, per sincera convinzione o per fede, puo' trovare una qualche forma di condivisione da parte di altri oppure no, ma non e' mai idiota o non degno di considerazione.

E cosi', la discussione si e' sviluppata - non so neppure quanti commenti abbia raggiunto - fra toni alti e bassi. Non sono mancati i momenti di tensione, le diatribe, i fraintendimenti, le risposte piccate, ma tutto si e' svolto e si sta svolgendo in un clima piu' che civile. Alla fine ritengo sia stata un'avventura interessante questa mia escursione in un altro blog. Per me, che di solito resto ben protetta dentro le mie mura, e' una cosa un po' anomala, non abituale, a causa forse del fatto che, in passato, mi sono spesso trovata coinvolta in luoghi in cui, piu' che l'argomento in discussione, pareva fosse importante offendere me, oppure il mio popolo, oppure la mia morale.

Fortunatamente, questo, nel blog del Tafanus, non sta accadendo. Si potranno anche avere idee e opinioni diverse, ma se ci si comporta con educazione e rispetto, cio' viene ampiamente contraccambiato. Dobbiamo tenerlo sempre a mente.

Per chi vuol seguire la discussione questo e' il LINK. I commenti non si fermano alla prima pagina, ma continuano cliccando poi su "commenti piu' recenti". Spero che l'argomento (tracciabilita' Vs. privacy e liberta') non sia noioso. Io lo ritengo un punto fondamentale in questo momento in cui gli italiani rischiano di rinunciare quasi del tutto a quel minimo di liberta' rimasta loro in nome di una piu' equa fiscalita'.

sabato 26 novembre 2011

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Oggi vorrei parlar d’altro

Non scrivo da alcuni giorni. A volte capita che mi allontani da questo luogo, per i troppi impegni, per la poca voglia, o per raccogliere le forze, che per me sono le idee. Perche’ le idee, come le forze, possono esaurirsi, posso restarne completamente priva o, semplicemente, non sentire la necessita’ di parlare di cio’ di cui in questo momento si sta parlando ovunque. A che servirebbe la mia voce in piu’ a ripetere le stesse cose? Quelle cose con le quali ormai tutti stanno facendo coro? La crisi, il debito, il crollo del sistema, oppure Monti, Berlusconi, le tasse, la casta…

Ce la fara’ l’Europa a non disgregarsi? Ce la fara’ la gente a sopravvivere al default prossimo venturo? Che ne sara' dei nostri risparmi? Ci perdonera' il mondo per aver vissuto oltre le nostre possibilita' sottraendo in nome del nostro sconfinato egoismo risorse al futuro e ai nostri figli? Oppure saremo presto chiamati tutti a pagare il conto di quello che abbiamo rubato a quella parte del pianeta che finora e' stato sfruttato perche' ci fosse garantito il benessere? Tanti esseri umani che domani, probabilmente, vorranno anch'essi la propria quota di vita e di dignita'.

Quando in questo blog parlavo della crisi economico-finanziaria negli Stati Uniti e di come questa potesse innescare il possibile fallimento del “sistema euro”, ad iniziare proprio dalla Grecia e dall’Italia, cioe' le nazioni europee piu’ indebitate e con un tenore di vita superiore alle proprie possibilita’, nessuno ancora sapeva cosa fosse lo "spread". Oggi pare che tutti lo sappiano e che il web sia diventato improvvisamente in un luogo pieno d’esperti di economia e finanza.

Era da poco uscito di scena Prodi, la crisi dei mutui subprime doveva ancora mostrare la sua gravita’, nel parlamento italico si parlava di lodi, leggi ad "ad personam", Alitalia, tesoretti che c’erano e non c’erano, e quelle prime sommosse in Grecia legate, si diceva, alla morte di uno studente ucciso dalla polizia, sembravano fatti lontani, quasi non riguardassero il resto del mondo.

Nei miei brevi articoli - talvolta fin troppo provocatori lo devo ammettere -, come una Cassandra esprimevo tutta quanta la mia preoccupazione per quella che chiamavo la “sindrome greca”. Una preoccupazione che ovviamente quasi nessuno condivideva. Anzi, c’era chi addirittura mi prendeva in giro e mi additava come una paranoica catastrofista.

Mentre Maddoff finiva in galera, per certi italici pareva che tutto andasse a gonfie vele: Bertolaso era un supereroe della protezione civile, nessuno intercettato al telefono aveva ancora riso del terremoto in Abruzzo, e Scajola probabilmente non aveva neppure versato l’acconto per la casa vista Colosseo. Obama doveva essere eletto, Steve Jobs aveva da poco presentato il suo iPhone, Veronica Lario era felicemente coniugata, Noemi Letizia e Ruby sconosciute e minorenni, “olgettine” un termine che doveva essere inventato e Lele Mora era ancora uno "scopritore di talenti" e non un pappone.

Della casa di Montecarlo nessuno parlava, e nessuno parlava neppure di Tarantini, Lavitola, Milanese, Penati, Scilipoti, quella nucleare era considerata una fonte d'energia sicura e a Milano era sindaco la Moratti. La Primavera Araba era una stagione ancora da venire e a Gheddafi tutti quanti baciavano il culo... oltre alle mani. Bossi cenava ogni settimana da Berlusconi e per sapere chi fosse Mario Monti si doveva digitare il suo nome su Google.

Ne ho scritte di cose in tutto questo tempo. Ne ho scritte talmente tante che oggi non ne ho piu’ voglia. Oggi lascio che a parlarne siano gli altri. Anche quelli che mi prendevano per il culo, quelli che dicevano che ero una paranoica catastrofista e che le cose non sarebbero andate in merda come preannunciavo io. Tanto che cosa potrei aggiungere di piu’? Niente.

Oggi, invece, dato che mi mancano le idee, vorrei parlar d’altro. Non me la sento di gettare nuove fosche nubi sul futuro, non desidero che ancora si parli di me come una che annuncia sempre sciagure. E' per questo che non mi soffermero' su parole che ormai sono sulla bocca di tutti: spread, bund, btp, tracciabilita’, patrimoniale, ICI, IVA, default... sono parole che non mi interessano piu’ perche', ormai, fanno parte del gia' avvenuto.

Vorrei parlare dunque di qualcosa che con la situazione attuale non c'entra un bel niente. Una cosa che mi e’ piaciuta, una poesia, sperando di donare in tal modo un’emozione, la stessa che ho provato io nel leggerla. Perche’ in certe descrizioni non e’ difficile riconoscermi.
Ha la chioma piu’ lontana di un piacere appena passato, nel sorriso mille promesse non impediscono la pioggia. I suoi colori sono una tavolozza di tremiti: ora cicatrici di ombre e ora splendore di coltello. Nessun postino suona alla sua porta perche’ non se ne conosce la dimora. Non se ne conosce la fine perche’ e' libera come un albero.
E come l’albero, ascende.

Vieni
Raccoglila a flutti nei tuoi occhi


Il suo giardino, fortezza che effonde l’intrigo e dolce morte che annusa la preda. Si percepisce il diavolo a casa sua.
Non possono catturarla gli sguardi, ne’ i calici: donna di vapore, d’incertezze e di fantasie. Anche donna di cadute.
Sulla sua pelle si muovono un’infinita' di continenti ignoti. Ogni ciottolo e’ un falso giuramento, liscio come le attese viste da lontano, ogni mano e’ un viaggio, ogni mattino e’ un viaggio. Ma solo traiettorie orizzontali, e quante poche scalate!

Vieni
Fissa le tue vette nei suoi abissi


Tanto pudica che si rifugia nelle parole oscene, insolente al punto da ruggire gridando il suo fuoco. Guerriera appassionata, amazzone di carriera, lancia le sue parole come frecce e le sue frecce tornano a lei cariche di prede.
Parla tutte le lingue della notte, ma scrive soprattutto con le unghie. Allo stesso modo scrive il corpo. Maledette sono le dita che non possono decifrare i timbri appuntiti della sua estasi. Dalla scollatura dei suoi gemiti si elevano musiche, canti, rumori e mormorii. Violino in eruzione, cerca il falegname di note che sapra' far vibrare le sue corde.

Vieni
Incidi i suoi bordi
sulla memoria dei tuoi palmi


Golosa e tutta vestita di bocche, e’ fatta per degustare ed essere degustata. Le sue labbra sono commestibili e la sua lingua e’ un cucchiaio infinito di delizie.
Ghiotta di sapori delicati, se ne offre senza fine mentre resta a vegliare la sua fame.
Il divieto, clitoride della sua testa…
E il suo ventre? Campo di grano dove scintilla il pane del desiderio…

Porta la tua falce, mietitore!
Prendi, spremi, inumidisci
Carezza, arrotola, srotola
sii l’ascia e il boscaiolo
il senso e il senso contrario
che il tuo ricordo maturi i frutti
che la tua mano navighi nell’attesa fluida
che le tue dita si contendano la luna e l’annegamento
perche’ il fiume non cominci a scorrere
se non quando l’albero si pieghera’ su di lui:
e’ il desiderio che fa muovere le montagne
non la fede.


(La pantera nascosta dove iniziano le spalle - Joumana Haddad)

lunedì 21 novembre 2011

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Una ragazzina

Una volta ero piu’ impulsiva. Chi mi avesse conosciuta una decina di anni fa avrebbe potuto definirmi intrattabile, bisbetica e rompicoglioni cosmica, anche se, a guardarmi esteriormente, con la mia aria un po’ svampita, apparivo dolce, docile, remissiva e del tutto innocua. Tuttavia erano molte le cose che in realta’ non accettavo, non sopportavo e si agitavano dentro di me. Forse non riuscivo a comprenderle e oggi mi rendo conto che le reazioni a quel fastidio provato erano anche fin troppo esagerate.

Da ragazzina, non sopportavo la mentalita’ chiusa e bigotta del mio piccolo paese, percio’ sono scappata di casa: e’ stata la mia prima fuga. Vivere in una grande citta’, da sola, lontana da tutto quello a cui ero abituata, senza le mie cose, senza punti di riferimento, senza alcuno su cui poter contare, mi ha insegnato molto. Ho imparato soprattutto a destreggiarmi nelle situazioni piu’ difficili.

Non avevo neppure diciassette anni e mi sono trovata ad affrontare problemi piu’ grandi di me. Probabilmente e’ da allora che ho iniziato a vedere le difficolta’ della vita non come delle calamita’, ma come delle opportunita’ che mi venivano offerte: vere e proprie sfide contro le quali misurarmi. Io contro di loro, contro tutto, contro tutti…

Mi sono prestata a compromessi e a rinunce di ogni genere, ma ho imparato che stare da sola, cavandomela con le mie sole forze, senza elemosinare mai niente da nessuno, anche se e’ stato duro in fondo mi ha fatto solo del bene. Oggi posso affermare che tutto cio’ ha rappresentato per me un’autentica scuola di vita. Un po’ alla volta mi sono incamminata lungo un percorso che, se all’inizio mi e’ sembrato arduo e difficile, col passare del tempo ho trovato sempre meno faticoso.

Allargando il mio raggio d’esperienze, senza cadere nei tabu’ di chi deve fare i conti con le proprie insicurezze, ben consapevole di tutta quanta la precarieta’ e l’incertezza che mi portavo appresso, non ho avuto problemi a gettarmi nelle braccia di chiunque potesse “darmi qualcosa” in termini che nella maggior parte dei casi non erano di natura soltanto economica. Persone nuove, del tutto diverse come cultura, come modo di pensare, come valori in cui credere. Persone che a volte sono state per me come dei veleni, ma anche dei vaccini o degli elisir.

Ho girato il mondo, sia in orizzontale che in verticale, sia nel suo spazio che nella sua profondita’, salendo e scendendo, talvolta in luoghi luminosi oppure in anfratti molto bui, ed in pochi anni le mie esperienze sono state tali che, se fossi rimasta nel mio piccolo paese, un’intera vita non sarebbe bastata. E’ questo che mi ha curata dalle insicurezze, dalla precarieta’ su cui poggiavo l'esistenza, e mi ha fornito quei punti di riferimento che prima non avevo. Tutto cio' mi ha dato modo di orientarmi, mi ha indicato una rotta da seguire ed un approdo sicuro ove dirigermi. Ma al tempo stesso ha modificato il mio carattere e mi ha resa spigolosa, insofferente, presuntuosa. Troppo sicura di me.

E’ stato cosi’ che, per una ragione o per l’altra, a lungo ho vissuto nella convinzione sincera di essere unica, speciale, infallibile, imbattibile, dura e preziosa come un diamante. Questo mi dava una gran forza nei confronti di tutto e di tutti. Pero' mi rendeva anche insensibile, cinica, vendicativa… sola.

Oggi non e’ piu’ cosi’. Sento che non sarei piu’ capace di comportarmi come una volta. Oggi, ne sono certa, sento che i miei metodi sarebbero diversi. Forse piu’ raffinati, forse anche piu’ crudeli, ma diversi. Il motivo di questo secondo mutamento di carattere non mi e’ ancora chiaro. E’ avvenuto lentamente e ci ho messo del tempo ad accorgermene. C’e’ chi dice che sono semplicemente maturata.

E’ cosi’ che si matura? Oppure e’ solo un modo edulcorato per indicare il sintomo iniziale della decadenza; del momento in cui, raggiunta la vetta, si inizia ridiscendere la china dal versante opposto della montagna?

Mia madre oggi mi descrive come una giovane donna antica. Una donna d’altri tempi che vive in un corpo giovane, quasi fossi la reincarnazione di qualche antenata vissuta cento e piu’ anni fa. E’ strana mia madre… cosi’ dura e razionale da non sembrare a volte neppure umana, ma anche cosi’ superstiziosa e piena di convinzioni fantastiche a cui neppure i bambini crederebbero piu’.

Ho un corpo che inganna, lo so. Non riesce ad invecchiare di pari passo con la testa. E’ sempre stato cosi’. A ventiquattro anni mi chiedevano i documenti per assicurarsi che fossi maggiorenne. Ogni volta mi arrabbiavo, e tuttora questa discrepanza fra corpo e mente mi crea non pochi problemi; incomprensioni che diventano dei veri e propri “corto circuito” nelle relazioni che mi capita di avere. In molti non riescono a vedere in me la donna, ma solo la ragazza. E allora mi adeguo, mi presto al gioco, ritorno ad essere quell’adolescente, spensierata, impudente, fastidiosa, bizzosa, e piena di pretese assurde che ero.

E’ un po’ come quando, giocando con i bambini, mi adatto ai loro modi non potendo chieder loro di adattarsi ai miei. E mi diverto pure a farlo. Ma e’ solo un gioco. Un gioco che mi rende affascinante agli occhi dei piu’, ma si capisce che non e’ questa la mia personalita’ piu’ autentica, e che dentro di me ci sono luoghi ben piu’ profondi in cui prendono vita bisogni e desideri che vanno ben oltre la superficialita’ che spesso esibisco. E una volta finito il gioco e' forte in me l’esigenza di confrontarmi con chi davvero non mi tratti piu’ come se fossi ancora una ragazzina.

mercoledì 16 novembre 2011

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La regola del T&T

Leggendo nel blog di Bella di Giorno un post in cui si parla di Berlusconi e delle sue dimissioni, e del fatto che nella vita sarebbe giusto abbandonare il campo quando si e’ all’apice del successo e non quando ormai nessuno ci vuole piu’, mi e’ ritornata in mente la regola del T&T che una persona molto piu’ esperta e matura di me - avevo appena diciotto anni - m’insegno’.

T&T non e’ la sigla di una compagnia di telecomunicazioni, e neppure una marca di praline ricoperte di cioccolato, ma e’ un acronimo che sta per "Target and Timing" (Obiettivo e Tempismo). Significa, cioe’, che si deve condizionare ogni cosa che si fa ad una decisione iniziale in cui si stabilisce il raggiungimento di un obiettivo prefissato oppure un tempo massimo di durata. La particolarita’ della regola e’ che e' rigida, non ammette ripensamenti e si deve fare tutto il necessario perche' la decisione presa all’inizio sia rispettata, senza accampare scuse o cercare scappatoie.

Devo dire che, se a diciotto anni mi sembrava una cosa stupida che, data la mia giovane eta’, vedevo lontana nel tempo e quindi come se non mi riguardasse, in seguito, poiche’ tutto ha una parabola che all’inizio e’ ascendente, ma che poi inevitabilmente discende, mi sono resa conto della sua validita’ fino a farla divenire, un po’ per volta, la regola principale su cui baso le mie scelte nel momento in cui si tratta di stabilire quando lasciare qualcosa, uscire da una situazione, abbandonare il campo.

Cio’ vale ed e’ valso per tutto: per i miei investimenti, per la mia professione e persino, estremizzando da cinica quale sono, per le mie relazioni amorose. Riuscire sempre a mantenere l’impegno iniziale e’ a volte duro (non sempre e’ facile abbandonare quando si sa di essere ancora nella fase ascendente), ma non avendo modo di conoscere il momento in cui tale fase iniziera’ a discendere, col senno di poi mi sono resa conto che, a posticipare troppo, da un sicuro “guadagno” accantonato si rischia di avvitarsi in situazioni di non ritorno in cui, alla fine, cio’ che si ottiene e’ solo la frustrazione di una perdita secca, e il rimpianto di non aver tenuto fede al proprio impegno.

Non sono qui adesso per parlare dei miei investimenti, e neppure delle mie relazioni amorose, ma per quanto riguarda la ben nota professione non e’ un segreto che essa, oltre che su fattori come la situazione economica generale del momento oppure il doversi confrontare con la concorrenza sempre piu’ accanita, si basi soprattutto sul grado di desiderabilita’ che riusciamo a suscitare nei clienti. Ed il grado di desiderabilita’, che e’ indubbiamente legato all’eta’ e alla forma fisica ha, come ogni cosa una parabola che raggiunge prima o poi il suo culmine, per poi discendere.

Quando mi sono ritirata ero ancora molto giovane. Molte mie amiche-colleghe dicevano che ero completamente matta perche’, tranquillamente, avrei potuto avere davanti almeno altri dieci anni di lauti guadagni. Forse non avevano tutti i torti, pero’ all’inizio mi ero affidata alla regola del T&T, ed avevo stabilito che avrei lavorato fino a quando non fossi riuscita a mettere da parte una determinata somma, oppure per un periodo massimo di anni.

Non rivelero’ quale delle due “T” sia giunta per prima, o se entrambe si siano magicamente realizzate insieme, ma quando e’ arrivato il momento di prendere atto che avrei dovuto tener fede all’impegno preso, devo dirlo con sincerita’, e’ stata davvero una dura decisione quella di abbandonare proprio quando, nel mio piccolo, ero all’apice della mia carriera, nella mia eta’ migliore ed al massimo della forma fisica.

Non so se sono stata stupida, oppure troppo orgogliosa, oppure presuntuosa. Forse sono stata un po’ tutte queste cose messe insieme, ma ho sempre cercato mantenere gli impegni. Soprattutto quelli presi con me stessa. Mantenere questi impegni e’ stato cio’ che mi ha dato la forza di superare momenti molto difficili della mia vita perche’, in certi casi, “fidarsi di me stessa” era tutto cio’ che mi restava e che alla fine mi evitava di soccombere.

Ho compreso cosi’ che non tener fede ai contratti che di volta in volta firmavo con me stessa, magari in cambio di qualche banconota in piu’, avrebbe significato davvero vendermi ancor piu’ di quanto gia’ facessi. E poi, se anche io mi fossi tradita, se neanche della mia parola avrei potuto fidarmi, su chi avrei potuto contare quel giorno in cui tutti mi avessero abbandonata e sarei rimasta veramente sola?

No. Oggi posso dire che, se anche in termini economici avrei potuto far fruttare meglio e piu’ a lungo il mio corpo, aver tenuto fede alla regola del T&T mi e’ servito dal punto di vista interiore. E’ stato, infatti, determinante per potere mantenere la stima di me stessa, sentirmi forte, decisa, sicura, in grado di superare ogni prova, cosi’ da potermi guardare allo specchio senza sentire l’impulso di evitare lo sguardo. Ma, soprattutto, e’ stato un balsamo per quella che da sempre e’ la mia piccola ed innocua perversione: la vanita’. Nessuno di coloro che mi hanno conosciuta quando ero escort potra’, infatti, ricordarsi di me se non per come ero nel momento in cui la mia parabola stava raggiungendo il suo culmine.

domenica 13 novembre 2011

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Lo hanno "evacuato"

Non e' andata come nel finale de "Il Caimano". Non e' uscito dal Palazzo dalla porta principale, impettito, orgoglioso, arringando alla folla e presentandosi al mondo come martire, come un eroe della Patria tradito e costretto alle dimissioni. No.

Se n'e' andato di soppiatto, timoroso dei fischi della gente, come un guitto preso a pomodorate dal pubblico deluso dalla rappresentazione, come un venditore di patacche appena smascherato.

Qualcuno della scorta gli avra' detto: "Venga, presidente, e' meglio che esca da qui..." E cosi' ha accettato di uscire dalla porta di servizio. Come un fattorino qualsiasi.

Di tutti gli anni del berlusconismo, l'immagine che piu' mi restera' in mente di questo squallido periodo sara' quella di un uomo "evacuato" dall'uscita sul "retro".

sabato 12 novembre 2011

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La migliore

Migliore • Contrario di “peggiore”. Comparativo di “buono”. Se preceduto dall'articolo determinativo, forma il superlativo relativo (esempio: il miglior ristorante della citta’). Quando riferito a persona, significa piu’ buona d'animo, piu’ ricca di doti morali e intellettuali, piu’ stimata, ma anche piu’ capace, piu’ abile, piu’ brava.

~

Lei suono’ il campanello e lui le apri’. Appena la vide, disse che era bellissima. La fece entrare e inizio’ a baciarla, subito, furiosamente, mentre la spingeva verso la camera da letto. La bocca e la lingua di lui sembravano scioglierla, e lei ricambiava in preda all’eccitazione. Era come se per settimane entrambi non avessero fatto altro che attendere quel momento.

Prima che lei potesse aprire bocca, lui le tolse il vestito di dosso, poi la getto’ sul letto e la prese con impeto. Appariva perfetta la loro fusione e non un miraggio, un'illusione, una fantasia passeggera. L'armonia dei loro corpi pareva strabiliante, sia che restassero vicini, abbracciati, o che scopassero selvaggiamente, e sembrava che quel loro momento non avesse ne’ un inizio, ne’ uno svolgimento, e nemmeno una fine.

Era come se il loro fosse un legame immenso, profondo come il piu' profondo dei mari, e pareva che tutti gli affanni del mondo fossero insignificanti di fronte al fuoco che riusciva ad accendere il calore dei loro corpi, persi com’erano in un uragano che li sconvolgeva. E sembrava non pensassero piu’ ai problemi di lavoro, di salute, o a tutto cio’ che stava al di fuori di quel loro istante magico, ambedue obnubilati dalla droga piu’ potente del mondo: il sesso.

Tutto sembrava scomparire mentre lui era sotto di lei, sopra di lei, dentro di lei.

Si servirono a vicenda una doppia porzione di sesso infuocato. Pareva non bastasse mai, perche’ quando sembrava fossero sazi e sfiniti, ricominciavano da capo. Non ci fu mai un attimo in cui il desiderio si affievoli’, e a nessuno dei due, dopo, venne in mente di fare la famosa domanda: “Ti e’ piaciuto?” Perche’ non c'era bisogno di farla una domanda del genere, cosi’ noiosa, stupida… banale.

Soltanto la fame riusci’ ad arrestare quel loro delirio. Cosi’, decisero di cenare in un vicino ristorante giapponese. Pero', anche seduti sul pavimento di una saletta privata con le pareti di carta, non riuscivano a tenere le mani a posto, ne’ a smettere di guardarsi con cupidigia.

“Mi fai impazzire”, diceva lui. “Non sono mai sazio di te...” E continuava a ripeterlo, tra un boccone e l'altro di sashimi.

Alla fine bevvero il sake guardandosi a lungo negli occhi.

“E io non ho mai desiderato qualcuno come ora voglio te... guarda, sono di nuovo pronta”, mormoro’ lei sollevando la gonna e allargando le cosce per mostrargli la sua nudita’.

“Davvero, non l'ho mai avuta una come te... cosi’ troia”, rispose lui.

“Andiamo, adesso… non resisto piu'…” propose lei rendendo chiara la sua impazienza.

Fecero di corsa i pochi isolati che li separavano da casa. Gia’ in ascensore lui le mangiava le labbra, e le stringeva il seno quasi a farlo schizzare fuori dal tubino che le fasciava il corpo, mentre lei gli accarezzava il sesso eretto e gia' pronto sotto i calzoni.

Una volta in casa, lui la spinse contro la parete, mentre lei, con una gamba, gli si aggrappava al fianco. La prese cosi’, in piedi, senza troppi preamboli, sollevandole la gonna e penetrandola con violenza. E lei venne, prima gemendo, poi gridando, percorsa da brividi, dicendo di non aver mai conosciuto nessuno in grado farla godere cosi’ tanto.

Poi, si avviarono al letto, barcollando come marinai dopo una sbronza, e continuarono ad abbracciarsi, a stringersi, a leccarsi, a succhiarsi, a penetrarsi con avidita’, come per vivere ingordamente gli ultimi istanti insieme, consapevoli che l’indomani non sarebbe esistito.

Perche’ tutti e due sapevano che sarebbe stato proprio cosi’.

Era brava, lei. Era la migliore, dicevano, ma anche la piu’ cara. Cio’ che offriva ai suoi clienti era realmente qualcosa di “speciale”, e c'erano volte in cui non fingeva neppure. Con alcuni le piaceva veramente. Si lasciava andare e godeva per davvero. Ma per quello che dovevano pagare, solo pochi potevano permettersi di stare con lei per piu’ di qualche ora.

~

Postfazione. Questo breve racconto (frutto di fantasia?), che spero possa innescare una piccola riflessione in chi, parlando di prostituzione, mischia con tale termine tutto cio’ che concerne il sesso a pagamento, senza fare alcuna distinzione fra chi sceglie la professione liberamente e chi, invece, vi e’ costretta, mi e’ stato ispirato da una frase che Bella di Giorno ha scritto nel suo blog: “E come e’ assurda questa vita, dove mi ritrovo i miei clienti che mi telefonano e mi dicono che io sono una persona eccezionale perche’ a loro ho dato tanto. Un mio cliente mi ha fatto ricordare di quella volta a cena dove al ritorno ridemmo come pazzi, perche’ vedemmo una mucca che si era persa e si aggirava in una pompa di benzina chiusa! Poco prima avevamo mangiato una tagliata squisita!!!”

venerdì 11 novembre 2011

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Una fiaba per Jázmin

Premessa. Fin dai tempi antichi, in oriente come in occidente, potentati di vario genere si sono a volte travestiti fingendosi poveri per camminare in mezzo alla gente, per ascoltare la voce del popolo, per capire la vita dei loro sudditi, oppure semplicemente per raggiungere i propri scopi attraverso l'inganno. Nella mitologia Giove e Mercurio si travestono da pellegrini, ed anche nei testi sacri sono citati episodi in cui viene utilizzato il travestimento ai fini di sembrare persone comuni. Nella Bibbia gli angeli che entrano in Sodoma per avvertire Lot si fingono dei poveri viandanti, ma non solo: il Cristianesimo si basa proprio su tale assunto: e' Dio stesso che si mescola agli uomini nascendo come umile falegname. Anche nella letteratura - e successivamente, poi, nella cinematografia - questo tema e’ stato piu’ volte utilizzato.
Ulisse, nell’Odissea, si traveste da vecchio mendicante per riappropriarsi dei suoi beni. Nel “Re Lear” di Shakespeeare Edgar si traveste nel “povero Tom”. E ne “Il principe e il povero”, di Mark Twain, il titolo gia' dice tutto. Pero' e’ soprattutto nelle fiabe che i travestimenti di re, regine, principi e principesse, in umili popolani, da semplici espedienti letterari, diventano autentici archetipi.

Una fiaba per Jázmin

Che cosa mai mi aveva attratta in quel luogo? Non lo sapevo. Forse era stata quella lettera spenta dell’insegna luminosa. “Pingvin Söröző”, si leggeva, e la “ö” fulminata al centro dell'insegna sembrava farmi l’occhiolino invitandomi ad entrare. “Pingvin”, pensai. “Meglio di niente”. Un locale il cui nome, quella sera d’agosto, col caldo che faceva e per come mi sentivo, sarebbe stato davvero perfetto.

Ogni tanto arrivavano certe serate in cui non mi ritrovavo piu’ con me stessa, in cui non sapevo davvero chi fossi, e mi sentivo divorata da un’incontenibile smania, con un unico desiderio: quello di annullarmi completamente. Era cosi’ che diventavo vulnerabile, permeabile a ogni offesa; una donna da buttar via. Una donnaccia, avrebbe detto la gente. Una troia che amava farsi sbattere dal primo incontrato per caso. E mi capitava spesso di buttarmi via in quel modo.

Quando mi sentivo cosi’ inquieta cominciavo a girare a tarda ora per i bar e i pub, avventurandomi nei vicoli puzzolenti, sovente scoprendo una fauna umana che, alla luce del sole, non avrei mai incontrato. Sceglievo un posto a caso ed entravo, sperando di trovarvi cio’ che cercavo. Che era poi sempre la stessa cosa.

Mi sedevo ad un tavolo oppure al bancone, e quasi sempre rimorchiavo qualcuno con cui, poi, scopavo, fuori, in una viuzza semibuia, appoggiata ad un muro scrostato, oppure costringendolo a inginocchiarsi di fronte a me, alle mie gambe aperte, e a leccarmi sotto la luce tremula di un lampione. Il godimento che raggiungevo in quel modo era cosi’ intenso, improvviso e appagante, da lasciarmi sempre senza fiato. Finalmente spossata. E naturalmente, dopo, ricambiavo il servizio.

Sapevo di rischiare molto, ma consideravo quelle avventure trasgressive come una specie di rituale necessario per purificarmi. Qualcosa che doveva passare per forza attraverso la cosciente degradazione di me stessa. Solo cosi’, poi, avrei potuto sentirmi rinata. Nuova. Percio’ non provavo ne’ paura ne’ vergogna, ma solo un senso di totale, gratificante, abbandono.

Il perche’ di quel bisogno impellente che spingeva a degradarmi non me lo sapevo spiegare, e a chi me lo avesse chiesto avrei risposto: “Sono fatta cosi’, prendere o lasciare”. Sarei stata una paziente interessante per qualsiasi psicanalista, e forse solo un esperto di menti distorte avrebbe potuto spiegarmi qual’era il demone che mi albergava dentro. Se solo mi fossi decisa ad andarci da uno psicanalista.

Cosi’ ero finita in quel posto trovato per caso perdendomi in un dedalo di stradine. Aria pesante, densa di fumo, odore di cibo e di birra. Rari i clienti, quasi tutti uomini, seduti al bancone del bar o ai tavoli. Era tardi. Quasi l’una di notte. Appena entrata mi trovai gli occhi di tutti puntati addosso: una donna sola, a quell’ora, con lunghe gambe in bella mostra, sarebbe stata una calamita per lo sguardo di chiunque. Il seno piccolo, ma prorompente, che a malapena resisteva compresso dentro una canottierina strettissima. I capelli neri, lunghi, sciolti e un po’ arruffati, e un viso senza trucco da ragazza per bene a cui faceva violenza un corpo fin troppo appariscente.

Sapevo bene cosa creava maggior scompiglio tra quegli uomini: era l’odore di nudita’ assoluta che mi portavo addosso. Un mantello di sesso e trasgressione e che mi avvolgeva tutta. Un eccitante aroma di femmina da predare, ed anche a distanza si poteva fiutare la mia resa senza condizioni.

Mi sedetti a un tavolino, in fondo, in un angolo in penombra, con le spalle alla parete e mi guardai intorno, in realta’ non notando nessuno, tanto ero stanca. Ma ero curiosa di vedere chi per primo avrebbe preso l’iniziativa, sedendosi vicino a me. Volevo vedere a chi sarebbe toccato il privilegio di sbattermi contro un muro, oppure di strangolarmi se solo ne avesse avuto voglia...

L’adrenalina era cio’ che piu’ mi occorreva per tenermi viva, e in quel momento il mio corpo ne produceva in gran quantita’. Ma nessuno si muoveva. Ordinai una birra. L’assaggiai appena, poi intinsi un dito nella schiuma e iniziai a tracciare strani simboli sul legno sporco del tavolo. Fu in quel momento che arrivo’. Ne sentii la presenza, vicina, ma non alzai lo sguardo. Volevo prima immaginarmelo e disegnarne i contorni partendo dalle prime parole che avrebbe detto.

“Mi chiamo Aladár, posso sedermi?”

Aveva la voce neutra, senza particolari inflessioni che facessero trapelare una qualche emozione. Non vi avvertivo l’ansia che di solito avevano quelli che, in quel frangente, ci provavano. Aladár non attese una risposta prima di accomodarsi di fronte a me, e quell’atto un po’ violento, incurante, oltraggiante dei miei desideri, mi fece capire fin troppo bene di che cosa avevo bisogno quella notte. Alzai gli occhi e lo vidi. Alto, con lineamenti marcati e sguardo profondo.

“Jázmin”, mentii. Ogni volta usavo un nome diverso, chiaramente fasullo.

“Jázmin come il fiore?” mormoro’ Aladár.

“Toh! Stavolta mi e’ toccato un botanico”, pensai tra me e me, sorridendo con ironia. Bevvi un altro sorso di birra e le labbra mi si sporcarono con un velo di schiuma.

“Oppure come la fiaba…”, lo contraddissi, pensando al cartone animato di Walt Disney.

Aladár non comprese, forse non conosceva la fiaba, e inizio’ a parlare in fretta, accumulando domande su domande destinate a restare li’ come punti interrogativi appesi a mezz’aria. Mi chiese com'ero capitata in quel posto, e credette alla mia risposta vaga. O semplicemente, finse di crederci.

Non era un botanico, e non si accorse subito di avere di fronte una donna che era unica passeggera su una nave sprovvista di timone, alla deriva e senza alcuna voglia di approdare in un luogo sicuro. Forse non intui’ neppure cos’era cio’ che non stavo cercando, ma avevo ben altro per la testa, e di essere compresa da uno sconosciuto che non avrei mai piu’ rivisto in vita mia non era cosa che in quel momento m’importasse. Ma lui, incurante, mentre beveva la sua birra lentamente, a piccoli sorsi per permettere alla voce di prender meglio il respiro, mi parlo’ di se’, della citta’ dov'era nato e della sua vera passione: la poesia. Mi chiesi se fosse davvero un poeta o se, invece, millantasse. Non era importante e non pretesi che me lo dimostrasse, ma Aladár, come se avesse ascoltato quel mio silenzioso pensiero, si fece dare dal barista un pezzo di carta. In pochi secondi ci vergo’ su qualcosa e poi, allungando una mano a sfiorare la mia, me lo porse.

Ecco che giunge, questo agosto,
ora che il gelsomino e’ fiorito
e l'aria e’ zittita dalla legna bruciata;
come gridavamo liberta’ intorno al fuoco
e come cantavamo la nostra canzone.

Il brivido persistente di una fiaba
e un pizzico di cielo magiaro
trattenuto, dolce, dall’odore del fumo,
e dagli occhi chiari di una donna
accovacciata accanto a me mentre scrivo.

Non c’era firma, ma in fondo al foglio si leggeva: per Jázmin o per chiunque lei sia. Intuii che gli era costato non poco osare quell’approccio con una sconosciuta cosi’ strana che gli stava, li’, di fronte ad ascoltare le sue parole con finta attenzione. Sentii che la voglia di spalancare le gambe, per mostrare a tutti che non indossavo le mutandine, non mi torturava piu’ da quando era arrivato lui a tenermi compagnia.

Lo guardai sorridendo, e improvvisamente mi resi conto che lo desideravo. Volevo che mi toccasse, li’, tra le cosce dove stava crescendo quel calore accompagnato allo sfarfallio nella pancia che conoscevo bene. Forse stavo elemosinando un po’ di affetto. Oppure ero io che avevo voglia di darne.

“Vieni, siediti qui, accanto a me”, lo invitai.

Le lancette dell’orologio segnavano le tre e il locale era ormai semivuoto. Aladár si avvicino’ fissando il mio sguardo impertinente in cui, pero’, non riusciva a raccapezzarsi. Non capiva che cosa davvero volessi. Quando mi fu accanto lo feci accostare di piu’. Poi gli presi la mano e me la posai su una coscia, aprendo le gambe.

“Accarezzami”, lo pregai. “Non ci vedra’ nessuno”.

Appoggiai la testa all’indietro, sul legno sporco che rivestiva la parete, e sentii la sua mano salire dapprima timida, poi sempre piu’ audace, fino ad arrivare all’inguine, mentre col corpo si avvicinava ancor piu’ a me, guardandosi intorno, inquieto, nel timore che qualcuno si accorgesse di noi.

Anche se fosse accaduto, a me non sarebbe importato nulla. Mi eccitavano quelle situazioni, da sempre, ed anche di questa mia perversione, forse, avrei dovuto parlarne con uno psicanalista. Ma perche’ mai avrei dovuto farlo? Se era quella la mia sessualita’, se era cio’ che volevo e l’esibizionismo mi dava piacere, perche’ cambiare? Perche’? Facevo forse del male a qualcuno?

Quando si accorse che non indossavo niente sotto, e che le sue dita mi toccavano le labbra gia’ umide di rugiada, si scosto’ di colpo come se si fosse scottato.

“Perche’ ti fermi? Continua”, mormorai. E lui lo fece. Con le dita mi accarezzo’, mi titillo’, mi allargo’, mi penetro’ e spinse, facendomi piano piano andare in orbita.

“Sei bravo”, gli dissi. “Adesso baciami”.

Mi appoggio’ la bocca sul collo e inizio’ a baciarmi, a leccarmi, a succhiarmi il lobo dell’orecchio, facendomi impazzire di piacere. Immaginavo cosa avrebbe potuto farmi con la lingua se, invece di essere li’, fossimo stati in un posto piu' appartato. Era questa immaginazione che mi eccitava, ancor piu’ delle sue dita che mi frugavano. E mentre con una mano mi circondava la spalla, e con l’altra continuava a coccolarmi il sesso seguendo il movimento del mio ventre e delle mie cosce, scostando la canotta gli porsi il seno come un frutto maturo da gustare direttamente dal mio palmo. Si abbasso’ attaccandosi al capezzolo e lo succhio’ come un bimbo goloso.

Venni cosi’. Quasi all’improvviso. Soffocando in gola un gemito, mi inarcai all’indietro e con l’orgasmo gli bagnai le dita che lui, istintivamente, spinse ancor piu’ a fondo dentro di me. Tutto accadde in pochi istanti. Quando ritornai in questo mondo e riaprii gli occhi, gli sorrisi e lo toccai: sotto i pantaloni era teso e gia’ pronto per me.

“Usciamo da qui”, gli sussurrai.

Fuori, in una stradina deserta, come in una danza ci rotolammo stravolti contro i muri sudici, soffocandoci di baci furiosi. Poi, staccandomi da lui e senza curarmi dello sporco, mi inginocchiai per terra in mezzo alle sue gambe. Tento’ di rialzarmi, con un flebile e poco convincente “No… non cosi’”. Ma io sapevo che lo desiderava. E anch’io lo desideravo: il mio rituale doveva essere portato a termine. Fino in fondo. Sempre.

Con dita abili, gli aprii i pantaloni e glielo presi in bocca, assaporandogli la carne e il suo odore, mentre gli accarezzavo i testicoli e lo artigliavo ai glutei per prenderlo tutto. Lui gemeva. Sapevo che non ci avrebbe messo molto a godere. Me lo sussurrava ansimando, quasi a volermi avvertire. Forse le ragazze con cui di solito lo faceva non lo ingoiavano il suo seme. Ma io si’. Io lo avrei fatto. Io volevo berlo, gustarlo, saziarmi di lui, facendolo diventare parte di me: era quello il pasto che mi avrebbe rigenerata.

Lo succhiai fino all’ultima goccia. Poi mi appoggiai con la guancia al quel pene ormai appagato, continuando a lisciarlo piano con la punta delle dita.

“Chi sei realmente, Jázmin?”, mi chiese.

“Una principessa”, risposi rialzandomi e scostandomi i capelli dal volto. “Una principessa che si e’ avventurata fuori dal suo castello. Ma solo per questa notte”.

martedì 8 novembre 2011

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L’Autogoverno Nazionale Rom in Ungheria

In un commento al mio terzo articolo sull’intolleranza fra tzigani e gadje’ in Ungheria, mi e’ stato chiesto di spiegare qualcosa di piu’ riguardo all’Autogoverno Nazionale Rom di cui, appunto, parlo. Non smentendomi mai quando qualcosa mi prende e sento di essere in grado di dare un piccolo contributo - ed avendo un po' di tempo libero - avevo preso la tastiera e iniziato a scrivere, salvo accorgermi alla fine che la mia risposta era venuta talmente lunga da avere la struttura non piu’ di un semplice commento, ma di un nuovo articolo che avrebbe potuto benissimo integrare gli altri tre gia’ scritti sull’argomento. Ecco dunque, per chi fosse interessato, di cosa si tratta quando si parla di sistema di autogoverno nazionale per le minoranze.

Creato nel 1993, il sistema di autogoverno avrebbe dovuto permettere ad ognuna delle centotrentadue minoranze riconosciute in Ungheria di stabilire forme locali, regionali e nazionali di autogoverno. L’Autogoverno Nazionale Rom (Országos Roma Önkormányzat oppure Országos Cigány Önkormányzat), dunque, non si differenzia da ogni altro autogoverno nazionale delle minoranze, come ad esempio quello rumeno o tedesco che formalmente e sostanzialmente hanno identiche funzioni.

Questi organi elettivi, che sono paralleli alle principali istituzioni, ma non ne sostituiscono le funzioni, hanno soprattutto il compito di prendere decisioni in materia di istruzione locale, sulla protezione delle tradizioni e della cultura, e sulla lingua da utilizzare nelle istituzioni pubbliche e nei mezzi di comunicazione stampati ed elettronici.

“Il nostro obiettivo e’ quello di rappresentare i Rom ed aiutare il governo locale a costruire ed operare in linea con quelle che sono le necessita’ della comunita'. E’ importante per noi la legalita’, la professionalita’ e la moralita’. Il nostro interesse comune e’ quello di preservare i nostri valori e la nostra identita’, concorrendo allo sviluppo rurale e alla creazione di nuovi posti di lavoro. Crediamo che in molti casi lo sviluppo vada oltre gli interessi specifici delle comunita’ locali, i comuni, le province, perche’ in tutto il paese, operando insieme, possiamo rafforzarci a vicenda.”

Questo e’ cio’ che sta scritto nei propositi e nelle intenzioni, e i rappresentanti dell'Autogoverno Nazionale Rom tentano di farlo contribuendo a tutte le questioni che riguardano la minoranza Rom locale attraverso l'accesso garantito alle riunioni del consiglio comunale, oppure tramite altre funzioni speciali che vengono stabilite dallo stato centrale a seconda delle esigenze contingenti del momento.

Oggi ci sono oltre 1.100 Autogoverni Rom locali in Ungheria e perche’ un autogoverno sia formato trenta persone, appartenenti ad un gruppo di minoranza e residenti nello stesso comune, devono registrarsi e partecipare alle elezioni.

Fin dall’inizio, giuristi, studiosi e politici vari hanno espresso preoccupazione per un sistema di governo separato in grado di deliberare sulle questioni delle minoranze. Cio’ anche a causa di vari ed evidenti problemi procedurali. Nel 1997, in una conferenza a tre (il Consiglio d'Europa, l'Ufficio del premier ungherese, e i rappresentanti degli autogoverni nazionali) che aveva lo scopo di valutare il funzionamento del sistema, sono stati individuati molti problemi: competenze poco chiare, mancanza di differenziazione tra i bisogni delle varie minoranze, carenze di finanziamento, nonche’ una scarsa emancipazione degli elettori, indipendentemente dall’appartenenza etnica. Quest'ultimo problema, combinato al fatto dei molti candidati che cercavano di rappresentare gruppi di minoranza a cui non appartenevano, ha portato a casi, come quello nella comunita’ di Jászladány, di non rom (eletti da elettori non rom), che in realta’ avevano come finalita’ quella di limitare l'efficacia dell’Autogoverno Nazionale Rom locale.

Per risolvere alcuni di questi problemi, nel 2005, dopo anni di negoziati, il Parlamento ungherese ha approvato una serie di modifiche al sistema di autogoverno. I cambiamenti riguardano una piu’ chiara definizione delle competenze, il rapporto con il governo locale, e l'istituzione di meccanismi di maggiore trasparenza per supervisionare i fondi destinati alle varie minoranze. Queste modifiche hanno anche corretto parzialmente il problema che nell’autogoverno fossero eletti cittadini non appartenenti a quel gruppo di minoranza, esigendo che i candidati fossero nominati solo dagli appartenenti alla minoranza stessa e che gli elettori registrati per eleggerli dovessero ufficialmente dichiarare la loro etnia.

Ma anche se le modifiche hanno prodotto dei miglioramenti, non hanno affrontato i problemi inerenti al modo in cui il sistema e’ stato progettato, cioe’ la tendenza a marginalizzare le questioni delle minoranze, depositandole su una struttura semi-governativa parallela molto limitata nelle sue funzioni, piuttosto che affrontarle con veri e propri strumenti istituzionali.

Percio’, seppur il sistema sia chiamato “autogoverno”, tale termine e’ improprio in quanto la gamma delle sue competenze e’ ben lungi da quelle che dovrebbe avere un vero autogoverno. L’Autogoverno Nazionale Rom non ha, infatti, l'autorita’ di agire al di fuori di un ambito molto limitato di funzioni ed assomiglia piu’ ad una ONG che ad un organo elettivo. L'uso del termine "autogoverno”, dunque, non e’ solo impreciso, ma in realta’ danneggia la credibilita’ e la legittimita’ dell'intero sistema tra i rom, in quanto suscita aspettative irrealistiche che non vengono quasi mai realizzate nei fatti.

Tutto il difetto sta nel modo stesso in cui il sistema e’ stato progettato che gli impedisce di avere un impatto significativo sui temi di maggiore interesse per la maggioranza dei rom e ne ostacola subdolamente l'integrazione politica. Cio’ e’ dovuto al fatto che non era una vera integrazione politica l’intento iniziale del governo quando lo ha creato. Piuttosto, il vero obiettivo era quello di dare alle minoranze una salvaguardia per preservare le diverse tradizioni culturali e linguistiche, ma soprattutto - secondo l'opinione di molti – era un modo per incoraggiare i paesi vicini a fare la stessa cosa, cosi’ da permettere alle comunita’ di minoranza ungherese lo stesso privilegio.

Gli Autogoverni Nazionali Rom, in ogni caso, non sono adeguatamente finanziati. Soprattutto a livello locale mancano finanziamenti sufficienti per svolgere entrambe le funzioni che erano l’intento originario del sistema: quella socio-culturale, e quella di promuovere ulteriori progetti per migliorare le condizioni di vita dei membri della comunita’. Con un budget bassissimo, di appena tremila dollari l'anno, destinato ad ogni “cellula”, senza che vengano considerate le dimensioni della citta’ o della popolazione, un Autogoverno Nazionale Rom da solo non puo’ coprire che un modesto stipendio per un dipendente a tempo parziale incaricato di coordinare il lavoro dei suoi rappresentanti eletti. Per tale motivo, i fondi stanziati dallo stato vengono spesso integrati anche con aiuti che giungono a sostegno, come finanziamenti da parte di privati e enti religiosi.

Gli Autogoverni Nazionali Rom sono autorizzati a distribuire tali fondi sottoforma di aiuti a imprese, sostegno a famiglie oppure come borse di studio, e cio’ puo’, in molti casi, essere fonte di manipolazione e uso improprio di questi soldi. Ovviamente, come si puo’ ben capire, tutto cio’ crea contrasti e conflitti all’interno della stessa comunita’ rom.

Il mio parere - e non solo il mio - espresso piu’ volte in varie occasioni, e’ che pur riconoscendo le carenze inerenti alla progettazione iniziale del sistema, gli Autogoverni Nazionali Rom debbano innanzi tutto favorire una maggiore partecipazione (ed inclusione) politica degli appartenenti alla comunita’. Cosa che non puo’ avvenire se non si allarga la base di persone istruite. Il rischio, infatti, e’che a gestire gli autogoverni e ad essere eletti siano in fondo sempre le stesse persone, per questo necessitano maggiori fondi a sostegno dell’educazione e dell’istruzione. Oltre a cio’, Autogoverni Nazionali Rom e ONG, insieme, dovrebbero svolgere non solo un ruolo piu’ importante nel monitoraggio delle politiche dei governi locali e nazionali, soprattutto per cio’ che riguarda la trasparenza nei criteri con i quali vengono assegnati e ripartiti i fondi, ma anche una funzione istituzionale di monitoraggio ed eventuale denuncia laddove venga ravvisata una violazione dei diritti umani.

lunedì 7 novembre 2011

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La crisi ungherese e l’intolleranza fra tzigani e gadje’ – III parte

La situazione e’ drammaticamente peggiorata dopo il 2008. In passato, una famiglia rom di cinque persone avrebbe potuto, con i sussidi, arrivare fino al 14 del mese. Poi, una volta finito il denaro, avrebbe potuto ottenere un credito presso i negozi del luogo e gli uomini, con i loro lavori occasionali, costruzione di muri, riparazione di tetti, eccetera, sarebbero riusciti a guadagnare il necessario per far sopravvivere la famiglia l’altra meta’ del mese.

Ma con la crisi finanziaria, la gente ha smesso di spendere soldi per questi lavoretti e i negozi non fanno piu’ credito. Anche se gli tzigani piu’ poveri sono riusciti a sopravvivere - a stento - negli ultimi vent’anni, oggi con la crisi economica sono davvero in una situazione tragica, ed e’ gia’ da tempo che si inizia ad osservare un fenomeno che per chi e’ rom e’ davvero sintomo di disperazione: figli che, per mancanza di mezzi di sussistenza, vengono abbandonati agli orfanotrofi nella speranza che almeno trovino un piatto caldo e un tetto.

Inutile che stia qui a raccontare quanto sia dura la vita in un orfanotrofio. In mezzo a centinaia di bambini tutti disperati, e trascurati da chi si dovrebbe prendere cura di loro, che per menefreghismo e indolenza vengono lasciati e se stessi, senza regole, si forma una generazione di violenti pronti a tutto pur di conquistarsi uno spazio di sopravvivenza, nel tentativo di emergere sugli altri e non esserne a loro volta annientati, cosi’ da perdere completamente il senso stesso di appartenenza ad una comunita’. Anche se qualcuno, di tanto in tanto, diverso per carattere o per particolare capacita’, riesce poi ad emergere non con la forza ma con l’intelletto, ed accede a qualcosa di piu’ elevato, riscoprendo il valore della cultura e della solidarieta’ fra persone.

“Mentre nella maggior parte dell'Europa occidentale la questione rom e’ marginale, in Ungheria, a causa delle dimensioni della comunita’, delle conseguenze disastrose del comunismo e del fallimento delle politiche degli ultimi vent’anni, tale questione e’ diventata centrale.” E’ cio’ che dichiara Balog Zoltán, per dieci anni pastore protestante prima di diventare ministro e il piu’ fidato fra i consiglieri di Orban Viktor, il premier ungherese.

Magro, barba grigia, il cinquantatreenne Balog, oggi e’ visto come la vera coscienza del governo conservatore ungherese. E’ colui che e’ stato dietro alla decisione del governo, durante il suo semestre di presidenza dell'Unione europea, di portare il problema dell’integrazione dei rom a livello europeo come una priorita’ assoluta.

Per Balog - che ha dato al suo governo tre anni di tempo per affrontare il problema in modo efficace e risolverlo preannunciando in caso contrario il disastro - questa esplosione del fenomeno dei vigilantes in divisa in ghetti di Gyöngyöspata e di molte altre localita’ ungheresi, e’ il sintomo di una crisi nazionale molto profonda, ma non perche’ presagisce l’ascesa dei neo-nazisti. Il problema e’ secondo lui ancor piu’ serio.

"La vera differenza tra il nostro problema rom e quello dell'Europa occidentale”, dice Balog “sta nel grado di rischio. In Italia e in Spagna si parla di integrare un gruppo marginale, piccolo, quindi e’ tutto sommato esclusivamente una mera questione di diritti umani. Ma in Ungheria si tratta di una questione di strategia nazionale che riguarda tutto il paese. I rom hanno il doppio del tasso di natalita’ degli altri ungheresi. La maggioranza della popolazione ungherese sta invecchiando, mentre circa la meta’ della popolazione rom e’ sotto i vent’anni. Nelle citta’ del nord-est, fra dieci anni, ogni due bambini che nasceranno, uno sara’ rom. Ma la disoccupazione per i rom e’ dell’85%, e un terzo dei bambini non finiscono neppure la scuola elementare. Quindi questo non e’ un problema come gli altri, ma e’ il problema principale.”

Come le altre minoranze in Ungheria, la rumena, la tedesca e gli altri gruppi etnici, gli tzigani hanno una certa autonomia nella gestione dei propri affari, attraverso quello che e’ l’Autogoverno Nazionale Rom. Per Balog, la risposta alla crisi spetta alle sia alle autorita’ nazionali ungheresi, sia a quelle rom per creare, insieme, centomila nuovi posti di lavoro, a partire dai lavori pubblici da effettuare nelle comunita’ in cui gli stessi rom vivono, e al tempo stesso aumentando massicciamente gli standard educativi dei giovani, avviandone il prossimo anno ventimila alla formazione professionale e preparandone altri cinquemila, dei piu’ brillanti, per l'universita’.

Tutto cio’ dovrebbe iniziare a mostrare i primi risultati in tre anni. La speranza di Balog e’ che sul lungo periodo i rom si trasformino da problema sociale in un vantaggio per l’economia ungherese. Infatti, se il loro tasso di occupazione salisse fino a raggiungere la media regionale, cio’ potrebbe significare una crescita compresa tra il 4 e il 6 per cento del prodotto interno lordo tale da poter innescare di nuovo un efficiente sistema di welfare.

Questo progetto, nonostante niente sia verificato e si tratti soprattutto di “proiezioni” che dovrebbero essere poi confermate dai risultati, e’ controbattuto ed osteggiato da entrambe le parti. Balog e’ sotto attacco da chi difende i rom per l'approccio autoritario del suo governo, ma anche dai gadje’, soprattutto dai rappresentanti dei piu’ poveri, che vedono "ancora una volta" un favore fatto ai rom.

Ma per Balog la necessita’ principale e’ quella di mandare un chiaro messaggio politico alla maggioranza degli ungheresi per far capire quanto la questione sia importante per tutti e come cio’, piu’ che per gli tzigani, sia un vantaggio per l’intera nazione. “Se infatti questi cambiamenti non saranno fatti” dice ancora Balog, “l’intera nostra struttura sociale, economica e del mercato del lavoro crollera’, portando l’Ungheria sull'orlo del baratro e del conflitto civile. La questione rom, dunque, e’ un problema di sopravvivenza nazionale".

A una trentina di chilometri da Gyöngyöspata c’e’ un altro villaggio: Tarnabod. Abbandonato dopo il comunismo, e lasciato in balia dei piu’ disperati (rom e non-rom) che non avevano un posto dove andare, e’ stato preso in mano da giovani operatori sociali, uomini e donne, tzigani e gadje’ di provenienza anche straniera. Oggi, in un’antica stalla riadattata a capannone, si possono vedere dozzine di persone al lavoro mentre smontano vecchi computer e altri apparecchi tecnologici obsoleti per il riciclarne i pezzi. Tutti percepiscono il salario minimo nazionale.

In altri edifici di Tarnabod, riadattati e restaurati, sono state create una scuola materna, una mensa per bambini e genitori, un centro di cultura con una sala proiezioni, un centro di insegnamento dopo scuola, un’infermeria, un centro sportivo. Ovunque i pavimenti sono stati sostituiti, le pareti ridipinte, i tetti riparati. C'e' una chiesa, una squadra di calcio, un gruppo teatrale. In biblioteca gli scaffali, tutti allineati, sono pieni di libri che vengono dati in prestito e sul muro campeggia il ritratto del primo e finora unico santo rom: Ceferino Giménez Malla.

Oltre settecento persone, uomini donne e bambini, a Tarnabod, vivono come una grande famiglia. Alcune sono rom, altre no e non esiste un modo facile per distinguerle. Ci sono voluti sette anni per arrivare a questo, ma dopo la poverta’ e la disperazione di Gyöngyöspata, Tarnabod rappresenta l’altra faccia della medaglia, un’oasi felice in cui, a volte, confuso in mezzo alla gente, non e’ difficile incontrarvi anche Choli Daróczi József, il piu’ famoso scrittore rom ungherese vivente.

Come sostiene chi dirige il progetto, tale lavoro per avere successo su scala nazionale ed essere esportato anche in altre citta’ e villaggi, creando nuovi posti di lavoro partendo proprio dalle comunita’ tzigane, come appunto auspica anche Balog, deve avere il sostegno totale del governo ungherese e dell’Autogoverno Nazionale Rom. Solo cosi’ non arriveranno piu’ vigilantes vestiti di nero a terrorizzare la gente, e ai razzisti saranno tolti gli argomenti con i quali, oggi, si aizzano le persone le une contro le altre.

giovedì 3 novembre 2011

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La crisi ungherese e l’intolleranza fra tzigani e gadje’ – II parte

Per cercare di comprendere il perche’ delle gravi tensioni che esistono fra rom e non rom, pero’, non basta solo attribuire la responsabilita’ a certe frange estremiste dei gadje’, che sono sicuramente il problema principale e piu’ immediato, ma non l'unico. Occorre anche individuare cio’ che e’ legato alle diverse appartenenze all’interno della comunita’ tzigana e, cosa importante, tener conto della storia recente dell’Ungheria, che come quasi tutti i paesi dell’est Europa ha attraversato decenni di regime comunista.

Sebbene, quando si parla di tzigani, ci si riferisca spesso ad un’unica entita’ linguistica e culturale, le cose stanno in verita’ in modo un po’ diverso, poiche’ le anime che compongono la comunita’ sono almeno tre. Ci sono i Romungro, i rom di lingua ungherese, che rappresentano circa il 70% degli tzigani nel paese, i cui antenati hanno vissuto in Ungheria da cosi’ tanto tempo da diventarne elemento culturale integrante e che includono la maggior parte degli artisti e degli intellettuali. Ci sono poi i Vlach (20% del totale), discendenti degli zingari fuggiti dalla Romania dov’erano tenuti schiavi nel XIX secolo, che parlano la lingua Lovari. Infine, i Beas (10%) che parlano un antico dialetto rom, giunti in terra magiara due secoli fa.

Tutto questo crea inevitabili incomprensioni perche’ non e’ solo la lingua che differenzia le varie anime che compongono la comunita’, ma e’ la stessa concezione di “appartenenza”. I Romungro si sentono sia tzigani che ungheresi. Un mix di due culture in cui credono di aver assorbito il meglio di entrambe, essendosi da tempo spogliati di tutto cio’ che ritenevano in contrasto con una convivenza civile con i gadje’. I Vlach e i Beas, invece, respingono generalmente qualsiasi tipo di integrazione, rimanendo attaccati agli usi e alle tradizioni degli antenati, rifiutandosi in molti casi di imparare la lingua ed essendo refrattari a dare un’istruzione ai loro figli.

Ma a parte il fattore che riguarda le strade separate percorse dai vari gruppi, come molte altre cose, i problemi in Gyöngyöspata e non solo in Gyöngyöspata, hanno origine dal comunismo, ovvero dal suo crollo. Nel periodo comunista, tutti dovevano lavorare. Chi non lo si faceva, andava in prigione. Il regime comunista non ha mai voluto considerare gli zingari come minoranza, ma piuttosto come un problema sociale. Nel 1961, il Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori, scriveva: "Nonostante alcune caratteristiche etniche, i Rom non costituiscono una nazionalita’. Coloro che lo affermano preservano la segregazione degli zingari e rallentano la loro integrazione nella societa’". Gli zingari erano dunque, come tutti gli altri, semplicemente dei proletari che avevano bisogno di essere costretti nel sistema, solo piu’ indisciplinati.

Sono stati di conseguenza relegati in soluzioni abitative di scarsa qualita’ e costretti alla fatica, come tutti gli altri. La maggior parte dei Rom lavorava nelle citta’, nelle fabbriche o nei cantieri edili. Quelli di campagna lavoravano in aziende agricole di piccole dimensioni o nei villaggi, impiegati nella raccolta della frutta o scavando nei campi. Il regime non voleva che ottenessero una maggiore istruzione, perche’ aveva bisogno di manodopera non qualificata e a buon mercato. Cosi’, gli tzigani, come comunita’ e come etnia, sono scomparsi per lungo tempo, assorbiti e diluiti nel sistema socialista.

Ma quando quel sistema e’ collassato in modo quasi improvviso nel 1989, il problema dei Rom, come molti altri a cui il comunismo aveva promesso risposte definitive, si e’ riproposto in modo, per molti versi, piu’ acuto di prima. Quando le fabbriche e gli impianti produttivi hanno chiuso alla rinfusa, sono stati i lavoratori non qualificati e di basso livello - rom in particolare - ad essere maggiormente penalizzati e a restare praticamente senza niente di cui vivere. La crisi economica successiva, poi, ha fatto il resto. Si consideri che, negli ultimi due anni, la disoccupazione rom e’ aumentata dal 15% all’85%. E oggi sembra che gli tzigani siano entrambe le cose: sia una minoranza etnica che un problema sociale.

In assenza di lavoro, i poveri si sono affidati al welfare. La mungitura del sistema e’ diventata cosi’ una strategia per sopravvivere. I sussidi di disoccupazione, di maternita’, l’assegno per figli e molti altri piccoli benefici, davano almeno la possibilita’ di vivere. Non certo per diventare ricchi, ma per uno stile di vita accettabile, e non solo per chi era tzigano, ma per chiunque si trovasse in condizione di profonda poverta’.

Cio’ e’ durato per quasi vent’anni. Per tenere bassa la tensione sociale e’ stato scelto di dedicare sempre piu’ fondi al welfare, senza far nulla per creare occupazione o ricostruire un tessuto produttivo nel quale tutte queste persone povere potessero trovare occupazione. Tutti i governi che si sono succeduti da allora, sia di sinistra che di destra, hanno scelto l’immobilismo e di non fare niente al riguardo. Cosi’ lo Stato si e’ indebitato sempre di piu’, arrivando al punto, oggi, da non poter piu’ sostenere la spesa sociale. Di questo, cioe’ dell’impoverimento del paese, nonostante ad usufruire del welfare siano e siano stati soprattutto i non rom - gli zingari sono solo un terzo delle famiglie in poverta’ assoluta - sono ciononostante i rom ad essere accusati, in quanto individuati come i soli ad aver “munto” lo stato.

C’e’ inoltre la questione della criminalita’. Esistono due linee di pensiero ovviamente in antitesi fra loro: c’e’ chi considera gli zingari solo delle vittime, colpevoli di nient’altro se non di essere quello che sono, ed e’ l’idea per cui lottano gli attivisti e le organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti delle minoranze etniche e culturali vestendo i panni di difensori della comunita’ rom, e chi, invece - praticamente la stragrande maggioranza degli ungheresi -, la pensa in modo diametralmente opposto.

Cio’ genera odio in entrambe le comunita’ e la gente ha esperienza quotidiana di questo conflitto. A scuola, molti sono i bambini non rom in conflitto con i loro compagni rom. E’ quindi qualcosa che si radica nelle coscienze fin dall’infanzia e spesso sono i genitori stessi ad indicare ai propri figli l’altro come un probabile pericolo. Non sono piu’ isolati ormai i casi in cui ci sono aggressioni, sia da una parte che dall’altra. Si formano gruppi e bande di giovani al cui naturale conflitto che anima un po’ tutti gli adolescenti, si aggiunge anche l’odio etnico. Sono a volte episodi terribili fatti di faide anche cruente in cui a farne le spese, spesso, sono sempre le persone piu’ deboli. I bambini e le donne. Gadje’ o rom che siano. In mezzo a tutto cio’, non mancano pero’ manifestazioni di civile convivenza, in cui le due parti si incontrano e si rispettano, ma perche’ cio’ sia possibile e’ necessario che alla base ci sia una educazione, civile ed etica, possibile solo con la scolarizzazione piu’ ampia che istruisca i giovani e li sottragga alla strada ed alle attivita’ illecite.

Uno dei reati che piu’ fa infuriare i gadje’ di Gyöngyöspata e’ il furto di frutta e verdura dai loro giardini. Gli alberi da frutto sono sempre stati una risorsa per la popolazione locale, ma nessuno si preoccupa piu’ di prendersene cura perche’, ogni volta che i frutti arrivano a maturazione, gli alberi vengono saccheggiati. D’altro canto non si puo’ neppure impedire a chi non ha un lavoro e non sa come nutrire i figli, di appropriarsi di qualcosa che gli e’ necessario alla sopravvivenza, anche se appartiene a qualcun altro. Il conflitto e’ dunque fra chi possiede qualcosa, anche se poco, e chi non ha davvero niente.

E’ quello che le autorita’ chiamano reato di sopravvivenza, che in qualche modo e’ diventato accettabile e la polizia generalmente tollera. Ma anche se e’ cosi’ a livello politico, cio’ non rispecchia la realta’ quotidiana, e non fa altro che aumentare l’intolleranza della gente comune, sempre piu’ arrabbiata, verso i rom che vengono considerati “protetti” nei loro reati, anche se si tratta di reati di misera entita’. Tutto questo senza che qualcuno abbia il coraggio di porsi la domanda: se le parti fossero invertite le cose andrebbero diversamente?

QUI la terza parte
QUI la prima parte

mercoledì 2 novembre 2011

35
comments
Piccole blogger-escort crescono: antefatto

Se non pubblicherai questo commento, sara' chiara la tua non buona fede, e a poco varra’ il trucchetto di non consentire i commenti o bloccarli.”

Parto da questa frase da me scritta a conclusione di un commento in uno dei blog che fino a ieri leggevo, poiche’ e’ proprio da una mancanza di buona fede, da una totale assenza di umilta' e dall’assurda convinzione che nel web ci si possa sentire furbi piu' di chiunque altro, che nasce l’esigenza – un po’ da stronza, a dire il vero – di scrivere cio’ che probabilmente saro’ costretta a scrivere se quel mio commento non verra’ pubblicato.

Ma andiamo per gradi. So di essere ermetica, incomprensibile e che ancora nessuno puo’ capire a cosa mi stia riferendo, ma fa parte del gioco. Sarebbe controproducente svelare adesso tutto quanto. Pero' prometto che, un po’ alla volta, via via che passero’ a raccontare i fatti, si riuscira’ a comprendere ogni cosa. Abbiate fiducia.

Chi, invece, non e’ interessato al gossip, ai chiacchiericci e a tutte quelle particolari dimostrazioni di disistima fra blogger - soprattutto di sesso femminile - e’ caldamente sconsigliato di leggere i post che verranno. Cio’ che potrei scrivere, infatti, oltre che privo di interesse per alcuno che non sia direttamente coinvolto nella vicenda, rischia di originare una lunga, estenuante, inconcludente, sterile e noiosa polemica. Quindi, poi, non ditemi che non ho avvertito. Anche se fin da ora so che, leggendo questo mio breve antefatto, a nessuno verra’ in mente di seguire il consiglio. Anzi…

C’e’ gente che paga fior di quattrini per assistere ad un match di lotta femminile nel fango. E qui sto per offrire tutto gratis!

(Continua... a meno che il commento di cui sopra non venga pubblicato integralmente da chi di dovere, oppure che le persone a cui sto a cuore e delle quali ho stima, mi convincano a desistere da questa mia assurda ed infantile ripicca).

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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