lunedì 31 ottobre 2011

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Io e Olga - Revised

Il racconto che stavolta ripropongo, revisionato e riscritto in alcune sue parti, molti gia’ lo conoscono. E’ quello, fra i miei brevi racconti, che piu’ e’ stato letto, anche se a mio giudizio non e’ certamente il migliore. Si tratta, infatti, di uno dei miei primi timidi tentativi di apertura verso una platea di lettori e come spesso accadeva nei tempi in cui questo blog era ancora giovane, badavo meno alla forma e assai piu’ a quello che era il mio coinvolgimento emotivo nella vicenda narrata.
In “Io e Olga”, sono presenti molti dei temi che in questo diario, che pochi giorni fa ha compiuto i cinque anni, sono stati piu’ volte trattati. La bisessualita’, il narcisismo, l’orgoglio, la vanita’, la manipolazione dell’altro, il confine che c’e’ fra sensualita’ maschile e femminile, sono solo alcuni punti toccati nel tentativo di raccontare qualcosa di me. E non solo di me.

Il Gioco

Le Jimmy'z di Monaco e’ frequentato da un sacco di bella gente. Basta andarci nei giorni giusti e, se si ha fortuna, vi si puo’ incontrare Olga.

Era seduta al bar, quando la vidi per la prima volta. Alta, slanciata, con una cascata di capelli biondi che le ricadevano sulle spalle ed un miniabito che le metteva in risalto le magnifiche gambe, lunghe e perfette. Sorseggiava qualcosa dal suo bicchiere e si guardava intorno in attesa che arrivasse il tipo giusto da spennare.

I nostri sguardi si incrociarono. Fu solo per un attimo. Forse immagino’ che anch’io fossi li’ per il suo stesso motivo, ma quando vide che ero accompagnata da un uomo si rilasso’ e capi’, forse, che il cliente per la notte io l’avevo gia’ agganciato.

Ma lui non era un cliente. Non avrei mai potuto essere innamorata di un uomo che mi avesse pagata come escort. Se stavo con lui era perche’ fra noi non c’erano mai stati i soldi in mezzo. Lo sguardo di Olga incrocio’ anche il suo, ma subito lo distolse ritornando su di me. Mi seguiva con gli occhi in ogni cosa che facevo. Era curiosa e cauta come lo sarebbe stata una leonessa che avesse visto un’estranea invadere il suo territorio di caccia.

Ordinammo una bottiglia e notai che lui continuava a guardarla. Non potevo dargli torto. Era davvero bellissima. Cosi’ io guardavo lui, che guardava lei, che guardava me. Una scena degna di Borges.

“E’ carina vero?” gli chiesi sicura di non mostrare alcun segno di gelosia. “Secondo me e’ russa”.

Ero certa di non sbagliare. Ho conosciuto talmente tante ragazze dell’est che riesco ad individuarle al primo sguardo. I tratti somatici, gli atteggiamenti, il modo di vestire, sono inconfondibili. So addirittura distinguere una lituana da una polacca, un’ungherese da una slovacca, una rumena da una bulgara e persino un’ucraina da una russa. Cosa non facile.

“Chi?” rispose lui distratto e con l’atteggiamento tipico di chi finge di non aver capito. Ebbi la chiara sensazione che mi stesse prendendo in giro. Ma ero abituata a quel suo modo di fare.

Di solito, quando sono innamorata di un uomo, mi comporto rispettosamente, sembro quasi una geisha, pero’ quella volta non riuscii a restare calma.

“Mi stai prendendo per il culo? Quella che stai guardando da quando siamo entrati”.

“Ah, perdonami, ero soprappensiero”. Lui fa sempre cosi’ e a volte lo odio. “Effettivamente la stavo guardando, hai ragione. Sai cosa mi colpisce? Il modo in cui ti assomiglia”.

Continuava a prendermi in giro.

“Hai finito di sfottermi? Quella avra' come minimo la quarta di seno ed io al suo confronto mi sento piatta come una bambina. E poi, non vedi che e’ bionda? Non ci assomigliamo affatto!”

Ero veramente arrabbiata. Come si permetteva di paragonarmi ad un’altra? Lo sapeva bene che non ero paragonabile a nessuna. Anche se, devo dirlo con sincerita’, in qualcosa ci assomigliavamo: eravamo piu’ o meno della stessa taglia e altezza, tutte e due con occhi azzurri, zigomi alti, bocca carnosa. Ma a parte questi piccoli dettagli lei era decisamente diversa da me: piu’ formosa e con un seno piu’ prosperoso che non poteva non essere notato sotto il leggero miniabito che indossava.

“Invece ti assomiglia tantissimo. Non solo fisicamente, ma anche per altri dettagli. L’espressione, lo sguardo, l’atteggiamento. Hai notato che beve avvolgendo con le labbra il bordo del bicchiere? Lo fai anche tu. Avete la stessa bocca…”

“Senti un po’... se stasera volevi farmi incazzare, ci sei riuscito benissimo. Un capolavoro di diplomazia. Continua cosi’. A volte mi chiedo come tu possa essere cosi’ cinico. Sai bene quanto mi piaccia sentirmi unica e, magicamente, chissa’ come, riesci a tirar fuori dal cilindro il mio clone. Opla’! Sai cosa ti dico? Non voglio rovinarmi la serata e preferisco prenderlo come un complimento. Versami ancora un po’ di quel cazzo di champagne!”

Ero veramente arrabbiata e quando la mia incazzatura passa il limite, come quando sono allegra, ho la tendenza ad alzare un po’ il gomito, ma solo se nel bicchiere mi viene versato qualcosa di buono. A parte la vodka o il cognac, non amo molto i superalcolici, pero’ non rifiuto mai un buon vino o lo champagne. L'alcol, fra l’altro, ha anche l'effetto di liberarmi e di farmi venire strane idee...

“Perdonami…” dissi allora recitando la parte della bimba che vuol farsi perdonare dal papa’. “Hai ragione, mi assomiglia… ma io sono piu’ carina, vero?”

Scoppio’ a ridere. Mi conosceva bene e sapeva che quei miei improvvisi mutamenti d’umore preludevano a qualcosa che mi frullava nella testa. Ma io, sapendo che per lui questo lato di me non era un mistero, facevo in modo che non intuisse mai quali fossero le mie reali intenzioni. Era il nostro gioco, lo facevamo spesso e ci divertiva: una partita a scacchi cerebrale giocata non con i pezzi che venivano mossi su una scacchiera, ma con frasi, atteggiamenti, sguardi, doppi sensi, innocenti inganni e sottintese allusioni.

“Lo sai di essere piu’ bella di lei. Non occorre che te lo dica. Ma desideri sentirtelo dire! Si’, sei la più bella donna che io abbia mai avuto e sono certo che non ce ne saranno altre come te nella mia vita…”

“Io… io lo so qual e’ la fantasia che hai sempre avuto. Vorresti avere me ed Alice insieme. Lo so che ti piace Alice, sai? Ma non si puo’ stare con me e con lei contemporaneamente. Non puoi averci entrambe. Quella assomiglia ad Alice, vero?”

“Si’… le assomiglia, e pensavo che tu e lei insieme sareste il sogno erotico di un principe. Cosi’ uguali e cosi’ diverse. L’una il negativo dell’altra”.

“E secondo te, questo principe quanto sarebbe disposto a pagare per realizzare il suo sogno? I sogni non si realizzano mica cosi’… gratis”.

Con una smorfia perversa ci guardo’ entrambe, quasi a soppesarci. Sembrava davvero un principe che stava acquistando due schiave al mercato.

“Io credo che una come lei, qui a Monaco, possa prendere sui duemila. Tu, invece, beh… sei piu’ bella, piu’ elegante, piu’ affascinante. E poi so che non hai mai fatto sconti. Percio’ credo che un principe possa proporre seimila per tutte e due”.

“Cavolo, che tirchio che e’ questo principe!” dissi ridendo. “Avrei creduto, invece, che per un sogno simile un vero principe non possa pagare meno di diecimila. Il problema, se mai, e’ che qui in giro di veri principi non se ne vedono...”

“Un principato senza principi. Non e’ buffo? Pero’ hai ragione: un vero principe, molto, molto pazzo, potrebbe arrivare anche a diecimila. Solo che…” continuo’ a giocare, “nel servizio dovrebbero essere incluse almeno, oltre a Rai1,2 e 3, anche Rete4, Canale5, Cip & Ciop e D&G!”

Non riuscii a trattenere una risata. Lui scherzava spesso sul mio passato e su certi luoghi comuni. Un modo, forse, per esorcizzare qualcosa che ogni uomo si porta dentro quando si lega a una donna che, per lavoro o per piacere, di uomini nel letto ne ha avuti talmente tanti da non riuscire neppure a contarli.

“Questo di sicuro! Ci mancherebbe altro! Una top-number-one non puo’ far mancare certi servizi. Pero’…” incalzai con fare seduttivo, “io avrei in mente un altro gioco. Forse ancor piu’ intrigante e divertente per un principe che fosse disposto a spendere una cifra come quella che abbiamo detto…”

Lo fissai negli occhi con l’aria da finta ingenua, ma non tanto, alzando il sopracciglio. Capi’ subito che avevo intenzione di prendere in mano le redini del gioco per gestirlo a modo mio.

“E cosa ti frullerebbe in quella testolina perversa?” disse preoccupato. “Sai che quando fai cosi' metti paura? Scommetto che qualsiasi cosa tu abbia adesso in mente, farai di tutto per realizzarla. Vero?”

“Come mi conosci, caro!” lo baciai sfiorandogli appena le labbra con le mie aromatizzate di Moët & Chandon. “Ho in mente un gioco che non credo rifiuterai di fare… e se ti conosco bene so che ti piacera’. Che ne diresti se te la portassi nel letto gratis? Se ti proponessi di avere me e lei non per soldi, ma perche’ lo vogliamo entrambe?”

Mi squadro’ con i suoi profondi occhi mediterranei. Poi assunse un’aria di scetticismo.

“Qualunque sia il tuo piano, non credo che quella accettera’ di scopare gratis con me e con te. Dai, lo si vede da lontano che e’ in caccia di polli da spennare. Attendera’ qualche industrialotto con tanta pancia e tanti soldi che cerca una facile conquista, si fara’ offrire da bere, gli fara’ immaginare il sapore del suo seno e non solo del seno, e lui, gia’ mezzo brillo, accettera’ di pagare i due o tremila che lei gli chiederà per raggiungerlo in camera. Tu dovresti saperlo come funzionano queste cose. Nessuna escort lo fa gratis a meno che non si innamori”.

“Troppi discorsi! Tagliamo corto: se te la porto nel letto, gratis, realizzando il tuo sogno, tu realizzerai il mio? Parlo seriamente, ma solo ad una condizione: ti diro’ solo dopo che l’avro’ convinta cosa dovrai fare tu per me. E non sara’ qualcosa in cui ci saranno di mezzo i soldi. Accetti?”

“Gia’ adesso so che quello che mi chiederai in cambio sara’ ancor piu’ oneroso dei principeschi diecimila. Pero’ sono curioso di capire dov’e’ che vuoi arrivare e, soprattutto, voglio vedere come riuscirai a convincere la biondina a venire a letto con noi gratis. A meno che tu non stia bluffando, ma ti conosco troppo bene per sapere che non bluffi mai”.

Era vero, non stavo bluffando. Nessuno puo’ bluffare nel gioco degli scacchi perche’ non e’ possibile farlo come, invece, lo si fa normalmente in altri giochi. Ma non avevo la certezza di riuscire in cio’ che mi ero proposta di fare. Sapevo che non sarebbe stato facile vincere quella partita, ma, in caso di successo, avrei avuto in serbo per lui una bella sorpresa!


L’Approccio

Il profumo di Olga era penetrante.

"Mmmhhh… gardenia e ambra… Crystal Noir di Versace”, dissi annusando l’aria. “Adoro questa fragranza!… e sulla tua pelle reagisce molto bene, sai?

Mi ero seduta accanto a lei su uno sgabello ed era impossibile che ci ignorassimo. Il complimento glielo feci in russo, senza pensare ai convenevoli e a passare prima da un morbido approccio in Inglese. Tanto ero certa della sua provenienza.

“Grazie”, rispose con una gradevolissima inflessione tipica di una persona istruita. “Anche tu hai un buon profumo. Come hai fatto a capire che sono russa? Si vede cosi’ tanto?”

“Ho una certa esperienza. Sono un’antropologa. E poi, conosco la Russia. Vi ho vissuto per qualche anno. Dal modo di parlare, dovresti essere di Peter”.

“Si’!” annui’ sorpresa che avessi azzeccato. “Ma sei davvero un’antropologa?”

“Ehm... No... ti ho detto una bugia!” le sorrisi. “Ma qualunque cosa io sia, ti giuro che ha a che fare con lo studio dell’uomo… o almeno lo aveva un tempo”. Poi, cambiando discorso: “Io prendo un grasshopper, ne posso offrire uno anche a te?”

Accetto’ e cosi’ fu facile iniziare a parlare di cose piu’ personali. Scoprimmo presto che i nostri gusti non erano per niente distanti. Ad entrambe piaceva il gusto della menta e della crema di cacao, tutte e due detestavamo l’odore del fumo di sigaretta e per le unghie la preferenza era decisamente per la decorazione french. Ma, soprattutto, ci trovammo d'accordo su una cosa importantissima: la bonta’ dei piroghi [1] ripieni di cavolo cappuccio.

Fu cosi’ che io le raccontai qualcosa di me e della mia esperienza nel suo paese e lei, allo stesso modo, si sciolse nei miei confronti. Dopo un po’ sembravamo due vecchie compagne di scuola che si erano ritrovate per caso in quel bar.

Era bella, Olga, studentessa di medicina che vendeva il suo corpo a chi aveva i soldi per poterselo permettere. Era bella e solare mentre si raccontava a me. Occhi blu da far impazzire il cielo, che a tratti riuscivano persino a coprire le parole.

“Ma come fai a venire a Montecarlo cosi' spesso e senza problemi? Non ci sono delle restrizioni per il visto?” le chiesi piu’ interessata a sentire la musica della sua voce che a conoscere i suoi segreti.

“Ci sarebbero, ma ho il visto finlandese per motivi di studio. Sono iscritta all’Universita’ di Helsinki e fintanto riesco a dare gli esami necessari, posso mantenerlo. Con questo visto, passo il controllo alla frontiera finlandese e poi, da li’, mi reco ovunque voglia andare in Europa. Semplice no?”

“E brava Olga! Sei riuscita ad aggirare le regole comunitarie!” risi, felice della confidenza che mi stava dimostrando, mentre sorseggiavamo il secondo grasshopper. “Sei una ragazza piena di risorse, lo sai? Il mio ragazzo… quello che vedi seduto laggiu’ in fondo, che non ci ha mai tolto gli occhi di dosso, dice che io e te ci assomigliamo. Credi anche tu che ci assomigliamo?”

“Quando ti ho vista entrare, ti ho guardata a lungo. In un certo senso il tuo ragazzo ha ragione... sara’ per la forma del viso… o per gli occhi. Sinceramente, ti confesso che non amo essere paragonata a nessuno, pero’ di’ al tuo ragazzo che stavolta sono lusingata e lo prendo come un complimento. Sei bella...”

“Anche tu lo sei, e lo sai bene. Forse e’ questa la vera somiglianza fra me e te. Il mio ragazzo mi ha detto che tu ed io insieme potremmo realizzare il sogno di un principe, ma…” restai un attimo col discorso in sospeso e mi dedicai al grasshopper, solo per vedere l’effetto del mio sasso lanciato nello stagno.

“Ma?” I suoi occhi si accesero. Forse per effetto dell’alcol, o magari intuiva gia’ quello che le avrei chiesto.

“Ma e’ convinto che non lo faresti mai gratis…” e buttai giu’ tutto d’un sorso cio’ che era rimasto nel bicchiere.

“Il tuo ragazzo non sbaglia”, rispose con una risata che mise in risalto i suoi denti bianchi e perfetti.

Iniziava a piacermi davvero, Olga, e non era solo per la sua bellezza straripante, quanto per quel suo modo di porsi. Aveva un libro dentro che si poteva leggere attraverso i suoi occhi. Non tentava di mascherare niente. Magari era l’effetto di tutti i discorsi sulla nostra somiglianza, ma iniziavo veramente ad intravedere in lei elementi che mi appartenevano. Piccoli dettagli, insignificanti forse, ma che in quel momento mi affascinavano. Stessa ironia, stessa determinazione, stessa sfacciataggine. Ed assenza totale di ipocrisia. Era difficile che lui sbagliasse nei suoi giudizi: io e Olga eravamo veramente l’una l’immagine speculare dell’altra. Ma se era davvero come me, sarebbe stato difficile che accettasse di far sesso gratis con una coppia di sconosciuti.

“Si’, lo so, lui ha sempre ragione in queste cose”, dissi con aria quasi rassegnata. “Sapevo gia’ che non sbagliava. Solo che lui non poteva essere al corrente di una cosa che, invece, adesso io so...”

I puntini restarono sospesi a mezz’aria, come congelati, quasi dovessero da un momento all’altro cadere e frantumarsi in mille piccoli pezzi sul pavimento. Attesi qualche secondo, poi la bocca mi s’increspo’ in un impercettibile sorriso, mentre la inchiodavo con lo sguardo. Due paia d’occhi azzurri si fissarono, e per un breve attimo si inviarono messaggi subliminali che nessuno mai, escluse noi due, avrebbe potuto decifrare. Tutto cio’ mentre l’alcol dei cocktail che avevamo bevuto entrava in circolo, rendendo i suoni intorno a noi ovattati e lontani.

Due tipi in cerca di compagnia si piazzarono vicini e ci chiesero qualcosa in francese: volevano combinare per la serata. Ma Olga, piccata, disse loro che non eravamo quel tipo di donne che cercavano.

“Hai mandato a quel paese dei clienti. Perche'? Non sei qui per lavorare? E’ meglio che ti lasci libera di agire con tranquillita’. Non vorrei rovinarti la serata e gli affari”.

Feci per andarmene, ma lei mi fermo’ sfiorandomi delicatamente la spalla. Aveva mani affusolate, Olga, con dita lunghe e ben curate.

“No, non andartene. Non ho voglia di lavorare stasera. Mi va di parlare con te. Continuiamo il nostro discorso e dimmi cio’ che sai e che il tuo ragazzo non sapeva”.

Era curiosa! Era un’altra cosa che avevamo in comune. Oppure aveva davvero voglia di stare con me. Evitai i giri di parole, e glielo dissi, ma cautamente, per non offenderla. In certi casi non e’ semplice stabilire la linea di confine tra la confidenza e la maleducazione.

“Io credo che a te gli uomini non piacciano. Ci vai a letto per soldi, ma i tuoi gusti sono differenti. Ho ragione?

“Il tuo ragazzo e’ davvero un mago!” gli occhi di Olga scintillarono, felice forse che le avessi tolto le castagne dal fuoco. “Lui ha capito subito che io e te siamo uguali!”

“Non proprio uguali”, dissi rilassata per aver superato quel breve momento d’imbarazzo. “A me piacciono anche gli uomini”.

Restai ad attendere la sua reazione. Se eravamo realmente simili non sarebbe stata molto diversa da quella che pensavo. Altrimenti, sarei dovuta tornare da lui sconfitta. E sarebbe stato seccante. Ma, si sa, a scacchi come in ogni altro gioco la vittoria non e’ mai sicura.

Olga fece passare quasi un minuto prima di dire qualcosa. Capivo che era in balia di un conflitto. Una sensazione che anch’io avevo provato quando mi era capitato d’incontrare qualcuno che mi piaceva cosi’ tanto da dimenticarmi di chiedergli i soldi. Ma era una ragazza curiosa e non le mancava il coraggio di sperimentare. Era giovane, le mancava moltissima esperienza, ma gia’ percepivo in lei quel segno distintivo tipico della fuoriclasse.

Poi disse: “Vedendolo da qui, il tuo ragazzo non e’ affatto male. Potrebbe essere interessante conoscerlo per scoprire che armi ha usato per conquistarti”. E quelle parole mi fecero capire che tutto sarebbe andato secondo i miei piani.

“Se ti siedi al nostro tavolo te lo presento”, sussurrai con voce simile a quella di chi sa di aver concluso un buon affare.”Anche se e’ un uomo, credo che lo troverai molto gradevole. Fidati. Ha dentro di se’ una spiccata parte femminile. Come vedi, alcune volte sono io che mi assumo il compito del maschietto di turno”.

Le feci capire cosi’ quali sarebbero state le parti che avremmo recitato qualora avesse accettato di partecipare alla nostra rappresentazione teatrale. Una rappresentazione in cui io sarei stata sia prima attrice, sia regista, sia spettatrice.


La Contropartita

A piedi, dallo Sporting Club fino a Le Meridien Beach Plaza dove Olga alloggiava, sono solo pochi passi. Olga ci disse che doveva passare nella sua stanza per prepararsi e prendere alcune sue cose e ci assicuro’ che in un’ora, piu’ o meno, ci avrebbe raggiunti all’Hotel de Paris, dove eravamo noi. Cosi’, io e lui, decidemmo di raggiungere il nostro Hotel a piedi. Avremmo impiegato una trentina di minuti per arrivarci, e volevo utilizzare quel tempo per discutere del nostro “gioco”. Attendemmo percio’ di veder Olga sparire dietro la porta del suo hotel e ci avviammo in direzione di Place du Casino.

Era una bella serata e l’atmosfera stava assumendo quelle tonalita’ intriganti che di solito preludono ad una bella notte di sesso e trasgressione. A Le Jimmy’z ci eravamo trattenuti solo il tempo necessario per bere ancora qualcosa. Ovviamente, nel momento in cui Olga aveva accettato di sedersi al nostro tavolo la sua decisione l’aveva gia’ presa, ma stare insieme a noi, conversando come fossimo in amicizia da chissa’ quanto tempo, le fu utile per rendersi conto della personalita’ del mio compagno con il quale si istauro’ subito una forte simpatia.

Ricordo di aver provato una leggera gelosia nel momento delle presentazioni, quando lui le fece dono di uno sguardo che mi era assai familiare. Lo conoscevo bene e pensavo fosse qualcosa di riservato solo a me. Ma come potevo arrabbiarmi? Olga non poteva essere guardata che in quel modo. Inoltre, ero stata io ad aver desiderato e creato quell’equivoca situazione, trascinando il mio uomo in uno strano gioco. Ero dunque pronta a pagarne le eventuali conseguenze. Qualora vi fossero state conseguenze…

Fino a quel momento sapevo di aver mosso i miei pezzi senza lasciare varchi nella mia difesa, ma nel gioco degli scacchi, per quanto si possa essere previdenti, c’e’ sempre una mossa decisiva. Quella con cui si puo’ vincere o perdere la partita. Per questo non bisogna mai sopravvalutare le proprie capacita’; c’e’ sempre chi dalla nostra eccessiva sicurezza potrebbe trarne un vantaggio. In quella partita a scacchi mi ero premunita, ma nessuna vittoria e’ certa. Avevo bisogno del tempo del tragitto verso l’Hotel de Paris per sondare la situazione e capire quale fossero le impressioni che lui aveva di Olga. E le sue reali intenzioni.

“Allora? Sei per caso diventato muto? Prima, con Olga, non smettevi mai di parlare. A cosa stai pensando adesso?”

“Penso che ancora non ho ben capito dove vuoi arrivare con il tuo gioco saffico. Che bisogno c’era di coinvolgermi? Se volevi portartela a letto, avresti potuto benissimo farlo da sola. Lei non prova alcuna attrazione sessuale per gli uomini. A cosa vi servo io?”

“Ma caro, che senso ha essere complici in tutto e non condividere una cosa cosi’ bella? Sai quanto mi piace la trasparenza nei rapporti e quanto, invece, detesti l’intrigo e la menzogna. Le cose non dette, o dette a meta’… le mezze verita’. Le odio. Se stiamo insieme non e’ forse perche’ la pensiamo allo stesso modo?”

“Stai portando nel nostro letto una donna bellissima. Forse vuoi dimostrare che non temi rivali? So che dentro provi un po’ di gelosia, pero’ la contrasti, la tieni sotto controllo. Vuoi forse metterti alla prova? Cio’ che vedo ancora una volta e’ che sei in grado di saper manipolare chiunque, persino una escort convincendola a farlo gratis; una cosa impossibile persino per tanti uomini ricchi ed affascinanti. Ovvio che se Olga non fosse stata lesbica, non credo che l’avresti convinta. Ma ce l’hai fatta, e tant’e’. Pero’ mi chiedo: anche se lei fara’ sesso con noi gratis, soprattutto perche’ sei tu a piacerle e non io, tu perche’ lo fai? Un po’ ti conosco. Non sei il tipo da perderti in questo genere di cose solo per dare l’ennesima dimostrazione della tua capacita’ seduttiva, oppure per dimostrare di saper tenere a bada la gelosia. Io e te lo sappiamo che ne se capace. Non hai bisogno di ulteriori conferme. Quindi, se come hai detto non ci sono i soldi in ballo, qual e' la contropartita che stai per chiedermi?”

C’era una bella luna mentre passavamo davanti al Grimaldi Forum e ai Giardini Giapponesi. L’aria era fresca e tirava una leggera brezza di mare. Un brivido, partito dalla base del collo, si impadroni’ di me, pervadendosi per tutto il corpo. Era una sensazione piacevole. Amavo quel tipo di brivido. Fin da bambina mi faceva venir voglia di ricevere calore e coccole. Ci fermammo e mi feci abbracciare. Gli appoggiai la testa sulla spalla e, chiudendo gli occhi, assaporai il suo profumo. Cercai il calore di un suo bacio e gli porsi le labbra, ma lui le sfioro’ appena. Poi, ritraendosi, mi guardo’ interrogativo attendendo in silenzio una mia risposta.

“Non lo capisci cosa desidero?” quasi lo gridai, arrabbiata. “Eppure, se mi conosci bene, dovresti saperlo!”

“Vuoi essere unica. E’ questo che vuoi?” disse allora. “E Olga ti serve per dimostrarlo. A chi? A me? A lei? A te stessa?”

“Oh, ma io so di essere unica... e lei non ha alcuna importanza. Contiamo solo noi due. Io e te!”.

Riprendemmo a camminare verso il nostro Hotel. Ormai mancava poco.

“Ti piace manipolare le persone, ne osservi le reazioni, studi gli effetti delle tue provocazioni… per te sono tutti dei topolini. Delle cavie”.

Era arrabbiato anche lui ed era comprensibile. Ma come poteva ancora non capire che mi feriva quando guardava le altre e mi paragonava a loro? Sapevo che era un gioco molto pericoloso quello avevo messo in moto quando lui aveva paragonato Olga a me, ma volevo che lo capisse, e glielo avrei fatto capire a modo mio.

“Lo sai che e’ cosi’” dissi con atteggiamento di superiorita’ “Non sono forse una scienziata? E sono anche tanto curiosa!”

“… E vanitosa”.

“Oh si’, certamente, vanitosa, orgogliosa, cinica e senza scrupoli. Lo sono sempre stata e non me ne sono mai vergognata. Dicono che faccia parte del mio fascino, quello che ha fatto perdere la testa anche a te”.

“La tua corazza un giorno o l'altro cadra’ e quel giorno io saro' li’ a raccoglierne i pezzi. Ma e’ vero, sono pazzo di te!”

“Me lo dimostrerai stanotte se sei sincero, se veramente sei pazzo di me. Sei tu l’elemento importante del mio esperimento e non Olga. Questa e’ la contropartita che mi spetta per aver vinto la scommessa”.

“In che modo dovrei dimostrartelo? Dove sta la fregatura? Quando fai la contorta ti odio, e tu lo sai bene che e’ difficile sottrarsi ai tuoi giochi. Mi immagino i tuoi clienti di un tempo e gli sforzi che dovevano fare per evitare lo stress”.

Colsi una nota di gelosia nelle sue parole, Cio’ mi provoco’ uno strano piacere. Sottile, perfido. Me ne vergognai, ma se non altro, anche se l’esperimento non fosse andato bene, almeno ero riuscita a scalfire un po’ della sua antipatica sicurezza.

“Nessuno dei miei clienti mi ha mai conosciuta davvero, caro… e tu questo lo sai. Nessuno ha mai potuto vedermi senza maschera, conoscere la mia anima, leggermi dentro, mettere a nudo i miei desideri… guardarmi come sono veramente! Tutti hanno conosciuto solo Alice, non me. Fare la prostituta non e’ come fare l’avvocato, la biologa o la docente universitaria. Quando si vende il proprio corpo, entrano in ballo pulsioni e meccanismi tali che coinvolgono sfere emotive molto profonde. Tu questo non lo puoi capire… e se ci si denuda completamente si rischia di cadere nell’abisso!”

“Dovresti dirlo anche ad Olga. Mi sa che stanotte rischiera’ lei di cadere nell’abisso, con te”.

“Ascolta, tu stanotte realizzerai quel desiderio che ti brucia dentro fin dal momento in cui l’hai vista: far sesso con me e lei insieme, immaginando di avere me ed Alice… ma se per te non saro’ io l’unica, se solo per un istante cederai, se i sensi ti porteranno a desiderare lei piu’ di quanto desideri me e sarai catturato da quella mia immagine allo specchio, io…” lo guardai con occhi lucidi. Sentivo che stavo per piangere. “…Io lo capiro’”.

Sussurro’: “Sei crudele!” E fui certa che davvero mi amava.

Entrammo all’Hotel de Paris. Il portiere ci saluto’. Alla reception chiedemmo la nostra chiave e demmo istruzioni riguardo all’ospite che, presto, sarebbe arrivata.


Interludio saffico

Lesbica narcisista???”

Ci manco’ poco che non soffocassi dal ridere. La mia risata fece addirittura voltare i nostri vicini di tavolo. Lui, lumacone con faccia da puttaniere, approfitto’ per dare una sbirciata alle mie tette e a quelle della mia amica, giustificandosi con la moglie con la classica espressione stile “guarda che gente!”

Ho sempre avuto delle idee molto precise riguardo alla bisessualita’ femminile: tutte quante le donne hanno dentro un po’ di omosessualita’. L’Edipo e’ presente nella donna esattamente come nell’uomo. Quindi e’ lo stesso seno materno, fonte di nutrimento e piacere, che attrae sia l’una che l’altro. Anche se in seguito le sovrastrutture culturali tendono ad annullare quell’istinto, qualcosa resta a livello latente. Pero’, il termine “lesbica narcisista", mi suonava strano. Ritenevo che il narcisismo fosse una caratteristica tipicamente maschile.

“Lesbica narcisista? Che significa?” insistei.

“Secondo me”, cerco’ di spiegare con aria da maestrina la mia amica, “sei innamorata di te stessa. Insomma, forse non te ne accorgi, ma sei narcisista. Ti piaci talmente tanto, ti coccoli e curi la tua persona ad un tale livello che ti porteresti persino a letto”.

Pensai che intendesse parlare di autoerotismo.

“Dici che sono lesbica perche’ potrei masturbarmi all’infinito amando colei che per me e’ la donna piu’ desiderabile del mondo, cioe’ me stessa?”

Continuammo a ridere come matte ed ancora una volta i nostri vicini di tavolo si voltarono infastiditi. Lei, classicamente insipida che, scommetto, nessuno aveva mai guardato neppure da giovane, mi fulmino’ con occhi gelidi, ed anche un po’ invidiosi!

Abbassai la voce, ed avvicinando il mio volto a quello della mia amica sussurrai: “Ma no… anche se le pratiche autoerotiche non mi dispiacciono, e’ meglio avere un partner. Perche’ faticare se qualcun altro puo’ farlo al mio posto?” E strizzandole l’occhio aggiunsi: “...O qualcun’altra!”

Mi ricordai di quel dialogo in pizzeria. Forse c’era un senso in tutto cio’ che stavo imbastendo, coinvolgendo in uno strano gioco sia il mio uomo che Olga. Olga che a momenti sarebbe arrivata ed avrebbe bussato alla porta della nostra camera.


Albicocca

C’e’ chi insegue priorita’ sensuali che sono lontane dalle mie e non tengono conto di cio' che, invece, e' per me fondamentale. Il senso della vista, ad esempio, e’ pressoche’ estraneo al mio modo di concepire la sensualita’. “Come sei bella, che bei capelli, che occhi stupendi” sono frasi che ogni donna gradisce, ma afferiscono alla sfera visiva e la vista e’ un senso che usiamo involontariamente. Non occorre voler vedere. Se non si hanno menomazioni lo si fa indipendentemente e l’azione e’ del tutto scollegata dalla volonta’. E poi ci sono le volte in cui certe frasi sono solo di circostanza, dette anche a chi non ha caratteristiche tali da poterle meritare, rendendo difficile stabilirne il grado di sincerita’.

Generalmente, e' la sensualita’ maschile ad avere la vista come priorita’. Gli uomini, se non vedono, sentono di perdere molto, troppo, in una situazione sensuale, ed e’ forse per questo motivo che il loro giudizio sulle donne e’ quasi sempre di natura estetica.

Preferisco di gran lunga, invece, quando il discorso cade sull’organolettico. Quando si parla di sapori tutto per me assume un significato diverso. Dato che assaporare e’, a differenza del vedere, un atto volontario, quando ci si riferisce a me non tenendo conto del mio aspetto, ma focalizzando l'attenzione sul mio sapore, sento una strana eccitazione che, dentro la pancia, mi si manifesta con un leggero tremolio. Cio’ che io chiamo: le farfalline.

Ogni donna ha il suo sapore. Se nel sesso il mio partner individua il sapore che ho, allora significa che riesce a comprendere cio’ che a me piace davvero, e dimostra di possedere una sensualita’ molto simile alla mia. E’ forse per questo che uno dei giochi che preferisco e’ farmi bendare? Non lo so, ma di una cosa sono piu’ che sicura: se chi mi assaggia sa dare un significato al mio sapore, in quel momento mi rende sua.

~-~

Albicocca. Mi svegliai col sapore di albicocca. Il sole inondava la stanza. Ci misi un po’ prima di entrare in sintonia con la realta’ e capire dove mi trovavo. Allungai la mano e sentii che il lenzuolo era ancora umido di umori. Annusai l’aria. C’era il suo odore: sesso misto ad aromi speziati del suo profumo. Ed albicocca.

Restai distesa, con gli occhi chiusi, assaporando l’inizio di quel nuovo giorno, cercando di mettere a fuoco gli eventi. Piano piano le immagini si fecero piu’ nitide. Lo sapevamo fin dall’inizio che sarebbe successo, fin da quando i nostri sguardi si erano incrociati. Probabilmente lo avevamo sempre saputo, e forse lo sapevamo anche quando, ancora, non ci conoscevamo.

Olga era arrivata puntuale. Appena entrata, era venuta a sedersi in mezzo a noi due. Qualche parola… un altro bicchiere. Avevamo atteso solo l’attimo giusto per rompere il ghiaccio. E quello era stato l’attimo. Un istante in cui i nostri volti si erano avvicinati. Ed era accaduto.

Succhiando voracemente la sua lingua mi ero dissetata della sua saliva e lei aveva fatto altrettanto con me. Sapeva di albicocca. Albicocca matura e succosa. Glielo avevo detto mormorandolo fra le nostre lingue e quando lui si era unito al nostro gioco, i sapori si erano mischiati come i nostri corpi. Sono certa che il biblico albero del bene e del male fosse un albicocco. E noi da esso avevamo colto ogni frutto, per tutta la notte, fino a quando, stanchi, ci eravamo abbandonati al sonno, lasciando di noi solo i noccioli.

Non era accaduto quello che avevo temuto. Lui non era caduto nella trappola. Aveva fatto sesso con me e con lei, ma era stato solo con me che aveva fatto l’amore. Anche Olga aveva partecipato a quel menage mettendoci passione, recitando con lui il ruolo della escort, ma dedicando a me un’attenzione totale. Ero stata al centro dell’Universo, il collante che per una notte ci aveva uniti, ed ero rimasta in mezzo a loro, abbracciata a tutti e due, fino ad addormentarmi.

Adesso ero sola nel grande letto. Rumore d’acqua che scrosciava; qualcuno stava facendo una doccia. Aprii gli occhi. Mi alzai e mi sedetti sul bordo del letto. Il lenzuolo ed i cuscini erano macchiati del nostro piacere. Guardai l’ora: era quasi mezzogiorno. I vestiti di lui non c’erano, ma quelli di Olga erano sparsi un po’ ovunque.

Entrando nel bagno la vidi. Bellissima. I suoi occhi, azzurri come il cielo fuori, mi sorrisero.

- Dobroie utro, ti karasho spal? [2]

- Da, Olga, ochen karasho, spasibo. [3]

Mi misi anch’io sotto la doccia insieme a lei, e per un po’ giocammo a lavarci con i corpi insaponati. Ci baciammo ancora ed iniziai a sentire le farfalline. Ma subito mi ritrassi. Gli accordi non erano quelli. Lui non c’era e quello che stavo facendo mi sembrava una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Avevamo fatto un patto: Olga era il nostro giocattolo. Un giocattolo condiviso e nessuno dei due avrebbe dovuto reclamarne la proprieta’ esclusiva. Sentivo dentro un leggero senso di colpa.

Mentre mi asciugavo, chiesi di lui, ma neanche Olga sapeva niente. Si era svegliata probabilmente dopo che lui era uscito. Mi confido’ che, appena sveglia, era rimasta per qualche minuto ad osservarmi mentre dormivo e sfiorando la mia guancia con il naso, aveva sentito che odoravo di albicocca.

“Ti ho detto che siamo simili!” aggiunsi ridendo.

“Simili, ma non uguali” rispose lei. “A te piacciono anche gli uomini”.

Scoppiammo a ridere ricordando la circostanza che ci aveva fatte incontrare, la sera prima: la proposta, il principe, i due francesi in cerca di escort, i grasshopper. Poi, quando fummo pronte, chiamai lui al cellulare. Stava aspettandoci nella hall per andare a pranzo.

~-~

Scegliemmo una brasserie in Place Casino. Olga chiese specificatamente della marmellata di albicocche ed inizio’ una pantomima di fronte a me, mangiandola con le dita mentre mi fissava. Riuscii a restare composta ed impassibile anche quando cerco’ di farmela assaggiare dalle sue labbra.

Non sapevo quanto tutto cio’ a lui seccasse. Dopotutto Olga si era inserita nella nostra esistenza per una futile scommessa. Avevo scommesso che l’avrei portata nel nostro letto gratuitamente e lui aveva accettato la sfida. Il gioco era ormai arrivato alla fine ed io avrei potuto ritirare il mio premio. Anche se in quel momento non sapevo piu’ quale fosse.

Ancora poche ore ed Olga se ne sarebbe andata. Di lei non avremmo saputo più niente. Avrebbe continuato la sua vita di studentessa-escort fra Sankt Peterburg e Monaco, mentre noi saremmo tornati alla nostra complice e mondana ricerca d’avventura. La osservavo mentre mangiava il gelato. I lunghi capelli biondi raccolti. Teneva lo sguardo basso, concentrata sul bicchierone ricolmo di panna. Di tanto in tanto alzava gli occhi e mi guardava languidamente. E fu allora che mi ricordai di altri occhi come i suoi. Occhi di mare che avevano quella stessa luce. Occhi di una Pentesilea mai piu’ incontrata. Una Pentesilea che odorava anche lei d’albicocca.

Qualcosa di malinconico sali' dal profondo dei miei ricordi e decisi che non avrei piu’ giocato in quel modo. Guardai lei che guardava lui che guardava me. Giurai non avrei piu’ permesso che fosse di nuovo una fine, ma che quello sarebbe stato un nuovo inizio. Chiesi di pagare il conto ed uscimmo.

Accompagnammo Olga all'hotel. Era ormai gia’ pomeriggio inoltrato. Lei sarebbe partita il mattino dopo. Io e lui, invece, avremmo ripreso il nostro viaggio la sera stessa.

Odio gli addii. Porterei tutti quanti con me. Come una zingara riempirei il carrozzone trainato dai cavalli e girerei per il mondo con la mia troupe di saltimbanchi, equilibristi, mangiatori di fuoco, ballerine e clown. Monterei le tende del mio circo negli angoli piu’ remoti ai confini del sogno, e darei spettacoli per tutti i bimbi che dentro di noi son prigionieri.

La baciai ancora un’ultima volta. Ci scambiammo i numeri di telefono. Ci promettemmo di sentirci presto e di ritrovarci quanto prima. Lui, con aria quasi divertita resto' a guardarci in silenzio come un papa’ che osserva la figlia mentre saluta l’amichetta alla fine delle vacanze estive. Quando poi fummo soli gli domandai il perche' di quella sua aria divertita e strafottente, dato che aveva perso la scommessa.

“Tesoro”, mi disse con la sua solita calma. “Perche’ dici di aver vinto una scommessa che in realta' hai perso?”

Lo guardai sbigottita. “Come perso? Avevamo stabilito che l’avrei portata nel nostro letto gratis e mi pare di esserci riuscita. O no?”

Con aria flemmatica e sorniona mi abbraccio’. Poi, fissandomi da una distanza di dieci centimetri o poco piu’, disse: “Di’ la verita’, temevi che fossi io a perdere la testa per Olga e invece…”

“Ma che c’entra questo? La scommessa non era su questo”, replicai alterata forse piu’ per aver inteso perfettamente il senso della sua allusione che per altro motivo.

“Infatti, la tua sbandata per lei non c’entra niente”, concluse con un sorriso cinico. “Ma forse non ti sei accorta che non e’ stato affatto gratis. Ieri, al bar, Olga ha bevuto due grasshopper, e sai qual e’ la cosa buffa? Che li hai pagati tu!”


Note:

[1] Tortelli di pasta ripieni di carne o verdure tipici della cucina russa.
[2] In russo - Buon giorno, Olga, dormito bene?
[3] In russo - Si', molto bene, grazie.

sabato 29 ottobre 2011

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La crisi ungherese e l’intolleranza fra tzigani e gadje’ – I parte

L’articolo sara’ un po’ lungo - ed anche noioso -, pertanto ho scelto di proporlo diviso in piu’ parti, in modo da renderlo maggiormente scorrevole alla lettura e piu’ snello all’eventuale discussione che dovesse svilupparsi. Conto di poter, con le parti successive e i commenti, sviscerare quelle eventuali domande o dubbi che credo siano presenti quando si parla di zingari, di gadje’, di razzismo, d’intolleranza, di colpe e cause di un fenomeno che ormai sta dilagando in tutta Europa.

~ - ~

L’Ungheria e’ in crisi. Le tensioni con la popolazione zingara minacciano di lacerare l’intero tessuto sociale del paese. Nonostante il popolo rom abbia qui vissuto armoniosamente per cinque secoli, ora, con l’ascesa della destra xenofoba e razzista, vigilantes seminano il terrore nelle comunita’ tzigane ed e’ soprattutto nella citta’ di Gyöngyöspata che il problema, alcuni mesi fa, e’ esploso prepotentemente svegliando la coscienza sopita di molte persone.

Gyöngyöspata e’ una piccola citta’ che si trova nel nord-est dell'Ungheria, ad un'ora e mezzo di strada da Budapest. Per chi non conosce questa terra e vi si reca da turista, e’ un luogo che possiede quel fascino tipico di ogni cittadina ungherese della regione: una imponente chiesa bianca e le case dai tetti rosso stucco disseminate lungo un ordinato e ben curato paesaggio di campagna. Pero’, alla periferia, su entrambi i lati di un torrente che ogni volta che piove tracima, c’e’ quello che i turisti non vedranno mai: il ghetto zingaro. Case fatiscenti dove il soffitto fa fatica a non crollare. Una cucina, un paio camerette e dieci, quindici, persone che ci vivono dentro ammassate. Sono moltissimi i bambini.

Se riuscirete a farvi accettare, potrete essere invitati ad entrare. Allora vi siederete su un letto povero e dondolante, mentre intorno a voi i bimbi, sorprendentemente tutti sempre allegri e sorridenti, inizieranno a danzare al ritmo di qualsiasi musica esca dall’altoparlante della vecchia radio. Nella piccola cucina, ci sara’ di sicuro un’enorme pentola di riso bollente sul fuoco, quella che serve ogni giorno per il pranzo e la cena. La padrona di casa vi raccontera’ con un sorriso pieno d’orgoglio della sua famiglia e dei suoi nipoti, molti dei quali vi fisseranno come se foste dei viaggiatori giunti da un lontano pianeta.

In queste famiglie, ormai, nessuno piu’ ha un lavoro o la speranza di trovarne uno. Il tasso di natalita’ nella comunita’ tzigana e’ il doppio di quello dei gadje’ - i non zingari - e sono pochi i bambini che frequentano una scuola. Le cose sono precipitate negli ultimi tempi, con la crisi economica. Lo Stato risulta sempre piu’ assente ed ha tagliato moltissimi dei fondi destinati al welfare e alla tutela delle minoranze. Per questo motivo un po’ tutti, zingari e non, per ragioni diverse, stanno cominciando a perdere la pazienza, ed e’ sempre piu’ tangibile la sensazione che le due comunita’, incitate anche dai tanti politicanti che mestano nel torbido, difficilmente riusciranno ad andare d’accordo come e' avvenuto in passato.


Quello della difficile coesistenza fra zingari e gadje’, che piu’ di ogni altra cosa rappresenta non solo simbolicamente l’enorme divario fra chi oggi ha qualcosa e chi invece non ha niente, e’ un problema che esiste in tutta Europa. Dalla Bulgaria alla Gran Bretagna, dall’Italia alla Francia, oggi il vecchio continente e’ alle prese con un nuovo focolaio di intolleranza xenofoba, ed anche stavolta, come sempre, a farne le spese saranno i piu’ deboli, vale a dire coloro che non possono difendersi su cui si riversera’ l’odio e la rabbia di tutti: gli zingari.

Si deve dire che fin da quando sono arrivati nel XV secolo, raramente le relazioni degli zingari con le comunita’ locali sono andate lisce. Hitler non e’ e non sara’ certo l’ultimo ad aver tentato di sterminare questo popolo che gia’ molti altri, in passato, avevano gia’ cercato di cancellare dalla faccia della terra, ed e’ nei discorsi di tanta gente, fra i buonismi ipocriti di chi si mette a piangere per i cagnetti abbandonati, che spesso si riscontra questo antico desiderio atavico: sterminare chi viene ritenuto diverso, inferiore, inutile, apportatore solo di degrado, sporcizia, malaffare.

Tutto cio’ lo si puo’ vedere bene da cio' che accade in molti paesi al cui governo sono arrivati partiti populisti e di chiara matrice razzista, ma anche laddove il diritto di rimanere zingari non era mai stato messo in discussione. Paesi in cui le tensioni continuano pero’ ad aumentare. In Gran Bretagna, l’intolleranza e’ cresciuta a dismisura negli ultimi anni a causa delle ondate di immigrazione dalla Romania e Bulgaria, ma anche in Bulgaria e Romania, paesi dove gli zingari hanno vissuto in gran numero per secoli, esiste tuttora un’inestinguibile discriminazione. Persino in Spagna, unico paese europeo che dopo la morte di Franco puo’ vantare dei veri successi in fatto di tolleranza e integrazione, il tasso di abbandono della scuola da parte dei bimbi gitani e’ dell’80%.

Nei confronti dei Rom persiste un po’ ovunque l'immagine di una comunita’ di fuorilegge, piccoli criminali, inetti, miserabili che sbarcano il lunario sopravvivendo ai margini della societa’. Questo, da alcuni anni, lo si riscontra anche in Ungheria, uno dei paesi in cui fino a poco tempo fa ci si poteva aspettare che le cose andassero meglio. Dopo tutto, gli zingari qui ci hanno vissuto per un lungo periodo di tempo - circa cinquecento anni – tanto che le parole "ungherese" e "tzigano" alla fine si integrano perfettamente. Come in Spagna per i gitani, l'immaginario artistico del Rom ungheresi, specialmente nella musica, si e’ intrecciato con l'identita’ culturale dell’intera nazione. Senza gli tzigani, infatti, Franz Liszt non avrebbe mai potuto comporre le sue melodie.

I Rom di Ungheria, fra l’altro, sono anche i piu’ importanti dal punto di vista sociale e a un livello culturale piu’ alto che altrove, ad eccezione forse della sola Russia. Ci sono quattro deputati rom nel parlamento ungherese, e l'unica eurodeputata rom a Strasburgo e’ ungherese. Molti funzionari del governo lo sono, ed anche gran parte della burocrazia. Eppure, fra tutti i luoghi, e’ proprio in Ungheria, dove non ci sono problemi legati all’immigrazione o alla lingua, che gli zingari sembrano costituire una potenziale e grave minaccia per il futuro della nazione.


Lo scorso marzo, centinaia di vigilantes in divisa hanno fatto irruzione in Gyöngyöspata rimanendovi per tre settimane. Vestiti in uniformi paramilitari nere, sono entrati nel ghetto zingaro ed hanno iniziato a pattugliarlo ostentatamente, come se fossero poliziotti. Appartenevano ad un'organizzazione chiamata Szebb Jövőért Polgárőr Egyesület (Guardia Civile per un Futuro Migliore), una frangia del partito di estrema destra Jobbik.

Con gli atteggiamenti tipici dei nazisti, questa gente ha pattugliato la citta’ giorno e notte, gridando ed impedendo ai rom di dormire, oppure minacciandoli con armi e cani, o seguendoli ogni volta che lasciavano le loro case, senza che la polizia locale dicesse o facesse niente. I bambini avevano paura di andare a scuola, gli uomini non se la sentivano di andare a lavorare e alle madri veniva impedito di entrare nei negozi a comprare cibo. Questa situazione ha avuto fine solo quando la Croce Rossa ungherese ha evacuato tutti i rom, portandoli via a bordo di autobus.

E’ stata l'ascesa dell'estrema destra magiara, che nelle ultime elezioni ha raggiunto oltre il 15%, che ha rinfocolato e dato forza a questo sentimento antitzigano che non si vedeva piu’ dai tempi del nazismo. Qualcosa che preoccupa e spaventa tutti, persino i liberali ungheresi tradizionalmente di destra. Si deve tener conto che l’etnia rom in Ungheria rappresenta oltre l’8% dell’intera popolazione e cio’ che potrebbe scaturire da un’eventuale sommossa, qualora gli animi fossero esacerbati, non e’ prevedibile ne’ auspicabile.

In questo clima d’intolleranza e razzismo, non sono mancate le violenze fisiche e neppure svariati attacchi omicidi: sono nove gli zingari uccisi negli ultimi tre anni. La tecnica preferita degli aggressori e’ quella di colpire una casa ai margini di un villaggio, gettare una bottiglia molotov, attendere che gli abitanti fuggano dalle fiamme per poi sparare loro addosso quando escono. Ma al di la’ di questi dati scioccanti e del cieco pregiudizio, cio’ che manca e’ una spiegazione del perche’ tutto cio’ stia accadendo proprio ora.

Ovviamente, si tratta anche di un problema locale. In Gyöngyöspata il problema sono gli alloggi, cioe’ le misere case degli zingari, fatiscenti e considerate pericolose dal punto della stabilita’ strutturale - anche se alcune sono migliori e piu’ solide di altre - che sono tutte raggruppate insieme sul bordo della citta’. Quando la Croce Rossa ha proposto di risistemare alcune famiglie in alloggi meno malsani piu’ vicini al centro della citta’, cio’ ha infiammato l’intolleranza dei gadje’ che non volevano “mischiarsi” a chi, a loro giudizio, avrebbe portato in citta’ degrado, sporcizia e traffici illeciti. Senza considerare che non si trattava di intrusi, di invasori, di inferiori da ghettizzare, ma di una popolazione ben radicata che vive in Ungheria da centinaia d’anni. Gli zingari di Gyöngyöspata, infatti, cantavano l'inno nazionale in faccia ai vigilantes. Ed avevano tutto il diritto di farlo essendo ad ogni effetto cittadini ungheresi, uguali agli altri per diritto costituzionale oltre che per diritto “umano”.

(continua…)

giovedì 27 ottobre 2011

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Uno sfogo non previsto

Sono preoccupata. No, niente che minacci la mia persona, ma il fatto e' che le cose, qui, sono sempre state viste in due modi differenti: dagli ottimisti e dai pessimisti. Io ero un'ottimista, credevo che col tempo le cose sarebbero migliorate per il mio popolo. Oggi, pero’, sto passando dall'altra parte perche' vedo che gli avvenimenti precipitano e mi accorgo che i problemi non sono solo quelli dati dall'intolleranza dei gadje', ma le incomprensioni che ci sono fra noi rom.

Ovvero, divisioni di vario tipo ci sono sempre state fra Romungro, cioe’ rom di lingua ungherese, e chi parla solo Romanes. Ma non e' solo una questione linguistica. E' proprio un fatto culturale. Una frattura che esiste fra chi ha fatto di tutto per integrarsi e chi, invece, non ha mai voluto far niente, restando attaccato alle proprie tradizioni anche quando queste sono entrate in contraso palese con la realta’ circostante. Come si puo' voler vivere sott’acqua ad ogni costo senza usare maschera, boccaglio e bombola d’aria?

I matrimoni combinati fra anziani e bambine, i test di verginita' a cui le adolescenti sono obbligate, la sottomissione totale della moglie al marito, sono cose che, ormai, chi ha avuto modo di studiare ed evolvere culturalmente, non accetta piu'. Mentre sono pratiche assai diffuse fra chi ancora vive ai margini, in poverta', nei ghetti, prima di tutto penalizzato dal non aver voluto imparare la lingua del paese in cui vive, nonostante i suoi antenati ci siano arrivati secoli fa, rifiutando ostentatamente di adeguarsi al fatto che se non si fanno compromessi si rischia di essere cancellati per sempre dalla Storia. Il multiculturalismo che serve a tutelarci non e’ solo qualcosa che gli altri devono avere nei nostri confronti, ma e’ anche un impegno nostro a migliorarci, e si basa sul rispetto che dobbiamo avere anche noi per gli altri, oltre che per noi stessi.

Non si puo' togliere dagli studi una bambina solo perche’, con la puberta', rischia di perdere la verginita' a causa di qualche compagno di scuola. Non si puo’ imporre a quella stessa bambina di sposare un uomo di trent’anni piu' vecchio e non si puo’ pretendere che faccia la serva tutta la vita, sfornando un figlio dopo l’altro. Tutto cio’ e' un crimine contro di lei, ma e' ancor piu' un crimine contro tutta la nostra gente. Chi non studia, chi non vuole evolvere, chi soprattutto obbliga anche i propri figli a fare altrettanto, non rende deboli e vulnerabili solo loro - una romnja' che non sa leggere non potra' difendersi sia quando le faranno firmare un foglio di sgombero, sia quando le faranno firmare una carta liberatoria in cui accetta di farsi sterilizzare - ma ci rende deboli e vulnerabili tutti. Incapaci di reagire, di contare qualcosa, di costruire un futuro migliore.

Da una parte devo riconoscere che, forse, c'e' un po' di "spocchia" - e qui mi ci metto anche io - in chi si sente superiore perche' ha studiato, conosce le cose e le sa analizzare in modo piu' accurato, meno influenzato dalla superstizione. Dall'altra, lo capisco, c’e’ il risentimento provato verso chi si pensa abbia tradito la propria gente, la propria storia; verso chi si e' adeguato ad una vita piu’ comoda e privilegiata che non va d’accordo con l'antica cultura dei padri. I primi dicono: “E chi se ne frega dell’antica cultura dei padri? Se non cambiassimo mai le cose l’umanita’ sarebbe ferma alle caverne e al fuoco acceso con lo sfregamento dei legnetti”. I secondi, invece, sono convinti che, se non si rispettano certe regole e non si seguono le antiche tradizioni, si smarrisce la propria identita’, e il nostro popolo svanisce.

Sono queste due anime che con difficolta' hanno sempre convissuto e coesistono, finora senza troppi strappi, ma che sempre piu' entrano in tensione. Soprattutto adesso che la poverta' sta aumentando, le possibilita’ di lavoro sono quasi nulle, e il risentimento e la rabbia diventano qualcosa di inevitabile. Si passa cosi’ da cio’ che e’ sempre stata una questione culturale a una questione che riguarda la sopravvivenza personale.

In Ungheria, oggi, quasi un rom su dieci e' disoccupato. Vive di espedienti, di malaffare, di furto o come meglio puo'. Il governo ha deciso, in parte, di tollerare i reati meno gravi perche' non ha i mezzi per arginare il fenomeno - li chiama "reati di sopravvivenza" - ma questo fatto scatena l'inevitabile rabbia dei gadje' e le critiche da parte di chi, come me, vorrebbe che non si prestasse il fianco alle inevitabili strumentalizzazioni, fornendo il pretesto ai razzisti e agli xenofobi per arrivare alla violenza fisica. Che poi, si sa, violenza genera violenza e su questo c'e' chi fa conto per sguazzarci politicamente.

Ma capisco anche che non e' possibile arginare un fiume in piena se continua a piovere ininterrottamente. Dopotutto che fanno questi giovani che non trovano lavoro? Come vivono? Tutto il giorno non hanno altro da fare che odiare e affilare il coltello. E siccome molti non hanno studiato, non hanno le basi per costruirsi un'etica e una morale piu' alta e non hanno grandi valori da condividere, si affidano all'unico vero valore che conoscono bene: il denaro facile. Perche’ col denaro si puo’ far tutto, anche diventare delle persone rispettabili (e rispettate) e non importa con quali mezzi lo si ottiene.

E’ logico che i gadje' si sentano minacciati e non mi illudo che con le buone intenzioni si possa riuscire a far capire loro che non tutti siamo uguali. Che non tutti rubiamo, spacciamo, ci ubriachiamo e ci abbandoniamo all'indolenza tipica di chi sente di non aver piu' alcuna speranza. D’altro canto non ho neppure la forza per convincere chi delinque a non farlo, perche’ se fossi indigente e disperata, se abitassi nei ghetti ai margini dei villaggi dove le case fatiscenti stanno su per miracolo e dove si vive in quindici in appena tre stanze, forse anch’io coverei risentimento, odio e rassegnazione.

Sono quindi nel mezzo. Da una parte capisco gli uni, ma non posso condannare gli altri, e cio' mi crea un corto circuito a cui, ovviamente, non do modo di esprimersi in pubblico, ma che in privato si ripercuote intimamente sul mio umore. A tutto questo si aggiunge il fatto che, per via della crisi, i soldi sono sempre di meno. Il governo ha operato numerosi tagli, soprattutto al welfare e ai fondi destinati alla tutela dei piu' deboli, e si arriva cosi' ad una situazione che e’ tipica nelle navi che affondano: ognuno per se'.

Volevo scrivere un articolo che illustrasse bene tutto questo. Volevo spiegare perche’ da ottimista sono passata ad essere pessimista. Volevo fosse chiaro che questo mio cambiamento di umore non dipende dalla crescente ondata xenofoba che esiste un po’ in tutta Europa, che’ quella era prevedibile, ma ha a che fare con qualcosa di interno alla stessa mia etnia. Una problematica che prima o poi doveva esplodere e della quale, forse, io sono anticipatrice.

Adesso non so se lo faro' piu'. Non so se scrivero’ ancora quell’articolo. Sento di avere, infatti, un dovere verso la mia gente che ha gia' innumerevoli problemi. Non posso infierire facendo emergere un'immagine che mostra come, in fondo, non ci sia unita’ fra noi. Abbiamo troppo bisogno della solidarieta' degli altri per gettarla via con un atto di mera sincerita'. Sono certa che chi leggesse le mie parole direbbe: "Vedi? Anche fra loro si detestano. Perche’ dovremmo giustificarli noi?". Ci sarebbe chi per ignoranza non capirebbe le mie ragioni ed anche chi con malafede le userebbe come strumento di propaganda. Ma le crescenti fratture che si vengono a creare all'interno della comunita' rom in Ungheria sono una realta'. Non si possono ignorare. Le organizzazioni che si occupano dei diritti dei rom tacciono perche', come me, sanno che si perderebbe una fetta di solidarieta' della gia' poca che abbiamo.

Ecco, mi rendo conto adesso che, se tutto cio' avviene in un paese come il mio dove siamo integrati e facciamo parte della cultura nazionale - la stessa musica ungherese non esisterebbe senza di noi -, dove abbiamo convissuto in pace fra noi e con gli altri per oltre cinque secoli, immagino quale debba essere la situazione altrove, nei paesi in cui le popolazioni locali ci vedono come qualcosa di estraneo, invasivo, apportatori di sporcizia e malavita. E capisco anche che nostri nemici non sono solo coloro che non ci conoscono e che di noi hanno paura, ma cio’ che dobbiamo temere alloggia soprattutto dentro noi stessi. Sono i nostri fantasmi di sempre, la nostra rassegnazione, il nostro non sentirci come gli altri, la nostra incapacita’ di farci accettare perche’, in fondo, forse, non vogliamo essere davvero accettati, ne’ vogliamo accettare nessuno.

Scusate lo sfogo. Non era previsto, ma e' venuto giu', cosi', una parola dietro l'altra.


martedì 25 ottobre 2011

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Il valore delle fiabe

Nell’attimo in cui raccontiamo una fiaba a una bimba, il mondo tenta di avere un futuro. Eppure, sappiamo che e' un tentativo vano. Sappiamo quanta ipocrisia ci sia in tutto cio'. Sappiamo che la vita non sempre porta a un lieto fine. L’abbiamo provato direttamente sulla pelle. Ma allora perche’ lo facciamo? Perche’ arriviamo ad ingannarci e ad ingannare lei in questo modo?

Lo facciamo per proteggerla. Lo facciamo perche’ abbiamo visto quanto la vita sia dura, spietata, ingiusta. Ciononostante, non lo possiamo dire a quella bambina. Non possiamo dirle: “Impara a vivere la tua vita da sola. Non far conto su nessuno. Affidati solo alle tue capacita'. Non arriveranno principi azzurri ne' fatine a salvarti”.

Nei primi anni di vita, cio’ che ci alimenta sono i sogni. Purtroppo, alcuni ci sfuggono e non si realizzano mai. Altri ci tradiscono e ci bruciano per sempre. Ma se non sogniamo, che cosa ci resta? La realta’ e’ gia’ abbastanza dura per conto suo nonostante ci sia una famiglia alle spalle… per chi ha la fortuna di averla, perche’ non sempre e’ cosi’. E c'e' anche chi si ritrova sola a fare i conti col proprio destino.

Da giovani, poi, ci si lascia andare alla voglia di essere diverse, trasformandoci in cio’ che non siamo. Invece di sfuggire il tempo, lo inseguiamo non sapendo che ci ritroveremo presto vittime di un circolo vizioso che percorreremo freneticamente senza sosta, e senza arrivare mai a nulla. Una corsa senza fine. Vittime di una societa’ che ci massifica e ci impone le sue regole affinche' possiamo sentirci adeguate, apprezzate, desiderate: delle donne.

Tutte cose che ci aiutano a sopravvivere per un po’, ma cosa fare se arriviamo a renderci conto che tutto cio’ non ci soddisfa piu’? Che non ci basta piu'? Ecco, e' a quel punto che potremmo di nuovo prendere per mano i nostri sogni di bambine e lasciarci guidare dalla fantasia, iniziando a correre verso un cammino nuovo, diverso, da percorrere con determinazione e consapevolezza.

Consapevoli del nostro valore e della nostra forza, al di la’ di ogni omologazione, arrivera’ per tutte, prima o poi, il momento di scegliere la propria strada, liberamente e con coraggio, per uscire dal grigiore di un’esistenza il cui unico fine e’ troppe volte sopravvivere, e non vivere.

domenica 23 ottobre 2011

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Il reggiseno

Sulla falsa riga del post piu’ letto in questo blog - quello sulle mutandine - e nell'improbabile tentativo di replicarne il successo, ne propongo un altro sulla storia degli indumenti femminili. Anche se, tutti lo sanno, cio' e’ per me soltanto una scusa, la piu’ palese e ritrita, per poter essere ancora una volta tremendamente autoreferenziale ed esibizionista tramite il metodo ormai collaudato della foto da individuare. Parleremo, dunque, del reggiseno.


1

Icona di fascino e bellezza il reggiseno moderno, che da qualche anno ha compiuto il secolo di vita - ha fatto la sua prima apparizione nel 1907 -, e’ il capo di lingerie che davvero ha cambiato la storia del costume. Apparso per la prima volta sulle pagine della rivista francese “Vogue”, era allora semplicemente un tessuto rigido con cinghie di supporto e bande di stoffa, e rappresento’ per le donne una vera e propria rivoluzione. Ma la storia di questo indumento, come idea, e’ molto piu’ antica ed ha radici assai lontane nel tempo.


2

E' del secondo millennio a.C. la prima scollatura, forse la piu’ audace, e veniva indossata dalle donne cretesi. Consisteva in un corsetto che alzava e sosteneva il seno, evidenziandolo e tenendolo completamente scoperto.


3

Successivamente, mille anni dopo, le donne iniziarono ad utilizzare una piccola striscia di stoffa chiamata “apodesmo”, che spesso era di colore rosso e che veniva arrotolata sotto il seno. Era adoperata soprattutto dalle atlete durante le competizioni sportive. Questo rudimentale reggiseno ellenico si trasformo’, poi, nel “mammillare” etrusco, una benda che serviva a comprimere il seno alle donne che lo avevano troppo prosperoso.


4

A Roma, durante il periodo imperiale, le donne utilizzavano un incrocio di nastri detto “strophium” che sosteneva e avvolgeva il seno sotto la tunica. Era un indumento di provocante seduzione e persino il poeta Marziale, tessendone le lodi, lo descrisse come una “trappola a cui nessun uomo puo’ sfuggire, esca che riaccende di continuo l’amorosa fiamma”.


5

Dopo la caduta dell’Impero Romano, qualsiasi indumento preposto a sorreggere o a proteggere il seno scomparve - le donne barbare lasciavano il seno libero sotto la veste o la tunica - e questo duro’ per secoli. Fino al 1200, quando l’esigenza di un tale indumento ritorno’ con l’arrivo di una foggia di abiti aderenti che sottolineavano la figura ed accentuavano le forme femminili.


6

Infatti, dalle numerose immagini contenute di un testo di fine Ottocento, “Le corset a travers les ages”, si apprende che nel basso medioevo venivano ideate ingegnose apparecchiature per sostenere, correggere ed accentuare le curve delle signore.


7

Si trattava perlopiu’ di corsetti in metallo, veri e propri strumenti di tortura, sostituiti, poi, dai piu’ comodi “pelicon”, dei corpetti potenziati da una fodera di pelliccia che scandalizzavano i benpensanti, tra i quali lo stesso Dante che, con immortali versi, tuono’ il suo sdegno contro “le sfacciate donne fiorentine che van mostrando con le poppe il petto”.


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Ma e’ dal XVII secolo in poi che iniziarono a diffondersi i primi corsetti cosi’ come li conosciamo oggi, indumenti di estrema seduzione che avrebbero incontrato il gusto delle dame dell’alta societa’ due secoli più tardi, e soprattutto nel periodo della Belle Epoque. Simili a corazze e fabbricati con stecche di balena, questi corsetti donavano un vitino sottile e seni alti e prorompenti, ma spesso causavano anche gravi deformazioni alle ossa.


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Alla fine del XIX secolo, precisamente nel 1889, vennero realizzati i primi reggiseno in rayon, un materiale assai morbido e plasmabile, dotato di riflessi brillanti. E fu cosi’ che la lingerie femminile entro’ a pieno titolo nella modernita’.


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L’invenzione del reggiseno moderno si deve a Madama Cadolle che, a Parigi nel 1907, fu la prima a smettere l’uso dei corsetti e a cucire un reggiseno con cui i seni venivano sospesi tramite delle bretelle. Questa sua “rivoluzione” fu denominata “Brassière”, e fu resa famosa dalle pagine di “Vogue”.



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Si dove’, tuttavia, aspettare il 1914 perche’ il primo vero e proprio modello di reggiseno fosse brevettato, e cio’ avvenne quando una ricca dama di New York, Mary Phelps Giacob, ne deposito’ il marchio con il nome di “Caresse Crosby”. Era un reggiseno senza armature, ed il prototipo lo aveva realizzato un anno prima utilizzando due fazzoletti e un nastro.


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Alla fine degli anni ’60, primi anni ’70, il reggiseno visse un periodo poco felice: i movimenti femminili, sull’onda dell’emancipazione, della rivoluzione sessuale e dell’aspirazione bruciante di svincolare la donna da tutti gli impedimenti e di differenziarsi dalle generazioni precedenti, se ne liberarono condannandolo al rogo.


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Ma, come ben sappiamo, una volta passato quel particolare momento, il prezioso indumento torno' ben presto in auge ed ancora, oggi piu’ che mai, continua di fatto ad adempiere la sua duplice funzione: di aiuto fisico ed estetico, e di misterioso affascinante strumento di seduzione capace sempre di turbare ogni uomo e di accendere in lui la fiamma del desiderio piu’ audace.


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Ed ora, dopo tutte queste notizie delle quali non interessa una beata fava a nessuno, e che volendo si possono trovare un po’ ovunque in internet, ma che mi sono servite come pretesto per inframmezzare qualche foto “ammiccante”, veniamo al punto essenziale del post, al succo di tutto, ovvero a cio’ che davvero interessa, sia a me in quanto autoreferenziale ed esibizionista, sia a chi mi legge in quanto curioso e guardone: al di la’ della foto che mi ritrae - una di quelle che ho inserito - io, il reggiseno, normalmente, lo porto o non lo porto?


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Per scoprirlo, dovreste alzarmi la maglietta adesso, oppure aprirmi la camicetta o infilarmi la mano nella scollatura del vestito se e quando mi inviterete a cena, poiche' dubito che dal luogo in cui siete, seduti di fronte ad un computer, con uno schermo, una tastiera ed un mouse davanti, possiate farlo.


16

Nel frattempo, potete solo immaginarlo, oppure programmare un lungo viaggio senza avere la certezza, pero’, che una volta arrivati alla meta troverete cio’ che state cercando. Ma, credetemi, le sorprese piu’ belle sono quelle che non ci attendiamo. Quelle che non ci immaginiamo. Quelle in cui, anche se vengono disvelate un po’ alla volta, lentamente, resta sempre, pero’, qualcosa di ignoto da scoprire.


17

Stringi le dita
attorno al quel capezzolo.
Strofina quel seno,
strofinalo bene.
Struscialo a fondo
fino a quando il genio
esce dalla lampada
e ti concede
i miei tre desideri.

venerdì 21 ottobre 2011

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Lo spettacolo e' stato cancellato

Secondo la Bibbia, oggi il mondo avrebbe [1] dovuto finire (... yes, it should have been the end of the world). Ovviamente, come ogni fine del mondo che si rispetti da oltre cinquemila anni a questa parte, anche stavolta l’evento verra’, come al solito, cancellato. Ancora ci ricordiamo delle buche mostruose che ci hanno dato, soprattutto quelle dell’anno 1000 e del 2000.

E’ normale che, laddove ormai nessuno fa piu’ il proprio dovere - i politici sfasciano la politica, gli economisti distruggono l’economia, i dittatori non sanno piu’ fare i dittatori e non si fanno obbedire (l’ultimo ha gridato “non sparate” e l’hanno crivellato di proiettili), gli indignati si indignano, ma non nel modo adeguato, cioe' come vorrebbero coloro che li hanno fatti indignare (lanciano estintori e bombe molotov invece di sedere, pacificamente indignati, in mezzo a una piazza ) - persino il Creatore abbia perso un po’ della verve iniziale e non sia piu’ quello di una volta.

Una volta, infatti, bastava pochissimo, un nonnulla, perche' si incazzasse sul serio e, per salvarsi, si dovesse costruire un’arca per raggiungere il monte Ararat. Oggi, invece, non ci sono piu’ neanche le mezze stagioni.

Percio’, chi si fosse preparato ad assistere allo spettacolo, si dovra’ come sempre rassegnare. Niente cataclisma cosmico, niente pianeta terra che esplode, niente inondazioni che ci trasformano in un waterworld, niente scimmie che evolvono e che prendono il sopravvento, niente guerra termonucleare, niente vulcani che spuntano sotto Palazzo Grazioli. Niente di niente. Neppure un meteorite, piccolo piccolo, come quello che ha fatto estinguere i dinosauri. Una noia, e’ proprio il caso di dirlo, mortale.

Per chi come me ama il genere catastrofico (non mi sono mai persa un film, dall’Inferno di Cristallo alla Guerra dei Mondi) ed attende con speranza e fiducia che arrivi un giorno qualcosa che spazzi via tutto, dal lifting della Santache’ al parrucchino di Berlusconi, lo spettacolo cancellato di oggi e’ davvero l’ennesima grandissima delusione (sic!).

Prossimo appuntamento con la fine del mondo il 21 dicembre 2012. Speriamo che sia la volta buona. Non mancate.


[1] Sintatticamente imperfetto. Come si suol dire: nessuno e' perfetto. Neppure io. Ma forse e' un errore voluto, forse c'e' un motivo. Pero', questo, e' ovvio', non lo diro' mai.

* L'immagine e' stata "ciucciata" da Isolavirtuale.

martedì 18 ottobre 2011

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Il cliente

E' la versione leggermente modificata di un breve racconto scritto nel 2007. Cosa cambia? In sostanza, molto poco. Cambia il titolo - nell’originale era “Lo stronzo” - e cambia un po’ la forma, soprattutto perche', invece di scriverlo in prima persona come l’originale, ho scelto stavolta la terza persona, assegnando un nome alla protagonista, che ho voluto chiamare Alice. Una versione di questo racconto, abbreviata per esigenze editoriali, e’ stata pubblicata anche sul numero 23 di EsseElle Movie Magazine.


Il cliente accese una sigaretta.

Sapeva che Alice non sopportava l’odore del fumo eppure, dopo aver goduto, rilassato, appoggiato al cuscino, aveva acceso la sua sigaretta con nonchalance. Solo un flebile “permetti?” e senza attendere risposta, aveva iniziato ad aspirare quel veleno misto di catrame e nicotina.

Teneva la sigaretta pendula tra le labbra, e il rivolo di fumo gli entrava nel naso. Alice lo osservava cercando di respirare il meno possibile. La cosa ridicola era che, quando lui l’aveva contattata la prima volta, aveva apprezzato molto che lei non fumasse.

“Con una ragazza che fuma sembra di baciare un posacenere”, le aveva detto per telefono dopo essersi informato sul compenso e sui servizi che lei offriva. Un modo come un altro per capire se, oltre a tutto il resto, sarebbe stata disposta anche a farsi baciare come una vera fidanzata.

Per Alice il bacio era qualcosa di molto speciale. Troppo intimo da donare, cosi’, a qualsiasi cliente. Perche’ un bacio non e’ come una scopata, e’ molto di piu’. Con un bacio, ci si puo’ innamorare e si puo’ far innamorare. Lo riservava dunque solo a chi voleva far innamorare, fidelizzandolo, oppure a chi riusciva a stimolarle il desiderio al di la’ dei soldi, facendole dimenticare di essere una puttana. Ma quel cliente non rappresentava niente di tutto cio’.

Pero’, dato che era considerata una delle migliori sulla piazza, il “bacio” doveva pur far parte dei suoi servizi ed allora poteva capitarle di leccare anche qualche portacenere. Per il compenso che chiedeva, non poteva fare a meno di baciare, ma quando doveva farlo adottava un metodo molto pratico. Faceva in modo che tutto restasse a livello superficiale, epidermico: utilizzava solo le labbra, serrava i denti ed evitava di farsi penetrare dalla lingua del cliente.

Delle sue labbra nessuno si era mai lamentato.

A volte capitava anche che, dopo il sesso, cioe’ quello per cui davvero veniva pagata, restasse ancora un po’ di tempo, nuda a letto, a parlare. Era il momento piu’ noioso del suo lavoro: rimanere lì, sorridente e comprensiva, ad ascoltare storie delle quali a lei non interessava proprio niente.

Non capiva perche’, dopo essersi tolti la voglia, quegli uomini avessero sempre questa irrefrenabile necessita’ di parlare. Di raccontare le loro cose. Forse a casa non trovavano la considerazione di cui avevano bisogno? Oppure, semplicemente, con quelle quattro chiacchiere condite di finta intimita’ s’illudevano di aver scopato in virtu' del loro fascino e non grazie ai soldi?

Il telefonino del cliente inizio’ a trillare. Lui fece cenno di tacere. Era la moglie.

“Ciao… si’… sono in pausa, ma tra poco dovro’ nuovamente tornare in riunione. Sei stata fuori oggi? Ah, si’… e che hai fatto? Ah, beh! Sempre in giro a far spese! E cos’hai comprato stavolta?... Cazzo! E quanto hai speso???...”

Normalmente, ad Alice non interessava cio’ che dicevano i clienti quando venivano “intercettati” dalle consorti o dalle fidanzate. Non erano affari suoi. Quel battibecco, pero’, la divertiva e la incuriosiva. Vedere un uomo in imbarazzo era come un piccolo orgasmo. Un fiotto di piacere aggiuntivo dopo quello che ogni volta riceveva quando veniva pagata.

Il cliente era palesemente seccato. Si immaginava la moglie all’altro capo del telefono che gli raccontava di aver acquistato chissa’ cosa. Il modo in cui era alterato faceva quasi pensare che la consorte, dandosi alla pazza gioia, si fosse impossessata dell’intera collezione di Chanel. Ovviamente caricando la spesa sulla carta di credito del marito.

Alice sorrise al pensiero di un puttaniere il cui conto in banca veniva prosciugato dalla moglie mentre, lui, se ne stava stravaccato a letto con un’altra donna. C’era un non so che di giustizia divina in tutto cio’. Una legge del contrappasso applicata nella maniera piu’ cinica possibile.

“… Cavolo, Marina, ma vuoi capire che i soldi me li sudo? Non li vado mica a rubare! Ma quando sara’ il momento che la smetterai di spendere per cose inutili?... Come? Come?... Non sono inutili? Mi dici cosa te ne fai di altri rossetti? Ne hai un cassetto pieno!”

“Accidenti!” penso Alice, “la povera donna non ha affatto svaligiato Chanel.” E se la immagino’ dimessa, con i capelli in disordine, intenta a stirare i calzini e le mutande a quell’uomo che stava incazzandosi per un rossetto, quando lui aveva appena speso una cifra da capogiro con una prostituta. Ringrazio’ tre volte il cielo per aver fatto nella vita le scelte giuste.

Anche quando la telefonata termino’, il cliente non smise d’imprecare. La situazione era troppo divertente ed Alice, perfida ma con aria del tutto innocente, chiese: “Che c’e’ caro? Problemi in famiglia?”

“E’ che mia moglie e’ matta! Quella cretina ha la fissazione dei rossetti… ne ha un cassetto pieno. Ciononostante, tutte le volte che esce ne compra qualcuno”.

“Sara’ una collezionista”, disse Alice prendendolo sottilmente in giro. “Forse e’ il suo modo per distrarsi… un po’ come fai anche tu con le ragazze. Ma dimmi, ha speso molto per gli ultimi rossetti?”

“Centoventi euro! Mi ha detto di averne comprati cinque, porcaeva! In quel cassetto ci saranno almeno cento rossetti di tutte le marche e i colori…"

“Oh, comprendo benissimo… in quel cassetto ci saranno piu’ o meno... vediamo un po’…” Alice fece rapidamente il conto. “I soldi che spendi per un paio di volte con me?”

“Certo! Ma quella li’ non fa un cazzo dalla mattina alla sera… sono io che mi sbatto e porto i soldi a casa! Vorrei vedere come farebbe se li dovesse sudare lei! Mentre i soldi miei io li spendo come e quando mi pare!”

“Sì, certo… e’ giusto. E’ una donna fortunata, tua moglie, e non se ne rende conto. Tu fai tanto per lei, e lei non riesce ad esserti grata. Comunque, non capisco perche’, se per te e’ un peso morto, non la scarichi. Meglio pagarle gli alimenti ed essere libero, piuttosto che vivere una vita con una che ti fa incazzare continuamente, non credi?”

“Parli bene tu!”, disse allora il cliente non cogliendo quel briciolo di ironia che Alice aveva messo in ogni singola parola. “Ma l’anno scorso sono stato ricoverato per un intervento, e se non ci fosse stata lei ad accudirmi, non so come avrei fatto. Il cibo della clinica faceva schifo, ma ogni giorno mi preparava quello che le chiedevo e me lo portava. Lei va bene per questo genere di cose. Pero’ mi tocca sopportarla”.

Assunse, poi, l’espressione tipica del martire che hanno tutti gli uomini che non si sentono compresi. Alice per poco non gli spiaccico’ la sigaretta sul naso. Con quel discorso sulla moglie badante era riuscito ad infastidirla un bel po’. Vedendo come fossero deboli e bistrattate le donne che si affidavano completamente ai mariti, ancora una volta ebbe la conferma di aver fatto bene a non sposarsi, a restare indipendente ed autonoma. La solitudine che ogni tanto le capitava di provare, era niente se paragonata alla vita che avrebbe dovuto fare qualora avesse avuto la disgrazia di cadere nelle grinfie di un uomo cosi’.

“Va bene, dai, non te la prendere. Vedrai che riuscirai a sistemare tutto”, disse decidendo di mantenere la calma, considerando che, in fondo, i fatti del suo cliente e di sua moglie non la riguardavano. Pero’, si sentiva a disagio. Non vedeva l’ora di togliersi da quella situazione, da quel letto. Non sopportava piu’ di restare nuda sdraiata accanto a quello stronzo.

“Ascolta…” aggiunse alzandosi dal letto iniziando a rivestirsi. “Mi sono appena ricordata che forse ho lasciato il rubinetto del gas aperto a casa, ed ho un tale pensiero che non riesco proprio a rilassarmi. Ti dispiace se interrompiamo qui? Magari recuperiamo la prossima volta”.

Quell’improvviso cambio di programma non piacque al cliente che cerco’ di convincerla a restare fino al termine del tempo concordato, ma Alice, quasi con le lacrime agli occhi, gli parlo’ dei suoi adorati canarini, e della triste sorte che avrebbero potuto subire a causa della sua distrazione. Quando voleva, Alice sapeva essere molto convincente e alla fine, anche se non era un animalista convinto, seppur di malavoglia l'uomo accetto’.

“Ciao caro. Grazie per il bellissimo pomeriggio che mi hai fatto passare” si accomiato’ quindi sorridendo. "Ci vediamo presto. Sai come contattarmi”.

Prima di uscire, pero', si volto’ come se si fosse ricordata proprio in quel momento qualcosa d'importante. “Ah scusa...” disse. “Volevo comunicartelo prima, ma la telefonata di tua moglie mi ha distratta. Il mio compenso sarebbe aumentato di duecento euro. Sai com’e’… il carovita, l’inflazione… ma dato che mi piaci moltissimo, stavolta ho deciso di non chiedertelo. E’ un regalo. Cosi’ potrai pareggiare i conti con i rossetti di tua moglie. Ma dalla prossima volta considera che dovrai pagarmi di piu’”.

Poi gli stampo’ un bel bacio sulla bocca. Uno dei soliti, dato con le sole labbra e con i denti ben serrati.

lunedì 17 ottobre 2011

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Soulmate

Domenica mattina. E’ tardi. Abbiamo passato la notte insieme. Fuori il cielo e’ sereno, ma l'aria e' fredda. Ci rannicchiamo fra le coperte. Restare a letto, la pigrizia, le coccole, il desiderio, il piacere. Poi di nuovo la pigrizia. I tuoi baci al gusto di caffe’ mischiati ai miei che sanno di te'... e di te.

Improvvisamente, mi proponi una cosa strana: “Tagliami i capelli”. Ti dico che non li so tagliare, ma tu insisti: “Non importa. Tagliami i capelli”. Mi ricordi il Piccolo Principe che chiede di disegnargli una pecora.

Ci spostiamo. Io su una sedia dietro di te, e tu sul pavimento con la testa gettata all'indietro tra le mie cosce. Indossi solo i boxer. Io la tua camicia di ieri sera ancora impregnata di profumo e del tuo sudore. “Soulmate” e la voce di Natasha Bedingfield con noi...

Le forbici sono vecchie e arrugginite. Il tipo che mia madre usava quando ero piccola per cucirmi gli abiti che vedeva sui giornali, ma che non poteva permettersi di comprare.

La tua testa, dunque, tra le mie cosce. Inizio dall’alto. La mano non trema, pero’ mi ci vuole un po’ per tagliare la prima ciocca che tengo stretta tra il pollice e l’indice. La ciocca infine si stacca ed ho i tuoi capelli tra le dita. E’ una sensazione bellissima. Li deposito su un vecchio giornale aperto accanto a me.

Una seconda ciocca, una terza, una quarta. Quando arrivo a dieci, decidi di cambiare posizione e ti giri sedendoti direttamente di fronte a me. “Who doesn't long for someone to hold...” in sottofondo, mentre continuo a tagliare tutta concentrata per non sbagliare. Non l’ho mai fatto prima, e dubito di saperlo fare nel modo giusto. Presto avrai i capelli tagliati malissimo a causa mia. Pero’ mi piace sapere che hai fiducia e che ti lasci andare a me.

Le ciocche si accumulano sul giornale sopra un articolo che parla di WikiLeaks. Poco a poco, spingi la testa tra le mie ginocchia, ti infili fra le cosce e cominci a leccare. La coscia destra per prima, poi la sinistra, risalendo lentamente verso la collina. Tremo, ma non dico niente. Serro solo un po’ le gambe per frenare i brividi, e continuo a tagliare.

Penso a cosa fare con tutti questi capelli. La prima idea e’ quella di infilarli in un peluche per tenerli accanto quando dormo da sola, ma subito mi sento ridicola. E’ una cosa sciocca, da adolescenti. Lo decidero’ piu’ tardi cosa ne faro’, ma e’ sicuro che non li gettero’ via.

Tu intanto procedi, procedi… raggiungi il mio sesso. Ma non lo tocchi. Lo lecchi tutto intorno senza sfiorarlo. Poi con la bocca te ne impossessi. Dolcemente, come piace a me, avanti e indietro con la punta della lingua. Ho voglia di gridare, ma e’ solo un gemito quello che mi esce dalle labbra.

Mi concentro sui tuoi capelli nei quali m'immergo con la faccia ed affondo le dita. Non posso piu’ continuare a tagliare. Non posso. Proprio come tu non hai potuto continuare a guidare quando ieri sera, tornando dalla cena, te l’ho succhiato in auto.

Poi, improvvisamente, arriva. E’ come un flash. Un’onda improvvisa che disseta te, placa me, e spazza via tutto.

E’ ormai mezzogiorno. E’ ora di andare. I nostri giorni finiscono qua. Sono stata bene, ma non so se ti rivedro’. Dovro’ pensarci a lungo. Un’anima gemella e’ quanto di piu’ pericoloso possa accadermi nella vita. Ma ho le ciocche dei tuoi capelli nella borsa.

E a te? A te resta il mio gusto salato in bocca, mentre Julian Assange, quasi sorpreso, continua a guardarci dalla pagina sul vecchio giornale.

Sono cosi’
non ho tempo per i rimpianti
gioco con i destini, mi annoio facilmente
prometto e non mantengo.

Inutile cambiarmi:
La certezza mi e’ estranea
per l’imbarazzo dell'amore
per l'immaginazione
perche’ sono devota
solo
all'indolenza.

Imprevedibili i miei appuntamenti
sono una fuga prima del tempo
un sole che non basta
una notte che mai si schiude
sono impetuosi sussulti tra la sete e il dissetarsi.

Sono cosi’
un silenzio per raccogliermi,
un lento terrore per disperdermi,
un silenzio e un terrore per curare una crudele memoria
non c'e’ luce che possa guidarmi:
Possiedo solo
i miei peccati.

(Joumana Haddad)

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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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