mercoledì 27 aprile 2011

72
comments
A vasúti utazás

“Intercity 5137 per Budapest proveniente da Nyíregyháza, e' in arrivo sul primo binario. Si prega di restare dietro la linea bianca di sicurezza. Prossime fermate: Mezőzombor, Miskolc-Tiszai, Budapest-Keleti…” ripete una voce monotona.

E’ una stazione piccola, immacolata, ben organizzata e pratica. Come ogni stazione ferroviaria e' fredda e impersonale, pero’ mi e’ familiare. Difficile che qualcuno non mi riconosca e non mi saluti. La citta’ e’ piccola. Ho pero’ i miei posti segreti: la panchina, l’edicola, lo sgabello della caffetteria. Ho i miei rituali. Anche se non ci credo, mi piace fingere di essere superstiziosa: indosso sempre intimo bianco quando viaggio, e salgo sul treno salendo la scaletta sempre col piede sinistro. Ho la mia routine, come quella di acquistare qualche rivista da leggere durante il viaggio e, se sono in anticipo, sedermi in caffetteria. Anche qui ho le mie abitudini: the senza zucchero e due pasticcini che pero’ non devono essere col marzapane. Detesto il marzapane.

Fra le tante cose che detesto il marzapane non e’ certo la peggiore, sia chiaro. Ce ne sono altre che davvero non sopporto, e non solo di tipo culinario. Come le persone insistenti, ad esempio, quelle che non accettano i “no” o che sono talmente piene di se’ da credere che tutto il mondo cada loro ai piedi. Questo significa che riesco a sopportare poco anche me stessa, ma con me stessa devo pur convivere e molti dei difetti che ho devo gioco forza perdonarmeli.

Fra le cose che invece mi piacciono, viaggiare e’ al primo posto. Non mi annoio mai. Una volta, quando i viaggi li facevo per lavoro, spesso mi sentivo stanca, sfibrata, spossata, snervata. Talvolta mi ritrovavo ad essere alienata e confusa, soprattutto quando mi svegliavo nel letto di una fredda camera d’albergo in compagnia di un estraneo del quale non m’importava assolutamente nulla. Mi capitava di guardarmi allo specchio senza riconoscermi ed avevo bisogno di alcuni secondi per ricordarmi esattamente dove ero.

Si’. Una volta era diverso.

Oggi non e’ piu’ cosi’. Oggi, do libero spazio alla solitudine che, nell’essere vagabonda, porto con me alla continua ricerca del grande sconosciuto. Non parlo della solitudine nel suo significato antisociale e sinonimo di misantropia. Al contrario, con l’eta’ sono diventata una persona piuttosto socievole e amo la compagnia, quando e’ stimolante, clinicamente testata, presa in dosi omeopatiche e non imposta. Sto parlando della solitudine come intima convinzione psicologica e intellettuale; la solitudine che mi permette di ascoltare me stessa e realizzare quello in cui non credo di essere capace; la solitudine che mi consente di comprendere meglio la mia interiorita’ e il mondo intorno, cosi’ da farmi meno illusioni su entrambi; la solitudine che mi fa sentire leggera, senza peso, e aperta ad ogni possibilita’, pronta quindi a sacrificare piu’ facilmente le mie convinzioni; la solitudine che mi concede di vedere realmente le cose attorno a me, lontana da intralci, influenze o distrazioni, cosi’ da esserne realmente delusa. E perplessa di fronte a tutti i differenti volti, ritmi, odori, parole, a cui ogni volta vado incontro.

Viaggiare per me e’ vivere. Oggi non potrei piu’ farne a meno. Cambiare ambiente, incontrare persone e scoprire cose nuove mi ripaga di tutta la fatica, gli imprevisti, i rischi, le perplessita’ e il caos che ne derivano. E’ uno dei principali propositi su cui baso mia esistenza. Far esperienza di cose nuove. Leggere cose nuove. Scoprire cose nuove. Comunicare, sentire, imparare e amare cose nuove. E persone nuove, certamente.

Quando si chiudono le porte del treno cancello chi sono. La mia vita diventa un ricordo, qualcosa che non mi appartiene piu’ e inizia cosi’ la mia corsa verso l’avventura. Mi trasformo in una persona diversa, solitaria cacciatrice, esploratrice curiosa, donna e uomo allo stesso tempo, smaniosa di trovare qualcosa che mi faccia emozionare. Qualcosa da ricordare.

Se viaggiare non e’ vivere, allora cos’e’?


Tra un singhiozzo e un balzo, il treno corre lungo i binari mentre, persa con lo sguardo oltre il finestrino, guardo la mia terra che si allontana. Ogni volta sento che la nostalgia tenta di rimanermi aggrappata agli angoli degli occhi, come se volesse trattenermi, ma non ce la fa ed ogni volta sopprimo quel calore che sento dentro e mi lascio andare. Sto solo partendo. Ci sara’ poi un ritorno, e ci saranno altre partenze ancora, come ogni volta, e ogni volta penso: “Perche’ questa mia inguaribile smania di vagabondare? Perche’ questo desiderio di partire cancellando tutto? Cosa sto cercando veramente e che non riesco a trovare?”

Il treno sta abbandonando la mia piccola citta’. Ormai si vedono solo i tetti indistinti delle case all’orizzonte e una sottile lingua di verde piu’ intenso dove gli alberi costeggiano il fiume che si perde fino a scomparire. Il rumore delle ruote sui binari mi scuote dai pensieri e mi riporta alla realta’. Mi sistemo meglio nella poltrona e cerco di trovare una posizione piu’ comoda. Il treno e’ quasi vuoto e di posto ce n’e’ in abbondanza. Solo due persone nello scompartimento, oltre a me: un uomo seduto di fronte ed una donna al mio fianco.

Nelle mie manovre di assestamento, mi accorgo che lo sconosciuto mi sta guardando. Mi tolgo i grandi occhiali da sole e lo fisso dritto negli occhi. Lui, accennando un audace sorriso continua a fissarmi, ma solo per poco perche’ il mio sguardo, forse un po’ troppo tagliente, lo intimidisce, e alla fine, arrossendo, desiste e rivolge gli occhi altrove.

Gli occhiali scuri servono a delimitare la linea di confine tra me e il resto del mondo. Li porto sempre, quando viaggio. Sono il mio filtro e niente passa a meno che non decida di togliermeli, ma per farlo devo essere davvero interessata, oppure seccata. Li rimetto e ritorno alla mia compostezza. Ho voglia di rilassarmi, ho voglia che tutto intorno si annulli, come se nel treno fossi io l’unica viaggiatrice. Chiudo gli occhi e in un attimo mi addormento, ma il sonno dura poco. Mi sveglio di soprassalto quando lo stridere e l’odore pungente dei freni, segnala l’arrivo in una stazione. Una boccata d’aria, penso; prendo la borsa e scendo lungo la pensilina. Ma e’ solo questione di pochi minuti, perche’ il capostazione segnala che il treno deve ripartire subito.

Nel corridoio, con le spalle appoggiate alla porta, lo sconosciuto mi osserva in silenzio. Esaminandolo meglio mi rendo conto che e’ un bell’uomo. Di lui mi colpiscono gli occhi, grandi, scuri, allungati. E poi il naso, importante, che gli conferisce un aspetto virile. Ho in antipatia i nasi piccoli e troppo perfetti perche’ li ho sempre associati a persone poco generose di sentimenti. Non so per quale motivo abbia questa convinzione; forse per qualche ricordo subliminale nascosto nella mia psiche, oppure semplicemente per un irrazionale pregiudizio. Il labbro superiore, leggermente piu’ pronunciato di quello inferiore, gli rende la bocca terribilmente desiderabile. Pare essere li’ solo per mettermi alla prova, e penso che il caso, giocando con me sapendo bene cosa mi piace, voglia darmi l’opportunita’ di vivere una delle mie avventure. Decido che forse il viaggio potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di piacevole.


Gli passo accanto, lo sfioro e, facendo finta di nulla, mi dirigo al mio posto. Mi adagio di nuovo nella poltrona ed inizio a leggere una delle mie riviste. Mi limito a sfogliare controvoglia le pagine guardando solo le immagini, poi, annoiata, prendo dalla borsa il libro che porto sempre con me. Inizio a leggerlo dal punto in cui lo avevo lasciato. Mi restano solo poche pagine per terminarlo. L’uomo mi guarda incuriosito. Con la coda dell’occhio riesco a sbirciarlo e vedo che non mi toglie un attimo gli occhi di dosso. Forse e’ attratto dalla massa di capelli corvini e ribelli che mi si distribuiscono sulla schiena e sulle spalle, con qualche ciocca che mi ricade sul viso. So di non passare inosservata.

Accavallando le gambe, col piede gli sfioro la caviglia. Lui pensa che il contatto sia dovuto ad un mio gesto di accomodamento. Gli sorrido, poi m’immergo ancora nella lettura. Spero che il piccolo gesto possa essere l’inizio di una timida conversazione, ma capisco presto di non trovarmi di fronte ad un estroverso. Il mio libro e’ ormai alla fine e so che il viaggio sara’ ancora lungo…

Come se fosse il gesto piu’ ovvio e normale, gli accarezzo con il piede la caviglia, lentamente. Poi, con la massima naturalezza, lo infilo sotto l’orlo dei suoi pantaloni e gli sfioro la gamba. Lui resta immobile, con la testa di lato e un'espressione di visibile imbarazzo. Mi tolgo gli occhiali; voglio che mi guardi ancora negli occhi. Questo lo confonde. Lo sto sfidando, apertamente, senza alcun pudore. Incurante dell’altra passeggera presente, continuo a toccargli la gamba con il piede, mentre lui, ormai, riesce a stento a star fermo e a fingere indifferenza. Percepisco la sua schiena irrigidirsi contro lo schienale. Lo vedo teso, nervoso, e sento che i suoi muscoli guizzano al mio tocco. Non ci siamo scambiati nemmeno una parola, ma non c’e’ alcun bisogno di parlare.

Con un gesto lento porto il piede lungo la sua gamba, fin su al ginocchio per poi fermarmi tra le sue gambe. Lui spalanca gli occhi, colto alla sprovvista, ma so che la situazione lo attrae terribilmente. Non fara’ nulla per fermarmi. Vorra’ vedere fin dove mi spingero’ col gioco e cosa succedera’ dopo. Mi piace la sua reazione. In certe circostanze, gli uomini timidi, pero' sfacciati, sono l’ideale.

Mi piace osservare la sua espressione di stupore: un insieme di incredulita’ e di piacere. Il mio gioco lo rende protagonista di un desiderio che molti uomini hanno. Lo so. So che vuole che lo trascini oltre quelle barriere che l’educazione ed il buon senso impongono. Colgo l’attimo di sublimazione. I suoi occhi brillano di quella particolare luce che nasce solo quando brucia la passione: mi desidera. So che vorrebbe sentire l’aroma della mia pelle, perdersi tra i miei capelli, sentire il mio seno contro il suo torace. Quasi gli leggo nella mente.


Mi tolgo il maglione. Sotto indosso una maglietta che lascia poco spazio all’immaginazione. Lo vedo stringere i pugni, mordersi il labbro, portarsi una mano sul viso. La sua espressione diviene indagatrice, non riesce piu’ a reggere la tensione, i bottoni sulla patta dei pantaloni iniziano a tendersi e so che per lui stanno diventando dolorosi. Ma non fa altro. Forse si aspetta da me un gesto ancor piu’ esplicito, qualcosa che renda piu’ chiare le mie intenzioni. Come se gia’ non lo fossero...

Il mio piede tortura e accarezza i suoi desideri, mettendo alla gogna la sua resistenza. Con un gesto misurato si alza dal sedile guardandomi negli occhi, sperando che nel suo sguardo io colga la sua richiesta di seguirlo. Poi si dirige esitante verso il corridoio. Resta per un po’ ad attendermi, ma io non lo seguo. Voglio ancora giocare; voglio essere io a gestire la situazione. Quando riprende il suo posto, lo ignoro e resto con lo sguardo perso nel paesaggio che scorre veloce fuori dal finestrino. So che vorrebbe afferrarmi per i capelli e trascinarmi fuori in corridoio, poi nella toilette e prendermi senza alcuna esitazione. Di sicuro non gli piace essere trattato come un oggetto.


Il treno rallenta la sua corsa. Entriamo in un’altra stazione. Prendo la borsa e corro verso l’uscita. Ho voglia di un’altra boccata d’aria… e di altro. So che lui mi raggiungera’. Ed, infatti, eccolo. Resta pero’ in disparte. Quando il capostazione annuncia la partenza, mi affretto alle scalette per risalire e lui mi tende la mano con un gesto di raffinata cortesia. Sfilando la mano dalla sua, ho modo di sentire la piacevolezza del suo tocco. Il tocco e' importante. Sfiorare una mano puo' lasciarmi indifferente, oppure farmi provare un brivido. Ed e' cio' che avviene.

In modo sfacciato, gli afferro il viso e gli passo fugacemente la lingua sulle labbra. Lui mi afferra per le spalle, mi prende per i capelli e mi trascina a se’; reclino la testa offrendogli il mio collo e gli faccio sentire la pressione del mio seno sul suo petto. Desidera baciarmi, ma esita troppo, cosi’ afferro il suo attimo di titubanza e riprendo possesso della situazione. Apro la porta della toilette e lo spingo dentro. Poi, senza dire neppure una parola, gli infilo la lingua in bocca in un lungo bacio di quelli che annullano tutto il resto.

Nello spazio angusto della toilette, avviene quello che deve avvenire. Non lo descrivero'. Sarebbe banale. E importante non e' tanto quel che accade, quanto il perche' accade. Tuttavia e' quello che spesso si desidera, ma che poi non si fa per il troppo pudore o per la poca incoscienza. Quello che resta confinato nei sogni, o che troppe volte viene descritto nella letteratura erotica piu’ scontata. Quello che solo Shahrazad, forse, potrebbe oggi pensare di raccontare, ma che nessuna viaggiatrice solitaria immaginerebbe mai di poter di vivere. Pero’…

Se viaggiare non e’ vivere, allora cos’e’?

Mille e una notte sono trascorse,
e quaranta ladroni hanno gia’ bussato alla mia porta.
Ma sto ancora aspettando Ali Baba.



domenica 24 aprile 2011

18
comments
Funambola

Funambola: nessun sostantivo riesce a descrivermi meglio. Le prime parole dedicate a me stessa le scrissi tanti anni fa. Parlavano di muri scrostati e fango, di liberta’, rabbia e disperazione. Poche, brevi, semplici parole scaturite chissa' da dove e buttate li’, alla rinfusa, senza un filo logico.

Ma avrei voluto scrivere di piu', molto di piu’.

Avrei voluto scrivere di amore, di desiderio, di sesso, di matrimonio, di divorzio, di dignita’, di avventure, di bisogno di spazio, di viaggi, di provare cose nuove, di momenti di gioia assoluta, di cocenti delusioni, e di tutto quello che ancora non conoscevo.

E poi avrei voluto scrivere dell’importanza dell’educazione, della cultura, dell’indipendenza economica, delle ambizioni, della carriera, delle rinuncie, del rompere gli schemi, del prescindere le formule, dei giudizi della gente, e di tutto quello che avrei imparato.

Ed anche di tutto cio’ che non sono ancora pronta ad affrontare.

Come una star del circo, funambola senza rete appesa ai fili della vita, sospesa in aria tra cielo e terra, su una corda tesa tra passato e futuro, tra incoscienza e consapevolezza, tra disinteresse ed empatia, tra vanita' ed umilta’, tra razionalita’ e follia, tra perdizione e salvezza, tra vizio e virtu’.

Ed in mezzo la solitudine.

Eccomi qua. Una donna che a volte parla troppo, ma sa anche tacere; che a volte si chiude in se stessa per difendersi, ma sa anche attaccare; che a volte e’ piena d’insicurezze, ma sa anche essere sicura di se’. Una donna che dice “no”, ma sa anche dire “si’”.

Una donna che tenta di attraversare l’abisso.

Mi chiedo se arrivero’ mai dall’altra parte. Se mai ce la faro’ a superare la paura che ho del "Mare dell'Oblio".

Se ci riusciro’, saro’ io la prima a saperlo.

giovedì 21 aprile 2011

39
comments
Gli effetti negativi della religione sulle donne e sui loro diritti

Citta’ Invisibile: 20 Aprile 2011

Prima di entrare nel cuore della mia riflessione, care sorelle, vorrei citare tre brani presi da tre libri famosi. Il primo brano e’ dal Nuovo Testamento. Prima Lettera di San Paolo a Timoteo, capitolo 2: versi da 11 a 15.

"La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare ne’ di dettare legge all’uomo, piuttosto se ne stia tranquilla. Perche’ prima e’ stato creato Adamo e poi Eva, e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione".

Il secondo brano e’ dal Corano. Sura 4: versetti da 34 a 37.

"Gli uomini sono superiori alle donne per le qualita’ che Dio ha dato loro (...). Le donne virtuose sono obbedienti e sottomesse ai loro mariti (...). Quanto a quelle che temi ti disobbediscano, ammoniscile, rifiuta di condividere con loro il letto e battile".

Il terzo brano e’ dalla Torah, 20:17. Esodo: Deuteronomio 05:21.

"Non desidererai la moglie del tuo prossimo, ne’ il suo bue, ne’ il suo asino, ne’ cosa alcuna che gli appartiene".

E’ del tutto evidente, come si vede, il modo in cui questi tre libri chiamati "sacri", per citare solo le religioni monoteiste, facciano a gara nell’evidenziare la sottomissione della donna, a qualificarla come di proprieta’ di un uomo, a stigmatizzarla e a perpetuarne la condizione di “inferiorita’”.

C’e’ chi potrebbe dirmi: "Ma questi sono solo brani scollegati dal contesto. Non e’ scientificamente corretto generalizzare partendo da un dettaglio di un brano". Io dico: E’ vero. Ma anche una lettura attenta e approfondita di questi tre libri e dei loro insegnamenti, mostra che verso la donna, nel migliore dei casi, c’e’ solo una condiscendente indulgenza che e’ persino umiliante.

C’e’ anche chi potrebbe obiettare che questi libri appartengono ad altri tempi e rispecchiano una diversa condizione sociale in cui questo tipo di discorso poteva essere piu’ o meno giustificato. Io invece dico: Voglio fingere, come se fossi l’avvocato del diavolo, di concordare sulla validita’ di quanto e’ scritto, e andare oltre il “difetto di fabbricazione” originale. Se questi libri parlano di una condizione sociale “superata”, allora perche’ vengono tenuti in considerazione anche nel ventunesimo secolo come riferimento assoluto applicabile ai principi di comportamento e agli stili di vita di tante persone? Che sforzo di riforma e’ stato davvero fatto, dal punto di vista religioso, per cambiare veramente l'immagine della donna, cosi’ che la sua posizione fosse davvero uguale a quella dell'uomo, non solo nei discorsi, ma anche e soprattutto nella pratica?
Nessuno.

C’e’ chi dice che sono cristiana. Lo dice perche’ sono battezzata, ma io, dentro di me, posso dire di essere davvero cristiana? No, non posso dirlo. Poiche’ non e’ ad una religione che ho affidato la mia condizione, la mia attivita’ e la mia vita, dalla nascita fino alla morte. Potrei anche essere ebrea o musulmana. Cosa cambierebbe? La mia vita si svolgerebbe allo stesso modo: mi sposerei, avrei dei figli, forse divorzierei, forse mi risposerei e quando alla mia morte sarei sepolta sotto le leggi di chissa’ quale religione cosa cambierebbe? Sono una cristiana? No, e non lo saro’. Ma non saro' neppure ebrea o musulmana. Non lo saro’ fino a quando le politiche mondiali saranno influenzate da sette religiose e dai loro leader. Non lo saro’ fino a quando esisteranno luoghi in cui sara’ del tutto normale imprigionare chi e’ omosessuale e punire le donne adultere. Non lo saro’ fino a quando le persone non potranno decidere liberamente della loro sessualita’, di come, quando e perche’ far nascere un figlio e decidere in liberta’ della propria fine vita. Non lo saro’ fino a quando ci saranno popoli che, nascondendosi dietro ad una bandiera il cui simbolo e’ lo stesso della loro religione, uccideranno esseri umani ritenendoli non degni di vivere. E gli esempi che potrei fare sono infiniti.

E' triste per me vivere in un mondo cosi’. E non mi si venga a raccontare che questo mondo sarebbe peggiore se non esistessero le religioni e che la violenza e la privazione della liberta’ non dipendono anche dal fanatismo di chi si crede portavoce di un Dio, perche’ cio’ significa giustificare la volgarita’, l'intolleranza, l’indecenza, la divisione, l’immoralita’. Significa trattare le persone da imbecilli. Significa costringerci alla rassegnazione, all’accettazione che una religione influenzi la nostra vita e che un gruppo ristretto di uomini abbia su tutte noi un immenso potere. Per rendersene conto basta vedere da chi queste religioni sono rappresentate. Papa, Ayatollah, Patriarchi, Sacerdoti, Profeti, e compagnia bella. Tutte figure maschili. Uomini che, come ben sappiamo, quel potere lo hanno sempre usato per lo piu’ per i propri interessi e per perpetuare la loro casta.

Ma non e’ questo il cuore del problema. Il cuore del problema e’: si puo’ essere cristiani, musulmani, o ebrei, e difendere l'uguaglianza dei sessi? No, non si puo’. Perche’? Perche’ tutte e tre le religioni hanno lo stesso atteggiamento nei confronti delle donne: paternalistico nella migliore delle ipotesi, ostile negli altri casi. Ed e’ l’anti-femminismo, la misoginia, il loro comune denominatore. La storica Anne Morel ha scritto: queste tre religioni sono nate nel bacino del Mediterraneo, un ambiente geografico e sociale in cui il maschilismo e’ sempre stato di rigore: un sistema patriarcale in cui le donne hanno sempre occupato una posizione inferiore.

Molte volte mi hanno detto: "Se tu fossi davvero cristiana (o musulmana, o ebrea, si puo’ mettere qui il termine che si preferisce), non diresti mai quello che dici, non vivresti come vivi, non saresti quello che sei". Questa presunzione di possedere la Verita’, finanche di giudicare il mio stile di vita come quello di ogni altra persona, indicarle quello che e’ piu’ opportuno, imponendole una morale prestabilita da una setta religiosa composta di soli uomini, una morale che quasi mai i cosiddetti “maestri” seguono per se stessi, e’ comune ad ogni religione. Sono certa che per le mie scelte e per il mio stile di vita sarei una reietta ovunque indipendentemente da quale fosse la mia fede. Cristiana, ebrea o musulmana sarei ugualmente da condannare e da redimere.

C’e’ chi accusa l’Islam di essere la religione che, piu’ di tutte, priva la donna dei suoi diritti. Ma ci dimentichiamo che nel giudaismo c'e’ una preghiera dove gli uomini ringraziano Dio per non essere nati donne? E che secondo il Talmud e’ meglio bruciare la Torah piuttosto che affidarla a una donna? Ci dimentichiamo che nelle lettere di San Paolo, che sono una parte fondamentale dei testi cattolici, si dice che il marito e’ il capo della moglie cosi' come Cristo e’ il capo della Chiesa, ed e’ fatto divieto alle donne di parlare in pubblico o nelle assemblee? Ci dimentichiamo che tra i dodici Apostoli non e’ stata scelta nemmeno una donna? Ci dimentichiamo che, piu’ di recente, una cinquantina di preti anglicani hanno detto che si sarebbero uniti alla Chiesa cattolica per protestare contro la loro gerarchia che aveva deciso di permettere alle donne di diventare vescovi? Ci dimentichiamo l’attuale posizione del Vaticano a proposito delle donne sacerdote, cioe’ che la loro ordinazione sarebbe un "crimine" esattamente come l'abuso sessuale di bambini da parte dei preti pedofili? Non stupitevi! Pero’ ditemi: come puo’ una donna che ha rispetto per se stessa non arrabbiarsi per certe affermazioni?

C’e’ chi dice che e’ l'Islam l'unica religione che impedisce l'emancipazione della donna mentre, invece, il cristianesimo le permetterebbe di godere dei suoi diritti. E questa e’ mistificazione della realta’. Il fondamentalismo cristiano non e’ migliore di quello islamico. Le parole di San Paolo sono chiare e sono parole da cui traspare palese un'insofferenza nei confronti di tutto cio' che e' femminile: “Essa potra’ essere salvata partorendo i figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carita’, e nella santificazione, con modestia”.

“Potra’ essere salvata…” Analizziamo queste parole, sorelle. Ecco da cosa trae forza il patriarcato. E l’esclusione della donna dal contesto sociale se non per l’unico ruolo di “procreatrice” e’ una logica conseguenza di questa etichetta di eterna colpevole che le e' stata affibbiata. Il Papa, ed i Patriarchi delle due chiese ortodosse, non sono altro che il prodotto del patriarcato all'interno del Cristianesimo. E’ nello spirito di questa religione che l'autorita’ ritorni sempre alla creatura originale, che e’ sempre di sesso maschile, e non c’e’ una sola volta (con l’unica eccezione, forse, della papessa Giovanna, ma anche in tal caso perche’ creduta uomo) che l’autorita’ pontificale sia stata data ad una donna. Il peccato originale e’ un dogma ed il senso di colpa legato al “desiderio” e’ pratica quotidiana nella religione cristiana. E la donna e’ responsabile sia dell’uno che dell’altro.

Le tre religioni monoteistiche, dunque, da sempre blaterano sul rispetto per le donne ma, come abbiamo visto, nessuna pone la donna su un piano di vera uguaglianza con l’uomo. Inoltre, tutte e tre hanno soffocato una delle due versioni della Genesi, quella che riguarda la storia di Lilith, la prima moglie, creata dalla terra come Adamo e sua pari a priori, per promuovere, invece, la versione di Eva, creata da una costola dell’uomo, quindi a lui inferiore. E non mi si dica che le mie idee sono femministe, perche’ i diritti umani sono universali, e nessuno ne ha il monopolio. Neppure le femministe.

Quando sento parlare oggi di un "femminismo islamico" o "femminismo cristiano", oppure di “femminismo cattolico” o “femminismo ortodosso”, sono costernata di fronte a questo evidente ossimoro. Non esiste un femminismo religioso. Quando smetteremo di riparare edifici che poggiano su fondamenta marce? Quando potremo finalmente riconoscere una volta per tutte che non e’ possibile conciliare la religione, ogni religione, senza eccezione, con la dignita' e i diritti delle donne? Basta leggere i testi. La caccia alle streghe e’ oggi meno visibile, ma e’ tutt'altro che finita.

C’e’ chi dice che le donne cristiane sono piu’ libere solo perche’ possono vestirsi come vogliono, mentre le musulmane devono portare il velo, oppure che le donne cristiane sono piu’ emancipate perche’ sono libere di uscire la sera, mentre alle musulmane viene impedito. E’ questa la vera liberazione? La vera emancipazione? Vestirsi ed uscire la sera? Si’, certo, la liberta’ di decidere della nostra vita, finanche che abiti indossare o come scegliere di passare la notte e’ un nostro diritto, ma la vera emancipazione, la vera equiparazione, non dovrebbe essere, piuttosto, garantire alle donne anche altri tipi di diritti? Quei diritti che loro, gli uomini, si tengono ben stretti e non intendono assolutamente mollare? Parlo di un sistema di tutela giuridica civile, imparziale ed equa che permetta di essere madri, figlie, mogli, sorelle, senza dover sentire il peso della nostra condizione di femmine, senza dover per forza essere approvate e “certificate” da un maschio, padre, marito, amante, fratello, figlio, e infine poter accedere a qualsiasi carica, persino a quella religiosa piu’ alta, esattamente come gli uomini. Non e’ forse questo un punto fondamentale per chi crede nella vera emancipazione e nella vera uguaglianza?

Saro’ piu’ chiara e diretta: fin quando una donna non potra’ essere Papa o Patriarca, non mi considerero’ cristiana, e fin quando gli uomini musulmani non porteranno il burqa, saro’ contro il burqa. Quanto a coloro che dicono che come donna cristiana, musulmana o ebrea, dovrei obbedire al maschio, coprirmi la testa, confessarmi e sentirmi in colpa ogni volta che faccio sesso con un uomo che non e’ mio marito, oppure senza aver l’intenzione di procreare, rispondo che la loro infinita litania misogina, questo eterno mantra, mi ha stancata e lascio che cuociano lentamente nelle loro ridicole convinzioni primordiali. E’ la loro unica consolazione, dopo tutto. Ed anche il loro peggiore castigo.

Adesso vi chiedo: qual e’ la colpa della donna? Qual e’ la sua colpa se non quella di essere vittima delle interferenze che la religione causa nella sua vita privandola del suo libero arbitrio? Dal mio punto di vista la vera colpa e’ quella di respingere il lavaggio del cervello che le imporrebbero un pugno di uomini al fine di impedirle di progredire per evitare che alla fine possa avere il potere che le e’ dovuto. In altre parole: la sua vera colpa e’ quella di pensare.

Voglio evitare la trappola delle generalizzazioni nella quale tendo spesso a cadere, pero’ sono convinta che qualsiasi confronto tra le religioni sia obsoleto e malsano. Il tema meriterebbe una riflessione molto piu’ profonda e non sta a me dimostrare quale sia la religione migliore, piu’ tollerante, piu’ aperta, moderna, e vantaggiosa per le donne. Perche’ sono convinta che non esista una religione che sia davvero vantaggiosa per le donne. Piuttosto, vorrei che si riflettesse e si avesse consapevolezza sulla natura nociva di ogni religione. Nociva per il vivere insieme, per lo stile di vita personale, per la capacita’ di scelta individuale, non appena si lascia la sfera del nutrimento spirituale, che dovrebbe essere l’unico luogo per chi cerca la fede, per entrare nella sfera della vita in comune, anche in una comunita' piccola come la nostra. Uno screzio puo’ creare divisioni, distruggere la convivenza, alterare l’equilibrio e stravolgere la valutazione obiettiva della nostra realta’.

"La religione e’ appena sufficiente per farci odiare l'altro, ma non per farci amare gli uni con gli altri", ha scritto Jonathan Swift. Le tre religioni monoteiste predicano, ciascuna a suo modo, di tolleranza e di amore, ma gli ebrei uccidono i musulmani, i musulmani uccidono gli ebrei e hanno ucciso i copti, e i cristiani hanno fatto la stessa cosa con gli ebrei. Quale Dio puo’ essere cosi’ crudele da aver messo in piedi questa infinita catena di morte?

No, non sto predicando l'ateismo, anche se ne sono personalmente convinta. Questa sarebbe un'altra forma di costrizione che rifiuto. E non chiedo a nessuna di voi di prendere la posizione che ho io. Che tutte abbiano la fede che vogliono. Ma ognuna mantenga la discrezionalita’, in decenza, in silenzio, lontano dalla predicazione e dai tentativi di conversione. Eliminiamo l’esibizionismo religioso in tutte le sue forme. Pregare dovrebbe essere come fare l'amore: una questione privata. Si parla tanto di oscenita’ sessuali, ma quasi nessuno parla di oscenita’ religiose. Veniamo additate e giudicate se facciamo l'amore in pubblico perche’ e’ una violazione delle buone maniere, a quanto pare. Io, invece, sogno di un mondo secolare, incontaminato, dove si riserva lo stesso trattamento a chi delle sue credenze religiose ne fa un carnevale.

L'emancipazione delle donne ha sempre avuto un contesto laico. La laicita’ pero’ non e’ l'unico strumento di garanzia della parita’ di genere. Ad esempio, la legge di separazione tra Stato e Chiesa in Ungheria e’ del 1855, ma le donne ungheresi hanno conquistato il diritto di voto solo nel 1918. 63 anni dopo! Ed anche oggi, nonostante cerchino di convincerci che abbiamo pari diritti, i salari delle donne in questo paese sono mediamente inferiori del 30% rispetto a quelli degli uomini. Detto questo, pero’, la laicita’, sebbene insufficiente, e’ comunque un prerequisito per l’assoluta parita’ di genere. Io non pretendo che la mia sia l’unica risposta. Questa riflessione aveva un obiettivo assai piu’ modesto: esporre ancora una volta come stanno le cose e cercare di spiegare perche’ le religioni, tutte, non sono a favore delle donne. Ma qual e’ il modo migliore perche’ tutte noi possiamo convivere senza che nessuna si senta “diversa” per le differenti convinzioni religiose che ha? Ecco, forse e’ questa la grande domanda che tutte noi, insieme, responsabilmente, dovremmo fare a noi stesse, cercando in uno sforzo collettivo e solidale di mettere a fuoco quella che potrebbe essere una soluzione, adoperandoci per costruire quella societa’ civile di liberta’ che ci meritiamo.

Vorrei terminare con una storiella, sempre la solita, che tutte voi ormai conoscete, ma che e’ giusto non dimenticare mai.

C’era una volta, in un tempo lontano, un mercante che possedeva un magico anello che gli era stato regalato da un jinn, e nel quale era incastonata una pietra che era la piu’ preziosa del mondo. Una pietra che aveva il potere di donare la Verita’ a chi la indossava.
Il mercante aveva tre figli ed ognuno implorava il padre affinche’, morendo, egli lasciasse l’anello a lui solo, ma l'uomo amava tutti i figli allo stesso modo e se avesse lasciato l'anello ad uno di loro, gli altri due si sarebbero dispiaciuti. Si rivolse allora ad un abile orafo e gli commissiono’ due anelli identici a quello in suo possesso e l’orafo fabbrico’ gli anelli in modo cosi’ perfetto che era impossibile distinguerli da quello autentico.
Il mercante, prima di morire, separatamente ed in gran segreto, consegno’ un anello a ciascuno dei tre figli cosicche’ ognuno fosse convinto di aver ricevuto l’originale. Da allora si racconta di come ogni uomo sia convinto di possedere la Verita’.

lunedì 18 aprile 2011

75
comments
Autoreferenziale femminilita’

Premessa (un po' lunga, lo so, pero' vi tocca). Quello di oggi sara’ un post autoreferenziale, come moltissimi altri in questo blog, e lo sara’ in modo spudorato, privo di ritegno e senza mezze misure. Perche’ desidero che non vi siano dubbi sulle mie reali intenzioni, cosicche’ chi vorra’ criticarmi possa mettersi fin da subito il cuore in pace evitando, eventualmente, d'inviarmi commenti scontati.
L'autoreferenza, o autoreferenzialita’, consiste nella capacita’ di qualcuno di parlare riferendosi a se stesso utilizzando in prima persona il pronome io. E’ un fenomeno nel linguaggio naturale o formale che e' oggi assai diffuso, soprattutto per il proliferare della comunicazione via web, dei blog, dei forum, delle chat, dei mondi virtuali come Second Life, che offrono a chiunque l’opportunita’ e la liberta’ di raccontarsi, anche in forma anonima, come meglio crede.
Non voglio addentrarmi nelle varie motivazioni psicologiche che possono spingere le persone a parlare di se', disegnandosi addosso dei tratti dei quali nessuno potra' garantire la veridicita', ma la Storia e' piena di esempi di autoreferenza, come lo e' la Letteratura - pensiamo alle tante autobiografie e a moltissime poesie - e, senza alcun dubbio, sono autoreferenziali le religioni in cui l'elemento determinante e' la "Fede" in cio' che e' scritto nei testi sacri. In fondo, cosa sono i "testi sacri" se non una forma raffinata e scaltra di autoreferenza finalizzata all'autocertificazione di possedere l'unico verbo divino?
L’immagine di Maurits Escher che raffigura la mano che disegna se stessa, simboleggia graficamente questo fenomeno il cui significato definitivo
si condensa in un'unica affermazione: “Io sto dicendo la verita’”. Chi si autoreferenzia, infatti, deve sempre rassicurare sulla veridicita' di quanto dice, e’ ovvio, poiche' se affermasse il contrario, come Eubulide di Mileto con la sua frase “ψευδόμενος” (“pseudòmenos”, in greco: “Io sto mentendo”), saremmo di fronte al cosiddetto “paradosso del mentitore”.
Come puo’, infatti, essere vera la frase di chi dice che sta mentendo? Una frase che, pero’, non puo’ essere neanche falsa. Pertanto, chiunque racconti qualcosa di se’, nel web, nei libri, in tv o altrove, soprattutto se si tratta di argomenti che non possono essere documentati, come i pensieri, i sentimenti, le intenzioni, le storie personali e private o comunque cio’ che non e’ verificabile a causa dell’anonimato oppure della scarsa conoscenza che si ha della persona, cade inevitabilmente in uno di questi due casi: l’autoreferenza oppure il paradosso del mentitore.
L'ideale sarebbe non infilare mai se stessi nei discorsi, parlare d'altro, di cucina, di politica, di sport, di cinema, di ogni argomento eccetto se stessi, ma perche’ non lasciare spazio a questa piccola debolezza tutta umana? Parlare di se', dopotutto, non causa danni a nessuno e poi immaginiamo che noia sarebbe se dovessimo discutere sempre di cose che non ci riguardano trascurando, invece, quello che piu' di tutto c'interessa: noi stessi.
Pertanto, alla fine, sta solo a chi e' spettatore, a chi ascolta, a chi legge, crearsi un'opinione. Come dice Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”: “E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva. Quando leggete non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate. Dovete combattere per trovare la vostra voce; piu’ tardi cominciate a farlo, piu’ grosso e’ il rischio di non trovarla affatto. Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare e cercate nuove strade”.
E cosi', evitando di giocare con i controsensi, gli equivoci e i paradossi, non diro' ne' "io sto dicendo la verita'" ne' "io sto mentendo", e lascero’ che ognuno si faccia un'idea propria su quanto andro’ a scrivere: vero, falso, autoreferenziale o paradosso che sia.

Autoreferenziale femminilita’

Parlando di me, potrei iniziare subito col dire che sono sicuramente una donna “con le palle”. Tuttavia, contrariamente a cio' che affermano gli psicologi, non invidio affatto il pene e chi lo ha. Cioe’ gli uomini.
Sono una donna economicamente indipendente che non ha seri problemi di sopravvivenza, anche se per motivi strettamente personali ho scelto di vivere sottotono rispetto alle possibilita’ che potrei avere, adeguandomi a chi ha sempre avuto meno di me. Nel mio lavoro, oltre a metterci impegno, ho potuto contare su una discreta dose di fortuna e ci sono stati periodi in cui ho guadagnato in modo sostanzioso. Sono percio’ consapevole che, se solo volessi, se in un momento d'irragionevole egoismo decidessi di dedicarmi solo a me stessa pensando soltanto a soddisfare le mie esigenze disinteressandomi delle persone con le quali ho scelto di condividere l'esistenza, il mio tenore potrebbe essere assai piu’ alto di quello che e’. Ciononostante, detesto dover pagare il conto al ristorante quando un uomo mi porta fuori a cena.
Sono una donna emancipata, ma un trattamento estetico ed il tempo passato ad aver cura della mia persona, mi danno piacere e soddisfazione quanto me ne puo’ dare il successo sul lavoro.
Sono una donna intellettuale, pero’ mi preoccupo per qualche ruga e per la mia forma fisica quasi quanto mi preoccupo di non aver avuto il tempo di leggere gli ultimi libri che ho acquistato.
Non sono superficiale, ma se vedo una donna con i capelli sporchi, i vestiti in disordine e le ascelle non depilate, mi viene da scuotere la testa, esattamente come la scuoto di fronte chi si riempie di silicone labbra, zigomi, seno e qualsiasi altro posto in cui oggi viene iniettata questa sostanza.
Non sono superficiale, ma in un uomo unghie sporche e cattivo alito mi disgustano come un basso quoziente intellettivo, la mancanza d’ironia, l’eccessiva competitivita’ e la patetica tendenza a mettersi continuamente in mostra.

Sono una donna che di solito prende l’iniziativa, ma perdo completamente il desiderio e l’eccitazione mi cade sotto i tacchi, all'istante e in modo definitivo, se chi ho davanti non ha spina dorsale. Cosi’ come resto fredda se ho a che fare con chi pensa che mettere in bella mostra i muscoli, le auto sportive e gli atteggiamenti da “tacchino tronfio” siano segno di un’indiscutibile virilita’.

Per queste e per molte altre ragioni, mi considero dunque una “fanatica” della femminilita’. Pero’, qual e’ il significato che do al termine femminilita’? E' una domanda che puo' apparire complessa, ma non lo e’. Almeno non per me che ho sempre pensato a questa caratteristica come alla piu’ importante che ogni donna dovesse avere.

Le vetrine di Sonia Rykiel, a Parigi, potrebbero essere l’esempio perfetto per spiegare in modo semplice ed efficace la mia idea di femminilita’. In quelle vetrine si possono ammirare abiti bellissimi, eleganti e seducenti, presentati accanto a una selezione di libri: ultime uscite di scrittori, pensatori, poeti e filosofi. La frivolezza della moda e la leggerezza dell’estetica abbinata alla cultura e allo spessore del pensiero. Il nutrimento per il corpo e il nutrimento per lo spirito, dove la bellezza esteriore e quella interiore si compenetrano, si completano e si arricchiscono a vicenda.


Ecco qual e' la mia concezione di femminilita’. Quando cerco di spiegarlo, c’e’ chi resta sorpreso e non riesce a comprendere questa associazione tra cura dell’esteriorita’ e dell’interiorita’ perche’, secondo il modo comune di pensare, chi pone troppa attenzione al proprio lato esteriore viene subito etichettato come superficiale. Mentre chi si dedica alla cultura si suppone sia, invece, automaticamente noncurante della propria immagine. Perche’? Perche’ si crede che chi si prende cura della propria immagine non abbia il tempo (e neppure la voglia) per mettersi anche a leggere roba "seria e pesante”. Mentre, d’altro canto, si ritiene che gli intellettuali non abbiano il tempo per occuparsi di “frivolezze” quali la forma fisica, la cura della pelle e l’abbigliamento adeguato, poiche' troppo concentrati sulle questioni esistenziali e metafisiche.

L’idea che esistano due campi, quello della bellezza e quello dell’intelligenza, in cui le persone tendono ad eccellere separatamente, ed in cui l’una esclude l’altra, e’ una trappola, un luogo comune che continua a sopravvivere nonostante tutti gli esempi contrari degli ultimi decenni. La cosa perfetta, invece, dovrebbe essere come da Sonia Rykiel: libri nei negozi di abbigliamento e abiti eleganti anche nelle librerie.


Perche’ tutto cio’, per me, non e’ solo una necessita’, un bisogno, una fame, ma e’ anche un piacere. Cosa c’e’ di piu’ bello e rivoluzionario, infatti, di una donna che con tenacia riesce a vincere le sue battaglie senza rinunciare alla propria femminilita’? Senza che, per conquistare i propri diritti, ricevere rispetto, dare prova delle proprie capacita’ e raggiungere i propri obiettivi, debba dimenticare di essere donna sacrificando la femminilita’ che ha dentro, trasformandosi in stereotipo fin troppo abusato?
Un bel guscio che suscita desiderio, ma senza cervello, oppure un cervello che suscita ammirazione intellettuale e niente altro o, addirittura, la patetica parodia di un uomo che' piu' niente ha di femminile.

Lo dico perche’ sono ancora molte le donne convinte che, per raggiungere l’uguaglianza con gli uomini ed ambire a posti di responsabilita’ si debba rinunciare alla femminilita’ oppure trasformarsi in concubine compiacenti ai voleri del sultano. Anche se in passato posso aver avuto idee molto diverse, oggi credo che per essere una donna forte non si debba cercare di assomigliare a un uomo scimmiottandolo nei suoi comportamenti meno esemplari, e neppure affidarsi alla sola seduttivita’ del corpo facendo leva sulle debolezze maschili. Personalmente, ho capito, infatti, che non ho piu’ alcun bisogno di mettermi in competizione con il maschio perche’, facendolo, arriverei a sacrificare la mia femminilita’. E non e’ forse la perdita di femminilita’ l’atto di resa per eccellenza allo strapotere degli uomini e alla loro visione superficiale della donna percepita solo come un “pezzo di carne”?


Quindi, cosa significa oggi, per me, essere donna? Certamente, non la banalita’ di indossare il reggiseno, la gonna, le autoreggenti, truccarmi e portare capelli lunghi. E sicuramente non significa trasformare il mio corpo in “un pezzo di carne” messo in bella mostra a disposizione di chiunque.
Nonostante sia convinta che ogni persona, quindi ogni donna, sia libera di fare cio’ che desidera con il proprio corpo, persino usarlo per raggiungere i propri obiettivi (sarei incoerente se non lo ammettessi), penso che offrire solo l’immagine femminile del “pezzo di carne”, una somma di cosce, tette, culo, labbra e quant’altro, sia umiliante. E’ un’umiliazione che in talune circostanze la necessita’, il bisogno o i contrattempi della vita possono spingere ad accettare, ma che non puo’ durare in eterno. E quando si prende consapevolezza di essere molto di piu’ di un "pezzo di carne", cio’ puo’ indurre ad un impegno intellettuale ancor piu' grande del normale, persino esagerato, affinche' gli equilibri interiori siano in qualche modo ristabiliti.

Ed ecco, dunque, cio' che per me, oggi, significa essere donna: essere me stessa e nessun altro. Essere in grado di sostenermi con le mie sole forze, con il coraggio, con il corpo (certo) ma anche con la mente. Senza panico, diffidenza, tabu’, vergogna o irrazionali paure. Significa, cioe’, prendere anziche’ aspettare che mi sia dato. Perche’ sono io l’unica esperta di me stessa, di cio’ che voglio e non voglio, e desidero essere la mia sola ed unica guida. Sono io l’unico riferimento per il mio corpo, il mio spirito e la mia essenza, e solo io conosco i miei sogni, le mie aspirazioni, i miei sentimenti, le mie angosce, i miei vizi e le mie virtu’. Nessuno deve avere voce in capitolo e non voglio preoccuparmi che un uomo, un padre, un marito, un amante, un fratello “approvi” il miei successi o giudichi i miei fallimenti.

E se proprio e' necessario che diventi uguale a qualcosa o qualcuno, allora scelgo che sia la mia identita’, la mia entita', fatta di un'essenziale femminilita’ in continua trasformazione. La MIA femminilita' attorno alla quale, sotto, sopra e fuori, non deve esserci assolutamente niente se non il vuoto.

Sono viva per errore
a dispetto di me stessa.
E per non annoiarmi
Ho consacrato le mie mani a intimi peccati.
molte porte ho amato e serrato
perche’ nessuno soffrisse la mia assenza.
Ho voluto sbagliare
per avere colpe da vantare.
A lungo ho camminato in compagnia delle ombre
a lungo ho sedotto piaceri
mai un miraggio che non abbia inseguito
mai un fuoco che non abbia rapito
ma non ho peccato abbastanza.
E passera’ lungo tempo
prima che pianga come dovrei
passera’ lungo tempo
prima che impari a rovinare la mia vita.

(Joumana Haddad - Non ho peccato abbastanza)

sabato 16 aprile 2011

8
comments
Buon compleanno Charlie Chaplin!

"Mi piacerebbe aiutare tutti, gli ebrei, i gentili, i neri, i bianchi. Tutti vogliamo aiutarci reciprocamente. Noi esseri umani siamo fatti cosi'. Vogliamo vivere per la felicita' e non per la disgrazia degli altri. Non vogliamo odiarci o disprezzarci gli uni con gli altri. In questo mondo c’e' posto per tutti..." (Charlie Chaplin)

Centoventidue anni fa, in una carovana di romanichals (i sinti/rom inglesi), il 16 aprile, nasceva sir Charles Spencer Chaplin, noto come Charlie Chaplin. Per ricordarlo Google, nella pagina principale del motore di ricerca, ha inserito un video con cui omaggiare l'attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico, autore di oltre novanta film e considerato tra i piu' importanti cineasti della storia.

Il personaggio attorno al quale Chaplin ha costruito larga parte delle sue storie e' quello del "vagabondo". "The Tramp" in inglese; "Charlot" in italiano, francese e spagnolo ("Charlie" oppure "Chaplin" in magiaro - n.d.r.): un uomo gentile, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe piu' grandi della sua misura, che indossa una bombetta e porta un bastone da passeggio. Particolari tipici del personaggio anche i baffetti e l'andatura ondeggiante (indimenticabile anche la sua parodia di Adolf Hitler ne "Il grande dittatore" - n.d.r.)

Poche settimane fa, in un’intervista alla BBC, Michael Chaplin ha dato la notizia del ritrovamento di una lettera che conteneva un segreto: Charlie Chaplin non ha aperto gli occhi a Londra, ma in una carovana di romanichals nel Black Patch di Smethwick. Michael ha anche affermato che in casa Chaplin erano sempre circolate voci delle loro origini romanichals. La lettera conservata prima da Chaplin poi dalla moglie e' stata ritrovata chiusa a chiave nel cassetto della sua scrivania.

Tutti sapevano che la madre di Chaplin apparteneva ad una famiglia di artisti itineranti, lavoro tradizionale delle famiglie sinte in Europa, ma ad oggi rimaneva ancora nebulosa la nascita del grande protagonista del secolo passato. Infatti, non era mai stato ritrovato il suo certificato di nascita. Oggi sappiamo che uno dei maggiori cineasti di tutti i tempi era un appartenente alle minoranze sinte e rom.[1]

Lacio bers mengor pral Charlie!

[1] Articolo tratto da: U Velto - Il Mondo, notizie ed immagini dai mondi sinti e rom.

mercoledì 13 aprile 2011

15
comments
La curiosita’ non uccise la gatta

Fase 1: dall’anonimo disinteresse, si passa alla curiosita’

Tutto inizia con una scintilla. Non c'e’ dubbio. C’e’ chi la chiama teoria dei "due legnetti che strofinati insieme producono calore" e chi, invece, la chiama “coincidenza oggettiva”. Pero’, manteniamo le cose semplici ed evitiamo un eccesso di analisi. Dopo tutto, due linee non parallele hanno una certa probabilita’, prima o poi, d’intersecarsi.

C'e’ dunque una scintilla. “Il richiamo seducente dello sconosciuto”, come direbbe chi ama la poesia.

E la gatta e’ li’.

Ed e' una gatta che quasi sempre ama la poesia. E la gatta non puo’ fare a meno di sbirciare dietro la tenda.

E cosi’ la gatta e’ catturata. Volentieri.


Fase 2: dalla divertente curiosita’, si passa alla passione

Gli elementi dell’ecosistema perfetto vengono visualizzati: auto-illusione, auto-indulgenza, auto-empatia, auto-delusione, auto-inganno, auto-insoddisfazione... si puo’ dare il nome che si vuole. L'elemento "altro" non e’ dunque da biasimare: sarebbe altamente controproducente e vorrebbe dire dare a lui/lei un credito immeritato. Lui/lei deve essere considerato come un mero strumento reso accessibile dall’incognita “x” (coincidenza, destino, Dio, qualunque sia). Al momento giusto. Nel posto giusto.

Einstein di nuovo? Ma naturalmente!

"Fuoco, fuoco!", avrebbero urlato gli uomini delle caverne. Ma non avevano le parole a quel tempo, cosi’ il fuoco rimase a lungo senza nome.

Poi arrivo' Newton e disse eloquentemente: EUREKA! Cio’ che sale deve anche scendere.


Fase 3: dall’ingombrante passione, si passa ad odiare

Qualcosa/qualcuno accende la luce. Per fortuna. Anche quando e’ troppo tardi, “meglio tardi che mai” non sara' mai un'espressione troppo vecchia, ma “il piu' presto possibile” e’, ovviamente, un'alternativa migliore.

Qualcuno/qualcosa accende la luce, e la scena che si presenta e’ gia’ abbastanza brutta, a dir poco: delusione, frustrazione, fastidio, debolezza. Cioe’, LA VERITA’: la nuda, pura e semplice verita’.

E’ la storia infinita dell’elefante nella cristalleria, ma tu hai in qualche modo fatto di tutto per non accorgertene prima (vedi fase 2).

Il momento della bonta’ e dell’auto-altruismo se n’e’ andato: AHI! Che male!


Fase 4: dallo spiacevole odio, si passa al disprezzo

Quando si diventa realmente liberi, l'indifferenza e’ un mito sopravvalutato. Perche’ e’ solo sdegno e solo lo sdegno ti garantisce la liberazione finale da cosa/chi, in primo luogo, non ha meritato il tuo interesse.

E la gatta e’ liberata.

Finalmente la gatta torna a vagare. E si sente leggera e felice, e molto determinata a non sbirciare DI NUOVO dietro quella maledetta tenda.

Beh, non esageriamo: almeno non per un po’.

Dopo tutto, la cosiddetta saggezza e’ il privilegio dei codardi e degli ottusi.

E la curiosita’ non uccise la gatta. La rese solo piu’ forte.

MIAO!

lunedì 11 aprile 2011

39
comments
Labbra da baciare

Ricordo la prima volta che qualcuno mi disse che avevo labbra disegnate per essere baciate. Quella persona, con quella frase, voleva forse enfatizzare un attimo speciale e con la sua lusinga, illudendomi di essere desiderabile, anzi di essere la piu’ desiderabile di tutte, creare un varco nelle mie difese. Un complimento che rende liquida la resistenza di ogni donna. Inutile dire che quelle parole mi sono rimaste cucite addosso. Da allora le porto con me come un vezzo, ed anche se non fossero vere, poco m’importerebbe perche’ voglio credere che lo siano.

A

Il bacio ha per me un significato erotico molto particolare. Persino psicologico: Freud lo considerava come un tentativo di ritornare alla sicurezza del seno materno. E’ infatti il primo gesto importante di fiducia, di confidenza, di disponibilita’ che concedo a qualcuno che mi attrae, e forse il fatto di poter riprovare uno dei primissimi piaceri dell’infanzia accresce la sensazione di intimita’, aiuta a lasciarmi andare, e mi provoca sempre un forte coinvolgimento.

B

Considero il bacio dunque, qualcosa di piu’ di un mero atto fisico: e’ un simbolo di complicita’, di condivisione, ed e’ cosi’ intimo che persino durante la mia ben nota esperienza, benche’ fossi assai disinvolta, se potevo, evitavo di farlo, attirando la loro attenzione su altre pratiche sessuali che dal punto di vista psicologico ed emotivo fossero meno pervasive. E’ cosa nota, infatti, che, piuttosto che baciare uno sconosciuto, magari neppure gradevole, le prostitute preferiscano tutto il resto. Perche’ un bacio non lo si lava via facilmente, neppure strofinando forte con lo spazzolino, ed il suo sapore resta dentro piu’ di qualsiasi altra cosa.

C

Comunque, non esiste un modo “giusto” di baciare, e l’unico modo per imparare e’ con la pratica e l’esperienza, cercando di lasciarsi andare il piu’ possibile, di chiudere gli occhi e di adattarsi ai ritmi dell’altro. Ma baciare bene non e’ proprio cosa che chiunque sa fare. Non tutti hanno una bocca adatta, labbra adatte, lingua adatta, denti adatti. Subito, ancor prima di avvicinarmi alle labbra di qualcuno, so gia’ se quel bacio mi piacera’. Un bacio per me non e’ mai un’avventura; e’, se mai, una conferma.

D

Labbra morbide e carnose aiutano, bei denti aiutano, una lingua vellutata aiuta, l’odore ed il sapore della saliva aiutano, ma cio’ che piu’ di ogni altra cosa aiuta e’ l’attrazione. Quando ci si bacia, soprattutto per la prima volta, si prova un’emozione intensa che mette in moto mille meccanismi. Il bacio e’ il formicolio dentro la pancia, e’ il morso che Eva e Adamo dettero alla mela o anche, per dirla alla Cyrano de Bergerac: “Un apostrofo rosa messo tra le parole t’amo”.

E

Se lasciamo stare pero’ l’aspetto poetico, dal punto di vista antropologico il bacio e’ diffuso quasi in ogni cultura umana. Secondo l'etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt, solo un decimo del genere umano non usa baciarsi, ma anche laddove non e’ d'uso cosi’ come lo conosciamo, comunque i partner soffiano l'uno sul volto dell'altro, oppure si leccano, succhiano o strofinano i loro volti durante i preliminari amorosi.

F

Ma cos’e’ che ci spinge realmente a desiderare di baciare qualcuno? Esiste una differenza in come gli uomini e le donne interpretano il bacio, in come lo gradiscono, nel significato che gli danno? E’ dimostrato che nel caso degli uomini, dipende soprattutto da quanto sono attratti dal volto dell’altra persona. Le fattezze fisiche, la gradevolezza dei tratti e la forma delle labbra influiscono molto sul desiderio maschile. Le donne, invece, sono piu’ attente ad altri particolari, come dei bei denti che sono indice di buona salute, oppure l’odore del respiro.

G

Esiste anche una differenza per quanto riguarda il modo in cui i due generi preferiscono baciare. Il maschio di solito desidera che il bacio sia irrorato con molta saliva e che ci sia un maggior contatto fra le lingue. Questa propensione ad assaggiare la saliva e a far vorticare le lingue, pare sia particolarmente accentuata in caso di partner nuove e diversamente dalle donne che ripongono nel bacio una particolare predilezione, per gli uomini l'atto del baciarsi diventa sempre meno importante man mano che il rapporto si consolida.

H

Secondo gli psicologi evoluzionisti, il bacio fornisce difatti informazioni importanti sulla qualita’ dell'incontro e sulla persona con la quale ci baciamo e dato che gli uomini non sono particolarmente dotati nel testare i sapori, poiche’ hanno una "ridotta percezione chimico-sensoria”, hanno necessita' di un bacio particolarmente "umido" e prolungato per poter decidere. Mentre le donne, gia’ con un breve contatto, riescono a stabilire la compatibilita’ del partner. E’ per questo motivo che i baci femminili sono meno umidi e piu’ brevi di durata.

I

Mi e’ difficile immaginare un incontro erotico senza baci, pero’ esiste anche molta gente, soprattutto uomini, che riesce benissimo a farne a meno. Durante le mie avventure, per lavoro, piacere o curiosita’, ho constatato che almeno un uomo su tre pare disinteressato al bacio, preferendo passare direttamente all’atto sessuale, ed anche per chi non disdegna questa pratica, il baciare perde d’importanza quando si passa dai preliminari al rapporto vero e proprio. Mentre con le donne, quasi tutte, e’ impossibile arrivare all’atto sessuale senza passare prima dal contatto labbra contro labbra, ed anche durante il rapporto il bacio continua a rivestire un’importanza fondamentale.

J

Forse e’ per tale motivo che le donne sono considerate piu’ sentimentali, ma si tratta solo di una diversa interpretazione che viene attribuita al bacio. Qualunque donna sarebbe infatti bloccata nel desiderio nel caso in cui il partner scelto non sapesse baciare.

K

Il bacio e’ dunque la piu’ grande forma di preliminare all’atto sessualeed anche se, come abbiamo detto, assume un valore differente fra gli uomini e le donne, rappresenta quasi sempre l'inizio, il proseguimento e il termine del contatto fisico tra due persone che si piacciono. Per questa ragione il suo potere non va mai sottovalutato.

L

Per quel che riguarda, invece, la mia bocca “disegnata per essere baciata”, che e' servita per iniziare il post, ho pensato che forse qualcuno avrebbe potuto essere curioso di sapere di quale genere di disegno stavo parlando, ed alla fine non ho saputo resistere. Sia chiaro che non rivelero’ mai la soluzione neanche se ci sara’ chi indovinera’.

M

domenica 10 aprile 2011

16
comments
La metafora del carciofo

Le foglie sono dure. Se le tocchi sembrano impenetrabili, quasi indistruttibili, e poi ci sono le spine, aggressive e pericolose. Il carciofo e’ una creatura intrattabile, antipatica, scostante, dall’aspetto ostile. Se gli sorridi, non ricambia il tuo sorriso. E’ come se ti avvisasse: "Vai via. Sono troppo tosto per te. Non puoi maneggiarmi senza farti del male".

Pero’ dovresti conoscerlo meglio.

Cosi’, inizi a sfogliarlo. Una foglia per volta, uno scudo difensivo dopo l'altro. Ed ogni volta che pensi di essere finalmente vicino al suo cuore, compaiono foglie sempre piu’ minacciose.
E’ come se ti dicesse: "Non serve a nulla. Stai perdendo tempo. Quello che vedi e’ l’unica cosa che riuscirai ad ottenere: solo foglie e spine. Pensa invece alla tua vita".

Pero’ dovresti conoscerlo meglio.

Cosi’ continui a rimuovere i rigidi strati di dolore, paura, dubbio, delusione, che il carciofo ha fatto crescere nel tempo per proteggersi da tutto cio’ che e’ falso e spietato. Le dita ti dolgono, la tua pazienza e’ al limite, ma hai troppa ostinazione, troppa passione per rinunciare. Perche’ sai che e’ l'unico modo per meritarti quello che verra’ dopo.

E infine, finalmente, te lo ritrovi tutto nudo fra le mani stanche ed incredule. Non piu’ spine, non piu’ foglie coriacee: solo un cuore tenero e gentile che chiede solo di essere mangiato. E’ come se t’implorasse: “Prendimi. Non voglio piu’ combattere. Con la fede che hai riposto in me hai guadagnato la mia capitolazione, ed io ho ottenuto la mia liberazione".

E cosi’ lo mangi. Gli mangi il cuore, ed il suo cuore fiorisce dentro di te. E ti senti cosi’ bene, con l’orgoglio dentro l’anima perche’, nonostante tutti i cuori di carciofo in scatola la’ fuori, gia’ puliti e pronti da mangiare, hai scelto di avere il tuo nel modo piu’ faticoso. E sei felice perche’, anche se il viaggio e’ stato lungo e difficile, alla fine ne valeva la pena.

E capisci che il carciofo e’ la metafora della tua vita. La metafora di te.

venerdì 8 aprile 2011

30
comments
Intervista con la Vampira

Quando suonarono alla porta, gia’ sapevo chi sarebbe entrato. Era l’inviato del piccolo giornale di provincia che, nella citta’ in cui abito, viene letto soprattutto per informarsi sulle date delle sagre in programma. Fino ad allora, nonostante fossi gia’ abbastanza nota come scrittrice di racconti erotici, non avevo ancora concesso un’intervista a nessuno.

Quando si parla d’erotismo, c’e’ un sacco di gente che subito pensa a mutandine di pizzo, reggiseni trasparenti, scarpe col tacco a spillo, calze, reggicalze, fruscii di seta, respiri e gemiti di piacere. Sono certa che a molti uomini gli diventi duro al solo immaginarlo ed una donna che descrive in modo disinibito membri maschili, parla d’orgasmi e clitoridi turgidi non e’ che s’incontri tanto facilmente. Di solito, molte sedicenti scrittrici alla fine si rivelano essere invero ometti che scrivono per masturbarsi essi stessi ed ai quali, se potessero, forse non dispiacerebbe indossare ogni tanto una guepiere. Ero percio’ convinta che quell’uomo fosse ben felice di essere riuscito finalmente a rintracciarmi coinvolgendomi in quell’intervista. Sapevo anche che non mi avrebbe fatto sconti e non avrebbe resistito a pormi le domande piu’ insidiose ed imbarazzanti.

Al direttore del giornale che mi aveva chiamata al telefono, avevo chiesto espressamente che m'inviasse qualcuno che non avesse in testa solo la fica e che non si concentrasse solo su domande pruriginose, che’ certe cose alla fine le consideravo persino noiose. Gli avevo anche fatto capire che non avrei disdegnato se si fosse trattato di un tipo carino, simpatico, possibilmente piacevole anche dal lato fisico. Sapevo che, avendo letto i miei racconti che parlavano di sesso, dove le eroine erano descritte come spregiudicate cacciatrici che catturavano le loro prede, quasi sempre uomini, per prima farli impazzire di piacere e poi condurli ad atroci sofferenze fisiche e psicologiche, pensasse a me come ad una gran porca, una ninfomane spregiudicata sempre in cerca di sesso. Inoltre, avevo anche la pessima nomea di essere una specie di amazzone vampira, una che divorava il cuore ed il cervello dei diversi amanti con cui giaceva. Mi divertiva questa immagine e mi solleticava l’idea che chiunque fosse venuto pensasse all’intervista come ad uno dei miei tanti stratagemmi per scoparmelo. Stavolta, magari, proprio un giornalista, perche' no?

Alla fine il direttore decise che ad intervistarmi sarebbe venuto proprio lui, di persona. Non era mica scemo il ragazzo! Ando’ ad aprirgli Viola, con la sua aria da brava ragazza eternamente prigioniera in un corpo da adolescente. Quando portava i capelli raccolti e in ordine, sembrava un personaggio uscito da "Mária évei"; non dimostrava per niente i suoi anni, ma pareva ne avesse piuttosto sedici o diciassette.

- Si accomodi. Mia sorella la sta aspettando.

Quando entro’ nella mia camera, era gia’ in agitazione. Si rese subito conto che quello non era l’antro dove alloggiava una vampira. Non c’erano ne’ bare ne’ pipistrelli e neppure il tipico arredamento gotico da castello di Vlad Dracul. Vidi subito che resto’ quasi deluso di trovarsi in una normalissima stanza di una normalissima casa abitata da una normalissima contadina. La prima cosa che disse mi fece sorridere.

- Santo cielo! Una che scrive di erotismo e non ha un letto a baldacchino! Ed ha anche una sorella che sembra appena uscita da un romanzo di Margit Kaffka! Che storia, che storia! C’e’ gia’ abbastanza materiale per un articolo!

La sua ironia, se era ironia, subito mi colpi’ e me lo rese simpatico. Cercai di tranquillizzarlo.

- Se e’ per questo, di sorelle ne ho venti, anche se non tutte giovani come Viola.

Ero seduta in poltrona. Avvolta da una lieve penombra. Dubito che appena entrato fosse riuscito a distinguere con chiarezza i miei lineamenti, pero’ bastarono pochi secondi e presto i suoi occhi si abituarono. Lo invitai ad accomodarsi nell’altra poltrona.

- Prego, si sieda. Dunque e’ qui per l’intervista…

- Gia’… -
disse continuando a guardarsi in giro forse alla ricerca di catene, gogne, tavoli di tortura, Vergini di Norimberga o quant’altro.

- Gradisce qualcosa? - domandai - Le posso offrire un bicchiere del nostro vino? Lo produciamo noi. Purtroppo, in casa non teniamo superalcolici.

- Come sarebbe? -
rispose sempre con aria sorpresa - E le orge come riuscite a farle? Si’, perche’ quando si scrive d'erotismo, come minimo si devono fare delle orge. Giusto? E cosa si beve nelle orge? Tisane?

- Ha indovinato. Le tisane sono davvero la nostra specialita’. Ne prepariamo di buonissime. Forse ne gradisce una per rilassarsi un po'?


Continuava a scrutarmi come se fosse la prima volta che vedeva una donna tranquillamente seduta in una poltrona. Forse mi aveva immaginata diversa. Non avevo un filo di trucco e come sempre, in casa, indossavo una semplicissima tuta da ginnastica. Di sicuro dovevo sembrargli meno sexy di un cactus.

- Sta pensando che sotto la tuta potrei essere nuda?

- Non saprei… a leggere i suoi racconti, sinceramente, credevo che preferisse indossare altro.

- E’ dunque stupito? Deluso? Qualcosa non va nel mio abbigliamento?

- Beh, veramente m’aspettavo di trovarla come minimo in baby doll e con le calze autoreggenti.

- Ah, le famose autoreggenti… scommetto che si eccita al solo nominarle, vero? -
sorrisi - Alcuni dei miei personaggi a volte le usano, ma solo in occasioni speciali.

- E lei… lei, le usa, lei, le calze autoreggenti?


Nel dirlo gli tremo’ la voce. Sorrisi ancora. Era addirittura comico.

- Perche’ no? Quando ho voglia di sedurre…

- Sedurre? -
lo sguardo gli s’illumino’ trapelando di speranza - Sedurre chi?

- Il mio fidanzato, ad esempio…


Ebbe un sussulto. Che una scrittrice di racconti erotici vivesse in una casa normale, non avesse un letto a baldacchino, indossasse una banalissima tuta da ginnastica, bevesse solo tisane ed avesse venti sorelle la cui piu’ giovane sembrava una collegiale d'altri tempi, aveva gia’ scosso le sue solide basi di maschio, ma che avesse anche un inopportuno fidanzato era davvero troppo. Cambio’ dunque argomento.

- Secondo lei cosa significa scrivere d’erotismo?

Mi rimboccai le maniche della giacca della tuta mostrandogli un po’ di pelle nuda, solo un lembo, quella dell’avambraccio. Non era certamente il massimo in quanto ad erotismo, ma ebbe l’occasione per ammirare la perfezione della mia depilazione. Neppure un pelo. Una cosa di cui andavo fiera ottenuta non con l’uso del rasoio, che’ io quell’aggeggio li’ lo detesto proprio, ma per mezzo delle famose creme depilatorie che produco da sola. Stava esaminando ogni centimetro quadrato di me e nella sua testa ero certa turbinassero pensieri sulle mie sorelle, sul mio ipotetico fidanzato e su tutto cio’ che andava inevitabilmente a cozzare con l’immagine che, secondo lui, doveva avere una scrittrice di racconti erotici sulla quale, peraltro, circolavano strane voci…

- Per me significa semplicemente scrivere qualcosa che mi piace. E l’erotismo mi piace. A lei no?

- Si’, ma alla fine sempre d’amplessi si tratta. I personaggi dei racconti sono sempre disponibili a far sesso, mai un mal di testa, mai un giramento di palle e le donne, quando sono vestite, indossano sempre indumenti di seta, scarpe col tacco a spillo, calze col reggicalze o autoreggenti, scopano su tappeti che non sono mai polverosi, oppure su tavoli che magicamente sono sempre dell’altezza giusta e non traballano mai, e se bevono, bevono sempre lo champagne giusto, quello con le bollicine perfettamente rotonde.

- Fermo, fermo, la vedo un po’ alterato. Si tranquillizzi. E' sicuro che non desidera quella tisana?

- No, no, grazie. Volevo solo terminare il mio ragionamento. Oltre a cio’ non succede mai niente di veramente interessante. Voglio dire: in pratica due o piu’ persone s’incontrano e scopano. Non c’e’ mai alcun tipo di storia dietro, nessun conflitto esistenziale, nessuna motivazione emotiva o sentimentale. Scopano come ricci e raggiungono orgasmi strepitosi, tutti insieme, quasi fossero orologi sincronizzati perfettamente sullo stesso meridiano. Se poi c’e’ di mezzo una casa, e’ sempre bellissima, arredata con un gusto bellissimo, e i vestiti sono bellissimi, le donne bellissime, gli uomini bellissimi: tutti fotomodelli da pubblicita’. Secondo lei una donna grassa e brutta ha diritto all’erotismo oppure e’ qualcosa di riservato solo ad un’elite di persone bellissime?

- Mi sta mettendo in imbarazzo... non credo di avere una risposta pronta. Dovrei pensarci.

- Mi scusi non volevo incalzarla...

- Forse e’ questo il motivo per cui l’erotismo restera’ sempre un genere di seconda categoria. Dopo "Emmanuelle" niente puo’ essere piu’ scritto senza che ci si debba ripetere nelle situazioni, e molti autori, nonostante aspirino a premi letterari, devono rassegnarsi ad essere eternamente secondi. Il genere erotico e’ simile a quello poliziesco: per quanto un racconto o un romanzo sia scritto bene, con stile ed eleganza, alla fine il canovaccio e’ sempre lo stesso e le trame, bene o male, si muovono all’interno di percorsi prestabiliti. Pero’…

- Pero’?

- Pero’ se c’infiliamo dentro ingredienti diversi, come ad esempio un po’ d’ironia oppure qualche aspetto di psicologia, puo’ diventare una lettura piacevole e, perche' no, anche divertente e educativa, non crede?

- Beh, si’, forse…

- Non penso che un buon racconto possa cambiare il mondo, pero’ a volte puo’ cambiare qualche persona, ed e’ gia’ qualcosa. Certo l’erotismo e’ un argomento che, anche se appare semplice, e’ uno dei piu’ difficili da trattare perche’ il rischio di sconfinare nel pornografico e’ assai alto, inoltre non si presta molto alle riflessioni profonde. Ma anche una goccia nel mare alla fine puo' assumere un significato ed un valore.

- Davvero la pensa cosi’? Ma lei legge mai le storie dei suoi colleghi?

- Quando capita le leggo e, in effetti, non e’ che ci sia da restarne entusiasti. Molti pensano che per scrivere qualcosa di erotico basti ispirarsi alla letteratura erotica che si trova in giro ed adeguarsi di conseguenza, cambiando ogni volta gli ingredienti come fossero i fattori di una moltiplicazione, ma dove alla fine si arriva sempre allo stesso risultato. Come ho detto, non e’ facile riproporre sempre lo stesso tema tentando di farlo apparire ogni volta diverso.

- Si’, certo, ma in ogni caso ci sono racconti scritti bene e racconti scritti male.

- La tecnica la s’impara con l'esercizio e soprattutto con l’umilta’. Bisogna accettare le critiche ed imparare da chi ne sa piu’ di noi senza credersi i migliori. Talvolta anche prendere spunto da altri, riscrivendo racconti che pensiamo scritti male, rielaborandoli secondo la propria sensibilita’, puo’ essere un ottimo esercizio per imparare a padroneggiare nell’uso delle parole. D’altronde, anche nel cinema esistono i remake senza che cio’ sia considerato plagio e nella musica, nella pittura e nella letteratura ci sono numerosi esempi di riproposizione del medesimo tema secondo stili differenti.

- C’e’ tanta confusione a riguardo. Spesso non sappiamo se considerare un racconto erotico oppure no. Tanti pensano che quando si parla di fiche, culi, tette e clitoridi allora deve per forza essere un racconto erotico.

- Se e’ per questo potrebbe anche essere un trattato di anatomia.

- Mi tolga una curiosita’: quanto, in cio’ che lei scrive, e’ autobiografico?

- Vuol sapere se sono una porca?


Si guardo’ intorno circospetto, temendo forse di veder sbucare qualche mia sorella o il mio fidanzato. Abbasso’ la voce.

- Si’, volevo sapere proprio questo. Era una domanda che dovevo assolutamente farle. L’ho in mente fin dall’inizio.

- Oscar Wilde ha scritto “Il ritratto di Dorian Gray” dove il protagonista commette degli efferati delitti, ma non mi risulta che l’autore fosse un omicida.

- Tanti scrivono di donne perfette, ambienti perfetti, situazioni perfette dove tutto succede al momento giusto, senza che ci sia alcuna sbavatura. Non trova che tutto cio’ sia un po’ inverosimile? In fondo la realta’ e’ completamente differente.

- Non posso negare che molti racconti siano inverosimili. Troppe volte chi scrive e’ convinto che per creare un’atmosfera erotica basti infilarci le famose calze autoreggenti. Pero’, come lei ben sa, “Nem a ruha teszi az embert”: non sono gli abiti che fanno il monaco.

- Senta, confessi, ma lei le indossa ogni tanto le calze autoreggenti?

- Ancora con questa domanda? Ma lei e’ ossessionato! Lo sa che a volte potrebbero essere addirittura piu’ erotici i collant? Dipende dalla situazione… cosa le verrebbe in mente se adesso le rivelassi che sotto i pantaloni di questa tuta porto dei vecchi collant un po’ rovinati, con qualche buco qua e la’, ma senza le mutandine?


Lo vidi arrossire. Iniziava ad avere caldo. Mi pareva quasi di leggergli nella mente: immaginava la situazione mentre m’infilava un dito in uno dei buchi degli ipotetici collant… magari un buco in corrispondenza dell’inguine.

- Secondo lei le donne li leggono i racconti erotici? Cioe’ quei racconti che, anche se scritti da donne, servono al maschio per...

- ...Per farsi le seghe?

- Mi legge nel pensiero?

- Non e’ difficile. Comunque, quando un racconto, qualsiasi racconto non solo erotico, apre uno spiraglio, uno squarcio di qualsiasi natura sul mondo ed offre una visione della realta’ diversa da quella che abbiamo sempre avuto, allora raggiunge lo scopo; a suo modo diventa un buon racconto anche se parla di cazzi, fiche, tette, culi, clitoridi e orgasmi. Percio’ credo che anche una donna lo possa apprezzare. Se invece si limita alla sola descrizione anatomica e di pratiche idraulico-meccaniche, allora e' chiaro che serve solo al maschio per farsi le seghe.

- Le femministe detestano la letteratura erotica…

- Questa se l’e’ inventata!

- Si’, lo so, ma puo’ essere verosimile?

- Che significa? E’ una fissazione come quella delle calze autoreggenti?

- Vede, abbiamo appena detto che nei racconti erotici esiste quell’elemento che potrebbe essere definito come “esposizione del corpo ad uso e consumo dell’autoerotismo maschile”. Forse ad una femminista, questa descrizione della donna che viene “usata”, puo’ non farle piacere.

- Esistono anche le situazioni invertite dove e’ la femmina che utilizza il maschio per il proprio piacere. Molti dei miei racconti si basano proprio su questa equiparazione fra il desiderio dell’uomo e quello della donna, in quanto molte delle mie protagoniste hanno spesso atteggiamenti che potrebbero essere equiparabili a quelli che normalmente, per cultura, sono attribuibili al sesso forte, cioe' a chi utilizza l
’altro per il proprio piacere e non accetta di essere utilizzato. Quasi un’inversione dei ruoli. Parlo della caccia, del concetto di preda, e di una sessualita’ svincolata dai sentimenti.

- Appunto…

- Appunto cosa?

- Ogni tanto mi piace dire appunto. Mi sembra molto intelligente... ma lasciamo stare. Senta, secondo lei l’erotismo e’ di destra o e' di sinistra?

- Dico, ma cosa sono queste perversioni? Lei e' un depravato, lo sa? Neppure io sono mai arrivata a tanto!

- Pero' e’ una cosa importante... dica la verita’: e’ o non e’ una bella domanda?

- A me sembra pura e semplice depravazione. Ad ogni modo, c’e’ sia un erotismo di destra che uno di sinistra. Ma lei cerca di farmi dire delle cose che non vorrei neanche pensare.

- La prego, mi spieghi…

- L’erotismo e' di destra quando nei racconti ci sono le calze autoreggenti rigorosamente in seta, non certo roba dozzinale che' il nylon e' adatto solo per i comunisti, dove si fa sesso in megagalattiche suite di hotel di lusso, oppure in party esclusivi sul genere di "Eyes Wide Shut", in case o castelli arredati da architetti di grido, dove le donne sotto le pellicce sono sempre nude ed a parte le autoreggenti indossano solo preziosi gioielli, mai bigiotteria da pochi soldi. Donne che sono esattamente come le vuole il maschio e se anche hanno un ruolo che a prima vista potrebbe sembrare dominante, in realta' alla fine sono sottomesse al desiderio di chi le usa per il proprio esclusivo piacere. Donne che godono sempre; mai una volta che l’uomo faccia cilecca e non le faccia arrivare all’orgasmo, e quando godono lo fanno non una ma diverse volte perche’ ovviamente sono tutte multiorgasmiche. Situazioni dunque dove ogni cosa e’ appunto perfetta, i tappeti non sono mai polverosi, i tavoli si trovano sempre all’altezza giusta per scopare, non traballano mai, e le bollicine nello champagne perfettamente rotonde. Ecco cio’ che credo sia di destra.

- E l’erotismo di sinistra, invece?

- E' molto raro ed e’ tutto l’opposto di quanto ho appena descritto. Sa cosa? A volte pare che gli uomini non abbiano ancora compreso come ragioniamo noi donne e non e’ solo questione di sapere o non sapere dove si trova con esattezza il punto G oppure se arriviamo all’orgasmo col clitoride o la vagina. E poi...

- E poi? La prego, continui...

- E poi l'erotismo maschile e' molto semplice. Quello femminile, invece, ha innumerevoli sfaccettature.

- Vuol dire che noi uomini abbiamo un’erezione, eiaculiamo, ed e’ finito tutto li’?

- Non dico che sia per tutti esattamente cosi’, ma generalmente e’ cosi’. Quindi per quanto esistano scrittori uomini che si sforzano di entrare nel nostro immaginario, dubito che ci riusciranno mai completamente. La loro concezione della donna e’ e resta quella che ha qualsiasi uomo, quindi e’ gia’ tanto trovare qualche scrittore che con umilta' riesce a trasmettere una visione abbastanza accurata del nostro immaginario erotico. La maggior parte, mi creda, potrebbe darsi all’ippica...

- Per caso si intende di ippica?

- No, ma il nonno di mio nonno era acrobata in un circo. Fra le altre cose eseguiva esercizi cavalcando cavalli in corsa. Mori’ rompendosi l’osso del collo quando la mia bisnonna era ancora in fasce.

- Mi spiace. Cioe’ no... ehm, volevo dire… io sono sposato.

- Ah, bene, e allora?

- Non so… con questa conversazione ho quasi l’impressione d’aver tradito mia moglie.

- Se e’ cosi’, significa che a lei ci vuole davvero poco per tradire...

- Si’, in effetti mi ci vuole davvero poco. Senta… non ha proprio niente di superalcolico da bere?

- No, le ho detto: qui beviamo solo tisane!

- D’accordo! Allora vada per una tisana. Ma… dica... sotto la tuta porta le autoreggenti oppure i collant col buco?


Decisi una volta per tutte di mostrargli cosa portavo sotto. Credo che in quel momento intui' perfettamente come facevo a procurarmi il materiale per scrivere i miei tanti racconti, ma non so quanto, alla fine, gli piacque davvero diventare il protagonista di uno di questi. In ogni caso, sono certa che riuscii a soddisfare ogni sua curiosita’, facendogli finalmente comprendere perche’ di me si diceva in giro cio’ che si diceva. Ma questa e’ un’altra storia.

domenica 3 aprile 2011

57
comments
Metro'

Ricordo bene l’odore di menta. Spiccava in mezzo ai tanti altri odori, di sudore, polvere, profumi da quattro soldi, inchiostro fresco di stampa di giornale, caffe’ bevuto in fretta al mattino, vestiti tenuti a lungo rinchiusi nell’armadio: gli odori della gente che affollava la metropolitana. Fuori cadeva una leggera pioggia, c’era quindi chi aveva con se' anche l’ombrello, che contribuiva ad aggiungere nell’aria persino quella sgradevole puzza di plastica bagnata.

Era un giorno in cui, a causa di uno sciopero dei taxi, i mezzi pubblici erano presi d’assalto. Perlopiu’ era l’ora di punta, per questo la linea era maggiormente affollata ed io mi trovavo accerchiata e pressata da decine di persone. L’odore di menta proveniva da dietro di me, dall’alito di un uomo che stava schiacciato sulla mia schiena. L’avevo appena intravisto prima di salire. Indossava una giacca chiara e non m’era sembrato un brutto tipo, anzi cosi’ di sfuggita mi era addirittura piaciuto, ma poi, costretta nella morsa della gente, avevo dovuto dargli le spalle ritrovandomelo addosso, appiccicato a causa della gran calca o probabilmente anche per altro.

Quale donna non si e’ mai trovata in una situazione del genere? Qualche molestatore da mezzo pubblico l’avevo gia’ incontrato in vita mia, e sempre avevo risolto il problema scostandomi e togliendomi dall’impiccio in modo discreto e senza far troppe scenate, ma in quel frangente non lo feci. Forse il fatto che quel tipo non mi fosse dispiaciuto fisicamente aveva contribuito a farmi accettare quella situazione, percio’ la sua invadenza, invece di crearmi agitazione come avrebbe dovuto, non mi dava assolutamente fastidio. Anzi…

Stavo in piedi nell’angolo anteriore destro del vagone, con la spalla sinistra appoggiata alla parete ed il finestrino davanti agli occhi. Alla mia destra e tutta intorno, la moltitudine di persone immerse nei propri pensieri, impegnate a chiacchierare, a leggere il giornale, ad ascoltare musica dagli iPod. Tutti quanti accerchiati come me, mentre la vettura procedeva incurante dei problemi della gente verso la sua destinazione, fermandosi ad ogni stazione dove, per un inspiegabile fenomeno, erano sempre piu’ le persone che entravano di quelle che uscivano, aggravando cosi’ la situazione e rendendo lo spazio sempre piu’ ristretto.

Alle spalle, addossato a me, avevo il mio ipotetico molestatore che mi chiudeva nella morsa. Forse avrei dovuto togliermi da li’. Dopotutto era una situazione claustrofobica, insostenibile, ma per qualche motivo che non sapevo spiegarmi trovavo la circostanza assai eccitante. Ci muovevamo all’unisono, io e lui, assecondando i movimenti del treno, e mi piaceva quel farmi cullare dalle oscillazioni provocate dalle curve, dai rallentamenti, dalle accelerazioni. Era una sensazione strana. Cercai di coglierla lasciandomi avvolgere da quel bozzolo d'inconsistenza che stimolava i miei sensi ed il mio desiderio di conoscere.

Sono una tipa strana ed ho un metodo tutto mio per soddisfare quell’ineffabile curiosita’ che ho sempre avuto fin da giovanissima. Ho sempre pensato, infatti, che per comprendere davvero qualcosa la si deve prima esaminare, sviscerare, catalogare… e, se possibile, la si deve vivere sulla propria pelle. Ripensai alle altre occasioni in cui, in autobus, in metro’, oppure al cinema, m’ero trovata accanto qualcuno che aveva tentato di toccarmi con la tipica tecnica della mano morta, e come ogni volta mi fossi rifiutata di subire quell’oltraggio, togliendomi dall’imbarazzante situazione cambiando di posto.

Per un istante immaginai cosa sarebbe accaduto se, invece di scappare, mi fossi prestata al gioco di quelle persone. Una cosa del genere non l’avevo mai fatta. Dopotutto cosa mai avrebbe potuto accadermi di tanto grave? Al massimo, sarei stata toccata da uno sconosciuto, come altre mille volte mi era accaduto per lavoro o per semplice diletto. Decisi che se quel tizio ci avesse provato, stavolta non mi sarei scansata. Fra tutti era sicuramente il palpeggiatore meno orribile che avrebbe potuto capitarmi. La sua sarebbe stata una mano senza volto, un tocco dal nulla, e quando mi fossi stancata del gioco, non avrei dovuto far altro che scendere alla stazione successiva.

Portavo dei jeans molto attillati ed una maglietta corta che lasciava scoperta la striscia di pelle compresa fra la cintola e l'ombelico. Sopra, indossavo un giacchino leggero ed impermeabile, adatto per quella giornata in cui, sebbene piovesse, faceva abbastanza caldo. Tenevo la mano destra sulla borsa a tracolla che, quando viaggio su un mezzo pubblico, mi porto sempre sul davanti per proteggerla, mentre con la mano sinistra mi tenevo ad una maniglia per non perdere l’equilibrio, ma era solo un’abitudine, qualcosa di assolutamente inutile, poiche’ anche se avessi voluto non avrei mai potuto cadere per mancanza di spazio.

L’uomo aveva la bocca poco dietro la mia nuca. I capelli umidi di pioggia, raccolti in una grossa treccia che avevo portato davanti, non impedivano al suo alito di raggiungermi. Lo spostamento dell’aria provocato dal suo respiro, come un soffio, mi sfiorava i lobi delle orecchie e mi faceva venire dei piccoli brividi mentre, sempre piu’, sentivo che col corpo si appoggiava sulla mia schiena. Pero’ non mi sarei voltata a guardarlo; temevo che se lo avessi fatto avrei rotto il surreale incantesimo di quel momento. In fondo mi piaceva. Sentivo una strana eccitazione arrivarmi nelle gambe e nella pancia, ed anche quei brividi provocati dal suo respiro sul mio collo contribuivano a farmi venire in mente strane idee. Sapevo che mancavano ancora molte fermate alla mia destinazione, perciò non dovevo preoccuparmi di avvicinarmi all’uscita. In sottofondo, il rumore dei motori elettrici si fondeva con il frastuono della gente, ma per me, assorta in quei pensieri, tutto cio’ era come silenzio.

Chiusi gli occhi immaginando intorno il vuoto, come se tutto fosse scomparso: luci, odori, suoni, persone non esistevano piu’. C’era solo lui e la sua fragranza di menta. Immaginavo la sua mano sul mio fianco, ed il contatto delle sue dita con la mia pelle, ma lui non si decideva ad andare oltre. Oppure non era un molestatore come avevo creduto, ma era semplicemente li’, imbottigliato come me in una scomoda posizione e forse le mie immaginazioni non erano altro che un film che avevo da sola creato nella mia mente.

"Quando le cose che si desiderano non accadono, allora si deve fare in modo di farle accadere". Ho sempre fatto cosi’, e’ sempre stata la mia filosofia e poche, rare, volte le cose che ho desiderato non sono accadute. Avevo un margine di soli pochi centimetri da sfruttare: mi spostai all’indietro, appena un po’, aumentando cosi’ il contatto tra il mio corpo ed il suo. Pensai che fosse quello il segnale che attendeva, ma non accadde nulla a parte la sua sorpresa che riuscii chiaramente a percepire.

A pensarci bene, forse non si aspettava quella mia mossa. Quale molestatore o non molestatore si attenderebbe mai un comportamento del genere da una qualsiasi ragazza che viaggia in metro’? Non ero mica sul set di un film porno. Magari avevo esagerato un po', pero' capivo che non era rimasto insensibile a quel mio tacito invito; con il sedere riuscivo a sentire perfettamente la durezza del suo membro e questo non faceva altro che aumentare la mia eccitazione. "Se le cose non accadono alla prima, allora si deve insistere", altra carta vincente della mia filosofia. Mi spostai indietro anche con la schiena, sperando che intuisse una volta per tutte le mie intenzioni, e che non fosse troppo timido. E cosi’ fu.

Da principio, titubante, in modo quasi impercettibile, con la mano sinistra, quella nascosta fra i nostri corpi e la parete, si appoggio’ al mio fianco. Resto’ li’ per pochi secondi, esitante, ancora indeciso, probabilmente temendo di aver male interpretato ed attendendo una mia reazione, ma la mia calma e quella finta indifferenza che mostravo mentre continuavo a tenere la faccia orientata in avanti come se niente fosse, lo rassicurarono. Cosi’, prendendo coraggio, con la punta delle dita inizio’ ad accarezzarmi piano la pelle nuda e vedendo che non mostravo alcun fastidio, ma che anzi continuavo a tenere il mio corpo sempre piu' aderente al suo, lentamente sposto’ il tocco verso la parte anteriore del fianco, per poi scendere verso l’inguine, aprendo a ventaglio la mano sul ventre.

Era calda. Con il pollice mi sfiorava l’ombelico ed il mignolo arrivava proprio li’, dove iniziavo a sentire quella piacevole sensazione di desiderio da soddisfare. Il solo pensiero di quella situazione bastava a farmi sprigionare fluidi di piacere nelle mutandine, ed i brividi dal collo iniziarono a propagarsi ovunque dentro di me: di dietro giu’ per la schiena fino all’osso sacro e davanti, passandomi sopra ai capezzoli, giu’ fin dentro la pancia, dove le mie farfalle avevano gia’ iniziato a battere le ali. Forse emisi un piccolo gemito, non lo ricordo, di sicuro pero’ col corpo gli comunicai che poteva continuare.

Era una circostanza nella quale non mi ero mai trovata, magari anche troppo estrema, ma questo non faceva altro che far affluire ancor piu’ l’adrenalina, provocandomi quell'incredibile e stupenda sensazione che sempre provo quando mi trovo di fronte a situazioni nuove ed inattese. Non so se lui riuscisse ad intuire i motivi per i quali avevo deciso di starci, oppure se pensasse di aver incontrato una mezza matta, una ninfomane che amava farsi toccare da chiunque sui mezzi pubblici, ma sinceramente non m’importava. In quel momento ero totalmente concentrata su ogni pensiero, ogni emozione, ogni sensazione che provavo. Nonostante il luogo fosse pieno di gente, nessuno poteva vederci. Ero solo io, totalmente rapita dalla sua mano. Avevo voglia di farmi toccare da quello sconosciuto, avevo voglia di godere li’, davanti a tutti, senza che nessuno se ne accorgesse, ma forse l’aspetto piu’ perverso di tutto e’ che pensavo a come sarebbe stato intrigante il momento in cui lo avrei raccontato.

Sono fatta cosi’: curiosa innanzi tutto ed amo le sfide. Mi piace provare, sperimentare, rischiare, perche’ ho sete di conoscere e credo che sia solo con l’esperienza diretta che si possa arrivare a comprendere veramente il funzionamento delle cose. Come si possono descrivere i fatti della vita senza che li abbiamo mai provati? Come si possono descrivere, il dolore, il piacere, la gioia, la tristezza, l’amore, l’odio senza averli mai conosciuti? Il caldo e il freddo, il dolce e l'amaro, la luce e l’oscurita’ restano parole senza alcun significato se i nostri sensi non hanno provato entrambe le condizioni. Per questo motivo, prima di dare forma ai miei racconti, fissandoli su carta oppure in una pagina web, voglio poterli vivere, voglio provare sulla mia pelle quelle sensazioni che andro’ a descrivere. Cosi’, ogni volta che li rileggero', sara’ come se ritornassi li’, in quel preciso istante.

Lui mi accarezzava, piano, quasi fosse un massaggio, con movimenti circolari e discendenti. Tentando di arrivare a toccarmi nel mio posto piu’ privato, provo’ a sganciarmi il bottone dei jeans, ma io glielo impedii. Gli presi la mano e lentamente, senza una parola, gliela spostai piu’ giu’, facendogli capire dove avrebbe dovuto concentrarsi. Per alleviare un po’ il desiderio che aveva di accarezzarmi almeno in parte senza che ci fossero i jeans di mezzo, mi abbassai la zip cosicche’ potesse, con la punta delle dita, sfiorare la mia pelle, giocare con la stoffa delle mutandine e sentire l’umido del mio piacere, ma non gli riusci’ tanto facile. Infatti, sebbene la cerniera lampo tirata giu’ creasse un piccolo spazio in cui poteva introdursi, non era abbastanza ampio ed era difficile per lui toccarmi cosi’ come avrebbe voluto, entrandomi nella fessura con le dita. Pero’, anche se anch’io provavo il suo stesso desiderio ed avrei gradito farmi esplorare dentro, non potevo concedergli di piu’. La situazione era gia’ di per se’ fin troppo spinta, eccessiva, e non volevo rischiare che qualcuno alla fine si accorgesse di quelle nostre manovre. Era meglio che tutto restasse in superficie, almeno in apparenza. In ogni caso, cercavo di agevolarlo, ma non potevo aprirmi come avrebbe voluto, quindi doveva arrangiarsi a toccarmi in quel modo, sfiorandomi un po’ dentro ed un po’ sopra i jeans, premendo nei punti giusti.

Tenevo ancora gli occhi chiusi e immagino avessi anche le labbra semiaperte; dicono che mi capita sempre cosi’ quando sono concentrata sul piacere. Mi capita anche di sentire il bisogno di stringere i pugni, e di solito afferro forte qualcosa che trovo vicino: puo’ essere un cuscino, il lembo di un lenzuolo, i capelli del mio eventuale partner. In quel momento non avevo niente a disposizione se non la maniglia per sorreggersi e la borsa. Afferrai con forza entrambe le cose.

La sua mano era li’ e non si fermava. Cercavo di restare immobile, mentre col bacino avrei voluto assecondare il movimento della sua mano che faceva pressione proprio nel punto dove andava a concentrarsi tutto quanto il mio piacere. Sentivo la clitoride gonfia che mi supplicava, e l’odore del mio sesso che iniziava a mescolarsi a quello della menta ed agli altri mille odori contenuti in quello spazio pieno di gente. Anche lui era eccitato; con la schiena riuscivo a sentire chiaramente la sua erezione arrivata al limite estremo dalla quale, pero’, non avrei potuto liberarlo, ma che ero certa, finito tutto, avrebbe pensato ad alleviare da solo dentro alla prima toilette.

Mi guardavo intorno con la coda dell’occhio; tutto sembrava normale. Nessuno trovava insolito che due persone stessero strette in quella posizione, che forse era diventata un po’ troppo intima, ma nessuno sapeva che eravamo due estranei. Nel frattempo lui, con abilita’, alternava pressione, carezze e pause, modificando il ritmo quasi seguendo i movimenti, i sussulti e la velocita’ del treno. Ci sapeva fare. Le sue dita erano dei perfetti strumenti di piacere ed anche io mi aiutavo contraendo i muscoli interni, per accelerare il sopraggiungere dell’orgasmo che sentivo vicinissimo. L’eccitazione era cresciuta talmente che avevo le mutandine completamente bagnate; pensai che, anch’io come lui, finito tutto, come prima cosa sarei andata a cercarmi una toilette, ma per lavarmi.

Non ricordo quanto sia durato quel gioco, forse una decina di minuti, anche se a me pareva molto di piu’. Da quando era iniziato non avevo piu' fatto attenzione alle fermate, e non sapevo piu’ dove avrei dovuto scendere. Ormai avevo completamente perso la cognizione del tempo e dello spazio. L’unica cosa che sentivo era quella mano che si era impadronita di me. Volevo solo godere, arrivare presto all’orgasmo, ma dovevo farlo senza dare nell’occhio, senza farlo capire e cio’ sarebbe stata forse la parte piu’ difficile di tutto quanto perche’ io non sono di certo una di quelle che riescono a venire in silenzio. Lui, invece, sembrava non pensarci. Aveva intuito dal modo in cui ormai mi muovevo e stringevo la sua mano tra le gambe che stavo per venire e, senza un minimo di pieta’, intensificando la pressione, aumento’ la velocita’.

Malgrado credessi di non esserne capace, quando esplosi riuscii con uno sforzo ad ingoiare il mio gemito di piacere. Lo buttai giu’ nello stomaco, ma qualcosa, anche se flebile, comunque usci’. Forse qualcuno intorno se ne accorse, forse no, ma in quel momento poco m’importava. Sentii spremermi tutta, mentre il ventre ed il sesso si contraevano di piacere. Fu lungo e intenso, diverso da ogni altro orgasmo avessi mai provato. Lui rimase un po’ li’, continuando a massaggiarmi anche se ormai, ad orgasmo finito, il suo tocco era piu’ fastidioso che piacevole. Fu allora che le porte della vettura si aprirono. In una frazione di secondo riconquistai tutta quanta la mia lucidita’, mi tirai su la zip e spingendo con violenza le persone da parte per aprirmi la strada, scesi di corsa appena in tempo prima che le porte mi si chiudessero alle spalle. Non mi girai mentre il treno riprese la sua corsa.

La gente scesa con me si diresse a grandi passi verso le uscite. Nessuna giacca chiara; di quell’uomo nessuna traccia. Fortunatamente non mi aveva seguita. Non sapevo dove ero. Mi girava la testa e sedetti un attimo su una delle panchine a riposare. Avevo il cuore che batteva a velocita’ supersonica: dovevo smaltire l’adrenalina ed anche gli effetti postumi dell’orgasmo. Mi veniva da ridere ripensando a quello che avevo fatto: mi ero masturbata in metropolitana con la mano di un uomo sconosciuto. Dopo tutto che male c’era? Ne avevo fatte di ben peggiori nella mia vita. Attesi ancora qualche minuto e quando il respiro mi torno’ regolare, mi avviai anch’io all’uscita, una qualsiasi, non importava quale. Quella giornata me la sarei presa comunque libera.

Misura la forza della tua Password

Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

Web Statistics