domenica 27 febbraio 2011

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Come pesci in un acquario

Baud mi ha scritto: "Oggi la stragrande maggioranza delle persone sono diventate come delle piccole isole, o meglio dei piccoli sommergibili a tenuta stagna. Dentro hanno pensieri, concetti, modi di essere cristallizzati ben presto nella loro vita."

Non e’ semplice trovare una spiegazione a questo fenomeno. Oltretutto, credo anche che cio’ che potrebbe emergere dalle mie parole rischierebbe di non essere gradito a chi vive di antiche glorie culturali, convinto che bastino le vestigia di un passato che fu per sentirsi a posto con la propria coscienza, sicuro di poter vivere di rendita su quanto accumulato dai suoi antenati, cosi’ da essere immune a quel richiamo che da piu’ parti del mondo inizia a farsi sentire sempre piu’ forte. Un richiamo che, per essere sentito, occorre che la membrana che ci avvolge venga spezzata, e dal bozzolo dell'individualismo si liberi infine una farfalla.

I popoli e le culture, come tutte le cose, evolvono. Ma allo stesso modo possono involvere, regredendo talvolta a livelli ancor piu’ infimi di quelli iniziali. I fattori che stimolano l'evoluzione, ma anche la regressione culturale di un popolo, sono molteplici ed io non sono la piu’ adatta per elencarli, pero’ so che cambiano in base all’epoca storica, in base alle nuove scoperte tecnologiche, ed in base a come e quanto si diffondono le idee. La nascita di nuove idee, quindi di cambiamenti profondi in grado di innescare un rinascimento culturale, e’ strettamente collegata alla facilita’ ed alla liberta’ con cui quelle stesse idee vengono diffuse, poiche' viene a crearsi uno di quelli che vengono definiti circoli virtuosi. Mentre l’imbarbarimento, al contrario, nasce da un circolo vizioso originato dal fermo rifiuto di ascoltare cio’ che giunge dall’esterno e dalla chiusura nell’individualismo senza freni. Dunque da una visione della realta’ in cui tutto cio’ che e’ estraneo alla nostra persona, ai nostri bisogni ed ai nostri piccoli pensieri, non ci riguarda piu’ e s’inizia a considerare tutto il resto come qualcosa di ostile.

Oggi assistiamo ad un fenomeno che era impensabile sol anche un paio di mesi fa. La velocita’, con la quale stanno avvenendo certi cambiamenti nel mondo arabo, e’ sorprendente e questo rigurgito di democrazia e di liberta' non possono non spingerci a chiederci perche’ certi popoli finora considerati piu’ arretrati dal punto di vista culturale, civile e persino morale, per via di quell’oscurantismo religioso a cui il mondo islamico e’ stato sottomesso negli ultimi secoli, si stanno svegliando con una forza ed una determinazione mai vista, mentre gli altri, i colti, i civili, gli eredi dell’Illuminismo, della democrazia e della tanto decantata liberta’ occidentale sembrano invece sempre piu’ immersi nel sonno della rassegnazione.

C’e’ da dire che nel mondo arabo, come in generale in tutti i paesi emergenti, i giovani rappresentano la maggioranza della popolazione, e la gioventu’, con il suo entusiasmo e la sua voglia di ribellione, e’ senza dubbio una delle energie principali che spingono al cambiamento. E’ grazie a questi giovani che, infatti, le idee iniziano a circolare sempre piu' libere, ed e’ grazie a questi giovani che sempre piu’ gente inizia a vedere quello che non era mai riuscita a vedere prima o di cui, forse, si era dimenticata. Oggi gli sguardi di questi popoli sul futuro si spingono ben oltre l'orizzonte imposto da coloro che fino ad oggi li hanno dominati. Un orizzonte che, invece, laddove si vive ormai un tramonto culturale, non si riesce piu' a distinguere.

Quindi, mentre il mondo degli altri, quello fuori del proprio bozzolo, che oggi e’ sempre piu’ a sud e ad oriente, si rischiara di una luce tutta nuova che fa presagire un’alba, l’orizzonte di chi ha scelto di restare chiuso dentro la propria grettezza diventa sempre piu’ buio. E’ questo l'inizio di un oscurantismo che pian piano, se non verra’ posto rimedio, rendera’ le persone completamente cieche e le precipitera’ in un mondo sempre meno libero, sempre piu’ intriso di pregiudizi, ipocrisie, e false convinzioni dove, al di la’ dei confini del proprio individualismo, ci sara’ solo il vuoto.

I primi segni di quanto sto dicendo, si notano soprattutto nella limitatezza con la quale sempre piu’ gente affronta le discussioni. Il modo di ragionare, il chiudersi sempre piu’ nelle proprie certezze, in quella camera stagna di cui Neelps parla, e’ solo una spia che la cultura non sta procedendo verso un nuovo Rinascimento, ma verso un nuovo Medio Evo, ed il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non lo capisca, oppure se ne freghi, dimostra quanto ormai il virus dell’ignoranza abbia invaso l’organismo. Ed il virus dell’ignoranza e’ un parassita che fagocita la parte migliore di ogni persona, moltiplicandosi finche’ non e’ riuscito a distorcere ed opprimere qualsiasi cosa libera, bella o creativa in grado di sfuggire all’ipocrita superficialita’. E’ un parassita non ammette alcuna luce e ovunque riesce a risplendere la liberta’, la creativita’ e la bellezza lui e’ li’ a lanciare ondate di ostilita’ e di risentimento, a promuovere la menzogna al ruolo di verita’ e a soffocare ogni verita’ sotto il tallone della mediocrita’.

E cosi’, con la minaccia, l’aggressione, la demagogia, la ciarlataneria, il doppiogiochismo, pian piano anche quelli che ancora oggi possono pensare, o sono convinti di poterlo fare, per comodita’, per pigrizia o per conformismo, inizieranno a fingere; a fingere di non vedere la realta’ e si rinchiuderanno anche loro nella grettezza. Fin quando tutti diverrano dei ladri. Ladri di vita e di liberta’, ladri di idee, ladri di cultura, ladri di luce, perdendo la loro identita’ di persone e trasformandosi in imbecilli.

E’ solo dall’esterno che si puo’ osservare un acquario e vederne i limiti. I pesci che sono dentro non sanno di esserne prigionieri, e vivono non avendo cognizione che fuori dal loro piccolo spazio esiste un intero mondo con fiumi, laghi ed anche un mare immenso dove poter nuotare. E gli imbecilli restano chiusi in eterno nel loro bozzolo di individualismo come pesci in un acquario.

mercoledì 23 febbraio 2011

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Voglio essere Chiara

Rabbah, l'amica da Bucarest, mi ha scritto: “Per te Klara, che ami dormire da sola, credo che un libro sia l'unico "amante" che tollereresti accanto sul cuscino quando ti addormenti e l'unico che potrebbe farti sognare."

Mi piacerebbe capire da dov’e’ che e’ nata questa "leggenda" per cui amerei dormire da sola e non tollererei alcun amante se non un libro. Forse c’e’ stato qualcosa di sbagliato nel mio modo di comunicare e questo non mi piace affatto, perche’ “chiara”, oltre che il nome che mi sono scelta per il web, e’ anche quello che da sempre cerco di essere. Sono infatti convinta che i grandi cambiamenti, le grandi rivoluzioni culturali inizino dalle piccole cose, dai nostri comportamenti individuali e credo che solo con la chiarezza, quindi con l’eliminazione dell’ermetismo e dei doppi sensi, l’abolizione di un'eccessiva verbosita' e con il rifiuto di quel machiavellismo di cui troppe persone oggi fanno uso, sia possibile dar vita ad un diverso modo di comunicare in cui trovino sempre piu’ spazio le persone corrette, quelle dotate di onesta’ intellettuale, e non i furbi e gli azzeccagarbugli che con le parole imbrogliano le carte e rigirano ogni frittata.

Il mio insuccesso nel comunicare, dunque, mi preoccupa non poco e mi fa riflettere su quale sia stato il mio errore. L’essere fraintesa da parte di chi mi legge, lo ravviso anche in alcune critiche che mi vengono fatte (ad esempio) quando scrivo della mia scelta d’indipendenza, del non volermi legare sentimentalmente a nessuno, del rifiuto a subordinarmi a qualsiasi tipo di dipendenza, finanche all’amore e, soprattutto, quando accenno al progetto nel quale sono impegnata da alcuni anni insieme alle mie sorelle nella citta’ invisibile.

Mi si accusa di essere algida, cinica, e persino di mostrare un profondo "odio" nei confronti del genere maschile che alcuni “esperti di psicologia improvvisati”, dei tanti che popolano il web, attribuirebbero a presunti traumi che avrei subito nell’adolescenza, oppure a cocenti delusioni amorose che alimenterebbero in me desideri di vendetta. E solo perche' avrei scelto di escludere gli uomini dalla mia casa, solo da quella, in quanto piu’ di una volta ho confessato che altrove, lontano da casa mia, non mi faccio mancare nulla.

In ogni caso, questa critica ricorrente che sempre di piu’ di frequente mi arriva, persino da persone che pensavo avessero capito le ragioni del mio agire, mi convince che, nonostante i tanti bei discorsi sulla parita' dei diritti fra uomini e donne e sul rispetto delle liberta' individuali dei quali tanti si riempiono la bocca, in realta’ sia ancora fortemente radicata la convinzione che una donna (salvo che non sia una suora) non abbia il diritto di scegliere di restare da sola, di non avere accanto un maschio che la controlli, la “protegga” e - perche’ nulla vada sprecato - se la scopi, cosi’ da farle avere, volente o nolente, quello che secondo una cultura prettamente maschilista le e’ dovuto: la convinzione di essere la costola di Adamo e dover dipendere sempre e comunque da un uomo.

Ho provato molte volte a rovesciare questa situazione che fin da ragazzina ho sempre ritenuto assurda ed iniqua, ponendo la donna nella posizione che oggi nella societa’ ha l’uomo ed imponendo all’uomo quella della donna. Per queste mie provocazioni sono stata derisa ed accusata di ogni genere di nefandezze, persino d’essere lesbica (c’e’ gente che crede, infatti, che l’omosessualita’ sia una nefandezza), quindi di essere sbagliata; perche’ “una donna deve fare la donna e l’uomo deve fare l’uomo”.

Poi, non contenta, dalla provocazione sono passata ai fatti, fino a farlo diventare uno stile di vita che mi ha accompagnata per lungo tempo. Facendo la prostituta, mi era abbastanza semplice far ingoiare agli uomini la mia indipendenza, economica, morale e sessuale. Non ero la costola di Adamo, non dovevo niente a nessuno e nessuno doveva niente a me. Ciononostante, quel mio stile di vita non era gradito, perche’ contrariamente a quanto si attendevano, sebbene andassi contro ogni regola, nessuno riusciva a farmene provare vergogna. Per tale motivo, se avessero potuto, molti, me l’avrebbero tolta volentieri quella mia indipendenza, ma nessuno poteva farci niente ed io mi nutrivo di essa e la usavo come strumento di potere, rete nella quale intrappolavo le mie vittime. Adesso posso dire di aver graffiato piu’ di un cuore; qualcuno l’ho lacerato, lo so, e ripensandoci oggi mi dispiace perche’ non e’ quello il segno che avrei voluto lasciare in chi, bene o male, mi ha accompagnata per alcuni tratti del mio viaggio.

E’ stato quando ho scelto di abbandonare quella vita che ho capito che, in fondo, recitare la parte della mantide, della “dongiovanni” femmina, l’aver invertito i ruoli e l’essermi trasformata nei comportamenti in un uomo col corpo di donna, non mi aveva donato la pace che volevo, ne’ rappresentava la soluzione all’inquietudine che sempre piu’ crescente sentivo dentro di me. Un malessere originato dalla mia reale natura di donna. Da li’ a capire che non si afferma la propria femminilita’ scimmiottando gli uomini e non si conquista l’indipendenza andando contro la propria natura, il passo e’ stato breve. Cosi’, quella frase che avevo piu’ volte sentito e che avevo sempre detestato, “una donna deve fare la donna e l’uomo deve fare l’uomo", ha pian piano iniziato ad avere un senso. Un senso tutto mio.

Oggi vivo in una dimensione molto diversa. Non mi prostituisco piu’ per denaro e neppure in cambio di mille promesse d’amore. Molte cose sono cambiate, molta vita e’ trascorsa, molte sono state le esperienze, piacevoli, dolorose, interessanti, insignificanti, ma che comunque hanno modificato il mio modo di immaginare l’esistenza. Quindi, forse adesso ci sara’ chi si stupira’ di quanto sto per rivelare, ma anch’io, come ogni donna sento il bisogno di un partner. Non sono fatta di materia inerme. Che si tratti, poi, di un uomo oppure di una donna questo dipende esclusivamente dalla sessualita’ che mi affiora al momento che, se non sono stata troppo ermetica finora, credo sia ormai abbastanza chiara. Percio’, quando mi capita la persona giusta, maschio o femmina che sia, non la disdegno. Anzi, diversamente da quello che molta gente puo’ pensare, gradisco moltissimo gli uomini. Su questo punto non ho alcun dubbio. Soprattutto, mi piace la sensazione di bisogno che ho di loro. Un bisogno che amo nutrire dentro di me il piu’ a lungo possibile, ma che credo anche di saper suscitare in chi scelgo come compagno d’avventura.

Sono orgogliosa di questa mia capacita’. E’ per me una sensazione bellissima, sia provare il desiderio per un uomo, sia sapere di suscitare il desiderio in lui, ma tra sentirne il bisogno ed esserne dipendente c’e’ un abisso. Se si tratta di soddisfare questo mio bisogno lo accetto, anzi e’ una cosa che voglio fortemente e ci sono uomini che sono adattissimi a questo scopo, ma se si tratta di diventarne dipendente, di restare attaccata ad un uomo accettando di essere una sua appendice, un accessorio della sua sessualita’, un oggetto per il suo sollazzo, per riempire quel posto che lui assegna alla donna come complemento alla sua vita, allora non ci sto ed arrivo a soffocare dentro di me ogni istinto che potrebbe trascinarmi in fondo all’abisso incatenata a quella dipendenza. Perche’ il desiderio ed il bisogno, si basano sulla fiducia che ho in me stessa e nell’eventuale relazione che puo’ nascere, mentre la dipendenza nasce solo da una profonda mancanza di autostima.

L’immagine che ho dunque di me con un uomo e’ quella di due identita’ ben separate che percorrono insieme un tratto della vita, lungo o breve che sia questo non ha importanza, ma per tutto il tempo ci si deve tenere per mano, con complicita’ ma anche sfidandoci, cercando di motivarci e sostenerci a vicenda, essendo uguali nei diritti e nei doveri, pero’ restando differenti, io nella mia femminilita’ e lui nella sua mascolinita’. E nel momento in cui la stretta si allenta, e s’inizia a considerare la possibilita’ di cercare altre mani a cui tenersi, oppure si sente il bisogno di voler camminare senza piu’ nessuno accanto, quando cioe’ arriva il momento di lasciarsi ed andare ognuno per la propria strada, non ci devono essere lacerazioni e crisi d’astinenza tipiche di chi, invece, sente che senza l’altro non e’ piu’ in grado di poter vivere una propria vita, autonoma, libera ed indipendente.

Non so, dunque, se la mia decisione di escludere gli uomini dalla mia casa possa essere considerato un comportamento misandrico, un peccato mortale passibile della piu’ dura condanna da parte di tutto il genere maschile, pero’ vi confesso di aver tentato piu’ volte a vivere un’esperienza che mi facesse ricredere. Ma forse per sfortuna, forse per altro, ho sempre trovato chi alla fine non ha mai rispettato quella mia immagine di relazione. Iniziavano con belle parole, animati da una sincera convinzione che le cose potessero funzionare, ma alla fine giungevano tutti quanti immancabilmente al traguardo, rivelando cio’ che la loro natura maschile imponeva.

Purtroppo, ci si ritrova sempre a dover fare i conti con la fiaba della rana e lo scorpione. Percio' e' gia' da molto tempo che ho deciso che prima di traghettare uno scorpione dall’altra parte del fiume, pretendo che si tagli via il pungiglione o, almeno, che si adatti a sopportare la mia dura corazza.

domenica 20 febbraio 2011

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Leggere e' come farsi baciare

Due sono stati i motivi che in questi giorni mi hanno tenuta lontana dal Blog, o almeno non mi hanno permesso di trovare il tempo per scrivere con la consueta cadenza di sempre. Il primo si chiama Joumana Haddad. Di lei ho letto l’ultimo libro, “Ho ucciso Shahrazad”, un’autobiografia intrisa di poesia nella quale si percepisce una forza ed un'energia che avevo gia’ imparato ad apprezzare anche nei suoi precedenti lavori. Il tutto impregnato della sua passionalita' esotica, del suo essere araba e dell’essere cresciuta in un Libano devastato dalla guerra e dall’intolleranza religiosa.

Una donna, dunque, che descrive come da sempre sia sottoposta a giudizi e pregiudizi. Criticata dall’occidente perche’ ritenuta incapace di emanciparsi a causa di una cultura retrograda e antifemminile, e criticata dal suo stesso popolo in quanto considerata troppo libera e con uno stile di vita eccessivamente spregiudicato. Una donna con la quale credo di avere in comune molte affinita’, non solo il colore dei capelli.


Ogni suo libro, quando ne esce uno nuovo, mi prende completamente ed assorbe tutto il tempo libero che ho a disposizione; non ho pace fin quando non l’ho terminato. Questo di cui vi sto parlando l’ho letto in tre giorni e, come faccio di solito quando non c’e’ una vera e propria trama, ma si tratta di composizioni di momenti di vita e sensazioni simili a fotografie, l’ho sfogliato senza partire dall’inizio, in modo casuale, non seguendo l’ordine progressivo delle pagine, ma soffermandomi di volta in volta su quei capoversi che m’interessavano di piu’.

Non so se esista un altro modo per leggere libri di questo genere, pero' per me non ne esiste uno diverso, e quando arrivo alla fine, che poi non coincide mai con l’ultima pagina, torno a ricercare quei passaggi che piu’ mi avevano colpita, e li rileggo piu’ volte, fino ad impararli a memoria.

Quello che piu’ mi e’ rimasto impresso e’ la dedica, una poesia in quarta pagina, subito dopo il titolo e appena prima della prefazione. E’ cio’ che ho letto per ultimo e che, secondo me, racchiude tutta quanta la sostanza del libro: quella femminilita’ tipica dell’autrice ma che accomuna ogni donna.

A mia figlia
Quella che potrei avere / non avere mai.
Attesa, inaspettata,
voluta, bramata,
sognata, stretta tra le braccia
fatta di speranza, fatta di carne
vera, inverosimile
con mille nomi
ma sempre senza nome
nata,
non nata
amata nelle sue due foreste.

Il secondo motivo, invece, e’ un uomo e si chiama Daniel Glattauer. Chi non lo avesse mai sentito nominare meriterebbe di essere cacciato via da questo blog e dal web in generale. Glattauer e’ l’autore di “Le ho mai raccontato del vento del Nord”, che descrive la bizzarra - ma non tanto inusuale - relazione fra una donna ed un uomo, Emmi e Leo. Una storia che nasce per una email inviata per errore, e che viene raccontata riportando soltanto la corrispondenza fra i due protagonisti.


Quando s’inizia a leggerlo se ne resta catturati; soprattutto se ci si riconosce nelle dinamiche descritte che oltre a far tornare a mente episodi che in parte, forse, potremmo aver vissuto, fanno riflettere anche su come una relazione fra due persone che non giungono mai ad incontrarsi, possa essere addirittura piu’ intensa di una basata sulla conoscenza fisica. Quello che ho appena finito di divorare, pero’, e’ il secondo libro, “La settima onda”, il seguito della storia della quale ovviamente, anche se ne avrei una voglia matta, non rivelero’ il finale per non togliere la sorpresa a chi desiderasse leggerlo.

Di Glattauer riporto una bella frase con la quale l’autore condensa l’intera storia: “Scrivere e’ come baciare, solo senza labbra”. Mi e’ parso un paragone molto azzeccato. Oltretutto, se scrivere e’ come baciare, allora leggere e' come farsi baciare.

Ci fu una volta chi mi disse che le mie labbra erano disegnate apposta per baciare. Non so se fosse la verita’ oppure solo un modo per assaggiarne il sapore lusingandomi, ma di quel complimento ne ho sempre fatto un simbolo, un pretesto su cui ho basato gran parte di quella sensualita' necessaria per esprimere la mia personalita'. E forse e’ anche per tale motivo che oggi scrivo e leggo cosi’ tanto.

martedì 15 febbraio 2011

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Il risveglio

Saranno le donne a cambiare il mondo. Cosi’ era scritto, ma gli uomini lo hanno cancellato. Saranno le donne a rendere piu’ equa, giusta e solidale l’esistenza di ogni essere umano, e doneranno nuova linfa a questo pianeta martoriato dall’avidita’ e dalla bramosia del potere. Da Nord a Sud, da Oriente a Occidente, altezzose principesse, umili tzigane, ricche, povere, giovani, vecchie, belle, meno belle, le donne, tutte, un giorno si risveglieranno dal torpore, e ciascuna a suo modo si riappropriera’ di quella Dignita' che le era stata consegnata insieme al Destino e alla Vita.


Sono una donna

Nessuno puo’ immaginare
Quel che dico quando me ne sto in silenzio
Chi vedo quando chiudo gli occhi
Come vengo sospinta quando vengo sospinta
Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno , nessuno sa
Quando ho fame quando parto
Quando cammino e quando mi perdo,
E nessuno sa che per me andare e’ ritornare
e ritornare e’ indietreggiare,
che la mia debolezza e’ una maschera
E la mia forza e’ una maschera,
E che quel che seguira’ e’ una tempesta.

Credono di sapere
Ed io glielo lascio credere
E avvengo.


Hanno costruito per me una gabbia
Affinche’ la mia liberta’ fosse una loro concessione
E ringraziassi e obbedissi
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
Sono libera nella vittoria e nella sconfitta
La mia prigione e’ la mia volonta’!
La chiave della prigione e’ la loro lingua
Ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
E il mio desiderio non possono mai domarlo.
Sono una donna.

Credono che la mia liberta’ sia loro proprieta’
Ed io glielo lascio credere
E avvengo.

(Joumana Haddad)

giovedì 10 febbraio 2011

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Senza uomini

Ancora una volta ho capito perche’ nella citta’ invisibile non vogliamo uomini. Perche' ogni maschio che si presenta alla porta possa al massimo entrare in cucina e non gli sia consentito di stazionare per piu’ di una decina di minuti. Ho capito questo, ed ho capito anche che questa decisione di negarci a chi non e’ in grado di comprendere il nostro mondo e’ la cosa piu’ assennata che tutte insieme abbiamo concordato. E’ una regola non scritta che osserviamo perche’ sappiamo bene che infrangerla significherebbe frantumare la struttura su cui si basa il nostro progetto, la nostra utopia, e di li’ a poco rischieremmo di veder crollare quello che abbiamo cosi’ faticosamente edificato. Non abbiamo alcun bisogno di chi viene qua a rompere l'equilibrio che ci e' necessario per andare avanti e gli uomini, soprattutto alcuni, sembrano nati apposta per farlo.

Ci sono quelli che agiscono solo per dividerci, e nel conflitto, poi, ci sguazzano. Sono uomini cattivi, anche se a vederli sembrano l’opposto, ed e’ proprio sull’immagine ingannevole con la quale si presentano che basano la loro strategia convinti che sia connaturata una rivalita’ femminile che nessuna donna riesce a reprimere. Cosi’, sapendola gestire questa rivalita’, possono arrivare, appoggiandosi un po’ qua e un po’ la’, una volta all’una e una volta all’altra, secondo le circostanze e le convenienze, ad inserirsi nelle contese da loro stessi create, in modo da poter assumere un ruolo dominante o quanto meno per indebolirci. Questi sono gli uomini peggiori.

Poi, ci sono quelli che si credono i galli nel pollaio. Costoro non accettano che le pollastrelle possano avere un cervello autonomo ed indipendente, e che decidano tranquillamente del loro destino facendo a meno di ogni presenza maschile. E’ un concetto, quello della donna non incatenata ad un uomo, che non riescono proprio a sopportare. Si riconoscono subito per i loro atteggiamenti da tacchini gonfiati, da uomini che non devono chiedere mai, ma che anche non concedono mai. Sono abituati a non attendere il loro turno, qualunque sia la fila che ci sia da fare. Eppure, nella citta’ invisibile, fare la fila e’ necessario. E’ una questione di domanda e di offerta, ed anche di qualita’ del prodotto. Questi sono gli uomini piu’ fastidiosi.

Ci sono anche quelli che credono di sapere tutto. I maestri di vita che, se non sanno proprio tutto, lo stesso sono convinti che quello che dicono, anche l’assurdita’ piu’ ridicola, fosse persino che la terra e’ piatta, deve essere presa in considerazione e idolatrata in quanto frutto del loro divino pensiero. Sono quelli che se si dice “nero”, per loro e’ sempre bianco, e se si afferma, termometro alla mano, che la temperatura e’ di trentacinque gradi centigradi, per loro e’ lo zero assoluto. Ovviamente non hanno bisogno di controllare il termometro perche’ la verita’ risiede esclusivamente nel loro divino pensiero. Per costoro, aver ragione su ogni possibile argomento che riguardi lo scibile umano ha una valenza quasi vitale, poiche' e’ su cio’ che misurano la loro virilita’. Questi sono gli uomini piu’ patetici.

Potrei continuare; di tempo ne avrei per descrivere il perche’ qui non li vogliamo, perche’ abbiamo deciso di tenerli fuori, perche’ preferiamo fare a meno della loro infestante presenza ben sapendo che, facendo cosi’, respingiamo anche chi colpe non ne ha, chi potrebbe essere totalmente diverso, chi saprebbe forse darci un valido supporto e persino amarci con sincerita’. Ma il rischio di sbagliare ed di inoculare il virus della discordia e’ troppo alto ed allora, ancora una volta, ho capito che facciamo bene a sputarli fuori senza appello e senza sentirci menomate nella capacita’ di provare emozioni come alcuni di loro vorrebbero farci credere. Tanto, se si tratta solo di provare emozioni, sensazioni, piacere, orgasmi, tutto puo' essere fatto fuori da qui, come quando si ha voglia di un gelato.

Se non ci lasciamo raggirare dalla vaghezza delle parole inutili specchietti per le allodole imbecilli, presto riusciamo ad avere la prova della loro malafede, della loro inconcludenza ed anche della loro scarsa capacita’ di comprendere il nostro mondo fatto di sensibilita’, dolcezza, intelligenza, complicita’, pazienza, umilta’. Dobbiamo renderci conto che non e’ la prima impressione quella che conta, che molti, troppi non sono come si mostrano all’inizio e, di solito, alla fine arriva inevitabile la cocente delusione.

Perche’ la pulsione che domina questi uomini e’ sempre la stessa: salvaguardare ad ogni costo il proprio ego. E cosi’ arrivano ad assumere atteggiamenti di superiorita’, paternalistici; ci chiamano “piccola”, “tesoro”, “amore mio”, come per dire: “Affidati a me, bambolina, che’ ne ho di esperienza”. Lo fanno per dimostrare di avere il cazzo, che poi per molti e’ cio’ che veramente conta, e che col cazzo possono fare tutto. Ed infatti e' proprio col cazzo che fanno tutto...

E in tutta questa ordalia di narcisismo, perde di significato quello che, invece, per chi volesse davvero entrare nella nostra citta’ invisibile, e' indispensabile: il rispetto per le donne.

lunedì 7 febbraio 2011

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Il Collezionista - Revised

Proseguendo con la rivisitazione di racconti scritti qualche anno fa, ne propongo qui un altro attorno al quale, ricordo, ci fu molta discussione. La storia tratta di un incontro fra una escort, ancora giovane ma ormai stanca del lavoro ed intimamente desiderosa di iniziare una diversa vita ed un cliente, l’ultimo, che le fornira’ il punto da cui partire per intraprendere il nuovo viaggio. Una storia che vorrei dedicare a mia sorella Alexia arrivata, anche lei, alla decisione di considerare terminata la sua avventura ed alla quale auguro tanta fortuna e felicita’. Il racconto e’ stato sfoltito dai tanti barocchismi verbali che ero solita usare qualche tempo fa, e perche’ rappresentasse maggiormente un momento di vita ormai lontano, ne ho cambiato il tempo dal presente in cui era scritto nella prima versione, al passato dell’attuale.
Spero che, com'e’ avvenuto anche con la “Tredicesima Fatica”, la lettura risulti piu’ fluida e piacevole, e magari dia modo di ridiscutere adesso, dopo quasi quattro anni, di un argomento che ritengo faccia parte della vita di ogni ragazza che ha vissuto l'esperienza di escort: e’ giusto darsi un limite di tempo per smettere? E se si smette, quali sono i motivi per i quali si potrebbe ricominciare?
Insieme a “Il Collezionista”, ripropongo, sempre in versione riveduta e corretta, anche quello che e’ considerato l'epilogo, cioe’ “La Foto e l’Anima”, che in qualche modo e’ collegato al racconto principale, anche se non propriamente attinente al tema.


Il Collezionista

Niente male… veramente niente male!” Quando lo vidi arrivare, non riuscivo a credere che potesse essere lui.

- Felice di conoscerti. Adesso però fai uscire dal nascondiglio chi ti ha mandato in avanscoperta.

La mia battuta lo colse di sorpresa. Per un attimo restò sbigottito. Il suo volto privo di rughe non mostrava i segni dell’età’ che mi aveva detto di avere. Non era ciò che mi sarei attesa da un quarantasettenne e non sembrava il solito “cummenda” come tanti ne incontravo, allergico alla palestra e con pochi capelli. Lui, invece, non dimostrava più di quaranta anni; bell’uomo, occhi espressivi, mani curatissime, fisico asciutto ed in forma come piace a me. E poi, era abbastanza alto per non sfigurarmi accanto, ché quando porto i tacchi metto in soggezione anche chi basso non è. Non era Viggo Mortensen, ma considerata la media dei clienti che incontravo, potevo ritenerlo nel complesso uno dei migliori. Sempre che fosse lui il cliente, poiché non ne ero ancora sicura.

- Di chi parli? – disse guardandosi in giro.

- Quello di quarantasette anni… il tizio col quale avrei un appuntamento. Digli di uscire fuori. Sono certa che ci sta osservando da dietro qualche angolo.

- Ma cosa stai dicendo? Ci sono solo io qui. E’ con me che hai l’appuntamento.

- Vuoi dirmi che sei stato tu a chiamarmi? – continuai sgranando gli occhi – Sei davvero tu?

Sapere che mi ero sbagliata mi dava un leggero senso d’euforia, ma anche di sgomento. La tecnica che usavo per adulare i clienti divenne all’istante inutile. “Tu non hai bisogno di andare con le escort chissà quante donne avrai”. Lo dicevo a tutti quelli che incontravo, ma lui non aveva bisogno che lo rassicurassi. Ero certa che le occasioni non gli mancassero… salvo che non avesse avuto qualche problema nascosto, ma dato che ci avrei fatto anche il dopocena, avrei avuto l’occasione per verificarlo.

Con l’auto ci dirigemmo verso il centro. Mentre guidava, lo osservavo in silenzio. Mi parlava di sé ripetendomi cose già accennate nelle email che avevamo scambiato: libero, senza figli e in viaggio per lavoro. Soprattutto, curioso di conoscere la escort di cui tanto si parlava. La “mitica” come qualcuno mi aveva denominata in giro per i siti che trattavano l’argomento.

- Ah, dunque sei un collezionista. E... a che punto della collezione sei arrivato? Ti manca ancora molto a completarla?

- Un collezionista… - ci pensò un po’ – Sì, forse lo sono. Non ci vedo niente di male a collezionare cose belle. C’è chi colleziona fotografie, che poi non sono altro che attimi rubati alla vita di altri, e chi, invece, come me colleziona emozioni.

- E che te ne fai? – chiesi incuriosita.

- Le ripongo qui – si toccò la tempia con l’indice – nel mio album personale; attimi che un giorno potrò ricordare…

- Interessante… un album nella testa oppure nell’hard disk di un computer. Immagini… sensazioni… momenti… tutto passato allo scanner ed archiviato in un luogo sicuro che, quando vorrai, potrai andare a ripescare. E quante donne ci sono adesso nel tuo hard disk?

Erano molte, lo intuivo, ma quella domanda mi uscì come per dirgli “avrai di sicuro una collezione notevole, ma ti manco io”.

- Non mi sono spiegato – proseguì invece lui ignorando la sfida – veramente non colleziono donne, escort o incontri; colleziono emozioni, sensazioni, momenti di vita. I miei! Esattamente come fossero fotografie. Tu non sei… cioè, non sarai l’ennesima donna o escort della mia collezione; non è questo che cerco. Pago per conoscerti, ma è solo un preludio. Se lascerai in me sensazioni o emozioni che meriteranno di essere ricordate allora le riporrò nel mio album e le riguarderò quando e se ne avrò voglia, ed il fatto che tu sia la più cara di Milano è stato un motivo per sceglierti. Ti sembra strano? Per caso ti senti offesa?

- Assolutamente no. Solo che mi sento un po’ in imbarazzo. Voglio dire… questa è la prima volta che mi capita di essere... insomma, non so come spiegarlo, ma stimola la mia vanità; sento di avere un ruolo importante in questa tua… ehm…fotografia. Pensavi di fotografarmi dopo cena?

- Non devi offenderti, ma è giusto che tu sappia che se non ci sarà un’emozione da fotografare prima, non ci sarà neppure un dopocena”.


In fin dei conti ogni cliente paga per quello che più lo intriga. Ne avevo incontrati tanti e dalle esigenze più diverse. C’era chi non diceva una parola per tutta la sera e poi s’infilava nel letto senza togliersi neppure le calze, come se l’unica cosa che lo interessasse fosse il farlo il più in fretta possibile; oppure chi non si eccitava se prima non lo trattavo come una "pezza da piedi". Quindi, se lui voleva passare la serata fotografando le sue emozioni, perché avrei dovuto aver qualcosa in contrario? Una volta ricevuti i soldi potevo diventare tutto ciò che voleva: la sua puttana, la sua amica, la sua psicanalista, la sua padrona, la sua modella o, se lo desiderava, anche una comparsa nelle sue fotografie. Ero lì per fare il mio lavoro e per farlo bene. In ogni caso, però, anche se mi avesse pagata moltissimo, non sarei stata la sua schiava, giacché sottomettermi a qualcuno, ancorché per finta, era l’unica cosa che non avrei mai accettato di fare.

Se si fosse trattato di un cliente qualsiasi, come altri che normalmente incontravo, sarei stata quasi soddisfatta di poter incassare i suoi soldi senza aver l’obbligo di seguirlo poi in una camera di un hotel. Anzi, se si fosse trattato di un cliente maleducato e irrispettoso avrei fatto di tutto per non dargli quell’emozione che voleva; così, finita la cena, avrei potuto tornarmene tranquillamente a casa lasciandolo a bocca asciutta. Quando voglio so anche essere odiosa. Ma chissà per quale motivo, sapere che con lui il dopocena era in forse e sarebbe dipeso da come sarebbe andata la cena, stranamente m’infastidiva.

Parcheggiammo nei pressi di San Babila. Prima di scendere dall’auto, tirò fuori una busta e me la consegnò. Era il mio cachet per la serata.

- Questo è quanto hai richiesto per la cena e per la notte. In ogni caso, in qualunque modo prosegua la serata, questo incontro sarà unico e non ti richiamerò mai più. Non colleziono pezzi doppi!

Riposi la busta nella pochette e c’incamminiamo verso il ristorante. Lui era silenzioso ed io pure, ma non mi sentivo a disagio nello stargli accanto come invece mi accadeva quando passeggiavo con altri uomini, troppo spesso disarmonici rispetto a me e con i quali era evidente il mestiere che facevo. Oltre a ciò la sua presenza mi dava un senso di protezione. Sarà stato il modo che aveva di muoversi e di guardarmi, ma accanto a lui mi sentivo bene. Aveva occhi splendidi ed una bocca che avrei voluto mordere.

"Regola numero uno: la escort che si lascia catturare dalle emozioni, di sicuro comprometterà il rapporto con il cliente in modo irreparabile. Quindi, ogni emozione va bloccata sul nascere e contrastata con tutte le forze fino alla sua completa eliminazione. Se ciò non fosse possibile, deve inventarsi una scusa qualsiasi ed andarsene”.

Ripensavo a questa regola, reminescenza di un’esperienza vissuta in un paese lontano, mentre da Montenapoleone svoltavamo in S.Andrea. Era una bella serata di settembre e non c’era fretta. Passeggiare con lui era anche un’occasione per conoscerlo meglio; dal modo di camminare si capisce molto della personalità di qualcuno ed osservando di fronte a quali vetrine si ferma è possibile intuire un po’ i suoi gusti. Sì, adesso, dopo tanto tempo, lo posso confessare: ero intrigata da quell’uomo. Non accadeva spesso che mi sentissi in quel modo. L’ultima volta che era capitato, si era trattato di un incontro al di fuori del lavoro. Forse avrei dovuto restituirgli i soldi e fuggire via con una scusa come stabiliva la regola numero uno, ma non riuscii a farlo.

Arrivati dove Via S.Andrea incrocia Via della Spiga, ci fermammo. Un giorno in quel luogo ci sarebbe stato un negozio di Prada, ma in quel tempo c’era ancora il ristorante dove conducevo i clienti che mi pregavano di scegliere un buon posto per la cena. Entrammo ed il Maître mi accolse come sempre con il consueto “buonasera signora Schiller”.

Schiller ovviamente non era il mio nome. Era quello con il quale nei ristoranti e negli hotel che frequentavo per lavoro mi conoscevano, ed in più aveva un che di mitteleuropeo che ben si attagliava al mio accento esotico. Ci accomodammo al tavolo. Sentivo che stava per accadere qualcosa ed io non volevo, non volevo, non volevo…


Le poltrone in pelle nera ben legavano con l’ambiente e con la boiserie in noce, e la luce, tenuta bassa ma rafforzata da quella delle candele sui tavoli, creava un’atmosfera intima ed intrigante. Perfetta per incontri di quel tipo.

Gli uomini che erano in libera uscita e pagavano per incontrarmi amavano trascorrere la serata illudendosi di avere ciò che normalmente a loro mancava: romanticismo... sesso… o anche tutti e due. Lui aveva detto di non avere legami sentimentali, ma poteva aver mentito. Lo facevano in molti; quasi tutti. Volevano forse apparire più interessanti nella speranza che la devochka fosse più disponibile ad accettare le loro avances e concedesse loro qualcosa in più rispetto al consueto menù. Quante volte mi ero trovata di fronte allo sguardo di chi mi scrutava nel tentativo di arrivare a sfiorare la mia anima…

Ma quale anima? L’anima di una escort?

Ci sono circostanze in cui pare che l’uomo viva nutrendosi di sogni, incessantemente proteso a desiderare tutto ciò che non è vero e reale. Per un’illusione è disposto a pagare cifre da capogiro, persino a soffrire, e tanto più una donna lo inganna, tanto più la desidera. Ma forse anche gli uomini si atteggiano allo stesso modo, mostrando di sé tutto fuorché quello che realmente sono. Con una escort però possono recitare la loro parte senza correre rischi. Pagano per non fare brutte figure, per non ricevere delusioni, e la devochka è lì proprio per renderli protagonisti dei loro sogni.

Era così che, chi cercava di sedurmi, alla fine credeva veramente di aver toccato la mia anima non sapendo, invece, che dentro di me c’era il vuoto quando, lo vedevo spaziare con lo sguardo nel profondo delle mie iridi colorate dalle lenti a contatto, cercando invano qualcosa che non avrebbe mai trovato.

Regola numero due: la escort non deve mai mostrare i suoi occhi perché possono rivelare le sue emozioni. "Gli occhi sono lo specchio dell'anima". Forse si tratta solo di un luogo comune, ma in ogni caso è sempre meglio non rischiare”.

Per questo a casa avevo una collezione di lenti colorate. Gli occhi chiari mi permettono, infatti, di soprammetterci qualsiasi altro colore senza che si noti troppo. Le lenti erano necessarie perché creavano fra me ed il cliente una specie di schermo, come se portassi una maschera che mi isolava da lui. Ma quella sera provavo disagio. Lui non mi guardava cercando di catturare la mia anima come facevano gli altri. Anzi, avvertivo che rispettava quella parte di me che gli tenevo preclusa.

Il suo comportamento era perfetto ed anche la conversazione era interessante. Gli argomenti che proponeva creavano in me autentica voglia di seguirlo. Non m’interrogava come se fossi stata un fenomeno da baraccone o una disturbata con gravi problemi esistenziali oppure con ataviche turbe infantili, e questo m’incoraggiava ad aprirmi più di quanto fossi capace, anche se dentro di me temevo mi sarei pentita di ciò che gli stavo dicendo. Ma in quel momento non m’importava. L’atmosfera era pervasa da messaggi subliminali che arrivavano diretti dove non avrebbero mai dovuto arrivare, ed alcuni mi permearono il cuore così intensamente che ad un tratto mi scese una lacrima.


"Regola numero tre: per nessuna ragione la escort deve mostrarsi debole perché ciò potrebbe portare il cliente ad approfittarsi di lei, inducendola a prendere decisioni o a compiere atti dei quali potrebbe pentirsi. Se questo avviene, deve immediatamente porre fine all’incontro accampando una scusa banale e, tornata a casa, farsi una doccia fredda per schiarirsi le idee”.

- Scusami un attimo…

Senza dire altro mi alzai ed andai in bagno. Non fu per fare il solito controllo dei soldi nella busta. I miei pensieri erano altrove. Le sue parole mi frullavano dentro come una girandola. Mi guardai allo specchio ed asciugai le lacrime, ma non bastò. Gli occhi mi bruciavano così tanto che dovetti togliermi le lenti.

Quando tornai al tavolo mi sentivo nuda. Stavo infrangendo ogni regola ed ancora non avevo chiesto al Maître di chiamare un taxi per farmi portare a casa. Ma perché rimanevo? Perché non fuggivo? Mi chiesi se in fondo non fossi inconsapevolmente un po’ masochista. Lui mi fissava con dolcezza mentre tentavo di distogliere lo sguardo, ma non riuscivo. I miei occhi erano catturati dai suoi come il ferro dalla calamita.

- Belli! Veramente notevoli. Mi chiedevo perché ti ostinassi a nasconderli dietro a delle lenti che di fronte a tuoi gioielli valgono meno di semplice bigiotteria. Però posso immaginare il motivo…

Mi sforzai di mantenere la mia solita spavalderia, ma la voce mi tradì e capii che con lui era un'impresa vana.

- Mi piace cambiare spesso il look. Ho dovuto toglierle perché mi bruciano gli occhi. Adesso sono un po’ rossi, ma passerà.

- Magari anche il nome con il quale ti presenti è una questione di “look” che ti piace cambiare, e scommetto che quello vero è assai più bello.

Regola numero quattro: il nome, quello vero, è l’ultimo baluardo che protegge dal baratro. Sebbene un nome valga l’altro, ed una escort esperta debba essere capace di far sembrare qualsiasi nome inventato come vero, colei che rivela il suo vero nome si mette completamente a nudo di fronte al cliente, e crea i presupposti per un futuro non felice”.

Nonostante tutte le regole, gli rivelai il mio nome vero, spogliandomi così dell’ultimo velo che ancora mi restava. Stranamente non provai vergogna e neppure fastidio. Provai invece un incredibile senso di libertà, come quando sulla spiaggia mi libero dei vestiti e corro nuda fino al mare, e poi mi tuffo nell’acqua.

- E’ ancor più bello di quanto immaginassi – disse ripetendolo due volte – ha un suono magico, quasi ipnotico. Non l’ho mai sentito prima. Forse sei l'unica che lo porta.

- Sinceramente non lo so. So che quando è stato coniato dalle donne della mia famiglia, l’importante era che contenesse le lettere magiche che mi avrebbero dato la felicità, la saggezza, la salute e la fortuna.

Confidandogli anche quel segreto mi accorsi che, non avendo più veli da togliermi, avevo iniziato a strapparmi via di dosso l’intimità come se fosse stata la pelle. Continuai a farlo fino a quando a quell’uomo sarebbe bastato schioccare le dita per avere quello che pochi altri avevano avuto. Se lui lo avesse desiderato… se lui mi avesse voluta.

- Allora, hai deciso per il dopocena oppure sono troppo noiosa e malinconica per essere meritevole di entrare a far parte delle tue emozioni da collezionare? – chiesi con un tono di voce che rivelò tutta la mia apprensione.

Prima di rispondermi lasciò trascorrere qualche secondo. Un brivido sottile mi pervase. Avrei voluto che in silenzio m’abbracciasse e mi portasse via con sé. Invece mi prese la mano. Esitò combattuto, poi emise il verdetto.

- Collezionerò questa fotografia, ma in un modo diverso da quello che mi aspettavo. Se adesso ti portassi a letto per soldi come altri hanno fatto e come anch’io ho fatto con altre donne, dentro di me resterebbe un ricordo, forse quello di un orgasmo o forse anche di altro. Chi può dirlo? Una notte che sarebbe presto dimenticata… oppure impossibile da dimenticare; talmente impossibile da desiderarla ancora mille altre volte. Se ti dimenticassi non mi spaventerebbe; desiderarti ancora invece sì! Perciò, preferisco salvare quest’attimo così com’è adesso, con tutto ciò che mi hai donato. Lo conserverò con cura insieme ai tuoi occhi ed al tuo nome come il pezzo più prezioso della mia collezione.

Dentro al taxi che mi portava verso casa pensavo che il giorno dopo il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Sarebbero cadute le certezze ed i simboli di un’epoca che non sarebbe più esistita e forse un giorno, quando mi sarei ricordata di quell’emozione, di quella fotografia di un attimo, l’avrei prelevata dalla collezione gelosamente custodita nell’hard disk della mia mente, e l’avrei riesaminata col senno di poi.




La foto e l’anima

Era un pomeriggio di sole. Soffiava un leggero vento da est ed il cielo, sgombro da nubi, era quello di un giorno di agosto fra i più caldi degli ultimi anni.

- Sbrigati, ma quanto ci metti?

Avevo fatto tardi a prepararmi. Indossai in fretta un vestito leggero e sbracciato color blu che aveva un grazioso disegno provenzale, a fiorellini bianchi. L’avevo acquistato per due soldi al mercato in città. Non era di grande qualità, ma era comodo; lungo fino alle ginocchia, con una fila di bottoni sul davanti che lo rendeva forse un po' austero, ma lasciava aperti due spacchi laterali dai quali potevo mostrare le gambe che non sono mai state il mio punto debole. Ai piedi un paio di sandali bassi senza tacchi e con la suola di gomma per poter camminare comodamente sui ciottoli e sull’erba.

Una pettinata veloce. I capelli mi cadevano sciolti fin sotto le scapole e, come al solito quando ero a casa, facevo a meno di truccarmi. Preferivo lasciare il mio volto libero di respirare l’aria leggera delle colline intrise del profumo dell’uva che stava maturando in una fase d’invaiatura particolarmente precoce.

- Eccomi, arrivo subito… metto gli orecchini e scendo!

Non mi separo mai dai miei orecchini. Ogni giorno li tolgo e li detergo con una soluzione che profuma di gelsomino, cosicché siano sempre perfettamente puliti. Si tratta tre anelli di media grandezza: due all’orecchio destro ed uno al sinistro, ma a volte li inverto a seconda del mio stato d’animo, tanto che è possibile capire il mio umore proprio da come li porto. Sono un dono di Nagyanya, regalati il giorno in cui ho compiuto i sedici anni. Sono antichi e magici. Mama mi ha raccontato che Nagyanya li aveva ricevuti da sua nagyanya, che a sua volta li aveva ricevuti da sua nagyanya, e così via indietro nel tempo.

La casa dove vivo è disposta su più piani e la mia stanza si trova al piano superiore. Le scale di pietra scendono con due rampe fino al piano terra, proprio in prossimità della porta d’ingresso che si apre sul largo piazzale antistante il casale dove lui, palesemente impaziente, mi attendeva.

- Dobbiamo muoverci o non faremo in tempo.

- Sì, scusami, hai ragione. Fra non molto il sole sarà basso ed io non sono nella forma migliore… non ho un filo di trucco… avrei dovuto truccarmi…

Il sole basso non sarà un problema; anzi, per le foto è meglio. Però, se non ci sbrighiamo, dovremo farle di notte – sorrise soddisfatto del mio aspetto. – Oltretutto, te lo dico sempre, senza trucco stai benissimo.

Non era un professionista, ma gli piaceva fotografarmi ed a me è sempre piaciuto essere fotografata. Quel giorno però non mi sentivo particolarmente carina ed avevo la sensazione che sarebbe stato tempo perso. L’avrei fatto per lui; sapevo che lo rendeva felice. Di me possedeva un’intera collezione di immagini scattate nel tempo, un po’ per volta, lungo la strada che avevamo percorso, immortalando gli istanti, le vicende e le avventure che ci avevano visti insieme.

C’incamminammo lungo la viuzza sterrata che dalla casa scende fino al cancello. Poi da lì, invece di dirigerci verso la città, attraversammo la strada e c’inoltrammo fra i vigneti, giù per il declivio fino ad una casa colonica situata sulla riva di un ruscello. A fianco della cascina c’erano delle macchine agricole di un colore indefinito fra il rosso scrostato e lo sporco morchia. C’era anche un trattore con grandi ruote alte quasi quanto me. Un enorme covone di paglia ci nascondeva allo sguardo di chi avrebbe potuto capitare nei paraggi e vederci. Comunque, non c’era anima viva.

Mi chiese di assumere un’aria provocante. In realtà, combinata in quel modo, con un vestitino da due soldi e senza trucco, non avrei mai potuto essere in grado di provocare nessuno, però la luce dei suoi occhi che conoscevo fin troppo bene, mi convinse a stare al gioco e con la mia solita smorfia, sorrisetto e sopracciglio leggermente alzato, lo accontentai.

Non sapevo bene cosa volesse. Così iniziai a sbottonare il vestito incominciando dall’alto, fermandomi ogni tanto per lasciargli il tempo di scattare. Mi sganciai lentamente un bottone dopo l’altro fino a quando il vestito si aprì completamente mostrando l’intimo color nero che portavo sotto.

- Va bene così? – dissi con l’aria più provocante che potevo in una situazione non proprio usuale come quella – ho finito i bottoni…

- E' un problema? – rispose lui continuando ad inquadrarmi con la macchina fotografica – Non ti ricordavo così timida… ne abbiamo fatte di peggiori, mi pare.

- Sì, però non eravamo a casa mia, dove sono nata e dove tutti mi conoscono fin da quando ero bambina.

Non ero agitata e non mi stavo neanche vergognando. Solo non riuscivo a capire dove volesse arrivare. Se desiderava vedermi nuda oppure se voleva semplicemente farmi sentire in imbarazzo.

- Mi vuoi vedere nuda o cerchi d’imbarazzarmi? Guarda che con me caschi male…

- Tutte e due le cose – sogghignò non staccando per un attimo l’occhio dal mirino della camera – nuda e imbarazzata per me è perfetto.

- Collezionista di attimi… adesso ti faccio vedere!

Con un gesto lento lasciai scivolare giù dalle spalle il leggero abito che a quel punto era solo d’impiccio e con lo sguardo tentatore iniziai a muovermi come davanti ad un pubblico che stesse assistendo ad uno strip tease. Avevo solo due pezzi da togliermi, ma li seppi gestire così bene che ci volle più di qualche minuto per restare completamente nuda, mentre sentivo il click ripetuto degli scatti fotografici.

Sapevo che gli piacevo in quei momenti in cui mi mostravo particolarmente disinibita e scanzonata. Erano gli attimi che lui amava fotografare; quelli in cui, diceva, ero veramente io. Andammo avanti così per una decina di minuti, con lui che scattava foto ed io che atteggiavo espressioni sempre più spregiudicate. Però non mi sentivo perfettamente a mio agio. Era una situazione nella quale c’eravamo più volte trovati, e quasi sempre, poi, finivamo abbracciati in un orgasmo, ma quel giorno ero svogliata e cupa. Fare certe cose in quel luogo in cui avevo vissuto la mia fanciullezza, non mi piaceva.

- Basta ora! – dissi all’improvviso, quasi seccata – Ne abbiamo fatte abbastanza. Preferirei smettere prima che arrivi qualcuno e ci veda. Devo mantenere una parvenza di rispettabilità… almeno a casa mia.

In un attimo indossai le mutandine ed il reggiseno. Il vestito, invece, mi creò dei problemi per via dei bottoni. Ci misi un po’ ad agganciarli tutti partendo dal basso, ma quando arrivai all’altezza dell’ombelico mi sentii abbracciare. Piano mi attirò a sé, stringendomi. Ricambiai sciogliendomi ed abbandonandomi a lui. Poi, appoggiai la testa sulla sua spalla, come sempre facevo quando mi sentivo in colpa.

- Non sono stata brava questa volta – sussurrai - Non sono state delle belle foto.

- Tu sei sempre bellissima. Con te come modella non si sbaglia mai.

- Sai che ho la sindrome da prima della classe. Non riesco ad accontentarmi della mediocrità. Devo sempre essere la migliore, la più brava, la più…

- La più rompipalle! – concluse la mia frase scherzando – E la più amabile.

Poi, come seguendo un’ispirazione improvvisa, cambiò discorso.

- Ferma un attimo… mettiti qui… siediti.

Seguii le sue istruzioni come una marionetta mossa da fili invisibili, mentre lui, regista su un set immaginario, continuava a guidarmi.

- Sì, così… anche i tuoi occhi adesso hanno il giusto colore: quello del cielo. Ora accarezzati i capelli… falli scendere giù… ecco, sei bellissima ed io… ti amo!

Guardai dentro l’obiettivo e senza parlare gli risposi: “Ti amo anch’io”. E poi un "click!"


Ci sono fotografie che sono magiche. Non più semplici immagini inamovibili nel tempo e nello spazio, ma racchiudono l’essenza stessa di chi vi è ritratto fino al punto di divenire, esse stesse, vive. Icone stampate nelle pieghe dell’eternità che non perderanno mai di colore, forma e lucentezza. C’e’ una foto che non è mai finita nella sua collezione. Ho lasciato che si tenesse tutte le altre, ma quella no. Quella era mia da sempre, perché dentro ci puoi vedere qualcosa d’inscindibile da me. Quello che in qualche modo mi rende immortale e che Oscar Wilde chiamerebbe l’anima.

«L'anima nasce vecchia e diventa giovane: ecco la commedia della vita. Il corpo nasce giovane e diventa vecchio: ecco la tragedia della vita.» Oscar Wilde

giovedì 3 febbraio 2011

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La pazzia e' poesia

Celebriamo la pazzia. Esaltiamola insieme ai sentimenti che affiorano sotto la pelle. Abbagliati dalla verita’, offriamole i nostri occhi puri e non ciechi. Lasciamo che ci aggredisca con la sua furia, distruggiamo i luoghi comuni e cediamo a lei perche’ sia la completezza in cui si sublima la nostra umanita’ piu’ vera.

Chi e’ normale cede le sue armi, abdica alla mediocrita’ e viene a patti con la pochezza, in una via di mezzo fra l’ordinario ed il banale, ponendo quei paletti che chiama regole sociali. La pazzia, invece, e’ polisemica e sovrabbonda d’umana sapienza. E’ allegoria, e’ connotazione, e’ incoerenza, e’ tutto cio’ che non si adegua alla convenienza del pensiero. E' utopia.

Pazzia buona, istigatrice, che da’ voce alla coscienza che non merita d’essere soffocata, perche’ e’ lei che esprime l’emozione, la fiducia, il desiderio, la speranza e quell’infinita capacita’ di dare vita al mondo cosi’ come dovrebbe essere. La pazzia e’ poesia.

martedì 1 febbraio 2011

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La Tredicesima Fatica - Revised

Per vari motivi, ho avuto modo nei giorni scorsi di rileggere questo mio racconto. In un mondo in cui ormai i social network, Facebook e Second Life sono diventati luoghi dove spesso le persone vivono la loro seconda vita e che vengono usati come terreno di caccia da predatori scaltri e senza scrupoli, in un’epoca in cui i sentimenti si esprimono tramite sms ed il neologismo “devirtualizzazione” ha assunto sempre piu’ il significato di “togliersi ogni vestito”, rileggermi in questa mia ingenua esternazione che risale a circa tre anni fa, mi ha fatto capire che, anche se i tempi e le dinamiche su cui si basano le relazioni che nascono nel virtuale non sono poi tanto cambiate, qualcosa dentro di me e’ mutato al punto che ho sentito il bisogno di riproporre il racconto in una versione diversa. Ho abbandonato dunque la terza persona ed ho adottato la prima, rendendo il tutto piu’ personale; inoltre, ho sfoltito molti di quegli inutili giri di parole e stucchevoli avverbi che lo rendevano non piu’ aderente con quello che, nel tempo, sta diventando il mio modo di scrivere; sempre meno carico d’orpelli verbali e sempre piu’ scarno ed essenziale. Ovviamente, il riscriverlo completamente avrebbe significato stravolgerlo e cambiarne il senso, e questa non era mia intenzione. Percio', anche se alcuni elementi di pesantezza permangono, non mi provocano piu' quel fastidio che avevo ogni volta che mi rileggevo. Oltretutto, credo che questa nuova versione metta in luce alcuni aspetti che mi riguardano che forse non erano visibili perche' nascosti nelle pieghe delle frasi troppo arzigogolate. Spero quindi che questo esperimento di riscrittura sia gradito e che possa dar modo, a chi tre anni fa ancora non mi leggeva, di esprimere le sue opinioni su qualcosa che non cessera’ mai di essere attuale: conviene o non conviene trasportare una relazione virtuale nel reale?

La Tredicesima Fatica

Era molto tempo che non facevo più quel gioco. Veramente non era un gioco come tutti gli altri; lo facevo per mettere alla prova, di volta in volta, chi poteva sembrarmi interessante, persino intrigante, cosa assai rara, ma talvolta capitava che qualcuno m’attraesse, e questo mi stimolava desideri che qui non mi sento di confessare senza provare un po’ di vergogna. Però, perché arrivassi ad incontrarlo, il suo interesse per me non doveva essere solo fisico. Non era il sesso che cercavo. Quello che volevo era che mi desiderasse più d’ogni altra cosa, ma non per ciò che mostravo fuori; per quello che sapevo di tener chiuso dentro.

Avevo giocato con molti uomini, ma pochi erano riusciti a superare la mia prova, "la tredicesima fatica" come mi piaceva chiamarla, riuscendo ad infrangere le mie barriere. Barriere che innalzavo intorno a me proprio per proteggermi. Infrangerle non avrebbe significato solo possedere il mio corpo. Quello per me non era un problema; lo cedevo normalmente per soldi e lo avrei potuto cedere senza indugio in cambio di una serata allegra mettendolo nelle mani di chi mi avesse dedicato tempo ed attenzioni. No, non era la scopata che m’interessava, non erano gli orgasmi, ma che qualcuno facesse breccia in quelle mie barriere, che mi facesse emozionare, che mi conquistasse seguendo un percorso mai seguito da altri, che esplorasse di me non solo l'involucro, ma anche il cuore, il cervello, l’anima e che mi convincesse ad aprirmi, a donarmi totalmente, per assaporare quello che solo poche volte nella vita avevo assaporato e che per me significava fare l’amore.

Mi è tuttora chiara la differenza che c’è tra fare l’amore e scopare; quando si fa l’amore ci si dona, quando si scopa, invece, si prende soltanto. E se si fa sesso solo per raggiungere il piacere, è irrilevante con chi lo si fa. Basta che la persona sia gradevole e poi tutto diventa solo un fatto meccanico. Se c'è chi ci sa fare, e non è proprio imbranato, è puramente un fatto tecnico; se riesce a stimolare bene certe zone del corpo, è inevitabile che provochi reazioni di piacere, fino al punto in cui si giunge all'orgasmo, più simile pero' ad uno sfogo che placa gli ormoni, ma non la mente.

Ecco perché, per arrivare al godimento totale, quello vero, dove oltre ai miei fluidi ci sia ben altro, bisogna che il piacere, più che dalla clitoride, inizi a percorrermi tutta partendo da un’emozione, da un’intesa, da una complicità e dal sapere che le mie barriere si stanno sbriciolando sotto la forza di chi sa conquistarmi ogni momento; allora l’estasi, da un punto imprecisato all’interno della testa, si propaga ovunque, e mi s’insinua in ogni fibra della pelle, fino a culminare dove di solito, per chi non ha mai conosciuto il sapore sublime che ha l’amore, il piacere ha origine.

A questo serviva il mio gioco. Era una selezione per valutare la persona, individuare il partner giusto, cogliendolo fra chi non avesse dato importanza solo all’esteriore, all’involucro, ma che, come me, avesse considerato soprattutto il contenuto, la sostanza, quell'essenza impalpabile che non ha la forma precisa di un fallo turgido o di due natiche sode, ma proprio perché indefinibile, è irraggiungibile se non in quell’attimo sospeso nel tempo in cui ogni fibra del proprio corpo entra in risonanza con l’altro; qualcosa che può scaturire soltanto da un’irripetibile congiunzione astrale oppure da una misteriosa alchimia.

Era un privilegio che non concedevo a tutti, dunque, poiché non tutti si meritavano di assaggiare il sapore del mio piacere, sentire il mio vero odore, fissarmi negli occhi un attimo prima del massimo godimento. Non tutti potevano; soltanto coloro che avessero superato la prova.

In quegli anni mi divertivo esplorando internet. Lo facevo non tanto per allargare il mio parco clienti, che era già considerevole, quanto per evadere dalla noia; troppe volte ormai uscivo dai vestiti per entrare in un letto, e i clienti, anche se erano sempre diversi, facevano e dicevano tutti le stesse cose. I soldi mi riempivano il conto in banca come la sabbia riempie uno dei bulbi di una clessidra, ma se la sabbia scorreva, così accadeva anche alla mia vita, ed erano sempre più le volte in cui, tornando a casa al mattino, sentivo dentro un senso di vuoto, quasi fossi io l’altro bulbo della clessidra. Volevo percio' prendermi una pausa, forse anche smettere definitivamente con quella vita, ed in quel momento lui mi sembrò la persona giusta per provarci.

Era stato in uno di quei luoghi virtuali in cui i puttanieri danno ad intendere di non essere lì per rimorchiare puttane, e le puttane fanno credere di non essere lì per farsi pubblicità, che c’eravamo incontrati. Un luogo come ce ne sono tanti, uno di quelli dove quasi tutti mentono. Ma io non mentivo e lui con la sua dialettica era riuscito ad intrigarmi davvero. Così, un giorno, guardandomi allo specchio, pensai che quell’uomo non sarebbe stato peggiore di molti altri da me incontrati, e veramente m'illusi di non commettere un errore accettando il suo invito.


A diciannove anni Irina aveva i capelli lunghissimi fin sotto alla vita, ma gli occhi erano sempre gli stessi. "Rusalka [1] dagli occhi di ghiaccio"… Vlada la chiamava così come per sottolineare, oltre al colore, anche la glacialità del suo sguardo, e lei, per scherzo, la ricambiava chiamandola “Rusalka dagli occhi di mare”, per quell’intenso verde che l’acqua ha là dove sfocia il Kuban’ [2]. Stavano sedute al tavolo ed attendevano qualcuno che, per qualche centinaio di dollari, avesse desiderato per la notte un po’ del loro calore.

- Guarda quello… da come ti guarda pare abbia già deciso per te. Preparati ad incassare i babki [3] e a passarci la notte insieme. – sorrise la rusalka con gli occhi di mare – Osserva sempre come ti guarda il lokh [4], Irina… se ha uno sguardo come quello, allora puoi chiedergli quanto vuoi.
- Anche più dei soliti trecento? Non credo…
- Con quello puoi anche triplicare. Non ha occhi che per te. Ti vuole. Guardalo: masliane glaza [5]...

Masliane glaza, occhi unti, occhi languidi, occhi di chi ha trovato ciò che cerca, occhi che parlano e dicono: “Ti voglio, e per te darei tutto”. Ritornai al presente. Lui, di fronte a me, stava guardandomi proprio in quel modo.

Quella sera avevo scelto d’indossare qualcosa di particolare. Niente di troppo appariscente, comunque, ma che faceva risaltare la parte migliore del mio corpo e che, inevitabilmente, attraeva ogni uomo che mi posava gli occhi addosso: un tubino nero in maglia, corto abbastanza da mostrare le gambe, ma non tanto corto da essere indecente. Molto accollato e fasciante, sotto al quale non portavo ne’ mutandine, ne’ reggiseno, cosicché l’occhio di chi volevo sedurre cadesse sulle mie forme rotonde e naturali senza che fossero visibili antiestetici segni di elastici, cordini o spalline.

Sapevo di avere delle gambe da mostrare, lunghe e ben fatte che, insieme al fondoschiena, erano ciò che del mio corpo gli uomini ammiravano di più; per questo le avevo rese lisce come la seta, così da poter evitare le calze. Indossavo un paio di sandali allacciati alla caviglia, semplici e con i tacchi non molto alti, ma che nonostante tutto mi facevano raggiungere oltre i centottantacinque in altezza.

Lui non era proprio come nelle foto che mi aveva inviato per email, che dovevano essere state scattate un bel po' di anni prima, ma nel complesso non era brutto. Però non era l’aspetto fisico importante; ciò che mi aveva convinta ad incontrarlo era stato altro: la dialettica, la sagacia e la simpatia che durante tutto il periodo in cui avevamo relazionato virtualmente mi aveva mostrato di possedere. Soprattutto mi erano piaciute le sue rassicurazioni su una cosa che per me era essenziale: diceva di essere interessato a me come “persona” e non come una possibile "preda". Una cosa che in seguito altri mi avrebbero detto, fingendo, ed alla quale, poi, non avrei piu' creduto.

Uomini… parlano parlano, ma poi alla fine, alla resa dei conti, solo pochi riescono a mantenere le promesse che fanno, persino a se stessi, così da restare coerenti, mostrandomi una faccia insolita, inaspettata, che mi stupisca. Invece, come sempre, masliane glaza. Cambia la persona, cambiano i discorsi, l’intonazione della voce, sono diversi i gesti e gli odori, ma lo sguardo e' sempre quello. E lui, con quegli occhi scuri, era come se avesse due olive gocciolanti d’olio al posto delle iridi.

I discorsi durante la cena diventarono sempre più prevedibili, scontati, noiosi. Le sue intenzioni erano chiare; faceva sempre più riferimenti al sesso, e con lo sguardo troppe volte indugiava dove s’intravedevano le protuberanze dei miei capezzoli che la sottile maglia del tubino non riusciva a mascherare. Ma forse ero io ad essere troppo esigente. Forse non riuscivo ad accettare che quello era ciò che il convento passava e, bene o male, alla fine chiunque mi avrebbe delusa. Ci sarebbe stato un momento, in cui anche lui si sarebbe tolto la maschera e mi avrebbe mostrato la sua vera natura. Anche lui non avrebbe saputo resistere di fronte ad un invitante corpo femminile, ed avrebbe gettato via mesi e mesi di appassionanti discorsi su com’ero bella dentro, sulla profondità del mio pensiero, su quanto avrebbe voluto essermi amico e di come non fosse interessato ad un rapporto che contemplasse solo il sesso.

Non ero alla ricerca dell’amore. L’amore è come la pietra filosofale e non nasce ogni volta che s’incontra qualcuno, questo lo sapevo bene. Che m’innamorassi, però, era ciò che di solito si attendevano molti uomini con i quali andavo a letto, e nessuno riusciva a capire che per amare non mi bastava solo scopare, ma era necessario che trovassi in una persona tutti gli ingredienti indispensabili per realizzare quella magica alchimia. La pazienza di conoscersi senza avere fretta di arrivare presto alla meta, la complicità che si crea solo quando si riesce a fidarsi reciprocamente, la sincerità che non lascia spazio a storie parallele o a sentimenti contrastanti. Troppi uomini sposati, puttanieri che mi pagavano per una notte di sesso, alla ricerca di un’amante che avesse meno inibizioni della loro compagna, mi avevano dimostrato quanto fosse facile rinnegare la parola "fedeltà". Perciò, in quel momento, desideravo solo una sincera amicizia; un rapporto che non si basasse sulla rotondità del mio seno, ma che considerasse qualcosa di più attraente delle mie gambe: la mia anima.

Tuttavia, cio' che sapevo, era che in molti sarebbero stati felici di darmi anche quell'amicizia che desideravo purché avessero potuto suggellarla, ogni tanto, con qualche bella scopata condita dagli insuperabili servizietti orali per i quali ero famosa. Sì, certo, sarebbero stati tutti amici fin quando gliela avessi data gratis. Malignamente pensai di giocare sporco, comunicandogli quanto gli sarebbe costato portarmi a letto, ma poi decisi di sottoporlo alla prova della “tredicesima fatica”. Se l'avesse superata sarei stata pronta a rivedere il mio giudizio su di lui, che si mostrava così diverso da quella persona conosciuta nel virtuale.

Ripensai ad una partita a scacchi di tanti anni prima...


Stepan Stepanovich stava per dare l’ennesima lezione alla sua Galatea. Come ogni volta lo faceva giocando a scacchi, e sempre prima di darle l’immancabile scacco matto. Irina a quel tempo non conosceva ancora la vita, ma Stepan era il migliore dei maestri, oltre ad essere abile fra le lenzuola ove, anche lì, le aveva insegnato molto.

- Ci sono uomini che infarciscono le parole con i loro sogni, e tralasciano la realtà. Più che parlare agli altri e per gli altri, recitano una parte per se stessi in un teatro dove non ci sono altri spettatori esclusi loro, con l’unico fine di applaudirsi. Ma il desiderio e la bramosia spesso li contraddicono, e fra una donna attraente ed i loro principi, quasi sempre rinnegano i secondi.

- Allora, se una donna è bella non dovrà mai credere a ciò che le dicono? Dovrà sempre tenere conto che, indipendentemente dai discorsi che le faranno, vorranno solo portarsela a letto?

- Dipende dagli uomini, Irina, e da quanto è bella la donna. Dipende anche da quanto è libera, perché una delle cose che certi uomini vogliono di più è proprio quella libertà che loro non riescono ad avere per se stessi. Per questo credo che, più di altre, tu dovrai sempre considerare attentamente quale sia il vero significato dei gesti, prima ancora del suono delle parole. Osserva i suoi gesti, studia attentamente la sua espressione, guarda dove butta lo sguardo, e capirai tutto di chi ti sta di fronte.

Completò quindi la mossa che mise termine alla partita, ed anche al discorso. Da quel momento in poi sarebbe stata lei a dover elaborare il significato di quelle frasi usando una chiave tutta sua. La devochka [6] doveva essere innanzitutto educata a pensare.

Pensare aiuta ad aprire la mente, ed una mente aperta rende libera, e la libertà è ciò che gli uomini alla ricerca di qualcosa che sia più di un bel paio di gambe e di un bel fondoschiena, vorrebbero trovare in ogni donna. Almeno così dicono. Il ricordo di Stepan e di quella partita a scacchi si dissolse nel suono delle parole dell’uomo dall'altra parte del tavolo, che non riuscivo più a seguire ma che, imperterrito, continuava con la sua recita in cui vedevo ormai un unico scopo: affascinarmi per ottenere quello che già sapevo.

Nel timore di affrettare troppo le cose e di ricevere un rifiuto, la stava prendendo larga, ci girava intorno, evitava accuratamente di essere troppo diretto, ma il percorso che seguiva era ormai quello, scontato e banale, che avrebbe condotto in un’unica direzione. Mi chiesi se quel suo trasformarsi da intellettuale disinteressato al sesso, come si era mostrato nei nostri preliminari virtuali, ad una specie di satiro con gli occhi gocciolanti di libidine fosse qualcosa d’inconsapevole oppure se avesse già pianificato tutto ancor prima d’incontrarmi. Così ruppi ogni indugio.

- Non vorrai continuare all’infinito con questa pantomima, parlandomi di cose noiose senza arrivare mai al dunque, vero? Ci sono altri modi per passare la serata in modo più divertente ed io ne conosco almeno un paio… - m’intromisi interrompendo uno dei suoi tanti discorsi inutili.

Nessuno mi chiamava più Irina da molto tempo, ma c’erano occasioni nelle quali riportare alla luce quell’antico sguardo di rusalka dagli occhi di ghiaccio non mi era difficile. Con i clienti recitavo solitamente la parte che loro volevano, e per la quale mi pagavano: calda, disinibita, insaziabile di piacere. Ma quasi mai c’era partecipazione da parte mia e non m’interessava quello che succedeva dopo la consegna dei soldi. Quello era il vero momento in cui godevo, dopodiche' staccavo il cervello. Pero', ancora, dopo tanti anni, non riesco a capacitarmi di come facessero quegli uomini a credermi, a non vedere che quei miei orgasmi erano quasi sempre finti, a credermi quando dicevo di star bene con loro, e a prendere per sincero il mio sorriso: una maschera che indossavo per l’occasione, ma che non rispecchiava ciò che avevo dentro. Ma forse, anche quegli uomini, a loro modo, recitavano una parte, esattamente come facevo io; una rappresentazione teatrale che si esauriva quando l’incontro terminava. Eppure… eppure sapevo che non era proprio così. Erano troppi quelli che tentavano di andare oltre. In troppi mi proponevano un rapporto esclusivo, e questo significava che la mia recita sembrava vera, reale, e sinceramente credevano che la sensualità che emanavo fosse naturale e spontanea.

Trecento dollari a notte era il prezzo per avere Irina, ma con chi s’infatuava quel prezzo poteva anche triplicare. Vlada e Irina; rusalki dagli occhi di mare e di ghiaccio. Quanti anni erano passati! Dai trecento ero arrivata ai tremila ed ancora c’era qualcuno disposto a pagarmi il triplo. “L’amore costa di più”, dicevo con l’aria ingenua di una bimba, ma quella sera non ero lì per far soldi. L’appuntamento lo avevo accettato per soddisfare la mia curiosità, e fu quella la volta che compresi l’enorme distanza fra il reale e il virtuale, di come le persone si mostrassero diverse, di come ci fosse chi era capace di recitare con un’abilità ben maggiore di quella di Irina. Nei nostri incontri in chat lui si era presentato come un altro uomo. Chi avevo di fronte non era quello che avrei voluto incontrare, e se si fosse trattato di un cliente, quella situazione non avrebbe rappresentato un problema.

Ancora una volta mi prese la voglia di dirgli il mio prezzo, ma poi decisi di concedergli un’ultima possibilità e gli proposi il gioco. Sapevo bene che era un modo sadico per metterlo alla prova, ma dovevo essere certa del tipo d’interesse che provava per me. Solo così avrei potuto capire se avesse meritato di sfiorare la mia interiorità, e per capirlo non potevo essere né tenera né comprensiva, perché se avesse superato la prova avrebbe potuto avermi completamente, senza barriere, in una dimensione nella quale solo pochi erano riuscivano a raggiungermi.

Notai che mi guardava il seno sempre più insistentemente. Se c’e' una caratteristica che mi ha sempre aiutata nel lavoro, ma che nella vita privata mi crea non poco imbarazzo, e' la conformazione particolare dei miei capezzoli, perche' anche se sono rilassata, quindi non in stato di eccitazione, restano lo stesso turgidi e ben visibili, tanto che “bucano” qualsiasi reggiseno. E quella sera non lo portavo neanche il reggiseno, e neppure cercavo di reprimerli quei piccoli bottoni che volevano scappare ad ogni costo dallo stretto tubino di maglia che mi fasciava. Anzi, facevo di tutto perché si notassero.

- Mi stai guardando le tette? – sussurrai con smaccata malizia – lo so... le ho piccole… anzi, sembrano piccole perché sono alta… non lo diresti, ma di reggiseno porto la terza misura… coppa “C” per l’esattezza… cioè, ehm… - finsi di imbarazzarmi - avrei dovuto metterlo, ma stasera non lo indosso proprio...

Gli sorrisi ammiccante in quel modo sperimentato ed affinato in tanti anni di professione che solo una devochka che avesse imparato i primi rudimenti del mestiere in un freddo paese dell’est avrebbe potuto conoscere. Mi vergognavo per quell’inganno. Sapevo che non era onesto ciò che gli stavo facendo, ma anche lui non si era comportato bene con me. Che fine aveva fatto il romantico sognatore con il quale mi ero intrattenuta in chat fino a tarda notte? Dov’era finito l’artista, il sagace ed imprevedibile inventore di battute divertenti che aveva saputo interessarmi, sorprendermi, intrigarmi? Era rimasto forse folgorato? Un colpo di fulmine tale da renderlo noioso e scontato? Quel suo sguardo, così carico di desiderio, avrebbe potuto far contenta qualsiasi donna, ma non me. Io ne ero infastidita. Non riuscivo ad accettare di essermi sbagliata sul suo conto, non ammettevo il mio fallimento, e speravo sinceramente che riuscisse a non cadere nella trappola nella quale lo stavo conducendo.

- “…Il terzo giorno l'eremita ardente sedeva sull'incantata riva ad aspettare la splendida fanciulla, mentre l'oscurità sul bosco si posava. La luce fugò le ombre della notte: del monaco più nessuna traccia. Solo il fluttuare di una canuta barba alcuni bimbi scorsero nell'acqua”… conosci questa poesia? – gli chiesi con un repentino cambio di argomento.

Lui, non avendo a disposizione Google, rispose di conoscerne le parole, ma di non ricordare chi fosse l’autore, ne’ come s’intitolasse. Ovviamente mentiva ed io lo sapevo.

- E’ il finale della Rusalka di Pushkin – gli rivelai. Poi, decisa ad andare fino in fondo, sibilai con voce tentatrice – Ma non credo che sia interessante parlare di letteratura… quindi vorrei proporti un gioco; un gioco che spero renderà questa serata molto piu' intrigante.

“Masliane glaza”, rendendosi conto che la situazione stava prendendo la piega da lui sperata, si fece più attento e, per un attimo, distolse lo sguardo dai miei succosi frutti nei quali avrebbe bramato affondare la bocca per gustarne il sapore.

- Il gioco consiste in una scelta che dovrai fare. Quello che sceglierai è importante e riguarderà la nostra relazione nel futuro.

Farfugliò qualcosa d’indefinibile che interpretai come un “sì” ed iniziai a spiegargli cio' che avevo in mente.

- Ascoltami con attenzione. È un peccato perdere tutta la sera a girare intorno alla questione. Sai bene cosa faccio nella vita e sai anche quanto chiedo per farlo, ma se sono qui con te, se ho accettato di uscire dall’anonimato accettando questo appuntamento, non è per i soldi. L’ho fatto per un duplice motivo: amicizia e sesso. So che non ti tireresti indietro di fronte a nessuna delle due cose, ma…”

Presi fiato per osservare la sua reazione alla parola “sesso”. L’avevo volutamente accentuata sapendo quanto nessun uomo potesse restare indifferente di fronte ad una proposta del genere, e sapevo anche che mostrandomi diretta e priva di pudore avrei stabilito fin da subito il mio ruolo in quel gioco. Come al solito, sarei stata io a distribuire le carte, oppure a muovere col bianco. Ricordai parole antiche, davanti ad una scacchiera d’ebano e avorio.


Muoveva sempre col bianco Stepan Stepanovich. Nella sua eterna partita a scacchi contro tutto, era lui a porre le condizioni perché gli altri fossero sempre costretti a reagire alle sue mosse. Lui decideva l’apertura, l’impostazione del gioco, quando arroccare o quando portare un attacco, e questo gli dava un grande vantaggio su chi sapeva a malapena quale fosse la disposizione dei pezzi sulla scacchiera.

- Nonostante certi uomini si atteggino ad abili conquistatori, e certe donne recitino la parte d’irresistibili seduttrici, in realtà l’ostentazione di tali comportamenti rivela solo una profonda ed inguaribile timidezza, Irina.”

Occhi chiarissimi dal taglio orientale, contornati da un leggero kajal, assunsero una sfumatura di malinconia. - Tu non sai cosa significhi vivere in mezzo a gente che ti disprezza perché non sei come loro, Stepan. Ho sempre cercato d’essere la migliore, ma per controbilanciare la solitudine e questo senso d’inadeguatezza, ho dovuto convincermi di poter fare a meno di chiunque… poi, alla fine, tutto si trasforma in eccessiva sicurezza ed ostentazione delle proprie qualità, e questo è un processo irreversibile e perpetuo che non fa altro che aumentare la distanza fra me ed il mondo.

- Tu colori l’esistenza di tinte forti, mia cara. C’è chi ti ama per questo; ama il tuo modo d’essere donna e bambina, presuntuosa ed umile, cinica e dolce, ma la tua timidezza sarà sempre evidente; non riuscirai a nasconderla. Nonostante tutti i tentativi che farai per mascherarla, chiunque l’avrà di fronte, visibile, esattamente come i tuoi capezzoli… matto!”

Ritornai al presente. C’era una cosa che sapevo benissimo, l’avevo sempre saputa fin da quando Stepan mi dava le prime lezioni di scacchi, di sesso e di vita: la sicurezza che ostentavo in fondo non era altro che l’altra faccia della mia timidezza, un residuo di tutto ciò che era appartenuto ad Irina. Irina che non esisteva più, oppure che, forse, ancora sopravviveva in quale angolo nascosto della mia personalità, e che a volte si risvegliava e prendeva possesso del mio corpo. Conclusi il discorso.

- Ma... una cosa esclude l'altra.


Il talento è una dote innata, decisiva per tracciare il solco, il confine che separa lo spazio in cui si muove una qualsiasi ragazza che sceglie di affittare il suo corpo per il piacere degli uomini, da quello in cui agisce una devochka. Alla prima è sufficiente mostrarsi disponibile, accordarsi sul prezzo, mettere da parte un po’ di pudore e fare sesso in modo approssimativo usando solo il corpo. Per la seconda, invece, è un’arte che coinvolge assai di più, in cui la predisposizione, l’esperienza e soprattutto la consapevolezza di avere un ruolo con cui esercitare un piccolo potere, sono qualità indispensabili per raggiungere il successo. Non avevo scoperto subito di avere quel talento. Nell’adolescenza ero stata, anzi, assai refrattaria nei confronti degli uomini; i miei occhi di ghiaccio erano allora davvero lo specchio di un’anima che pareva non potesse ricevere calore da alcuna emozione. Anche se tanti anni di ginnastica artistica e di danza mi avevano formato un corpo armonioso, ero convinta di essere brutta, di non piacere, e questo mi bloccava nei rapporti con l’altro sesso. Mi vedevo troppo magra rispetto alle mie coetanee che, invece, già vedevo come donne ed ostentavano quelle forme rotonde e quegli sguardi maliziosi che tanto attiravano i ragazzi. Ma alla fine anche il frutto più acerbo matura, e quando avviene molte mani si protendono per coglierlo. E il frutto era maturato nella gabbia di uno Zoo. Mentre mi muovevo sinuosa al ritmo della musica, un Pigmalione che parlava una lingua cinguettante mi notò, scegliendomi come la sua Galatea, e volle cogliermi facendomi scoprire quel talento che non sapevo di possedere.

I momenti del gioco dovevano essere dosati; non c’era fretta, ogni parola doveva essere collocata nel punto giusto. Sapevo bene che ogni uomo era diverso, unico, quindi con i suoi punti deboli ed i suoi tempi, e chi mi stava di fronte aveva più di una volta, con gli sguardi ed i discorsi, rivelato qual era il punto su cui mi dovevo concentrare per ottenere quello che volevo. Però non bastava. Quell’uomo doveva arrivare a desiderarmi come mai aveva desiderato una donna prima.

- In una camera di un hotel potremmo continuare la nostra conversazione in modo molto più rilassato… potremmo parlare ancora di letteratura, conosco moltissime poesie, oppure potremmo dedicarci ad altro. So di essere sfacciata, ma non mi va di tergiversare ed il tempo, quando si sta bene insieme, passa troppo in fretta, non credi? Spero quindi non ti secchi se prendo io l’iniziativa… potremmo fare sesso… ne avrei una gran voglia.

Ero orgogliosa di come riuscivo a recitare in quel modo, decisa e senza sbavature. La lingua italiana l’avevo masticata fin da bambina; avevo letto fumetti e libri ed in seguito, al liceo, l'avevo imparata quasi perfettamente. Ma era vivendo in Italia che l'avevo affinata cosi' da poterla parlare fluidamente, come se fosse stata da sempre la mia lingua. Se non avessi avuto quell’accento un po’ esotico, nessuno avrebbe potuto accorgersi delle mie reali origini. Ma lui le conosceva le mie origini. Le conosceva bene, e conosceva anche gran parte della mia storia. Con lui mi ero confidata e fino a quella sera avevo creduto fosse il tipo d’uomo che mi avrebbe donato qualcosa di diverso. Invece, la sensazione che era cresciuta fin dal momento in cui l’avevo incontrato era stata di amara delusione. Di fronte a me c'era uno sconosciuto; una persona diversa da quella con la quale mi ero intrattenuta e confidata nelle lunghe chiacchierate notturne.

Forse è tipico di quando una relazione si trasforma da virtuale in reale; forse la colpa era stata mia che non avevo saputo intuire prima, oppure era quello sguardo nel quale potevo leggergli ciò che voleva: solo bramosia per il mio corpo. Della mia interiorità non gli fregava assolutamente niente. Allora che lo materializzasse quel corpo, che immaginasse il momento in cui avrebbe potuto vederlo, che godesse nel sapere che mi sarei concessa, completamente, che pregustasse l’attimo in cui l’avrebbe potuto toccarmi, stringermi, assaggiarmi, penetrarmi.

- Sapendo che te l’avrei proposto, mi sono preparata. Sono pronta per darti piacere e per riceverlo. Ho la pelle che è un velluto e sotto questo vestito, come puoi vedere, sono completamente nuda... non ho neanche le mutandine. Non so se riesci a sentirlo il mio odore, o forse lo sento solo io? Sai che quando la mia carica ormonale è a tali livelli, se faccio sesso mi scateno? Ci attende una notte indimenticabile… mi conosco.

Con la pratica avevo imparato anche ad arrossire, manifestando quella falsa vergogna che, lo sapevo, piaceva molto agli uomini. Era una parte che mi riusciva molto bene. Stepan non diceva sempre che Irina non era altro che una timida che ostentava sicurezza? Quindi cosa c’era di male se lasciavo trapelare quell’aspetto sincero della mia personalità? Timida, vergognosa, ma al tempo stesso spudorata, disinibita, desiderosa di vivere un’avventura con un partner scelto per realizzare le mie fantasie.

- Mi piacerebbe realizzare con te le mie fantasie. Quelle che ho sognato molte volte quando ci parlavamo attraverso il monitor. Sarei la tua amante, la tua schiava, la tua padrona; decideresti tu, oppure lasceresti fare tutto a me ed in cambio ti chiederei solo il piacere reciproco. E sarebbe tanto… tanto quanto non puoi neppure immaginare. Tu non sai dove potresti arrivare con una come me; se provassi ad abbandonarti all’immaginazione più audace sarebbe sempre troppo poco… ed anche se ti spingessi con la fantasia oltre quel limite, ancora non basterebbe.

Dentro di me sapevo che stavo comportandomi da fetente, ma affinché la prova desse un risultato, lui doveva cedere.

- Ma in tal caso tutto si esaurirebbe in un'unica, lunga, intensa estasi di una notte. Una sola notte, poi la nostra storia finirebbe, non ci rivedremmo più, mai più. Io sparirei, getterei via la scheda telefonica, cambierei i miei indirizzi email e tu non avresti più modo di rintracciarmi.

Fu a quel punto che mi domandò ciò che anche altri nel passato, quando si erano trovati di fronte a quella mia strana proposta, mi avevano domandato: perché quella regola e perché una notte soltanto? Anche nelle sue domande si rivelò scontato, uguale agli altri che, ancor prima che il cavallo fosse loro donato, volevano guardargli in bocca. Pareva che una proposta del genere, per quanto allettante, fatta in quel modo non bastasse. Volevano di più, ma si attendevano cosa? Che m’innamorassi? Che considerassi l’inizio di una relazione? Sulla base di che cosa? Per un po' di tempo passato insieme a dialogare in chat? Per una cenetta a lume di candela? Per uno sguardo che mi radiografava persino l’utero? Oppure per una banalissima notte di sesso?

Non riuscivo a donare la mia anima in cambio di ciò che, normalmente, potevo ottenere da qualsiasi cliente. Avevo bisogno di qualcosa di più che andasse oltre la fisicità dell’atto sessuale. Di cenette e di notti di sesso ne avevo avute a centinaia; tante da non ricordare più neppure le facce dei vari partner. Possibile che gli uomini fossero così poco concreti da dare importanza solo a questo? E la complicità, la fiducia, la sincerità, l'empatia, erano tutte cose che si sarebbero dovute manifestare dopo? E perché non prima? Perché il rapporto non avrebbe dovuto seguire un percorso diverso, partendo da queste invece che da una scopata per quanto bella e soddisfacente?

- Queste sono le mie regole… è il mio sistema per non innamorarmi, per non avere legami, per poter essere libera. Vorrei che tu mi comprendessi e che rispettassi il mio desiderio. Non posso permettermi d’innamorarmi, non adesso, non fino a quando non avrò raggiunto i miei obiettivi. Einmal ist Keinmal [7], se scegli di avermi stanotte, sarà per una sola volta. Neanche pagando potrai più incontrarmi.

Lui mi chiese allora come facevo ad essere sicura che non sarei stata io a ricercarlo dopo averci fatto sesso, e così capii che anche quell’uomo, come molti altri, aveva miseramente fallito. Nell’interpretare le mie parole non aveva colto la sfumatura sarcastica della mia proposta, dimostrando definitivamente di essere ormai distante anni luce da chi avevo conosciuto nel virtuale. Ancora una volta mi trovavo di fronte a qualcuno che, sopravvalutandosi, mi avrebbe sfidata illudendosi di farmi innamorare, credendosi diverso, unico, insostituibile; quando per farmi cedere sarebbe bastata una semplice risposta in cui avessi potuto intravedere un po’ di umiltà.

- So che non dovrei dirtelo, ed un po’ m’imbarazza, ma se m’immagino ciò che potremmo fare insieme a letto, rischio di fare una figuraccia. Credo che avrò difficoltà ad alzarmi da questa sedia. Sono senza mutandine e… devo dirtelo… mi eccito… ehm… molto... troppo.

Riuscivo a manovrarlo come un burattino, ma ancora speravo che mi dicesse ciò che ormai non mi attendevo più: “Oppure? Oppure, se non volessi far sesso con te, cosa accadrebbe? Se desiderassi esserti amico e continuare a vederti invece di perderti per sempre?” Ma non lo disse. Disse solo: “Immagino la tua arte nel fare certe cose”. Allora fui io ad indicargli la strada.

- Ma se vuoi, possiamo anche passare il resto della serata restando qui a parlare. Saremmo amici, solo amici e tu non mi avresti mai, neppure pagando.

In una relazione virtuale è possibile comunicare fluidamente i propri pensieri. Le persone difficilmente si mostrano imbarazzate scrivendo su una tastiera. Talvolta arrivano a buttare giù cose che non sarebbero mai capaci di dire in una situazione reale. Finanche la balbuzie è inesistente nel virtuale, poiché anche chi ha tale difetto, con la tastiera possiede la stessa capacità dialettica di chi balbuziente non è. Eppure il mondo è pieno di gente che balbetta, soprattutto in determinate circostanze. Lui barbugliò un “Qu… quando devo decidere?”

- Sarebbe meglio decidessi subito. Vorrei sapere se devo reprimere la voglia una volta per tutte, in tal caso andrei in bagno, mi ricomporrei e tornerei qui fresca e pronta a passare la serata in compagnia di un amico, oppure se devo lasciar spazio alle fantasie e lasciarti assaggiare dopo, in camera, il sapore del mio desiderio…”

Attesi a quel punto che lui parlasse, ma già conoscevo la risposta e non mi mostrai sorpresa quando mi disse: “Allora scelgo di averti stanotte!”


- Siamo come cani affamati davanti alla ciotola della vita. Vogliamo saziarcene il più possibile, arrivando a toglierla agli altri, e dobbiamo fare in fretta, perché abbiamo paura di perdere la nostra razione. Abbiamo fretta di vivere, vogliamo arrivare velocemente alla meta... che poi significa morire.

- Perché parli usando il “noi”? Tu non sei così. Forse una volta lo eri, ma adesso non lo sei più, ed anch’io credo di non far parte di quel genere di persona che descrivi. Non ho fretta di morire, non m’ingozzo di vita, mi piace gustarla lentamente e cerco sempre di lasciarne un po’ nella ciotola per chi desidera approfittarne.

- Tu sei speciale, Irina, non usi i cinque sensi, te ne privi, ti isoli dall’ambiente circostante ed entri in quella tua particolare dimensione dove i comuni sensi non servono perché non funzionano.

- L’odorato ed il tatto sono i soli sensi ai quali mi affido. Chiudo gli occhi… sono cieca e sorda, mi distendo e resto passiva abbandonandomi a ciò che mi accade intorno. Non ho altri riferimenti se non i profumi. Poi, inizio a sentire il tocco… sento le dita sulla pelle. Ci sono tanti tipi di dita; dita forti che mi stringono, che imprimono e lasciano il segno della loro volontà e che dicono “sei mia”; ci sono polpastrelli morbidi che mi sfiorano appena, attenti a non irritare alcuna piega del mio corpo e che mi comunicano rispetto; ci sono poi le dita curiose che corrono veloci cercando di toccarmi ovunque, ma fuggono e non si soffermano mai su niente; e ci sono dita distratte nelle quali avverto quella noia profonda che portano dentro coloro che cercano inutilmente di affogare la loro esistenza nella pelle di una devochka.”

- Dalle tue parole comprendo una volta di più come voi donne siate l’unica reale meraviglia esistente su questo pianeta. Vivere è per voi una vera missione. Per noi uomini è giusto un fine. Vogliamo tutto e subito.

Abbandonò la partita, Stepan Stepanovich, e fu la prima volta che accadde. Con il polpastrello toccò lievemente il suo Re e lo fece capitolare sulla scacchiera. Quel suo tocco leggero, forse, fu un segno di rispetto e di gratitudine per aver ricevuto lui, quella volta, una piccola lezione.

"Allora scelgo di averti stanotte!" Lo disse troppo in fretta. Fui certa che non avesse pensato neppure un secondo a prendere in considerazione anche l’altra possibilità.

- Gli uomini vogliono tutto e subito... e sia!

C’e chi, pensando alla Rusalka di Pushkin, rimane sedotto da quella sua dolce, misteriosa, malinconia fino a perdersi nelle acque più profonde. Irina questo era: una fata che ritornava in vita solo il tempo necessario per riprendersi ciò che le era stato tolto. E gli uomini con lei scomparivano, annullati, inghiottiti, dal suo richiamo e dai suoi occhi color del ghiaccio. Ma quella rusalka era scomparsa, ormai, ed al suo posto c’era adesso una rusalka diversa; non una fata, ma un mostro omerico al quale nessun navigante eccetto Ulisse era mai riuscito a sfuggire.

Mi apparve senza maschera. Solo uno dei tanti. Uno di quelli che si dilettavano ad agganciare le donne nel web. Recitava una parte studiata a tavolino, seguiva una precisa strategia. A lui non importava niente dell'interiorità di quelle che incontrava. Il suo fine era possederle per poter apporre l’ennesima tacca sul calcio del fucile. Magari il giorno dopo si sarebbe addirittura vantato con gli amici, compagni di merende abitudinari di certi forum: “Ehi… sapete chi me l’ha data gratis? Provate ad indovinare…”

L’espressione del mio volto mutò, ma lui naturalmente non se ne accorse. Frettoloso di riscuotere il premio, con un cenno chiamò il cameriere per il conto. Ed io esplosi. La pentola a pressione rilasciò tutto in una volta il vapore che si era accumulato al suo interno.

- Credo che dovrò rassegnarmi – dissi disgustata - purtroppo per alcuni è proprio una malattia. Sei un idiota. Se proprio non ti è passato per la mente che il mio gioco fosse tutt’altro, il problema è solo tuo. Per quanto mi riguarda la nostra esperienza finisce qui; a letto con te non ci vengo neppure se mi paghi, e da questo momento dimenticati che esisto.

All’inizio restò sbigottito. Forse più per il mutamento improvviso del mio atteggiamento, fino ad un istante prima disponibile e suadente, che per altro motivo. I miei occhi chiari e seducenti si erano trasformati in tizzoni ardenti al calor bianco, segno inequivocabile di come mi sentissi profondamente addolorata e delusa. Cercò di giustificarsi, “masliane glaza”, ma ogni parola che gli usciva dalla bocca, invece di riparare, sortiva l’effetto opposto. Fino a quando s’inventò qualcosa di totalmente imprevisto.

- Calmati. Non volevo un’avventura. Certo mi piaci molto, ma di avventure ne posso avere quante ne voglio. La verità è che m’interessava farti una proposta, ma tu non mi hai lasciato il tempo di parlartene. Avevo creduto tu fossi una donna d’affari, una donna pratica…

Dentro mi sentii morire. Non poteva essere. No. Questo non potevo accettarlo. Ancora! Ancora una volta avevo sbagliato. Quell’uomo non faceva neppure parte della schiera dei tanti galletti del web. Era peggio. Molto, molto peggio. Avrei dovuto affidarmi al vecchio metodo di Irina; abbandonarmi con la mente al tocco dell’interlocutore, captarne le intenzioni, percepirne la personalità; in tal modo mi sarei accorta subito della sensazione lasciata da quelle “dita” viscide. Invece il gioco mi era sfuggito di mano. Lui continuò a parlare e non si accorse che stava oltrepassando un confine vietato.

- Ascoltami, lasciamo da parte i discorsi sull’amicizia, sul sesso e stronzate varie. Tu hai esperienza da vendere in un certo campo. Con le tue capacità e con i miei contatti possiamo guadagnare tanti di quei soldi che neanche t’immagini. Lascia che ti spieghi…

Non lo lasciai terminare. Mi alzai senza dire nulla e con un moto di disgusto uscii in fretta dal locale.

Camminavo veloce, nonostante i tacchi alti ed i sampietrini. Volevo allontanarmi il più possibile da quel luogo. Avevo con me il cellulare; provai a chiamare un taxi, ma gli occhi umidi e la nausea non mi permettevano di formare il numero. Mille pensieri confusi nella mia testa giravano vorticosamente. Mi fermai a vomitare ad un angolo della strada. Fu a quel punto che mi raggiunse; mi prese per un braccio, forse solo per darmi appoggio, ma interpretai quel gesto come un’aggressione e mi divincolai.

- Non-mi-toc-ca-re! – ringhiai a denti stretti, scandendo ogni sillaba – Non-pro-va-re-a-toc-car-mi, vai-via, spa-ri-sci!

Chiunque altro avrebbe capito. Chiunque altro si sarebbe reso conto… invece no, lui continuava a dirmi “Su, dai, non fare l’isterica, era solo una proposta, non volevo offenderti, parliamone.”

- Sparisciii!!!

Alzai la voce in un modo innaturale. Ero delusa, ferita, disgustata, umiliata, sconfitta, alla mercé delle emozioni, ed era la cosa che più detestavo. Le emozioni che Irina non avrebbe mai fatto trapelare con nessuno. Chissà cosa avrebbero pensato Stepan e Vlada se m’avessero vista in quel momento, in quel frangente, in quello stato, con la bocca sporca di vomito e gli occhi inzuppati dalle lacrime. Provai un sentimento d’indescrivibile vergogna, vero, reale, tangibile.

Lui fece il gesto di avvicinarsi ancora e temendo che cercasse di toccarmi di nuovo, ebbi una reazione improvvisa, come quella di una gatta terrorizzata: il braccio mi scattò in avanti e con la mano stretta a pugno andai a colpire duramente la bocca di quella faccia che non potevo più guardare. Sentii un dolore lancinante alle nocche. Le vidi macchiate di sangue, e corsi via.


- Gli ho chiesto mille, Vlada, e lui ha accettato! – disse Irina in preda ad una strana eccitazione – Avevi ragione, sai? Mi attende in camera. È georgiano ed è qui per affari. Dicono che i georgiani siano molto esigenti…

- I georgiani sono uomini come tutti gli altri. Come vedi, se desiderano qualcosa, la pagano. Forse "masliane glaza" si è innamorato dei tuoi occhi, altrimenti non capisco perché ti paghi così tanto… sei così magra!

Irina lo sapeva che Vlada scherzava e non se la prendeva mai per le sue battute. Quando la rusalka dagli occhi di mare le diceva quelle parole, significava che era felice, e tutte e due scoppiavano a ridere.

- Ci vediamo domani, "rusalka dagli occhi di ghiaccio", ma non trascinarlo nell’abisso, ché i buoni clienti sono merce preziosa.

NOTE
[1] In russo: sirena. È il personaggio che dà il titolo ad una fiaba di Aleksandr Pushkin.
[2] Fiume della Russia ciscaucasica che sfocia nel Mare d’Azov.
[3] In russo è il termine con cui in gergo vengono chiamati i soldi.
[4] In russo è il termine con cui in gergo viene indicato il cliente di una prostituta.
[5] In russo: occhi unti. Ha il significato di: sguardo languido.
[6] In russo: ragazza. In gergo viene così indicata una prostituta d’alto bordo.
[7] Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto.


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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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