mercoledì 26 gennaio 2011

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Le mutandine

L'uso di qualcosa che coprisse il pube risale addirittura alla preistoria, ma erano perlopiu’ indumenti usati per proteggere quella parte del corpo maschile indispensabile per la diffusione della specie e al tempo stesso assai vulnerabile.


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Le prime vere “mutande” femminili, comunque, sono di epoca romana: il subligaculum, un pezzo di lino allacciato intorno alla vita e passato in mezzo alle cosce, usato soprattutto dalle ballerine che si trovavano spesso a mostrare le loro parti intime durante le danze. Non portavano niente, invece, le matrone e neanche le donne barbare pare ne facessero uso.

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Nel Medioevo, se si fa eccezione per le cinture di castita’, mutande in ferro che proteggevano le donne dall’avere rapporti con altri uomini durante l'assenza dei legittimi consorti che erano in guerra, le mutande non rientravano nell’uso comune. Le donne, infatti, non le portavano perche’ pensavano non facessero “prendere aria”; tuttalpiu’, indossavano le sarabullias, simili agli odierni slip e sfoggiati dalle nobildonne solo per le festivita’.

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All’epoca, infatti, pare bastassero le lunghe vesti a riparare le parti piu’ intime e fino al Rinascimento le dame, anche illustri, non esitavano a fare delle “sveltine” dietro alle porte dei palazzi, con i loro amanti oppure con alcuni servi, appoggiandosi al muro e sollevando le gonne.

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Fu Caterina de'Medici, regina di Francia, che nel ‘500, ne introdusse l'uso tra le gentildonne della sua corte che andavano a cavallo, allo scopo di evitare che un improvviso colpo di vento o un’accidentale caduta dalla sella mettesse in vista le loro nudita’, e la moda si diffuse presto negli ambienti nobiliari di tutta Europa.

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Confezionate in tessuti d’oro e argento, ornate di ricami e pietre preziose, indossarle divenne presto segno di frivolezza e liberta’ di costumi, tanto che la Chiesa arrivo’ ad osteggiarle reputandole oscene e libidinose.

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Le braghesse, dette anche "briglie da culo", lunghe fino al ginocchio, solitamente impreziosite con nastri e merletti, divennero presto un indumento tipico del mestiere piu’ antico del mondo, anche perche’ le autorita’ del tempo le imposero alle cortigiane per questioni igieniche e di decoro pubblico.

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Le prostitute ne fecero cosi’ un simbolo del loro mestiere, lasciandole intravedere attraverso gli spacchi delle gonne oppure alzandosi le vesti. Per questo motivo quasi scomparvero fra le aristocratiche che non volevano confondersi con donne dai facili costumi.

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Nel corso dei secoli le mutande sono dunque entrate ed uscite dal guardaroba femminile, ma e’ solo nel ‘700, quando si inizia a concepire la sessualita’ come un gioco, che quelle che in quel tempo vengono definite lo "scrigno delle natiche", perdono la loro caratteristica di indumento “sconveniente” ed iniziano a diffondersi fra la gente comune.

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Fino a tutto l’800, pero’, secolo bigotto, puritano e conservatore, le mutande restano ancora lunghe, addirittura fino alle caviglie che non si devono essere assolutamente intraviste sotto le ampie gonne, ed e’ solo col ‘900, eta’ aurea di busti giarrettiere e guêpièries, che le mutande divengono sempre piu' mutandine, indispensabili, man mano che le gonne si accorciano, assumendo la loro funzione di strumento di seduzione femminile.

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Mutandine sexy o meno sexy, fabbricate in serie oppure di alta moda, in tessuti pregiati o meno pregiati, oggi, con la pubblicita’ che le ripropone sempre piu’ ridotte e provocanti, sono ormai diventate un culto di massa. Tanga, perizomi, coulotte e svariati tipi di slip di ogni forma e colore, non sono piu’ soltanto indumenti, ma permettono anche di intuire il carattere, l’umore ed i gusti di chi li indossa.

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Lo slip, mutandine sgambate con pannello posteriore piu’ grande del pannello davanti, e poi il tanga, inventato da una ragazza brasiliana che, per farsi notare in spiaggia, aveva tagliuzzato il suo costume da bagno ai minimi termini, che e’ cosi’ sgambato che la parte posteriore e’ ridotta ad un unica strisciolina che lascia i glutei completamente scoperti.

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Anche il perizoma e’ molto ridotto, a vita bassa, con un pannello posteriore piu’ piccolo del pannello davanti e con la parte posteriore sgambatissima, senza pero’ arrivare alla strisciolina del tanga. Le coulotte, invece, sono mutande allungate sulle gambe, come dei pantaloncini molto corti. Elasticizzate ed aderenti oppure morbide e svolazzanti in raso o seta, rivalutate con stringhe e pizzi, ritagliate appena sopra le natiche e provocanti al pari del perizoma e del tanga.

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Ci sono poi gli slip invisibili, con l'inserto ai fianchi in silicone trasparente, cosi’ da non essere intravisti sotto gli abiti; gli hip-bra, simili alle guaine non molto sexy da vedere, ma che per mezzo di cuciture e imbottiture strategiche, rimodellano i glutei e la pancia; gli usa e getta in confezione monodose da usare e poi buttare via, ed anche gli slip-gioiello che vengono esposti nei musei.

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Senza dimenticare tutta quella che viene definita la “corrente fetish”, con slip in pelle, in latex, in gomma, con catene e lucchetti, con zip da ogni parte, con sportelli e fessure, lubrificati, fluorescenti, di pelliccia o peluche.

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Gli ultimi ritrovati in tal senso che paiono essere assai eccitanti per molti uomini, sono gli slip commestibili, creati con della gelatina ai vari gusti di frutta, che possono essere tranquillamente mangiati, oppure definitivamente quelli “profumati” da una donna che li ha indossati, richiesti dai feticisti piu’ trasgressivi.

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Insomma, pare che non ci sia che l’imbarazzo della scelta… e che non resti che decidere quale, fra le foto mostrate, vi sembra quella piu’ adatta a me. In fondo, non ho scritto questo post solo per raccontare la storia delle mutandine. Anche perche’ spesso non le indosso.

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sabato 22 gennaio 2011

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La famiglia nomade e la democrazia

Spesso ho sentito paragonare gli zingari con i nativi del Nord America. Chi e’ convinto che i due gruppi abbiano radici comuni afferma che entrambi possiedono caratteristiche che li differenziano dal punto di vista etnico e culturale da tutti gli altri; hanno in comune la propensione al nomadismo, ed anche la particolare foggia degli abiti femminili, i tratti fisici ed il colore della pelle dimostrerebbero un collegamento.

Mi sono documentata ed ho letto che il primo a mettere a fuoco questa somiglianza e’ stato William Bradford, il governatore della colonia di Plymouth, che nel 1622 scriveva a proposito degli indigeni nordamericani e del colore della loro pelle simile a quello degli zingari che a quel tempo vivevano in Inghilterra.

Inutile dire che si tratta solo di un mucchio di sciocchezze. In realta’, e’ accertato scientificamente che non esiste alcun legame fra i due popoli, le cui origini sono infatti ben documentate e non hanno assolutamente niente in comune. Gli zingari sono infatti originari dell'India, e sono fenotipicamente e genotipicamente indoeuropei, mentre gli amerindi sono simili alle popolazioni siberiane. Ciononostante, sono ancora molte le persone che portano avanti questa assurda tesi.

A mio parere, neppure i tratti fisici ed il colore della pelle sono comuni, ma sinceramente, anche se non esiste alcun collegamento, ho sempre ritenuto il popolo degli amerindi molto simile al mio a causa di svariate somiglianze che non sfuggono neppure agli occhi dei meno esperti. Soprattutto per quanto riguarda il contesto culturale, la scarsa propensione ad integrarsi con il mondo circostante, lo stile di vita ai margini della societa’, il forte legame con le proprie usanze e la propria lingua, cioe’ con quello che viene ritenuto il patrimonio lasciato dagli antenati, ed una singolare spiritualita’ che lega profondamente l’individuo alla Natura.

Ma oltre a tutto cio’, ho riscontrato una forte similitudine per quanto riguarda la famiglia e la regola in voga all’interno di essa riguardante la distribuzione dei beni fra i vari membri che, al di la’ di tutto, ritengo sia l’unica forma di autentica democrazia esistente. Difatti, cio’ che e’ ottenuto come profitto dai vari componenti che lavorano insieme, e’ distribuito equamente fra tutti, indipendentemente dalla quantita’ e dalla qualita’ del lavoro svolto dai singoli, ed anche se qualcuno si ammala e non puo’ lavorare, ottiene allo stesso modo una parte di profitto esattamente uguale agli altri.

E’ qualcosa che oggi a molti puo’ sembrare strana, ma e’ in questa dinamica democratica che si vive all’interno di una famiglia nomade, sia che si tratti di zingari oppure di nativi nordamericani; due popoli molto distanti fra loro, ma assai vicini in quelli che sono i valori fondamentali che rendono le persone meno ricche dal punto di vista materiale, ma sicuramente piu’ unite e solidali.


lunedì 17 gennaio 2011

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Una storia dal nulla

Una storia nasce dal nulla, con una parola, con un sussurro soffiato nel vento. La realta’ cresce lentamente, lettera su lettera, parola su parola. Ripeto le parole che mi nascono dentro, talvolta ne creo io stessa alcune, e la realta’ continua a crescere, cosi’ come crescono le sensazioni che si espandono sempre di piu’. Freddo, umido, rivoli di pioggia che mi rotolano giu’, leggeri, lungo la pelle e si raccolgono inumidendomi la maglietta ed i jeans…

Alzo un braccio, e cerco di mantenermi in equilibrio, mentre la forza di gravita’ torna ai suoi valori normali. Davanti a me, sulla cima di una bassa collina, la linea scura di una strada che, piu’ avanti, finisce in una curva verso l’ignoto. Dietro di me, invece, un’auto accartocciata e piegata contro il tronco di un albero.

M’incammino risalendo la collina finche’ raggiungo la strada. Guardo avanti e poi indietro. Strisce di cielo entrano nel mio campo visivo come fotogrammi. Cespugli rossastri si agitano al soffio di un vento che trasporta banchi di nebbia. Rabbrividisco. Con la mano, sposto una ciocca di capelli neri che ho davanti agli occhi. Non so dove andare. Entrambe le direzioni rappresentano, per me, la stessa cosa. Inizio a camminare.

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L’uomo appoggio’ la fronte contro il volante e respiro’ profondamente con avide boccate. L’aria fresca gli penetro’ pungente dentro la gola secca. Attese che il battito quasi impazzito del suo cuore si facesse piu’ lento. Poi, con la mano puli’ la superficie annebbiata del parabrezza ed abbasso’ il finestrino cercando di eliminare il piu’ possibile l’appannamento dal resto dei vetri. Adesso poteva vedere. Un unico faro illuminava gli alberi nel luogo in cui la sua auto si era arrestata, mettendosi perpendicolare di traverso alla strada. Giro’ la chiave d'accensione e ringrazio’ il cielo quando senti’ il motore avviarsi.

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Mi volto al rumore di un motore. Dietro la curva, vedo una lama di luce di un faro che sta arrivando. Socchiudo gli occhi e guardo il veicolo venirmi incontro.

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L’uomo, gentilmente, condusse la donna a sciacquarsi il volto al lavandino. Allungo’ poi una mano per prendere l’asciugamano mentre sorreggeva il corpo di lei, tremante, e l'aiuto’ a lavarsi via il sangue dalla fronte.

"Non si lasci andare… stia su! Cerchi di non addormentarsi."

"Non c’e’ niente da fare..." farfuglio’ la donna, in evidente stato di turbamento traumatico "...ambulanza" aggiunse un attimo dopo.

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Un suono dolce, rassicurante: “Ambulanza”. Lo ripeto piu’ di una volta. La faccia di un uomo mi appare di fronte. E’ un bel volto che mi tranquillizza, ma ha l’espressione preoccupata. Con lo sguardo sembra volermi chiedere qualcosa. Lentamente, la sua bocca si apre… “Non c’e’ niente da fare…”

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Era ancora buio quando la donna si desto’ dal torpore. Il letto era soffice e le coperte calde. Si mise in ascolto, ma non riusci’ a udire alcun rumore. Scivolo’ fuori dal letto. Tutta la casa era immersa nell’oscurita’, ma fu facile trovare la strada verso l’unica stanza rischiarata, dove il bagliore di un fuoco in un camino rivelo’ una forma indistinta seduta sul divano. La donna resto’ in piedi nel buio, tranquilla ad osservare l’uomo che l'aveva aiutata dopo l’incidente, cercando un piccolo indizio che potesse indicarle se poteva avvicinarsi.

"Come si sente?" le chiese l’uomo.

"Molto meglio, adesso, grazie."

La donna avanzo’ verso il divano e s’inginocchio’ sul tappeto davanti a lui.

"Sono davvero dispiaciuta per cio’ che e’ accaduto". Aveva la voce cosi’ fievole, da essere quasi impercettibile.

L’uomo le sorrise: "Non si preoccupi, va tutto bene."

"Non volevo che accadesse…"

"Lo so. L’importante e’ che lei stia bene."

L’uomo l’osservo’ un po' meglio. Quando l’aveva raccolta sulla strada, visibilmente sotto shock, non aveva notato quanto fosse attraente. La donna aveva i capelli lunghi e neri che le ricadevano sulla faccia e sulle spalle. Anche se in quelle circostanze una certa ansia che le traspariva dal volto era normale e giustificata, tutto cio’ non poteva appannare la sua bellezza, ne’ poteva offuscare il bagliore di quegli occhi chiari. Lei a quel punto, sentendosi guardata, sposto’ con le dita alcuni riccioli aggrovigliati dal suo volto e gli sorrise.

"Desidera che l’accompagni a casa sua?"

Il cuore della donna ebbe un sobbalzo. Non sapeva perche’, ma quella domanda l’aveva riempita di tristezza. Certamente avrebbe dovuto tornare a casa, lo sapeva, ma non ne sentiva l’urgenza. In ogni caso, il fatto di aver acconsentito ad un estraneo di portarla in quel posto e di metterla in un letto, la preoccupava un po’, ma allo stesso tempo sapeva che non desiderava essere in nessun altro luogo che non fosse li’, vicino a quell'uomo. Istintivamente, quasi a volersi proteggere da certi pensieri un po’ audaci, si porto’ le mani in grembo ed abbasso’ lo sguardo, poi lo alzo’ di nuovo.

"No, se a lei fa piacere che resti…"

La donna continuava a guardarlo dritto negli occhi. L’uomo intuiva che lei si attendeva qualcosa, ma cosa? Tutto cio’ che poteva fare era restare seduto li’, cercando di farla sentire il piu’ possibile al sicuro. Non era il tipo che azzardava avances, non si riteneva capace di fare certe cose, e poi quella non era certo la situazione piu' ideale per farlo, ma qualcosa di misterioso ed indecifrabile pareva spingerlo verso quella donna della quale non conosceva neppure il nome.

Come fosse una cosa del tutto naturale, la donna sollevo’ una mano per accarezzargli la faccia. Incoraggiato da quel gesto, l’uomo con cautela si piego’ in avanti ed avvicino’ il suo volto a quello di lei. Gli occhi della donna scintillarono di piu’, poi si chiusero quando le loro labbra si toccarono. Entrambi si piegarono in avanti per essere piu’ vicini e rafforzare quel bacio. Quando le lingue si sfiorarono, ondate di calore iniziarono ad avvampare i loro corpi.

La donna, si sollevo’ sulle ginocchia e prese la testa dell’uomo fra le mani, baciandolo ancor piu’ con passione. Poi, lo fece distendere sul divano e gli si mise sopra a gambe divaricate, mentre le mani di lui raggiungevano la stretta striscia di pelle dei fianchi tra la maglietta ed i jeans, per poi muoversi piu’ su, fino ad avvolgere con i palmi le coppe dei piccoli seni, rotondi e sodi da non aver bisogno di alcun reggiseno. La pelle era di velluto ed i capezzoli cosi’ tumidi e reattivi che gli fecero venir voglia di torturarli con i polpastrelli. Fu allora che lei si spinse ancor piu’ con il corpo contro quelle mani, adagiandosi completamente su di esse e gemendo di piacere per le carezze.

Carezze che volle ricambiare. Vagabondando con le mani, la donna presto trovo’ cio’ che cercava compresso nei pantaloni di quell’uomo che, quando il suo sesso fu liberato, ebbe un fremito di piacere. E per un lungo interminabile istante tutto quanto in quella stanza fu solo mani, labbra, lingue, seni ed i loro sessi.

Lei lo aiuto’ a togliersi i vestiti. Poi, a sua volta, si tolse i suoi e li lancio’ via restando totalmente nuda. Lo fece in fretta come se non potesse attendere oltre. Quindi, reclinando all'indietro la testa e spingendo in avanti il busto, offri’ i suoi capezzoli a quelle labbra voraci. L’uomo li succhio’ come fossero sorgenti di acqua fresca dopo una lunga traversata nel deserto, e dopo essersi dissetato a quelle piccole fonti, era talmente eccitato da non saper resistere alla voglia di accarezzarle il sesso, e di penetrarla con le dita.

La donna era cosi’ bagnata che l’uomo senti’ le dita che scivolarono dentro di lei quasi inghiottite da quel desiderio. L’odore inconfondibile del sesso di femmina gli riempiva le narici, e quando con il pollice trovo’ la clitoride, lei emise un grido, e si spinse col bacino ancora piu’ avanti, premendo ancor piu’ forte con il corpo.

Lei, cerco' l'altra mano di lui e quando la trovo’ la porto’ alla bocca ed inizio’ a succhiare ogni dito, uno per uno, con lo stesso ritmo con cui lui la faceva godere. Fu a quel punto che l’istinto prese il sopravvento e la donna, montandogli ancor piu' sopra, si fece penetrare, ed inizio' a cavalcarlo con voluttua', muovendosi seguendo un ritmo costante ma sempre piu’ veloce, come una musica in crescendo.

Inondati di sudore, i due amanti si muovevano in perfetta sincronia, incapaci di concentrarsi su qualsiasi altra cosa che non fosse il loro piacere. Era come se volassero, in alto, sempre piu' in alto, mentre il cervello ed il corpo, scossi dai sussulti, indicavano che l'orgasmo era sempre piu’ vicino.

Fino a quando nessuno dei due ebbe piu’ la voglia di rallentare la corsa verso il momento sublime, e tutto esplose in un bagliore accecante. In quell’istante, il tempo si blocco’ ed i loro corpi, irrigiditi nel piacere, raggiunsero insieme l’estasi, in un godimento lungo ed intenso che li consumo’ totalmente. Entrambi pensarono che quello era il momento piu’ bello di tutta la loro vita. Poi, si abbandonarono felici, perdendosi l'uno nelle braccia dell'altra, per l'eternita'.

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Sirene, luci lampeggianti. Davanti a me, da un’auto con un solo faro acceso, messa di traverso sulla strada, qualcuno sta estraendo il corpo senza vita di un uomo. Dietro di me, invece, un altro corpo anch’esso senza vita, viene recuperato da un altro veicolo accartocciato e piegato contro il tronco di un albero. E’ quello di una giovane donna dai capelli lunghi e neri che indossa una maglietta ed un paio di jeans.

Il soffio del vento sta spazzando via la nebbia. Senza una parola, senza un sussurro, la realta’ si spegne lentamente, lettera su lettera, parola su parola. Le parole mi muoiono dentro, anche quelle che io stessa ho creato, e la realta’ continua a spegnersi, cosi’ come si spengono le sensazioni, fin quando non resta nient’altro che il nulla.

sabato 15 gennaio 2011

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Donne magiare

Che io sia ungherese piuttosto che ceca, slovacca, serba, croata, macedone, bulgara, romena, moldava, ucraina, polacca, baltica, russa o nata il qualsiasi altro luogo dell’est Europa, ha poca importanza. Ho sempre creduto che in fondo siamo tutte quante sorellastre, figlie di uno stesso padre, il comunismo sotto il quale abbiamo vissuto alcuni anni della nostra vita, e di madri diverse, cioe’ le nostre differenti e specifiche culture nazionali.

In ogni caso, ho notato piu’ di una volta come, al di la’ delle caratteristiche prettamente estetiche che ci accomunano e che ci rendono immediatamente riconoscibili, in un certo senso ci assomigliamo un po’ tutte, e non e’ solo per un fatto genetico che ci ha tenute confinate per alcune generazioni all’interno di frontiere rigidissime che limitavano fortemente l’interscambio, ma anche perche’ alla base di quello che siamo c’e’ una similare visione della vita ed una scala di valori e di priorita’ abbastanza omogenea.

Mi verrebbe da dire che la prima cosa che ci contraddistingue e’ una speciale quanto diffusa bellezza tipica delle donne dell'est in generale. Chi ha visitato Budapest oppure qualsiasi altra capitale dell’Europa orientale, sa bene quanto le donne che vi girano siano belle ed affascinanti, ma e’ soprattutto nell’educazione e nel modo in cui viene espressa un certo tipo di femminilita’ che e’ palpabile una concezione del pudore e della sensualita’ piuttosto particolare che ci rende sicuramente dissimili da ogni donna occidentale.

Se parliamo solo di esteriorita’, e' tuttavia innegabile, ed e' anche appurato dal punto di vista scientifico, come un gradevole aspetto influenzi positivamente i giudizi delle persone con le quali entriamo in contatto, e come per ogni essere umano sia piu’ importante la “confezione”, cioe’ l’apparenza, della sostanza. Questo, noi donne magiare, lo sappiamo molto bene ed e’ per tale motivo che la bellezza e’ un elemento decisivo su cui basiamo gran parte delle nostre relazioni, senza peraltro limitarci alla sola fisicita’, poiche' sappiamo anche che questa non e’ certamente l’unica caratteristica importante.

La bellezza, infatti, non rappresenta niente se non e’ accompagnata dalla salute, alla quale attribuiamo un’importanza addirittura maggiore, ma sia bellezza che salute non avrebbero alcun senso se ad incorniciarle non ci fosse anche la cultura, terza caratteristica per noi fondamentale.

In Ungheria, comunque, tutti abbiamo in media una buona cultura scolastica ed universitaria, ed e' per noi normale, fin dall'infanzia, curare oltre agli studi anche lo sport, la danza, la lettura, il teatro e tante altre cose che contribuiscono a renderci persone il piu' possibile complete. Molti aspetti di questa nostra cultura possono essere compresi attraverso la letteratura espressa da autori ed autrici che hanno saputo raccontarci, come Mihály Vörösmarty, Margit Kaffka, Attila József, Ferenc Molnár, Sándor Márai, Imre Kertész, Péter Esterházy ed altri ancora. Letture indispensabili per chi si vuol calare nella nostra atmosfera magica, anche solo per sognare oppure per riuscire a comprendere meglio il nostro stile di vita e quali siano esattamente le nostre autentiche priorita’.

Ed una delle priorita’ che abbiamo e’ senz’altro la famiglia, che ha per noi un ruolo importantissimo, ma che rispetto ad una tipicamente mediterranea, ha piu' un carattere matriarcale. Il motivo di questa grande importanza che ha la donna nella famiglia e’ dovuta al fatto che noi magiare, anche se siamo generalmente portate per la casa perche’ veniamo educate dalle nostre madri a tale compito, quindi accettiamo volentieri il ruolo di custodi del focolare, abbiamo pero’ anche un temperamento molto forte e non facilmente assoggettabile.

Gran parte del nostro fascino credo dipenda anche da questo nostro animo fedele, ma estremamente orgoglioso, indomito, che non accetta ruoli prestabiliti, e principalmente non si piega ad alcuna limitazione della propria liberta’. Una caratteristica che, pur essendo certamente un elemento di stimolo e curiosita' all’inizio del rapporto, crea spesso problemi nelle relazioni sentimentali quando si devono fare i conti con le diverse culture ed i diversi stili di vita, come ad esempio potrebbe accadere in un rapporto con un uomo italiano.

Gli ungheresi, diversamente dagli italiani che anche dopo il matrimonio continuano a dipendere molto dalla loro famiglia d’origine, con forti legami con i genitori, i fratelli ed i parenti vari, sono invece molto piu' indipendenti e questo fatto crea non poche disarmonie e pone molti ostacoli sul cammino di una coppia in cui almeno uno dei due non sia disposto a rinunciare a gran parte delle proprie convinzioni. Cosa molto difficile, se non addirittura impossibile, da ottenere da una donna magiara.

Al di la’ dell’importanza che diamo ai fatti seri della vita, che agli occhi di chi non ci conosce ci fanno sembrare molto spesso dure, gelide e calcolatrici, pero’, abbiamo anche altre prerogative , alcune delle quali piacciono molto agli uomini. Una di queste e’ la voglia che abbiamo di giocare. A chi mi chiedesse quale sia il gioco che preferiamo, risponderei che e’ quello in cui possiamo utilizzare la caratteristica nella quale piu’ spicchiamo: la seduzione. Per noi, il gioco della seduzione, e' un bel modo per metterci alla prova prima di legarci sentimentalmente a qualcuno, per dimostrare a noi stesse di essere in grado di affascinare, o solo anche per divertirci e trarne motivo di godimento.

E' percio' assolutamente normale, per noi, incrociare gli sguardi degli uomini che ci piacciono, accettare le loro proposte quando c’interessano, oppure prendere l'iniziativa nelle situazioni intriganti. A differenza delle donne italiane che, soprattutto per colpa della cultura del pettegolezzo sono a volte come bloccate e soffocano la loro femminilita’, vittime quasi di un senso di colpa o per paura che si parli male di loro, noi siamo piu' libere di viverla questa femminilita'.

E qui non vorrei essere fraintesa. Ho diverse amiche italiane e loro sanno bene cosa voglio dire quando affermo che in Italia ci sono moltissime belle donne, ma veramente poche che siano dotate di autentico fascino. Soprattutto, le italiane anche se bellissime hanno scarsa consapevolezza del proprio fascino e mancano di quella necessaria sicurezza di poter sedurre semplicemente col proprio corpo e con la propria mente, senza che ci sia bisogno di utilizzare altri orpelli, come vestiti, gioielli, oppure ritocchi estetici troppo marcati al loro aspetto.

Molte italiane, infatti, pensano che sia l’esteriorita’ dell’apparenza a sedurre, e che per piacere basti indossare abiti alla moda oppure gonfiarsi le labbra ed il seno di silicone; mentre, mi spiace dirlo, il fascino e' tutt’altra cosa. Esso parte da dentro, da come siamo e non da come appariamo; dagli sguardi, dal portamento, dal sorriso, dal tono della voce, dalle parole che diciamo e dal significato che a loro diamo, da un’innata naturalezza, dalla consapevolezza della propria avvenenza, dalla sincerita’ nel modo di porsi e da un intero modo di vedere ed intendere la vita. Soprattutto, il fascino non conosce i sensi di colpa e non si preoccupa dei giudizi altrui, ed e’ per questo che le magiare, se vogliono affascinare, sanno bene come farlo.

Conseguenza della seduzione, e’ ovviamente il sesso, che e' una delle cose di cui andiamo piu' fiere. Per noi il sesso e' un'arte, qualcosa da coltivare senza paure o falsi pudori. In Italia, il sesso viene spesso vissuto come un tabu’ e la donna e' vista quasi sempre solo come oggetto del piacere maschile. Un esempio che puo’ dare la misura di quanto sia differente la nostra visione e’ che da noi, pur essendoci la piu’ fiorente industria del porno in Europa, in televisione non si vedono cosi’ tante ragazze seminude che sono invece onnipresenti nelle televisioni italiane. Ciononostante, il sesso in Ungheria lo si fa in abbondanza, ma senza dirlo, senza raccontarlo in giro, senza fare troppa pubblicita', e nessuno ci giudica per come siamo. Mentre in Italia ho notato che le persone, specialmente le donne, vivono nel costante timore di essere mal giudicate.

C’e’ chi dice che questa nostra disponibilita’ nei confronti del sesso e questa nostra natura disinibita, dipendano dal fatto che c’interessano solo i soldi e che per denaro siamo disposte a fare del nostro corpo merce di scambio. Queste critiche potrebbero anche essere vere: in fondo chi e’ che non ama i soldi? Ma se davvero, per un attimo, si lasciano da parte l’ipocrisia ed il facile luogo comune che vede ogni donna dell’est Europa come una potenziale prostituta, si puo' dire con onesta’ che non solo all’est, ma in ogni luogo, si possono trovare donne che puntano solo al denaro. La prostituzione esiste ovunque, non e' un fenomeno limitato ad una specifica parte del mondo, ma oltre a questo si deve dire che ci sono moltissimi altri modi in cui una donna puo’ mercificare il suo corpo per denaro, e questo indicare in ogni bella donna dell’est come un’affabulante mercificatrice del proprio corpo dipende solo da come gli uomini si propongono e da quello che cercano. Se ritengono di poter comprare il sesso, facilmente troveranno una donna disposta a concederlo, sia essa ungherese, italiana, giapponese, canadese o di qualsiasi altro luogo al mondo, ed otterranno cio’ che vorranno, ritrovandosi quasi sempre sfruttati. Da noi si dice: “Ki mint vet, úgy arat”. Come si semina, cosi’ si raccoglie.

Indipendentemente da chi esercita la professione di prostituta, pero’, e’ vero che siamo donne molto disponibili, libere di testa e con un basso livello d’inibizione. Certamente siamo disponibili ai flirt, alla seduzione, al sesso, soprattutto a quello fatto per gioco, ma nessuno con noi deve attendersi facili conquiste, soprattutto se punta al sentimento, che’ quello e’ qualcosa che non doniamo facilmente a chiunque. E qualora qualcuno avesse la fortuna di far breccia nel nostro cuore, stia ben attento a non tradirci perche’ non lo perdoneremmo mai.

venerdì 7 gennaio 2011

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La cantatrice del villaggio

Si racconta che un tempo vivesse nel regno d'Ungheria una cantatrice dalla voce bellissima, talmente brava da essere richiesta in tutte le corti reali. Per anni si era esibita nei teatri piu’ famosi, aveva rallegrato i salotti piu’ esclusivi, e la sua notorieta’ l’aveva fatta diventare molto ricca. Fino a quando un giorno scomparve, e di lei nessuno seppe piu’ nulla.

Le ricerche, gli appelli ed i bandi che vennero fatti in tutto il regno, si rivelarono inutili e tutti pensarono che fosse morta, oppure rapita da qualche brigante. In ogni luogo si dettero da fare per trovarla, ma senza risultato. Finche', dopo qualche anno, tutti se la dimenticarono perche’, nel frattempo, altre cantatrici erano diventate famose e a nessuno importo’ piu’ di lei.

Ma in realta' la cantatrice, il cui nome era Tündér, non era affatto morta. Stanca della vita frenetica, annoiata dai lussi e dagli sfarzi, disgustata dai tanti personaggi che popolavano il bel mondo che frequentava, avendo voglia di liberta' e desiderando riacquistarla, una notte in segreto era partita abbandonando tutto e tutti, e con poche cose si era rifugiata in un luogo ai confini lontani del regno, in un villaggio sperduto fra le montagne dove avrebbe finalmente potuto vivere la sua vita dedicandosi a cio’ che in realta’ le importava ed ai suoi piaceri: cucinare, cucire, leggere libri e cantare coltivando il suo piccolo orto che le avrebbe dato tutto il necessario per vivere.

Un giorno, mentre zappettava felice davanti alla sua casa, passo’ di li’ il prete del villaggio che, sentendola cantare, resto’ estasiato dalla sua voce, e cosi’ le fece una proposta.

“Avete una voce bellissima, cara Tündér. Perche’ non la mettete a disposizione di Nostro Signore, magari cantando durante la messa domenicale? Cio’ potrebbe attirare i fedeli che da un po’ di tempo, ahime', sono sempre meno numerosi”.

Tündér, che non faceva mai niente senza prima riflettere, ci penso un po’ su. Veramente, non avrebbe avuto voglia di impegnarsi la domenica togliendo tempo alla lettura dei libri a cui solitamente si dedicava in quella giornata, pero’ aveva un carattere buono e generoso. Oltretutto, era anche molto suscettibile ai complimenti e vedendo che il prete ci teneva cosi’ tanto, non pote’ dirgli di no ed accetto’ la proposta.

La funzione della domenica si rivelo’ un successo. Tutti restarono a bocca aperta a sentirla cantare. La notizia fece il giro non solo del villaggio, ma dell'intera contea, cosi’ ogni domenica era sempre piu’ la gente che si recava a messa solo per lei, ed il prete soddisfatto e felice, ringrazio’ il cielo per quell’insperato miracolo che aveva di nuovo reso affollata la sua chiesa.

La notizia giunse anche alle orecchie del borgomastro del villaggio che, recatosi in chiesa per sentirla cantare, resto’ incantato ed ebbe l’idea di farle una proposta.

“La vostra voce e’ straordinaria, cara Tündér. Perche’ non la mettete a disposizione della comunita’ del villaggio, magari cantando ai ricevimenti che ogni sabato organizzero' per i dignitari delle contee vicine? Questo potrebbe accrescere il nostro prestigio facendoci fare nuovi e vantaggiosi accordi e di cio’ tutti noi ve ne saremmo grati".

Tündér, come al solito, ci penso un po’ su. In verita’ non avrebbe avuto alcuna voglia di impegnare anche il suo sabato, giorno in cui solitamente si dedicava al cucito, pero’, a causa del suo carattere buono e generoso, ed essendo molto suscettibile ai complimenti, non pote’ dire di no neppure al borgomastro ed accetto’ la proposta.

Il ricevimento del borgomastro fu un vero successo. I dignitari delle contee confinanti restarono estasiati dalla voce di Tündér e per poter essere nuovamente accreditati anche per il sabato successivo, si resero disponibili a firmare accordi e nuove alleanze. La notizia di questa fantastica cantatrice si sparse cosi’ ovunque nel regno ed ogni sabato erano sempre di piu’ le persone importanti che volevano essere invitate ai ricevimenti del borgomastro che, soddisfatto e felice, ringrazio’ il cielo per quell’insperato miracolo che aveva accresciuto il suo prestigio.

Fu proprio durante uno di questi ricevimenti che un mercante, il piu’ famoso e potente del regno, che era uomo sincero, sicuramente, ma anche abile a sentire subito odore di grande affare, dopo aver ascoltato Tündér cantare, volle farle una proposta.

“La vostra voce e’ sublime, mia cara Tündér. Non ho mai sentito niente di cosi’ bello e celestiale. Pare che il vostro talento vi renda unica e preziosa. Perche’ non rendete felici tutti, magari cantando alla grande fiera che ogni venerdi’ andro’ ad organizzare proprio in questo villaggio? Arriverebbe gente da ogni dove, gli affari andrebbero a gonfie vele e voi avreste l’immensa gioia d’essere famosa, apprezzata ed omaggiata da ogni persona che avra’ la fortuna di ascoltarvi”.

Tündér, ancora una volta, ci penso un po’ su. Avrebbe voluto rifiutare perche’ non se la sentiva assolutamente di rinunciare anche al suo venerdi', che solitamente dedicava alla cucina, pero’, sempre per il suo carattere buono e generoso e, com’e’ risaputo, assai suscettibile ai complimenti, anche stavolta non pote’ dire di no.

Inutile dire che la fiera fu un successo enorme. Arrivarono mercanti da ogni angolo del regno per ascoltare il canto di Tündér, e tutti fecero affari d’oro ringraziando il cielo per quella straordinaria cantatrice che, ad ogni fiera, faceva arrivare sempre piu’ gente.

E tutti chiedevano di Tündér, si complimentavano con lei, le facevano omaggio di parole bellissime ed ogni volta avevano delle proposte da farle. Chi le proponeva di cantare il giovedi’, chi il mercoledi’, chi il martedi’, chi il lunedi’, e lei sempre, poiche’ era buona e generosa, e non era insensibile ai complimenti, accettava.

Fino a quando, un giorno, subissata dalle continue richieste e non avendo piu’ tempo per leggere, per cucire, per cucinare e per tutti quei piaceri per i quali si era rifugiata in quel villaggio, sapendo che non sarebbe bastato scomparire ancora, perche’ la stessa cosa, ovunque si fosse rifugiata, si sarebbe ripetuta, Tündér ci penso’ un po’ su e prese una decisione. Convoco’ il prete, il borgomastro, il mercante e tutti quelli che continuamente le chiedevano di impegnarsi, e disse che da quel momento in poi non avrebbe piu’ cantato per nessuno se in cambio non avesse ricevuto un compenso che non fosse fatto di soli complimenti, ma che fosse piu’ materiale, come del denaro con il quale avrebbe potuto almeno acquistare quello che a lei occorreva per sopravvivere, poiche’ a causa di tutti gli impegni presi che ormai le riempivano ogni giorno della settimana, non aveva piu’ neppure il tempo per coltivare il suo orto.

Il prete, il borgomastro, il mercante e tutti quanti si guadarono in faccia, strabiliati ed increduli per quello che avevano appena sentito. Non riuscivano a credere che una cosi’ soave fanciulla, dotata di quello straordinario talento che aveva fatto la felicita’ di tutto il villaggio, stesse chiedendo dei soldi in cambio di cio' che per lei avrebbe dovuto essere soltanto un piacere!

“Ma per chi li aveva presi?” pensarono quasi all’unisono.

Il primo a mostrare disgusto fu il prete; disse che nessuno poteva mercificare un talento donato da Dio, e che Tündér avrebbe dovuto vergognarsi per quella richiesta cosi' assurda ed immorale che offendeva chi l’aveva omaggiata ogni domenica in chiesa. E se ne ando’ via sdegnato.

Il borgomastro fu il secondo; disse che chiunque appartenesse ad una comunita’ aveva il dovere civile di mettere a disposizione il suo talento senza farsi pagare, perche' il ricevere denaro avrebbe significato prostituirsi, ed ai suoi ricevimenti le prostitute non erano benvenute. E se ne ando’ via sdegnato.

Il mercante si mostro un po' titubante. Era uomo pratico e sapeva che senza quella cantatrice cosi' brava le sue fiere non avrebbero piu’ avuto il successo al quale si era ormai abituato, ma siccome sia il prete che il borgomastro avevano espresso sdegno, ipocritamente decise di adeguarsi anche lui e disse che quel vendersi tardivamente dimostrava quanto Tündér fosse stata cinica, calcolatrice, ed avesse ingannato tutti. E se ne ando’ via sdegnato.

Cosi’ fecero anche gli altri. Chi per una ragione, chi per l’altra, nessuno se la senti’ di accettare la proposta di Tündér e tutti se ne andarono via sdegnati.

Tündér a quel punto sorrise; conosceva le persone e sapeva bene che chi e’ abituato ad ottenere ogni cosa in cambio di niente, inizia col chiedere un dito come favore, per poi azzannare e divorare l’intero braccio. Ma se per quel braccio qualcuno gli chiede di pagare qualcosa, allora si dilegua sdegnato ed offeso.

Il villaggio torno' cosi’ alla solita vita di prima e ad essere quello che era sempre stato; la chiesa si svuoto’, i ricevimenti del borgomastro finirono deserti, nessuno fece piu’ la fiera e gli abitanti, tutti, tornarono alla loro triste mediocrita’ di ogni giorno.

Si racconta che Tündér riprese a dedicarsi ai suoi piaceri: il cucito, la cucina, i libri e a cantare felice zappettando il suo orto. Si racconta anche che ci fosse chi, in segreto, senza farlo sapere a nessuno, le offrisse del denaro per ascoltare il suo canto in privato. Si dice persino che lei talvolta lo accettasse senza porsi alcun problema e che dopo aver cantato, a qualcuno, poi, lo restituisse.

giovedì 6 gennaio 2011

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Epifania

Di nuovo a Milano. Dopo aver trascorso il Natale ed il Capodanno a Firenze, citta' sempre e comunque deliziosa, in cui la gente sembra vivere di uno spirito diverso da quello milanese, ho deciso a malincuore di intraprendere il viaggio di ritorno. Dovevo farlo, non potevo prolungare ulteriormente la mia vacanza, e sono partita stamattina. Oltretutto, viaggiare nei giorni festivi e' secondo me comodissimo; poca gente e, chissa' come mai, treni sempre perfettamente in orario.

Non so quanto ancora mi fermero' in Italia; di sicuro non moltissimo. I miei progetti iniziali, alla mia partenza da Tokaj, erano diversi; pensavo che sarei rimasta in viaggio solo pochi giorni e sarei tornata a casa prima di Natale. Invece...

Invece, me la sono presa comoda. Potro' concedermela ogni tanto un po' di pigrizia oppure no?

No, so bene che non potrei concedermela. In realta', se lo dico e cerco di giustificarmi, e' perche' mi sento un po' in colpa per tutte le cose che avrei dovuto fare e che non ho fatto, e che adesso saranno li', accatastate ad attendermi. Sento gli impegni che mi stanno chiamando; avrei dovuto gia' da giorni essermi rimessa al lavoro e chissa' quanto ne trovero' di arretrato.

D'altronde, per le donne che abitano nella Citta' Invisibile non esistono festivita', se non fosse per i bambini per i quali il Natale e' sempre una data importante al di la' dell'aspetto religioso, tutto si svolgerebbe uguale ad ogni altro giorno dell'anno. In ogni modo, per alcune, il Natale cadra' proprio domani e sara' quindi la notte che verra' quella in cui verranno scambiati i doni.

Mi spiace di non essere con loro neanche in questa occasione. Purtroppo, oltre alla pigrizia, ci sono stati altri motivi che mi hanno trattenuta qui. Qualcosa di troppo personale che nessuna zingara racconterebbe mai. Pero', prima della mezzanotte mi faro' viva con una telefonata ed anche se non si trattera' di veri e propri auguri, che come e' noto preferisco evitare, sara' comunque un modo per far sentire la mia vicinanza.

Sicuramente, per cena, Erika e Mama prepareranno il borleves, poi il rántott ponty, oppure l'halászlé, ed infine il beigli. Ne faranno una scorpacciata, lo so, ed al mio ritorno le trovero' tutte quante ingrassate e pentite. Soprattutto Mariska e Zsanika, che dovranno faticare non poco per buttare giu' quei chiletti di troppo accumulati. Ed io con loro.

(La vignetta e' stata presa da: La Sindrome di Jessica Rabbit)

domenica 2 gennaio 2011

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Libera

Voglio risvegliarmi ogni giorno con questa piena sensazione di Liberta’. Ogni mattina quando apro gli occhi la voglio sentire li', presente, ed e’ la prima cosa a cui penso perche’, se per qualche motivo finisse, se mi accorgessi che e’ scomparsa e che non e' piu' con me, da quel momento in poi so che avvizzirei, e mi consumerei piano piano, fino a che di me non resterebbe piu’ niente.

La Liberta’ e’ la cosa piu’ importante. Poco m’importa se talvolta la vedo abbracciata alla Solitudine; la Solitudine in fondo non mi pesa. Anzi, spesso la trovo persino rassicurante, calda, desiderabile. Quello che da sempre mi angoscia, invece, e’ il sentirmi dominata, finanche dai sentimenti.

Sono certa che non sarei davvero felice se non potessi decidere ogni momento chi amare, chi odiare, chi desiderare… per questo voglio essere libera.
I had to be free, had to be free, it's all that I wanted
I wanted to see, wanted to be, alone if I needed
I had to be free, had to be free, from feelings that haunted
I wanted to see, wanted to be free
E’ accaduto molto tempo fa che l’incontrai per la prima volta, la Liberta’, e subito ne restai affascinata, sedotta, stregata. Capii all'istante che a lei avrei donato tutta me stessa. E’ qualcosa che, quando capita, non si puo’ ne’ impedire ne’ descrivere, esattamente come quando ci s’innamora, e da allora l’ho protetta ogni istante della mia vita.

E’ un legame forte il nostro. Siamo fatte l’una per l’altra: amiche inseparabili, complici, amanti eterne. Chi non ci ha mai fatto l’amore non potra’ mai capirlo… perche’ la Liberta’ e’ una scelta, e fin quando potro' scegliere saro' libera. Per sempre.

Compiango chi non l’ha mai conosciuta, oppure chi avendola per caso incrociata sulla sua strada l’ha evitata, o chi l'ha svenduta in cambio di qualche promessa rassicurante fatta di parole vuote, di scarso valore, e che alla fine si accorgera’ che esiste qualcosa che e' peggiore della Solitudine: una prigione affollata di costrizioni, obblighi, rimorsi e rimpianti, ed insieme a loro finire i propri giorni.


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Oggi mi sento un po' cosi'...

Oggi mi sento un po' cosi'...

Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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