lunedì 19 dicembre 2011

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Vita da Rom

Ricordo un film con Nicolas Cage intitolato “The family man”. Parla di un uomo ricco a cui non manca niente: una bella fidanzata, un lavoro invidiabile, una bella casa, la Ferrari. Ebbene, una mattina quest’uomo fortunato si risveglia catapultato magicamente negli abiti di un tranquillo padre di famiglia, con moglie e figli, col mutuo da pagare, senza piu’ privilegi e ricchezze e a fare i conti con tutti quei problemi che affliggono le cosiddette persone “normali”.

Al di la’ della trama un po’ melensa del film, e il lieto fine tutto “americano”, e l’uomo che riscopre proprio nella normalita’ della vita quei valori che come ricco aveva smarrito, penso che sarebbe qualcosa di bellissimo se questa “magia” accadesse anche nella realta’, e non solo nelle fiabe cinematografiche. Perche’ per quanto si possa parlare, spiegare, cercare di far capire, niente sarebbe piu’ efficace ed educativo che l’esperienza di vivere sulla propria pelle certe problematiche e tutti quegli aspetti della vita degli altri che non conosciamo e che spesso, solo per sentito dire e con pregiudizio, ci troviamo a criticare, a giudicare e persino a criminalizzare.

Mai come ora i rom sono stati al centro del dibattito. Perfino nelle discussioni che facciamo in questo blog l’argomento fa emergere le distanze fra persone che fino a ieri potevano sembrare in buoni rapporti. E si creano cosi’ prepotenti le fratture, le incomprensioni che alimentano la rabbia, il rancore e il senso di rivalsa a difesa del proprio “ego”.

Eppure credo che nessun confronto potrebbe essere efficace quanto l’esperienza diretta, cioe’ l’essere catapultati nei panni di chi con pregiudizio, e’ oggetto di critica e criminalizzazione: in questo caso lo zingaro. Cosi’, magicamente, come nel film “The family man”, ti svegli e non sei piu’ tu. Il letto in cui dormi non e’ quello solito, ma e’ una branda scomoda e maleodorante. La stanza nelle quale sei abituato ad aprire gli occhi al mattino e’ scomparsa ed al suo posto c’e’ l’angusto spazio di una fatiscente baracca. Prova per un attimo ad immaginarlo, se ne sei capace.

Una volta superato lo shock ti accorgi che non e’ un sogno. Come Dan Aykroyd in “Una poltrona per due” quando si ritrova nei panni di Eddie Murphy, ti rendi conto che e’ proprio questa la tua condizione, che la vita che avevi non esiste piu’, che la tua casa, il tuo lavoro, la tua famiglia, i tuoi amici, i problemi quotidiani che ieri ti sembravano insormontabili, oggi hanno lasciato il posto ad una realta’ ben diversa in cui ogni problema sara’ piu’ grande, piu’ grave ed assai piu’ irrisolvibile.

Ti guardi allo specchio ed anche la tua immagine non e’ piu’ quella che ricordavi di avere. Adesso hai la pelle scura ed i tratti somatici simili a quelli degli zingari. Anche i vestiti che porti sono poveri, rovinati, sporchi perche’ nelle baracche non esiste niente per lavarli, e senza acqua corrente diventa un problema finanche l’igiene personale. Ti frughi addosso e trovi pochi spiccioli. Con quelli puoi iniziare la giornata tentando di arrivare a poterne vedere la fine. Come fanno tutti i poveri. I veri poveri. Perche’ i poveri vivono giorno per giorno. Non hanno a disposizione piu’ di un giorno alla volta. Pianificare, accumulare, preordinare, sono cose per chi puo’ avere un domani, per chi puo’ mettere da parte qualcosa, mentre i poveracci e’ gia’ molto se riescono ad arrivare a crepare senza avere debiti.

Inizi a vagare per la citta’. Non sai cosa fare, dove andare, da dove iniziare. All’angolo di una strada trovi alcuni giovani che si fanno beffe di te e ti gridano dietro insulti. Ce n’e’ addirittura uno che col suo telefonino ti scatta qualche fotografia, poi fotografa i bidoni dell’immondizia. Probabilmente, sulla sua pagina di Facebook la tua fotografia sara’ etichettata come: “Ecco la spazzatura”.

Hai fame. Coi pochi spiccioli entri in un bar. La gente che ti sta intorno non e’ lieta della tua presenza, ma nessuno dice nulla. Senti comunque gli occhi puntati addosso. C’e’ chi ti ridacchia dietro le spalle, oppure dice qualcosa di brutto sul tuo conto, ma non alzi la testa perche’ sai di essere fuori posto, fuori tempo, fuori da ogni possibile, immaginabile, idea di solidarieta’. Senti solo scherno e derisione. Nessuno ti riconosce come uno di loro. Tu sei il diverso, l’elemento di disturbo, l’anomalia, e forse agli occhi della gente non sei neppure “umano”, e capisci presto che i tanti discorsi buonisti che solitamente si fanno sull’accoglienza e la solidarieta’ sono solo ipocrite congetture. Le persone che ti stanno intorno, quando parleranno di te con gli amici e i familiari a casa, diranno che la loro non e’ discriminazione. Infatti, nessuno ti caccia dal bar. Finche’ incassano i tuoi soldi, ti danno quello che chiedi, e comprendi che ad esser vittima di discriminazione in fondo non sono solo gli zingari, ma la poverta’ in se’.

Ricordi che anche tu, quando sognavi di essere una persona normale, volevi che gli zingari profumassero e amassero l’arte, ma adesso che ti sei svegliato sai bene che nessun datore di lavoro vuole assumere uno zingaro. E senza soldi lo zingaro precipita nella miseria, oppure cerca dei mezzi non convenzionali per procurarsi quelli necessari a sopravvivere. Pero’, nonostante tutto, ti ostini a voler ricorrere ai mezzi convenzionali, e fai tutto quanto e’ in tuo potere per farti assumere. Consulti la pagina delle offerte di lavoro sui giornali. Scorri gli annunci in cui ricercano operai non qualificati, lavamacchine, autodemolitori. Sei disposto a fare tutto.

A telefono ti dicono che posti di lavoro disponibili ne hanno ancora, ma quando ti presenti ti senti dire: “Vattene, non vogliamo zingari!”. Ed e' cosi' in ogni luogo in cui ti presenti: ti scacciano insultandoti. Perfino dove cercano manovali per una paga da fame ti respingono. Comunque non perdi la speranza. Pensi che, in ogni caso, una certa solidarieta’ esista. Deve esistere. Ti metti ad un semaforo. Trascorri ore sul ciglio della strada facendo segno agli automobilisti di passaggio di aver bisogno di aiuto. Sulle labbra di alcuni leggi parolacce e ingiurie, mentre altri ridono di te o fanno finta di non vederti. Uno cerca persino di venirti addosso con l’auto. Sei completamente solo. Centinaia di persone ti passano accanto senza che nessuno raccolga il tuo bisogno di aiuto. Ed e’ in questo preciso momento che comprendi perche’ gli zingari si spostano sempre in gruppo: se restassero soli morirebbero.

Alla fine si ferma una vecchia auto. C’e’ dentro un disgraziato. Anche lui indossa dei vestiti sporchi e dimessi. Nel tempo necessario a metterti fra le mani cinque euro, ti apre il suo cuore: "Ti avevo visto, due ore fa. Ti ho guardato nello specchietto retrovisore e mi sono pentito di non essermi fermato. Mi sono ripromesso, se fossi stato ancora qui al mio ritorno, di fermarmi e di darti qualcosa. Credi che abbia fatto una buona azione?" A testa bassa gli rispondi: "Si'". Con quei soldi puoi finalmente comprarti qualcosa da mangiare.

La giornata finisce com’era iniziata: dentro una lurida baracca, raggomitolato in una branda maleodorante, con la consapevolezza di non aver concluso niente se non aver vissuto un giorno in piu’. Come ogni rom anche tu hai avuto un giorno a disposizione da vivere, giunto alla fine del quale sai di non aver trovato una soluzione al domani. Ed e' alla fine, dopo che avrai vissuto cosi’ per un po', che troverai la risposta alle tante certezze che oggi hai in merito agli zingari, alla loro vita che denigri, alla loro sporcizia che ti disgusta, alla loro indolenza che ti infastisce, e forse ti sara’ piu’ chiaro il vero significato di un versetto del Vangelo che dice: “Bisogna che voi siate generati di nuovo”.

15 commenti :

Scialuppe ha detto...

Misono sempre chiesto, e non ho mai trovato una risposta, fino a che punto sia una questione economica e fino a che punto sia una questione culturale.
Cioè: fino a che punto la miseria determina altra miseria, e la mancata integrazione determina mancata integrazione, e fino a che punto invece la scelta di mantenere la propria appartenenza etnica e culturale determina esclusione e quindi miseria. Mi si può rispondere che si tratta della questione dell'uovo e della gallina, ma non è proprio così. Perchè se la causa prima della miseria è la miseria, si può mantenere la propria cultura anche uscendo dalla spirale della povertà, mentre se la causa prima è la cultura, non si può o in misura molto minore. (E tu, a quel che è possibile capire, non sei proprio l'esempio più classico di cultura rom mantenuta, anche se mantieni un legame affettivo forte con le tue radici. Almeno questo è quello che pare a me). È una domanda che ti faccio, nel caso non si fosse capito.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

È una domanda che ti faccio, nel caso non si fosse capito.

Non credo di aver capito la domanda completamente, ma provero' lo stesso a risponderti.
La miseria e' connessa a una cultura? Non credo. Nessuna cultura di per se' nasce e si sviluppa con il fine di mantere le persone miserabili. La poverta' invece, intesa come condivisione dei beni comuni (quindi si e' tutti un pochino piu' poveri a danno di chi vorrebbe accumulare il massimo possibile) puo' essere elemento culturale. Lo stesso Cristianesimo trova prima in Cristo, poi in S.Francesco ed in numerose altre figure, esempi classici di quanto sto dicendo.
Per cui, poveri non vuol dire miserabili. Pero' la poverta', intesa come "scelta" affinche tutti abbiano di che vivere, se non e' calibrata e supportata da un sistema sociale adeguato, porta irrimediabilmente alla miseria e poi, una volta caduti nel vortice della miseria uscirne e' quasi impossibile.
Tanto piu' se il sistema sociale penalizza enormemente chi e' povero, e della poverta' ne fa un elemento di discriminazione: se sei povero non vali, forse rubi quindi non sei affidabile e non meriti alcuna chance. Mentre se sei ricco vali, perche' vuol dire che hai saputo amministrarti bene, e ti do occasione di arricchirti ancor di piu'.
Ed una societa' di questo genere ha messo in atto addirittura segni "distintivi" che indicano a quale categoria appartieni: un orologio, una griffe, l'auto che guidi...
La societa' odierna, basata sul consumismo e sull'arricchimento selvaggio di alcuni a scapito di tutti gli altri, come se fosse l'apoteosi filosofica del gioco di carte "rubamazzo", in cui la solidarieta' si perde nei rivoli dei tanti discorsi buonisti e negli sms da 2 euro, non puo' tener conto di culture che hanno come collante l'essere piu' poveri ma condividere piuttosto che essere miserabili affinche' qualcuno sia smodatamente ricco.
La stessa cultura la si poteva ritrovare anche fra gli amerindi, i cosiddetti indiani d'america, distrutti, segregati, resi miserabili proprio perche' distanti dal modello imperialista dominante che divideva (e divide) il mondo in padroni e servi.
Tu dici che io "non sono un esempio classico di cultura rom mantenuta". Hai ragione. Non lo sono.
Il motivo e' che ho avuto la fortuna di poter affrancarmi dalla miseria (che come dici tu e' autorigenerante). Si tratta dunque di fortuna (anche un povero puo' vincere alla lotteria), e forse anche un po' incosciente. Per questo, una volta uscita dal bozzolo, ho potuto guardare il mio mondo dall'esterno. Sono certa che la stessa cosa accaduta a me, e' accaduta a molta altra gente, anche italiani, che emigrati dai loro piccoli paesi poveri e privi di istruzione, sono ritornati anni dopo arricchiti non solo di soldi, ma anche di esperienze e di nuove prospettive.
La mediazione, culturale, sociale, relazionale, non la si puo' fare restando abbarbicati ad un'unica cultura, ad un'unica societa', ad un'unica relazione, percio' vedendo il mondo sotto un'unica luce. Si deve avere ben presenti tutti gli aspetti che creano sia contrasti che punti di contatto.
Ma l'essere stata fortunata, ed anche incosciente, e l'aver vissuto in entrambe le dimensioni, non vuol dire aver perso la mia cultura. Vuol dire averne acquisita una in piu'. E forse anche piu' di una.

Scialuppe ha detto...

No, la mia domanda era leggermente diversa. È vero che "nessuna cultura di per se' nasce e si sviluppa con il fine di mantere le persone miserabili": ma alcune culture sono incompatibili con il benessere inteso all'occidentale. Ad esempio, come scrivi tu, quella dei pellerossa. Se vuoi la mia domanda è: la cultura rom è una di queste? Cioè: i rom sono poveri perchè c'è qualcosa nella loro cultura che è radicalmente incompatibile con la cultura industriale, e il prezzo per vivere integrati nella nostra società sarebbe quindi perdere quel "qualcosa"? (Ad esempio: il nomadismo, o altro che potresti conoscere tu e non certo io). E se sì, quella di vivere nel modo che sappiamo, (compresi furti come hai ammesso tu stessa) è una "scelta" consapevole pur di mantenere la propria identità, o una sorta di incapacità culturale di adattarsi (che evidentemente non è di tutti visto che alcuni si integrano) o semplicemente qualcosa a cui sono costretti dalle circostanze esterne (la gente che non gli dà lavoro)?
Corollario della domanda: è possibile essere rom integrati con la maggioranza e al contempo rimanere parte della cultura e della comunità rom a pieno titolo?
Perchè se sì, questa secondo me sarebbe la strada da percorrere, se no invece la scelta è drammmatica: rinunciare alle proprie radici o continuare per sempre a vivere da emarginati.
(Ancora una volta, il paragone con gli ebrei è calzantissimo, visto che questo era il dibattito tra sionisti ed integrazionisti. Ma i rom non hanno na regione a cui tornare, che io sappia, a meno che non vogliano tornare a fare i fuori casta in india, che non mi pare una gran soluzione...).

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Scialuppe: la cultura rom è una di queste? Cioè: i rom sono poveri perchè c'è qualcosa nella loro cultura che è radicalmente incompatibile con la cultura industriale, e il prezzo per vivere integrati nella nostra società sarebbe quindi perdere quel "qualcosa"? (Ad esempio: il nomadismo, o altro che potresti conoscere tu e non certo io).

Ovviamente si'. Ho gia' scritto di questo in un altro post:

http://chiara-di-notte.blogspot.com/2011/01/la-famiglia-nomade-e-la-democrazia.html

E se sì, quella di vivere nel modo che sappiamo, (compresi furti come hai ammesso tu stessa) è una "scelta" consapevole pur di mantenere la propria identità, o una sorta di incapacità culturale di adattarsi (che evidentemente non è di tutti visto che alcuni si integrano) o semplicemente qualcosa a cui sono costretti dalle circostanze esterne (la gente che non gli dà lavoro)?

Il furto non fa parte ne' della cultura tzigana ne' di una predisposizione genetica dei rom. E' solo un "ripiego". Prima della grave crisi che ha colpito l'Est nei primi anni 90, e le susseguenti guerre balcaniche che hanno costretto moltissima gente (soprattutto lo strato piu' basso della popolazione, quindi i rom) alla miseria assoluta e ad uno stato di rifugiati, di "eterni sgomberati", gli tzigani come tutti avevano un lavoro. Umile, ma lo avevano. Contadini, manovali, artigiani di poco conto, circensi...
E' stata la poverta' susseguente alla perdita del lavoro che ha portato all'indigenza e quindi anche ad una "forzata perdita di valori" che ha costretto la gente a rubare.
Del resto non e' qualcosa che fanno tutti i poveri che non hanno alternative? Forse che nei luoghi in cui esiste grande poverta', siano essi in Sud America, in Nord America, in Africa, in Asia, in Europa i poveri non rubacchiano? I turisti non devono guardarsi le spalle? E non si tratta certamente di rom, giusto?
Quindi il furto come "unica alternativa". Oppure altri tipi di attivita' illecite, le uniche che la societa' odierna riserva agli ultimi del mondo.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Scialuppe: è possibile essere rom integrati con la maggioranza e al contempo rimanere parte della cultura e della comunità rom a pieno titolo?

Io credo di si'. Ma la mia voce e' solo una delle due campane. C'e' chi dice che non e' possibile e che contano di piu' le tradizioni che l'integrazione. Sono soprattutto le generazioni anziane che sono chiaramente piu' attaccate al mondo degli antenati, ritenendolo puro e incontaminato, dandogli una valenza religiosa che sovrasta la logica. E' come la vostra "Fede".
Ma per chi non ha Fede come me, e' facile vedere le "falle" del discorso e le storture del mondo degli avi che cosi' incontaminato e puro poi non e'. E non perche' la gente ruba, ma per altri usi che vanno assolutamente sradicati, come la sottomissione femminile e la pratica dei matrimoni di bambine con uomini troppo adulti. Per questo credo (ed ho sempre creduto) che non dobbiamo rifiutare a priori il mondo dei gadje', in quanto sarebbe xenofobia al contrario. Dobbiamo invece prendere cio' che c'e' di buono, come si fa in ogni giardino: si lascia cio' che e' ancora acerbo sulla pianta mentre si raccoglie cio' che e' maturo.
A mio modo, fra la mia gente, tu non ci credera, ma sono una ribelle e spesso non sono compresa allo stesso modo in cui non sono compresa qui, da voi. E' una posizione scomoda quella della "mediatrice". L'autorevolezza di chi si essunta/o questo compito risiede tutta nella capacita', appunto, di mediare senza faziosita' e cercando di mirare agli obiettivi che rendano piu' agevole il cammino di chi, se le cose non cambiano, come dici tu non ha possibilita' di sopravvivere.
Ma da dove partire quando tutti ti sono contro?
La tua gente che ti accusa di esserti fatta corrompere. I gadje' che coi loro pregiudizi impediscono ogni possibilita' di dialogo, la societa' che non e' strutturata per accogliere entrambe le culture senza che qualcuno riceva delle ferite, lo Stato che, anche per via della crisi, e' sempre piu' distante.
Ebbene, qui entra in gioco l'iniziativa personale, una certa incoscienza ed anche un bel po' di fortuna.
Ogni persona che ha a cuore il problema agisce secondo la propria coscienza, portando avanti il discorso seguendo la propria coerenza. Io ho adottato il metodo dell'esempio: far vedere come in fondo non siamo cosi' distanti se possiamo metterci d'accordo su alcuni punti fondamentali, pochi e ben determinati.
Per questo ho abbandonato ogni condizionamento che potesse "dividere" piu' che unire, come ad esempio le fedi religiose, l'appartenenza ad un partito, il tifo per una squadra di calcio oppure l'appartenenza ad un genere, maschile o femminile.
Confrontarsi mostrando i propri difetti, con umilta' e senza far esplodere il nostro ego, ripudiando la violenza anche quella di chi allude subdolamente che nell'altro ci debba essere un nemico da combattere.
Caro Scialuppe, vedo che stai diventando assiduo commentatore del piccolo punto di contatto fra me e voi che e' questo blog. Questo non puo' che rendermi lieta, anche perche' le domande che poni sono sempre interessanti e mi danno modo di spiegare senza sentirmi denigrata o additata come "cattivo esempio" come, invece, altri cercano di fare costantemente.

Scialuppe ha detto...

-> Il furto non fa parte ne' della cultura tzigana ne' di una predisposizione genetica dei rom.

Non mi era nemmeno passato per la mente che potesse essere una questione genetica. Che potesse essere una questione culturale sì (alcune culture non danno importanza alla proprietà privata e quindi i suoi membri vengono considerati "ladri") ma se mi dici di no ti credo.

-> Caro Scialuppe, vedo che stai diventando assiduo commentatore del piccolo punto di contatto fra me e voi che e' questo blog.

Grazie. Mi interessa molto questo tema perchè son cresciuto in una società che aveva decisamente dei tratti xenofobi pur essendo costituita in gran parte da gente "buona": non dico gente "per bene" ma proprio gente buona ma in gran parte irrimediabilmente sospettosa e ostile verso il mondo esterno. Io stesso, che non son mai stato razzista, ho dovuto fare un percorso molto lungo per capire che c'era molto di xenofobo in me ( e c'è ancora, but I deal with it). Capire e ragionare aiuta, conoscere di persona altre persone aiuta ancora di più. Per litigare e insultare ci sono già abbastanza occasioni nella vita in 3D.

rosa ha detto...

Ciao Chiara, ho letto il tuo post ed ho letto anche i commenti. E' vero esistono culture che sono avverse al sistema cattolico-calvinista-
occidentale, che hanno una sorta di marchio, cui il sistema riserva un destino terribile e l'esempio degli amerindi è calzante!
La "maledizione" dei Rom ha radici antiche e forse (dico forse perché so di trovarmi di fronte a persona che sa più di me per esperienza diretta) legate alla cultura del nomadismo in una società sempre più stanziale.
Hai ragione, l'unico modo in cui, forse, si potrebbe capire sarebbe trovarsi nei panni.
Quello che noto è che persino dove non sospetteresti, da chi non ti aspetteresti mai, vengono fuori parole piene di prevenzione e di razzismo, tonnellate di luoghi comuni e dolorose banalità, quando si parla dei Rom. Sembra quasi che siano "capro espiatorio" predestinato, ricettacolo di ogni pensiero malvagio.
Siamo terribili...ed anche il chiamarsi fuori, il dire io non c'entro è viltà, perché chi tace acconsente, persino la voce di certi antirazzisti diviene flebile quando l'argomento è la cultura Rom.
Un saluto e un abbraccio!
Namastè

Chiara di Notte - Klára ha detto...

[OT] Per Scialuppe:

http://tinyurl.com/c9gs8o7

Chiara di Notte - Klára ha detto...

[OT] Aggiunta (sempre per Scialuppe):

"Ahány nyelvet beszélsz, annyi ember vagy", dice un proverbio ungherese e significa: quante lingue parli tante persone sei.
Ricordo che me lo ripeteva mia madre, anche lei interprete e traduttrice, quand'ero piccola. Credo sia stato il primo proverbio che ho imparato.
Voleva farmi capire che se anche gli altri bambini mi chiamavano zingara, non dovevo sentirmi inferiore perche' rispetto a loro io ero 2 persone.
In seguito, ho capito che ancora non mi bastava ed ho voluto essere piu' persone che potevo. Non so se ci sono riuscita pero', per rientrare in tema col post, ho cercato di "rigenerarmi" ogni volta immergendomi completamente nella nuova vita che affrontavo. Finora ho vissuto almeno tre volte, ho vissuto a lungo in tre paesi diversi e sono stata ogni volta una persona nuova, cercando di imparare in ogni paese in cui vivevo, ogni cosa che potevo. Mi sono nutrita di storia, di cultura, di film, di musica, di tutto. Era ed e' tuttora il mio passatempo preferito: imparare.
Adesso sto affrontando la mia "quarta vita", e cerco di mettere a frutto l'esperienza ricavata finora. Ma so che potrebbe non essere l'ultima.
C'e' pero' un segreto per quanto riguarda la facilita' con la quale riesco ad imparare le lingue e qui c'entra l'etnia. Forse non molti sanno che gli indiani (quelli dell'india e non gli amerindi che hanno invece la dote di mantenere meglio degli altri l'equilibrio) hanno una particolare propensione verso la matematica. Anche i Rom pare abbiano una speciale caratteristica: apprendono forse meglio di altri le lingue. Quindi, piu' che i manovali o gli operai non specializzati, dovrebbero (e potrebbero) essere impiegati nei lavori di traduzione, come interpreti o guide.
Solo che occorrerebbero volonta' politica ed investimenti per la formazione dei giovani fin dalla prima eta' scolastica e soprattutto si dovrebbero creare le condizioni affinche' i genitori mandino i loro figli a scuola invece che a elemosinare.

Fabrizio ha detto...

Cultura, arricchimento e benessere, faccio un esempio a me vicino, scusandomi in anticipo per la lunghezza.
Discutevo il mese scorso con amici, che mi raccontavano di aver visto in Turchia fiere di cavalli gestite da Rom e si vantavano di averle riscoperte andando tanto lontano.
Rispondevo che sino a 10 anni fa, esisteva qualcosa di molto simile in un posto niente affatto esotico, in centro a Monza, proprio accanto alle mure del carcere vecchio.
Niente di particolare, un vasto piazzale cintato e coperto da tettoie. I miei figli quando erano piccoli marinavano la scuola (adesso sono cresciuti e posso dirlo) per andarci con me il giovedì mattina.
E lì incontravano con stupore un vecchio rom pezzente, che avevano conosciuto al campo sottocasa, che da una vita faceva l'allevatore di cavalli, e pezzente com'era trattava alla pari con commercianti e nobili amanti dei cavalli. La trattativa terminava immancabilmente nell'osteria vicina, a vino e salamelle. Fuori dal recinto, un piccolo mercato con oche e galline, coltelli a serramanico, borracce, ed il vecchio che ci spiegava la differenza tra una sella inglese e una americana.
Il mercato dei cavalli ha chiuso, ha chiuso anche l'osteria delle salamelle, anche il tabaccaio. Nessuno di loro era ricco, ma si campava e ci si conosceva tutti. A presto arriverà un centro commerciale, che strozzerà i negozi superstiti.
Il vecchio vive tuttora in un campo regolare, ai margini di quello che potrebbe diventare un vasto parco urbano. I suoi parenti sono diplomati operatori del verde, ma la loro cooperativa da anni non ha commesse, anche se il lavoro sarebbe sotto casa.
Cinque anni fa presentammo un progetto in comune, perché in questo parco, al posto di un'altra speculazione edilizia, potesse installare una stalla a norma, con maneggio annesso, per organizzare visite scolastiche e gite a cavallo nel costituendo parco.
Nessuno si occupò di questo progetto, in compenso il comune vuole chiudere il campo.
Il vecchio, con figli e nipoti, ha trovato una cascina nel pavese, dove sistemarsi.
A me spiace non solo per dover perdere dei vecchi amici che hanno insegnato ai miei figli ad amare tutti gli animali.
Spiace perché quando si parla di cultura e di possibilità di esprimersi (anche col lavoro), pensiamo alla musica, alla poesia, ma anche questo lo era ed avrebbe arricchito la nostra città. Era uno scambio, come lo è la cultura, come lo è il lavoro.
Nel frattempo, noi gagé spendiamo soldi per andare in Turchia, in Camargue, e si fa in modo che chi potrebbe realizzare una piccola oasi verde alla porte della città, sia obbligato ad andarsene.

rabah ha detto...

"Forse non molti sanno che gli indiani (quelli dell'india e non gli amerindi che hanno invece la dote di mantenere meglio degli altri l'equilibrio) hanno una particolare propensione verso la matematica."

E non solo per la matematica ma anche per la filosofia, teologia (anche se da loro troviamo non so quanti Dei, ma sta di fatto che hanno perfino la fede nel loro vocabolario, un punto di riferimento transcedentale, cosi come` abituata la mente umana,per la sua natura, a raportarsi). eh...ma quelli li sono indiani, hindu.

Scialuppe ha detto...
"o una sorta di incapacità culturale di adattarsi?"

Piutostto questo, si. giorni fa o visto un documentario realizato da una giovane rom, una ragazza del tutto normale, con desideri, sogni, speranze cosi come abiamo noi tutti. questa ragazza vive con la sua famiglia, preso a Torino mi sa, in un apartamento. nonostante il conforto di questa casa, a lei manca ancora il campo rom, le baracche, la vita al aria aperta.

insomma, questa cultura, abitudini come volete chiamargli, sono incongruenti ai tempi che viviamo. i bianchi hanno provato negli anni `60 di vivere in stile gypsy (conoscete il fenomeno Woodstock), beh questo stile non ha resistito a lungo. pure a me piace qualvolta di vivere cosi, ma per una una vacanza, insomma per un breve periodo. ma dedicarmi l`intera vita a questo stile mi sembra gia un abuso lirico :))))))

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Namaste': Siamo terribili...ed anche il chiamarsi fuori, il dire io non c'entro è viltà, perché chi tace acconsente, persino la voce di certi antirazzisti diviene flebile quando l'argomento è la cultura Rom.

Buon giorno e grazie per il tuo commento. Hai perfettamente ragione: sono quelli che vogliono "apparire" buoni i piu' ipocriti e subdoli.
Un colpo al cerchio e uno alla botte, pero' stando bene attenti affinche' i colpi alla botte siano piu' forti e piu' duri. Cosi' possono "sentirsi" giusti, equilibrati... tolleranti.
Ma dentro lo sono veramente?
Basta davvero parlare (blablabla) per aver "risolto il problema" senza averlo minimamente compreso?
Cosa vuoi che abbia compreso chi parla dei Rom solo perche' ne vede alcuni fermi ai semafori a chiedere l'elemosina? Cosa vuoi che abbia compreso chi, in base a notizie farlocche, parla ancora di zingari rapitori di bimbi? Cosa vuoi che abbia compreso chi e' sempre pronto ad additare la pagliuzza nell'occhio altrui senza considerare che nel proprio occhio ha conficcata una trave?
Se mi chiedono se i Rom sono ladri io rispondo: lo sono come spesso lo sono tutti i miserabili del mondo. Se non hai i soldi per sopravvivere, rubi.
Se mi chiedono se fra i Rom ci sono maltrattatori di bimbi io rispondo: ce ne sono, come ce ne sono ovunque, fra ricchi e fra poveri, persino (e soprattutto) nella Citta' del Vaticano.
Non ho mai scritto un solo post in cui abbia affermato la "superiorita'" della cultura Rom. Ne ho solo evidenziato alcuni tratti. Al limite ho detto che fra una societa' opulenta in cui esiste una grande diseguaglianza, ne preferisco una piu' povera in cui tutti ci si possa sentire "una famiglia". Ed in una famiglia ciascun membro dovrebbe avere orrore sel fatto che il proprio "fratello" o la propria "sorella" muoia di fame o viva in uno stato di abbandono totale. Dove lo si permette, li' davvero c'e' incivilta'. Soprattutto se in questa diseguaglianza c'e' chi ha talmente tanto da potersi permettere di sprecare risorse e denaro per le cose piu' idiote e superflue mentre accanto ha chi non ha neppure il necessario per vivere al si sopra di una condizione "animale".
Ma che mondo e' quello in cui si permette questo abominio?
Ed io mi chiedo: e' accettabile che chi ha fame sottragga un po' di caviale a chi ne ha tanto da potersi ingozzare e persino gettarlo via?
Io credo lo sia, accettabile. E non solo e' accettabile. E' addirittura necessario quando il limite della ricchezza da una parte e della miseria dall'altra viene superato.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

@ Fabrizio: Cultura, arricchimento e benessere, faccio un esempio a me vicino, scusandomi in anticipo per la lunghezza.

Fabrizio, ogni tuo commento (e racconto) qui e' arricchimento.


@ Rabbah: eh...ma quelli li sono indiani, hindu.

E quindi?

letterariamenteblog ha detto...

Klàra, e non Kìara come ti ho chiamata per sbaglio in un mio commento precedente, sei l'orgoglio di un popolo. Anzi, estendendo il complimento, sei l'orgoglio dell'anima umana. E' così "vivo" quello che leggo, che non mi sembra possibile frenare la gioia di aver trovato su Internet, da una "figura sconosciuta" prima, "zingara" e "eticamente discutibile", il senso della mia "filosofia dell'altro", espresso con una poetica da grande scrittrice, peraltro. Condivido appieno le tue osservazioni e le sento mie. E io sono un bianco, italiano di 30 anni, con una famiglia normale, una laurea e tanti amici. Perché l'empatia esiste solo all'interno del proprio gruppo, del proprio Stato, della propria idea di umanità?

moreno mo ha detto...

Buon giorno klára,
il tuo articolo mi ha fatto venire in mente una cosa che mi è successa alcuni anni fa e che mi ha molto colpito (è anche la causa della mia quasi ossessione per il rispetto nei confronti dei Rom ).
Fuori dal supermercato dove mi reco abitualmente a fare la spesa c'era una signora che aiutava con le borse, portava posto i carrelli , insomma , le solite cose.
Ogni tanto ci scambiavo qualche parola e , col tempo , avevamo cominciato a parlare un poco di più , niente di particolare , le solite banalità sul tempo e qualche scambio di opinioni sui figli miei e suoi.
Prendendo maggior confidenza mi aveva raccontato di avere qualche difficoltà economica dato che il marito faceva lavoretti saltuari e fra affitto e spese varie erano sempre in bolletta.
Io provengo da una famiglia piuttosto modesta (non che la situazione attuale sia molto migliorata) e , con i parenti ed amici, avevamo l'abitudine di scambiare gli abiti usati dei bambini una volta che questi erano troppo cresciuti per starci dentro.
Così con mia moglie abbiamo pensato di proporre lo scambio di abiti anche a questa signora ( con due figli poco più piccoli dei miei).
Mia moglie , che nelle questioni di diplomazia se la cava molto meglio di me , le ha chiesto se era per lei una cosa accettabile e non offensiva e, visto che si era dimostrata contenta, abbiamo iniziato a farlo.
(che le facesse realmente piacere o avesse accettato per non ferirci ,ovviamente non lo so)
Ci incontravamo abbastanza spesso e una sera , quando le ho dato l'ennesima stupida battuta , le sono venute le lacrime agli occhi. Ho pensato di averla in qualche modo offesa e invece è venuto fuori che era perché non la "guardavo con disprezzo" e la trattavo in maniera normale , senza distacco e senza pietismo.
Ci ha raccontato che anche molti di quelli che non manifestavano apertamente disprezzo la avvicinavano comunque con un atteggiamento di distacco come si farebbe con una cosa che puzza.
Che ci fosse una situazione di discriminazione e di diffidenza lo vedevo , ma immaginare una persona che trascorre tutta la giornata in mezzo alla gente ma distante da tutti mi ha molto colpito.
Quando parliamo di integrazione dei Rom credo che il costruire abitazioni o trovare loro posti di lavoro sia una cosa che andrebbe accompagnata con un cambiamento nei nostri modi di raffrontarci con loro , il distacco e il guardare dall'alto sono dolorosi anche con la pancia piena e un tetto sopra la testa.


Ps. Te lo ho scritto qui perché il racconto me lo ha ricordato, non so se è adeguato come commento, ovviamente ne fai quello che vuoi.

Buona giornata

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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