«La musica viene dall'anima e a chi non ha avuto fortuna, le canzoni che parlano d'amore, amore materno, amore tra amanti, rendono migliore la vita. E' stata la musica che ha fatto degli tzigani un popolo forte.»
Una signora voleva tanto dargli dei baci
non dico tanti, anche solo sette otto (mila).
Invece era proibito perciò non glieli dava.
Se però non fosse stato proibito glieli avrebbe dati tutti
dal primo all'ultimo.
A cosa servono i baci se non si danno?

Vivian Lamarque

lunedì 7 novembre 2011

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La crisi ungherese e l’intolleranza fra tzigani e gadje’ – III parte


La situazione e’ drammaticamente peggiorata dopo il 2008. In passato, una famiglia rom di cinque persone avrebbe potuto, con i sussidi, arrivare fino al 14 del mese. Poi, una volta finito il denaro, avrebbe potuto ottenere un credito presso i negozi del luogo e gli uomini, con i loro lavori occasionali, costruzione di muri, riparazione di tetti, eccetera, sarebbero riusciti a guadagnare il necessario per far sopravvivere la famiglia l’altra meta’ del mese.

Ma con la crisi finanziaria, la gente ha smesso di spendere soldi per questi lavoretti e i negozi non fanno piu’ credito. Anche se gli tzigani piu’ poveri sono riusciti a sopravvivere - a stento - negli ultimi vent’anni, oggi con la crisi economica sono davvero in una situazione tragica, ed e’ gia’ da tempo che si inizia ad osservare un fenomeno che per chi e’ rom e’ davvero sintomo di disperazione: figli che, per mancanza di mezzi di sussistenza, vengono abbandonati agli orfanotrofi nella speranza che almeno trovino un piatto caldo e un tetto.

Inutile che stia qui a raccontare quanto sia dura la vita in un orfanotrofio. In mezzo a centinaia di bambini tutti disperati, e trascurati da chi si dovrebbe prendere cura di loro, che per menefreghismo e indolenza vengono lasciati e se stessi, senza regole, si forma una generazione di violenti pronti a tutto pur di conquistarsi uno spazio di sopravvivenza, nel tentativo di emergere sugli altri e non esserne a loro volta annientati, cosi’ da perdere completamente il senso stesso di appartenenza ad una comunita’. Anche se qualcuno, di tanto in tanto, diverso per carattere o per particolare capacita’, riesce poi ad emergere non con la forza ma con l’intelletto, ed accede a qualcosa di piu’ elevato, riscoprendo il valore della cultura e della solidarieta’ fra persone.

“Mentre nella maggior parte dell'Europa occidentale la questione rom e’ marginale, in Ungheria, a causa delle dimensioni della comunita’, delle conseguenze disastrose del comunismo e del fallimento delle politiche degli ultimi vent’anni, tale questione e’ diventata centrale.” E’ cio’ che dichiara Balog Zoltán, per dieci anni pastore protestante prima di diventare ministro e il piu’ fidato fra i consiglieri di Orban Viktor, il premier ungherese.

Magro, barba grigia, il cinquantatreenne Balog, oggi e’ visto come la vera coscienza del governo conservatore ungherese. E’ colui che e’ stato dietro alla decisione del governo, durante il suo semestre di presidenza dell'Unione europea, di portare il problema dell’integrazione dei rom a livello europeo come una priorita’ assoluta.

Per Balog - che ha dato al suo governo tre anni di tempo per affrontare il problema in modo efficace e risolverlo preannunciando in caso contrario il disastro - questa esplosione del fenomeno dei vigilantes in divisa in ghetti di Gyöngyöspata e di molte altre localita’ ungheresi, e’ il sintomo di una crisi nazionale molto profonda, ma non perche’ presagisce l’ascesa dei neo-nazisti. Il problema e’ secondo lui ancor piu’ serio.

"La vera differenza tra il nostro problema rom e quello dell'Europa occidentale”, dice Balog “sta nel grado di rischio. In Italia e in Spagna si parla di integrare un gruppo marginale, piccolo, quindi e’ tutto sommato esclusivamente una mera questione di diritti umani. Ma in Ungheria si tratta di una questione di strategia nazionale che riguarda tutto il paese. I rom hanno il doppio del tasso di natalita’ degli altri ungheresi. La maggioranza della popolazione ungherese sta invecchiando, mentre circa la meta’ della popolazione rom e’ sotto i vent’anni. Nelle citta’ del nord-est, fra dieci anni, ogni due bambini che nasceranno, uno sara’ rom. Ma la disoccupazione per i rom e’ dell’85%, e un terzo dei bambini non finiscono neppure la scuola elementare. Quindi questo non e’ un problema come gli altri, ma e’ il problema principale.”

Come le altre minoranze in Ungheria, la rumena, la tedesca e gli altri gruppi etnici, gli tzigani hanno una certa autonomia nella gestione dei propri affari, attraverso quello che e’ l’Autogoverno Nazionale Rom. Per Balog, la risposta alla crisi spetta alle sia alle autorita’ nazionali ungheresi, sia a quelle rom per creare, insieme, centomila nuovi posti di lavoro, a partire dai lavori pubblici da effettuare nelle comunita’ in cui gli stessi rom vivono, e al tempo stesso aumentando massicciamente gli standard educativi dei giovani, avviandone il prossimo anno ventimila alla formazione professionale e preparandone altri cinquemila, dei piu’ brillanti, per l'universita’.

Tutto cio’ dovrebbe iniziare a mostrare i primi risultati in tre anni. La speranza di Balog e’ che sul lungo periodo i rom si trasformino da problema sociale in un vantaggio per l’economia ungherese. Infatti, se il loro tasso di occupazione salisse fino a raggiungere la media regionale, cio’ potrebbe significare una crescita compresa tra il 4 e il 6 per cento del prodotto interno lordo tale da poter innescare di nuovo un efficiente sistema di welfare.

Questo progetto, nonostante niente sia verificato e si tratti soprattutto di “proiezioni” che dovrebbero essere poi confermate dai risultati, e’ controbattuto ed osteggiato da entrambe le parti. Balog e’ sotto attacco da chi difende i rom per l'approccio autoritario del suo governo, ma anche dai gadje’, soprattutto dai rappresentanti dei piu’ poveri, che vedono "ancora una volta" un favore fatto ai rom.

Ma per Balog la necessita’ principale e’ quella di mandare un chiaro messaggio politico alla maggioranza degli ungheresi per far capire quanto la questione sia importante per tutti e come cio’, piu’ che per gli tzigani, sia un vantaggio per l’intera nazione. “Se infatti questi cambiamenti non saranno fatti” dice ancora Balog, “l’intera nostra struttura sociale, economica e del mercato del lavoro crollera’, portando l’Ungheria sull'orlo del baratro e del conflitto civile. La questione rom, dunque, e’ un problema di sopravvivenza nazionale".

A una trentina di chilometri da Gyöngyöspata c’e’ un altro villaggio: Tarnabod. Abbandonato dopo il comunismo, e lasciato in balia dei piu’ disperati (rom e non-rom) che non avevano un posto dove andare, e’ stato preso in mano da giovani operatori sociali, uomini e donne, tzigani e gadje’ di provenienza anche straniera. Oggi, in un’antica stalla riadattata a capannone, si possono vedere dozzine di persone al lavoro mentre smontano vecchi computer e altri apparecchi tecnologici obsoleti per il riciclarne i pezzi. Tutti percepiscono il salario minimo nazionale.

In altri edifici di Tarnabod, riadattati e restaurati, sono state create una scuola materna, una mensa per bambini e genitori, un centro di cultura con una sala proiezioni, un centro di insegnamento dopo scuola, un’infermeria, un centro sportivo. Ovunque i pavimenti sono stati sostituiti, le pareti ridipinte, i tetti riparati. C'e' una chiesa, una squadra di calcio, un gruppo teatrale. In biblioteca gli scaffali, tutti allineati, sono pieni di libri che vengono dati in prestito e sul muro campeggia il ritratto del primo e finora unico santo rom: Ceferino Giménez Malla.

Oltre settecento persone, uomini donne e bambini, a Tarnabod, vivono come una grande famiglia. Alcune sono rom, altre no e non esiste un modo facile per distinguerle. Ci sono voluti sette anni per arrivare a questo, ma dopo la poverta’ e la disperazione di Gyöngyöspata, Tarnabod rappresenta l’altra faccia della medaglia, un’oasi felice in cui, a volte, confuso in mezzo alla gente, non e’ difficile incontrarvi anche Choli Daróczi József, il piu’ famoso scrittore rom ungherese vivente.

Come sostiene chi dirige il progetto, tale lavoro per avere successo su scala nazionale ed essere esportato anche in altre citta’ e villaggi, creando nuovi posti di lavoro partendo proprio dalle comunita’ tzigane, come appunto auspica anche Balog, deve avere il sostegno totale del governo ungherese e dell’Autogoverno Nazionale Rom. Solo cosi’ non arriveranno piu’ vigilantes vestiti di nero a terrorizzare la gente, e ai razzisti saranno tolti gli argomenti con i quali, oggi, si aizzano le persone le une contro le altre.

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4 Commenti:

Anonimo ha detto...

Bell'articolo:-)

Fabrizio ha detto...

Vorrei capire meglio il ruolo dell'Autogoverno Nazionale Rom.
In Italia ne ho sentito parlare qualche volta da "esperti" ed "intellettuali" (due parole di cui istintivamente mi fido poco) ungheresi, con toni diversi.
La mia impressione da profano, è che un organismo del genere in tempi di vacche grasse ha contribuito a diffondere l'immagine di Ungheria come paese all'avanguardia nell'integrazione di Rom.
Ma che col sopraggiungere della crisi, soprattutto dato la sua composizione, veda il proprio ruolo compromesso e rischi di elargire qualche piccola regalia agli "amici degli amici", senza riuscire ad essere un interlocutore "politico" affidabile.

Willyco ha detto...

Ottima trilogia. Molto interessante.

Chiara di Notte - Klára ha detto...

Fabrizio ha detto...

Vorrei capire meglio il ruolo dell'Autogoverno Nazionale Rom.


Avevo iniziato a scriverti la risposta. Poi la tastiera mi ha preso la mano ed e' venuto un commento talmente lungo che forse merita farne un post. Tu che ne pensi?

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