giovedì 28 ottobre 2010

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Il vino di Tokaj

Il 28 Ottobre, giorno di San Simone, inizia la “vendemmia tardiva” in cui viene raccolta l’ultima uva, quella che e' stata attaccata dalla Botrytis Cinerea, la muffa nobile che ne provoca l’avvizzimento e concentra negli acini gli zuccheri e gli estratti indispensabili per la produzione del famoso vino di Tokaj, un vino talmente leggendario da essere celebrato perfino nell’Himnusz, l’inno nazionale ungherese.

Értünk Kunság mezein
Ért kalászt lengettél,
Tokaj szőlővesszein
Nektárt csepegtettél.
[1]


E’ dunque questo il momento in cui i viticoltori, piccoli e grandi, sparsi a macchia di leopardo in tutta la regione che dalla confluenza dei fiumi Tisza e Bodrog si estende fin dentro la Slovacchia, iniziano a tirare le somme su un faticoso anno di lavoro. Cio’ vale sia per chi produce direttamente il suo vino, sia per chi, invece, cede il raccolto a consorzi che poi si occupano di commercializzarlo, vendendolo alle varie aziende produttrici di Tokaji.

La Disznókő, e’ una delle piu’ importanti poiche’ produce uno tra i migliori Tokaji che oggi possono essere degustati. Se da Tokaj siete diretti a Miskolc, percorrendo la statale 37, la potete scorgere sulla destra, appena prima di giungere alla rotonda di Mezőzombor, ai piedi del Király-erdő, il piu’ a sud dei monti Zemplen, le basse montagne che smorzano i gelidi venti del nord.

La tenuta, classificata gia’ nel diciottesimo secolo con un decreto reale come “primo cuore”, vale a dire nucleo dell’intera produzione del Tokaji, e’ appartenuta nel tempo a diverse famiglie importanti, dai Rakoczi agli Asburgo - proprio fra queste vigne, infatti, il granduca Giuseppe d’Asburgo dimenticava i salotti di Vienna - ed anche a Menyhért Lónyay che, alla fine dell’800, vi fece costruire Sárga Borház, detta anche “la casa gialla del vino”, una stupenda villa in stile neoclassico che e’ oggi conosciuta per essere la sede di uno dei ristoranti piu’ famosi di tutta la regione.

Nel 1992, dopo il cinquantennio comunista in cui era stata gestita da incapaci e galoppini del KGB russo, l’intera tenuta, incluso il vigneto di oltre 150 ettari, e’ stata acquistata dalla compagnia francese AXA Millésimes, che investendo notevoli capitali ha costruito una modernissima cantina sopra gli antichi tunnel scavati nella roccia utilizzati per la maturazione e l’affinamento dei vini, dando origine a quello che viene denominato il nuovo stile del Tokaji bianco dolce, finalmente rinnovato negli aromi e nei gusti e non piu’ stucchevolmente aromatico e appesantito da quelle note di caffe’ e vodka che tanto piacevano ai russi.

Il suo nome, Disznókő, viene dall’omonima roccia che domina dall’alto tutta la proprieta’ e che da sempre e’ identificata con la testa di un cinghiale, l’animale che piu’ di tutti, per noi del luogo, simboleggia la liberta’. Infatti, non esiste alcuna recinzione, l’intera tenuta e’ completamente aperta a chi vuol visitarla ed un sentiero in mezzo alle vigne conduce proprio lassu’, in alto, dove da un bianco padiglione si puo’ spaziare con lo sguardo a perdita d’occhio su un vasto panorama e su meravigliosi tramonti.

Da casa mia, tagliando per i sentieri che possono essere percorsi solo a piedi, impiego circa un’oretta per arrivarci, camminando piano e godendomi l’intero tragitto perche’ per certe cose, lo sapete, non si deve aver fretta. “Lassan járj, tovább érsz” [2], diciamo qui ed oggi devo dire che il tramonto visto dalla roccia del cinghiale e’ stato davvero splendido. Un'immagine che vorrei donarvi perche' anche voi possiate spingere lo sguardo all'infinito e pensare come a volte puo’ essere piccolo il mondo se guardato con gli occhi dell'immaginazione.


[1] Di Cumania sui terren
Mèssi ricche fai fiorir,
Dolce nettare Tu dai
alle viti di Tokaj. (traduzione non accurata ma in rima della strofa dell'inno)
[2] Cammina lentamente, ottieni di piu’.


domenica 24 ottobre 2010

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Amore vuol dir gelosia...

Sono questi i versi di una vecchia canzone che ogni tanto ho sentito canticchiare da mio padre, il quale credo l’abbia a sua volta imparata da sua madre. E’ incredibile come certe piccolezze travalichino il tempo e lo spazio che separano il mio piccolo borgo magiaro del terzo millennio dalla campagna fiorentina dove, negli anni ’30 del secolo scorso, e' nata mia nonna, ma questi versi adesso mi vengono in mente proprio perche’ e’ da essi che riesco a comprendere quanto sia diverso il mio modo di concepire la gelosia da quello di mia nonna, di mio padre e forse anche da quello di molte persone che in questo momento stanno leggendo il blog.

Ho affrontato il discorso sulla gelosia partendo da un racconto vero, che descriveva il malessere di una donna costretta a subire un marito geloso, poi sono passata, analizzando un film, a mettere in evidenza come la gelosia possa anche essere un fatto culturale e adesso, dopo questa lunga maratona di parole, commenti e opinioni diverse, che sicuramente avra’ stancato i piu', cerchero’ di tirare le somme. Tornando dunque ai versi della canzone, credo ci sia chi, anche per condizionamento culturale, pensa che gelosia equivalga ad amore e se una persona e’ poco o per niente gelosa, significa che probabilmente non ama.


Scrive Roland Barthes: “Come geloso, io soffro quattro volte: perche’ sono geloso, perche’ mi rimprovero di esserlo, perche’ temo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro, perche’ mi lascio soggiogare da una banalita’: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri”. La gelosia e’ dunque sofferenza e parte dall'idea che cio’ che si ha di piu’ "caro" possa, da un momento all'altro, andarsene, essere perso, rubato, lasciandoci sgomenti. E’ un sentimento che si lega dunque al concetto di possessivita’ e alla paura di perdere cio’ che si ritiene sia nostro. Entrambi i sentimenti, sia la gelosia che la possessivita’, pretendono infatti la presenza dell’ “altro” in termini esclusivi e personali, considerandolo un "oggetto" invece di un "soggetto".

Paura dell'abbandono, della perdita, della separazione e di cio’ che si ritiene ci appartenga e sia necessario al nostro benessere, pensiero ricorrente che l’altro potrebbe condividere con terze persone cio' che e’ nostro, invidia per le qualita’ che il o la rivale pensiamo abbia e che noi non abbiamo, qualita’ che ci ossessionano perche’ attraggono il nostro partner. Sono questi alcuni elementi che caratterizzano la gelosia.

Uno dei primi a studiare le dinamiche della gelosia e stato Sigmund Freud che e’ arrivato ad ipotizzare tre diverse tipologie.

La gelosia competitiva o normale che si manifesta principalmente con dolore, ansia, angoscia, causati dall’aver perduto la persona amata, da sentimenti ostili verso il rivale, e da un atteggiamento autocritico volto ad attribuire a se stessi la responsabilita’ della perdita affettiva e della ferita narcisistica.

La gelosia proiettata cagionata dai tradimenti dei quali si ha gia’ avuto esperienza nel corso della vita affettiva oppure da stimoli inconsci verso il tradimento. Nei rapporti di coppia bisogna infatti resistere a continue tentazioni per evitare di tradire. Chi avverte in se’ 1'insistenza di queste tentazioni attuera’ un meccanismo inconscio per rendere piu’ lieve il proprio disagio proiettando sull'altro le proprie tendenze al tradimento.

La gelosia delirante che, come nella gelosia proiettata, viene determinata da tendenze al tradimento che sono state rimosse, ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto che le pone in essere. Corrisponde dunque ad una forma di omosessualita’ latente che preme per manifestarsi. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa attua il seguente meccanismo: “Non sono io che lo amo e’ Lei che lo ama”, ed e’ come se oggetto della gelosia diventasse l'altro, il rivale o la rivale.


Si dice pero’ che la gelosia dovrebbe essere inseparabile dall'amore. Se fosse del tutto assente, infatti, si potrebbe addirittura dubitare della sincerita’ del sentimento d’amore, perche’ e’ attraverso una normale gelosia che si riesce a far sentire la persona amata veramente amata manifestandole che si ha paura di perderla, ma cio' e' possibile solo se resta a livelli accettabili, se viene posta sotto stretto controllo, altrimenti diventa "patologica" arrivando a causare:

- paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita;
- sospettosita’ per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell'altro sesso;
- controllo di ogni comportamento dell' "altro";
- invidia ed aggressivita’ nei confronti di possibili rivali;
- aggressivita’ persecutoria verso il partner;
- sensazione d' inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.


La gelosia patologica e’ generata soprattutto dal timore di perdere quello che si ritiene essenziale per il nostro benessere ed anche dal fatto che altri possano impossessarsene e goderne. E’ talmente incontrollabile che si manifesta persino in assenza di qualsiasi motivo valido, e molto spesso e’ proprio essa la vera causa della rottura di una relazione. Avviene infatti che, quando si teme tanto che una relazione possa finire, senza volerlo la si faccia finire per davvero.

La gelosia patologica nasce da sospetti e circostanze che quasi sempre sono senza fondamento, ed affonda la sua vera natura in un'angoscia che prende forma nella mente senza che esista alcun riscontro nella realta’. Quest'angoscia, fra l’altro, produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui vengono costruiti dal nulla sia i rivali che le prove d'infedelta’ e l’effettiva realta’ viene interpretata in modo completamente errato. Tutto cio’ puo’ arrivare in alcuni casi a dei veri e propri "deliri di gelosia" che spesso sono all'origine di violenze e di delitti passionali.

In base alle caratteristiche, la gelosia patologica puo’ essere inquadrata in tre grandi gruppi distinti in ordine di gravita’.

La Gelosia Ossessiva e’ quella in cui le immagini e le idee di infedelta’ sono irrefrenabili ed il nucleo di tutto cio’ e’ il dubbio, un dubbio che lacera e che non si riesce a sopprimere. Chi ne soffre e’ costantemente alla ricerca di segnali che possano alleviarlo, confermarlo o smentirlo. Il geloso ossessivo si trasforma spesso in un investigatore a tempo pieno che puo’ arrivare ad impiegare nell’attivita’ di ricerca delle infedelta’ del partner la maggior parte del suo tempo e delle sue energie. Chi e’ in questa condizione riconosce l'infondatezza dei suoi sospetti, ed arriva anche a vergognarsene, ma e’, suo malgrado, trascinato e sommerso dai tormenti del dubbio, cosi’ sottopone il partner a martellanti interrogatori, oppure controlla la sua corrispondenza, la castita’ del suo abbigliamento, ed arriva ad esaminare persino la sua biancheria intima alla ricerca di eventuali attivita’ sessuali. Anche se riesce a rendersi conto dell’esagerazione dei propri comportamenti, non riesce ne’ a cambiare condotta, ne’ puo' scacciare dalla propria mente certi pensieri pur considerati assurdi. Talvolta, nelle relazioni che il geloso ossessivo riesce a creare, cio’ che davvero stupisce e’ come il o la partner riesca ad accettare tutto questo anche per lungo tempo, tanto da arrivare a parlare non di un singolo malato, ma di una coppia gravemente disturbata.

La Sindrome di Mairet e’ quella per cui, chi ne e’ affetto, vive in un clima pervaso di gelosia non solo di tipo amorosa. La condizione mette in evidenza una zona di confine tra normalita’ e patologia in cui le idee di gelosia, che fioriscono di continuo su ogni singolo aspetto dell’esistenza, sono notevolmente persistenti e tendono ad occupare tutto il campo delle esperienze, tanto che spesso costituiscono un vero e proprio doloroso stile di vita, diventando cosi’ compagne insostituibili di ogni relazione umana significativa, soprattutto sentimentale. Tipico esempio di questo tipo di gelosia lo si puo’ ravvisare nel personaggio di Tereza ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.


Infine, la Sindrome di Otello o Gelosia Delirante o Delirio di Gelosia in cui la persona e’ convinta dell'infedelta’ del partner e trova conferme del tradimento ovunque. E’ quella che e’ ben descritta sia nel racconto da cui siamo partiti, sia nel film “Il caso dell’infedele Klara”. Chi ne e’ affetto tenta in ogni modo di strappare la confessione al partner e attua rimedi contro la sua supposta infedelta’ restringendone l'autonomia o ingaggiando investigatori. Il fine non e’ tanto quello della scoperta di qualcosa, che si pensa gia’ di sapere, ma piuttosto averne le prove certe e far ammettere all'altro la propria colpa. Da questo un’incessante richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo subdolo, altre volte con l'arma del ricatto, e non raramente ricorrendo anche alla coercizione e alla violenza fisica. Questo tipo di gelosia puo’ giungere quindi ad atti violenti nei confronti del partner o del presunto amante ed e’ spesso collegato all’alcolismo cronico. L'ammissione del tradimento viene presentata comunque sempre come il rimedio che porra’ fine ai tormenti e ai dubbi, tanto che molto spesso il partner accusato ed assillato, pur di porre fine ad una situazione insostenibile, arriva persino ad ammettere l’inesistente tradimento.


E’ ormai acclarato che questa patologia affondi, il piu’ delle volte, le sue origini nell'infanzia e in una cattiva relazione instaurata con i genitori, i quali non hanno saputo adeguatamente rinforzare il bambino nell’acquisizione di fiducia per se stesso e nell'autostima contribuendo in questo modo a determinare un adulto non consapevole delle sue possibilita’ e del suo valore, profondamente insicuro, quindi geloso ed ossessionato dall’idea che il proprio partner possa tradirlo con altre persone in quanto piu’ degne e dotate di qualita’ per lui estranee e irraggiungibili. Ma la gelosia patologica potrebbe anche rivelare un desiderio di possesso assoluto del partner. Anche in questo caso, si tratterebbe di una cattiva relazione affettiva costruita con i propri genitori, soprattutto con quello di sesso opposto, in un'affettivita’ che non ha trovato corrispondenza durante l'infanzia, e che il geloso pensa di riscattare da adulto attraverso il possesso assoluto dell'altro.


Alla fine di tutto cosa possiamo ricavare? Amore vuol dire davvero gelosia? Qualcuno continuera’ ad esserne convinto. Magari si parlera’ di un amore malato, sofferto, non destinato ad avere un futuro, ma pur sempre un amore. Cio’ di cui sono convinta io, invece, credo che chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui, in questo lungo e noioso excursus, lo abbia alla fine compreso.

* Le pagine fotocopiate sono state tratte dal libro di Elettra Adani: "Passione. Prima, durante, dopo".

martedì 19 ottobre 2010

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Il caso dell'infedele Klara


Non credo sia possibile affrontare un discorso sulla gelosia, senza citare un film in cui e’ proprio questo sentimento ad essere protagonista. Sto parlando de “Il caso dell’infedele Klara”, del regista Roberto Faenza, per il quale, quando mi e’ capitato sotto gli occhi, vuoi per il titolo, vuoi per l’argomento trattato, non ho potuto far a meno di provare un certo interesse.

La pellicola, una produzione italo-ceca tratta dal romanzo "Případ nevěrné Klary" di Michal Viewegh, ha come protagonista, appunto, la gelosia nelle sue due sfaccettature piu’ estreme: quella ossessiva e patologica che pur scatenando la passione riempie la vita di sofferenza, e la sua completa assenza che mette al riparo il cuore dal soffrire, ma che smorza anche il desiderio. Due facce della stessa medaglia che vengono ben rappresentate dai due protagonisti maschili, Luca e Denis, e dalle tre donne che fanno loro da comprimarie in questa tragicommedia dal vago sapore noir.

Al di la’ dei giudizi che si possono dare sulla qualita’ del film, che possono essere discordi in base ai gusti personali, la storia e’ in ogni caso trattata in modo da suscitare non poche riflessioni, e le domande alle quali ci troviamo a dare una risposta alla fine del film sono diverse ed interessanti. E’ meglio un rapporto d’amore che sia intriso di gelosia, uno che non lo sia affatto oppure la formula magica risiede in fondo in una giusta dose, equilibrata, di un sentimento che, anche se crea apprensione ed ansia, non diventa mai desiderio di possesso, di controllo o di prevaricazione nei confronti della persona amata?

Ma procediamo con ordine. “Il caso dell’infedele Klara” racconta, in un crescendo di tensione e sospetti, una doppia storia: quella di Luca, un musicista italiano che insegna musica in una scuola di Praga, tormentato da una maniacale forma di gelosia nei confronti della sua fidanzata Klara, studentessa universitaria vicina alla laurea, e quella di Denis, un investigatore-psicologo ingaggiato da Luca per trovare le prove dell’infedelta’ di Klara, uomo freddo e calcolatore che pare immune alla gelosia e che vive un rapporto di coppia estremamente aperto con la moglie Ruth, essendo innamorato anche della sua assistente Nina.

Luca dubita, immagina, e fa spiare Klara, insospettito soprattutto dal rapporto che la ragazza ha con Pavel, suo tutor all’universita’ dove sta per laurearsi in storia dell’arte e si lascia talmente accecare dalla gelosia al punto di cancellare tutto il resto, compresi i sentimenti di lei. Grazie alla collaborazione di Denis, pero’, che ad un certo punto decidera’ di occultare alcune prove che ritiene secondarie, quasi a voler proteggere il suo cliente tormentato dai sospetti, Luca, che non riesce piu’ a credere a cio’ che Klara gli dice e rischia di rompere definitivamente il rapporto con lei, con la mente adombrata da questa gelosia irrazionale ed imprevedibile, arrivera’ a costringere Denis a seguire Klara sino a Venezia, dove il fascino della giovane studentessa non lascera’ indifferente neanche l'esperto investigatore, e dove si consumera' l’inevitabile epilogo. Un epilogo con il quale, in un gioco delle parti che mutuera’ l’uno verso l’altro sentimenti sconosciuti, Luca riuscira’ a conquistare la tranquillita’ conseguenza della certezza del tradimento, mentre Denis ricevera’ in cambio la capacita’ di vedere il suo matrimonio sotto una luce diversa, costringendolo ad assumersi la responsabilita’ di una scelta, forse non tanto decisa da lui quanto forzata dalla decisione di Ruth di svincolarlo dal loro rapporto divenuto ormai sterile.

L’eccessiva gelosia e’ dunque il fulcro attorno alla quale ruota tutta la storia, ma il film non e’ solo incentrato sulla gelosia perche' non trascura altri aspetti come l’amore e le passioni, in una girandola di eventi che condurranno lo spettatore a riflettere sul rapporto con il proprio partner e con il resto del mondo, in un confronto diretto fra chi pensa che la gelosia sia indispensabile in un rapporto d’amore e chi crede che invece si possa annullare la sofferenza causata da questo sentimento grazie ad un’apertura mentale in grado di “pacificare”.

Se il comportamento di Luca fa riflettere su cio’ che e’ banale e scontato, riconosciuto unanimemente, vale a dire sulla potenza distruttiva dell’ossessione, e’ Denis che pero’ suscita le domande piu’ insidiose. Costui, infatti, complice delle relazioni extraconiugali della moglie, incapace di costruire un rapporto fatto di passione e di gelosia, ha fatto suo il motto “se sei felice, io sono felice”, ma non si rende conto di avere solamente silenziato uno strumento che, se lasciato libero di suonare, avrebbe prodotto delle note per lui sgradevoli.

Luca e Denis sono in fondo diversi perche' stereotipi, anche culturalmente, di un diverso modo di vivere la passione, ma allo stesso tempo sono uguali : uomini deboli perche’ incapaci di accettarsi e di lavorare su di se’. Ed e’ il loro incontro, che diventa interscambio, che alla fine di tutto, come nei vasi comunicanti, riesce a livellare le due personalita’ smussandone gli angoli e rendendole entrambe “risolte” e davvero pacificate.

Di contorno le tre donne, Klara, Ruth e Nina, anche loro cosi’ uguali e cosi’ diverse, dotate di sensibilita’, di pazienza e di una comprensione a tratti materna, esprimono e simboleggiano l’intero universo femminile che con la sua variegata sensualita' ed il suo marcato erotismo scatena pulsioni e sentimenti travolgenti, inarrestabili ed incontenibili ai quali gli uomini, tutti, non riescono a sottrarsi. E senza volerlo, manipolando con ingenua naturalezza le emozioni, stabiliscono i tempi ed il succedersi degli gli eventi, divenendo esse stesse le autentiche artefici e registe di una vicenda che difficilmente piacera’ agli uomini, poiche’ dopo secoli di prevaricazioni sul mondo femminile, l’uomo, che sia passionale oppure freddo, fa comunque fatica a confrontarsi con una donna matura ed indipendente.

venerdì 15 ottobre 2010

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Dramma della gelosia

E’ la prima volta che ho occasione di raccontare cio’ che mi sta accadendo. Finora non ho mai chiesto consiglio a nessuno per questo problema che mi porto addosso ormai da molti anni. Sono una donna che non ha ancora superato i trenta, sto insieme ad un uomo di dieci anni piu’ grande di me, e lui soffre di gelosia possessiva nei miei confronti.

Gia’ all’inizio del nostro rapporto aveva verso di me atteggiamenti non proprio gentili. A volte mi trattava male, ma io, forse perche’ ero ancora troppo giovane per capire, scambiavo quei suoi comportamenti per “passione amorosa”, e non mi rendevo conto che, invece, si trattava di tutt’altro. Aveva anche il vizio dell’alcol, che oggi fortunatamente ha in parte perso, ma di tanto in tanto ancora beve con la scusa di avere problemi per il lavoro. Questo lo fa cambiare, e quando e’ alterato dall’alcol diventa geloso senza ragione.

Ma non e’ geloso solo quando beve, se fosse cosi’ sarebbe una cosa sopportabile. In realta’ e’ geloso sempre e credo che questa sua gelosia sia qualcosa di patologico. Mi sono informata sull’argomento e mi sono resa conto che il suo atteggiamento rispecchia in pieno cio’ che ho letto riguardo a questo disturbo che colpisce determinate persone. Capita, infatti, che ogni volta io abbia davanti a me un altro uomo, non importa di quale eta’, maturo o persino molto giovane, lui inizi a costruirsi nella testa tutto il castello del tradimento, facendomelo pesare in ogni modo possibile, fino a costringermi ad andarmene di casa.

Quando gli capita di entrare in questa paranoia, alza la voce, assume atteggiamenti aggressivi e offensivi nei miei confronti ai quali qualche volta seguono anche atti di violenza fisica. Insinua che io faccia la civetta con tutti, se la prende col modo in cui mi vesto perche’ lo vede sempre troppo provocante, e mi accusa di farlo apposta, quando in realta’ non e’ vero. Credo, infatti, di essere molto sobria sia nel vestire che nel comportamento, tanto che le mie amiche e conoscenti spesso mi dicono di trovarmi addirittura sciatta.

Talvolta, quando si arrabbia, esce di casa e trascorre tutta la notte nei bar. Lui dice con gli amici, ma io so che in quei posti ci sono anche ragazze che fanno le prostitute. Finora ho avuto tanta pazienza. Quando proprio non ce l’ho fatta piu’, ho provato a ribellarmi, ma come al solito e’ finita con il litigio, la scenata e gli schiaffi. In fondo ho capito che non serve a nulla, sia che mi ribelli, sia che stia buona e lo sopporti, perche’ il suo atteggiamento alla fine non cambia. Puo’ accadere, a volte, che passi anche molto tempo senza che ci siano questi suoi attacchi di gelosia, ma quando meno me l'aspetto, di solito in situazioni stupide come ad esempio una cena con amici o un incontro di lavoro, tutto ha di nuovo inizio.

E' geloso di chiunque: di chi entra in casa, di chi incontro fuori, di chi mi telefona. Se per caso mi si scaricano le batterie del cellulare e lui non puo’ telefonarmi, subito pensa che stia facendo chissa’ cosa. E' geloso anche se parliamo insieme con un altro uomo. Immediatamente vede fra noi sguardi che non ci sono affatto, e scambia la gentilezza delle persone per interesse sessuale nei miei confronti. Un interesse che, secondo lui, anch’io avrei. E una volta che ci ritroviamo da soli, iniziano le famose scenate: ”Credi che io sia stupido? Pensi che non mi accorga di niente?”.

Di tutto questo mi umilia soprattutto il fatto che lui pensi che io lo possa tradire, e cio’ mi allontana da lui anche dal lato fisico. Poi, quando viene a cercarmi, dice che sono io che non voglio stare con lui, che le cose fra noi sono cambiate, e mi accusa della fine del rapporto. A me, invece, disgusta pensare al sesso dopo tutto quello che mi dice e i dubbi che e’ capace di farsi venire su di me, ma alla fine va a finire che e’ sempre e solo colpa mia.

La nostra vita sessuale ormai non va piu’ bene proprio per questo motivo: perche’ non mi sento protetta e stimata da lui, non vedo in lui un uomo, ma un ragazzo immaturo e questo spegne in me ogni desiderio e mi fa allontanare. Non voglio entrare nei dettagli perche’ credo non sia necessario. Sono certa che questo tipo di situazione non sia l'unico al mondo. La cosa piu’ brutta e’ che mi spinge al punto di andarmene di casa e il giorno dopo, dopo che io sono stata a piangere tutta la notte, gli passa e cerca di minimizzare l’accaduto. A volte penso che anche se dovessero esserci dei figli lui continuerebbe come sempre. Niente cambierebbe.

Sono pero’ sicura che sarebbe un buon padre. Gli riconosco certe qualita’: e’ un lavoratore instancabile, ha valori che condivido, come il valore per la famiglia, il rispetto per gli anziani, per gli animali, l’amore per i bambini. Ed e’ per questo che mi piace. Quando infatti non va in crisi e’ una persona tranquilla, buona, sempre pronta ad aiutare gli altri… Pero’ mi chiedo: ma dove sta l'amore per me? Possibile che con me sia cosi’ insicuro? Beh… in realta’ credo che a suo modo mi ami. Ci siamo lasciati parecchie volte, e’ molto orgoglioso, ma dopo mi ha sempre cercata e siamo sempre tornati insieme perche’ anche io lo amo. Inoltre, spero sempre che prima o poi qualcosa cambi. Ma una volta che la situazione torna tranquilla, basta un nonnulla e si ricomincia con le solite scenate.

Spesso mi chiedo come bisognerebbe mi comportassi. Le ho provate davvero tutte… ho anche accettato di conviverci e cio’ lo fa sentire piu’ tranquillo perche’ puo’ controllarmi meglio, ma non so cosa devo fare per rassicurarlo sul serio. Lui non riesce ad ammettere che la sua e’ una patologia; trova sempre una giustificazione alla sua gelosia ed incolpa sempre me, anche se poi, quando e’ passato il momento dell’arrabbiatura, diventa piu’ tranquillo. In ogni caso non ammettera’ mai che e’ qualcosa che riguarda se stesso, ed attribuira’ sempre la sua sofferenza al mio comportamento. Che cosa posso fare per salvare questo rapporto?

***

Il racconto-confessione, tratto da una storia vera anche se sono stati celati e modificati alcuni dettagli, riguarda un argomento che nei prossimi giorni vorrei affrontare e sviscerare, magari chiedendo a coloro che leggono questo blog se si siano mai trovati in una situazione simile a quella sopra descritta, da una parte o dall’altra, e se esiste un modo per aiutare chi e’ affetto da questa patologia che e’ nota con il nome di gelosia.

Della gelosia credo sia stato scritto ormai tutto, e volendo in internet si puo’ trovare il materiale sufficiente per avere una sommaria conoscenza del problema. Un problema che e’ alla base di molte infelicita’, contrasti, incomprensioni, separazioni, ed anche di fatti piu’ gravi come stalking, violenze e persino omicidi.

Insomma, chi in vita sua non e’ stato/a geloso/a o non ha mai subito i comportamenti, talvolta compulsivi, di qualcuno geloso? Forse c’e’ chi e’ tanto fortunato/a da non aver mai incontrato questo “mostro dagli occhi verdi che si fa beffe della carne di cui si nutre”, come scrive Shakespeare nell’Otello, ma c’e’ anche chi afferma che la gelosia sia un elemento indispensabile in un rapporto d’amore, e che non possa esistere passione sincera senza essere anche un po’ gelosi. Ma chi lo stabilisce e soprattutto qual e’ il limite oltre il quale una sana gelosia necessaria al rapporto diventa autentica patologia?

Sono davvero curiosa di conoscere il parere di chi mi segue, sincero, detto con parole proprie, magari raccontando esperienze personali. Pero’, per cortesia, gradirei fossero evitate segnalazioni di articoli trovati in internet dei quali, vi assicuro, ho gia’ letto tutto.


La foto e' presa dal film "Případ nevěrné Klary". In italiano: "Il caso dell'infedele Klara".

martedì 12 ottobre 2010

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L’eros al di la’ del monitor

L’immediatezza del modo in cui si puo’ comunicare, la liberta’ che si puo’ esprimere riparandosi dietro all’anonimato e tutta una serie di nuove regole nate ed evolutesi all’interno di quello che e’ il virtuale, lascia ampio spazio oggi alla possibilita’ di nuovi rapporti, nuove amicizie ed anche nuovi amori, con modi, tempi e luoghi che hanno caratteristiche del tutto diverse da quelle del mondo reale. Cosi’, gli appuntamenti consueti, quelli che una volta erano amplificati dall’attesa dell’incontro e dalla trepidazione, paiono essere diventati quasi fuori moda, obsoleti come lo sarebbe un telefono a disco rotante rispetto ad un iPhone.

E’ il web, infatti, che pare essersi appropriato del ruolo di luogo indispensabile per fare nuove conoscenze, e sono gli adolescenti che, piu’ di tutti, sembrano essere i primi a non trovare una loro precisa identita’ reale se questa non viene prima anticipata e filtrata da un corrispondente profilo virtuale. E quando parlo di adolescenti, non sempre mi riferisco a chi non ha ancora raggiunto la maggiore eta’ anagrafica.

Una domanda che spesso mi pongo, ed alla quale non ho ancora trovato una soddisfacente risposta, e’ se l’innamoramento dipenda maggiormente da una relazione fisica oppure da una mentale. So bene che entrambe queste condizioni sono indispensabili, percio’ mi chiedo come possa, qualcosa di totalmente immateriale come la virtualita’, surrogare l’incontro con l’altro sia per quanto riguarda cio’ che attiene alla fisicita’ sia per quello che attiene alla sensorialita’.

L’attrazione, come del resto la repulsione, non puo' essere completamente scollegata da quei processi biochimici nei quali i sensi hanno un’importanza fondamentale, indispensabile, per cui guardando la persona che si ha davanti, ascoltando la sua voce, sfiorandole la pelle, annusando il suo odore e assaggiando un suo bacio, puo’ innescarsi tutta quella rivoluzione interiore alla quale viene dato il nome di "innamoramento". Uno sconvolgimento che, una volta attivato, mette in moto tutta una serie di altri meccanismi che sono alla base dell’eccitazione e del desiderio.

Inoltre, la conoscenza dell’altro e’ fatta anche e piu’ di ogni altra cosa da tutto quello che ci viene trasmesso tramite un linguaggio non verbale, come i gesti, il tono e la modulazione della voce, gli sguardi che celano emozione, timidezza, imbarazzo, curiosita’. E questo caleidoscopico patrimonio di sensazioni non e’ in grado di attraversare il monitor del computer, pertanto, anche se puo’ in qualche modo essere ben rappresentato dal verbale oppure da una buona capacita’ di esprimersi con la scrittura, non puo’ sostituirsi completamente alla sensorialita’.

Chi e’ timido, incapace di portare avanti relazioni, chi ha ostacoli emotivi nel rapportarsi con l’altro sesso oppure e’ oberato da obblighi ed impedimenti nella vita reale che non gli permettono di soddisfare quell’inconfessabile voglia di trasgressione che sente dentro, si rifugia spesso nel web trovando nell’identita’ virtuale una confortevole esistenza alternativa con la quale agire la propria personalita’ nascosta, e nel monitor qualcosa che esercita una funzione di valido scudo protettivo dietro al quale mettere al sicuro il proprio “vero se’”.

Il mondo virtuale diventa’ in tal modo un insostituibile rifugio mentale in cui viene investita gran parte dell’esistenza, dove s’incontrano amici del cuore, terapeuti consolatori, amanti passionali e talvolta persino surrogati delle figure genitoriali. In mezzo a tutto questo, anche l'eros e la seduzione assumono dunque una connotazione tutta nuova, diversa, che porta ad uno straordinario investimento in cio’ che e’ mentale, ma che toglie significato al corpo, ai suoi bisogni, ai suoi desideri, alle sue reali necessita’ primarie, arrivando ad abusare dell’utilizzo del computer con la prerogativa spesso rassicurante di una mascherata solitudine e di soddisfazione dei bisogni seguendo uno schema completamente diverso da quello disegnato da Maslow nella sua piramide.

C’e’ cosi’ chi dimentica di avere un corpo, altera il ciclo sonno-veglia, attenua il senso di fame e di sazieta’, mangia davanti al monitor oppure dorme con il computer acceso, alterando in modo profondo la percezione dello spazio e dello scorrere del tempo. Lo spazio diviene quello artificiale delimitato dai bordi dello schermo ed il tempo diviene un tempo virtuale con caratteristiche totalmente diverse rispetto a quelle del mondo reale

Ma riguardo allo specifico ambito sentimentale ed erotico, quali peculiarita’ presentano gli amori che nascono nel mondo virtuale? Una caratteristica e’ di sicuro l’immediatezza dei rapporti, la loro semplicita’, la velocita’ con cui avvengono i contatti e soprattutto, come e’ stato detto, la completa assenza del corpo. Sono relazioni che nascono dunque in assenza d’intimita’ corporea, senza odori, umori, sapori, oppure ansia da prestazione o necessita’ di dover dimostrare di essere all’altezza delle richieste del partner.

E’ dunque uno scenario caratterizzato da una totale mancanza d’inibizione, da un’assenza di pudore che nella realta’ sarebbe inconcepibile, da un approccio immediato alle relazioni, anche a quelle piu’ intime, senza faticose mediazioni e, soprattutto, da un forte impatto visivo. Oltre a cio’, il fatto di avere la possibilita’ di appropriarsi di identita’ sessuali alternative o comunque ambigue, non definite completamente, utilizzando nickname appartenenti al sesso opposto, apre tutta una serie di situazioni che nella vita reale non sarebbero minimamente possibili ne’ accettabili dal punto di vista dell’intimita’.

Ma questa sessualita’ nell’epoca di Second Life, gode davvero di buona salute? L’eros trae vantaggi da questa stimolazione visiva immediata che sostituisce interamente la fisicita’ e tutto cio’ che ha a che fare con il corpo, oppure serve soltanto a lenire le profonde insicurezze, le frustrazioni e le ansie di chi non sa rapportarsi nel giusto modo col mondo esterno?

E’ opinione ormai diffusa fra gli psicologi che studiano il fenomeno, che la mancanza dell’aspetto fisico e sensoriale nei mondi virtuali, produca in realta’ quello che viene definito un “autismo tecnologico”, cioe’ una condizione di solitudine affettiva che viene a crearsi proprio dalla mancanza dell’incontro fisico con l’altro. Una sessualita’ consumistica, affetta da bulimia, intrappolata in uno schema lineare concentrato sul soddisfacimento del piacere immediato senza un reale investimento emotivo, e soprattutto disgiunto da quello che dovrebbe essere il vero erotismo.


Questo articolo, con qualche leggera modifica ed in forma ridotta, e’ stato pubblicato anche in Esseelle-Movie Magazine n.18 di Ottobre 2010.

domenica 10 ottobre 2010

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Un Paese che muore ogni giorno

Che io possa morire qui, a Tokaj, a causa di una mina talebana mentre sono seduta davanti al pc, credo sia pressoche' impossibile. Per questo capirei se, su un fatto del genere, si scrivessero articoli sui giornali e si trasmettessero servizi speciali in tv seguiti da appassionati talk show pieni di esperti che litigano fra loro. Cio' che invece mi rende davvero perplessa e' che la gente si sorprenda e s’indigni se dei soldati muoiono a causa della guerra.

Da quando la guerra e’ guerra i soldati sono sempre morti perche', qualora non lo si sappia ancora, la guerra uccide. E le armi non sono certo soprammobili decorativi; vengono costruite apposta per ammazzare la gente. Per questo, quando una persona sceglie di imbracciarne una, dovrebbe sapere che si espone al rischio di ricevere indietro una nutrita sventagliata di pallottole da parte di qualcun altro che non vuol giocare alla guerra facendo solo da bersaglio. E’ normale. In questi casi morire non e' una sfiga cosmica che capita li’ per li’, ma riguarda una precisa scelta personale.

Diversamente da quanto accadeva in altri tempi, infatti, oggi nessuno e’ obbligato ad arruolarsi e chi lo vuol fare ad ogni costo, perche' gli piace la vita del soldato, perche' sente di averne la vocazione o semplicemente perche' ha bisogno di soldi, dovrebbe anche conoscere i rischi ai quali va incontro. Perche’ morire a causa di ferite da armi da fuoco fa parte di quel mestiere, e sarei stata assai piu’ sorpresa se, invece di incorrere in un attentato nella valle del Gullistan, un posto pieno di gente incazzata nera che e' nata e cresciuta in mezzo agli esplosivi e che da decenni combatte contro tutto e tutti, i quattro alpini fossero stati divorati dagli squali attraversando il deserto di Gobi nel corso di una caccia al tesoro.

Che l’acqua bagni e che il fuoco bruci e’ cosa risaputa, e di cio' si sorprende solo chi ha un quoziente intellettivo pari a quello di un’ameba. Senza voler con questo offendere le amebe. La cosa che invece dovrebbe davvero sorprendere e’ che per una missione di guerra camuffata da missione di pace in una zona del mondo fra le piu’ in conflitto mai esistite, in cui tutta l’economia gira intorno al traffico d'armi e droga, nella quale lo stato italico continua a versare da oltre otto anni denaro pubblico come in un pozzo senza fondo, in termini di riscontro personale nessun cittadino - a parte quelli che fanno parte della cricca dei venditori d’armi e droga - abbia ricevuto un reale vantaggio economico. Ecco, questo si’ che dovrebbe sorprendere. Come dovrebbe sorprendere il fatto che quando muoiono delle persone che si ammazzano letteralmente di lavoro per garantire alle proprie famiglie un'esistenza dignitosa, sembra quasi che si tratti di ordinaria amministrazione.

E cosi', in un Paese che muore ogni giorno, in cui le pensioni sociali languono a livelli da fame, la sanita’ e’ allo sfascio, la scuola e la ricerca pure e tantissima gente fa sempre piu’ fatica a trovare un posto di lavoro e a tirare avanti, dove le poche risorse disponibili vengono tolte ai giovani, ai vecchi, ai malati, a chi ne ha davvero bisogno per favorire chi ha tutto da guadagnarci se le guerre durano in eterno, a dei “mercenari” pagati con i soldi di tutti affinche' difendano gli interessi dei venditori di morte, si dedicano pagine e pagine di eroica propaganda.

sabato 9 ottobre 2010

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A cena con Klára - Donne di ghiaccio e uomini di vetro

Detesto le banalita’, i luoghi comuni, le leggende metropolitane e tutto cio’ che si basa su credenze e convinzioni mai verificate con l’esperienza diretta, e radicate dentro solo dalla presunzione di conoscere quello che in realta’ ci e’ completamente ignoto. E' in questa mia rigidita’, che non mi permette di tralasciare niente, per cui devo sempre tener conto di tutto cio’ che viene detto o fatto, che mi spinge ad organizzare ogni cosa analizzando ogni minimo dettaglio senza mai indugiare, differire, aspettare, lasciar perdere facendo finta di nulla, che forse dimora dentro di me quella proverbiale glacialita’ che, di solito, e' attribuita alle ungheresi.

Qualcuno, non ricordo piu' chi, una volta mi spiego’ che questa intransigenza, che viene in un certo qual modo resa ancor piu’ pungente ed a tratti fastidiosa dalla gutturalita’ della nostra lingua, e’ un retaggio dell’antica cultura austro ungarica sopravvissuta persino al cinquantennio comunista che ci ha lasciato questa eredita’, ma io non ci ho mai creduto completamente. In parte puo’ essere che sia cosi’, pero’ penso che si tratti anche e soprattutto di una motivazione antropologica, e che il proverbio “ogni pentola ha il suo coperchio” abbia in questo caso una sua specifica ragione ed un significato che va ben oltre a quello di un semplice detto popolare.

Nonostante la mia nota incapacita’ di saper lasciare agli altri l'ultima parola, pero’, mi rendevo conto che con  l'intolleranza stavo trasformando un incontro con una persona che aveva percorso centinaia di chilometri per conoscermi in una diatriba dialettica dannosa e priva di senso. Fu dunque il mio pragmatismo che si prese carico di farmi intuire che sarebbe stato impossibile, oltre che inutile, cercare di spiegare ad un uomo che in quel momento tutto desiderava fuorche’ un acceso confronto basato su una divergenza di opinioni, come una donna potesse essere allo stesso tempo fredda e passionale.

“Posso chiederti una cosa?” chiesi allora con tono rassicurante ed amichevole, facendogli capire che anche un piccolo screzio dialettico, se due persone in fondo provano simpatia l’una per l’altra, non compromette niente.
“Certo, chiedimi pure cio’ che vuoi” disse felice del cambio di rotta che avevo imposto alla discussione.
“Perche’ sei qui?”
“Mi piacciono le ungheresi...” rispose incrociando il mio sguardo.
“Non dovrebbero piacerti” replicai. “Se e’ giusto il ragionamento che abbiamo fatto finora, dovrebbero piacerti solo le italiane, poiche’ sono loro le piu’ adatte a soddisfare il tuo piu’ naturale modo di essere. Che cosa credi di trovare in noi che gia’ non puoi avere con le donne del tuo paese? Sei stato tu a dirmi che le donne devono comportarsi in un certo modo per essere in equilibrio con gli uomini e che gli uomini, a loro volta, devono seguire determinati percorsi per raggiungere i loro scopi, per interessarle, stimolarle, conquistarle. Anche se non lo ammetti consciamente dentro di te esistono meccanismi pronti a scattare che non puoi gestire razionalmente, che non puoi disattivare a comando, perche’ sono dettati da secoli di cultura e sottocultura che ti sono stati tramandati dai tuoi nonni, dai tuoi genitori, dagli amici e da tutto l’ambiente circostante in cui hai vissuto. Dopo un po’, dopo aver soddisfatto i bisogni biologici e di superficie, magari accarezzando un corpo che ti piace, questa freddezza magiara, adattissima agli uomini ungheresi, a te risulterebbe pesante, insopportabile, e torneresti a cercare quel che ti manca in chi potrebbe dartelo in modo piu' naturale, secondo quelli che sono i tuoi schemi, non credi?”
“Ehi…” continuo’ con un tono scherzoso. “Ma ti sei guardata intorno? Ma ti sei vista allo specchio? Come mi giro c’e’ una ragazza che in Italia sarebbe considerata una modella da copertina. Non ho mai visto tanta bellezza femminile cosi’ concentrata e tutta in una volta, la cui materializzazione stasera, posso dirlo sinceramente, e’ seduta proprio qui, di fronte a me, a questo tavolo. Brindiamo ancora al nostro incontro?”

Era carino. Di uomini italiani ne ho conosciuti un numero tale che adesso, cosi’ su due piedi, non saprei calcolare, ma devo confessare che tutti quanti, se lo desiderano e sono motivati da quella voglia tutta particolare che li contraddistingue quando una donna li attrae, riescono ad essere molto gentili e generosi di complimenti, assai piu’ degli ungheresi ai quali strappare un minimo cenno d’ammirazione e’ spesso un’impresa impossibile.

Pare che per gli uomini latini l’arte del complimento e del corteggiamento sia una materia che imparano ancor prima della grammatica e dell’aritmetica. Coscientemente so che non e’ vero, che tutto cio’ per loro e’ solo un gioco inconsapevole nel quale, forse, in modo anche un po' immaturo, si gettano senza pensarci, non rendendosi conto che, talvolta, nelle donne abituate a considerare certe manifestazioni cosi’ esplicite come serie e impegnative dichiarazioni che vanno oltre al fatto di voler passare una piacevole serata, tutto cio' potrebbe gettare il seme di una grandissima delusione. Ma in ogni caso, qualsiasi donna, ungherese, italiana o cinese che sia, di tutto questo non puo’ che esserne lusingata.

Pero’, allo stesso modo di come si mostrano gentili, generosi di parole, di lusinghe, di complimenti e di attenzioni, sono anche dannatamente prevedibili, trasparenti. Si riesce a vedere in modo chiaro cio’ che hanno in mente ancor prima che lo dicano o lo facciano. Sono uomini di vetro e non lasciano spazio alcuno all’immaginazione, al mistero, e ad un finale che non sia scontato. E come il vetro sono anche fragili. Quando si sedimenta quella loro iniziale sicurezza, spesso fanfarona, euforica ed artefatta, si rompono e vanno in mille pezzi, e per rimetterli insieme, per ricostruire un qualcosa che assomigli vagamente a come loro amano farsi immaginare, solo una donna dotata di una passionalita’ compatibile con la loro avrebbe la capacita’, la voglia e la forza emotiva per poter rimettere insieme quei pezzi. Mentre una come me, una volta che i frammenti fossero sparsi dappertutto, non farebbe neppure un tentativo per riaggiustarli; prenderebbe i cocci e li getterebbe via.

Se i discorsi sulle pentole ed i coperchi possono avere un senso, e se la generalizzazione in fondo non e’ poi quel peccato mortale che talvolta viene attribuito da coloro che, per non sentirsi inseriti in uno schema, cercano ad ogni costo di dimostrare che tutti sono diversi, ecco dove una donna magiara puo’ sentirsi diversa da un'italiana e dove l’uomo ungherese puo', senza ombra di dubbio, distinguersi dall'italiano. Poiche' solo un’italiana possiede il collante giusto per rimettere insieme i frammenti del suo uomo. Un uomo in perenne ricerca di attenzioni, di passionalita’, di esclusivita’ ed anche di quella tipica gelosia che ha tutti i tratti della possessivita' e della morbosita'. Mentre la freddezza dell’uomo magiaro, solido, infrangibile, punto d’appiglio al quale ogni donna che cerca sicurezze vorrebbe aggrapparsi, diventa motivo della sua opaca imprevedibilita', tanto che raggiungere il centro del suo cuore, portandolo al punto di esprimersi con una passione simile a quella di un italiano, rappresenta una sfida difficile se non addirittura impossibile. Ed e' proprio per questo che, quando si riesce a far breccia in lui, si ha la consapevolezza di aver raggiunto qualcosa di prezioso che non era destinato a chiunque, ma solo a noi.

Le parole uscirono dai miei pensieri quasi senza che me ne accorgessi, come se fossero la continuazione del mio ragionamento silenzioso.

“Perche’ voi italiani siete sempre cosi’ trasparenti?” Mi accorsi che poteva apparire come un rimprovero e ben sapendo come gli uomini di vetro siano anche permalosi, cercai di rimediare. “Non e’ una critica, non vorrei essere fraintesa, anzi la tua gentilezza e' squisita e mi lusinghi continuamente con questi bellissimi complimenti dimostrando che mi apprezzi. Pero’ accade spesso che riesca a leggervi dentro come se foste fatti di vetro. Anche se assumete atteggiamenti rudi, tentando di apparire meno prevedibili, si capisce subito dove volete andare a parare. Il percorso che fate nel labirinto che una donna vi disegna davanti e’ talmente palese che, chi e’ capace di disegnare labirinti, riesce sempre, a farvi procedere nella direzione desiderata”.

“Che cosa intendi dire? Che adesso stai disegnandomi un labirinto davanti facendomi andare dove vuoi tu? E chi ti dice che io non ne sia cosciente e mi lasci condurre ben volentieri?”

“Nessuno me lo dice, e non e’ questo il punto. Tu quasi non mi conosci, non sai quali intenzioni io abbia. Ti faresti davvero condurre verso l’ignoto da una donna che neanche conosci? Non temi di cadere nell’abisso, di farti del male oppure di far molto male a qualcun altro trascinandolo con te? Ma forse conti sul fatto di essere infrangibile. E' probabile che sia questa la spiegazione: credi di essere indistruttibile. Oppure sei un incosciente... in ogni caso, non sto disegnando un bel niente davanti a te. Se disegno labirinti e’ solo quando ho voglia di giocare ed in questo momento sono ancora troppo sobria per farlo. Fossi in te ordinerei una seconda bottiglia. Questa l'abbiamo gia' finita”.

Mi venne spontaneo da ridere. Il che mise in mostra che stavo mentendo sul fatto di essere del tutto sobria, ma ero davvero indecisa su cosa fare. Non avevo ancora capito bene cio’ che desideravo. Dopotutto, quello, non era uno dei miei incontri usuali. Per giocare mi piace coinvolgere sconosciuti incontrati per caso ai quali non devo raccontare niente di me, proprio perche' da me non devono attendersi altro che dei normalissimi momenti di piacere. Niente di piu'. Persone che al mattino dopo non debbano essere ne’ causa di rimpianto, ne’ di rimorso, ne' di altro. Ma in una situazione come quella, davvero, non avevo ben chiaro come comportarmi.

“E cosa ti piace delle donne ungheresi, posso saperlo?" Chiesi gustando l'ultimo sorso di kékfrankos rimasto nel bicchiere. "Hai detto che ci trovi attraenti fisicamente, ma di belle ragazze ce ne saranno anche in Italia, magari anche di piu’ adatte dal punto di vista della compatibilita’ di carattere. Noi ungheresi, lo hai detto anche tu, siamo fredde, razionali, intransigenti…”

“Magari non e’ cosi’. Forse lo dici perche’ vuoi disegnarmi davanti il tuo famoso labirinto in modo che io mi diriga in una direzione diversa da quella che porta verso la soluzione dell’enigma. Mi provochi cosicche' io accetti una sfida della quale tu gia’ conosci l’esito. So che ne saresti capace, ma sinceramente speravo che anche con me usassi le tue solite armi seduttive che ben hai fatto conoscere nei tuoi racconti. Che fine ha fatto la calda ed appassionata sconosciuta di una notte che si dona per gioco e che il mattino scompare dissolvendosi in una nuvola di fumo?”

Volevo dirgli che con lui non cercavo un’avventura di una notte, perche’ ormai quella strada non era piu’ percorribile. La conoscenza fra noi due era andata troppo oltre ed i miei compagni di gioco li sceglievo proprio perche’ erano dei perfetti sconosciuti. Ma questo non lo avrebbe mai capito. Come non avrebbe mai capito che non sarei mai stata capace di legare con un uomo di vetro. E lui lo era, di sicuro, in quanto italiano. Solo che avrebbe cercato di negarlo, convincendomi che era diverso, che non era giusto che generalizzassi e lo inserissi dentro i confini di una categoria, perche' gli uomini di vetro, come le donne di vetro, se esistono possono esistere ovunque: in Italia, in Ungheria ed in ogni altro luogo della Terra. Ma sentivo di non sbagliarmi e per scoprire la verita', per saggiare la sua reale consistenza, avrei dovuto sbatterlo per bene e a lungo.

“Mi piace affrontare volentieri quelle situazioni che le altre donne possono giudicare imbarazzanti, e quando lo faccio mi metto in gioco completamente, lo sai, ma esigo la stessa cosa anche dall’altra parte. Che io ti interessi e’ fuori dubbio e che tu sia un tipo piacevole e’ anche questo fuori dubbio, altrimenti non saremmo qui, ma vedi…" continuai imburrando la tartina e cospargendola abbondantemente di Beluga. "In vita mia ho incontrato talmente tanti uomini seriamente impegnati da saperli riconoscere subito… hanno un’aria, come dire… da sposati, capisci?”.

Fece per interrompermi, ma io lo bloccai con un cenno della mano. “Ti prego, taci! Non dirmi niente. Non dirmi che non lo sei, neanche se non lo sei. E se lo sei ti prego di non inventarmi storielle tipo “e’ tanto tempo che io e lei non andiamo piu’ d’accordo”. Qualsiasi cosa sia, in questo momento non ha importanza; riguarda solo te. Lasciami prima spiegare e forse capirai: ti chiedo solo di conoscermi meglio. Non ti chiedo altro e non chiedo che tu ricambi, facendo altrettanto con me. Se lo vorrai fare, se desidererai raccontarmi di te dopo che mi avrai conosciuta, ne saro' contenta, ma non lo pretendo. Adesso vorrei soltanto che tu possa conoscere com’e’ fatta una donna ungherese; se e' davvero fredda, insensibile, intollerante e calcolatrice come molte persone, anche a ragione, credono nel tuo caloroso paese, oppure se, per riscaldarsi, e’ giusto che ogni pentola abbia il suo coperchio”.

(Continua...)

mercoledì 6 ottobre 2010

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A cena con Klára - Ogni pentola ha il suo coperchio

La crema d’asparagi bianchi era semplicemente deliziosa. Come ogni pietanza da Gundel era servita in porzione ridottissima e considerato il costo di una cena in quel ristorante, pari all’intero stipendio mensile di un’operaia in Ungheria, certamente se non si fosse trattato di un invito non avrei potuto permettermela. Ma lui era stato cosi’ carino a chiedermi di scegliere dove avrei preferito cenare che, da vera approfittatrice quale sono sempre stata, non mi ero lasciata sfuggire l’occasione di poter nuovamente rivivere certe atmosfere che una volta facevano parte della normalita’ durante gli anni della mia avventura.

Gundel non era cambiato molto da quando mi ci recavo per lavoro. Le atmosfere che vi si respiravano erano sempre le stesse ed anche il posto era sempre il solito di quando, circa un secolo fa, il ristorante era stato aperto. Durante il comunismo, nazionalizzato, era diventato un luogo riservato solo ai burocrati di partito oppure ai ricchi turisti che se lo potevano permettere. Poi, dopo la caduta del sistema, completamente ristrutturato e nuovamente privatizzato, era stato riaperto al pubblico. In ogni caso, sempre destinato ai soli ricchi, considerato il suo costo proibitivo.

I motivi per i quali aveva voluto conoscermi ed invitarmi sono facilmente intuibili. C’e’ da sempre una strana idea riguardo alle ragazze dell'Est, ed e’ quella che siamo sempre disponibili o comunque meno inibite delle italiane; per questo ci facciamo meno problemi a tramutare un’amicizia in una storia di letto, e presumo sia normale per un uomo italiano che si reca a Budapest per vacanza o per lavoro, cercare di verificare se tutto cio’ che viene raccontato sulla presunta liberta' sessuale delle magiare corrisponda al vero oppure no. Soprattutto se si ha l’occasione di aver conosciuto una di queste ragazze tramite internet e lei ha acconsentito ad un incontro per dare modo alla fantasia di potersi tramutare in realta’.

Non ho mai capito fino in fondo perche’ in Italia gli uomini ci giudichino in questo modo; se cio’ dipenda dal fatto che l’Ungheria e’ famosa per essere la patria dell’industria del porno oppure per altre ragioni, ma ho sempre considerato un ossimoro il fatto che ci considerino allo stesso tempo disponibili e disinibite, ma anche fredde e non passionali. E’ qualcosa che contraddice la logica, salvo che l’immagine che si ha di noi sia quella delle eterne puttane, come se avessimo dedicato l’intera vita a venderci per soldi, considerando il nostro corpo solo merce con la quale ottenere un vantaggio economico e non piacere. Cosi’, avendone modo ed essendo arrivata gia’ al secondo bicchiere di kékfrankos, che di solito mi rende alquanto loquace e disinvolta, glielo chiesi.

“A proposito delle donne ungheresi… vorrei chiederti il primo pensiero che ti viene in mente".

“Tu…” rispose senza quasi pensarci. “Mi vieni in mente tu, anche se mi hai detto che non sei del tutto ungherese, bensi’ un frullato misto”.

“E per quale ragione ti vengo in mente io se non sono neppure del tutto ungherese?” incalzai sollevando lo sguardo dalla mia stupenda crema d’asparagi, prendendomi una pausa sorseggiando un altro po’ di vino.

“Forse perche’ adesso sono a Budapest e sono qui con te. E’ un collegamento logico. Oppure perche’ rispecchi l’immagine che ho sempre avuto delle ragazze magiare. Belle e fredde. E tu sei bella, sensuale, disinvolta, ma non sembri per niente turbata o imbarazzata per il nostro incontro. Sei perfettamente a tuo agio, come ad un normale meeting d’affari, mentre io dentro sono tutto agitato. Sai che la scorsa notte non ho dormito pensando che ti avrei conosciuta?”

In effetti, non provavo alcun imbarazzo. Perche' mai avrei dovuto averlo? Ho sempre pensato che questo mio impassibile modo di essere, anche di fronte a tutto cio’ che avrebbe dovuto turbarmi il sonno e che normalmente avrebbe dovuto causare trepidazione, fosse per l’abitudine che avevo fatto incontrando moltissimi uomini; una specie di corazza che. in qualche modo, m’impediva di mostrare emozioni come, ansia, agitazione, nervosismo, apprensione. Pero’, forse, c’era anche qualcos’altro di cui non mi rendevo conto e che riguardava proprio il mio essere in parte magiara; quel pragmatismo esistenziale che mi portavo dentro per cultura, cosi' estraneo a quei tratti passionali evidenti nelle donne latine.

“Quindi, le ungheresi, secondo la tua opinione, sono molto attraenti, ma poco espansive, molto meno estroverse delle donne del tuo paese. In una parola: fredde. E ti riferisci solo alla sfera delle emozioni oppure anche a quella sessuale?

“Chissa’…” continuo' con aria canzonatoria e sorridendo. “Non e’ che abbia molta esperienza in quel campo e questa e’ una cosa che andrebbe sottoposta ad una valutazione piu’ approfondita”.

“Pensi dunque che siamo belle e frigide?”

“Non credo siate frigide. Non esageriamo! Non mi piace generalizzare, pero’ ho notato che, sia tu che altre tue connazionali che ho conosciuto, vi comportate in modo diverso da quello al quale siamo abituati in Italia. Meno emotivo. Non so se realmente lo siate o se sia solo perche’ il vostro modo di essere vi porta a celare emozioni che per noi italiani sono sinonimo di passionalita’, ma se tutto cio’ e’ trasportato anche sul piano sessuale… beh… puo’ anche essere che dipenda dai vostri uomini”. Rise cercando di concludere con una battuta. “Se venite in contatto con un italiano sono certo che vi riscaldate immediatamente”.

“Interessante…” replicai cercando di restare calma, ma sentendo che il mio sangue iniziava a riscaldarsi. “Tu quindi credi che gli uomini italiani rappresentino la panacea per le donne ungheresi; che con voi possiamo riscoprire quel nostro lato passionale che teniamo celato, mentre i nostri uomini, incapaci, non fanno niente per tirarci fuori da questa nostra frigidita’ che ci attanaglia dentro. Ma sei davvero certo che ci sia qualcosa che nascondiamo, oppure, forse, e’ proprio il concetto di passionalita’ che consideriamo in modo diverso? Ti pare possibile che gli uomini e le donne ungheresi abbiano potuto vivere e sopravvivere in un contesto come quello che descrivi, cioe’ senza che le donne avessero accanto a loro un fantastico uomo latino che le riscaldasse?”

Ero sul punto di innervosirmi, lo sentivo, e non era per l’effetto del vino che di solito, invece, mi rende tranquilla e rilassata. Non era neppure per il fatto di essere stata in qualche modo punzecchiata su uno degli argomenti che piu’ mi stanno a cuore, cioe’ quel ridicolo machismo italico che sempre riesce ad irritarmi, in quanto capivo benissimo che la sua era solo una battuta. Ero nervosa, ma apparentemente tranquilla esteriormente; sentivo qualcosa che dovevo tenere compressa dentro di me, ma sapevo che, da un momento all’altro, se il discorso fosse proseguito seguendo quel percorso pericoloso, alla fine sarebbe uscita fuori.

Rivedevo in quel mio atteggiamento espressioni e modi di fare che non erano tipicamente miei, ma che appartenevano anche a mia madre, a molte mie sorelle ed amiche. Qualcosa che avevo notato persino in mia nonna. Fredde e distanti quando si trattava di mostrare atteggiamenti affettuosi in pubblico - ed in questo aveva ragione lui dicendo che era consueto per noi tenere celate certe emozioni -, ma pronte ad infiammarci qualora ci fosse una minima questione che contraddiceva la logica ed il buon senso. Era quello il nostro lato passionale che ne’ lui ne’ nessuno, se non fosse nato e vissuto in Ungheria, avrebbe mai compreso fino in fondo, confondendolo per un pessimo carattere.

Sorrisi.

“A parte la divertente nota di gallismo sul vulcano italiano in grado di sciogliere l’iceberg magiaro, che sinceramente mi pare una battuta poco divertente, venuta male o che non ho capito fino in fondo” dissi tentando di assumere in ogni modo un tono conciliante. “Perche’ saremmo fredde? Credi davvero che, qualora lo fossimo, ipotizziamolo pure, dipenda dal rapporto con i nostri uomini?”

“Ti ho detto, penso che dipenda soprattutto dall’interazione fra i due generi. Se gli uomini sono in un modo, le donne si adeguano e viceversa, creando un meccanismo che sta in equilibrio”.

Stava dicendo una cosa che pensavo anch’io. Annuii mettendomi in bocca l’ultimo cucchiaio di crema d’asparagi, resistendo alla tentazione di ripulire il piatto con la lingua. Una brutta abitudine presa da piccola quando ero totalmente alla merce’ della cattiva influenza della nonna. Un’abitudine molto maleducata per la quale mia madre mi aveva sempre rimproverata duramente e che, comprensibilmente, non avrei di certo palesato proprio in quell’occasione.

“C’e’ un proverbio che recita che ogni pentola ha il suo coperchio" dissi tornando a prestare attenzione al meraviglioso vino che accompagnava la nostra cena, bagnandomi appena le labbra ed assaporandolo con la lingua. "Se ad esempio un’amica si lega ad uno stronzo e lei, pur soffrendo per la sua situazione, non lo molla, la si giudica stupida. Lei e’ stupida perche’ sceglie di stare con uno stronzo, ma lui fa lo stronzo proprio perche’ lei e’ stupida. Credo che in generale avvenga la stessa cosa in ogni situazione che coinvolge uomini e donne. In tal modo, come noi donne ungheresi abbiamo i nostri coperchi, voi uomini italiani dovreste avere le vostre pentole”.

(Continua…)

sabato 2 ottobre 2010

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Il sogno e la virtualita’

L’ultimo film che ho visto - non ne vedo poi cosi’ tanti - e’ stato “Inception”. Al di la' del giudizio globale che si puo' dare su questo autentico cammeo in cui ogni dettaglio, dalla fotografia alla la musica, dalla scelta degli attori agli effetti speciali, e' azzeccato in modo magistrale, la trama racconta di un ladro - Dom Cobb, interpretato da uno stupendo Di Caprio - specializzato nell'estrarre i segreti dalla mente delle persone introducendosi nei loro sogni. Al termine, dopo un finale stupendo che apre le porte a diverse interpretazioni e riflessioni, e soprattutto riesce a impiantare nella mente dello spettatore un'idea dalla quale e' impossibile liberarsi, non ho potuto non pensare ad alcune assonanze che il sogno ha con la virtualita’ e con la potenza dell’immaginazione che porta piu' di qualcuno a vivere ormai nel web, nei social network, nelle chatroom, nei forum, nei blog e nei mondi virtuali in genere, esistenze parallele che sempre meno combaciano con la vita reale.

Questi luoghi virtuali, come gli immensi spazi mentali del sogno magnificamente realizzati nel film, sono sempre piu’ simili a teatri, alcuni con scenografie straordinarie e accattivanti, dove la gente, recitando parti la cui regia e’ affidata al proprio inconscio oppure ad una fantasia esuberante, di solito si presenta in modo completamente diverso da cio’ che in realta’ e’. Uomini che si fingono donne sono ormai all’ordine del giorno, ma non mancano vecchi che si fingono ragazzini, brutti che si fingono belli, poveri che si fingono ricchi e persino ignoranti che, grazie a Google e a Wikipedia, riescono tranquillamente a fingersi intelligenti e colti.

E cosi’ c’e’ chi, mascherandolo talvolta da gioco innocente, realizza il proprio sogno facendosi credere diverso da cio' che e’ senza che debba fare alcuno sforzo per esserlo davvero nella realta’, comodamente seduto con un monitor davanti agli occhi ed il mouse in una mano. E’ triste, lo so, com’e’ triste scoprire, alla fine del film di Nolan, che tutto quanto e’ stato probabilmente un sogno nel sogno, ma e’ sempre piu’ la gente che si affida a questa consapevole “incoscienza” per mostrare di se’ un’immagine edulcorata. Un’immagine che alla fine non serve tanto a stabilire delle sane e proficue relazioni con gli altri in cui ci sia condivisione e scambio, quanto ad accettare meno dolorosamente la propria miseria esistenziale.

Dopotutto chi mai verra’ a conoscere la verita’? Nessuno in internet ha il diritto, ma neppure il modo, di esigere la prova certa di quanto viene asserito. Pare, infatti, che in quest’epoca dominata da avatar, nickname e personalita’ alternative, l’abito riesca a fare il monaco contraddicendo l’antico proverbio. Davvero basta dire, raccontare, inventare storie per sentirsi adeguati, accettati, compiaciuti e forse essere per la prima volta protagonisti di qualcosa. Ma quanto di quello che sto dicendo descrive di un comportamento equilibrato? E’ vera soddisfazione quella che si prova quando riceviamo approvazione per qualcosa che non abbiamo fatto oppure complimenti per cio’ che non siamo ne’ saremo mai?

Se ad esempio mostrassi la foto di una fotomodella spacciandola per mia, come potrei trarre giovamento se qualcuno mi dicesse che sono bellissima basandosi su quella foto? Quella non sarei io ed io saprei la verita’, a me stessa non potrei mentire; quindi come potrei provare soddisfazione appropriandomi di un complimento non rivolto a me, ma indirizzato a chi io non avrei mai modo di essere: un’ombra impalpabile, un fantasma che non avrebbe possibilita’ di esistere se non con l’inganno e la menzogna? Non e’ che, alla fine di tutto, invece di soddisfazione, ne ricaverei solo frustrazione?

La consapevolezza di non poter mai esistere nella forma di cio’ che si finge di essere, alla fine crea dentro un senso d’angoscia che, per poter essere placato, ha bisogno di un’immersione sempre piu’ in profondita’ in quel mondo di finzione su cui si regge tutta quanta la menzogna. Un mondo che, un po’ alla volta, assumera’ i contorni e la consistenza del vero, sostituendo del tutto la realta’, intrappolando totalmente la mente, arrivando progressivamente ad uno sdoppiamento della personalita’ con conseguente schizofrenia.

In “Inception”, il protagonista e’ infatti intrappolato in un sogno, anzi dentro un sogno nel sogno, ma crede di vivere una vita reale. Il sogno diventa per lui la realta’ di riferimento, mentre la realta’ vera e’ dimenticata, sepolta sotto infiniti strati di sogni nei quali non gli e’ piu’ possibile capire se e' sveglio o se sta dormendo. Ed e' per tale motivo che si affida ad un "totem", un piccolo oggetto che gli permette di capire se cio' che sta vivendo e' la realta' oppure il sogno.

E’ un concetto, questo dell’esistenza inconsapevole, ripreso piu’ volte dalla cinematografia, da “Il tredicesimo piano” a “Matrix”, ma c’e’ chi questo concetto lo comprende, ne tiene conto e quindi si comporta di conseguenza aggrappandosi al proprio "totem" che spesso e' la propria ragione e chi, invece, cade in pieno nella trappola mentale e s’immerge nel brodo delle illusioni immedesimandosi sempre di piu’ col personaggio che recita, perdendo di vista non solo la realta', ma smarrendo ogni punto di riferimento come in un "limbo" in cui l'’immagine edulcorata restera’ per sempre segregata, prigioniera senza speranza.

Dal momento che sono convinta che questa patologia - perche’ di patologia si tratta e meriterebbe che le persone soggette a tale disturbo fossero aiutate da un bravo psicologo - sia in parte "contagiosa" o quanto meno crei i presupposti per comportamenti insani, se posso cerco di starne lontana. Non che mi ritenga superiore o comunque voglia cinicamente mortificare chi dovrebbe essere solo aiutato, ma poiche’ non mi ci vedo nelle vesti della crocerossina, se proprio desidero trascorrere un po’ del mio (scarso) tempo libero navigando nel mare del web, incontrando qua e la' persone che come me sono incuriosite da tale mondo, preferisco approfondire la conoscenza solo con chi mi da’ l’impressione di essere sano ed affidabile; quindi “vero”.

Che cosa significhi “vero” in un contesto di virtualita’ l’ho scritto in piu’ di un’occasione, ma ancora una volta tentero’ di spiegarlo con un semplice esempio: se qualcuno affermasse di poter correre i cento metri in otto secondi, dovrebbe essere anche in grado di dimostrarmelo, altrimenti sarebbe meglio che tacesse. Non dico che la prova sia d’obbligo e che debba esserci sempre ed in ogni caso la dimostrazione - so benissimo che non avrei il diritto di pretendere alcunche’ -, ma neppure chi si arrampica sugli specchi puo’ esigere che io creda a cio’ che racconta e non mi ponga domande sui suoi comportamenti. Soprattutto non puo’ esigere che io mostri ulteriore interesse per certi deliri e che ancora presti il mio tempo per qualcosa in cui sarebbe piu’ adeguata una terapeuta coscienziosa.

Purtroppo, ho un carattere particolare che puo’ apparire cinico, freddo, disinteressato, ma il confine fra l’interesse ed il totale disinteresse che posso provare per qualcuno e’ molto labile. Nel momento in cui mi rendo conto che c’e’ chi tenta di prendersi gioco di me, anche se lo fa in buona fede, non rendendose conto come nel caso di chi sta vivendo il proprio sogno, qualcosa dentro di me si spezza. E’ un processo istantaneo, come un flash e non offro alcuna possibilita’ d’appello. In molti casi mi si rimprovera un’eccessiva rigidita’, una mentalita’ quasi “talebana” ed e’ per questo motivo che sono imbattibile nel diventare antipatica ed insopportabile in modo quasi inaspettato.

Con me le cose funzionano cosi’, mi dispiace; non sopporto chi racconta “palle”. Per me l’abito non fa il monaco, anzi chi si affida troppo al travestimento, facendo esclusivamente conto sulle innumerevoli possibilita’ d’inganno offerte dal web, alla fine diventa scontato e banale, e’ inevitabile, e distrugge in un colpo solo quel minimo di considerazione che posso aver avuto in un primo momento. Anche se e’ mia ferma convinzione che a queste persone, in fondo, di me non interessi un granche’, come non interessa di nessuno, in quanto per loro gli altri non esistono; sono solo ombre disegnate dalla loro psiche, sagome di cartone senza un'identita’ ne’ un'anima, una platea di fantasmi in un teatro inesistente nel quale viene recitato un dramma infinito di onanismo mentale.

Qualcuno potra’ obiettare che anche di me si conosce molto poco. Che anch’io potrei essere tutt’altro da cio’ che, anche non dicendo, faccio pensare. E’ vero, e di questo ciascuno puo’ trarne le conclusioni che crede. Dipende infatti dalla sensibilita’ individuale capire se, dall’altra parte dello schermo, c’e’ chi come Dom Cobb vive all’interno dei propri sogni, oppure c’e’ qualcuno che esprime la propria realta’ senza menzogna. In ogni caso posso assicurare che, qualora un giorno affermassi di essere capace di correre i cento metri in otto secondi, sarebbe solo perche’ avrei la certezza di poterlo dimostrare.

"I sogni sembrano reali finche' siamo in essi. Spesso e' solo al risveglio che ci rendiamo conto che qualcosa non quadrava."

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Oggi mi sento un po' cosi'...

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Tokaj-Hegyaljai Borvidék

Áldott tokaji bor, be jó vagy s jó valál, Hogy tsak szagodtól is elszalad a halál; Mert sok beteg téged mihely kezdett inni, Meggyógyult, noha már ki akarták vinni. Istenek itala, halhatatlan Nectár, Az holott te termesz, áldott a határ! (Szemere Miklós)

A Budapesttől mintegy 200 km-re északkeletre, a szlovák és az ukrán határ közelében található Tokaj-Hegyaljai Borvidék a Kárpátokból déli irányban kinyúló vulkanikus hegylánc legdélebbi pontján fekszik. A vidéket és fő községeit könnyen elérhetjük akár autóval (az M3 autópályán és a 3-as úton Miskolcig, onnan a 37-es úton), akár vonattal (több közvetlen vonat indul Budapestről és Miskolcról)

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